ONSLAUGHT

VI

2013 - AFM Records

A CURA DI
LORENZO MORTAI
27/07/2018
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Giungiamo oggi ad un altro appuntamento con la storia, ma non la nostra storia, bensì quella di una band che ha sancito, anche se molto spesso dietro le quinte, una gran bella fetta di cultura musicale. Siamo in Inghilterra negli anni '80, precisamente a metà decennio, e la band di cui stiamo parlando, dopo essere partita con tutt'altro genere, dà alle stampe un disco che cambierà per sempre il corso della sua esistenza. Quella band faceva capo ad un uomo, Nige Rockett, che come racconteremo a breve ha fatto di tutto negli anni per poterla tenere in piedi. Gli Onslaught, fin dal loro esordio avvenuto nel 1985 con Power From Hell, hanno sempre dettato le proprie condizioni al mondo quasi in sordina, salvo poi rivelarsi come dei geni veri e propri grazie alla pubblicazione del celeberrimo The Force. Un disco che ancora oggi risveglia le coscienze di migliaia di thrashers in tutto il mondo, e che non può non essere ascoltato almeno una volta. Di lì la carriera della band l'abbiamo raccontata per filo e per segno durante le nostre recensioni, considerando ogni punto di vista, raccontando la sagace tecnica con cui i nostri si sono dati battaglia negli anni, ed anche l'infelice rottura che li ha portati allo scioglimento nel 1989 dopo la pubblicazione di In Search Of Sanity. Capitanati dal carismatico Grimmet alla voce, che era andato a sostituire Sy Keeler, storico frontman della band, gli Onslaught non erano riusciti a tenere il passo, ed anche a causa di pressioni da parte della loro label di allora, erano caduti nel baratro. Sedici anni dopo la band, come abbiamo raccontato, ritorna in grande spolvero grazie a una nuova linfa, scaturita proprio dal loro leader e guitarman Nige Rockett, che decide non solo di rimettere in piedi la storica formazione, ma anche di richiamare a sé il compianto Keeler, per la gioia di tutti i fans che lo stavano aspettando da così tanto tempo. Amici nuovi e nuovi fans si aggiunsero agli storici, grazie ai due ottimi Killing Peace e Sounds Of Violence, il primo dei quali sicuramente più acerbo e modernizzato rispetto al secondo, che invece come abbiamo detto nella sua recensione completa, risulta essere un vero e proprio calcio nei denti. Da qui di nuovo tutta la strada in discesa, live, concerti in ogni dove, presenza nei festival più importanti del mondo, insomma, il tritaossa albionico era tornato, e lo aveva fatto in grande stile, senza lasciare prigionieri sul palco. L'ultima pubblicazione che abbiamo raccontato della band risale al 2011, momento in cui gli Onslaught avevano appunto dato alle stampe Sounds Of Violence. Un disco granitico sotto tutti i punti di vista, con una ottima produzione ed un lavoro dietro al mixer egregio. Arriviamo negli anni successivi, in cui la band, presa quasi da una euforia scrittoria, comincia  a comporre nuovo materiale, che finirà ovviamente nel disco successivo. Il contratto con la AFM Records aveva prodotto nuovissime canzoni, spinti anche dalla label stessa che voleva a tutti i costi comporre e pubblicare un disco nuovo. Per fortuna, anche se questa scena sa di già visto e sentito, la band stavolta aveva il coltello dalla parte del manico; era lei infatti a condurre i giochi, ed era lei a dettare le condizioni di vendita e soprattutto di produzione. Tutto il materiale, raccolto nei due anni intercorsi, finì in un album che ovviamente sarà l'oggetto della disamina odierna. Nove canzoni, nove slot di pura devastazione per un disco che, a discapito di quel che pensano le malelingue, come vedremo avrà gli Onslaught nuovamente in stato di grazia, con in particolar modo un paio di brani che faranno scintille. Mancava ovviamente un titolo a questo piccolo gioiello del Thrash albionico, e quale scelta migliore se non puntare tutto sulla semplicità? Siamo al sesto album in carriera, per cui perché non chiamare il disco semplicemente VI? E fu proprio così. Uscito ufficialmente nel Settembre del 2013, VI rappresenta un altro punto fermo del gruppo, con canzoni che nonostante siano passati pochi anni dalla sua pubblicazione, sono già divenuti un cult assoluto. Ne uscì anche una versione in vinile a 12 pollici, con una versione classica in vinile nero, ed una limited di colore grigio. La AFM ne fece uscire anche una versione in digipack con allegato materiale inedito, live tracks e molto altro ancora, il tutto raccolto in una grande confezione. Sulla copertina campeggiano fiamme infernali e tre enormi teste di morto con elmetto militare. Elmetti della seconda guerra mondiale, con allegate carte da gioco dell'asso di picche (un riferimento che spiegheremo successivamente), e al di sotto dei tre teschi il paesaggio di una furente battaglia, con un immenso squadrone di bombardieri B52 che sorvola il paesaggio dietro ai tre morti viventi. Riferimenti e chicche che scopriremo nel finale, per il momento, date il benvenuto alla nuova devastazione!

