Rivers Of Nihil

Where Owls Know My Name

2018 - Metal Blade records

A CURA DI
FABRIZIO IORIO
17/04/2018
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

Con questa nuova analisi, Rock & Metal In My Blood vuole portarvi oltre oceano per farvi conoscere una band veramente interessante. Stiamo parlando dei Rivers Of Nihil, gruppo proveniente dalla Pennsylvania e dedito ad un Technical death metal molto personale che in questo 2018 vuole presentarci il nuovo album dal titolo Where Owls Know My Name. Ma cerchiamo di conoscere meglio questi ragazzi partendo un po' dagli inizi della loro quasi decennale carriera. La band nasce nel 2009 per volontà del chitarrista Brody Uttley, del bassista Adam Biggs e dal cantante Jake Dieffenbach (completano la line up il chitarrista Jon Kunz ed il batterista Ron Nelson), attirando quasi immediatamente su di sé l'attenzione di uno dei personaggi più influenti e significativi della scena death mondiale. Stiamo parlando nientemeno che di Erci Rutan, grande artista conosciuto per aver militato nei seminali Morbid Angel prima ed Hate Eternal poi, ma anche grande produttore discografico avendo lavorato per band del calibro di Goatwhore e Cannibal Corpse. Nel 2010, quindi appena un anno dopo la nascita, i Rivers Of Nihil mettono in commercio un ep indipendente dal titolo Hierarchy contenente quattro brani che già facevano vedere e soprattutto sentire del gran potenziale. Ma è con il secondo ep Temporality Unbound (uscito nel 2011) che la band si fa conoscere seriamente, attirando così l'attenzione di Rutan. Sei brani potenti e tecnici che affinavano ulteriormente la loro proposta, rendendola ancora più interessante e personale. Ecco quindi che la Metal Blade decide di mettere sotto contratto la band, la quale nel 2013 immette sul mercato quello che è a tutti gli effetti il loro primo full length, dando così inizio alla loro carriera. I Nostri hanno subito le idee chiare: costruire un concept basato sulle quattro stagioni che andrà a dipanarsi attraverso quattro lavori. The Conscious Seed Of Light è incentrato sulla primavera ed è un lavoro onesto che risulta essere si personale e molto ben suonato, ma che non riesce ad emergere troppo dalle mille proposte dello stesso genere nonostante le grandi aspettative. Arriviamo al 2015, anno in cui i Rivers Of Nihil pubblicano Monarchy, disco incentrato questa volta sulla stagione estiva e che si rivela essere più sofisticato e interessante del suo predecessore. Un ottimo lavoro che vede l'ingresso in formazione del batterista Alan Balamut e del chitarrista Jon Topore che vanno a sostituire rispettivamente Nelson e Kunz che decidono di abbandonare definitivamente. Una cosa salta immediatamente all'occhio osservando i due lavori: nel debut è presente un brano dal titolo Terrestria I: Thaw della durata di un minuto abbondante e quasi totalmente strumentale. L'unica frase presente è "Spring is here may the fires of life dance forever" (La primavera è qui possano i fuochi della vita danzare per sempre) dove appunto viene sin da subito raccontato il valore primaverile il quale da inizio alla vita, al risveglio della natura tutta. In Monarchy troviamo invece Terrestria II: Thrive pezzo completamente strumentale della durata di ben cinque minuti abbondanti. Nessun testo dunque, ma la parola "prosperare" posta come sottotitolo continua il percorso vitale che trova nell'estate il suo massimo splendore. L'evoluzione del loro sound è palese, molto più maturo e massiccio che va a smussare quelle piccole imperfezioni che avevano caratterizzato il primo disco. Monarchy non porta con sé solamente la consapevolezza di avere tra le mani una giovane e promettente realtà, ma porta soprattutto i Nostri ad esibirsi dal vivo seriamente con gruppi del calibro di Obituary, Cryptosy, Darkest Hour, Misery Index e Whitechapel, avendo così la possibilità di farsi conoscere ulteriormente da un pubblico sempre più esigente e alla ricerca di qualcosa di nuovo. Eccoci quindi arrivati a questo 2018, dove continua il discorso stagionale proponendo questa volta l'autunno. Where Owls Know My Name (oltre a vedere l'ennesimo cambio di formazione con l'ingresso alla batteria di Jared Klein al posto del defezionario Alan Balamut), è il disco che a detta della stessa band è quello che hanno sempre voluto comporre. Un disco ancora più maturo che non vuole trattare come l'autunno sia sostanzialmente una stagione "mortale" fatta di invecchiamento naturale e spegnimento di tutte le risorse, ma il concetto stesso di morte deve essere inteso come una nuova possibilità di vita. Registrato presso l'Atrium Audio studios, vede anche la collaborazione per la realizzazione della cover dell'artista Dan Seagrave che ha precedentemente lavorato su artwork di band del calibro di Entombed e Suffocation. Una cover quella di Where Owls Know My Name non particolarmente bella da vedere nel senso stretto della parola ma ricca di significati. Il viso assemblato con foglie e alberi su di uno sfondo desolato e naturalmente morto, simboleggia lo stato del nostro pianeta in questo preciso momento della stagione, dove ogni cosa si lascia andare e si abbandona a se stessa, lasciando un senso di angoscia ed appunto di abbandono. Ora che abbiamo un quadro più completo sull'origine e sulle capacità di questa band, credo sia giunto il momento di andare a scoprire il contenuto di questo nuovo lavoro tramite la nostra consueta e dettagliata analisi. Addentriamoci dunque in queste lande desolate pronte a morire per scoprire cosa i Rivers of Nihil hanno in serbo per noi.

