RHAPSODY

Triumph or Agony

2006 - Magic Circle Music

A CURA DI
CRISTIANO MORGIA
07/05/2018
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione recensione

La Saga del Segreto Oscuro continua, così come continua, di pari passo, la carriera dei Rhapsody. Più di qualche anno separa la fine della Emerald Sword Saga da quest'uscita intitolata "Triumph Or Agony", un periodo di tempo in cui i Nostri hanno avuto il tempo di dar vita ad un vero e proprio sequel a quella celeberrima saga con il capolavoro "Symphony Of Enchanted Lands, Part II - The Dark Secret" (2004), di far uscire anche un live album (2005) e, inoltre, di cambiare il nome da Rhapsody a Rhapsody of Fire. Cosa, quest'ultima, che fa ancora storcere il naso e ridere qualcuno, ma va detto che il cambiamento è stato forzato e dovuto a problemi di copyright con una band rap americana, venuta a conoscenza di Turilli e co. proprio grazie al tour nordamericano di cui è possibile apprezzare una tappa proprio nel live del 2005. Turilli stesso non si è mai lamentato troppo del cambiamento di nome, anzi, insieme a Staropoli, afferma che il connubio tra rapsodia e fuoco esprima meglio l'essenza della band. Insomma, da fare ce n'è stato, la fine della prima saga non ha significato per niente un adagiarsi sugli allori. Il lavoro qui presente quindi è, naturalmente, il seguito dell'album precedente, almeno tematicamente, visto che musicalmente troveremo più di qualche differenza, anche se il tutto non si discosta poi moltissimo dallo stile generale e consolidato della band. Il loro tipico Symphonic Power Metal è ancora tutto qui, tra sinfonie magniloquenti, narrazioni e assoli dal retrogusto Neoclassical, ma viene ridimensionato di molto il lato veloce e arrembante della proposta, in favore di un largo utilizzo del mid-tempo. Che sia un influsso di Joey DeMaio dall'alto della sua Magic Circle Music? Oppure una scelta, per così dire, narrativa? Probabilmente non lo sapremo mai! Personalmente non credo che l'influsso del Re del Metal sia così improbabile, ma credo anche che dietro ci sia una scelta stilistica da parte di Staropoli e Turilli, forse per evidenziare il lato narrativo e più discorsivo dell'album, considerando poi che ci sono alcune canzoni in cui è Iras Algor, cioè un personaggio interno alla saga, a raccontare storie. Ci saranno riusciti? Lo scopriremo mano a mano. Certo è che il lato cinematografico e da colonna sonora è ancora bello vivo e presente, aiutato da una produzione buonissima che rende i suoni particolarmente limpidi e puliti, il che è ottimo per un genere come questo, dove le stratificazioni sonore devono per forza sentirsi bene, oppure si rischia di avere soltanto un miscuglio caotico e senza forma. Pure stavolta abbiamo un ensemble orchestrale con tanto di cori, e anche stavolta possiamo contare sull'aiuto di Cristopher Lee, il quale è ormai diventato parte integrante del progetto. C'è però anche un'altra sorpresa: sono presenti anche voci di altri attori nei panni degli altri personaggi della saga, tanto per sottolineare che la voglia di creare una colonna sonora è ancora fortissima. Tra gli attori spicca Susannah York, famosa per aver interpretato il ruolo della madre kriptoniana di Superman negli omonimi film risalenti a parecchi anni fa. Dietro alla consolle, poi, c'è sempre il fedele Sascha Paeth, compagno di viaggio della band ormai da anni e perfetto quindi per questo ruolo. Per quanto riguarda invece la saga: l'album precedente, come già detto, ha iniziato la cosiddetta "Dark Secret Saga" e ci ha presentato una serie di nuovi personaggi pronti, tanto per cambiare, a combattere il Male, che stavolta ha come alfiere il malvagio Nekron. In realtà costui è morto, ma le forze dell'Ordine Nero vogliono riportarlo in vita seguendo le istruzioni che egli stesso ha lasciato prima di morire. I nostri eroi, riuniti nell'Ordine Del Drago Bianco, ovviamente dovranno evitare tutto questo trovando per primi il libro che permette la resurrezione. Per una descrizione più dettagliata del primo capitolo vi rimando proprio alla recensione di "Symphony II", dove tutto è spiegato molto meglio e seguendo le tracce dell'album, il quale termina con un tramonto sulle Montagne Grigie, con i protagonisti non molto lontani dalle caverne di Dar-Kunor, dove si trova proprio il famoso libro. Un finale che faceva ben sperare, visto che Dargor e gli altri sono arrivati quasi a destinazione senza troppi problemi. Come si evolverà invece questo nuovo capitolo? Scopriamolo in questo track-by-track che ci porta nuovamente nelle Terre Incantate.

