OTTOBRENERO

Mercurio

2016 - independent

A CURA DI
VALERIO TORCHIO
27/03/2018
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Partiamo da un assunto: la musica metal, in Italia, è viva e lotta insieme a noi. Nonostante i limiti storicamente riconosciuti della nostra scena nazionale (qualunque cosa si possa intendere, con questa definizione), quali collaborazioni difficoltose, ostilità immotivate ed una cronica carenza di locali che possano dedicarsi a tempo pieno o quasi a promuovere il genere, mai come negli ultimi quindici o vent'anni la proposta metallica dello Stivale si è presentata più variegata, intrigante ed in grado, soprattutto, di offrire spunti validi nei più disparati settori della musica dura. Se per le sonorità più classiche (come il rock duro di estrazione britannica, quello più cromato o stradaiolo di provenienza statunitense, la NWOBHM o persino la calcolata aggressività del thrash metal) si sono spesi coraggiosi emuli fin dai primi anni Ottanta, suolo fertile hanno incontrato, al tramonto di quel decennio e per tutto il successivo, anche le soluzioni più estreme, dal death al black metal; e neppure è stata estranea, ai gruppi tricolori, la volontà non solo di replicare semplicemente le gesta dei colossi d'oltremanica o d'oltreoceano, ma anche di personalizzare quelle formule, caratterizzandole con tratti tipici della tradizione nostrana. Spesso è stato il ricorso a melodie di sapore mediterraneo, capaci di riscaldare la durezza delle partiture più ruvide, o di coniugarsi elegantemente con impasti musicali che non disdegnano cantabilità e linee orecchiabili. Non è, tuttavia, l'unica risorsa a disposizione per quanti, nel Belpaese, abbiano l'ambizione di scrivere il proprio nome negli annali metallici. Una grande stagione di sperimentalismo, libertà creativa e, cosa che non guasta mai, successo di pubblico, sia entro i nostri confini che al di fuori di essi, a cui le compagini odierne possano attingere come ad un serbatoio inesauribile di ispirazione, esiste già nella storia rock di queste parti: quella del progressive italiano, a cavallo fra i tardi anni Sessanta e il decennio successivo. I nomi che ne hanno innalzato il vessillo sono ben noti, ed anche solo una manciata bastaa dare un'idea del livello qualitativo che ha contraddistinto quel periodo: dalla sacra triade Premiata Forneria Marconi, Banco Del Mutuo Soccorso, Le Orme, ai più eclettici Il Balletto Di Bronzo, Il Rovescio Della Medaglia e Area. Proprio a questi ultimi, alla loro imprevedibilità stilistica ed alla loro esplicita volontà di superare gli apparenti limiti frai più disparati generi musicali si richiama iltrio milanese Ottobrenero (Virgilio Tagliaferri alla chitarra e compositore principale, Daniele Caldara alla batteria e paroliere, Walter Lamorte al basso e cantante), qui al proprio esordio autoprodotto, che omaggia il quintetto dell'indimenticato Demetrio Stratos fin dal monicker, ispirato esplicitamente a Luglio, Agosto, Settembre (nero), uno dei brani più controversi del loro disco d'esordio Arbeitmachtfrei, oltre che nella ricerca costante di continui cambi d'atmosfera all'interno delle proprie composizioni. Non di classico rock progressivo d'annata, però, stiamo parlando in questo caso: la proposta degli Ottobrenero rientra a pieno titolo fra quelle forme di metal estremo sperimentale ed evoluto che hanno dato nuova linfa al genere dalla fine degli anni Novanta in poi, ed allo stesso tempo non si lascia classificare tanto facilmente in modo univoco. C'è il thrash complesso e meno convenzionale affine a mostri sacri quali Voïvod o Coroner; emergono in diversi frangenti chitarre liquide ed oblique che non stonerebbero in contesti post-metal, come pure gli immancabili riffoni e persino melodie diminuite su plettrate serratissime di ascendenza chiaramente black; la sezione ritmica sa essere versatile senza arenarsi in ridondanze, incalza il giusto senza strabordare, e giostra abilmente fra sfuriate di sapore estremo, passaggi più percussivi e rallentamenti sulfurei; la voce, infine, allarga il suo spettro su grida di scuola hardcore rauche e strozzate, occasionali accenni growl in puro stile death e crooning baritonale e melodico che ammicca a soluzioni post punk ed alternative, rendendo così la tavolozza sonora ancor più variegata e sorprendente. Ulteriore punto di originalità, poi, rispetto alla scena contemporanea, e di contatto invece con i succitati maestri Settantiani, la scelta di liriche esclusivamente in italiano, scoglio contro il quale si sono infrante spesso le ambizioni artistiche di parecchi rockers nostrani. La fluidità dell'esito finale testimonia il grande lavoro posto nella cura degli incastri ritmici fra le spigolosità di una simile proposta musicale e le cadenze spontanee del nostro idioma, e meriterebbe attenzione non solo da parte degli addetti ai lavori o degli appassionati di sonorità inevitabilmente di nicchia, ma anche di tutti quei musicisti che cercano un'alternativa credibile al ricorso, per non dire ripiego, alla lingua inglese, che a volte finisce inavvertitamente per denunciare tutti i limiti di una competenza incerta o stereotipata. Alla nostra lingua, dopotutto, non fanno certo difetto ricercatezza e potenziale metaforico, e il titolo di questo album lo testimonia appieno: Mercurio, infatti, allude, per espressa ammissione del gruppo, sia al pianeta del nostro sistema solare ed alle suggestioni fantascientifiche legate allo spazio, noto e sconosciuto, attorno a noi, che permeano i testi e l'enigmatica copertina dell'album; sia all'unico metallo in natura di consistenza liquida, inafferrabile e privo di forma prestabilita, in perenne movimento come la divinità classica da cui prende il nome, e come la musica del trio milanese vorrebbe essere. Non un semplice titolo, quindi, ma una vera e propria dichiarazione d'intenti artistici. Cosa meglio,a questo punto, che saggiare direttamente la consistenza di questo elemento cangiante, così come coagulato nelle dieci composizioni racchiuse nel debutto degli Ottobrenero?

