ONSLAUGHT

Sounds Of Violence

2011 - AFM Records

A CURA DI
LORENZO MORTAI
21/04/2018
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Siamo giunti all'anno domini 2011, un anno che per gli Onslaught, band che ormai è in circolazione fin dal 1985, risulta essere altrettanto importante rispetto agli altri, ma come al solito andiamo con ordine. Avevamo lasciato i nostri thrashers albionici nel 2007, con il ritorno in grande stile grazie a Killing Peace. Disco con cui i nostri, dopo essersi ufficialmente sciolti nel 1989 causa problemi con l'etichetta che li aveva sotto contratto ai tempi (la London Records), avevano portato Nige Rockett a decidere di abbandonare completamente il progetto, nonostante la chiamata alle armi dell'allora giovane e nerboruto Steve Grimmet al microfono. Passati anni, band rimessa in piedi, gli Onslaught richiamano al microfono Sy Keeler, originale voce apparsa fin dal grandissimo The Force (considerato ad oggi come il loro album migliore), e pubblicato questa nuovissima uscita discografica. Di Killing Peace abbiamo parlato abbondantemente nella recensione correlata, che vi invito a leggere, ma ora è il momento di narrare cosa accadde dopo. Come mai passò così tanto tempo per arrivare al disco che farà parte della nostra disamina odierna? Semplice, nel corso di questo quattro anni, la band non ha certo smesso di pubblicare materiale, ed ora scopriamo quale. Una volta tornati ufficialmente in forze grazie anche al contributo della grandissima Candlelight Records, label che per anni ha prodotto (per dire) tutto il materiale dei grandissimi Opeth, gli Onslaught tornano anche sulle scene mondiali, ed ecco infatti che ci ritroviamo fra le mani il Live at Polish Assault proprio nel 2007. Un live che sancisce definitivamente il ritorno della band agli antichi fasti, con i membri in stato di grazia che celebrano tanto le tracce del mastodontico Killing Peace, quanto ovviamente i loro classici. Successivamente abbiamo alcune compilation, ed un secondo live (Live Damnation, registrato questa volta in Inghilterra, sempre dalla Candlelight, e pubblicato sia in CD che doppio DVD), e poi, a fine di questa corsa, abbiamo anche un omaggio ad una band storica, vi spieghiamo meglio. Essendo inglesi fin nel midollo, ed essendo parte anche di quella scuola ottantiana che aveva dato loro i natali tanti anni prima, potevano gli Onslaught non essere fan di quella che è considerabile come una delle band inglesi più possenti di sempre in ambito Metal? Parliamo ovviamente dei Motorhead del compianto Lemmy. La risposta ovviamente è no, non potevano, ed ecco infatti che nel 2010 i nostri ingolosiscono i fan pubblicando un singolo celebrativo, coverizzando una delle canzoni più famose della band, Bomber. Uscito con una particolare copertina che richiama il testo della canzone, il singolo si può trovare solo in formato download digitale, non venne stampato in alcun modo. Perché questa scelta così peculiare? Facile, perché la cover di questo gruppo leggendario la troviamo nel prossimo full lenght della band. Stavolta il titolo è tutto un programma, se il precedente voleva smuovere gli animi, Sounds Of Violence vuole porre una vera e propria scossa tellurica sotto ai piedi degli ascoltatori. Abbandoniamo per un attimo i colori purpurei che ci avevano accompagnato in Killing Peace, e concentriamoci di nuovo sulla bicromia che ha accompagnato la prima parte di carriera della band, ovvero rosso e nero. Sullo sfondo nero con toni grigiastri, vediamo stagliarsi un enorme pentacolo, simbolo di un'era quasi andata, con al di sopra una aquila imperiale (per cui ricevettero non poche critiche, venendo anche additati come band neofascista, voci ovviamente smentite subito da Nige in persona), che ci guarda minacciosa col suo becco fiero. Al di sopra di questo troviamo il logo della band, che è tornato finalmente ai fasti che l'hanno visto nascere. Quei caratteri gotici, stavolta nell'emblema del rosso sangue, fanno scendere quasi una lacrima di commozione negli occhi di noi nostalgici. Al di sotto troviamo il titolo, scritto in caratteri quasi impercettibili, ma che sembrano marchiati a fuoco sulla grafica. Il disco uscì per la AFM Records; si abbandonò dunque la Candlelight, in favore di una etichetta più grande e di forte impatto: questa label negli anni ha prodotto svariato materiale estremo, dagli Annihilator agli Axxis, passando per i più goth Avantasia, ma anche Edguy, Doro e molti moltissimi altri ancora. Aumenta anche il numero delle tracce stavolta, arrivando a dieci, se consideriamo anche l'outro completamente strumentale. Qui c'è da fare una piccola digressione: il finale della canzone, come ascolteremo, richiama molto l'intro del primissimo disco della band, il grande Power From Hell. Viene da chiedersi se i nostri non abbiano voluto "collegare" in qualche modo i due album, ma questo lo scopriremo solo ascoltandolo. Nelle versioni bonus uscite per celebrale il disco, troviamo anche due tracce aggiuntive: ovviamente una è la cover dei Motorhead, mentre l'altra è una ri-registrazione di un classico della band, Angels Of Death. Bando ad ulteriori indugi, è il momento di gustarci il fascino della violenza, gli Onslaught sono ufficialmente tornati sulle scene, e stavolta sembra che niente e nessuno li possa davvero fermare.

Intro - Into The Abyss

L'album ci viene aperto da un particolare intro, denominato quasi con boria Into the Abyss (Dentro L'Abisso). Si tratta non tanto di una sequenza musicale con strumenti, ma di un tam tam di batteria preso direttamente dalle tradizioni militari, che viene mischiato ad un andante quasi oscuro, polveroso, che ha il sapore del Doom sulla lingua. Un andante che va man mano crescendo, fino ad esploderci nelle orecchie come una vampa incendiaria. Dall'atmosfera quasi horror, ci fa pensare al tartaro, ma ovviamente non stiamo parlando della placca dentaria, bensì della bocca dell'inferno. Lì dove si iniziano a sentire le grida di migliaia di anime perdute e disperate, che subiscono le più nefaste conseguenze da parte del diavolo e dei suoi seguaci. Il ritmo da marcia militare poi aumenta ancora di più l'intensità del progredire di questa introduzione, dando quasi un ritmo marziale a tutto quanto. Suoni di archi liturgici si levano sul finale, e se possediamo sia la versione in CD che la ri-edizione in vinile, ci accorgiamo di quanto questo primo slot sia solamente un apertura per collegarsi al pezzo successivo. In un solo minuto gli Onslaught ci mettono i brividi addosso, andando a foraggiare le nostre paure più primordiali, quelle atmosfere che solo gli incubi riescono a dare con tutta la loro pienezza.

