RIZ ORTOLANI

Cannibal Holocaust - Original 1980 Motion Picture Soundtrack

1995 - Lucertola Media

A CURA DI
MAREK
14/04/2018
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione Recensione

"Non ci eravamo accorti di aver fatto un film così forte. Io mi sono accorto di che film avevo fatto solo dopo averci messo la musica. Perché la musica di Ortolani era così bella che esasperava le scene"

Queste, le parole di Ruggero Deodato; nella sua umiltà, nella sua schiettezza e semplicità, all'epoca ignaro di aver donato al mondo del cinema uno dei film più estremi e controversi di sempre. Cannibal Holocaust: un nome ancor'oggi in grado di far gelare il sangue nelle vene di critici e pubblico, un nome bandito e censurato in più di ventitre paesi sparsi per il mondo. Il cannibal movie per eccellenza, degno re di un filone, quello a tema "giungla selvaggia", tutto all'italiana. L'eterna diatriba su chi sia stato il vero iniziatore del genere cannibal è ancor'oggi accesissima ed attuale: i puristi propendono per Umberto Lenzi, regista de "Il paese del sesso selvaggio", datato 1972; di contro Deodato, non per via di "Cannibal Holocaust" ma per "Ultimo Mondo Cannibale", uscito nelle sale ben cinque anni dopo il capolavoro del maestro Lenzi. C'è però un aspetto che molti non considerano, volutamente o meno: la capacità del grande Ruggero di shockare, di annichilire il pubblico in maniera totale, quasi destabilizzante. A parer del vostro affezionatissimo, non possiamo dunque ridurre il tutto ad una mera questione cronologica. Certo, ne "Il paese del sesso selvaggio" è presente un tema "cannibalistico"... ma fu solo con l'apporto dell'estro deodatiano che quest'ultimo conobbe definitivamente il suo modo d'essere, il suo modo di presentarsi su pellicola. "Ultimo Mondo Cannibale", per quanto estremo, non riuscì comunque a sconfiggere "Cannibal Holocaust", in nessuna maniera: troppo in là, talmente tanto e troppo da mettere in subbuglio leggi ed avvocati. Il 1980 fu un anno intenso per il maestro Deodato, il quale dovette fare i conti con il bigottismo italiano, sempre alla ricerca di un mostro da adoperare come capro espiatorio, sul quale gettare fango per distogliere la massa dai veri problemi della propria nazione. Accuse di violenze reali e realmente perpetrate ai danni di persone innocenti, si parlò di "Cannibal Holocaust" come di uno snuff movie, cioè di un film ritraente vere torture e veri omicidi. Pellicola bollata come "contraria al buon costume e alla morale", accusa che portò regista, sceneggiatore, produttori e distributore a dover fare (inspiegabilmente!) i conti con una giustizia cieca e sorda, nemica dell'arte in ogni sua forma. Fortunatamente, il tempo diede ragione alla banda Deodato, e nella sua spietata crudezza, "Cannibal Holocaust" venne inteso per quel che semplicemente fu, è e per sempre sarà: una pellicola estrema, emblema di un cinema libero, suprema ierofante d'un Arte senza gabbie o barriere. Torniamo quindi al punto di partenza, alle parole poste in apertura di articolo. Con sincera riconoscenza, Deodato ammette d'aver ricevuto un enorme valore aggiunto da un autentico maestro suo pari: Riz Ortolani (requiescat in pace), scelto dal regista in virtù dei successi raggiunti in ambito di colonne sonore. Musicista a tutto tondo, sospeso in perfetto bilico fra classicismo e sperimentazione, Ortolani divenne famoso in tutto il mondo grazie al lavoro di composizione svolto per il trio Jacopetti - Cavara - Prosperi, per i quali compose nel 1962 una delle ost più famose della storia del cinema. Grazie al suo aiuto, "Mondo Cane" conobbe un successo planetario. Fu in particolare il brano "More" a conquistare giudici, pubblico e giuria, facendo ottenere a Riz la vittoria di un Grammy ed alla pellicola una candidatura agli oscar. Insomma, Ortolani aveva collaborato in maniera concreta e vincente ad una delle opere più ambiziose nonché riuscite della storia del cinema tricolore: il primo "mondo movie" mai realizzato, il primo documentario "estremo" ed in grado di svelare ad un occidente affamato di novità gli usi ed i costumi più bizzarri e perché no, inquietanti delle popolazioni umane; "selvagge" e non. Soprattutto in virtù del gran lavoro eseguito per Jacopetti & co., Ortolani venne dunque chiamato a compiere un nuovo "miracolo": dotare "Cannibal Holocaust" di una colonna sonora in grado di sottolineare ogni tipo di scena, dalla più calma alla più estrema, facendo in modo di lasciare un segno indelebile nel cuore del pubblico. Dopo tutto, cosa mai sarebbe un film senza un adatto sottofondo, senza un qualcosa in grado di rimarcare ogni secondo, ogni momento, ogni scena? L'intelligenza e la lungimiranza di Deodato risedettero proprio nella scelta del compositore dei vari temi musicali. Bisognava certo shockare con le immagini, ma anche parlare con la musica, arrivando a toccare corde da smuoversi unicamente "a suon di suoni", si conceda il gioco di parole. Il film si muoveva sulla falsa riga di un documentario "estremo", dotato di una trama molto semplice: le violenze "dei bianchi" in territori incontaminati e privi di leggi sia morali sia effettive; luoghi paradisiaci eppure dimenticati da Dio, luoghi abbandonati a loro stessi, in cui poter commettere ogni tipo di atrocità nel più totale anonimato, sfogando tutta la propria voglia di violenza e di distruzione. Una cattiveria, quella dell'occidentale colonizzatore, che in qualche modo affievolisce quella adamitica ed ingenua dell'indigeno, lontano da un'evoluzione che forse - non ci è dato saperlo - potrebbe portarlo ad essere anche più violento di quanto non sia già. Prepariamo gli zaini e le telecamere, immergiamoci nella natura selvaggia, pronti a scoprirne i misteri più reconditi ed oscuri. Guide d'eccezione, Ruggero Deodato e Riz Ortolani. Let's Play!