New World Order

Si inizia con  una strumentale di alcuni secondi, chiamata semplicemente A New World Order (Un Nuovo Ordine Mondiale). Trentasei secondi di semplice musica di sottofondo, accompagnati da una sorta di chitarra acustica mischiata con un pianoforte dai toni melensi e molto malinconici. In questo momento, considerando la copertina e tutto ciò che ruota attorno a questo disco, ci immaginiamo la devastazione dopo un bombardamento, aiutati anche dal titolo che ci fa pensare a tempi contorti e per fortuna molto lontani. Le lemmi pennate della chitarra si susseguono nei pochissimi secondi che ci fanno da introduzione al disco, e che guidano la nostra mano attraverso i secoli ed i suoi movimenti, sicuri di quel che stiamo facendo. Ciò che ci si para di fronte agli occhi è uno spettacolo a dir poco apocalittico: mani che si cercano perché perse dopo una enorme esplosione, fumi della battaglia che si stagliano sulle acque increspate dall'incedere dei carri armati panzer, coi loro cingoli d'acciaio che bucano la terra fin nelle viscere. Mentre ascoltiamo questa piccola intro, ci viene in mente anche quale possa essere l'argomento principe di questo disco, e manco a farlo apposta sarà la medesima, sottile e mai banale critica alla società moderna. Il Nuovo Ordine Mondiale è uno spauracchio che spesso attanaglia le coscienze della gente. Si tratta di una sorta di consiglio segreto di uomini potenti che tengono in mano le fila del mondo intero, decidendone le sorti in ogni singolo istante.

Chaos Is King

Neanche il tempo di riprendere fiato e subito veniamo gettati nella mischia grazie a Chaos Is King (Il Caos è il Re). Aperto da una rocciosa e poderosa rullata di batteria, il pezzo si protrae per i suoi quattro minuti ripetendo ossessivamente un mid time di chitarra e batteria messe assieme, aiutati anche dalle slappate di basso che si fanno sentire nel sottofondo del caos. Il tutto per lasciare libero sfogo alla voce di Keeler, che come era accaduto nel disco precedente, ha ormai abbandonato il suo tono squillante ed infernale, appannaggio di uno più cavernoso e sicuramente più spaventoso del precedente. La sua voce gutturale ci accompagna per tutto l'ascolto, mentre Rockett, dietro alle corde della sua chitarra, quasi le strappa dalle sedi per andare avanti nel pezzo e farci assaggiare tutta la loro potenza. Potenza che cresce decisamente col tempo, diventando quasi inaudita in certi frangenti, anzi, divenendo quasi impetuosa e rocciosa man mano che la canzone procede. Canzone che come possiamo intuire dal titolo, non racconta certo di fiori e campi verdi, quanto piuttosto del caos enorme in cui abbiamo gettato le nostre esistenze. Immaginate un mondo finito, immaginate un mondo in cui ormai tutto ciò che pensavamo potesse essere relegato al positivo, sia solamente un lontano ricordo. Una volta immaginato questo, immaginate anche di viverci all'interno di quel mondo, barcamenandovi fra la sopravvivenza ed il caos più totale. Un mondo in cui ormai niente ha più regole, e nessuno vuole ottenerne di nuove, sono tutti troppo impegnati a dividersi il piatto del re, quella sequela di bugie messe in piedi dai burattini della propaganda che non fanno altro che alimentare nuovi sentimenti contrastanti, e renderli oggettivamente ancora più inutili ed ancora più effimeri. Ora che avete immaginato tutto questo, immaginate che quel mondo sia il nostro, perché anche se si nasconde sotto una apparente superficie di normalità, quel che ci troviamo davanti è un mondo ormai allo sbando. Un mondo in cui non c'è più speranza, non c'è più positività, ma c'è solamente il caos. Abbiamo fatto del caos il nostro signore e padrone, gli abbiamo permesso di andare avanti e prendere piede nelle nostre coscienze. Mentre tutto questo viene raccontato con fare quasi demoniaco da parte di Keeler, vediamo che la musica arriva anche ad uno strabordante assolo di Rockett. Assolo che assume quasi i toni di un arabeggiante arazzo mentre viene eseguito. Le sue note si protraggono per diversi secondi mentre Nige continua ad inanellare combo come se non ci fosse un domani; a questo fa fronte anche l'ottimo lavoro dietro alle pelli, e fin dai primi battiti del disco facciamo la conoscenza di Michael Hourinan, nuovo acquisto della band. Un batterista decisamente coi fiocchi, che già in questo primo brano ha dato assoluta prova di quel che riesce a fare con in mano le bacchette. Un susseguirsi di cambi di tempo repentini e sempre sugli scudi aiuta il brano ad arrivare a conclusione lasciandoci ematomi e lividi sulla sua pelle, anzi, facendoci quasi sanguinare. Un'ottima apertura di disco, che sicuramente da il suo meglio on stage, dove la potenza di questa canzone si sprigiona in tutta la sua interezza.