Fondazione

Un arpeggio di chitarra fluttuante su un tempo dispari funge da introduzione al primo brano, Fondazione. L'atmosfera sembra davvero sospesa nelle ampiezze sconfinate dello spazio esterno, se non fosse un robusto riff caracollante, ricco di groove e ben rimarcato da armonizzazioni di chitarra e basso distorto, a risvegliarci dal torpore siderale. Con l'ingresso della voce, abrasiva e di chiara impostazione hardcore, il ritmo si fa ancora più sincopato, prima di sfociare in una scarica up-tempo memore della più classica aggressività thrash metal, specie nei furibondi inserti in doppia cassa. Un primo ritornello sembra interrompersi, riconducendoci al riff iniziale e ad una seconda strofa, più estesa della precedente grazie ad una riproposizione, stavolta in chiave distorta, dell'arpeggio di apertura; al suo termine, possiamo finalmente sentire dispiegarsi il vero e proprio ritornello, in cui un incessante tappeto di doppia cassa regge un tessuto chitarristico serrato e melodico, prossimo al metal estremo di provenienza scandinava, ed esasperato dalla sovrapposizione di vocalizzi ruvidissimi. A questo punto è un solitario giro di basso a cambiarebruscamente l'andamento del brano, introducendo una breve sezione caratterizzata da chitarre armonizzate di scuola svedese; soloun respiro momentaneo, in realtà: l'irruzione del riff di apertura lascia di nuovo strada all'up-tempo di sapore thrash già visto sopra, che ci trascina, a rotta di collo, direttamente alla chiusura del brano, sulla quale davvero l'ugola di Walter sembra portata al proprio limite fisico, ancora più sottolineato dall'insolito, per questa tipologia di cantato, ricorso al vibrato.Degno di nota, peraltro, come l'impiego di uno stile vocale decisamente aggressivo e scorticato non infici la comprensione delle liriche, qui di chiaro stampo sci-fi e tese a descrivere un'ipotetica nascita artificiale della vita senziente: "Radici / Incise con lame d'ombra / Su nastro l'eredità / Avvolta nelle mie membra" e, ancora più chiaramente, "Motore! Azione! / In scena la Creazione! /Attore, cantore / Rinarra la Fondazione". Parole con cui la band sembra invitare a bandire ogni intervento divino nell'insorgere della vita, a favore, invece, di un'attenta pianificazione operata da un'intelligenza chiaramente più evoluta ed in grado di manipolare gli elementi a proprio piacimento gli elementi base della creazione, quasi che si tratti di una pura e semplice messa in scena, con cui divertirsi alle spalle delle neonate marionette animate, tessendo per esse un destino apocalittico. E non c'è speranza di libero arbitrio, per l'essere umano così concepito: "Disfatta di fronte a me / La trama del mio copione / Tessuto della realtà / Di nuova fabbricazione", prigioniero non solo della volontà del suo creatore, ma anche di un intero contesto forgiato artificialmente a sua insaputa.

Cacogenetica

Un attacco bruciante, memore della lezione più melodica del black metal nordeuropeo, ci catapulta direttamente nella strofa del secondo brano di Mercurio, Cacogenetica. Blast beat di batteria, chitarre e basso e voce aspra in un vorticoso unisono fanno da cornice a liriche criptiche, in cui a parlare, forse, è un essere superiore che, in una condizione di prigionia, constata come la propria vita volga alla conclusione; un tema, questo, che non solo tradisce l'ispirazione fantascientifica dei testi, ma li avvicina anche alla lezione di nomi storici della scena estrema, come Voïvod oppure Hypocrysy. Prima della dipartita, dunque, questa entità misteriosa sceglie però di trasfondere la sua impronta genetica in una stirpe vivente condannata,altrimenti,all'omologazione ottenuta attraverso la manipolazione scientifica: "Come argilla / Incido sul mondo / Un codice nuovo e fecondo / Cacogenetica / Emerge dal fondodel pozzo / Eugenetico immondo". Interessante vedere come, nel passaggio dalla strofa, più drammatica, al ponte, di natura più meditata, l'accompagnamento sonoro muti di conseguenza: se la voce rimane infatti aggressiva, il canto armonizzato di chitarra e la batteria più quadrata segnano un evidente cambio di atmosfera, che si completa nel ritornello, in cui anche la voce si fa pulita, pur mantenendosi sui toni cupi cari alla darkwave più classica. Un tappeto di doppia cassa e accordi aperti della sei corde accompagna poi le riflessioni della voce narrante, che laconica si rammarica di non poter conoscere i frutti del proprio sacrificio: "Non vedrò mai / Che colore ha / la mia eredità / E non sentirò mai / Che rumore fa / La diversità". Dopo una seconda successione di strofa, ponte e ritornello, un improvviso rallentamento, scandito da lunghi accordi di chitarra e da un drumming più sincopato, sfocia in una vera e propria oasi sonora, popolata solo dalle note di un arpeggio pulito e solitario, da un basso monocorde e dai colpi delle bacchette sul timpano, quasi a narrare il lento dissolvimento dell'essere protagonista delle liriche; con lo spegnersi, infatti, della chitarra, si chiude anche il brano medesimo. E resta, per noi ascoltatori, il significato più profondo delle liriche: un invito a rifiutare l'omologazione ed il principio del miglioramento artificialmente ottenuto della specie, a cui è positivamente contrapposto quello della diversità e della mescolanza, chiamata appunto, con un neologismo grecizzante, "cacogenetica", ossia "cattiva genesi", ma in realtà portatrice del vitale principio della mescolanza, in contrasto con l'apparentemente preferibile eugenetica ("buona genesi"), che cela però, dietro il paravento dell'evoluzione scientificamente programmata, la volontà totalitaria e violenta dell'eliminazione del diverso, in qualunque forma esso possa presentarsi ed a partire dalla mappa genetica stessa.

