RAWFOIL

Evolution in Action

2018 - Punishment 18 Records

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
30/06/2018
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

Bentrovati a tutti. Dopo una lunga assenza - ma non troppo, per fortuna - è un piacere ritrovarvi qui per parlarvi di Evolution In Action (2018, Punishment 18 Records), primo album dei thrashers lombardi Rawfoil. Un disco che, senza girarci troppo attorno, posso definire immediatamente una bomba! Non è usuale da parte del sottoscritto mostrare sin dalle prime righe di una propria recensione un apprezzamento positivo senza perdersi inizialmente in fronzoli - magari per evidenziare cosa funziona veramente e cosa no, o solo per spendere qualche dovuta chiacchiera introduttiva come da [mio] copione - ma stavolta era inevitabile giungere immediatamente al sodo. Questo era esattamente quello che volevo ascoltare da un gruppo thrash (Metal Archives li etichetta più giustamente come thrash/speed, ma poco importa), ossia un prodotto diretto, ficcante, immediatamente fruibile, potente, e perchè no, anche "classico". Già, perché in questo primo, ottimo disco, le influenze classiche (intese come thrash old school) non mancano assolutamente, e finiscono per essere una presenza costante in tutto il platter. Inutile in tal senso ammorbarvi con richiami a questo o a quell'altro gruppo, dato che non credo che sia utile un qualche mero e sterile esercizio di indagine su quali siano i "richiami" ai cosiddetti gruppi storici (poi se vi diverte fatela da voi l'autopsia). Quello che ci interessa, e che mi interessa in primis, è evidenziare la completa e totale riuscita di questo primo parto discografico (cioè, non so se mi spiego... il primo disco! Solo conseguente ad una demo!) che risulta esattamente essere il prodotto che un fanatico del vero thrash storico vorrebbe sentire a più riprese nel proprio stereo. Ho sentito in giro pareri tipo "non è un capolavoro", o "è ben lungi dall'essere un masterpiece", e altri commenti "illuminanti" di questo tipo. La scoperta dell'acqua calda, praticamente: se nell'ambito dei capolavori vengono annoverati un tot di prodotti storicamente riconosciuti e certificati come tali, pietre miliari dei vari generi capaci di tracciare la via per i gruppi a venire... beh, certo che questo disco non può essere messo a quei livelli. Il disco che andiamo ad analizzare è un ottimo prodotto, su cui non deve gravare il pesante concetto di "capolavoro", il cui nome è solo e semplicemente un ingombrante blasone: un prodotto vero, genuino, fatto per le masse, fatto per sbattere la testa ed alzare nostalgicamente le corna al cielo. E chi se ne frega se non inventa nulla di nuovo. Cosa c'importa se "questo thrash" è stato già proposto negli eighties e se i Rawfoil non getteranno le coordinate per qualche nuova tipologia di metal a venire... questo è quello che un thrasher vorrebbe ascoltare, lontano da sperimentazioni ardite (e spesso mal riuscite), lontano da modernismi che finiscono per togliere il "lirismo" e l'anima del puro thrash ottantiano (preferisco di gran lunga dischi simili a certi monoliti contemporanei dai ritmi iper-compressi e con pochi affreschi chitarristici). Qui si respira il thrash di una volta, ragazzi, quello che è rimasto nel cuore di tutti i fanatici storici. E non è poco. Ma chi sono questi Rawfoil? Dopo tanto parlare, dopo una sfilza meritata di elogi, è giusto scoprire direttamente da loro (tramite una bio pescata nella loro pagina ufficiale di facebook) chi siano e quale sia stato il loro percorso: "i Rawfoil nascono nel 2009 da Francesco e Christian, rispettivamente voce e chitarra, unendo l'idea di divertirsi e fare thrash metal. Trovano subito Lorenzo, il cugino di Christian al basso, Ruben e Alessandro e iniziano con una serie di cover dei grandi classici come Iron Maiden , Metallica, Helloween. Dopo un anno la line up cambia, entrano Dave e Mattia a sostituire batteria e chitarra e cominciano con la produzione di materiale proprio per i live. A fine 2011 autoproducono un demo di 3 brani e la band si imbatte in una serie di live show che li porterà presto a condividere il palco con band underground da tutta l'Italia e non. Nel 2014, dopo la dipartita da Dave Mattia e Christian , Lorenzo e Francesco rimangono gli unici membri originali e dopo una lunga ricerca, trovano i componenti adatti al loro scopo. Fra i tre nuovi ritorna anche Ruben, nella parte di solista, Giacomo alla chitarra e Marco alla batteria. Il risultato della nuova band è un thrash metal energico e ricercato, che lascia tanto spazio anche a sonorità classiche del genere. La stabilità della line up li porta nel 2016 all'Alpha Omega studio di Como, dove sotto la guida di Alex Azzali producono il loro primo full lenght, in uscita nel 2018 per Punishment 18". Bene, fatte le dovute presentazioni direi di scivolare velocemente verso la nostra consueta track by track, necessaria per darvi uno spaccato il più possibile esaustivo di un lotto di tracce che, pur non rivoluzionarie nell'essenza, non hanno mancato di stupire positivamente il sottoscritto.