Fuel For My Fire

A fare da contralto e da seguito a questo muscoloso open the gates troviamo Fuel For  My Fire (Benzina per il Mio Fuoco). Aperto da un'introduzione assolutamente altisonante e molto bella da ascoltare, inframezzata anche da una partitura di tastiera, il brano ben presto prende piede grazie ad un andante furioso della batteria e della chitarra, che come sempre sono lì pronte a martellarci la cassa toracica. Sy Keeler si presenta di fronte al microfono dopo pochissimi secondi, e stavolta, grazie al ritmo più sincopato della canzone, garantisce un andamento della voce più lineare rispetto a prima. Cori e contro-cori assolutamente azzeccati, specialmente sul ritornello, rendono questo pezzo un devastante valzer della morte, così mentre noi stringiamo un cadavere fra le braccia, quest'ultimo balla con noi nel plenilunio più buio. I cambi di tempo si susseguono come impazziti, al punto tale che sembra di sentire due o tre brani concatenati fra di loro, fino ad arrivare nuovamente al ritornello che grazie al suo carico di aggressività recondita e mai assolutamente nascosta, fa si che la nostra testa si muova a ritmo in men che non si dica, andando a foraggiare stilemi che provengono da un passato non molto lontano. In tutto questo Rockett trova il tempo come sempre per inserirci un suo strabordante assolo, stavolta quasi di matrice ottantiana ma di scuola scandinava, con alcune ottave e quarti che sembrano riprese da un disco di Malmsteen. In questo modo la canzone si spezza giusto quell'attimo che serve per andare avanti e continuare a mutuare il proprio sound. L'ottimo lavoro di Michael dietro alle pelli si sente anche in questo frangente, soprattutto nella parte finale in cui una serie di rullate e stop continui cercano in tutti i modi di coinvolgerci in un enorme mosh pit da cui sicuramente ne usciremo tumefatti. Immaginate adesso la persona che più odiate al mondo, può essere chiunque, anche un personaggio pubblico. Immaginate quella persona che ogni volta che la vedete vi fa ribollire il sangue dalla rabbia, vi fa sentire inetti, vi fa sentire capaci di prendergli il collo fra le vostre mani e stringerlo fino a sentirlo esalare l'ultimo respiro. Ecco, quella persona secondo la band è la benzina per il fuoco del vostro odio; è quella persona che vedete ogni volta che qualcuno vi fa arrabbiare, ogni volta che qualcuno fa qualcosa che vi fa pentire di ciò che avete fatto. Un personaggio oscuro insomma, che riesce a fare di voi un po' quel che vuole, soprattutto con la vostra coscienza e la vostra calma e pacatezza. Arriverà però il giorno in cui questa persona finalmente crollerà, in cui la vedremo contorcersi fra le sue fiamme infernali, ed allora saremo noi a ridere di lei, come lei ha sempre fatto di noi nel corso di tutta la nostra esistenza. Cadrà e si frantumerà in mille pezzi come un bicchiere rotto che si spande sul pavimento. Diventerà un enorme mistura di sangue, fuoco e lacrime, e noi dall'alto di quella bocca infernale riusciremo a guardarlo un'ultima volta e dargli l'addio che merita, spingendolo giù dal dirupo col nostro piede. Una canzone che sicuramente risveglia le coscienze di chi l'ascolta, portandola a pensare e riflettere sulla propria vita. Accompagnati da una musica devastante ma sicuramente meno "efficace" del brano precedente, è un pezzo che prima di essere apprezzato va ascoltato almeno 4 o 5 volte, poi una volta che è penetrato nelle viscere, quel ritornello così efficace non può non farti cantare a squarciagola.