Nel sangue

È una brutale sferzata in pieno stile thrash metal ad accoglierci in apertura di Nel sangue, terza traccia di Mercurio. Drumming d'assalto, chitarre serrate e il ruggito di Walter Lamorte codificano infatti il brano come il più diretto ed aggressivo del trittico iniziale. I poderosi colpi in battere iniziali sfociano poi in una strofa di sapore maggiormente groovy, in cui fanno capolino anche interessanti variazioni di sapore hardcore, ad esempio nella riproposizione del riff su corda singola e nell'uso di accordi estesi, oltre che nell'ugola straziata del cantante. D'altra parte la violenza sonora messa in mostra ben si affianca alle liriche, intente a descrivere ciò che sembrerebbe null'altro che l'improvviso ed incontrollabile manifestarsi di un'ira folle e primordiale, ricorrendo a diverse immagini di gusto pittorico: "L'olio si espande / E increspa la tela di piaghe / Chiazze di bile / Si allargano al tocco del male / Mano che mescola / Acqua e cenere e sale / Spirito e Linfa / Dipingono il volto infame". Il ritornello si presenta invece come uno squarcio di sapore più melodico, a creare una contrapposizione con la strofa che avvicina gli Ottobrenero a strutture caratteristicamente anni Novanta, in particolare la doppia sovrapposizione vocale, da una parte pulita e dall'altra raucamente hardcore; la melodia cantata, tuttavia, è allo stesso tempo evocativa e lontana dalle banalità che, a volte, hanno segnato i prodotti di quell'epoca musicale, orientata com'è ad evocare, piuttosto, suggestioni progheggianti, indotte anche dalla metrica del testo (che non sarebbero affatto spiaciute proprio a quegli Area citati quale esplicito punto di riferimento), in cui il protagonista, impotente di fronte all'onda montante dell'ira, domanda aiuto contro di essa: "Questo vento mi assale / Il suo influsso mi lega fin nel sangue / Questo male è un attacco nel sangue / Rompi queste catene / Che mi stringono dentro fin nel sangue / Questo male è un attacco nel sangue". A sorprendere ulteriormente l'ascoltatore è un inserto ritmico di sapore ska-core, con tanto di basso in levare, pronto però a mutarsi rapidamente in nuovo assalto dominata dalla doppia cassa a ruota libera, mentre le parole del cantato narrano la perdita di lucidità di chi è pervaso da un sentimento bestiale, nel senso più autentico del termine, ossia di estraneo alla razionalità proprio dell'essere umano: "Voci compagne / Mi danzano in capo / Pensieri seguono un corso / Mio malgrado / Nera influenza / Del vento del male / Prende possesso e cambia / Il mio reale"; il punto d'arrivo di questa follia è dunque la distorsione della realtà, la completa disconnessione dal dato autentico, sostituito da tutto ciò che una mente ormai squilibrata vuole vedere, a scapito della ragione. Ancora un doppio ritornello ci conduce alla chiusura del brano, su un crescendo di basso chitarra e batteria, che ci lascia appena il tempo di domandarci se il nostro protagonista sia stato costretto a soccombere davanti all'impeto della furia nelle sue vene, o se abbia prevalso, alla fine, la parte più razionale del suo essere.

Essi ridono

Lunghi accordi come uno sguardo su uno spazio desolato e vuoto aprono Essi ridono, appena irreggimentati in un tempo riconoscibile da scarni passaggi di batteria. L'attacco della strofa principale si distingue, invece, per un tempo dispari giocato su un martellante lavoro percussivo della sezione ritmica, ricco di cambi d'accenti, a cui si contrappone ed interseca un chitarrismo psichedelico ed acido; gioca forte, in questo frangente e nell'intero brano, l'influenza dei Voïvod "mark II", ossia il periodo, a metà anni Novanta, della formazione triangolare con Eric "E-Force" Forrest alla voce ed al basso (e non è forse un caso che tale sia proprio anche l'attuale configurazione degli Ottobrenero), caratterizzato da un approccio sempre variegato alla composizione ma anche dalla ricerca di atmosfere soffocanti ed apocalittiche.Su questo rutilante tappeto musicale si innesta da subito una serrata e rabbiosa linea vocale, di stampo prettamente hardcore e degnamente intonata ad un testo che sputa fiele senza remora alcuna: "Pallidi monarchi / Arrivano da mondi/ Dove l'oro riempie cuori / Come bile che scioglie ogni valore / Il tempo lenisce ogni dolore /Ma adesso fa ancora un male cane". Per la prima volta nel corso dell'album, dall'arsenale vocale a disposizione del gruppo si estrae anche l'arma pesante del growl, che ribolle livoroso a constatare la disperata situazione di esseri asserviti ("Occhi che si accendono /Voci che si levano /Mani che si giungono/Mentre essi ridono / Schiene che si piegano / Mani che si piagano / Lacrime che scavano / Mentre essi ridono") in una sorta di ponte, su un tempo più quadrato, che introduce ad un ritornello secco, insolitamente diretto e, si direbbe, pensato per scatenare un po' di insano mosh sottopalco, specialmente grazie alla ripetizione di quella frase che è sentenza e promessa insieme: "No, io non dimentico / No, io non dimentico / No, io non dimentico. Mai". A questo sfogo viscerale segue, a mo' di pausa, una breve sezione strumentale grooveggiante, interrotta da un passaggio di chitarra pulita quasi funk, appoggiata dall'incalzare sincopato della batteria; al rientro della distorsione, di nuovo due memorabili linee liriche, che una scossa di doppio pedale sembra rendere ancora più incisive: "Il tempo cancella i ricordi più neri / Ma i segni, quelli no / Il tempo guarisce qualunque ferita / Gli sfregi, quelli no". Giusto il tempo, infine, di un ultimo ritornello, a chiudere il brano con una ulteriore sferzata di aggressività. Lasciata da parte per una volta la cripticità dei testi precedenti, qui la metafora tessuta dagli Ottobrenero è ben chiara: dietro i padroni giunti da altri mondi, si celano quelli del nostro mondo, più concreti e pertanto ancora più temibili e spregevoli allo stesso tempo ("Perfidi padroni / Che perseguono il progresso / Col sudore della fronte / Di chi vive ancora il Medioevo", nelle parole della band stessa). Contro il loro strapotere, esemplificato dalla risata, segno di scherno e superiorità, cui fa riferimento il titolo, gli esseri sottomessi, che garantiscono a questi despoti contemporanei lo status di divinità viventi, altro non hanno se non la memoria della violenza subita, specie se codificata dalle piaghe, dagli sfregi che nemmeno il tempo è davvero in grado di cancellare. Non dimenticare, quindi, diventa la prima condizione della futura riscossa. Ricordiamocelo bene, quando cercheranno di obliterare la nostra identità davanti allo schermo di qualche supporto elettronico.