Born For War

Il tempo che l'introduzione finisca, e ci viene aperto il cranio grazie a Born For War (Nato per la Guerra). Un intro della sei corde squarcia il cielo in due, mentre l'atmosfera comincia a farsi calda e rabbiosa, senza alcuna pietà. Alla chitarra ben presto si aggiunge la batteria, trasformando successivamente il pezzo in un enorme tornado sonoro, in cui perdere la testa e ritrovarsi in un moshpit da cui uscire malconci e pieni di lividi. Sy Keeler arriva dopo poco, e sfoggia fin da subito il suo gutturale cantato che ben presto si prodiga anche in una serie di acuti bassi ed alti, quasi a voler sottolineare la versatilità della sua voce. La canzone risulta essere stracolma di saliscendi, una nota dopo l'altra, una cascata dopo l'altra, gli Onslaught arrivano al risultato preoccupandosi soltanto di alimentare la propria spirale di violenza senza precedenti. Il ritornello è un vero schiaffo in faccia sia agli astanti sotto al palco, che alle persone che si mettono ad ascoltare questo disco in cuffia. Pezzo che rende dal vivo forse ancora più che su disco, e fidatevi di chi ha visto questa band suonare dal vivo. On stage gli Onslaught tirano fuori il meglio di sé, senza avere la minima voglia di essere gentili, sparano semplicemente i pezzi uno dopo l'altro in faccia al pubblico. La canzone va via via modificandosi nel corso dei secondi che scorrono, andando a foraggiare tanto gli stilemi old school, quanto alcune spolverate di new school, che non guastano di certo, ma che vengono messe lì appositamente per far gridare al miracolo. Nei cinque minuti che compongono la canzone, la band trova il tempo per alzare ed abbassare i propri toni a piacimento, senza alcun problema e senza mai sfociare nel banale; una enorme rullata delle pelli ci porta al bridge finale, in cui Keeler spreme la sua ugola fino in fondo, spillando ogni stilla della sua energia da quella gola così gutturale ed alta allo stesso tempo, ma prima di lasciarci andare il suo monito enorme e pieno di violenza risuona ancora una volta nell'aria, andando a farla divenire quasi elettrica e tossica, quasi piena di sangue. Una luna rossa si apre sulle nostre teste, il messaggio è chiaro, le azioni da compiere ugualmente, e  mentre le ultime mitragliate di batteria si apprestano a far "morire" il pezzo nelle nostre orecchie, una ventata di polvere si porta via ogni cosa, ma facendocene volere ancora ed ancora. Una canzone che racconta del soldato perfetto sostanzialmente, una vera macchina da guerra; le sue mani sono come lame affilate mentre si butta a capofitto sul campo di battaglia, massacrando, spaccando teste e bramando il sangue. Egli è nato per questo, è stato follemente addestrato a non provare rimorsi, a non sentire alcun dolore, a non provare vergogna, paura o nessuno dei sentimenti che, secondo la logica militare, annebbiano la mente di un uomo. Ed è proprio con questo messaggio nel cuore che il nostro soldato combatte senza remora, senza sosta, senza mai avere il fiatone o essere stanco da morire. La sua mano continua a menare fendenti in aria, la sua pistola sempre carica fra le dita farà ancora morti questa notte, la guerra è dentro di lui, un fuoco che arde senza sosta e che nessuno può spegnere. Un inizio di disco davvero niente male, si respira aria di casa quando si ascoltano certi pezzi, soprattutto se si considera la velata critica che si cela dietro ad ognuno di essi. Velata critica ovviamente allo strapotere militare delle nazioni, che come in una macabra partita a scacchi giocano con le pedine del destino umano.

The Sound Of Violence

Neanche il tempo di respirare che ci ritroviamo di botto nella terza traccia, nonché title track del disco stesso, The Sound Of Violence (Il Suono della Violenza). Una enorme e poderosa sessione della sei corde si avvicina al nostro orecchio ed in men che non si dica ci ritroviamo dentro ad un enorme vortice, dove Nige Rockett procede a spron battuto senza fermarsi un attimo. Voce radiofonica che viene sparata direttamente nelle nostre orecchie, prima di lasciare spazio al grandissimo cantato di Sy Keeler. Notiamo fin da subito che, come era accaduto per il disco precedente, il nostro frontman ha assunto un cantato molto più oscuro, molto più cattivo e violento. Tutto ciò ben si sposa con la canzone in sé, il cui ritmo principe, pur non brillando per intensità costruttiva, brilla certamente per la possenza con cui si scaglia contro il nostro viso. Il ritornello consta di un giro vorticoso di chitarra e batteria, sormontato dalla voce di Keeler che si staglia su tutta quanta la canzone. Un pezzo che ci fa pogare come disperati, e che certo ci lascia i segni addosso senza alcun problema. Cos'altro poteva introdurci a questa canzone, se non la paura viscerale di una guerra? Le decisioni vengono prese dall'odio, con queste sadiche parole gli Onslaught ci affidano il loro brano, e ce lo sbattono direttamente in faccia senza farci troppi complimenti. Una canzone che racconta in modo diretto ed assolutamente senza remora l'orrore della guerra, dell'odio che ne consegue, e del motivo per cui certi conflitti avvengono nel mondo. Il potere ed il dolore sono le armi peggiori e più grandi che possono essere date in mano ad una persona; la volontà di poter fare del male, e quella di soggiogare senza alcuna pietà esseri simili a lui, fa da sfondo a questo primo pezzo. La musica certamente, col suo carico cacofonico e pieno di oscura energia, aiuta molto a far arrivare il tema della canzone dritto nelle nostre orecchie e nel nostro cervello, senza preoccuparsi molto delle conseguenze. Gli Onslaught sembrano essere davvero rinati con questo disco: ci stanno proponendo un Thrash Metal che strizza volentieri l'occhio alla primissima parte della loro carriera, ci si sente tanto PFH al suo interno, tanto di quel primordiale ritmo che tanti e tanti anni prima li aveva portati alla ribalta sulle scene mondiali. Ci si sente anche tantissima voglia di rivalsa, una voglia smodata di crescere ed andare avanti, di dimostrare che stavolta sono pronti davvero a fare sul serio, e niente e nessuno potrà fermarli. Se vogliamo trovare forse un unico difetto alla canzone, dobbiamo ricercarlo nella sua qualità compositiva: capiamoci subito, non è un pezzo inascoltabile, tutt'altro, ma allo stesso tempo non vi è mai un momento di verve vera e propria, non vi sono scivolate su ottantiani assoli o bridge significativi. Il che però se da una parte fa storcere il naso, dall'altra considerando l'argomento della canzone, la sua forza intrinseca e soprattutto il suo scopo, ossia descrivere in modo rabbioso e furente gli orrori devastanti di una guerra, dobbiamo assolutamente dire che il pezzo fa il suo lavoro. E lo fa nel modo migliore e più semplice possibile, ossia senza fare prigionieri. Ci pare quasi di vedere quella aquila furente scagliarsi sui nemici sul campo di battaglia: niente la può fermare, nessuno si può mettere sulla sua strada, niente meno che le persone che cercano invano di fermarla. Vediamo corpi sgraziati e straziati attorno a noi, con la piena consapevolezza che non ci sarà speranza, per nessuno e per niente a questo mondo. Siamo nell'orgia del caos, siamo nel suono della violenza, l'odio è la sua benzina e fa muovere i suoi ingranaggi, nessun essere vivente potrà sfuggirgli.