Cancer/Moonspeak

Un leggero tocco di tastiera, una voce udibile in lontananza che ha le sembianze di una sorta di rituale. Un suono leggero, ma al tempo stesso gelido, avvolge il nostro corpo immobile in questo lugubre corridoio. Una leggera brezza accarezza la nostra pelle, mentre il suono cerca di emergere dall'oscurità. Si presenta così la prima traccia "Cancer/Moonspeak ( Cancro/Linguaggio Lunare)", primo brano che fa da introduzione con il suo minuto abbondante di durata. Tutto questo sforzarsi per riuscire a venire fuori però, viene risucchiato inesorabilmente dall'oscurità; una oscurità che si rivela essere niente meno che la nostra paura più profonda. Qualcuno ci osserva, ci scruta. In questo nostro regno veniamo giudicati perché loro sanno cosa sono diventato. Tutto questo è reale, reale come l'immenso spazio vuoto che ci circonda. La voce diventa protagonista per un brevissimo istante risultando bellissima ed appagante, la quale riesce a trasmettere proprio quella sensazione di paura che in così poco tempo la band vuole e deve riuscire a dare. Un ottimo esempio di come aprire un disco in maniera praticamente perfetta, creando quella giusta atmosfera che serve appunto per far immergere l'ascoltatore in una dimensione probabilmente a lui sconosciuta.

The Silent Life

Una chitarra non troppo pompata ed una batteria che funge solamente da perfetta accompagnatrice in una introduzione particolarmente interessante. Le cose si fanno molto più serie quando ad un certo punto la sei corde rimane per un breve istante da sola. Sola come l'estate che ci sta inesorabilmente lasciando, abbandonando per permettere all'autunno di rinascere. Questa volta il drummer subentra a gamba tesa con un doppio pedale velocissimo ed il riff che ne segue è massiccio e violento come non mai, ed anche se troviamo una leggera vena melodica data dalla seconda chitarra, "The Silent Life (Una Vita Silenziosa)" si presenta così, potente ed "ingombrante". Avviene dunque questo passaggio di consegna dove il caro e vecchio autunno inizia a farsi sentire facendoci percepire che la bella stagione ci sta scivolando via tra le mani. Noi continuiamo imperterriti a camminare lungo questo sentiero che abbiamo percorso tantissime volte, con la speranza che qualcosa sia cambiato o possa cambiare. Pia illusione tutto ciò; nulla è mutato durante il trascorrere del tempo, noi ormai siamo vecchi ma non abbiamo mai perso la speranza. Il cantato è ruvido, discretamente particolare ma estremamente efficace. Bellissima e sostanziosa invece è la parte strumentale fino a questo momento grazie ad una sezione ritmica veramente sugli scudi e alle due asce che macinano riff come se niente fosse. Continuiamo nel nostro percorso attraversando una folta foschia, la quale ci fa vedere noi stessi, o meglio, mette a confronto la nostra parte umana con quella spirituale in un gioco di sguardi che fanno intendere che una volta i nostri pensieri erano collegati ed i nostri occhi osservavano all'unisono le stesse medesime cose. Ora però è giunto il momento di salutarci dopo aver vissuto per lo più una vita silenziosa ed anonima. Abbiamo cercato di completarci a vicenda, ma non sempre è stato facile e non sempre ci siamo riusciti. Ecco, ora lo vedo; vedo il mio volto in mezzo a questa nebbia, vedo la mia vita che lentamente se ne va attraverso la propria strada. Quasi dimentico il motivo per cui sono qui e spero che tu te ne ricorda il motivo. Lentamente sto andando in questo luogo che d'ora in poi chiamerò casa. La vita ormai è vissuta, passata, ma c'è speranza nei giorni avvenire e l'unica cosa che sono riuscito a lasciare nel mio passato è un calore che risulterà familiare a chiunque. Se fino a questo punto la song ha viaggiato su coordinate ben precise mostrandoci una buona dose di intensità ed un'ottima tecnica esecutiva, intorno al secondo minuto e quaranta ci troviamo di fronte ad un netto cambio di rotta, dove le due chitarre si cimentano in uno spettacolare duetto solistico e delicato con un basso che fa da perfetto contorno ad una situazione estremamente rilassante e desolante. Quando entra in scena anche la batteria ecco la sorpresa: un assolo di sax ci delizia letteralmente le orecchie con un'ottima incursione che permette ad un assolo, questa volta di chitarra, di trovare terreno fertile nel proporsi così avvincente e delicato. Ad un tratto però, ecco tutta la furia esecutiva della band che riemerge prepotente macinando un caos sonoro arricchito ancora una volta da un sassofono indiavolato. Bellissimo questo espediente, meravigliosa la sensazione creata. Ora però la rabbia inizia ad assalirmi ripensando a quanto tempo ho sprecato e a quanti anni ho perso nella più totale indifferenza. Mi ricongiungo con la mia anima dandole un ultimo freddo abbraccio. Sento la mia mente andare alla deriva, persa per mia colpa tra finzione e realtà. Spero solamente che tu ricorda i seppur pochi momenti insieme, perché ora tutto ciò che ho perso è li con te. E' arrivato il momento dei saluti, gli ultimi e definitivi. Ora vai, scappa, fuggi da me stesso. Ora vedo la tua vera forma vacillare nella nebbia; questo è lo specchio di una vita condotta erroneamente. Il brano rallenta per qualche secondo per poi riprendere con un doppio pedale furioso ed una voce sempre graffiante e precisa, ma sempre con quel tocco di leggera melodia che completa perfettamente un comparto sonoro potentissimo ed ottimamente elaborato. Un ultimo breve assalto finale con qualche sprazzo di blast beat, e va a concludersi una song bellissima ed emozionante. Sicuramente The Silent Life ci mette veramente ben poco per farsi amare e sicuramente si candida prepotentemente come una delle killer track dell'intero disco.