Evolution in Action

Si inizia con il botto grazie alla bellissima (quasi) title track, "Evolution in Action (Darwin Awards)" (il quasi è per via della seconda parte del titolo racchiusa tra parentesi, ma non serve neanche specificarlo). Ad una struttura musicale varia e "bellicosa" (sulla quale spenderemo qualche riga poi) si aggiunge un testo a onor del vero molto interessante che tratta del cosiddetto Darwin Awards (ossia premio Darwin, in italiano, ma anche qui da noi il riconoscimento mantiene il suo nome originale). Il premio in questione è un qualcosa di realmente esistente e, al contrario di quanto possa far credere il nome, non ha intenti seriosi né prevede - in caso di "conquista del "podio" - remunerazione alcuna. Tale premio, faceto e sarcastico nella sua essenza, premia le morti più assurde e soprattutto stupide, solitamente incidentali (basta dare un'occhiata veloce a Wikipedia - anche prima di qualsiasi ricerca mirata - per avere qualche esempio: da chi ha fatto "il giocoliere con delle bombe a mano" a chi "è saltato da un aereo per filmare dei paracadutisti senza aver prima indossato un paracadute"). Viene scomodato il nome di "Darwin" in quanto gli individui "premiati" sono considerabili disfunzionali all'evoluzione del genere umano, sebbene ci sarebbe da precisare che Darwin non abbia mai argomentato l'evoluzione in questi termini, ma d'altronde qui si parla di un fenomeno post-moderno e fondamentalmente umoristico (per quanto macabro). La band si rifà a questo espediente per scagliarsi contro gli stupidi e osannare una sorta di evoluzione sociale da guardare come a un esempio. Il termine "fallito", che troviamo a più riprese nel testo, indica più che altro una malfunzione, come dire "sei malfunzionante". La scrittura non prevede grandi raffinatezze, forse per dare più enfasi alla ruvidezza di suono e concetti. E del resto, per tale prodotto è molto meglio così: difficile trovare nel primo thrash un apparato lirico degno dell'accademia della Crusca o da premio letterario, e considerando la proposta dal sapore "retrò" (nella parte musicale naturalmente, considerando che invece il testo prende in esame un fenomeno attuale) l'uso di parole più laconiche e concetti espressi "con l'accetta" risulta vincente. Arrivando dunque alla parte prettamente musicale, notiamo come sia posta in apertura del brano un'introduzione strumentale davvero bella ed evocativa: una parte acustica pregna di una certa mestizia rafforzata a partire dal venticinquesimo secondo dall'inserimento della batteria, molto dosata, usata quel tanto che basta. Il "terremoto" è comunque dietro l'angolo: già dal cinquantesimo secondo i tempi diventano frenetici, si elettrizzano. La chitarra inanella riffs circolari e implacabili come da migliore tradizione thrash. I tempi diventano martellanti (e qui la batteria viene usata per distruggere piuttosto che "pennellare" cautamente come all'inizio) e l'adrenalina inizia a correre copiosa. La nevrosi si fa palpabile, un'energia destabilizzante sembra irrorarsi ovunque entrando nell'epidermide dell'incauto ascoltatore e tramortendolo. Quasi al minuto e venti subentra la voce, schizoide, psicotica, decisamente in linea con il pattern strumentale aggressivo e caustico. Il pezzo sembra mantenersi sin qui abbastanza lineare, ma già al minuto e quaranta si presenta quasi inaspettato un cambio di tempo che porta il brano - momentaneamente - su coordinate più quadrate, scultoree, maggiormente "calcolate". A neanche un minuto si ricomincia con lo stillicidio sonoro messo in atto da ritmiche furiose ed aggressive (niente di dissimile rispetto a quanto sentito in precedenza). Quanto segue rispetta grossomodo coordinate messe in campo sino ad ora: main structure lineare e dinamica intervallata da parti più quadrate e ragionate (più o meno quanto sentito verso il minuto e quaranta). Da menzionare un'ulteriore frangente atto a rendere più variegata la struttura del brano: frangente presente dai tre minuti circa, rallentato, cauto, capace di donare al brano grande atmosfera ed impreziosirlo ancor più. Una parte che tra l'altro culmina con un ottimo solo guitar che, inutile ripetermi, riesce a rendere il piatto ancor più ricco e succulento. Una manna per qualsiasi amante del thrash. E trovo inutile aggiungere altro.