Children of The Sea

Con una introduzione arabeggiante e che sembra provenire dal deserto più lontano, inizia Children Of the Sand (Figlia della Sabbia). All'intro ben presto si sostituisce un andante cadenzato e che in modo continuo ci accompagna per i primi secondi di pezzo, alternandosi con un mid time della batteria e successivamente con la voce di Keeler. Tutti brani che superano i quattro minuti in questo disco, almeno fino a questo punto, e che riescono però allo stesso tempo a non annoiare, anzi, a trascinare l'ascoltatore all'interno di un enorme vortice in cui venire risucchiati fino al midollo. L'andamento della canzone si modifica in men che non si dica, concatenando vari pezzi uno dopo l'altro, in una enorme fusione che risulta essere davvero geniale. In tutto questo Keeler come sempre sugli scudi col suo cantato  gutturale ed infernale, sempre pronto a concederci la sua dose di violenza, sempre con in sottofondo questo andamento molto arabeggiante, che sembra quasi provenire da un passato lontano. A metà circa dei sei minuti di pezzo abbiamo una ulteriore modifica, con un abbassamento dei toni che risulta essere davvero geniale, e che anzi, non fa certo pensare a qualcosa di banale. Ecco infatti che in concomitanza con questa modifica arriva l'assolo, corroborante e pieno di verve, suonato da Rockett in maniera pressoché egregia. Successivamente a questo abbiamo nuovamente un ritorno all'andamento che abbiamo ascoltato in apertura di pezzo. In chiusura sentiamo nuovamente quel sentore desertico che ci fa di nuovo pensare ad un commiato quasi malinconico, con la voce di questa suadente ninfa che ci accompagna fino all'ultimo giro di waltzer mortale. I figli della sabbia altro non sono che i figli del demonio; figli della terra maledetta che in ogni dove pretendono di uscire dalle loro tombe e calcare la terra con fare da conquistatori. Sono stati mandati da un emissario del male, sono stati inviati con un unico scopo, cercare e distruggere. Distruggere cosa? Ovviamente le vite dei presenti al momento in cui i loro corpi putrefatti usciranno dalla sabbia che li ha accolti fino a quel momento; una volta usciti trascineranno le loro diafane membra in giro per la terra, andando sempre più a foraggiare quel desiderio maligno di distruzione. La canzone però è anche una sottile e neanche troppo velata denuncia alle figure dei kamikaze, vi spiego perché; ad un certo punto si parla di auto-detonazione, di personaggi che escono dalla sabbia mandati da Dio in persona. Il collegamento con quei malcapitati che, per desiderio di religione o per convinzione cieca, si fanno saltare in aria in aree affollate al grido del loro squarciante desiderio di rivalsa, viene automatico. Non siamo qui certo per fare moralismi e per parlare di questo argomento, raccontiamo solamente le cose come stanno, quel meccanismo malato per cui abbiamo dei morti viventi o dei condannati a morte che ancora respirano, prima di quell'attimo ferale in cui tireranno la linguetta del loro esplosivo. Ecco perché viene automatico il collegamento coi demoni, anche se qui si parla di Dio, ma un Dio che permette tutto questo, che divinità può essere considerata?

Slaughterize

Al quinto posto troviamo Slaughterize (Macellare). Inizio in pompa magna con un ottimo rullare della batteria, a cui ben presto si lega tanto la voce di Keeler quanto il basso e la chitarra di Rockett, suonati alla massima velocità possibile. Nei quattro minuti che si susseguono come forsennati, la band trova il tempo per salire e scendere la scala dei suoni come dei pazzi in preda ad una crisi isterica. Il brano procede praticamente tutto uguale, ripetendo in maniera ossessiva il medesimo tema, a cui ben presto fa capolino anche un assolo corroborante ed enorme di Rockett, che si rivela essere un gradito omaggio agli anni '80. Pura potenza che scaturisce dalla sua chitarra e che si staglia direttamente sul nostro volto senza troppi complimenti, un lavoro davvero ben fatto. Ciò che abbiamo detto in precedenza non cambia, fino all'ultimo secondo di brano la musica si ripete come una enorme spirale in cui perdersi senza pietà, un pezzo che strizza l'occhio più di tanti altri al Thrash vecchia scuola, ed alle origini cavernose della band. Non uno dei brani migliori, ma sicuramente un ottimo strumento di tortura per sconquassarci lo stomaco in attesa del pezzo successivo. Con un titolo così di cosa parliamo se non di assassini? Il protagonista di questa canzone infatti è proprio un efferato serial killer, in attesa della sua prossima vittima. Si muove per la città con fare da demone, gli artigli pronti a colpire alla gola la temuta preda, che già puzza di paura al solo pensiero del suo corpo che si avvicina e ghermisce le sue carni. Egli si muove per le vie di questa enorme metropoli con la bava alla bocca e gli occhi iniettati di sangue, sicuro che prima o poi troverà pane per i suoi denti. All'improvviso ecco che si staglia di fronte a lui una figura femminile; la pelle bianchissima, gli occhi chiari e lo sguardo da donna innocente. In un attimo il suo cervello fa scattare l'istinto della bestia ed egli non ci vede più, anzi, comincia a seguirla nei vicoli oscuri sempre più ferocemente. La donna sente il suo fiato sul collo, e quando sembra al sicuro, ecco che lui esce immantinente da un angolo buio e la assalta. La sua gola viene recisa in poco tempo, il sangue nero sull'asfalto notturno schizza ovunque, ricoprendo quella candida pelle ed il volto del nostro assassino. Ma egli ha ancora un compito da fare, ovvero tagliarla a pezzi, è questa la sua specialità, lasciare nessuna traccia. Un enorme uomo che si aggira per la città e sceglie vittime senza un apparente schema preciso, fino a trovare quella che gli interessa. All'interno però troviamo anche una critica neanche troppo velata ai Marines, o comunque ai soldati scelti; i "serial killer legalizzati", o come molto spesso vengono definiti, coloro che portano la morte sul campo di battaglia. Efferati omicidi compiuti in nome di beni superiori o di ordini impartiti, alla fine sono loro i veri macellai di questo mondo, e non gli assassini.