A Home

Una chitarra sporchissima apre la strada ad una batteria terrificante e violentissima. Il comparto ritmico è devastante e destabilizza immediatamente. Un inizio a dir poco violento che sposta gli equilibri mentali con una naturalezza disarmante. Il sound si prende una leggerissima pausa che va ad intermittenza, e quando il cantante sentenzia le prime parole, il suono deflagra in maniera devastante. Devastante come la nostra anima che ricorda il momento esatto in cui siamo morti e ne descrive alcuni particolari. Si guarda intorno un po' spaesata e nota una corona di fiori posata proprio sulla sua bara. Si ricorda molto bene di aver vissuto nascosta dalla carne, dalla pelle umana; la stessa pelle che una volta chiamava casa. "A Home (Una Casa)", un luogo in cui essere al sicuro, un posto dove rifugiarsi e dove potersi nascondere. Non tutto però è stato bello come può sembrare. E' stata anche una casa dove ha regnato la menzogna, la bugia, la falsità. A tratti si è rilassata nel profondo, ma qualcosa la turbava. La band non conosce sosta, il proprio intento è quello di attaccare in continuazione sparando a raffica un riff dietro l'altro, trovando delle soluzioni veramente interessanti e soprattutto vincenti. Il cantato è più sporco e cattivo che in precedenza e Jake da dimostrazione di essere un ottimo frontman trascinando l'intera band in questo vortice assurdo. Il nostro animo ora si ritrova ad essere avvilito vedendo sgretolarsi la propria dimora sotto i propri occhi. Poteva avere tutto ciò che voleva, poteva costruire qualsiasi cosa dal nulla e soprattutto poteva benissimo vivere la propria vita da solo. Tutto sembra ormai perduto, ma una casa in fondo è sempre stata sotto di noi. Da qualche parte nelle profondità la luce non ci raggiungerà, è vero, il cielo e la terra che ci ha generato diventano improvvisamente anche la nostra nuova dimora in tempo di morte. Come accaduto anche con il brano precedente, ad un certo punto A Home muta come fa un serpente con la propria pelle giocando un po' con l'ascoltatore. Il ritmo rallenta vistosamente, così come l'impatto generale subisce un grosso stop. L'arpeggio che ne segue è di rara bellezza che nella sua semplicità funge da incastro perfetto per l'assolo che riesce a completare uno schema musicale di grande effetto. Terminata questa interessantissima parentesi, la band riprende a picchiare durissimo con una grandissima prova da parte dei due chitarristi, bravissimi nel creare un muro sonoro di grandissimo impatto. Una volta esaminata la situazione ed aver ripercorso i vari momenti che la nostra anima ha vissuto insieme al nostro corpo fatto di carne, si rende conto che in realtà quella non la si può chiamare casa, ma solamente un luogo temporaneo in cui riposare in attesa del vero e proprio viaggio verso la vera dimora. Un altro assolo, questa volta decisamente più intenso ed emozionante, non nasconde un doppio pedale da parte di Klein veramente mostruoso e preciso per velocità e potenza. Il pezzo termina, ma rimane la consapevolezza di aver ascoltato un altro brano spettacolare e capace di trasmettere emozioni.