Cannibal Holocaust (Main Theme)

Ad aprire le danze è il brano più noto dell'intera colonna sonora, "Cannibal Holocaust (Main Theme)": ecco che una dolce chitarra acustica, arpeggiata quasi a mo' di ballad targata Lynyrd Skynyrd, prende il nostro capo fra le sue braccia cullandoci soavemente, quasi fosse una ninna nanna. Dormiamo placidamente stretti in questa presa così calda e sicura, godendoci un crescendo melodico dominato da suoni in parte elettronici, in parte "classici": sintetizzatori calmi e pacati presto affiancati da suoni di violini e cordofoni, un ritmo essenziale detta i tempi, per descrivere ciò che ormai comincia a popolare il mondo del sonno. Una foresta incontaminata, verde speranza, dipinta come su tela; lussureggiante vegetazione madida di rugiada, il mattino che pian piano colora la guancia del mondo tingendolo dei raggi d'un nuovo giorno, di un nuovo inizio. Possiamo godere appieno di un panorama strepitosamente bello: alberi infiniti ed un cielo azzurro appena colorato dal sole, in lontananza cinguettii e rumori di fronde appena battute da zefiri sereni. Chi mai potrebbe credere alle atrocità, alla violenza che presto si scateneranno fra quelle celestiali e naturali bellezze? Non vogliamo pensare, non vogliamo rovinare questi momenti d'incanto... posiamo la nostra testa sul caldo grembo della foresta, lasciandoci cullare dalle splendide note di Ortolani, su e giù, gustando sogni di zucchero e diamante. Ruscelli e fiumi scorrono decisi, trascinando chiare, fresche e dolci acque verso l'orizzonte. Tutto è perfetto, meraviglia e pace interiore dominano il nostro mondo affettivo. Melodie d'altri tempi continuano a farla da padroni, suoni di violini e synth creano un perfetto connubio, una perfetta sincronia dalla quale scaturisce tutta la forza del linguaggio espressivo del Maestro: il giorno prima della notte, la quiete prima della tempesta. Questa soundtrack non tarderà a stupirci, garantito.