Dar-Kunor

Come sempre, a dare il via al nuovo capitolo della saga ci pensa un lungo intro: "Dar-Kunor". Come avranno notato i più attenti ed esperti, il titolo ci trasporta direttamente nel luogo in cui si era concluso il capitolo precedente, che si era chiuso sotto note sacrali, oscure e minacciose. Ora invece è una leggiadra ed eterea voce femminile, dal retrogusto elfico, affiancata da sognanti e distesi archi ad aprire le danze e la prima parte di questa mini-suite intitolata non a caso "Echoes From the Elvish Woods". Agli archi poi si aggiunge anche la voce della soprano, la quale non fa che confermare quell'aria rilassata da mattina primaverile che permea questo primo minuto e più. All'improvviso però, quasi dal nulla, gli archi si fanno più nervosi e veloci, e come se non bastasse troviamo anche i soliti cori sacri a dare una certa gravità al tutto. È l'inizio della seconda parte, la quale porta un titolo abbastanza esplicito ("Fear Of The Dungeons") che ricorda a noi ed ai protagonisti della saga che non bisogna adagiarsi troppo, poiché le grotte attendono? I toni si fanno sempre più solenni e magniloquenti, e, in più, vengono anche amplificati dalla presenza della batteria e dei riff cadenzati, che sembrano voler sottolineare la sensazione di pericolo. È giunto però il momento di abbandonare i giacigli tra le montagne, svegliarsi per bene ed entrare nuovamente nel vivo dell'avventura. I più attenti, anche qui, avranno di certo notato la mancanza di una narrazione, cosa che era diventata abbastanza tipica.

Triumph or Agony

La partenza vera e propria è però affidata alla title-track (Trionfo O Agonia), che si apre al suono di sinfonie imponenti e seriose a cui seguono delle ritmiche medio-veloci inusuali per un'opener della band. Anche quando Fabio sovrasta il tutto con la sua voce pulita e limpida le ritmiche tendono al cadenzato e restano impreziosite dalle solite partiture tastieristiche che non fanno che rendere più facile il nostro ingresso nelle Terre Incantate. All'improvviso però la batteria di Holzwarth si lascia andare alle grandi velocità tipiche del Power e tipiche di un'opener targata Rhapsody; è un momento molto eccitante arricchito da linee vocali accattivanti che restano subito impresse e che possono contare sul solito tiro battagliero ed epicheggiante. La cavalcata però ha presto fine e lascia spazio ad un rallentamento più corposo e quasi operistico in cui la voce di Fabio si staglia ancora una volta al di sopra di tutto per fare da trampolino al ritornello, il quale in realtà non arriva. Al suo posto ritroviamo una strofa simile alla prima che ci riporta ancora di più nel vivo della saga: "Broken emotions wet from the shy rain/ lords of the lost time dream of great revenge/ no chance for mind's rest, fear in the dawn's breath/ what they will soon find can be just their death". I nostri eroi si ritrovano a dover compiere una missione pericolosissima che, se fallita, potrebbe riportare in vita il Male stesso. Bisogna aver coraggio però, ed ecco che ritorna l'eccitante accelerazione di prima seguita dal momento più lento in cui spicca Fabio. Momento che stavolta fa davvero da trampolino di lancio al ritornello, il quale possiede tutte le caratteristiche della traccia: è arioso ed enfatico, quasi tragico, soprattutto nella prima breve parte, mentre nella seconda è leggermente più positivo, anche se non che sottolineare che i rischi che si stanno correndo sono altissimi. Dei bellissimi cori sacri in latino, affiancati ovviamente da tastiere e da quello che sembra un clavicembalo, spezzano in due la canzone e le danno una certa aria bombastica che non guasta mai. L'assolo di Turilli è brevissimo e quasi non si nota, serve infatti solo per fare da collante tra la sezione corale e le ultime ripetizioni del ritornello, le quali ci fanno capire ancora una volta che Iras Algor e la sua compagnia non hanno molte scelte: "It's our destiny/ triumph or agony/ ancients' glory endless pain/ deep into the dungeons of hell". Trionfo o agonia, non ci sono molte altre opzioni tra cui scegliere. Già da questa prima traccia possiamo notare come l'atmosfera sia leggermente meno positiva e come il sound sia meno "saltellante" e gioioso del solito, caratteristiche che troveremo più o meno durante tutto l'album.