Avorio

Un arpeggio proveniente dal vuoto siderale è il biglietto di benvenuto in Avorio, quinta traccia di Mercurio e conclusione di un ipotetico "lato A", per dirla con la terminologia cara al buon vecchio vinile. Su quelle note si appoggia una linea vocale che cattura immediatamente l'attenzione, tanto è chiaro il tributo all'esperienza dark e post-punk italiana, quella di band come Diaframma o primissimi Litfiba, che l'ugola di Walter Lamorte paga in questi primi attimi del brano. La calma è squassata presto dalla seconda parte della strofa, in cui tremolo picking, doppia cassa e timbrica distorta di gusto estremo la fanno da padrone. Questa alternanza fra sezioni più ragionate e altre più aggressive è infine spezzata da un ritornello aperto e gridato, dove sembra rispuntare il consueto sostrato hardcore / thrash. Molto meno diretto, invece, appare il contesto lirico: se si ripresenta lo scenario di mondi desolati e post-apocalittici già intravisto in precedenza, dietro il velame delle metafore si scorge un attacco feroce alle religioni organizzate ("Parole / affondano nel cuore / dei molti che han / timore / di mondi oscuri / radice di un credo / eterno a vivere"; o ancora "Paure, culti ignobili / Nutriti da un clero / Di vermi e vipere") ed alla loro fin troppo terrena sete inestinguibile di potere e di ricchezze, ricercate ed ottenute attraverso l'indottrinamento e l'instillamento della paura nelle menti più vulnerabili e fragili ("Miserie / cornucopia, tesoro / dell'uomo che è padrone"). Un attacco tanto impietoso e violento al cosiddetto oppio dei popoli non può compiersi a dovere senza ricorrere a quello stile musicale che riconosce nella blasfemia la propria raison d'etre: ecco dunque la band sfoderare tutto il proprio arsenale black metal, in una parentesi che, fra imperanti tonalità diminuite, canti di chitarra in sedicesimi, grida straziate ed un drumming sull'orlo del deragliamento, inonda il pentagramma di veleno puro, sulla scorta di pesi massimi made in Norway, Emperor in particolare: "Il dolore è come oroda modellare / Prezioso ed immorale / È l'avorio / Strappato dai volti degli umili / Per il lusso d'ingordi bastardi". Come ceneri dopo un incendio, a questa sfuriata segue una sezione dal tempo estremamente rallentato, di gusto doomeggiante, resa ancora più ieratica da rarefatte note di pianoforte in lontananza, interrotta da occasionali inserti uptempo; desolato quanto l'accompagnamento musicale, inoltre, il testo di questi ultimi conclusivi: "Oltre i miei limiti / Ritroverò praterie / Ormai deserte / Oltre i miei limiti / Ricorderò le profezie /Ma ormai fa niente". Tragica presa di coscienza di colui che, compreso l'inganno, ha cercato di rovesciare la corrente, e si è ritrovato solo con le sue convinzioni, inutili in un mondo ormai irrimediabilmente estraneo e perduto. Il destino, miserabile e titanico allo stesso tempo, dei profeti senza fede, voci che gridano nel deserto delle anime.

Neocorteccia

L'eclettismo compositivo del trio milanese offre, in questa Neocorteccia, un vero saggio di come si possano mescolare influenze a prima vista disparate al fine di ottenere un brano cangiante e di indubbia efficacia mimetica. Se il protagonista delle liriche sta facendo i conti con l'incontenibile risveglio dellapropria componente irrazionale, che si domanda quale sia l'utilità di quella porzione del cervello, caratteristica proprio degli esseri pensanti, da cui viene il titolo del brano, le diverse tinte sonore impiegate dalla band cooperano a dipingere plasticamente il dramma in atto. E bisogna riconoscere che riuscire a farlo senza eccedere in complicatezze né dando vita ad un indecifrabile pastrocchio è un risultato di tutto rispetto. Il suadente avvio del pezzo,all'insegna della melodia e di un cantato pulito e profondo, echeggia addirittura i Type O Negative più colorati dell'epoca di Octoberrust ed è funzionale a descrivere le posate riflessioni della metà razionale del nostro protagonista, la seconda strofa, segnata da un riff metallico squadrato e grasso e dall'ingresso della timbrica più aggressiva, ci presenta l'agitarsi della bestia chiusa nelle segrete del suo encefalo ("Nella gabbia di sinapsi dell'evoluzione / Si dimena l'avversario di ogni evoluzione"). Il confronto fra le due anime è ben rappresentato dal ritornello, una scheggia di post punk melodico che sembra modellata sulle partiture più spigliate di Killing Joke o Die Kreuzen e nella quale l'intrecciarsi delle voci, urlata e melodica, mostra come si concretizzi e si agiti il conflitto interiore del protagonista. Dopo un secondo ritornello l'immancabile variazione assume qui la forma sonora di un passaggio cadenzato con accordi estesi e basso in primo piano, cui fa seguito un canto circolare di chitarra su un tappeto ritmico spoglio ma giocato attentamente su cambi d'accento. È il momento in cui la componente razionale è infine sopraffatta dal mostro: "Tocco il fondo / Mani e denti / Nelle membra / Sa di sangue / Freddo e voglie / Questa polpa / Ho radici / E rami immersi in / Questa melma / Nulla resta / Della corteccia". Un ultimo ritornello ci lascia infine aggredire da una feroce sferzata black metal, comprensiva di blast beat a ruota libera, che sigilla degnamente un confronto terminato nel peggiore dei modi per la metà considerata comunemente "sana" del nostro organo dominante. E per chi, infine, si stia domandando quali fossero davvero gli intenti della parte animalesca del protagonista, pensate un attimo a cosa vi suggerisce quella voce ruvida e sibilante, nascosta in qualche anfratto imperscrutabile del vostro cranio, quando siete imbottigliati nel traffico mattutino, in attesa dell'ennesima, grigia giornata lavorativa in compagnia del carissimo collega, cabarettista mancato, che vi inonda il cellulare di barzellettine sconce da cesso delle scuole medie ed inviti alla sagra della mela cotta nel circolo gestito dal cugino di campagna...