Josey Wales

Con il secondo - ottimo - brano, "Josey Wales", si vira dalla satira/critica sociale al western, genere che apprezzo soprattutto per i capolavori che questo filone cinematografico è stato in grado di offrirci: dai film di Leone (tutti i western e il film sulla rivoluzione "Giù La Testa") ai classici di Peckinpah (su tutti, inutile dirlo, "Il Mucchio Selvaggio"), e via discorrendo con autori tipo Ford e Eastwood. Ed è proprio di quest'ultimo che si parla quando si cita il nome di Josey Wales. Il nome è infatti quello del protagonista del celebre (ma diciamo pure celeberrimo) "Il Texano dagli Occhi di Ghiaccio", e chi conosce il titolo originale del film sa bene che il vero nome della pellicola è The Outlaw Josey Wales, ossia Il Bandito Josey Wales. Il film - definito dal Time "uno dei migliori film dell'anno ed uno dei migliori western in circolazione" narra, ai tempi della guerra di Secessione Americana, la storia di un uomo, Wales, dedito al lavoro nei campi, a cui ben presto l'esercito nordista, in una scorreria, uccide moglie e figlio. Lui stesso subisce un'aggressione ma viene risparmiato perché creduto morto. Wales, che sino ad allora era riuscito a tenersi fuori dalla guerra e i suoi orrori, in seguito al fatto decide di vendicare la famiglia unendosi a delle bande sudiste. Seguono una serie di avventure/disavventure che lo trascineranno in combattimenti, massacri, incontri con persone con cui condivide parte delle sue avventure (Jamie, Lone Watie) sino al riscatto finale... sul quale non mi soffermo per non incorrere nel pericolo "spoiler" (quanto ci piace questa parola ormai tremendamente "modarola"?). Il brano, per sommi capi, ripropone la figura di Wales, accennando - ma non andando mai troppo nello specifico - qualcosa sulla sua figura e il perchè della sua brama di vendetta (quando all'inizio si sente "Un uomo senza i suoi figli, moglie e libertà/ Costretto a lottare per la vita" già si intuisce qualcosa di non positivo che rimanda direttamente alla sua famiglia, cosa che implica la divisione dai suoi cari senza sottolineare che tale divisione è dovuta alla morte dei suddetti). Un richiamo palese alla celebre caratteristica del protagonista, ripresa nel titolo italiano del film, è espressa in un passaggio ("Quegli occhi di ghiaccio mostrano la verità"), mentre c'è ben poco a lasciar intravedere la sua avventura o qualsiasi genere di dato percepibile nel film (tranne quando sono menzionate le due pistole, migliori di qualsiasi fucile, a suggerire la sua abilità di pistolero). Ma non serve, dato che un brano può limitarsi a suggerire, evitando tranquillamente di essere il bignami di una storia. Musicalmente abbiamo un inizio con il botto: dopo un'introduzione brevissima con un'estratto del film di Eastwood ("Oh mio dio... è Josey Wales!!!") abbiamo una partenza tirata con un riffing spaccaossa, classicamente "circolare", e una batteria martellante. Dal quindicesimo secondo il rifferama cambia leggermente ma la struttura rimane praticamente invariata, quindi si prosegue con potenza e linearità anche conseguentemente all'entrata della voce, acida, bellicosa. Poche ma efficaci variazioni ritmiche nel primo minuto (proprio verso l'inizio del primo minuto favoloso l'inserimento di un interessantissimo lavoro di chitarra) mentre già verso il minuto e quindici abbiamo una gustosa variazione ritmica pregna di belluina potenza ma anche tendenzialmente "melodica". Dal minuto e quarantacinque si riprende sul medesimo canovaccio già assaporato sino al minuto e un quarto. Verso i due minuti ancora un cambio di tempo similare in tutto a quello già udito dopo il minuto e quindici. Senza dovermi dilungare troppo possiamo definire il pezzo ancora una volta estremamente riuscito: bravi tutti, dal singer ai musicisti, che riescono ancora una volta - e siamo giusto al secondo pezzo - a mettere in campo tutta la loro competenza e ispirazione dando luce ad un prodotto decisamente superiore alla media.