66 Fuckin' 6

Quello che arriva adesso invece è tanto un omaggio della band ai furenti anni '80, quanto uno se non il brano più bello dell'intero pattern. Parliamo di 66 Fuckin' 6 (66 Fottuto 6). Inizio in sordina col dolce suono di un carillon, che ben presto lascia spazio ad una poderosa rullata della batteria, a cui a ruota si unisce la cavernosa voce di Keeler che intona il titolo della canzone. L'andamento della canzone non ha alcun problema a prendere il sopravvento, andando a ricordarci stili che sembrano ripresi dal primissimo disco della band, ma ovviamente in chiave decisamente più moderna. Keeler canta le sue liriche come una vera e propria bestia, aggredendo il testo e senza mai lasciare niente al caso. I cori sono cronometricamente azzeccati in ogni occasione, arrivano quando devono arrivare e non risultano assolutamente ridondanti, anzi, donano quel sapore di epico al tutto. Come epico è ovviamente il classico assolo di Rockett, stavolta davvero sugli scudi grazie a movimenti veloci e repentini della chitarra, che si muove come una disperata sul proprio asse, sempre più veloce, prima di lasciare il posto di nuovo all'andante che ci ha aperto il pezzo qualche minuto fa. Il brano va poi velocemente a concludersi in dissolvenza, con la chitarra di Rockett sempre sugli scudi e con Keeler che fino all'ultimo secondo continua a cantare come un disperato. Per chi ha seguito questa discografia fin dagli esordi, ricorderà quali siano stati gli argomenti principe specialmente dei primi due dischi, ed ancor più particolarmente del primo. Addirittura PFH aveva anche una divisione ben precisa, fra le parole Death e Metal, sormontate da un enorme pentacolo. Ad argomenti demoniaci i nostri inglesi non sono nuovi, anzi, ogni volta tirano fuori sfumature diverse, argomenti diversi, rifrazioni anche del medesimo luogo comune, ma visto in chiave completamente nuova. In questo caso invece si abbandonano ad un crescendo urlando a squarciagola che loro suonano la musica del diavolo, e se ne fottono di tutto il resto. Il loro Thrash Metal proviene direttamente dall'inferno, risucchia le anime e risveglia l'anticristo, questo in sostanza canta il testo della canzone. Loro si definiscono l'esercito del male, una orda di demoni e spiriti maligni che ha un solo scopo, cercare colpire e distruggere. La loro carica è impressionante, la loro forza inaudita, in un sol colpo sono in grado di sbriciolare una montagna; con la forza del Diavolo dietro di loro niente diventa impossibile, anzi, ogni volta è una grande scoperta, e loro continueranno per tutta la vita a servire. Questa canzone è uno schiaffo morale in faccia a chi pensa che il Metal sia musica da satanisti, bene, allora perché non ironizzarci sopra e costruirci anche una grandissima canzone che in poco tempo riesce a prenderti direttamente l'anima ed a giocarci come vuole. Per chi ha avuto anche il piacere di sentirla live, questo pezzo prende decisamente una carica ancor più demoniaca e forzuta, grazie all'ottimo lavoro di ogni singolo componente della band, e soprattutto della premiata ditta Keeler/Rockett. In questo modo abbiamo fra le mani un disco che non si compone solamente di parole e musica, abbiamo un messaggio: il messaggio è che nessuno deve preoccuparsi di quel che dice la gente, anzi, più quest'ultima lo dice e più tutto quello che ne consegue è semplicemente l'alimentare questo pensiero, facendolo quasi apposta e ripagandoli con la loro stessa medicina.