Heart of the Darklands

L'inizio di "Heart Of The Darklands" (Il Cuore Delle Terre Oscure) è invece decisamente positivo e frizzante, grazie soprattutto ad un riff introduttivo dal sapore Neoclassical che lascia presagire velocità più sostenute e, giustappunto, alle ritmiche più veloci in cui anche gli archi si adeguano all'atmosfera generale. Fabio Lione (molto probabilmente nelle vesti di Iras Algor) però non narra una storia molto felice, bensì, inaspettatamente, delle vicende avvenute moltissimo tempo fa relative a Nekron ed alla sua antica ascesa: "In the dragons' year 9000/ after the sixth won war/ Nekron conquered the darklands/ so began his new reign/ His new bloody reign". La seconda strofa ripropone lo schema della prima e ci descrive la spaventosa città costruita dal signore oscuro, una città innalzata per spaventare tutte le razze esistenti. Il ritornello arriva proprio in questo momento e porta con sé un cambiamento non indifferente, in quanto risulta molto più arioso e disteso del solito, con delle linee vocali molto melodiche e rilassate adatte per il timbro di Lione, il quale riesce ad abbellire un ritornello che non è proprio tra i più memorabili dell'album, piacevole, certo, ma non indimenticabile. La chitarra Neoclassical di Turilli ci riporta ad una nuova strofa che ripropone in tutto e per tutto, anche le liriche, la primissima, che abbiamo già visto. Stavolta però, invece di trovare una seconda strofa a seguire, ritroviamo il refrain. Iras Algor, quindi, racconta ai suoi compagni d'avventura quanto è avvenuto moltissimo tempo addietro, in modo da fargli conoscere meglio il nemico e ciò di cui è capace. Poco dopo questo momento e poco dopo la metà della traccia, i tempi rallentano e la batteria di Holzwarth si rende protagonista con ritmiche più lievemente più varie su cui si adagiano gli archi e la chitarra di Luca Turilli, protagonista ancora una volta di un assolo piuttosto breve. Dopodiché, seguendo uno schema classico, la band ripete per più di una volta l'arioso ritornello, fino a che dei cori sacri fanno la loro fugace comparsa per chiudere il tutto. Ormai però abbiamo capito tutto, il saggio Iras Algor ce l'ha ripetuto più volte, Nekron fu in grado di creare un luogo (Hargor, citato anche nell'album precedente) terribile ed arido che nessuno vuole più rivedere nelle Terre Incantate: "No trace of human life/ there in the darklands/ Hargor became soon the heart/ heart of the darklands/ dark grey lands".

Old Age of Wonders

"Old Age Of Wonders" (Antica Età Di Meraviglie) è invece la classica ballata medievaleggiante a cui i Rhapsody Of Fire ci hanno abituato da tempo. Il clavicembalo ed il flauto sono sempre lì a fare il loro piacevole lavoro, che non è danzereccio come ci si potrebbe attendere, ma rilassato ed atmosferico. La voce di Fabio si adatta benissimo a quest'atmosfera grazie ad un timbro basso e delicato che tende al sussurro, quasi come qualcuno che racconta una storia a bassa voce. Non è un caso in effetti, visto che il cantante veste ancora una volta i panni del saggio Iras Algor, il quale allieta i suoi compagni appena svegli proprio con un racconto riguardo le terre dove si trovano: "Many legends told by the jesters/ were inspired by the facts/ of a time now forever gone/ when our friends the elves lived in these lands". Il ritornello invece è lievemente più gioioso ed è impreziosito anche da una voce femminile, ma, nonostante l'andamento danzante dato dalle melodie circolari, la voce di Fabio resta sempre molto delicata, per lo meno nella prima parte; nella seconda parte, infatti, la sua voce si fa più piena e vibrante. Iras Algor poi continua il suo racconto riguardo i tempi andati per far capire meglio agli altri eroi perché le Terre Oscure sono diventate ciò che sono. Come spiegato nella traccia precedente, la colpa è sempre di Nekron, il quale, dopo aver vinto un'importante guerra si stabilì proprio qui, rovinando ed infettando ogni cosa: "Nekron found a new reign to rule/ so woods and flowers decided to die/ rivers and falls became suddenly dry/ from that time the cold darkness reigned/ the Darklands became what they are today". Dopodiché, delle leggeri percussioni danno il via al piacevole ritornello, dove possiamo apprezzare meglio anche l'apporto di altre voci in sottofondo e anche di un violino distante come le ere antiche ma presente come la minaccia di un nuovo Male incombente. Il refrain si ripete per qualche volta fino al finale e, grazie alla sua delicata gaiezza, ci riporta indietro ai tempi in cui questi erano luoghi di meraviglia e bellezza, in cui gli Elfi regnavano in pace e circondati da una luce eterea.