Broken Black Stone

Il terzo pezzo "Broken Black Stone" (Pietra Nera Rotta) si regge su un apparato lirico direi quantomeno "singolare", ermetico a suo modo. Abbandonata la critica sociale e l'omaggio al cinema di genere, stavolta si opta per una scelta più "personale": il brano infatti risulta essere un pezzo allegorico e decisamente poco intellegibile, criptico. Apparentemente è una sorta di presa di coscienza, un guardarsi dentro e riconoscere il proprio male, inteso probabilmente come una forma mentis negativa, esemplificata nella metafora del cuore come una "pietra nera distrutta", o, letteralmente, rotta, spaccata. Ascoltando i primi passi, sembra che si parli effettivamente di qualche "personaggio" piovuto dall'Eden e cresciuto nell'Erebo, fonte per lui non di punizione ma di fortificazione. In realtà, sondando bene il testo "tra le righe" e usando anche un poco di immaginazione (mi correggo, forse un bel po') è possibile immaginare che l'essere non è trascendente, ma immanente, così come il Paradiso e l'Inferno di cui si fa menzione a inizio brano. Il testo, dunque, attraverso una modalità di scrittura abbastanza ermetica, vorrebbe dare uno spaccato personale di un personaggio che viene identificato come il protagonista. Protagonista di una non-vicenda (qui non ci sono fatti, resoconti etc) o meglio di una specie di volo pindarico sui suoi pensieri, ragionamenti, elucubrazioni. Arrivando al lato musicale possiamo definire "roboante" l'introduzione. Una parte iniziale particolarmente energica - giostrata su un guitar work davvero arcigno -  che lascia ben presagire quanto sta per accadere. Non vi sono infatti cambi umorali nei secondi appena successivi: il canovaccio di partenza viene giustamente rimarcato portandoci verso una struttura compatta e destabilizzante. Si preferiscono stavolta sentieri più quadrati, che permettono al gruppo di accantonare momentaneamente iperdinamismi e corse frenetiche. Il mid tempo è lo strumento ideale per portarci verso lidi più possenti ed erculei (mi preme sottolineare, dato il mio amore per certi pezzi più "quadrati" - vado in sollucchero per pezzi tipo "Blacklist" e "Seek And Destroy" - che il thrash non deve essere forzatamente la versione musicale dei cartoni di Speedy Gonzales, e i tempi medi sono spesso perfetti per evocare trame ben più oscure e torbide) che già da subito sprigionano una immensa carica di oscura potenza. Verso il trentatreesimo secondo si inserisce anche un solo guitar, molto breve ma azzeccatissimo, quasi una lama contorta atta a fendere il nero monolite che si va gradatamente costituendo. Discreta accelerazione dal cinquantesimo secondo che ci porta su ritmi di misura più accelerati e su "gang vocals" stentoree dal minuto in poi. Dal minuto e venti in poi si torna sul medesimo canovaccio dei primi cinquanta secondi, e un nuovo solo guitar subentra dieci secondi dopo, deciso e sibilante. A due minuti e venti, quasi inaspettatamente parte una gustosa accelerazione: stavolta non possiamo usare il termine "di misura", dato che è una bella accelerazione che sconvolge letteralmente la struttura possente che si era sin qui assestata. Un terremoto capace di destabilizzare il nero castello eretto sin qui. Veloce, potentissima, la nuova parte ci porta a correre a perdifiato in un frangente memore di tanto metal passato. Capolavoro, punto e basta.

Fail

Il quarto brano,"Fail" (Fallimento) ennesimo pezzo riuscito del lotto - del resto ci vorrebbero i RIS per trovare passi falsi - ci propone un testo che, lontano da quanto sentito nei primi due, si riaggancia parzialmente al terzo brano. In che senso, direte voi? Semplice: il brano risulta ancora una volta incentrato su un mood introspettivo, solo che l'appeal semi-indecifrabile del precedente brano è stavolta sostituito da una modalità di scrittura ben più intellegibile. Se precedentemente si è dovuta usare una certa fantasia per arrivare a determinate conclusioni, per la gioia di chi ama i testi "fruibili" (e di chi li deve tradurre/decriptare per il pubblico) stavolta il testo è chiarissimo. Questo presenta una sorta di sfogo estremamente intimo e personale, una disamina sul rapporto della voce narrante con suo padre, di come l'immagine del genitore sia cambiata in lui crescendo, di come sia stato costretto a sopportare e metabolizzare i suoi fallimenti e rimpianti, e di come questo abbia generato una sorta di rifiuto che l'ha portato ad avere una visione del mondo differente da quella del padre e ad intraprendere una diversa strada. Non è specificato (non chiaramente almeno, salvo un accenno finale), ma subentra immediatamente l'idea che la canzone sia stata scritta alla morte del genitore, la cui assenza è fonte di liberazione. La linearità e leggibilità del brano è evidente già dai primi passi, in cui si delinea il rapporto complesso tra figlio e genitore: il protagonista ricorda come da ragazzo sognasse di essere come il padre, e che maturando ha gradatamente smesso di voler essere come il lui, o come il padre voleva ch'egli fosse, così da acquistare lentamente una propria identità e smettere di "piangere" per tale obiettivo iniziale non raggiunto. Il padre è stato un elemento totemico che ha gettato la sua lunga ombra sul figlio: la volontà di quest'ultimo di seguire i fasti di una figura tanto importante gli ha precluso per parecchio tempo la verità, ossia che l'acquisizione di una propria identità è più importante rispetto all'emulazione dei propri miti e delle figure per cui si ha rispetto ed ammirazione. Passando alla parte musicale abbiamo un'inizio da urlo, con alcune note secche e inquietanti che lasciano nel giro di pochissimo spazio a un motivo "circolare" e irrequieto in cui la velocità ritorna prepotentemente protagonista dopo essere stata, nel brano precedente, relegata in coda. Il leit motiv musicale si ripete frenetico fungendo da controparte al cantato astioso del singer. Tanta linearità - e velocità - sino al quarantesimo secondo circa, dopo il quale si dipana una parte ben più scultorea e possente, in cui ritmi ancora una volta circolari ma più calcolati giganteggiano, marciando spalla a spalla con le vocals potenti di Francesco Ruvolo. Tanto lavoro di chitarra (merito delle asce infuocate di Comi e Cappellin) e un lavoro mai banale di batteria (a opera di Marco "Sborradamatti" Benedetti) rendono il pezzo cangiante ed elaborato ma per nulla cervellotico, anzi, tremendamente catchy, esattamente come i suoi ottimi predecessori. Dopo il frangente più quadrato di cui sopra, neanche al secondo minuto si ritorna a correre in preda ad un incontrollato furore, per poi finire in un nuovo rallentamento verso i due minuti e quindici. Beh, ragazzi... questo è thrash. Inutile dire che ancora una volta abbiamo uno di quei pezzi che riascolterei cento volte.