Pineale

Arpeggio di chitarra distorta, accorte sincopi nella linea ritmica e tempo dilatato, a suggerire un senso di tempesta imminente: così si presenta Pineale, e le aspettative non sono tradite. Chiusa la breve parentesi iniziale, la strofa si scatena in un up-tempo serrato, che paga dazio, in tutto il suo corso, alla scuola hardcore a stelle e strisce. Anche la voce di Walter Lamorte non concede spazio a divagazioni melodiche, inasprendosi e correndo a rotta di collo assieme al resto del gruppo, fino ai limiti concessi dalla metrica. Proprio il testo, in un contesto tutto sommato meno sperimentale o composito rispetto ad altri visti in precedenza, ha il ruolo di elemento sorpresa: basato su associazioni apparentemente analogiche, sembrerebbe alludere ad una serie di mostruosità caratteristiche della nostra epoca: erotismo deviato e indiretto ("Sterile / Fino al midollo / Succhialo, gustalo a fondo / Finché non resta che il ferro"), violenza e ossessione per le armi, specie da fuoco ("Gelido / Dito al grilletto, spingilo / Sentilo a fondo / Perché non resta che premere"), dipendenza dai mass media e smania di esibizionismo ("Tasto / Mano al comando, stringilo / Èun patto inconscio / Io ti do retta e tu la mia rotta"). A ruota della strofa, un ponte, in cui si percepiscono striature thrash metal, specialmente per la linea di chitarra sovrapposta alla ritmica; a spiazzare di nuovo l'ascoltatore tocca poi al ritornello, marchiato da un canto melodico della sei corde e da linee vocali sovrapposte che, seppur dotate di estrema animosità, conservano allo stesso tempo la tipica orecchiabilità dei chorus hardcore, calibrato per chiamare la folla a sgolarsi all'unisono con il cantante; certo, non sarà semplicissimo, in questo caso, avere la certezza del senso autentico delle liriche, che indicano, forse, il ruolo che la mente critica si assume nei confronti del marciume davanti a cui si trova ogni giorno, e che è stato ben delineato nelle strofe precedenti ("Di notte sono io Dio / Getto ponti tra le verità / Spazzo anni d'oblio / A colpi di perché"). Al termine del ritornello, un serrato riff di chitarra ci introduce in una ad un breve stacco strumentale, prima di un'ultima coppia di ritornelli, cui segue un rallentamento conclusivo a sigillare definitivamente il brano. Arrangiamento più essenziale, testo meno accessibile: parrebbe questo il binomio che segna questo settimo capitolo di Mercurio. Il riferimento alla sezione del nostro cervello, che fa da titolo al brano stesso, potrebbe però spiegarsi in rapporto alla ricerca ed allo svelamento della verità, essendo la ghiandola pineale, in alcuni concezione teosofiche, legata alla visione profonda ed interiore, e considerata omologa al "terzo occhio", quello spirituale, di cui parlano diverse religioni orientali, fra cui l'induismo. Come se la band ci invitasse a guardare al di là dello squallore quotidiano, da cui siamo incessantemente bombardati e imbruttiti ("ferita al limite della decenza" è definita, in un efficace stralcio, tale condizione), esercitando ciò che dovrebbe essere dominante dell'essere umano, ossia il controllo razionale e critico sulla percezione del mondo che ci è propinata, alla ricerca costante delle cause, dei perché a cui fa cenno il testo. In tal modo, siamo in grado di divenire, filosoficamente parlando, Dio di noi stessi, scoprendo le connessioni profonde della realtà e nel contempo abbattendo la selva di menzogne che le circonda.