Cruci-Fiction

Dissacrante e molto caustico è invece il brano successivo, Cruci-Fiction (Croci-Finzione). Un inizio sempre in medias res anche per questo pezzo che ci trascina ben presto per i piedi sicuro di piegarci al suo volere in qualsiasi momento. La chitarra come impazzita comincia di nuovo ad inanellare combo come una forsennata, mentre Keeler dall'alto del suo pulpito di sangue nuovamente ci delizia col suo cantato gutturale. Il che ci riporta alla mente anche le rocambolesche rovesciate vocali di Mo Mahoney, il primissimo cantante della band che venne sostituito da Keeler proprio in The Force. Mo utilizzava un tipo di vocalizzo molto simile a quello che Keeler sta utilizzando adesso, anche se ovviamente le pratiche di missaggio e di produzione che gli Onslaught avevano nel 1985 non permettono di apprezzare invece appieno quel che è stato fatto qui ad esempio. Una produzione ottima, cristallina e senza sbavature, con un equilibrio dei volumi maniacale, e si sente che dietro c'è lo zampino di Rockett. Da quando infatti si imbatterono nella mefitica London Records, che li costrinse ad un cambio così repentino di rotta fino al passo di cacciare Sy dalla band per prendere Grimmet, salvo poi sciogliersi, Nige ha sempre pensato che le label non posso piegare gli artisti al loro volere, devono essere i musicisti che dettano legge per quanto possibile, mentre la label deve fungere da consigliera, aiutando la band quando ve ne è bisogno. La canzone risulta essere l'ennesimo calcio nei denti ben assestato dai nostri inglesi; ogni sua singola sezione si compone di velocissimi cambi di tempo con altrettanto veloci stacchi da parte della batteria e del basso, che come sempre non rimangono mai in sordina, anzi, trovano sempre un modo per farsi sentire dal pubblico che tanto li acclama. Pensate al titolo della canzone, di che cosa possiamo parlare? Ma ovviamente dell'illusione religiosa, argomento a cui i nostri inglesi sono molto legati (i versi iniziali di PFH erano presi dal Libro dell'Apocalisse, ricordiamo solo questo). Si racconta che la storia millenaria più importante mai raccontata al mondo, è in realtà una bufala colossale, una finzione; non si nega l'esistenza di Gesù Cristo, quanto piuttosto la sua parte divina. Quella umana spesso non viene neanche menzionata, considerando che vi sono migliaia di testi al mondo che testimoniano in maniera egregia quanto questo personaggio sia esistito davvero. Nella canzone si fa storpiatura della crocifissione, per denunciare la finta dietro al quale la chiesa da 2000 anni si nasconde, è tutto finto. Finti sono i miracoli, finte sono le buone azioni compiute, tutto quanto è una farsa, e chi non riesce ad accorgersene, vuoldire che è un povero stolto. Si fa una discreta denuncia soprattutto ai seguaci della religione, che pregano nelle loro case e nelle loro chiese un Dio che nessuno ha mai visto, ma che tutti sperano ci sia per pentirsi in punto di morte e meritarsi un posto in cielo. La band si scaglia in modo feroce contro di loro, invitandoli ad aprire gli occhi e non farsi ingannare da ciò che gli viene raccontato, quanto piuttosto nel cercare sempre la verità sotto alla sabbia, e non fermarsi mai alle apparenze. In questa canzone la critica è pesante, verissimo, ma allo stesso tempo si coglie una dissacrante verità per quanto riguarda il compiere azioni in nome della religione, non sappiamo mai realmente a chi ci stiamo rivolgendo.