Demons Inside

Il quinto pezzo, "Demons Inside" (Demoni Dentro) risulta essere, esattamente come i suoi più diretti precedenti, di carattere intimista: prevalentemente il paragone è con Broken Black Stone, anche per la scelta delle parole chiave ("disease"). Nonostante l'uso di molte allegorie e i giri di parole, i punti salienti sono pochi, esemplificati nelle ultime righe in cui si ripetono alcune strofe importanti, che delineano l'esigenza del protagonista di fare i conti con se stesso e le sue paure, i suoi limiti, ovvero con i suoi "demoni interiori", fantasmi o "echi" del passato che "bussano alla porta". Il testo, pur se un'attenta analisi ci porta a capire che si tratta di un intimistica introspezione, ci trasporta di fronte ad immagini e visioni suggestive che porterebbero, inizialmente, di fronte ad un'analisi meno attenta, ad uno scenario che sembrerebbe parte di un racconto "sovrannaturale", orrorifico (i demoni dentro, la citazione riguardo il Diavolo ed altro). Ma è facile in tutto questo cogliere un resoconto introspettivo e personale di un uomo, della sua lotta "intestina" il cui scopo è non far prevalere i suoi demoni "reconditi", le sue paure, le sue angoscie. Quindi, per concludere, ancora una volta - come già accennato in precedenza - si predilige una parte testuale più "sentita" ed intima tralasciando l'approccio maggiormente ruspante dei primi testi (anche se, alla luce di quanto ascoltato sino a qui, potremmo benissimo interpretare il testo del secondo brano non come un omaggio fine a se stesso ma come un'identificazione tra il responsabile della parte testuale e l'eroe della pellicola). Musicalmente abbiamo un'altra partenza notevole con dei riffs intervallati da un moderato lavoro di batteria. L'introduzione dura circa dieci secondi, quindi si parte a bomba con un'altro bel martellamento giostrato su un guitar work ossessivo e ciclico e da una batteria implacabile. Al ventesimo secondo la chitarra rallenta puntando su note stirate, mentre la batteria da il meglio di se in un martellamento incessante. Dieci secondi dopo si riprende con il canovaccio iniziale (già in trenta secondi la struttura non ha mai smesso di ribollire, riplasmarsi, evitando di mille chilometri qualsiasi forma di appiattimento o di eccessiva linearità). Al quarantesimo secondo subentra anche la voce, al solito ferale, che si adagia sulla struttura tesissima di un brano già incandescente. Il martellamento di fondo continua senza sosta, continuando su una linea generale veloce e prega di tensione. A un minuto e venti circa un bel lavoro di chitarra, melodico e di sicura efficacia, spezza per un momento la tensione regalandoci un attimo a dir poco sublime: si scivola dunque in una parte meno frenetica e ben più ragionata, la quale senza perdere un oncia di grinta aggiunge anche un surplus di melodia a tale frangente. A un minuto e cinquantacinque una nuova accelerazione sferza la struttura di un brano ancora una volta sorprendente. Note di chitarra stirate e pedalina martellante ai due minuti, quindi una nuova parte veloce, impostata sul riff portante già gustato a più riprese. A tre minuti e dieci un totale cambio di tempo che ci porta verso una parte che sembra a tutti gli effetti un altro brano: la struttura diventa arcigna, i riffs ribassati, possenti. La parte è tutta strumentale, e davvero egregia. Quindi, a tre minuti e cinquantacinque si passa a una parte più melodica e ragionata, in cui torna il cantato e nella quale sembra non fare capolino un eccesso di veemenza estrema: ma è solo un'impressione, dato che si torna a "pestare" da li a poco.