Veleno

Cosa ci si può attendere da un brano battezzato in modo tanto esplicito, se non una bordata di suoni diretti ed aggressivi, di quelle che ti prendono in piena faccia alla maniera di un treno in corsa? In effetti, le prime note di Veleno sembrano rispettare in pieno il pronostico: giro di chitarra essenziale in battere, grido di battagliadisumano e un furibondo blast beat costituiscono il benvenuto servitoci dalla band. Non sarebbe, tuttavia, in linea con l'approccio del trio milanese proposi in modo tanto pedestre, ed infatti l'ingresso nella prima strofa cambia subito le carte in tavola, proponendoci un mid tempo decisamente più groovy, dominato dalla sezione ritmica, in particolare dai salti di corda del basso, mentre alla chitarra è lasciato il compito di espandere orizzontalmente il tappeto sonoro ai piedi di un testo fra i più provocatori e, appunto, velenosi dell'intera opera, nel quale scansione metrica e gusto per il calembour paiono echeggiare l'estro di una fra le esperienze meglio riuscite del rock in lingua italiana, quella dei conterranei Timoria e del loro paroliere principale, Omar Pedrini, che pionieristicamente aveva già parlato di argomenti simili al tempo del loro quinto disco,2020 Speedball (anno di grazia 1995). Proprio la dolce morte indotta dalla dipendenza costituisce il fulcro di queste liriche, ma non si tratta, banalmente, di sostanzechimiche più o meno legali, leggere o pesanti; in questo caso l'assuefazione letale è quella data agli esseri umani della nostra epoca dai mezzi di comunicazione di massa, e nello specifico le allusioni tanto alla Rete quanto alla televisione sono piuttosto scoperte, pur se esposte con il consueto approccio metaforico e facendo ricorso a giochi di parole e neologismi: "Bocca esperta punta al ventre della gente / Entra caldo nel canale digitale / Spinge forte, ficca e-norme, bittorrente / È padrona e detta legge a chi non legge". L'arrivo del ritornello spezza l'approccio sarcastico e diretto delle strofe, puntando invece a ricreare la tensione della vittima, consapevole del proprio abbandono e priva ormai di ogni dignità individuale, tanto da bramare, proprio come il tossicomane più abietto ed anestetizzato, l'agognata dose di morte: "Stringimi dolcemente in trame d'oblio / E sarò sempre tuo / Mordimi eavvelenami, mangiami vivo / Non sento niente". Motivo per cui anche i toni musicali si fanno cupi e drammatici, con accordi che creano dissonanze scandite dall'incalzare della batteria, quasi a voler ricreare le sensazioni di un'aritmia cardiaca; la timbrica straziata del cantante, inoltre, denuncia ulteriormente la condizione di relitto in cui versa la vittima di questa piaga contemporanea, perfettamente riassunta nell'immagine del serpente che stritola ed uccide la sua vittima senza provocarle troppo dolore. Una seconda serie di strofa e ritornello lascia poi spazio ad un intermezzo strumentale caratterizzato da un canto di chitarra sincopato e frammentario replicato dai colpi della doppia cassa, cui segue una convulsa coda con chitarrismo di gusto psichedelico sovrapposto ad una base ritmica incalzante, specie nei martellanti inserti di batteria. Veloce passaggio sul riff della strofa, ed ecco, ulteriore variante, un ritornello con voce filtrata e la sola coppia ritmica a far da sostegno, prima di un ultimo ritornello in cui la sei corde di Virgilio Tagliaferri si riaffiancaa basso e batteria. Un arpeggio pulito, infine, svanisce assieme al brano, congedandoci. E lasciandoci storditi tanto dall'aggressività delle partiture che bazzicano con piacere i quartieri malfamati del thrashcore più metallico e maleducato, quanto dai frammezzi strumentali che occhieggiano, invece, a tutto quanto possa portare il prefisso "post" nella musica dura, dagli anni Ottanta in poi, senza trascurare, anche in questo caso, la lezione di un gruppo di eclettici per vocazione quali i canadesi Voïvod, qui consultati nella loro fase più sperimentale, quella dei primissimi Nineties. Il tutto contribuisce a delineare un quadro schizofrenico, ben adatto ad accompagnare il senso di esaltazione frenetica prima e di torpore letale poi che contraddistingue la mente dei tossici da mass media, "schiavi senza mire né talenti" pronti ad essere lobotomizzati senza remore nel cinico gioco di dominio e sottomissione in cui l'essere umano gioca il ruolo paradossale di vittima delle sue stesse creazioni. Sembra fantascienza, è già realtà.

Vltima ratio

Preannunciata dai colpi filtrati della batteria, Vltima ratio, penultima traccia di Mercurio, esplode subito con un rutilante tempo dispari in terzine e una sequenza discendente di accordi su cui si staglia, asperrima e quasi atona, la voce; una successiva accelerazione lanciata dalla doppia cassa di Daniele Caldara, nel corso della quale spicca l'unisono di basso e chitarra giocati su intervalli dissonanti, conduce al primo ritornello, in cui la ricerca di una voluta disarmonia, in special modo fra gli strumenti a corda, è messa in evidenza ancor più chiaramente e, coniugata com'è a tempi sostenuti, dà vita ad un'atmosfera tesa e drammatica, da disastro epocale ormai imminente. Del tutto appropriata, peraltro, ad un brano il cui titolo, in lingua latina, significa infatti "soluzione estrema", e le cui liriche paiono raccontare pensieri ed azioni di una divinità tutt'altro che benevola nei confronti delle sue creature: "Monderò il suolodel marcio / Che infetta la messe / Che insozza la terra / Col suo seme sterile/ Perché non resta / Nessuna ragione / Nel cuore di un uomo / Che ignora il rispetto". Il tema, un classico della science fiction a sfondo apocalittico, deve aver spinto la band ad ispirarsi ancora a quanti, prima di loro, hanno cercato di intonare il proprio pentagramma ad un simile scenario: prioritario rivolgersi, perciò, alle sonorità di un'accoppiata di sperimentatori, ancorché di ispirazione ben diversa. Un orecchio all'imprescindibile DimensionHatröss, quarto episodio di casa Voïvod, ampiamente omaggiato, ad esempio, nei crescendo a chiusura del ritornello, orchestrato dall'intera band all'unisono o nel ricorso a soluzioni ritmiche composite, come visto per la strofa; un altro al gusto per le accelerazioni condotte su riff di tonalità diminuita e martellate dalla doppia cassa, schegge dilanianti di cui sono riconosciuti maestri i precursori svizzeri Celtic Frost. D'altra parte, se i riferimenti musicali degli Ottobrenero appaiono qui chiari, una loro peculiarità che abbiamo ormai imparato a riconoscere è la ricerca costante di varianti inconsuete e spiazzanti, a prima vista, ma intessute con attenzione nella struttura dei brani, in modo da non incorrere in sgradevoli disomogeneità. In questo caso è proprio lo spettro del progsettantiano tricolore a proiettarsi sulla nuova strofa: l'impiego di una voce pulita e baritonale, la ritmica in tempo dispari e la metrica delle liriche ne sono indizi inequivocabili. Ed anche le parole, per parte loro, sanno sorprendere: "Elementi si fondono / in fornaci galattiche / Fiamme antiche rifoggiano / Creature dialettiche / Torri bianche si foggiano / Su deserti di cenere / Faro guida al triangolo / Dove l'uomo ha origine". Un humus filosofico e fantascientifico insieme disegna uno scenario di combustione totale e rigenerazione, che rispecchia antiche convinzioni del pensiero greco classico, precisamente la teoria della conflagrazione universale che, periodicamente, doveva porre fine al mondo ed alla vita in esso, per poi permettere un nuovo inizio dell'esistenza. In questo passaggio di grande suggestione e impegnativo dal punto di vista contenutistico, i richiami all'esperienza progressive italiana sono dunque funzionali a rispecchiare, nell'accompagnamento, la complessità di quanto si intende comunicare. Un nuovo riff, in tonalità minore e tempestato di armonici portati dalla chitarra, fa da base ad un passaggio di sapore particolarmente oscuro, in cui un sussurro minaccioso scandisce il suggello lirico dell'intero brano: "Anti vita nuova vita", prima che un'ultima fuga ad alta velocità, sferzata da un grido lancinante, lo concluda definitivamente anche sotto il profilo strettamente musicale. E quasi non sembra vero che un pezzo tanto cangiante si attesti a poco più di quattro minuti, entro i quali una umanità corrotta trova la propria fine ed una rifondazione per mano di una sfuggente divinità che vive al di là dello spazio remoto e del tempo stesso. La natura difficile ed intensa del testo, poi, altro non fa che donare fascino ad una tematica, a prima vista, già nota ai frequentatori di queste sonorità, riuscendo così a renderla personale, almeno quanto, a livello di arrangiamenti, l'equilibrata commistione fra estremismi metallici e squarci di quiete rientra nelle peculiarità messe in mostra dalla band.