Old Nothing

E' un'introduzione tetra ed oscura quella che attende un assalto sonoro di proporzioni epiche. Condito da una interessantissima ed avvolgente soluzione tastieristica, "Old Nothing (Vecchio Nulla)" è micidiale nel suo incedere; è un assassino che ha come mandante la stagione della morte. E' però una sensazione di rinascita quella che ci attende, dove un barlume di speranza sembra voler venire fuori dall'ombra cercando di farsi vedere. Una bara che si abbassa lentamente e va ad adagiarsi sul freddo terreno per l'eternità, si rivela essere una sorta di liberazione da una vita che in qualche modo ci ha imprigionati ad essa. Improvvisamente tutto si riavvolge, inizia da capo. Una voce intorno a noi ci sussurra delle parole inizialmente incomprensibili che si rivelano con il tempo essere "Rallegrati, loda, rivivi". La morte non è in sostanza l'inizio della fine, ma la fine assume il valore di un nuovo inizio. Tra un doppio pedale furente, blast beat devastanti e riff pesanti come macigni, la band sa come spingere sull'acceleratore senza essere mai banale o fine a se stessa. La violenza propagata è intelligentemente distribuita per distruggere sonoramente ogni cosa, ed i Rivers of Nihil sembrano essere maestri nel fare questo tipo di operazione. Ancora una volta viene chiamata in causa la nostra anima, la quale viene a trovarsi in una dimensione destinata alla tranquillità senza dover essere in qualche modo legata alla nostra carne umana. Finalmente è libera, e guardandosi alle spalle capisce di lasciarsi dietro questo mondo infuocato senza consistenza e senza un sapore ben definito. Ascoltando una tempesta sonora di tale portata, non possiamo non notare ed elogiare un lavoro di sottofondo dato dalle tastiere di notevole atmosfera, che ricrea perfettamente il momento del distaccamento tra la parte spirituale e quella umana di noi stessi. Un breve rallentamento fa in modo che un assolo molto desolante faccia breccia per qualche istante per poi lasciare spazio ad una interpretazione vocale di grande spessore ed una ulteriore atmosfera ancora più accentuata data ancora una volta dalle tastiere manipolate da Uttley. Il buio più totale avvolge il nostro spirito, ed in assenza di luce andiamo a riflettere su quello che una volta era l'equilibrio perfetto tra uomo e anima, dove tutto sembrava così brillante e splendente. Questa entità così fragile per un momento, guarda il corpo che una volta la ospitava e prova a parlargli pregandolo di aiutarla in questa sua nuova crescita, in questo suo nuovo percorso. "Costringimi ad essere forte" in questo delicato momento del trapasso che significa una nuova vita. Un legame che si spezza è sempre doloroso, e se questo legame diventa sempre più saldo durante la propria esistenza allora è veramente dura separarsi. Il corpo è stato fedele alla sua solitudine ed il suo modo per ringraziarlo di aver rispettato inconsciamente la propria permanenza al suo interno è quello di iniziare a vivere da solo la sua nuova vita. Ora se ne va per sempre, ed in lontananza sembra sentire per l'ultima volta la voce umana che lo spinge verso questa nuova avventura. Sul finale, non solo i riff diventano ancora più pesanti, ma tutta la band sembra voler accentuare ancora di più una potenza incredibile senza mai esagerare con la velocità. Il risultato finale è destabilizzante perché andiamo a trovare un brano dal forte impatto, che evidenzia una grandissima tecnica da parte dei singoli senza sacrificare quella vena melodica e triste che andrà ad accompagnarci per tutta la durata della stagione, o del disco se preferite.

Subtle Change (Including the Forest of Transition and Dissdisfaction Dance)

Una leggera voce sofferente e sussurrata ci introduce in un vortice carico di armonia e melodia. Gli arpeggi sono molto intensi e la batteria non è mai invasiva. Il charleston accompagna delicatamente questo inizio brano e qualche leggero colpo di crash e pedale tiene viva l'attenzione senza mai rovinare quella sensazione di rilassatezza che pervade questo inizio. "Subtle Change (Including the Forest of Transition and Dissadisfaction Dance) - Cambiamento Sottile (Include la Foresta di Transizione e Danza di Insoddisfazione) ad un certo punto deflagra con una potenza controllata che da libero sfogo al singer di farci immaginare la nostra anima che lentamente si allontana dolcemente da quel corpo che lo ha ospitato per molto tempo. E' come se vedesse se stesso dall'esterno giacere in una tomba fredda e buia. Il corpo è adagiato in un posto dove nessuno ormai può vedere, e pian piano che si allontana ricorda i momenti vissuti insieme. Alcuni pezzi, alcuni frammenti di vita non coincidono, perdendosi nell'oscurità. Bellissima la parte cantata in pulito, la quale sembra fermare il tempo per un istante. Splendide le vocals, magnifiche nel loro essere così sofferte e delicate. La band riprende con molta calma a spargere riff con un mid tempo efficace che trova la massima espressione quando viene proposta una brevissima parte tastieristica di buon effetto che lascia successivamente il posto a tutta la furia distruttiva di un gruppo che quando vuole non sa fare sconti a nessuno. La morte è già arrivata sopra di noi, marcisce dall'interno e ci fa percepire quel sottile cambiamento che sta avvenendo. La linea che separa la vita dalla morte è più sottile di quanto si possa pensare, e nonostante un piccolo momento di fastidioso dolore, una volta concluso e portato a termine l'obbiettivo di farci perire, vediamo attraverso la nostra anima alcune cose con occhi diversi. Ad un certo punto accade che i Rivers of Nihil concludono una prima porzione di brano per poi devastare completamente ogni cosa con una furia incontrollata che rischia di sfociare nel caos più totale, ma che grazie alle abilità tecniche e ad un grandissima preparazione individuale, il tutto risulta essere perfettamente bilanciato in ogni particolare. Altro cambio di rotta ed il sound si arresta repentinamente per permettere al sassofono di cimentarsi in un qualcosa di estremamente grandioso. Non sto scherzando, questa parte musicale è dannatamente affascinante e coinvolgente; uno di quei momenti che vorresti ascoltare e riascoltare più e più volte per potenre assaporare ogni singolo istante. L'assolo di sax è un qualcosa di grandioso, non ci sono storie. Anche le tastiere fanno la loro comparsa ed una doppia cassa furente permette all'assolo, questa volta di chitarra, di diventare protagonista fornendo una prestazione assolutamente di grande valore. Chiusi in questa cassa di legno, si percepisce la stagnazione dell'aria, la quale diventa sempre più pesante e soffocante. Anche questo maledetto legno è privo di luce e non fa passare nemmeno un piccolo spiraglio. Allora iniziamo a vagare in questo bosco malvagio dove altre entità provano a cambiarci facendoci passare dall'essere stati degli uomini schifosi ad anime fetide. Sentiamo quindi finalmente una voce che, seppur fredda e statica, ci rassicura per un momento facendoci attraversare questa foresta di transizione, scivolando indietro nel nulla. Questo viaggio si sta per compiere, ed anche se in fondo non ricordiamo il perché siamo venuti fin qui, ci lasciamo guidare in attesa di rinascere e rifiorire. Il pezzo si conclude con un ultimo arpeggio ed una grande atmosfera malinconica che ci accompagna in questo viaggio, ci fa assaporare l'odore delle foglie decadenti della foresta, ci fa sentire tutta l'umidità che scivola su di noi come è scivolata via la nostra vita. Una song questa dai mille volti, e devo dire che nonostante la sua durata (parliamo di più di otto minuti) non solo è stata capace di essere coinvolgente fino alla fine, ma riesce a prenderci per mano guidandoci in un incubo iniziale che si spera, finisca con una rivincita. Complimenti alla band per aver sfornato un episodio di grandissimo spessore tecnico e soprattutto intelligentissima ad incastrare alla perfezione elementi di "contorno" che hanno arricchito ancora di più un gioiello tutto da ascoltare.