Reflect The Death

Il sesto brano "Reflect The Death" (Riflettere La Morte) presenta, a livello testuale, una soluzione originale che si smarca - almeno parzialmente - da certe direttive seguite sino a questo momento. Già, perchè se da un lato viene rimarcata la componente introspettiva, dall'altro si mettono in campo spaccati presumibilmente di vita reale. Il brano dunque non presenta, come molti dei suoi più diretti precedenti, elementi che fanno parte del pensato, spaccati meramente interiori del protagonista (angoscie, fobie, ansie etc), bensì sfrutta in maniera differente il termine "intimista". Come già accennato si parla di vita reale: il racconto è quello di un episodio specifico, ovvero il tradimento di una persona amica. Ritorna il tema del male interiore, del "disease", ma ad esso fa eco la descrizione di un periodo particolare della vita e delle belle parole ammantate di menzogna del cosiddetto "amico", seguite dal sentimento di riscatto e vendetta da parte del protagonista. Molti dati sono avvertibili già dai primi passi ("Sei un veleno/ Lasciami solo/ Uccidimi rapidamente/ Ho perso il conto delle mie lacrime" [...] "Morire per una menzogna/ Ripongo la mia fiducia in te e tu la sconfiggi") che fanno ben comprendere di cosa effettivamente si stia parlando. Il dolore per il tradimento è terribile, e il pensiero dell'amico e del suo voltafaccia, della sua doppiezza sono coltelli acuminati che lacerano l'anima. Un tradimento è sempre terribile da affrontare, e se questo è perpetrato da una persona amica, o comunque da una persona di fiducia, è molto difficile da smaltire. L'auto-fustigazione e il dolore diviene però ricerca di vendetta nel refrain, in cui si sente "Nulla è peggio/ Di un amico che pugnala/ Dannato, è un fallimento/ Tu, tu pagherai/ La vendetta va servita fredda/ Non ho bisogno di quello che dici/ È una sottile linea la tua vita, con cui gioco". Dunque non un lacerarsi inerme, non solo, dato che questo autoflagellamento porta ad un certo punto a una volontà di tremenda rivalsa. Passando alla parte musicale, abbiamo una bella introduzione arpeggiata molto calma ma pregna di un certo spleen, di un flavour brumoso che concede pochi spazi alla luce. La voce fa capolino, ma è sussurrante, fioca. A quasi un minuto, finita la parte introduttiva, subentra un riff che potrebbe riportare in mente un monolite del thrash come "In My Darkest Hour" dei Megadeth: un riff che segue praticamente lo stesso ritmo, ma nel quale non vengono inanellati svolazzi chitarristici come invece avveniva nel brano di cui sopra. Ah, e per entrambi abbiamo cinquanta minuti abbondanti di introduzione prima della partenza effettiva del brano. Ci si mantiene dunque, ancora una volta, sul mid tempo, nel quale si inserisce la voce di Ruvolo, a tratti molto alta. Gradualmente - ed è bene così, nonostante che i richiami mi solleticano sempre - si perde la sensazione di avere nello stereo un prodotto simile al brano dei Megadeth: il pezzo acquista gradualmente una sua identità grazie ad un assestamento su lidi di misura differenti - nonostante la relativa linearità del guitar work - che ne elevano il carattere e la personalità. A due minuti ancora un ripescaggio del riff "Mustainiano", quindi un ritorno sui binari principali martellanti e possenti. A tre minuti e trenta un cambio di tempo: le ritmiche diventano ancora più marziali, e la voce si inasprisce quel tanti che basta da dare una sensazione terribilmente arcigna. Inizialmente ci si muove in territori particolarmente maligni, che pur non scomodando gli Slayer, ne mutuano un vago flavour, quindi si parte a tavoletta con una parte che invece sembrerebbe più di competenza di un gruppo come gli Exodus (per dire). Quattro minuti e venti, e arriviamo a un ottimo solo guitar che riesce a magnificare totalmente e incondizionatamente anche questo brano, ennesimo trionfo di una band affiatatissima. Inutile sprecare ancora fiumi di parole: posso solo dire che il qui presente è un pezzo granitico che non mancherà di girare a più riprese nel vostro stereo.