Dead Man Walking

Quasi in collegamento con questo brano troviamo il seguente, Dead Man Walking (Uomo Morto che Cammina). Inizio lemme e contratto per la canzone, che ben presto però assume nuovamente i toni sarcastici a cui anche il brano precedente ci ha abituato, ma stavolta prendendo le "difese" quasi di Gesù trasformandolo in un uomo arrabbiato col suo peggiore nemico, Giuda. Un uomo morto che cammina ovviamente è riferito a lui che torna dopo tre giorni risorgendo dalla morte, e che si presenta ai fedeli coperto di sangue e con le ferite ormai guarite. La colpa di tutto questo è proprio di Giuda. E' colui che per trenta denari ha venduto il salvatore del mondo ai romani, che ha permesso di catturarlo e di inchiodarlo ad una croce. Per alimentare questi pensieri durante la canzone, si utilizza una musica davvero rabbiosa e piena di cattiveria, con Rockett sempre in prima linea pronto a schitarrare come un forsennato ed a regalarci momenti di pura estasi come il classico assolo alla metà del pezzo. Parliamo di un uomo che si sta scagliando contro la sua nemesi, contro la persona che più di chiunque altro sicuramente odia e vorrebbe vedere scomparire dalla faccia della terra. La band in questo caso toglie di mezzo tutti i buonismi che sono intercorsi nel corso del tempo e si concentra prevalentemente sull'odio, un sentimento che poteva pervadere anche il figlio di Dio perché no? Ed ecco che la canzone si trasforma in una sorta di arringa da parte di Cristo sulla propria nemesi, anzi, sul proprio nemico, fino a giurare di sputare sulla sua tomba una volta che la troverà ed egli sarà morto. La canzone dunque è anche un rimando al sentimento di vendetta che alberga spesso nella mente di moltissimi uomini, e spesso trova pane per i loro denti. Un sentimento che deve essere incanalato per non risultare letale, e per non portare a risultati nefasti sotto ogni punto di vista. La canzone musicalmente procede a tambur battente per tutta la sua durata, andando allo stesso tempo tanto a foraggiare stili classici quanto pizzichi qua e là di moderno, senza mai essere banale sotto nessun aspetto. Un pezzo interessante, anche se le vere perle di questo disco come abbiamo detto sono ben altre, soprattutto la canzone che è appena passata e la sua precedente. Questo brano funge diametralmente da intermezzo prima di giungere alla fine del disco, ed in men che non si dica ci rendiamo conto che gli Onslaught hanno messo in piedi un album che, per quanto abbia dei leggeri difetti, alla fine non fa una piega dall'inizio alla fine della propria corsa. Anzi, paradossalmente migliora ogni volta che lo si ascolta, compito assolutamente non facile per nessun album musicale, questo ci riesce senza troppi problemi.

Enemy Of My Enemy

Va a chiudere l'esperienza di VI un'altra bella sciabolata direttamente nei denti, grazie a Enemy Of My Enemy (Il Nemico del Mio Nemico). Inizio al vetriolo anche per questa canzone che miracolosamente continua la propria corsa fin dai primissimi secondi di appello e di esecuzione, andando a martellarci la testa in men che non si dica. Il primo cambiamento di tempo lo abbiamo quasi in concomitanza con l'entrata in scena di Keeler, che per questo ultimo brano tira fuori le sue ultime cartucce, le carica in un enorme cannone vulcan, e ce le spara direttamente in faccia. La musica è rabbiosa e carica di maligna energia mentre arriviamo al pre-coro ed al coro vero e proprio che ci si stampa in faccia come un calcio ben assestato. In tutto questo vediamo che allo stesso momento la chitarra di Rockett comincia nuovamente a ricamare su sé stessa, inanellando combo a più non posso ed andando allo stesso tempo a modernizzare leggermente il proprio sound, complice anche l'ottimo e forsennato lavoro della batteria. La canzone consta sostanzialmente di due mid time che si ripetono fino alla fine dell'esecuzione, ma che non lasciano certamente la noia nel nostro corpo, anzi, cominciano sicuramente a farci muovere la testa a ritmo con la musica, muovendo le nostre folte chiome come disperati. Immaginate nuovamente un assolo lungo e veloce di Nige che ci colpisce in piena faccia quasi prima di lasciarci andare, le sue mani si muovono come se fossero tre su quel manico della chitarra, senza mai lasciare niente al caso. La canzone procede senza alcun intoppo fino alla fine, mondando la propria energia sull'alternanza del main theme con questi cori assolutamente azzeccati. Un'altra volta ci ritroviamo a parlare di odio su questi schermi, ma stavolta è un odio decisamente diverso, è quello che intercorre fra due nemici durante una battaglia; la frase che dà il titolo al pezzo è celeberrima in tutto il mondo, così come la sua aggiunta finale del "diventa mio amico". Quando sei nel fermento della battaglia, cerchi sempre alleati, e di conseguenza anche il nemico del tuo nemico diventa improvvisamente tuo amico, allo stesso modo in cui ogni volta che combatti ti ricordi perché lo stai facendo. La canzone pone l'accento su queste tematiche, in modo abbastanza sarcastico ed ovviamente pieno di black humor fino allo stremo, in una enorme orgia di distruzione che culmina con una cascata di sangue. Un campo di battaglia ancora fumante dei cadaveri di migliaia di uomini chiamati all'ordine per una ragione che neanche loro riescono a capire bene. Eppure sono tutti lì, schierati in prima linea come i soldati che sono, pronti a sparare contro chiunque possa presentarsi. Ed è proprio quello il momento in cui il nemico del mio nemico diventa mio amico, nel momento esatto in cui quella persona prova odio o rammarico per una persona che considero un mio nemico, allora io mi alleerò con lui per sconfiggerlo in modo definitivo. In modo enorme e soprattutto continuo, in modo che alla fine del nostro nemico comune non rimanga assolutamente niente. Una canzone che chiude degnamente un disco che è un enorme cazzotto direttamente sugli incisivi, un po' come era stato il disco precedente. Qui però la band raggiunge davvero il suo apice.