Code Black

Quarto slot è occupato da Code Black (Codice Nero). Parte quasi in sordina, con un ritmo vecchio stile in sottofondo, che man mano si alza fino ad esplodere. Tuttavia una volta arrivati all'esplosione, non si ha la sensazione di trovarsi nel brano che ci ha aperto la canzone, ma in qualcosa di molto più granitico. Keeler come sempre arriva dopo pochi secondi, e nei sei minuti che compongono la canzone sfodera tutta la sua energia per farci del male. La voce viene modificata in corso d'opera, senza preoccuparsi molto di quello che il pubblico potrebbe subire a rimanere troppo vicino. L'andante della canzone è lemme e costante, quasi come la marcia militare che ci ha aperto il disco, e siamo di fronte al codice nero. Ma cosa è esattamente? Beh, neanche a farlo apposta, si tratta del codice per la fine del mondo: un codice con il quale si dichiara la fine di ogni era, la fine di ogni cosa viva o apparentemente tale. Il codice nero è la genesi del male, è l'antitesi del positivo, solo morte e distruzione. Perché diciamo che sembriamo tornati al primo disco della band? Perché alla fine l'argomento per ora è sempre il medesimo, ma visto da angolazioni sempre differenti, senza rifrazioni, ma solamente angoli opposti di un medesimo triangolo. Un enorme assolo irrompe sulla scena al centro della canzone, Rockett spreme la sua sei corde fino all'osso, sputando sangue e facendole sputare i denti alla sua legnosa amica, prima di un bridge lento, che quasi calma l'atmosfera, ma sappiamo bene che sarà la calma prima della tempesta. Ecco infatti che il brano cambia di nuovo, rivelandosi totalmente per quello che è sempre stato, l'ennesima collezione di schiaffi in faccia. Keeler sembra indemoniato mentre ci racconta le nefande conseguenze del codice nero, di questa macchina da guerra che sembra inarrestabile, e che è destinata sempre a far parlare di sé. Un codice che significa una cosa sola, fine. La nuova supremazia, il nuovo ordine mondiale ha deciso questo, ha stilato una lista e semplicemente premuto un pulsante, il resto è storia antica ormai. Una canzone che come sempre contiene una velata minaccia al militarismo imperante, proprio dell'Inghilterra quanto degli USA e di tanti altri paesi del mondo. La minaccia della band è che se non prestiamo attenzione a ciò che ci accade intorno, forse un giorno ci ritroveremo davvero con il codice nero davanti. La canzone è fondamentalmente un monito per tutte quelle persone che si lasciano passare le cose davanti senza mai spiegarle davvero, che si limitano ad utilizzare il mondo come se fosse una immensa discarica, senza stare lì a preoccuparsi tanto di quel che sta per accadere o potrebbe accadere. Una canzone che resta fermamente convinta sulle sue posizioni dall'inizio alla fine, e che come sempre pretende di non fare alcun prigioniero. Non è facile scrivere brani così violenti ed allo stesso tempo tecnici, almeno non senza sfociare in generi più estremi del Thrash. Eppure gli Onslaught ci sono sempre riusciti, dando fondo a tutte le loro energie non si sono mai arresi, non hanno mai ceduto di un passo, anzi, paradossalmente sono molto più consapevoli adesso di quanto non lo fossero quando erano sulla cresta dell'onda e la stavano cavalcando senza limiti.