Adulteress' Punishment

Cambiamo registro con l'avvento di "Adulteress' Punishment (La punizione dell'adultera)": una cupa nota di sintetizzatore giunge a rendere l'ambiente pesante ed oppressivo, rimbombando, rendendo il contesto musicale assai vicino a ciò che - oggi come oggi - definiremmo "drone". Un suono oscuro e grattato, di seguito sormontato da un violino inquietante, ben impastato ad un contesto così ipnotico ed aggressivo. E' il resto dell'orchestrazione a portarci verso un crescendo a mo' di marcia "funebre", così tesa ed indirizzata verso la celebrazione della morte, nella sua forma più crudele e brutale. Sono melodie gonfie e vibranti a condurre questa nuova porzione di viaggio, descrivendo in maniera efficace due delle scene più atroci mai girate nella storia del cinema tricolore. Non potendo godere di una natura così ricca di tesori, la troupe d'occidentali protagonista di "Cannibal Holocaust" decide - come di consueto per l'uomo civilizzato - di sputare dritto nel volto di madre terra, facendo bello e cattivo tempo, approfittando sì bassamente d'ogni regalo, d'ogni atto di generosità spontaneamente donatogli dalla vita. La prima porzione di brano è difatti la degna cornice del brutale omicidio di una tartaruga, catturata viva ed uccisa senza pietà, a colpi di machete. Una violenza degna del peggior brano Death Metal: la povera creatura viene fatta a pezzi e successivamente sventrata, sotto gli occhi divertiti dei reporter, intenzionati a cibarsi dell'animale non prima di avergli fatto patire le peggiori sofferenze. Tagliare, sgozzare, smembrare: questo è il rituale messo in atto dai bianchi civilizzatori, intenzionati ora come non mai a far valere la legge del più forte, divertendosi in maniera così macabra e destabilizzante. Cupi suoni e vibrazioni negative, Ortolani riesce a dotare la scena di un sottofondo disturbante quant'altri mai, anche giocando sulle trame in precedenza tessute dai Goblin nel loro periodo più "splatter" e "perverso", quello che portò alla realizzazione della soundtrack di "Buio Omega". Ben capirete, amici lettori, quanto lo stupore dinnanzi ad un atto di violenza indigena  successivamente mostrato dalla troupe sia da considerarsi assurdo e privo di senso: in un impeto di foga, il gruppo decide di violentare un'indigena indifesa, sotto lo sguardo shockato di una collega, intenzionata a fermarli nonostante gli uomini non vogliano distogliere le loro attenzioni dalla fragile, terrorizzata creatura. Avendo assistito impotente alla scena, il compagno della nativa non può far altro che lavare l'onta del "tradimento" subito uccidendo la sua donna, "rea" di aver commesso "adulterio". "Non capiremo mai questa violenza... deve essere uno strano sessuale"; questo il commento di un reporter, nel mentre la giovane donna viene impalata, trafitta in ogni dove da un palo acuminato in seguito uscente dalla sua bocca. La melodia culla queste immagini di atroce violenza, quasi mostrando pietà per quella povera creatura, dapprima vittima della violenza bianca e di seguito umiliata dalla giustizia tribale.