Conclusioni

Siamo arrivati alla fine di questa dettagliata analisi del sesto disco in studio degli Onslaught, chiamato semplicemente VI proprio per la sua cadenza all'interno della storia musicale della band (se non contiamo ovviamente tutte le demo uscite prima di PFH, cosa che anche la band stessa fa poco e poco spesso). In questo caso, cosa possiamo dire di questo disco? Quel che abbiamo accennato alla fine dell'ultimo pezzo, ovvero che è una collezione di calci davvero niente male uno dopo l'altro, in un enorme tornado che ti travolge per la mezz'ora abbondante che compone il disco intero. Tracce memorabili con qualche perla nascosta, come abbiamo avuto modo di vedere. Un disco in cui gli Onslaught hanno riversato tutto il loro diniego verso la società ed i suoi molteplici argomenti, come abbiamo avuto il privilegio ed il cuore di scoprire durante l'ascolto; c'è tutto, all'interno di questo disco: l'odio per la religione e le sue bugie, le critiche feroci alla società e ai suoi membri, soprattutto quelli più importanti. Un album che ha sancito nuovamente la carriera della band, o almeno la sua seconda fase, e anche, forse, il disco che rispetto al precedente strizza più volentieri l'occhio al passato, specialmente in alcuni passaggi della chitarra. Un disco che si gode dall'inizio alla fine senza sosta, lasciandoci quasi un amaro in bocca alla fine, sia per le critiche che vengono mosse all'interno, sia per la voglia di ascoltarlo di nuovo. VI risulta essere un lavoro ottimo anche dal punto di vista della post produzione, con un lavoro enorme sui volumi e sui bilanciamenti dei singoli strumenti, rendendo ogni canzone perfettamente bilanciata ed assolutamente pregna di significato. In questo modo abbiamo anche in mano strumenti enormi per poter dire che gli Onslaught non sono mai morti del tutto, ma si erano semplicemente presi una pausa, ed i tre dischi che hanno rilasciato dal momento della loro nuova formazione ad ora, culminano in questo VI con grandissima forza, facendoci capire di che cosa sono ancora capaci. Abbiamo accennato inizialmente ad alcuni easter eggs nascosti nella copertina, adesso dobbiamo rivelarli; l'asso di picche che si vede incastrato nell'elmetto del teschio centrale è un evidente omaggio a Lemmy Kilmister, leader compianto dei Motorhead e vera leggenda della musica Rock. A lui la band deve molto, soprattutto Nige Rockett, che lo ha sempre additato come una delle sue ispirazioni maggiori. Lemmy per le bands di tutto il mondo, ed ovviamente per quelle inglesi, ha rappresentato e rappresenta ancora una vera e propria leggenda immortale, perché quel suo atteggiamento da ultima vera rockstar ancora in vita e purtroppo scomparsa qualche anno fa, fanno e continueranno a fare la storia. Un omaggio che vede anche stagliarsi nella nostra coscienza il pentacolo di PFH, con un netto collegamento come abbiamo visto anche per quanto riguarda le argomentazioni sollevate nei vari brani, che tornano quasi ad essere demoniaci e gutturalmente sporchi sotto ogni aspetto. Un altro omaggio ai Motorhead lo troviamo nei bombardieri B52 che si stagliano dietro ai tre teschi; non dimentichiamo infatti che la band ha omaggiato Lemmy e soci con una cover di Bomber in un disco precedente, andando ancor di più a stimolare le teorie che vogliono i Motorhead come band assolutamente ispiratrice e vate di moltissime formazioni Heavy Metal nel corso del tempo. VI è un disco che si compra e si consuma in una notte, ma poi non lo si dimentica, e ogni tanto fa venire voglia di tornare ad ascoltarlo, anche solo per concentrarsi su quelle tracce che davvero hanno avuto un peso durante il primo ascolto. Un disco che come abbiamo detto ha sancito ancor più linfa vitale nelle vene della band albionica, portandola nuovamente ad essere conosciuta ed apprezzata anche da nuovissime leve che li hanno scoperti negli ultimi anni e successivamente si sono andati a cercare i loro capolavori. Che dire, non vediamo l'ora di scoprire che cosa ci riserva il futuro; se le premesse sono quelle che abbiamo sentito in questo disco e nei due precedenti, possiamo stare pur certi che lo schiacciasassi inglese capitanato dalla coppia Rockett/Keeler ha ancora moltissime cartucce per caricare il suo cannone, ed ogni fan del Thrash che si rispetti non può non essere fremente nel sapere quali possano essere.

1) New World Order
2) Chaos Is King
3) Fuel For My Fire
4) Children of The Sea
5) Slaughterize
6) 66 Fuckin' 6
7) Cruci-Fiction
8) Dead Man Walking
9) Enemy Of My Enemy
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