Rest In Pieces

Di introduzione decisamente più veloce è la successiva traccia, Rest In Pieces (Resta In Pezzi). Una ovvia e macabra storpiatura del più celebre rituale liturgico, il pezzo parte subito in quarta, con una sequenza di batteria e chitarra a cui si fa fatica a stare dietro in molti frangenti, anzi, spesso si ha l'impressione di ascoltare un brano a velocità doppia tanto è veloce. In questo modo arriviamo infatti tosti e veloci al primo ritornello, cantato a squarciagola da Keeler grazie anche all'aiuto di ottimi cori e controcanti, che vengono supportati da azioni altrettanto granitiche della chitarra e della batteria. In questo modo siamo di fronte ad un brano davvero pregevole, forse uno dei migliori di tutto il disco. Senza alcun problema la canzone procede in modo equo e continuo, alzando ed abbassando i toni in men che non si dica, noi facciamo e continuiamo a far fatica a stare dietro a tutte le azioni ed i passaggi vari che la canzone subisce, ma apprezziamo grandemente i cori che vengono proposti, soprattutto in questa chiave quasi demoniaca in cui Keeler e soci li cantano. Una canzone che parla nuovamente di morte e distruzione, ma stavolta parliamo di esperimenti umani, di necrofilia, e di tutte quelle azioni riprovevoli che spesso gli uomini compiono verso altri uomini. Parliamo di "rimanere in pezzi" appunto ossia, di venire sezionato ancora vivo, di un macabro esperimento di cui nostro malgrado ci ritroviamo a far parte. Un enorme chirurgo ancora sporco di sangue dal precedente intervento, si para di fronte al nostro sguardo, non ha occhi, non ha bocca perché coperta dalla mascherina di carta. Riusciamo solo a scorgere quel bagliore infernale nei suoi occhi e nella sua famelica voglia di tagliarci a pezzi. Prende il bisturi, lo avvicina al nostro addome, ed inizia a tagliare. Urliamo come disperati mentre le viscere iniziano ad esplodere macchiando tutto il tavolo operatorio, ma certo non solo le nostre grida a frenare il sadico medico di fronte a noi. Egli continua a tagliare, tagliare e tagliare, finché di noi non rimane assolutamente niente da tagliare. Siamo a pezzi su quel freddo tavolo di ferro ed acciaio. Sentiamo la gelida morsa della morte che lentamente si prende i nostri pezzi e la nostra testa, sentiamo la bocca dello stomaco che si lacera sotto i colpi di quel chirurgico coltellino dalla lama affilata. Una volta completata l'opera, veniamo gettati in una fossa comune, dove non ci rimane che aspettare l'inevitabile decomposizione della nostra carne e dei nostri organi interni. Un brano che mette davvero i brividi di freddo addosso questo. Una canzone che sottolinea in maniera devastante quanto ci sia del sadismo dentro ad ognuno di noi. Quanto soprattutto anche dentro al più apparentemente semplice uomo, possa nascondersi una bestia feroce. Una canzone che, come moltissime altre del resto presenti su questo disco, fa accapponare la pelle per la ferocia con cui viene suonata. Non c'è un momento di rifiato, non c'è uno stallo nella canzone, puri minuti di follia che siamo "costretti" non malvolentieri ad ascoltare, e che culminano sempre in una orgia di sangue.

Godhead

Del medesimo avviso del resto è anche la traccia seguente, Godhead (La Testa di Dio). Parte anche questo in medias res, subito con una sequenza di bridge ed assoli di chitarra che ci fanno venire voglia di muovere la testa a tempo con il ritmo che viene prodotto. La canzone prende il sopravvento su di noi e ci fa accapponare nuovamente la pelle, dato che questa volta si parla della mancanza di coerenza nelle teorie delle religiose, soprattutto della loro applicazione. In questo modo veniamo trascinati letteralmente per i piedi all'interno di un enorme vortice, in cui perdiamo la testa, e non ritroviamo più la nostra ragione. Il pezzo si avvinghia alla nostra gola come le spire di un famelico serpente, si avvinghia al nostro ventre come una spada acuminata, e poi inizia ad affondare nella nostra carne. Nonostante tutto questo però, c'è da dire che lo schema utilizzato dalla band è sempre il medesimo, ma è talmente efficace che non viene spontaneo chiedersi perché non lo cambino mai. In questo caso gli assoli delle sei corde strizzano volentieri l'occhio alla vecchia scuola, a quegli anni ottanta in cui il Thrash era sulla cresta dell'onda, in cui tutto sembrava voler far gridare al miracolo. Una volta conclusa questa parte, la canzone riprende il suo solito ritmo, fino alla fine, in cui una procace dissolvenza porta via tutto quanto. Abbiamo accennato in apertura dell'argomento principe di questa canzone, ovvero l'inconsistenza delle trame religiose. In realtà più che di questo, la canzone è una vera e propria invettiva contro Dio, a favore di suo figlio, Gesù. Viene descritto come il signore creatore del mondo non sia altro che la progenia di un moderno dittatore, sempre pronto a giudicare ed a punire, fino al punto di chiedere il sacrificio di suo figlio pur di compiacere la propria volontà. Una canzone dal tema abbastanza scottante, e che possiamo solo immaginare quante critiche abbia portato al gruppo una volta pubblicata. Si spiega anche come i vangeli siano solamente testimonianza ulteriore dello strapotere di Dio a discapito degli uomini, e di come in realtà anche gli angeli parlino la via del male. Non dimentichiamoci infatti che, stando a quello che dice anche Milton nel suo Paradiso Perduto, la progenia del male non è altri che colui che ci conosce meglio di quanto noi conosciamo noi stessi. Nel libro Satana viene descritto come un predicatore, un salvatore del mondo, colui che ha aiutato l'uomo a vedere la luce. Ma Dio non ha mai accettato tutto questo, e lo ha gettato dal Paradiso nella bocca dell'inferno, condannandolo alla dannazione eterna. Nella canzone, complice anche un massacrante ritmo di sottofondo, si sottolinea anche quando l'inconsistenza non tanto degli insegnamenti della chiesa, quanto della loro applicazione da quelli che possiamo chiamare gli "emissari" di Dio, spesso faccia storcere il naso. Viene da pensare alla predicazione della povertà dai palazzi dorati in cui l'ecclesiastica casta dominante spesso risiede, con le dovute accortezze e distanze ovviamente da questa affermazione. Un brano duro comunque, un brano duro ed affilato come la lama di un coltello, che non si fa certo problemi a compiere certi gesti o a muovere determinate critiche alla società della chiesa, ai suoi valori, ma soprattutto alle sue applicazioni nella vita di tutti i giorni. Gli Onslaught questo vizio lo hanno sempre avuto, fin dalla loro comparsa sulle scene, e vedere canzoni come questa in un album ci fanno tornare alla mente episodi come Flame Of the Antichrist et similia, in cui la fiamma nera del buio regnava pressoché sovrana sulle teste dei nostri thrashers albionici.