Cameramen's Recreaction

Un'andatura funky alla Isaac Hayes (mancherebbe solo Shaft a far la sua degna comparsa!) smorza i toni, dotando Cannibal Holocaust di un brano di gusto assai blacksploitation. "Cameramen's Recreaction (La ricreazione dei cameraman)" risulta, nel suo dipanarsi allegro e tronfio, un pezzo adattissimo alla descrizione di momenti di tranquillità e gozzoviglie d'ogni tipo: la troupe, ben lungi dal mostrare il suo lato più bestiale ed appunto selvaggio, decide di concedersi qualche bel momento di tranquillità, godendosi la giungla, in piena armonia con il creato. Li vediamo ridere e scherzare fra di loro, in un certo senso pieni di eccitazione e voglia d'avventura. Calati in un mondo ai più sconosciuto, col piglio degli esploratori da romanzo, la lieta brigata sofferma le proprie attenzioni su quanto di bello ed inusuale vi sia: tucani, giaguari, fauna e flora indagati con lo sguardo curioso di un bambino emozionato e vivace. Questo, l'altro volto della medaglia: da un lato la bestialità, la crudeltà senza ragione, tipica dell'uomo in generale; dall'altro, la componente fanciullesca che mai ci abbandona, quella sorta d'innocenza che spesso e volentieri cerchiamo di conservare in maniera quasi inconscia. Osservare queste scene, dotate di questo sottofondo così allegro e gigione, riesce a rincuorare: vi è forse un lato umano ben posto nei cuori di questi aguzzini? Non ci è dato saperlo, non ci è dato sapere cosa effettivamente abbia spinto un gruppo così affiatato ed all'apparenza simpatico a tramutarsi in un branco di lupi famelici. Forse l'estrema convinzione dell'impunità totale? Quanti uomini compierebbero del male, se messi nelle condizioni di poterlo fare, senza ripercussioni? Per il momento, mangiamoci e beviamoci su: stappiamo le borracce e facciamo man bassa dei viveri, il buon Ortolani tinge di vita quotidiana ed allegra convivialità un contesto altrimenti cupo ed estremo come mai prima d'ora.

Massacre of the Troupe

Tutto cambia con l'avvento di "Massacre of the Troupe (Il Massacro della Troupe)"; tornano i synth drone non prima che un battere inquietante e fastidioso abbia dominato i primi secondi del brano. Orchestrazioni e melodie cupe, pesanti, inquietanti spadroneggiano a perdita d'occhio, sviluppandosi ed estendendosi nell'esatto modo in cui una goccia di sangue tingerebbe di rosso, poco a poco, un bicchiere d'acqua limpida e cristallina. Il sangue, amici lettori... è quello che comincia irrimediabilmente a scorrere, da una parte e dall'altra. Suoni disturbanti e volutamente criptici, confusionari in determinati punti, comunicano e parlano di quel seme di violenza tipico d'ogni uomo, indigeno o civile ch'esso possa rivelarsi. I media cercano il sensazionalismo: è per questo che la troupe dona ad un pubblico annoiato il suo giocattolo preferito, lo shock ad ogni costo, un pretesto per potersi stupire dinnanzi alla violenta arretratezza degli indigeni. Peccato che a compiere gli atti peggiori sia proprio l'uomo bianco, intento a provocare violentemente le tribù, perpetrando ai danni di persone innocenti atti di una violenza brutale e ben più preoccupante di quella mostrata dai cosiddetti cannibali. Capanne bruciate, ragazze violentate, animali uccisi senza alcun rimorso, spari e percosse: questo il modo in cui l'occidente cerca di civilizzare, divenendo ancor più belluino e ferale di quanto il suo prossimo non sia già. Un "documentario" opportunamente montato e tagliato, realizzato per un pubblico ignorante, ignaro del fatto che le scene di furia selvaggia non siano certo dovute al comportamento indigeno, bensì opportunamente girate e realizzate dallo stesso cameraman. Per un momento, Ortolani riprende il main theme, spezzando l'atmosfera quel poco che basta per poi donarsi nuovamente alle sue velleità più orrorifiche. Il brano è in sé disturbante, riuscirebbe a descrivere alla perfezione lo status nonché il mondo affettivo di un pazzo psicopatico, al limite della sociopatia. Sintetizzatori inquietanti ed oscuri dominano a braccetto con una melodia orchestrale gonfia e presente, in grado di contendersi il dominio del brano con una componente più "elettronica" ma di certo non da meno. Degno sottofondo di una parata di orrori ed atrocità, una sorta di bizzarra cura Ludovico alla quale dobbiamo assistere impotenti, con gli occhi spalancati e queste note rosso sangue, intente a sconvolgerci l'anima.