The Myth of the Holy Sword

L'inizio alla "Battle Hymn" che ci apprestiamo a sentire è quello di "The Myth Of The Holy Sword" (Il Mito Della Spada Di Smeraldo), un pezzo con un titolo che parla forte e chiaro. Invece di una gloriosa marcia, però, troviamo un brano apparentemente delicato in cui la voce di Fabio è accompagnata addirittura da una chitarra acustica che, tuttavia, lascia presto il posto ad un orgoglioso mid-tempo che strizza l'occhio proprio alle sonorità dei Re del Metal. Anche la seconda strofa si divide così: una prima parte più quieta e "silenziosa", una seconda più rocciosa ed enfatica. È ancora Iras Algor a fare da narratore, stavolta, come si può intuire, egli ci racconta le origini della mitica Emerald Sword, forgiata in tempi antichissimi da Loinir. L'Elfo prese la roccia di smeraldo con il quale era stato torturato suo fratello e la usò per forgiare una spada, come si legge nel pre-chorus e poi arriva il ritornello, uno dei miei preferiti dell'album. Il mid-tempo resta intatto e si fa ancora più glorioso e maestoso, impreziosito dalle solite sinfonie e da linee vocali corali di sicuro impatto, anche perché parlano della famosissima Spada: "and he asked to the angels/ to fill it with might/ so it was born the myth of the holy sword". A seguire due strofe che ripetono lo schema di quelle iniziali ma che continuano la storia arricchendola di particolari molto interessanti. Si viene a sapere che Loinir stesso sentiva che nella spada scorreva troppa potenza e perciò chiese consiglio agli stregoni, i quali capirono la pericolosità del manufatto: l'arma poteva infatti cadere in mani sbagliate. L'epico refrain ritorna a questo punto, con un testo diverso, per spiegarci che la soluzione fu quella di spedire la Spada di Smeraldo oltre i Cancelli d'Avorio, lontana da tutto e tutti. Un momento decisivo che viene sottolineato dalla comparsa di potenti e tenebrosi cori sacri cantati in italiano che ci fanno quasi vedere l'apertura dei Cancelli, circondati da fulmini che come vene lucenti rigano l'oscurità dello spazio. Sembrerebbe un momento apocalittico, ma la musica si sposta improvvisamente verso lidi medievaleggianti e Iras Algor ci racconta il ben noto seguito che richiama ovviamente la saga precedente: "You know well what happened then/ the Loregard's warrior and his quest/ he was the chosen to find the blade/ far beyond the mystic gates". Dopodiché la canzone torna sulle ritmiche cadenzate sulle quali si può inserire un melodico assolo di Turilli dal gusto classico e, in seguito, anche il ritornello, che però non chiude la traccia. Il finale del brano è infatti affidato ai cori sacri, che per un attimo spazzano via la positività del ritornello e ci lasciano con l'immagine dei fulmini nella notte. Dopotutto il Male rischia di tornare ancora.

Canto del Vento

A questo punto i Nostri inseriscono il lento in italiano, che ha la particolarità di essere stato il primo pezzo scritto da Fabio Lione per la band e porta il titolo di "Canto Del Vento". Abbandoniamo per un attimo le storie su antichi eroi e su guerre primordiali per spostarci verso quella che sembra a tutti gli effetti una canzone d'amore, magari sempre narrata da Iras Algor mentre la "compagnia" è in cammino. Le musica è carezzevole e delicata, il pianoforte è accompagnato da cori evanescenti e distanti che, a loro volta, si avvolgono come un velo intorno alla grave e malinconica voce del cantante pisano. I versi sono molto lirici e personali, pare proprio che stavolta il protagonista sia Iras Algor stesso. Il ritornello si inserisce naturalmente e senza scossoni su questo tessuto, lasciandolo intatto; la voce di Lione però si fa più piena e vibrante, rendendo il tutto più enfatico e sentito mentre canta tre semplici versi: "vivo per te, sogno di te/ canto di te/ nel cielo incastrata/ timida stella morente". Lo stesso Fabio poi riabbassa i toni come nella prima strofa, cantando versi in cui si fa riferimento ad un amore passato e perduto che però ancora condiziona il presente, e molto probabilmente condizionerà anche il futuro. Una presa di coscienza che accende la miccia del ritornello, il quale, come per sottolineare il momento, può contare sull'aiuto anche della batteria e di sinfonie più presenti. Stavolta, quindi, il refrain suona leggermente più potente della prima volta in cui è apparso. L'enfasi sinfonica però si distende nuovamente con la nuova ed ultima strofa, che ripete lo schema delle precedenti e continua a mostrarci pezzetti dell'animo turbato di Iras Algor, il quale non riesce a darsi pace al pensiero di ciò ormai appartiene al passato: "Lacrime, lacrime di rabbia/ nel mio cuore sempre accese". A questo punto il ritornello ritorna con tutta la sua mesta maestosità e con le note piene e vibranti dell'ottimo Lione, il quale qui, grazie alle sovraincisioni, dialoga con sé stesso alternando le note più aperte che già conosciamo a quelle più acute delle "risposte", rendendo il tutto ancora più drammatico e sentito. Quest'andamento procede fino alla fine, dove l'ultimissimo verso è invece cantato più sommessamente, come dopo un pianto stancante.