Hatebox

Prossimo slot viene occupato da un'altra piccola perla, denominata Hatebox (Scatola dell'Odio). Un altro pezzo che non parte certamente in sordina, ma anzi, si mangia i suoi avversari fin dal primissimo secondo di battuta. Un ritmo oppressivo e continuo ci apre le porte dell'inferno fino alla comparsa della voce, che qui come sempre mantiene sempre un tono gutturale molto brutale e cattivo, adatto agli argomenti che vengono proposti. Ci sembra in alcuni frangenti di sentire il mitico Mo Mahoney, primo frontman della band, anziché il nerboruto Keeler. Eppure il nostro capellone Sy ha proprio questa voce, o almeno, riesce ad ottenerla quando si sforza al massimo. In questo frangente sentiamo nuovamente il sapore del male, grazie ad una serie di inserimenti precisi e cronometrici della band qui e là. La batteria ed il basso come sempre fungono da metronomo della situazione, controllando il campo di battaglia e controllando soprattutto di non aver fatto alcun prigioniero sul campo. La canzone non è altro che una ode all'odio, il sentimento che probabilmente alberga più frequentemente nella mente di tutti gli uomini. Provare odio è normale, possiamo odiare anche intelligentemente, pensate a chi odia la guerra, la violenza e la devastazione, sono forme positive di odio, che se sfruttate nel modo giusto portano assolutamente ad un risultato concreto e molto cristallino. Esistono poi forme di odio assolutamente distruttive, come la denigrazione, l'assoluta mancanza di rispetto verso gli altri, e la voglia di distruggere tutto quanto. Queste possiamo definirle come forme di odio passive e pericolose, che portano spesso a risultati molto più nefasti del completo annichilimento. Una forma di odio positiva può essere sfruttata per arrivare a qualcosa di positivo, mentre l'odio nero, quello che non ha briciole di luce dentro di sé, è distruttivo e basta. Gli Onslaught, supportati da una musica martellante, cacofonica e violenta oltre ogni immaginazione. La sei corde si incastra alla perfezione col basso e con le pelli, ma soprattutto con la voce, andando a spaccare la cassa toracica dell'ascoltatore letteralmente in due, senza chiedere neanche scusa. La musica procede a tambur battente per tutta la durata del pezzo, con un viscerale demone che risiede nelle profondità più basse ed oscure dell'animo umano, e che in questa canzone trova sicuramente pane per i suoi denti. Un demone che striscia e che famelicamente azzanna tutto ciò che gli capita a tiro sotto i suoi aguzzi denti, affilati come i coltelli di  un macellaio, sciabolate e rasoiate che si sprecano nella fervida mente degli ascoltatori, mentre il brano arriva al suo culmine grazie ad una serie infinita di assoli e di bridge che si incatenano l'uno all'altro in modo perfettamente sincronizzato. Una canzone che esprime disappunto e gioia allo stesso tempo: si celebra l'odio, ma l'odio positivo, quella energia che permette le rivoluzioni sociali, quella energia che muove i popoli verso un risultato, la detestazione dell'ingiuria e della oppressione, queste sono le armi che vengono celebrate dentro Hatebox. Un ritmo che spacca la testa a metà per guardarci dentro, con un Keeler in stato di grazia che si concede pindarici voli gutturali con la sua versatile voce, creando un solido ponte fra gli ascoltatori del passato e quelli del presente.

Antitheist

Prossimo in ordine di apparizione è Antitheist (Antiteista), probabilmente l'omaggio più diretto e meno velato che la band fa al suo primo disco, Power From Hell. Una canzone che parte lenta e risoluta, fino ad esplodere dopo pochi secondi iniziando a parlarci dell'Anticristo. Questa figura mitologica che riuscirà a capovolgere l'ordine del paradiso in pochissime mosse, viene supportata da un ritmo quasi arabeggiante, con intarsi e ricami dalla sei corde che si intrecciano come sempre con la bassa voce di Sy, qui completamente rapito dallo spirito del male. Sembra, a livello di argomentazioni e soprattutto di musica, di ascoltare un pezzo proveniente dal passato della band, dal loro primo album appunto, non fosse per una produzione sicuramente più cristallina di quanto la band non abbia fatto al loro esordio. I tempi sono cambiati, ed ecco infatti che un corroborante assolo viene a farci compagnia mentre proseguiamo nell'ascolto della nostra canzone, che diviene subito un'altra delle perle che circondano questo disco. Una canzone che ci racconta la storia del male, della sua progenia e del suo andare a giro per la terra cercando vendetta. Una canzone che parla anche di quanto la religione obblighi le persone a fare cose che in realtà non vogliono fare; pregare, adorare un dio inesistente che nessuno ha mai visto, indossare una croce a forza credendo in una redenzione che arriverà solo in punto di morte, adorare qualcuno in cui nessuno forse crede davvero. Perché alla fine torniamo sempre lì, Dio è l'esatta trasposizione della paura umana, quella paura di morire senza aver fatto tutto, morire senza aver fatto qualcosa che ci faccia ricordare. Per questo motivo fin dai tempi antichi si sono creati culti superiori alla divina e terrena, al fine di salvare le anime delle persone, dargli una specie di speranza finale che la vita terrena possa non essere abbastanza. Passiamo così poco tempo su questa terra che abbiamo avuto bisogno di creare una vita dopo la morte, così da non dover avere più paura, sapendo che quando non ci saremo più, lo spirito continuerà a vivere. Legittimo pensarlo, legittimo pregare e professare la propria religione nel modo migliore possibile, ma non legittimo è imporre. Non legittimo è cercare di cambiare le altre persone, anche portandole verso religioni diverse dalla loro, come è accaduto innumerevoli volte nel corso della storia. Questa canzone omaggia una creatura che, secondo la storia biblica, arriverà alla fine del cammino portando morte, distruzione e scompiglio sulla terra, facendoci pagare per i peccati commessi. Parliamo dell'unica creatura al mondo capace di rivaleggiare con Dio in persona, capace di toccarne l'essenza, e se volesse, di strappargli la pelle di dosso, sempre ammesso che ne abbia una. Una canzone assolutamente piena di odio questa, ma non tanto odio per chi crede, nonostante quel che si possa pensare gli Onslaught non hanno mai detto di appartenere a frange sataniste o simili. Odio semplicemente verso coloro che impongono la loro fede agli altri con la forza, qualunque essa sia. Ed è per questo che, con la sagacia che contraddistingue sia questa band, che il Thrash in generale, si utilizzano i loro stessi spauracchi per mettergli i brividi addosso e farli tremare dal terrore. Diamine se ci sono riusciti, questo brano è una vera e propria anfibiata nei denti, nonostante come vedremo alla fine, molti pezzi di questo disco stonano per alcune sbavature, ma niente che comprometta l'ascolto totale.