Love With Fun

Momento di break con il ritorno della main theme, adoperata per il brano "Love With Fun (Amare divertendosi)". L'Amore... un sentimento che non sembra poter trovare spazio all'interno di una pellicola così estrema, un titolo forse provocatorio e decisamente in contrasto con la crudezza e la violenza delle scene proposte. La colonna portante dell'intero disco, quella melodia così sognante, eterea, paradisiaca... ecco che interviene a smorzare gli animi, dipingendo nella nostra mente, anche solo per un momento, immagini d'una bellezza sconvolgente, mozzafiato. Amare sperduti in una lussureggiante vegetazione, un luogo magico ove il sole risplende al massimo delle sue forze, rendendo cieli sconfinati più chiari del diamante. Giochi di luci e profumi esotici, dolci sottofondi, la natura che comunica, che parla, che ci accarezza stringendoci nuovamente nel suo caldo abbraccio. L'amore... quanto di più incredibile, quanto di più inspiegabile, croce e delizia dell'uomo come della donna. Adamo ed Eva sperduti in un Eden senza confini: è questo, quello che il potere di questa musica riesce a suscitare. L'unico cambiamento, rispetto alla proposta iniziale, sta nella durata: il brano dura infatti molto meno dell'apertura, venendo poi concluso con un sinistro battere di gusto tribale, il quale riesce a far precipitare il tutto in una strano ed angoscioso precipizio. Come se ci avessero improvvisamente destati da un placido e calmo sonno, eccoci immersi in acque torbide e fangose; l'ansia si instilla nella nostra mente, aumentando i livelli di paura ed angoscia. Le melodie cambiano da eteree a maledette... presto è solo il battere a farsi udire. E' l'inizio della fine.

Crucified Woman

Fine preannunciata dall'arrivo di "Crucified Woman (Donna Crocifissa)", un brano ricalcante alcuni stilemi della musica più sacra e cerimoniale. Siamo infatti dinnanzi ad un sinistro connubio: una chitarra acustica posta in sottofondo, un arpeggio delicato ed ipnotico, sormontato da una melodia orchestrale di certo bellissima, incredibilmente profonda e delicata, vibrante e penetrante... eppure così dannatamente inquietante, orribilmente carca di pianto e sofferenza. Una marcia funebre, di quelle che si potrebbero udire durante la veglia in ricordo di un caro scomparso. Vorremmo perderci in quelle altalene di note e melodie, non riusciamo... possiamo solo esplodere in un pianto liberatorio, quasi odiando quei suoni, odiando tutto ciò che ci circonda, in nome di ciò che esso rappresenta. Siamo pur sempre ad un funerale, ad essere ricordata con pietà è nuovamente l'indigena impalata. Quasi Riz Ortolani avesse voluto comporre per la giovane un piccolo brano, atto a smorzare l'orribile immagine di una ragazza morta trafitta da un rostro, ecco che le note cozzano in maniera violenta con la figura iconografica del film, con la scena clou: l'orrido della vista, la dolcezza del suono: l'anima della povera vittima viene in un certo senso accompagnata in paradiso da note così gonfie e magiche, nel mentre siamo shockati e sconvolti da ciò che vediamo. Lei, sguardo sgranato e ricoperta di sangue, un pezzo di legno scolpito in maniera grossolana che trafigge il suo corpo, spuntando fuori dalla bocca. La sua triste epopea viene così celebrata: una donna dapprima abusata da un mostro occidentale e di seguito uccisa dal suo stesso marito, incapace di perdonarle quello che ai suoi occhi sembra un adulterio in piena regola. 