Silent Dream

Partiture tastieristiche solari ed accattivanti aprono "Silent Dream" (Sogno Silenzioso), che non raggiunge neanche i 4 minuti di durata ma è decisamente uno dei miei pezzi preferiti dell'album. Anche qui, non appena il brano parte con la prima strofa, abbiamo difronte un mid-tempo grintoso dai riff semplici e cadenzati ai quali però si affiancano delle linee melodiche sinfoniche che restano subito impresse che viene voglia di fischiettare. Segue subito l'enfatico e lievemente drammatico pre-ritornello, che però non si lascia ancora andare al ritornello ma ci fa capire che, a quanto pare, è ancora Iras Algor a parlare del suo amore perduto. Il mid-tempo, tuttavia, riparte con energia e con liriche tutt'altro che tragiche, anzi: "The fall of hope, of illusion/ is hidden there behind the wild rocks/ to reach the sun, warm my feelings/ I'll rise where only eagles can fly". Segue il più lento pre-chorus e poi, finalmente,  l'enfatico ritornello, il quale si assesta sempre su ritmiche piuttosto cadenzate, ma suona molto arioso e disteso grazie a delle linee vocali che valorizzano le note lunghe e vibranti, e, ovviamente, grazie anche alle partiture orchestrali che danno la sensazione di innalzarsi davvero verso il cielo. Dopodiché ritroviamo la primissima strofa, con le stesse identiche modalità, liriche comprese, ma la ripetizione non ci pesa per niente, in quanto le tastiere hanno tutta la nostra attenzione. Come da copione, poi, riemergono pre-chorus e ritornello, che però sono seguiti da un assolo molto melodico, e anche molto breve, di Turilli, il quale sembra voler tenere a bada i virtuosismi. Terminata la fugace sezione solistica, il ritornello ci riporta nuovamente tra le aquile, dove possiamo ammirare dall'alto le Terre Incantate e l'Ordine del Drago Bianco che cammina tra le montagne per raggiungere le grotte di Dar-Kunor. Iras Algor è carico di speranza e sembra non pensare più al suo passato drammatico, come il ritornello finale (che ha un testo diverso) ci fa capire: "I'll believe/ in what the wind brings to me/ in pure love and great emotion/ i will believe". Possiamo apprezzare per un ultimissimo momento le linee di tastiere che, di fatto, costituiscono l'ossatura di questa traccia, per poi discendere dai cieli ed atterrare nuovamente tra le montagne.

Bloody Red Dungeons

Con "Bloody Red Dungeons" (Prigioni Rosso Sangue) abbiamo un ennesimo mid-tempo. L'inizio però fa pensare ad una ballata, con la voce di Lione su toni bassi e dalle vibrazioni tristi e le tastiere su partiture soffuse ed evanescenti. Dopo poco più di 45 secondi, però, riff cadenzati à la Manowar interrompono il silenzio accompagnati, come già accennato, da ritmiche cadenzate e da sinfonie non troppo invadenti. I nostri eroi continuano il viaggio, ma stavolta comincia a farsi vedere qualche pericolo: "Nobody knows who planned that rock trap/ wild and ancestral spider's web/ evil and dark red bleeding dungeons/ threat for the sake of mother earth". La seconda strofa si inserisce su questo tracciato e aumenta lievemente il volume delle sinfonie, preparandoci per l'epico e sacrale ritornello in cui la batteria di Holzwarth suona marziale ed i cori gonfi ed imponenti, come se fossero cantati da schiere di angeli. Il mid-tempo poi continua, così come gli eroi dell'Ordine del Drago Bianco continuano la loro avanzata verso Dar-Kunor, noncuranti del fatto che il Male si stia risvegliando intorno a loro. Dopotutto gli angeli li guardano dall'alto e benedicono la loro missione. Neanche a farlo apposta, il refrain riappare dalle ombre e dalle nubi per portare una nuova ventata di imponente sacralità all'interno della canzone. Sacralità che viene ampliata, dai cori sacri in italiano che seguono, i quali dialogano con Fabio e sono anche impreziositi dal suono di un organo: "Luna rossa, pianti, paure/ rabbia, ira, urla, torture/ innocenza persa per sempre/ ombre vagano eterne". Un momento dal retrogusto apocalittico che non fa che confermare quanto il Male sia sempre più vicino e a cui segue un assolo di Luca Turilli, anche stavolta piuttosto classicheggiante e breve. Dopodiché ritroviamo il ritornello, e si potrebbe pensare che sia qui per chiudere la canzone, ma riecco spuntare la strofa in italiano con tanto di cori sacri. Ora è davvero la fine, e piano piano entriamo sempre più nel vivo degli eventi.

Son of Pain

Un soffuso incipit di flauto molto famoso dà il via all'altra ballata dell'album, ovvero la bellissima "Son Of Pain" (Figlio Del Dolore). Alla melodia del flauto si uniscono poi anche gli archi, ma in un attimo sono Fabio ed il pianoforte ad avere il monopolio della traccia. L'atmosfera nella prima strofa è decisamente malinconica ed estremamente calma, ciò ci permette di entrare nei pensieri di Dargor, l'unico "superstite" della prima saga. Già con la seconda strofa, però, l'atmosfera cambia leggermente: possiamo infatti ascoltare un bel climax evidente sia nelle linee vocali del cantante, che si innalzano sempre di più, sia nelle partiture sinfoniche in sottofondo, le quali, anch'esse, si innalzano sempre di più e si fanno più avvolgenti e maestose. Dargor riflette sul suo passato tra gli eserciti del Male e ringrazia gli angeli per avergli indicato una nuova virtuosa via da seguire, come sa bene chi conosce la Emerald Sword Saga, una via che potrebbe portarlo verso un destino tragico, magari anche oggi stesso, ma sarebbe comunque per una giusta causa: "Thank you, angels/ I am now reborn/this may be my last breath/ and my final day". Alla fine del climax troviamo il ritornello, che però, invece da fare da apice del suddetto climax, si adagia su di esso con un andamento più rilassato e disteso. Dopodiché ritroviamo una nuova strofa soffusa e drammatica in cui in sottofondo sentiamo quasi delle eteree voci angeliche. Dargor giustifica il suo passato dicendo di essere stato ingannato, di essere stato sotto l'influsso di un incantesimo, e che adesso è tempo di ricominciare a vivere una nuova vita. Come da copione, proprio a questo punto si inserisce benissimo il climax ascendente di prima, che si sposa molto bene anche con le liriche, visto che anche in questa strofa saliente il nostro eroe fa una vera e propria dichiarazione d'intenti che ci fa capire quanto sia sicuro della sua scelta. Il climax, comunque, è decisamente il momento migliore della canzone ed uno dei più memorabili dell'album. Il refrain finale ovviamente non tarda ad arrivare con la sua mole sinfonica che ricorda il rosso di un enorme Sole tramontante, ma stavolta, aggiunge anche due nuovi versi che non fanno che confermare quanto già detto riguardo le idee dell'ex luogotenente di Akron: "I'm the son of pain/ welcome my new fate/ thunder gods I pray/ I deny hell's flames"