Terrestria III: Whiter

Come nei precedenti lavori, non poteva mancare anche in questo Where Owls Know My Name il brano "Terrestria III: Whiter. L'inizio è piuttosto spiazzante; un sound martellante ma non esasperato dai toni industrial che si fanno accompagnare da pizzichi di chitarra e da un leggero ma alquanto inquietante strumento a fiato. Le tastiere non fanno altro che rende il tutto ancora più lugubre, e la sensazione provata è quella di totale abbandono. Ad un tratto il suono esplode in maniera anche violenta se vogliamo ma senza essere veloce o schiacciasassi. E' tutto dannatamente calmo e sinistro che incute paura. Le distorsioni sono esagerate, la batteria con il suo mid tempo ha il sapore di sentenza. Una lenta marcia verso l'inferno che non sembra avere una fine. Una sola frase nei suoi quasi quattro minuti: "E con la caduta, la fragilità". Il cadere e sapersi rialzare è un atto coraggioso che denota forza di volontà; ma quando si cade anche rovinosamente, veniamo colpiti emotivamente e psicologicamente ed è proprio in quei momenti che emerge tutta la nostra fragilità. Non sono situazioni facili, non sono momenti belli è vero, ma in fondo siamo umani con delle emozioni. Sta a noi decidere di rialzarci e continuare a credere in una nuova vita o arrenderci ponendo fine a tutto ciò in cui crediamo. Diciamo che questo potrebbe benissimo essere un diversivo (anche piuttosto ben riuscito) di spezzare il disco in due per smorzare un po' la tensione generata fin qui, ma la bravura della band sta nel fatto che anche in questo caso non si perde minimamente la percezione di essere in bilico tra la vita e la morte.

Hollow

Un suono crescente ed un leggerissimo ed evocativo arpeggio, ci introducono in quella che è "Hollow (Vuoto)", settima traccia presente in questo disco. Dopo questa bellissima introduzione, il sound prende a pugni in faccia l'ascoltatore con una veemenza incredibile grazie ad un cantato immediato e devastante e ad una sezione ritmica del duo Klein/Biggs veramente pesantissima. Il riff di chitarra si fa subito infuocato e va a tracciare una strada pericolosa e piena di insidie che la nostra mente è intenta a percorrere. I ricordi affiorano lentamente e le immagini di una vita vissuta si palesano davanti a noi con una nitidezza impressionante. Ricordiamo i mille volti che abbiamo incontrato nella nostra esistenza e riusciamo a riconoscerli nonostante li avessimo dimenticati da tempo. Sono volti di persone piene di segreti, segreti che ormai abbiamo imparato a conoscere e che terremo con noi per sempre. Una sensazione di disperazione ci avvolge totalmente facendoci provare un vuoto interiore che mai verrà colmato. La nostra è una sorta di fuga verso quello che un tempo era il motivo del nostro essere, del nostro vivere. Tutto ciò per cui abbiamo lavorato fino a questo momento è stato vano, così come inutile è stato ogni tentativo di rendere la nostra vita un po' migliore. Di fronte a giorni che sembrano non finire mai continuiamo a scappare in cerca di un qualcosa o di un qualcuno che ci possa perdonare. "Come posso fare ammenda?" come possiamo rimediare ai nostri sbagli? Incontriamo qualcuno nel nostro viaggio che ci consiglia di morire per poi ricominciare tutto d'accapo. "Schiaccia la pietra nella tua mano fino a farla insanguinare" e tutto il dolore provato fino a questo momento non sembrerà reale. Non lo è mai stato. Una sorta di rituale che permette di annullare la precedente vita per mettere a quella nuova di farsi a vanti. Avere la possibilità di imparare dai propri errori ed avere così dunque una seconda possibilità, fa si che questo momento di tristezza e dolore possa trasformarsi in un attimo di speranza. La band in questo istante si cimenta in una prova interessante data da un riff molto pesante arricchito da un leggero assolo che da il via ad una seconda parte caratterizzata dall'ottima performance da parte del drummer Jared, il quale è perfetto e dannatamente accattivante con una doppia cassa da brividi. Altro assolo, questa volta molto più concreto ed interessante, ed il suono si fa ancora più pesante e potente senza però sacrificare minimamente quella componente melodica che è resa perfettamente per dare quel tocco in più ad un brano decisamente "acceso". Con questa convinzione di poter ricominciare una nuova vita, abbiamo ora la consapevolezza di affrontare con decisione i giorni senza fine che ci attenderanno, raccogliendo le nostre ossa stanche e la nostra pelle fragile rendendo il tutto nuovo ed emozionante. Una promessa ci viene fatta una volta che giungeremo alla fine di questa strada: torneremo indietro , lasceremo questo posto come fossimo un fantasma e torneremo da chi ha sempre creduto in noi; ancora più forti e determinati. Affronteremo questi giorni senza fine, ma questa volta lo faremo in maniera totalmente diversa e con uno spirito totalmente rinnovato. La band spinge tantissimo, il singer risulta ancora più ruvido che in precedenza la song volge al termine lentamente non prima di averci fatto assaporare un leggero coro ed una atmosfera bellissima che si infrange contro un muro sonoro assolutamente imponente e devastante. Ottimo anche questo episodio, forse meno elaborato rispetto ai suoi precedenti ma sempre e comunque di grande fascino. Il drummer fa la parte del leone costruendo mattone per mattone un muro di solido cemento armato indistruttibile e pericoloso.