Ottobrenero

Legittimo sigillo dell'intera opera, giunge la traccia eponima di album e gruppo stesso. E, mettiamolo subito in chiaro, è ben degna di quest'onere: Ottobrenero riassume, nelle sue diverse atmosfere, i volti che la band milanese ha saputo esprimere nei brani precedenti, includendoli in una specie di suite (di poco sopra i dieci minuti complessivi) dove la componente metal più ruvida e viscerale si sublima grazie all'apporto della linfa progressiva che abbiamo più volte visto all'opera nel corso dell'intero disco. Mai così armoniosamente, però. L'arpeggio iniziale in acustico, cui subentrano basso distorto e rullante in crescendo, disegna uno scenario alieno su cui la voce pulita di Walter Lamortenarra di un viaggio, non si sa quanto reale e quanto metaforico, che sembra quasi tradurre in musica suggestioni ispirate dalla migliore fantascienza contemporanea, come le Cronache marziane dello scrittore statunitense Ray Bradbury: "Svegliati, amore,è tempo ormai / L'aria è sottile, c'è un gelo lunare / Prometti che non tornerai / Ci rincontreremo di là". In chiusura di ogni strofa, un grido distorto e aggressivo si sovrappone al timbrobaritonale, per rivelare con i toni più drammaticamente adeguati la ragione profonda del viaggio: "Non te l'ho mai detto / Ma il mondo è finito di già", mentre un blast beat spietato precipita l'ascoltatore verso un ritornello cupo e maestoso allo stesso tempo, segnato dall'intreccio costante fra l'aspro ruggito in primo piano ed il controcanto vocale melodico, che accompagna il viaggio dei protagonisti delle liriche attraverso l'ostilità dello spazio sconfinato: "Il nostro destino è un tuffo nel buio più fondo / Uno slancio infinito da scogli a picco sul cosmo / Se tutto è già scritto nuotiamo in un mare d'inchiostro / L'estro ci guiderà sino alle rive del senso / Non siamo che luce su un fondo nero". Una seconda strofa ci aggiorna su un peregrinare che tende, apparentemente, verso qualcosa di irraggiungibile: "Ne è già passato di tempo ormai / I giorni si seguono identici e amari / Chissà se ti ricorderai / Non so che mi aspetta di là". Un secondo ritornello lascia poi spazio ad un cadenzato rallentamento strumentale, che sfocia a sua volta in una feroce accelerazione di scuola death/black, a mimare i momenti di stanca e di ripresa del vagabondare nei meandri dell'universo. E un approdo, per quanto misterioso ed incerto, sembra profilarsi nelle parole dell'ultima strofa: "Non ci ho creduto davvero mai / L'ancora affonda in un sogno vitale / Non so quando mi raggiungerai / Ma ci rivedremo di qua". L'ultimo ritornello ci abbandona, assieme ai protagonisti del brano, in una lunga coda strumentale di solo pianoforte; un Notturno marziano, verrebbe da dire, che fa da colonna sonora al lento svanire nell'infinito di un viaggio ormai privo di rotta e di senso. E proprio questa conclusione anomala e distante dal clima generale dell'album spicca quale momento tipicamente progressivo nel contesto di un brano che, diversamente da altri precedenti, aveva fin qui presentato una struttura tutto sommato classica e meno imprevedibile. Indubbiamente uno dei passaggi più peculiari e significativi, nella sua unicità, di tutta l'opera, oltre ad una chiusura congegnata con accortezza compositiva, ideale sipario per questo pezzo ma anche per l'intero disco.