The Mystic Prophecy of the Demonknight

Quasi alla fine dell'album troviamo la lunghissima suite "The Mystic Prophecy Of The Demonknight" (La Mistica Profezia Del Demone Cavaliere), che si apre con la prima parte intitolata "A New Saga Begins" (Una Nuova Saga ha inizio). I primi istanti sono rilassati e sognanti, guidati dal flauto e dalla chitarra acustica, ma dopo neanche un minuto irrompono rocciosi riff, ritmiche cadenzate e le tastiere a mo' di cornamusa. L'ennesimo mid-tempo prende subito forma guidato anche dalla voce di un Fabio più graffiante del solito, il quale finalmente torna a narrarci le azioni dei protagonisti: "Into the darkness they crossed the marsh/ and entered the frozen cave/ a secret path was cut into the rock/ a labyrinth a twisted maze/ an unknown misty haze". Le grotte di Dar-Kunor sono state infine raggiunte. Cori sacri e pompose sinfonie irrompono fugacemente per fare da collante con la seconda strofa che continua il mid-tempo. Khaas, uno dei membri dell'Ordine, legge sulle pareti rocciose dei simboli criptici che molto probabilmente fanno parte di un enigma da risolvere mano a mano che si procede. Riecco spuntare i cori sacri, i quali danno una certa aura oscura al tutto. Questo tipo di atmosfera però viene spazzata via da una strofa molto più delicata e quasi medievaleggiante in cui ci viene fatto capire che i nostri eroi hanno intenzione di proseguire anche strisciando nell'oscurità. Questo momento di orgoglio non poteva che essere accompagnato da un gran bel ritornello corale e pomposo in cui si possono udire molti strumenti. I versi anche sono molto esplicativi e ben si sposano con la musica, in quanto parlano proprio della missione di Dargor e soci, descritti come l'ultima speranza per evitare che Nekron risorga. Mano a mano che i nostri procedono nelle grotte scoprono cose interessanti intorno a loro: prima di tutto una specie di lago in cui nuotano delle anime, ma soprattutto un'enorme roccia in cui sembra esserci scritta la chiave per risolvere l'enigma, come Iras Algor suggerisce. Tutto sembra procedere bene, e infatti ritroviamo il pomposo e lungo ritornello con le sue linee vocali orgogliose, coraggiose ed accattivanti. A questo punto un flauto ci guida verso la seconda parte della suite, intitolata "Through The Portals Of Agony" (Attraverso i Portali Dell'Agonia). Gli archi si fanno decisamente più nervosi e ci danno delle sensazioni vicine alla paura. Tuttavia è un momento strumentale molto interessante in cui i Nostri si divertono a cambiare spesso tempo e ad appesantire o ad alleggerire la presenza delle orchestrazioni e dei cori, rendendo il tutto molto vario. A questo punto poi si inserisce una lunga parte dialogata in cui possiamo sentire i protagonisti (Iras Algor, Dargor, Khaas, Tarish e Lothan) discutere dello spettacolo terribile che si para innanzi i loro occhi: davanti a loro un pozzo pieno di anime dannate; oltre il baratro, invece, i portali per uscire dalle grotte, costruite con le membra di Elfi e Uomini? Iras Algor però spiega che la risposta all'enigma, la quale permetterà di attraversare il pozzo, è da trovarsi nel nome stesso di Nekron, combinando le lettere del suo nome con delle geometrie malvage. Il silenzio avvolge il dialogo, i guerrieri si rendono conto di trovarsi in un luogo di pura malvagità. "The Black Order" (L'Ordine Nero) inizia violentemente con dei riff duri e graffianti uniti al suono dell'organo, ma questo non è niente, perché la vera punta di aggressività è data da una batteria finalmente velocissima e soprattutto dalla lodabile voce di Fabio, il quale si lascia andare a vocalità molto sporche e addirittura vicine a soluzioni estreme! Come se non fosse ancora chiaro, il cantante dimostra tutta la sua versatilità sconfinando in lidi che in teoria non gli apparterebbero. Entrambi le due strofe sono violente e sporche, lontanissime dagli standard della band, ma il ritornello con i soliti cori sacri, che narrano della nascita dell'Ordine Nero, ci riporta allo stile che conosciamo bene, senza comunque abbandonare una certa aura oscura: "Here they came/ to pray for him/ a new black order/ Dar-Kunor was/ a gathering of fools/ evil seed for new/ tragic wars". Le ritmiche graffianti ritornano per il nostro piacere e ci spiegano come Nekron aveva programmato la sua resurrezione già prima di morire, spiegando tutto ai suoi discepoli, ma per fortuna c'è ancora il settimo libro che può interrompere la profezia, come ribadiscono anche i cori sacri del ritornello. Un assolo di Turilli, sempre su ritmiche piuttosto veloci, ci trasporta verso l'improvvisa calma di "Nekron's Bloody Rhymes" "Le Insanguinate Rime di Nekron", dove troviamo altri dialoghi che ci illustrano il ritrovamento del famoso settimo libro. I nostri lo prendono senza difficoltà, il che è strano? Troppo strano in effetti! La musica in sottofondo si fa improvvisamente simil-horror e quasi nevrotica, mentre sentiamo i personaggi quasi in preda al panico mentre vedono delle mani spuntare da sotto terra. È il momento di scappare verso la luce, come ci canta Fabio in una piacevole e soave breve strofa in italiano. Le ritmiche però introducono "Escape From Horror" (Fuga Dall'Orrore) e interrompono la pace con il loro incedere marziale in cui l'immancabile voce di Cristopher Lee sovrasta tutto e tutti narrando di come, per l'appunto, gli eroi si sbrighino a scappare dai morti viventi che li rincorrono e che sono apparsi non appena il libro è stato tolto dall'altare. Tuttavia, una volta giunti sul ciglio del pozzo che dovevano superare grazie all'enigma di prima, non hanno il tempo di pensare a come risolverlo per bene e si gettano nell'abisso?  Per fortuna però riescono a salvarsi, tra fango ed ossa certo, ma riescono comunque a fuggire dalla furia vendicativa dei morti viventi e si ritrovano nelle paludi di Hargor, pronti a proseguire la loro missione, come ci canta il ritornello finale, il quale altro non è che una ripresa della prima parte della suite, che si conclude qui dopo più di 16 minuti.