Relaxing in the Savana

Arriva un momento di stacco con il brano successivo, "Relaxing in the Savana (Rilassandosi nella Savana)"; tornano le venature "black" di Ortolani, il quale si diverte a giocare nuovamente con stilemi à la Shaft, facendo in modo che un andamento funkeggiante accompagni poche note di synth, ben stagliate lungo tutta la durata di un pezzo che vede nella chitarra la sua degna protagonista. Il tutto va nuovamente a distogliere l'atmosfera creatasi in precedenza: dopo il triste omaggio reso ad una vittima di eventi disastrosi, eccoci catapultati su di una jeep in compagnia di amici, intenti a svolgere un bel safari fotografico, curiosi di scoprire quante e quali sorprese la fauna locale intenda riservarci. Giaguari e scimmie d'ogni tipo, uccelli dal piumaggio variopinto, il nostro obbiettivo cattura tutto ciò che può, intendo serbare quanti più ricordi possibili di questa splendida esperienza. La giornata è stupenda, il sole sfonda l'orizzonte ed il caldo tropicale invita tutti noi ad un piacevole pic-nic all'ombra di alberi maestosi. Eccoci dunque in vacanza, scherzando e fotografando, quasi ignari d'ogni crudeltà alla quale abbiamo assistito sino ad ora. Un brano breve, che sicuramente non avrebbe sfigurato in una pellicola all Black; non a caso, ho voluto citare Shaft... anche se, ad onor del vero, la piega guascona ed allegra del pezzo sembrerebbe quasi descrivere i momenti più "soft" e spensierati dell'indimenticabile Laura Gemser nelle varie pellicole a tema "Emanuelle Nera".

Savage Rite

Ci avviciniamo alla conclusione. Altra virata, altro cambio di prospettiva improvviso: torna il synth di gusto "drone", accompagnato dalle melodie sinistre già udite ed in questo contesto "riciclate" per descrivere l'ultimo atto di mostruosa violenza. "Savage Rite (Rituale Selvaggio)" è il trionfo della vendetta, l'oscuro scrutare nel silenzio di creature selvagge pronte a ghermirci nella notte, dilaniando le nostre carni, cibandosi dei nostri intestini. Al battere ipnotico dei synth (in alcuni casi a dir poco folli, rumori d'astronave in tilt) viene opposta un'orchestrazione come impazzita: dapprima manesca e violenta, di seguito lenta e strisciante, ipnotica come non mai. Il massacro finale ha inizio, gli indigeni sono pronti a vendicarsi dell'uomo bianco. Dopo tutti gli atti di violenza compiuti, violenza disposta all'esercizio d'un becero sensazionalismo da immortalare poi su pellicola, facendo credere che gli usi e costumi delle popolazioni tribali fossero incentrati unicamente sul primitivo senso di sopraffazione del prossimo... ecco che i cavernicoli si ribellano, braccando i quattro reporter, facendoli pentire amaramente d'ogni loro boria, d'ogni loro peccato. Una vendetta da gustare calda, caldissima, praticamente bollente: evirazioni, violenze sessuali, decapitazioni, cannibalismo... tutto viene paradossalmente immortalato per l'ultima volta da macchinari lasciati incustoditi, caduti a terra dopo maldestri tentativi di fuga. La troupe viene letteralmente massacrata, il sangue schizza ovunque, tingendo il verde speranza della giungla d'un rosso macabro, orribile. La rabbia primitiva, la rabbia selvaggia: pur morendo, pur in punto d'esser dilaniato e successivamente smembrato e mangiato, l'uomo bianco ha solo un pensiero in testa... fornire le prove di quanto stia accadendo, per fare in modo che il maledetto documentario possa un giorno esser visionato da quanto più pubblico possibile. "CONTINUA A GIRARE!! CONTINUA A GIRARE!!", queste le parole di uno dei reporter, ormai prossimo ad una brutale dipartita, ad un suo collega pietrificato dalla paura, con ancora l'apparecchio in spalla. 