Circle Of Hate

Si torna a parlare di attualità, di problematiche sociali, di difficoltà di ampio respiro con la successiva "Circle Of Hate" (Circolo Di Odio) che si distacca dalle liriche intimistiche dei precedenti brani per abbracciare nuovamente certe tematiche già espresse, seppur in maniera differente, con il primo brano. Non è più il momento dell'auto-riflessione, che sino ad ora sembrava essere divenuta il leit-motiv del disco (dopo il primo brano il cui testo sembrava calzare a pennello per l'irruenza del genere thrash, e il secondo che magnificava un'eroe da fiction - ma che ripeto, non stentiamo a inserire nell'auto-identificazione con chi ha concepito il testo - sembrava che il motivo portante fosse divenuto il genere "intimistico"). No, il brano sembra scrollarsi di dosso qualsiasi residuo intimista fondamentale nei precedenti brani per parlare di giovani disadattati, con problemi sociali e mentali, portando nelle ultime battute, al centro dell'attenzione, l'episodio del massacro della Columbine School, oggi uno dei tanti, ma rimasto nella storia per dinamiche e brutalità, quando alcuni studenti armati spararono e uccisero altri 12 studenti e un insegnante (per chi non lo sapesse il massacro, avvenuto negli Stati Uniti e precisamente in una scuola superiore del distretto amministrativo di Columbine - inutile quasi specificarlo considerando che il fatto porta il nome della scuola e del relativo distretto - il 20 aprile 1999, ha visto implicati nella vicenda due giovani con disturbi comportamentali, Eric Harris e Dylan Klebold, responsabili come già detto, dell'uccisione di più di una dozzina di persone a colpi di arma da fuoco). La band non si pone in realtà molto sul piano morale, in merito, ma evidenzia il circolo vizioso di odio che la morte genera, e forse, di come in qualche modo esso faccia il gioco degli assassini, risucchiati in un vortice malsano fin dalla scuola. Pochi sono i dubbi che il riferimento, sin dall'inizio, sia rivolto proprio ai due giovani assassini, ma ci piace pensare che il resoconto, e il monito, siano di carattere ben più generale, considerando che questo non è stato l'unico atto di violenza perpetrato da giovani dotati di armi da fuoco, e comunque di giovani all'interno di un ambito scolastico. Musicalmente abbiamo un inizio terremotante (strumenti "sapientemente torturati" per dare un senso di caos spiazzante) e un proseguo davvero aggressivo, con un riffing segaossa unito ad una batteria decisa e potente: in quanto ad aggressività e carica oscura si ha poco da invidiare agli Slayer, nonostante abbiano poco a che spartire con il loro mood. Verso il trentesimo secondo si parte a manetta: l'atmosfera è leggeremente più oscura e malsana rispetto a molti suoi precedenti, l'aria che si respira e plumbea. La velocità la fa da padrona, e la gragnola di fendenti inferti dall'apparato chitarristico e dalla batteria è di quelli che fa molto male. Qui si respira un senso di autentica violenza, e serve a poco l'appeal vagamente melodico del refrain per dare una sterzata a questo senso di indicibile follia. Il brano non ha pause ne momenti pertirare il fiato, un'autentica killer song, tra le più violente del lotto. Una violenza che duetta perfettamente con il testo, come già detto, incentrato sulla follia assassina di certi giovani. Ancora, degno davvero di nota il lavoro strumentale verso i due minuti e quaranta, stavolta si parecchio Slayer-style (soprattutto nelle prime battute) che culmina in un solo guitar destabilizzante e malato. Potente sino all'inverosimile, penso che per molti amanti del thrash più intransigente, potrebbe essere amore a primo ascolto. E non scherzo.

Wrath of War

Si parla ancora di temi sociali, di violenza, con l'ultimo brano del lotto "Wrath of War" (Rabbia di Guerra), ma come suggerisce il titolo, stavolta il "nocciolo" dell'apparato lirico risulta essere la guerra. Davvero lodevole l'uso di metriche secche e rapide, essenziali. Marziali, se mi si concede. Come accennato di guerra si parla, la guerra come fine di una condizione sociale arrivata al limite, di un'umanità al suo stadio finale, sebbene il senso possa essere aperto a metafore di natura più intima e personale. Fondamentalmente vi sono ben pochi dati per centrare un'argomento preciso, al di là del fatto che si parli di guerra: si accenna al fatto che il contesto è bellico, che c'è un protagonista non meglio specificato calato in tale situazione, ma non si va oltre l'abbozzo, parecchio vago ma forse per questo ancor più suggestivo. Un'acquerello tetro, cupo, plumbeo su una situazione guerresca che riassumerebbe tutto. Già, perchè in mancanza di un plot preciso, di uno svolgimento definito, di un contesto ben delineato, quel che rimane è una rassegnata istantanea di un momento qualunque di un qualunque conflitto, dove non esistono eroi - il protagonista è ridotto ad un'ombra, un personagio senza nome né identità - e tutto è offuscato dall'impenetrabile alone della morte. Passando alla parte musicale abbiamo un'altra parte introduttiva cauta, ragionata (poco a che vedere con il massacro del pezzo precedente), quindi, nel giro di poco una partenza dinamica, veloce ma non allo spasmo. Il brano si assesta da subito su un thrash abbastanza punkeggiante (il retrogusto punk è nell'aria, ma pochi sono gli elementi per dire "cosa suoni effettivamente punk" in questo pezzo) che porta il gruppo su lidi parecchio differenti rispetto a quelli testati nella precedente "Circle Of Hate" (come sotolineato, forse il loro pezzo più estremo). Qui l'atmosfera è di misura più solare, e questo nonostante il testo imperniato sulla guerra; il cantato risulta essere abbastanza sprezzante. Certi riffs (si veda il lavoro di chitarra al minuto e quaranta) richiamano - ma senza citare nessuno in particolare, almeno che ricordi io - il thrash più classico, reiterandosi a più riprese sino a stamparsi nella testa dell'ascoltatore. Altro bel brano che pone egregiamente il sigillo ad un album senza punti deboli.