Death Is Real

L'inizio di "Death is Real (La Morte è Reale)" è a dir poco avvolta da tinte horror. Potrebbe essere la perfetta colonna sonora di un film di questo genere dato che la chitarra e i rintocchi di ride non fanno presagire niente di buono all'orizzonte. Un'introduzione particolare che però lascia spazio quasi nell'immediato ad un assalto sonoro mai sentito prima nelle tracce precedenti. Un percuotimento assurdo che distrugge la mente. E' come se un'esplosione atomica si manifestasse nel nostro cervello facendolo a brandelli. Mille pezzi come è il nostro pensiero in questo preciso istante, dove lo sconforto e la depressione prendono totalmente possesso di noi. Ci guardiamo allo specchio e quello che vediamo è una faccia che indossa la maschera del decadimento senza un corpo vero e proprio da poterlo chiamare tale. E' difficile affrontare questa situazione, la fede viene meno anzi, pensiamo che se ne sia andata ormai da molto tempo. Ci guardiamo intorno, niente di ciò che vediamo è vero; non c'è più nulla di reale e non è nemmeno rimasto niente di sensato. C'è solo bruttezza intorno, violenza, cattiveria e nessuna speranza. Solamente la morte ora può trovarci per portarci in salvo. I Rivers of Nihil provano a rallentare un po' la loro proposta e se da una parte ci riescono anche con grande bravura, dall'altra non credete che l'intensità generata venga meno. Anzi, rallentando forse più del dovuto si ha la percezione di trovarsi proprio faccia a faccia con il mietitore in attesa che faccia la propria mossa. La voce è estremamente mortale, ma ad un certo punto assistiamo ad un cambio di ritmo che però enfatizza ancor di più un'atmosfera infernale che si stava venendo a creare. Il lavoro chitarristico è esemplare, ma è quando la band riprende a fare sul serio che il riff uccide. L'assolo seguente crea l'immagine infernale che ci attende mentre la batteria è il fuoco che alimenta l'inferno. Sembrerebbe tutto perso alla fine, ma nonostante in tutta la vita è presente l'inganno, da qualche parte la verità si nasconde per essere trovata. E' situata in un luogo, in una casa dove la fede ci ha deluso e probabilmente continuerà a farlo in attesa di essere scovata. Ed è proprio qui che inizia il nostro cammino, cercando di andare oltre a questa disperazione perché dobbiamo accettare che la morte è reale. La vita vissuta, quella probabilmente non lo era. Mille dubbi ci assalgono e facciamo fatica a comprendere cosa sia vero e cosa solamente un'illusione. Pensieri questi che possono far male anche all'anima, ma che necessitano di una risposta. Questa risposta sta a noi trovarla. Noi dobbiamo cercare questo luogo dove dimora la verità. Non sarà certo facile, e non è nemmeno detto che lo troveremo. Se così non fosse allora continueremo a vagare nell'oscurità e probabilmente la morte è si l'unica soluzione. Se invece saremo bravi e tenaci nel trovarlo, allora forse la nostra permanenza su questo mondo avrà finalmente un senso. Con un lavoro discreto di doppio pedale, ascoltiamo con piacere ad un solo di basso che si arresta improvvisamente per lasciare spazio ad una melodia desolante dettata dalle tastiere di concludere un altro (l'ennesimo) brano di grande valore e fascino.