Dark Reign of Fire

Degli imponenti cori sacri si legano immediatamente al finale della traccia precedente e danno il via alla canzone finale, che somiglia molto ad un outro, intitolata "Dark Reign Of Fire" (L'Oscuro Regno Di Fuoco). I cori sono davvero enormi e gonfi di pathos, sembrano provenire dagli anfratti delle grotte di Dar-Kunor e risuonare al loro interno, con le vibrazioni che escono fuori e scuotono gli alberi circostanti. Inoltre sono cantanti in quello che sembra essere l'antica lingua di Nekron, e questo li rende ancora più incalzanti ed apocalittici. Senza dubbio è la sezione corale migliore dell'album. L'effetto non cambia neanche quando la lingua diventa l'inglese e quando a supporto delle maestose sinfonie intervengono anche batteria e chitarra. Per quasi due minuti la canzone si adagia su questo schema, facendoci sentire con le orde di Nekron alle nostre calcagna. Tuttavia, all'improvviso le acque si calmano e le imponente sinfonie si fanno leggiadre e Fabio Lione fa il suo ingresso inserendosi delicatamente in questo flusso che sembra ricordare certe atmosfere da musical e, ovviamente, da colonna sonora. La sensazione ora è pacifica e lucente, in quanto i nostri eroi sono riusciti a sfuggire dai non morti e sono riusciti a trovare rifugio presso un alleato che crede nella missione dell'Ordine Del Drago Bianco. Piano piano la musica si innalza nuovamente, fino a che in una nuova breve strofa la voce di Fabio può alzarsi verso alte vette e vibrare con tutta la sua enfatica potenza, circondato da orchestrazioni pompose e quasi celebrative. C'è poco da celebrare però, visto che le liriche sono tutt'altro che positive: "The evil forces are planning the worst act in the history of these lands/ what this book could reveal to them it's divine help". Le orchestrazioni restano ancora ben presenti, ma stavolta dai loro intrecci emerge il vocione di Sir Cristopher Lee, sempre nei panni di Re Uriel, che ci svela che il libro sarà presto aperto con conseguenze molto serie. A questo punto la saga ha davvero avuto inizio. La pomposità si stempera immediatamente però, lasciando il posto a leggeri archi ed a cori evanescenti e sfuggenti che accompagnano l'eterea voce di Susanna York, nei panni di Eloin, la quale dà il benvenuto agli stanchi protagonisti e li avverte anche lei che questo è solo l'inizio! Insomma, aver preso il famigerato libro non ha ancora scongiurato il pericolo. Il finale della canzone è affidato ad una sorta di lamento in cui una voce sussurrante pronuncia parole in una lingua che non conosciamo e ci culla verso la fine di questo capitolo, così come gli eroi vengono portati ai loro alloggi per godersi un meritato riposo