Drinking Coco

Torna nuovamente il funky con l'arrivo di "Drinking Coco (Bevendo Cocco)". Un funky "atipico" a dir la verità, in netto contrasto con ciò che il titolo potrebbe effettivamente suscitare, non certo capace di descrivere una scena à la Beach Boys... con noi sdraiati sulle dorate spiagge di Kokomo, intenti a sorseggiare un cocktail da una noce di cocco. Al contrario, il brano si muove su territori abbastanza movimentati, presentando dapprima una chitarra incredibilmente interessante, unita ad un basso in stile Jaco Pastorius. E' la sei corde a risultare incredibilmente protagonista, dotando il brano d'un piglio diretto e manesco, come se stessimo effettivamente assistendo ad un'esibizione del grande bassista pocanzi citato. Si gioca col Funky a metà fra bianco e nero, ascia e synth si contendono spazi per gli assoli, riuscendo in grande stile a confezionare un autentico - seppur brevissimo - gioiellino d'improvvisazione e squisita tecnica funky. Un brano in un certo senso "slegato" anche dai suoi simili, posto alla fine, in fondo, a mo' di prezioso tesoro da scoprire e dinnanzi al quale rimanere non poco meravigliati. Sarebbe stato interessante poter godere di una versione ben più estesa, ma nulla va ad inficiare la bontà di questo breve viaggio nella musica più viscerale e potente, emozionante, quella scaturita direttamente dal cuore, amministrata poi dall'uso della mente, domata dalla tecnica.

Cannibal Holocaust (End Titles)

Arriviamo alla fine con i titoli di coda, affidati nuovamente al brano d'apertura. I soliti, inquietanti synth ipnotici e rimbalzanti potrebbero quasi indurci a credere di trovarci nel mezzo di un nuovo momento di puro terrore... ed invece, tutto comincia com'era di fatto iniziato. Le dolci note della main theme tornano a coccolarci, quasi avessimo bisogno di distogliere l'attenzione da cotanto terrore, da cotanta crudeltà. Torniamo dunque a guardare la foresta dall'alto, desiderando con tutto il cuore di non addentrarci più di troppo in essa, nel futuro prossimo e non. Meglio goderne la bellezza da spettatori distaccati, piuttosto che protagonisti: abbiamo visto, abbiamo percepito e toccato con mano, in che razza di inferno l'uomo possa tramutare la natura, una volta calato in essa. Una volta deciso a ribaltarne le regole, a sbeffeggiarne l'essere. L'inferno verde, che dall'alto rimane un paradiso. Così bella e così fragile, la giungla serba in sé ricordi mostruosi, atti d'inaudita violenza che mai scorderemo. Tutto quel che possiamo fare è appoggiare la testa al finestrino dell'aereo, facendoci cullare un'ultima volta da questa dolce melodia, sognando, cercando di non piangere ed anzi di percepire il calore che - fortunatamente-  torna a scorrerci nelle vene, passo dopo passo, secondo dopo secondo. Siamo in salvo, seppur turbati e decisamente scossi.