Where Owls Know My Name

Una batteria registrata in low-fi ci da il benvenuto in quella che è la title track di questo disco, ovvero "Where Owls Know My Name (Dove i Giufi Conoscono il mio Nome)". Una brevissima introduzione un po' atipica che sfocia con un ovvio aumento di volume grazie ad un arpeggio molto bello ed una voce pulita intensa e penetrante. Il ritmo blando di questi primi minuti è si rilassante e molto ben godibile, ma è anche altrettanto disturbante e minaccioso. Andiamo a pensare con cognizione di causa, non più impersonando la nostra anima, ma bensì quella parte fatta di ossa e carne che ha vissuto un'esistenza non priva di dolore. Ha perso tutti i bei ricordi raccolti fino ad ora, e a malincuore ora si trova costretto ad allontanare la propria anima per poterla in qualche modo salvare da una morte certa che inesorabilmente sta venendo a prenderlo. Si abbandona in un luogo tetro, dove solamente i gufi conoscono il suo nome. Un animale che ha simboleggiato, e simboleggia tutt'ora in alcune culture, la sventura ed il cattivo presagio. Il suo corpo diventa sempre più freddo, ed ogni istante che passa si rende conto che ormai per lui è la fine. E' giunto il momento di rilassare i propri occhi e lasciarsi cadere in un sogno che non avrà mai più fine. Una voce sussurrata fa decollare il brano facendoci ritrovare quel growl che ci aveva accompagnato fino ad ora durante tutto il percorso di questo lavoro. Se ci si attendeva però un cambio repentino di velocità rimarrà deluso, perché la band continua a viaggiare su coordinate ben precise che non forzano in nessun modo la natura di una song nata non per colpire duro, ma bensì per far riflettere ed abbracciare tra le proprie spire ogni suo ascoltatore. Una leggera pesantezza comunque la si può trovare, ma il tutto viene reso dolce e freddo come la morte con soluzione chitarristiche di grande effetto, ma soprattutto grazie ancora una volta ad un solo di sax da pelle d'oca. Magnifico, rilassante, che fa sognare. Ormai è perso nell'eternità, ha intrapreso questo viaggio e non potrà più fare marcia indietro in alcun modo. Sta ancora sognando probabilmente, non riesce a distinguere la realtà dalla finzione, ma nonostante tutto è in continua ricerca di quel qualcosa che valga la pena cercare. Spera di trovare un modo per rendere questa vita degna di essere vissuta e degna di essere chiamata tale. Anche in questo caso, la colonna sonora è meravigliosa, perfetta e sublime nel suo trasmettere sensazioni uniche. Altra piccola perla dettata dal sassofono che risulta essere malinconico ma tremendamente affascinante ed avvolgente. Un breve momento di quasi silenzio ci attende prima di ascoltare nuovamente una certa veemenza nel proporsi con un ottimo (come al solito) drumming ed altrettanto accompagnamento distorto. Poi tutto torna tranquillo con un basso assolutamente protagonista che ci regala un ottimo assolo scandito dal compagno ritmico e da bellissime tastiere che infondono quasi nostalgia. Che sia un sogno, oppure il vero viaggio verso l'ignoto, il cammino è lunghissimo e pericoloso. Ma questo in fondo è quello che si merita, perché durante la propria vita è stato proprio lui a costruire le basi di questa sua realtà, ed ora è costretto a portare con sé tutta la vergogna accumulata. Un ultimo fraseggio arpeggiato, e si conclude così il pezzo più emozionante ed emotivo dell'intero disco. Per assaporarlo al meglio bisognerebbe chiudere gli occhi per sei minuti e quarantadue e lasciarsi accompagnare mano nella mano dalla band attraverso questo fitto bosco dove tutto è decadente e desolato. Qui diciamo che la speranza per vivere una nuova realtà viene decisamente meno, ma è talmente resa bene l'idea di essere nel nulla ed abbandonati a noi stessi, che ogni volta che si ascolta la title track ci si trova sempre nel medesimo posto sperando che prima o poi questa lunga strada abbia una fine.

Capricorn/Agoratopia

Ed ecco che ci accingiamo ad ascoltare l'ultimo brano di questo bellisimo lavoro, ovvero "Capricorn/Agoratopia", in cui possiamo ascoltare anche questa volta un desolante arpeggio che ci introduce in quello che è l'ultimo atto vissuto nella stagione autunnale. La voce è sofferta, pulita e malinconica, dove ormai abbiamo raggiunto il nostro regno, il nostro rifugio. In una stanza completamente vuota possiamo finalmente parlare tra di noi. Un ultimo respiro esalato in questa terra, uno spazio vuoto dove le voci lontane cadono cantano dolcemente la nostra morte. Il viso è pallido, freddo, ed il pianto di quelle persone che sono state vicino a noi fino all'ultimo momento si fa sempre più lontano e flebile. E' così lontano che ormai viene ignorato completamente. E' la morte dell'uomo, è la morte dell'autunno che lascia il posto al freddo inverno. Le mani di quest'ultimo si allungano verso l'ultimo giorno a sua disposizione per raccogliere l'ultimo raggio di sole disponibile prima di soccombere ancora una volta, in attesa di risorgere e ri-iniziare questo ciclo. Così come l'essere umano si aggrappa all'ultimo respiro per vivere gli ultimi istanti prima di soccombere. Le vocals sono filtrate in maniera intelligente, mentre il sound non è particolarmente elaborato ma fa comunque la propria scena. Diciamo questa parte non è particolarmente esaltante, ma come un colpo di frusta violento, il tutto esplode con una veemenza impressionante, e seppur non spingendo mai troppo il suono generato ha un forte impatto sull'ascoltatore. Con una doppia cassa a martello ci viene proposto l'assolo che risulta essere ben fatto senza spiccare come accaduto in precedenza. Ora la band picchia veramente duro, e tra uno stop e l'altro si viene letteralmente travolti da una potenza impressionante. Ormai non disponiamo più di una volontà propria e nonostante il camminare per secoli in cerca di speranza, quello che rimane è solamente un'immagine sbiadita di noi stessi. Abbiamo desiderato ardentemente di vedere ciò che veramente possiede la luce, quale potesse essere la sua forza cercando di assorbirne l'energia con la speranza un giorno di tornare a vivere. Ed invece probabilmente siamo arrivati tardi, perché l'inverno inizia già a diffondere la sua putrefazione oscurando il mondo ed avvolgendolo nelle tenebre. Eccolo che manifesta dinanzi a noi respirando quell'aria che non si è guadagnato ma ha sottratto con violenza togliendoci anche la possibilità di un ultimo respiro. Inesorabile come l'inverno, i Rivers of Nihil ci abbandonando improvvisamente con un leggero suono che ha il sapore della morte. Immaginate di fluttuare inermi sospesi nel vuoto ed avrete chiara l'immagine di ciò che la band vuole farci provare. Gli strumenti tornano per un attimo a farsi sentire rimarcando che quando il sole non sorge, la speranza della luce svanisce. Un ultimo atto che ci fa chiudere gli occhi per poi non aprirli mai più. La morte vedrà finalmente il nostro viso e ci porterà a visitare la nuova dimora. Diciamo che questo ultimo brano è interessante dal punto di vista lirico e va a raccontare il passaggio di testimone tra le due stagioni più cupe dell'anno. Il Capricorno citato nel titolo ne è la prova, dato che il sole entra in esso in concomitanza con il solstizio d'inverno. Dal punto di vista prettamente musicale ho trovato questo ultimo episodio quello meno riuscito se paragonato ai suoi nove precedenti, ma è anche vero che è di una qualità sicuramente particolare.