Suicideology

In ultima posizione troviamo Suicideology (Suicideologia), una degna conclusione di un manifesto leggendario come è risultato essere questo Sounds Of Violence. Pezzo che comincia sempre con la solita mitragliata di batteria e chitarra, a cui poco dopo fa capolino la voce di Keeler, che ben presto si rivela per essere ulteriormente migliorata nel corso degli anni. Complice anche una smisurata composizione di violenza a fare da contorno, questa canzone risulta essere l'ennesimo calcio in bocca da parte della band, che per tutta la durata del disco certo non si è risparmiata con noi ascoltatori. Il tornado in cui ci infilano a forza è un enorme turbine di magia e violenza, in cui riceviamo colpi da ogni parte senza rendercene neanche conto. Una canzone che parla di suicidio, come unica pratica per sopravvivere e scappare dalle ingiurie della vita. Una affermazione da prendere ovviamente con le pinze, anche perché in questa canzone l'argomento del suicidio viene trattato in maniera quasi irriverente, senza ovviamente voler prendere in giro chi compie davvero un atto come questo. La canzone procede anche essa, come tutto il resto del disco in fondo, senza alcun problema, dimenandosi come un cane rabbioso in attesa di un osso da spolpare. Troviamo anche qui alcuni omaggi alla vecchia e sacra scuola a cui gli Onslaught ci hanno abituato nella prima parte di carriera, con un andante militaresco che la fa da padrone per tutti i secondi che compongono la canzone. Dimenarsi come un demone, come un enorme idra che esce dall'acqua famelico e pronto a sminuzzare chiunque gli si pari davanti, questo è lo scopo primario di un disco come questo, menare fendenti come se non ci fosse un domani, ed attendere pazientemente che la preda soccomba sotto i morsi poderosi di questo enorme mostro. Il suicidio viene condannato dalla religione, soprattutto da quella cattolica, viene visto come un insulto, togliersi la vita che Dio ha donato è un atto ingiurioso, tant'è che i suicidi finiscono all'inferno. Nella canzone si fa riferimento non tanto alla cultura cattolica, quanto al meccanismo del suicidio in sé. Un uomo che da solo si toglie la vita perché stanco di essa, non necessariamente va condannato, soprattutto se non agisce impulsivamente, e se non fa del male ad altre persone. Ovviamente, e lo ripetiamo un'altra volta, sono affermazioni da prendere con le pinze, come con le pinze è da prendere il messaggio finale del brano. Che certo non vuole essere quello di istigare al suicidio o di farlo passare come una cosa positiva: semplicemente la band sottolinea quanto tutto questo non debba essere necessariamente giudicato. L'immolazione di qualcuno che è stanco di vivere la vita terrena che tutti i giorni gli passa davanti, è un meccanismo assai sadico e davvero poco intelligente in tanti casi, ma chi siamo noi per giudicare? Non conosciamo le alienazioni della persona in questione, non conosciamo il buio dentro la sua anima, e certamente non conosciamo tutto ciò che gli passa per la testa. Noi giudichiamo semplicemente l'atto in sé, bollandolo come qualcosa di sbagliato, qualcosa che non vale la pena di affrontare, altrimenti si rischia di essere quasi blasfemi. La canzone invece ci accompagna ad un pensiero quasi costruttivo anziché distruttivo, ovvero cercare di capire le dinamiche che risiedono dietro ad un gesto così estremo. Può essere depressione come mancanza di voglia di vivere, ma spesso vi sono ragioni anche più estreme, molto più profonde e degradanti di queste che abbiamo elencato, ma nessuno lo saprà mai fino in fondo, considerando che spesso il sucida medita per mesi di compiere il gesto, e quando arriva al momento, non è mai un gesto feroce ed impulsivo, ma allo stesso modo è metodico, matematico e macabramente razionale. Una canzone davvero particolare, che sicuramente per argomento e resa musicale risulta essere come una delle più interessanti di tutto il platter. Un pezzo che verrà ricordato anche negli anni a venire, e che viene ancora suonato con una certa regolarità dalla band durante i concerti.

End Of The Storm

Chiude il disco l'outro. Così come un intro strumentale breve e conciso ci ha aperto l'ascolto, adesso questa profetica End Of The Storm (Fine della Tempesta) ci bazzica nella mente per farci capire che è tutto finito. Si tratta di un liturgico pianoforte che ci viene incontro quasi mestamente, iniziando ad intonare una nenia melodica e molto d'atmosfera. Una nenia che viene accompagnata da un sentore quasi di morte apparente, quasi di mestizia, e che ci fa attorcigliare le budella. Così come l'introduzione aveva fatto presagire il male, questo outro mette la parola fine ad un disco che fa della violenza la sua alma mater, e della sagacia la sua arma vincente. Inserire un finale del genere dopo una valanga di pezzi come questi, significa essere dei maledetti geni, significa avere chiara la situazione. Quella melodia così setosa ci fa proprio pensare ad un sole che mestamente spunta al di là dell'orizzonte sul mare dopo una tremenda tempesta che è durata tutta la notte. La tempesta ha spazzato l'acqua per ore, ne ha increspato i flutti e le onde sono divenute giganti nel corso del tempo. Il cielo era dei colori del grigio, del viola, del verde, mai del blu o dell'azzurro, tutto intorno era caos, devastazione, erano navi affondate a largo delle coste, era morte. Ora invece il peggio sembra passato, quella musica così dolce accompagna il nostro uscire finalmente dal delirio in cui ci eravamo infilati, la nostra nave adesso può respirare un attimo. E' stata capace di resistere ad una serie di intemperie enormi, e quindi ora si merita un po' di sano riposo. Vediamo l'orizzonte farsi chiaro, apparire i gabbiani e tutto ciò che fa presagire la fine di un incubo, e non possiamo che esserne felici.