Conclusioni

E così, dopo 11 tracce, ha termine anche questo "Triumph Or Agony". Un album che ha il pesante compito di continuare quello che era stato cominciato con l'album precedente, che, per inciso, era un capolavoro del Symphonic Power Metal. Qui siamo alle prese con un album buonissimo ma che non raggiunge quelle vette. In realtà, ci sono molte tracce ottime, giusto un paio di episodi sono leggermente sottotono (soprattutto "Hearth Of The Darklands"), ma tutto il resto si muove sempre su un certo livello. Il problema di fondo, però, è che sì, le canzoni prese singolarmente sono buonissime, ma l'album, nella sua interezza, risulta un po' pesante e bisognoso di qualche guizzo in più. Molto probabilmente la causa è da ricercarsi nel criterio che è stato scelto per comporre la stragrande maggioranza dei pezzi; ci sono quasi solo mid-tempo e pochissimi momenti votati alla velocità. Inoltre troviamo pure due ballate, tre se contiamo anche "Old Age Of Wonders", che di certo non hanno nessuno problema di per sé, ma manca la loro controparte, che poteva essere rappresentata, per l'appunto, da brani in cui si poteva apprezzare di più la doppia cassa. Ora, è chiaro che non è neanche il mid-tempo il problema, così come è chiaro che cambiare un po' le carte in tavola durante la stesura di un album è più che salutare, soprattutto se la virata stilistica è di qualità, ma il fatto è che qui la virata è stata, forse, troppo marcata, e questo rende l'album alquanto monolitico. Ciò è paradossale, specialmente se pensiamo che in realtà le canzoni sono molto semplici e dirette e l'unica canzone dalla durata consistente è la suite, mentre nell'album precedente c'erano più pezzi lunghi e variegati. Va poi sottolineato il fatto che qui la chitarra solista di Turilli sembra essere messa parecchio in disparte, e per questo mancano i famosi duelli  tra lui e Staropoli e gli assoli strabordanti di virtuosismi. Si fa anche fatica a sentire il basso di Patrice Guers a dir la verità: il musicista francese deve infatti adattarsi allo stile più lento e preciso di quest'album accantonando per un po' il suo stile fluido e veloce. Inoltre, qui il comparto sinfonico e corale è meno presente, c'è sempre ovviamente, ma non è così avvolgente, magniloquente e roboante come era nell'album di qualche anno prima. Ma questa non la vedo né come una cosa positiva né come una negativa, in quanto è una semplice scelta stilistica che può piacere o meno; certo, vista la band mi sarebbe piaciuto sentire qualche coro sacro in più, devo ammetterlo, visto che quando sono presenti sono piuttosto memorabili, ma non è questo il problema principale, dato che le canzoni risultano piacevoli in ogni caso. Ecco, un altro fatto è che le canzoni sono tutte molto simili tra loro e ripropongono, su per giù, tutte le stesso schema classico, variandolo magari di poco qua e là, e questo non facilita moltissimo lo scorrere di un album che dura pur sempre 62 minuti. Quindi, inserire un paio di pezzi più tirati avrebbe giovato all'economia generale. Detto questo, va comunque dato atto ai Rhapsody Of Fire di aver continuato la saga in modo comunque buonissimo! Forse è vero che manca una canzone che spicca di molto sulle altre, ma è anche vero che la qualità si mantiene piuttosto omogenea per tutta la durata dell'album, senza drammatici cali di qualità. A mio avviso, comunque, il picco dell'album è da trovarsi nelle ultime due canzoni, che sono quelle più "cinematiche" e che escono un po' fuori dallo schema classico: la prima essendo una suite di 16 minuti, la seconda essendo una canzone (quasi un outro a dir la verità) di 6 minuti che non ha né un ritornello né un bridge o un pre-chorus ma riesce lo stesso a risultare molto affascinante, soprattutto grazie ai famosi cori sacri citati poco fa. Molti criticano quest'album dicendo che la componente da colonna sonora ha preso il sopravvento, che è troppo dialogato ecc. ma sono critiche senza fondamento. La verità è che i dialoghi e le parti narrate si trovano solamente nelle due canzoni finali; pensate che mancano addirittura nell'intro! In ogni caso, al di là dei difetti segnalati, quello analizzato non è di certo un album da buttare, anzi, è l'ennesimo album che dimostra come i Nostri se la cavino bene nel loro campo, e poi, diciamocelo, dopo una sfilza di album tra l'ottimo e il capolavoro un lavoro un po' più "stanco" e semplice ci può anche stare. Quindi direi che, tutto sommato, è un buon trionfo anche stavolta, l'agonia è rimandata.

1) Dar-Kunor
2) Triumph or Agony
3) Heart of the Darklands
4) Old Age of Wonders
5) The Myth of the Holy Sword
6) Canto del Vento
7) Silent Dream
8) Bloody Red Dungeons
9) Son of Pain
10) The Mystic Prophecy of the Demonknight
11) Dark Reign of Fire
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