Scosse (Nella mia città)

A far da ideale traccia bonus di questo esordio degli Ottobrenero, una cover alquanto inconsueta, ma del tutto intonata allo spirito del trio lombardo. La rilettura di uno dei brani più conosciuti di Franco Battiato, uscito sul mercato originariamente nel 1998 come singolo dell'album Gommalacca, è giocata con gusto e, perché no, divertimento dalla band (che non a caso amava presentarsi, sulle proprie pagine Facebook e Youtube, con lo slogan 'Elefante bianco progressive death metal', citando un classico dell'artista siciliano), che si permette di iniettare nel tessuto originariamente elettronico ed etereo del pezzo dosi accuratamente misurate delle proprie principali influenze metalliche, così da trasfigurarlo senza però sfigurarlo. Ecco dunque l'uptempo iniziale citare apertamente prima i Voïvod di Killing technology (a momenti sembra di sentire la storica Overreaction!) ed il black/death scandinavo poi, con la melodia originale riproposta efficacemente dalla chitarra in tremolo picking di Virgilio Tagliaferri; la strofa, scandita dalla batteria in doppia cassa e dalla sovrapposizione tra voce pulita e profonda e ringhio distorto e brutale; un breve ponte di sapore più thrashy, ancora sospinto dal rincorrersi di cassa e rullante; ed il ritornello, dove riesce a far capolino financo un retrogusto alternative anni Novanta, specie per quelle chitarre armonizzate in progressioni crescenti, che non sarebbero dispiaciute a certi Type O Negative meno tragici o, addirittura, agli SmashingPumpkins più epici. Effetto polpettone? Assolutamente no: il merito del gruppo milanese sta proprio nella somministrazione calibratissima dei diversi ingredienti, che spezia così la ricetta in modo peculiare senza che ci si ritrovi persi fra una quantità di sapori differenti. Menzione doverosa, infine, per la scelta di un brano il cui testo (scritto, come per vari altri pezzi del Maestro catanese, dal conterraneo poeta ManlioSgalambro), dalla vena allo stesso tempo critica e steampunk, si intona perfettamente alle tematiche della band, socialmente impegnate dietro ad una parvenza sci-fi. A conti fatti, è quasi un peccato che sia stata relegata alla sola edizione digitale di Ottobrenero, seppur in download gratuito da diverse piattaforme di musica online: i numeri per essere un piccolo singolo di successo, anche per i nostri, ci sarebbero tutti.

Conclusioni

La prima parola è coraggio. Coniugare complessità compositiva, influenze differenti per caratteristiche ed anche generi musicali di appartenenza e metrica italiana potrebbe sembrare un'impressa da far tremare le vene dei polsi persino ai più eroici, quantomeno per il rischio che lo sforzo artistico si traduca in un'accozzaglia indistinta di chiazze sonore male amalgamate su cui, a peggiorar le cose, piombi pure il carico da novanta di una lingua, la nostra, che non sempre ha avuto rapporti idilliaci con la musica rock. Ben pochi ci avevano effettivamente provato, riuscendoci in maniera convincente: mi verrebbe da pensare alla Strana Officina ed ai suoi esordi, sino a transitare per il primo EP ufficiale rilasciato per la "Minotauro Records". Sebbene la compagine toscana abbia di seguito preferito optare per una sorta di internazionalizzazione, virando sull'inglese, tutt'oggi i metalheads più affezionati ed incalliti preferiscono di gran lunga ricordare le varie "Rock n' Roll Prisoners" e "Burnin' Wings" nelle loro rispettive versioni italiane ("Sole Mare Cuore", "Piccolo Uccello Bianco"); per non parlare di realtà come T.I.R ed IN.SI.DIA, autori di testi in lingua madre, senza dimenticarci anche di realtà estreme come i Cripple Bastards ("Misantropo a Senso Unico" è in questo caso una parentesi a dir poco illuminante). Il cantato in italiano, affascinante quanto difficile da usare, risulta quindi un'arma delicata da maneggiare, più che a doppio taglio: tanto affascinante quanto pericoloso. In questo senso, posso tranquillamente affermare quanto i Nostri siano riusciti nel loro intento, traducendo il coraggio in un qualcosa di concreto e decisamente apprezzabile, fornendo altri esempi circa come la nostra lingua possa essere tranquillamente adoperata, in maniera sapiente e mai eccessiva, calibrata al millimetro, ben pesata e sempre scorrevole, mai vittima di intoppi o inciampi di troppo. Altra parola da adoperare, la seconda è successo: il trio milanese riesce in una difficile operazione di equilibratura, conservando intatte e brucianti le stimmate metalliche più estreme (voce aggressiva e scorticata, drumming duttile ma sempre rotondo e poderoso, chitarre presenti e comunque centrali nella struttura dei brani) ma stemperandone l'impatto sia attraverso la commistione di influenze interne al metal stesso (death e black, ma anche thrash "evoluto" e persino tratti alternative) sia pescando sapientemente da quella tradizione progressiva tricolore citata già inizialmente ed ampiamente mostrata dal gruppo stesso come proprio punto di riferimento (ad essa rimandano tanto la ritmica delle linee vocali, com'è ovvio, quanto il gusto per uno sviluppo compositivo non sempre esattamente circolare, per cui di rado le strofe di apertura si ritrovano in conclusione del medesimo brano). La terza parola, infine, è radici: quelle musicali, più volte indicate, ma anche quelle prettamente sonore, che hanno spinto verso la scelta di suoni caldi e definiti, non certo definibili come sperimentali ma che permettono di godere appieno dello spessore delle singole canzoni e delle stratificazioni presenti, ad esempio sulle linee melodiche (e si parla pur sempre di un'autoproduzione, a maggior riconoscimento degli sforzi compiuti dai nostri). Tutto ciò che serve, dunque, per un esordio sorprendente, originale ma definitivamente equilibrato, in cui per una volta impatto e ricercatezza possono convivere senza pestarsi i piedi o escludersi a vicenda. I doverosi e meritati applausi, quindi, agli Ottobrenero, nella speranza che la loro vena progressiva e sperimentale non si faccia prendere dal timore di osare e ci regali altri viaggi nell'universo sconosciuto che abbiamo intorno. O dentro?

1) Fondazione
2) Cacogenetica
3) Nel sangue
4) Essi ridono
5) Avorio
6) Neocorteccia
7) Pineale
8) Veleno
9) Vltima ratio
10) Ottobrenero
11) Scosse (Nella mia città)