Conclusioni

Giungiamo così finalmente alla fine di questo fitto bosco che per quasi un'ora ci ha mostrato il suo lato più oscuro e desertico. Bisogna subito fare un paragone con i due dischi precedenti, ovvero The Concious Seed of Light e Monarchy. Due ottimi lavori come accennato in fase di introduzione che sicuramente ci presentavano una band sicuramente particolare ed originale che ha subito saputo farsi notare. Ma questo Where Owls Know My Name ha quel qualcosa in più che lo fa diventare il miglior disco fino ad ora partorito dalla band americana. Una maturazione raggiunta in quasi dieci anni di attività che ha dell'incredibile. La consapevolezza dei propri mezzi e la voglia di osare e sperimentare non ha spaventato minimamente i nostri ragazzi ed hanno avuto il coraggio di mettere in musica delle idee che alla fine si sono rivelate più che vincenti. La perizia tecnica dei vari elementi è eccezionale, dai due chitarristi capaci di farci emozionare con assoli di grande qualità, con arpeggi sognanti e con riff anche devastanti, alla sezione ritmica terremotante con una batteria ed un basso impressionanti per precisione, fino ad arrivare ad un cantato estremamente efficace in grado di sconvolgere e trasportarci in dimensioni a noi fino ad ora sconosciute. Stiamo parlando in sostanza di un lavoro fatto con passione, con cuore e con anima e questo fatto non è da sottovalutare minimamente. Poche volte ho avuto il piacere di ascoltare delle nuove realtà che mettessero così tanto impegno nel fare un qualcosa da proporre in un mercato che ormai è diventato una vera giungla fatta per lo più di prodotti mediocri che non hanno un'anima vera e propria. C'è da fare solamente i complimenti a questi signori per aver messo in musica tanto impegno e tanta volontà. Le dieci tracce che vanno a comporre questo nuovo lavoro sono una più bella dell'altra ed hanno il pregio di invogliare all'ascolto per assaporarne l'essenza e cercare di scoprire una nuova sfumatura ad ogni loro passaggio. Bravissimi a pestare duro quando serve, ma ancor più difficile secondo me è quello di riuscire a mantenere quella sensazione di disagio anche con passaggi più melodici. Il voler inserire anche parti si sassofono è stata una mossa geniale perché ha dato un quid in più per farci capire ogni singolo istante di ogni lirica e di ogni partitura musicale. La produzione si assesta su livelli eccellenti, gli strumenti vivono di vita propria e non è mai presente quella sensazione di caos, se non voluto, data da accelerazioni devastanti e potentissime. Diciamo tranquillamente che la Metal Blade ha avuto il merito di scovare una splendida realtà che merita di essere apprezzata, scoperta ed approfondita da chi cerca una emozione nell'ascoltare la musica nella sua più pura forma d'arte. Non siamo di fronte al disco perfetto chiariamolo subito, ma i nostri ragazzi si sono avvicinati tantissimo nel produrre un piccolo capolavoro. I brani hanno una durata standard, salvo un paio di episodi piuttosto lunghi che però hanno il pregio di non annoiare mai, anzi, a volte si vorrebbe non finissero mai. Sicuramente come detto è il loro miglior lavoro fino a questo memento, ed il mio consiglio è quello di ascoltare i precedenti ed ottimi album per poi addentrarsi in questo ultimo in attesa che l'inverno faccia la sua comparsa, andando a concludere così un concept bellissimo che rimarrà nella mente per molto tempo. Che dire ancora di Where Owls Know My Name dunque se non di non lasciarselo sfuggire per nessuna ragione e dando il giusto riconoscimento ad una band capace di inserire in un generico dischetto un'opera di grande impatto. Dategli una chance perché se la meritano alla grande. Promossi a pieni voti.

1) Cancer/Moonspeak
2) The Silent Life
3) A Home
4) Old Nothing
5) Subtle Change (Including the Forest of Transition and Dissdisfaction Dance)
6) Terrestria III: Whiter
7) Hollow
8) Death Is Real
9) Where Owls Know My Name
10) Capricorn/Agoratopia