Bonus Track - Bomber (Motorhead Cover)

La prima delle bonus tracks presenti all'interno di questo disco, come abbiamo detto, è l'omaggio della band ad un mostro sacro del Rock mondiale, una vera e propria leggenda, i Motorhead. La band albionica omaggia i propri concittadini coverizzando Bomber (Bombardiere), presente nel terzo ed omonimo album in studio del 1979. Se nel calcio il numero 10 è indossato dal fantasista o comunque dal giocatore di riferimento della squadra, ci troviamo di fronte a quello che forse è il miglior pezzo del disco da cui è tratto. Gli Onslaught decidono di omaggiarlo cambiandone praticamente niente, mantenendo fiera la vecchia tradizione del pezzo originale, semplicemente cantato da una voce diversa ed adattato alle chitarre Thrash. La cosa bella è che anche il pezzo originale aveva un vago sapore di Proto Metal quando uscì, per cui la cover è pressoché azzeccata. Canzone che parte con un riff di chitarra ispiratissimo, che ovviamente passerà alla storia, soprattutto per essere stato suonato dalla formazione classica dei Motorhead. Un pezzo con un tiro degno dei migliori Motorhead, batteria semplice, lineare e mai "stravagante" anche se il tocco dell'originale batterista (il compianto Animal), rimarrà nella storia, anche le pelli degli Onslaught vengono causticamente deflorate dai colpi della grancassa. I colpi piatti arricchiscono e danno più rilievo alla chitarra, ci troviamo di fronte ad un pezzo che non vuole lasciare superstiti sul campo di battaglia, e che vuole semplicemente mietere vittime. Si viene travolti da tanta potenza, il riff principale viene ripetuto più e più volte, cambiando solo di tonalità, l'assolo centrale viene ripetuto in modo ossessivo dalla band, aggressiva e caparbia nell'affrontare questo brano leggendario. Dopo il ritornello idea brillante dei nostri originali eroi motorheadiani, il brano prende una attitudine quasi Punk, andando a foraggiare stilemi che anche Nige Rockett e soci conoscono bene, dato che hanno iniziato la loro carriera come band Hardcore Punk. Benché l'atmosfera sia stradaiola, veloce ed incalzante, il tema trattato ha un che di "tragico": il tema della guerra viene trattato in questo pezzo, visto dal punti di vista di chi fa della guerra il proprio mestiere, i soldati. Volare con un aereo, distruggendo tutto e tutti, ammazzando presone senza un motivo solo perché ti hanno dato un ordine, questa è la dura realtà, e ci accorgiamo quindi che anche la scelta del pezzo era assolutamente azzeccata, dato che per tutta la durata del disco la band non ha fatto altro che parlare di questi argomenti, quindi quale miglior brano di questo?. Un ottimo omaggio quello degli Onslaught, ad una band che forse ha dato più di chiunque altro alla causa del Rock. Una cover che non rimarrà nella storia di certo, nel senso che è una cover fatta e finita, ma rimarrà nella storia sicuramente l'enorme rispetto che Nige Rockett e soci provano per Lemmy ed i suoi Motorhead, ormai scomparsi tutti quanti, rimarranno sempre nello spirito di ogni rocker che si rispetti.

Bonus Track - Angels Of Death

Seconda bonus track è un tuffo nel passato, ed anche un tuffo al cuore, stiamo parlando di quello che forse è il loro pezzo più leggendario assieme a Metal Forces, la bellissima e cattivissima Angels Of Death (Angeli della Morte). Un riff iniziale di caratura pesantemente slayeriana ci apre le porte di questo abisso in cui cadiamo fin da subito, grazie anche alla batteria, mentre la sei corde ripete in maniere convulsa lo stesso riff, aspettando l'ingresso della voce. Voce che in questa ri-edizione acquisisce i canoni che abbiamo sentito per tutto il disco, dedicandosi dunque ad un vocalizzo gutturale e cavernoso, le corde vocali si tendono mentre la danza mortale inizia la sua corsa, ed il brano prende letteralmente vita sotto i nostri occhi. Si sentono pesantemente le influenze di Araya e soci (anche il titolo forse non è stato messo a caso), parliamo di un brano proveniente dal 1985, in piera era Hell Awaits, considerato uno dei loro capolavori (per quanto l'angelo della morte di Hanneman e soci arriverà solo col il disco dopo, come apripista di Reign In Blood). La matrice slayeriana continua in tutte le sue forme ad essere interpretata dagli Onslaught, ed il cammino percorso dalla band lascia dietro di sé una fumante pila di cadaveri. Il pezzo continua la sua corsa senza freno, ci ritroviamo a pestare il piede sull'acceleratore percorrendo la strada e lasciandoci indietro scie di fuoco, mentre la band prosegue il suo infernale ritmo, anche in questa seconda edizione del pezzo. Un rallentamento vistoso poco prima del minuto uno apre ad un corroborante solo di chitarra, circondato dalla polverosa devastazione, omaggiando ancora gli Slayer ed in questo frangente rendendo il brano ancora più cattivo. E dopo l'assolo il brano riprende tutta la sua foga e ce la scaglia contro, il tutto aiutato dalla voce di Keeler, che ben ha saputo anche in giovane età raccogliere lo scettro di Mahoney, e farlo suo. La band infatti prosegue, incastrando fra sé alcuni cambi di tempo repentini e veloci, senza freno, mentre Sy continua la sua infernale arringa del male. Momento di stanca che dura ben poco però, perché dopo un giro di chitarra, Nige sfodera uno dei migliori assoli della sua carriera, degno di un virtuoso; il brano è imperterrito, si inabissa direttamente nelle pieghe della nostra testa costringendoci a scapellare con lui, e non possiamo fare altro che dargli ragione. Rockett prolunga l'assolo anche in questa nuova registrazione, facendoci scendere una lacrima di commozione se pensiamo a quanto tempo è passato da quel 1985 quando la Children Of Revolution rilasciò Power From Hell. L'ultimo blocco del pezzo viene annunciato dall'ennesimo cambio di registro, segnalato da un preciso cambio di tempo della batteria. La conclusione arriva dopo un altro minuto di furia sonora cieca, in cui la band scatena le ultime risorse che le sono rimaste per assestarci altri due o tre colpi ben dati al volto, ed il brano se ne va come era arrivato. Una folle corsa contro il tempo quella operata qui, che fa capo ad un'altra visione dell'Apocalisse, stavolta visto dalla visione dei cavalieri stessi. Un esercito di non morti che esce dalle proprie tombe intenzionato solamente a fare del male a chiunque gli si pari davanti, senza troppi complimenti e senza alcuna pietà. Con questa accezione si definiscono spesso i quattro cavalieri, enormi soldati al servizio di Satana che, secondo la Fine del Mondo ed il libro che la racconta, porteranno alla distruzione di ogni cosa. La canzone sostanzialmente parla della loro venuta, e nelle liriche scarne che vennero scritte sappiamo bene che cosa ci aspetta quando sarà il momento; sentiamo il freddo brivido della paura percorrerci la schiena mentre attendiamo il ferale destino che ci porterà via. Gli occhi dei cavalieri, vacui e colmi di fiamme, ci fissano dall'alto mentre ci attende la nostra fine. Siamo al varco e siamo in grado di morire adesso, sentiamo la morsa gelida del male che ci attanaglia le viscere, e che ci fa sentire spaventati come bambini indifesi. Una ottima edizione nuova e rivista questa, niente è stato cambiato, se non la pulizia del missaggio che ha reso il brano meno polveroso di un tempo, ma non per questo meno efficace.