Conclusioni

Arrivati alla fine di questo viaggio, giunti alla fine di una soundtrack che il vostro affezionatissimo si azzarda a definire monumentale... tanti sono i pensieri che potrebbero attanagliare, con il loro rapido susseguirsi, la mente di chiunque si ritrovasse a visionare la pellicola, contemporaneamente ascoltando la musica. Partiamo da un punto fondamentale: l'intento principe di Deodato  era quello di procurare un grande shock nel pubblico, mettendolo dinnanzi ad una pellicola che definire controversa suonerebbe come un mero eufemismo. Non a caso, "Cannibal Holocaust" fu il film più censurato al mondo, addirittura bandito, ostracizzato e stigmatizzato, ritenuto semplicemente "troppo oltre". Una violenza comunque mai fine a se stessa, serva in qualche modo di un messaggio elementare quanto complesso e ben nascosto nel dipanarsi delle scene. Proprio perché, e questo li si evince proprio dalla sua soundtrack, "Cannibal Holocaust" è un film che vive di contrasti, contrasti d'ogni tipo. Il più marcato è insito sicuramente nella figura dell'indigeno, costretto suo malgrado a convivere con due "anime" in esso presenti e distinte. Da un lato, l'idea che l'uomo bianco e civilizzato ha di lui: un selvaggio privo di regole, un mostro d'inumana crudeltà, arretrato ed ignorante, sporco e rozzo; dall'altro, il suo vero essere... un uomo normale, semplicemente inserito in contesti certo primitivi, in attesa che l'evoluzione faccia il suo normale corso, come avvenuto in millenni di storia dell'umanità. Un uomo che non sceglie di essere crudele, anzi. Si ritrova ad esserlo in alcuni momenti proprio perché la sua coscienza non è ancora pronta a distinguere il bene dal male, scindendo questi concetti da una visione limitata dell'esistenza, braccata da confini verdi per egli ancora insormontabili. Viceversa, l'uomo occidentale, il quale - in virtù delle sue maggiori possibilità - avrebbe modo di poter fornire ai suoi primitivi fratelli tutti i mezzi necessari per poter vivere meglio, in pace... ed invece, sceglie consapevolmente d'essere malvagio, compiendo ogni tipo di atrocità, uccidendo e stuprando, in nome del contesto in cui è inserito. Un contesto, quello della giungla, in cui non vi sono regole, un  background nel quale potersi sfogare a più non posso, consci che nessun poliziotto o tutore dell'ordine verrebbe mai a disturbare. Il contrasto, nell'uomo occidentale, si genera dunque fra il suo essere e l'immagine che egli ha di sé. Superiore, perché tecnologicamente e culturalmente avanzato, buono, gentile ed onesto perché ben pulito e lavato, con bei vestiti addosso, capelli ben curati; eppure, così malvagio e cieco, realmente attirato da tutto ciò che è violenza. Non v'è fede in Dio o nello Stato che tenga: se un uomo civilizzato avesse la possibilità di sfogare ogni suo istinto, lo farebbe senza pensarci due volte. E' in questo gioco di dualismi che la musica di Ortolani si inserisce, di fatto aggiungendo al film la tensione nonché il tocco definitivo. Una musica, come abbiamo visto, altalenante, capace ora di descrivere la bellezza, l'amore, la potenza della natura, il divertimento in compagnia, ora in grado di sprofondarci nell'angoscia suprema. D'altro canto, basterebbe il dolce requiem per descrivere l'orrore della ragazza impalata, a descrivere appieno il potere dell'OST. Una scena terrificante, ben descritta da un tipo di musica non di certo in stile Goblin. Questo è il genio Ortolani, questo il genio di Deodato: l'altalena perpetua, il porre un pubblico shockato dinnanzi ad interrogativi di gusto esistenzialista. Chi è l'uomo? Chi è la bestia? Come può un luogo meraviglioso come una giungla tropicale serbare in sé cotante atrocità? Il bello è solo una facciata? Siamo umani oppure mostri? Ai posteri, l'ardua sentenza. Possiamo solo premere "play" per l'ennesima volta, godendoci un viaggio musicale fra i migliori mai scritti per un film di tale portata.

1) Cannibal Holocaust (Main Theme)
2) Adulteress' Punishment
3) Cameramen's Recreaction
4) Massacre of the Troupe
5) Love With Fun
6) Crucified Woman
7) Relaxing in the Savana
8) Savage Rite
9) Drinking Coco
10) Cannibal Holocaust (End Titles)