Conclusioni

E quindi, arrivando alla conclusione di questa disamina, non posso che confermare quanto detto a più riprese sino a questo momento, ossia che l'album in questione è ottimo, vario, ben suonato e ben cantato, capace di fare presa immediatamente su qualsiasi thrasher degno di questa nomea. E cosa c'importa se alla fine si tratta di thrash revivalista, se i nostri non hanno inventato nulla e hanno semplicemente pescato dal passato per mettere in piedi un prodotto ineccepibile, inattaccabile, pieno di grinta e catchy al punto giusto? Nulla, direi. Non è certo andando avanti di invenzione in invenzione che si spera di ottenere prodotti di altissima caratura. Tant'è che, siccome non tutte le ciambelle riescono con il buco, molti di coloro che hanno sperimentato o si sono voluti tenere al passo con i tempi, hanno fallito miseramente, e qualcuno è ritornato pure sui suoi passi (inutile fare nomi, anche tra i big, ma ce ne sono a iosa). Invece assimilare la lezione del passato, se non si vuole rivoluzionare niente - è una scelta, non un handicap - risulta talvolta vincente, dato che se si assimila per il meglio quanto ci ha regalato il passato, possono subentrare sorprese inaspettate. Come questo disco, figlio di un thrash ottantiano, ma non necessariamente relegato al cento per cento a quel periodo (certe ritmiche forsennate appartengono maggiormente ad un retaggio moderno), che strizzando un occhio al passato ci regala quasi trentotto minuti di buona musica debitrice ma non schiava degli eighties. Insomma, non è di una istantanea sbiadita di quegli anni, che stiamo parlando. Dunque ancora un plauso ai Rawfoil che, solo al primo album, ci hanno regalato un disco da consumare (meglio averne due copie, a questo punto, una da custodire gelosamente nella propria collezione, e l'altra da logorare tenendola nello stereo a palla ventiquattr'ore su ventiquattro) che, tanto per ripetermi, era esattamente quanto volevo sentire. Avevo pregustato, prima di questi giorni, alcuni dischi di metal - non necessariamente heavy - italiano da iniziare a sentire per rifarmi un po' le orecchie dopo un periodo di lavoro stressante. Questo, prima che un mio collega mi passasse questo disco. E già sentivo il magone per il fatto di dovermi dedicare ad un album che non era minimamente nei miei programmi. Questo prima di sentirlo... cribbio. Ha impiegato poco per catalizzare la mia attenzione e divenire l'unica cosa ascoltata a più riprese per giorni e giorni. E francamente, dopo aver sentito tonnellate di musica di ogni genere, non mi aspettavo che questo Evolution in Action suscitasse in me un simile effetto. È stato come ritornare ai miei primi amori in ambito thrash, ritornare a quei periodi (primitivi) in cui iniziai a scoprire i Metallica, gli Exodus, i Testament e via discorrendo. Dunque posso dire che questo gioiello ha indubbiamente "suscitato" in me qualcosa, a parte il semplice "prendermi". Non stupirà quindi il voto che vado ad apporre "in calce", che farà strabuzzare gli occhi a qualcuno (normalmente voti così li metto ai maestri del genere) e susciterà perplessità da parte di qualcun altro. Ma la cosa mi è abbastanza indifferente. Citando la Maionchi (ecco, giusto questa mi mancava) "per me è SI". Questo è thrash ragazzi. Vero thrash capace indubbiamente di fare breccia. Ed evito tranquillamente di dire di "continuare così", dato che ora non mi dispiacerebbe vedere anche una graduale evoluzione (che so, per dire, come hanno fatto gli Slayer, o i Metallica, che già dal primo disco erano partiti egregiamente, e per quattro/cinque dischi consecutivamente hanno evoluto il loro sound senza snaturarsi di una virgola) che potrebbe portarli a lidi inimmaginabili. Ma è solo una mia fantasia, che potrebbe rimanere tale. Tanto anche continuassero a ripetere la medesima formula, almeno per qualche album (ispirazione permettendo) potrebbero continuare a tirar fuori cose egregie. In fondo, se vogliamo, possiamo pensare a gente come i Dorsal Atlantica, che tra il primo e il secondo album non hanno cambiato di molto le carte in tavola. Eppure il secondo disco da qualcuno - non da me - è considerato migliore del primo. Quindi sino a che l'ispirazione aiuta, sino a quando si trovano riffing efficaci, assoli ben congeniati, finchè tutto continua a funzionare... allora va bene così. E allora dai ragazzi, stupiteci nuovamente con un altro disco degno del vostro nome. Siete partiti alla grande e sono sicuro che continuerete pure meglio. Bravissimi!

1) Evolution in Action
2) Josey Wales
3) Broken Black Stone
4) Fail
5) Demons Inside
6) Reflect The Death
7) Circle Of Hate
8) Wrath of War