Conclusioni

Siamo alla conclusione della nostra disamina su questo Sounds Of Violence, nuovo capitolo nato in casa Onslaught, che cosa dire in linea generale? Il voto parla abbastanza da solo, ma cerchiamo di capire perché. Parliamo di un disco che non ha tanto segnato la storia della band, ma sicuramente ha contribuito alla sua rinascita sulle scene mondiali. Un album onesto, genuino e che non ha niente da invidiare ad altri blasoni del genere o a band molto più famose di loro. Parliamoci chiaro, gli Onslaught hanno sempre vissuto nella polvere fin dal loro esordio, L'essere apparsi sulle scene poco dopo i big 4, come accadde ad altrettanti gruppi nella storia, Exodus ed Overkill in primis, non li fece vedere di buon occhio al mondo del Thrash. Vennero additati subito come "già sentito", ma la band certo non si arrese. Questo sostanzialmente perché in realtà loro sono usciti proprio nel periodo dei big 4, solo che eseguivano un altro genere musicale. Genere che poi avrebbe dato i natali al Thrash stesso. Le prime demo del gruppo sono un concentrato di HC fatto e finito, vera e propria genialità compositiva che usciva dalle menti degli allota giovanissimi membri del gruppo, Nige Rockett in primis. Poi lo stallo con The Force e la consacrazione eterna assieme al suo fratello primario. Successivamente la condanna della London Records, la causa ed il successivo scioglimento. Nessuno poteva e voleva aiutarli, niente sembrava potesse salvarli. Ma loro si riproposero, fieri dell'anima di Rockett che non ha mai smesso di pensare alla band, e che ha soprattutto mai smesso di credere che lo spaccaossa inglese potesse risorgere. Eccoci dunque qui a parlare della seconda rinascita del gruppo, quella che in parte era già avvenuta con Killing Peace, ma che ora è sancita da questo album successivo. Nel 2011 proposero questa spaccaossa compilation di cazzotti al mondo, e vennero benevolmente accolti dal pubblico; le tracce si fanno ascoltare una dopo l'altra senza sosta, quasi legate da un filo conduttore comune, cosa vera peraltro. Il filo conduttore è quello della violenza, quello della violenza vista da tantissime angolazioni diverse. Abbiamo parlato di guerra, di devastazione, di religione e convinzioni, ma anche di argomenti delicati come il suicidio o l'invettiva più mistica, tutte cose che la band ha ormai sotto mano da tanti anni, da quando comparve sulle scene. Un disco onesto sotto tutti i punti di vista, che se deve essere criticato per qualcosa, può essere criticato per la pochezza di alcuni momenti. Capiamoci bene, non è un disco banale, l'esatto contrario, ma le canzoni sono improntate spesso sul medesimo meccanismo, constatando di una ferrea ripetizione ossessiva del medesimo tema ancora ed ancora, fino allo sfinimento. Questo risulta essere comprensibile ed accattivante in alcuni brani, ma anche noioso e ripetitivo in altri frangenti. Non compromette certo l'ascolto, e quel bell'8 che campeggia sulla pagina della recensione lo testimonia. A chi potrebbe piacere questo disco? Beh, a chi ha fame sia di qualcosa che ha il sapore dell'antico, considerando che sono moltissimi i rimandi ai dischi vecchio stile della band, particolarmente il primo, ma potrebbe piacere anche a chi ha fame di qualcosa di nuovo. La band non è mai decaduta del tutto, ma si è rinnovata, e le premesse messe in atto nel precedente Killing Peace, adesso sono state confermate ulteriormente, aggiungendo all'equazione una spolverata di oscurità. Secondo il parere di chi vi sta scrivendo però, il bello ha ancora da arrivare; nel prossimo disco infatti, intitolato semplicemente VI, la band secondo il sottoscritto darà il meglio del pos-reunion, confezionando un album memorabile sotto molti aspetti. Possiamo vedere questo Sounds come un disco di transizione fra due periodi: se in Killing Peace la band si era risvegliata dopo un grande torpore, ed era tornata alla ribalta con un disco granitico e pieno di rivalsa, qui abbiamo la conferma che non stavamo sognando, gli Onslaught sono tornati davvero. Un album discretamente duro ed altrettanto ferocemente cattivo, coadiuvato da un Sy Keeler che si stenta a riconoscere in molti passaggi, e che ritroverà l'ugola che abbiamo amato solo nel disco successivo. Non che qui canti male, anzi, si intona perfettamente con l'atmosfera del pezzo, eppure sentiamo che manca qualcosa, mancano gli acuti, quei viscerali e squillanti acuti infernali che hanno fatto della band quello che è oggi. Vale a dire una delle Thrash bans underrated più accettate ed osannate di sempre. Dopo Testament, Exodus ed Overkill, solitamente vengono gli Onslaught, almeno nella parte "inglese" in senso linguistico di questo genere, tralasciando ovviamente la fiera scuola teutonica e le altre. Comprate e divorate questo disco se avete fame di qualcosa di nuovo ma che vi lasci in bocca un retrogusto che avete già sentito. La macchina da guerra britannica si è ufficialmente messa in modo, e nessuno può essere in grado di fermarla.

1) Intro - Into The Abyss
2) Born For War
3) The Sound Of Violence
4) Code Black
5) Rest In Pieces
6) Godhead
7) Hatebox
8) Antitheist
9) Suicideology
10) End Of The Storm
11) Bonus Track - Bomber (Motorhead Cover)
12) Bonus Track - Angels Of Death
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