ONSLAUGHT

Killing Peace

2007 - Candlelight Records

A CURA DI
LORENZO MORTAI
10/11/2017
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

"A volte ritornano", questo potrebbe essere il leitmotiv che accompagna la recensione odierna. Una storia di sangue e malignità, ma anche di tanta voglia di combattere, di fare pace col mondo e di spaccarlo al tempo stesso in due con la propria musica. La storia di una band che non si è mai arresa fino in fondo, e che dopo tanti anni ha trovato la forza, racimolandola in uno dei suoi membri in particolare, per rialzarsi ed andare avanti senza alcuna remora, senza alcuno sforzo, ma andiamo con ordine. Nell'ultimo articolo che abbiamo sviscerato, avevamo lasciato gli Onslaught in piena crisi esistenziale, anche se solamente in parte. L'allontanamento di Sy Keeler a favore del principe del metallo classico Steve Grimmet, aveva portato alla nascita di quella perla che è In Search Of Sanity. Un disco che ancora molti ricordano con gioia, ma che per molte altre persone rappresentò il declino della band. Questo per un semplice e quantomeno apparentemente insignificante motivo, il cambio di sound; la London Records, etichetta che aveva preso sotto la sua ala protettrice la band dopo l'uscita dalla Under One Flag, aveva obbligato gli Onslaught a cambiare cantante in favore di qualcuno con voce meno squillante e con più energia. Secondo le loro stile infatti, il mercato del 1989 voleva esattamente questo, avere dischi non più Thrash puro come poteva essere stato The Force, ma qualcosa di Hard Thrash, chiazzato di partiture Heavy Metal da qui a là senza alcun problema. Nige Rockett, come abbiamo raccontato nella recensione precedente, fece la scelta peggiore della sua vita, ed anche una di quelle più sofferte, licenziare l'amico che l'aveva accompagnato per tanti anni nel fulgore della battaglia. Ciò che non abbiamo raccontato è quel che avvenne dopo, il che, anche se in misura diversa, fu anche peggiore. Le vendite di Search erano andate tutto sommato discretamente bene, anche se la band aveva perso una buona parte del proprio zoccolo duro di fans, quelli che li avevano seguiti fin dai tempi di Power From Hell, e che ovviamente ben poco positivamente avevano accettato questo sound molto più morbido dei precedenti. A discapito di questi però, gli Onslaught si erano guadagnati anche molti altri fans, che ancora oggi considerato In Search uno dei loro lavori migliori, se non altro per la complessità di alcune composizioni. Successivamente, siamo circa nel 1990, la band decide di mettersi al lavoro su un nuovo album, che fosse almeno all'altezza del precedente; Rockett sapeva bene che, una volta iniziata la china del cambio di sound, avrebbero dovuto percorrerla fino in fondo. Da qui però iniziarono una serie di sventure che, successivamente, colpirono la band dove faceva più male, al cuore; Steve Grimmet decise di lasciare il gruppo per motivi personali (ricordiamo che il fondatore dei Grim Reaper aveva ancora attiva la causa con la Ebony Records per i diritti ed i doveri dei primi due album della band, che gli stavano succhiando sempre più energia e pazienza), finendo per venire sostituito dallo sconosciuto Tony O'Hara. Come se non bastasse poi, nella seconda parte del 1990 avvenne lo scandalo; la  London Records, l'etichetta che li aveva presi, spremuti, che aveva fatto cambiare loro frontman e sound, decise, dopo l'abbandono di Grimmet, di non rinnovare più loro il contratto stipulato qualche anno prima. Rockett cercò in tutti i modi di convincerli a cambiare idea, ma nel music business si sa, nuotiamo in mezzo agli squali. Perciò, girando e non trovandosi alternative migliori, la band nel 1991 decise di sciogliersi. I membri si sparpagliarono e si dedicarono ad altro, ma l'onta subita avrebbe dovuto essere lavata in qualche modo. Passarono circa 23 anni, fino al 2004, quando Rockett stesso, forse preso da una fiamma interna che non si era mai spenta, decise di rimettere in piedi la band, e lo fece nell'unico modo possibile, richiamando in servizio il buon Sy Keeler, che accettò le scuse (non fu mai veramente arrabbiato con Rockett, capì benissimo che era stato costretto con la forza), e rientrò in seno alla band. Vennero ri-reclutati anche Grice e Hinder, la formazione di The Force era di nuovo al completo, e rilasciarono per saggiare il terreno due singoli, Shadow Of Death e Power From Hell/Angels Of Death, entrambi nel 2006. Inaspettatamente trovarono i fan ancora accaniti per loro, che forse per tutti questi anni non avevano fatto altro che aspettare il loro ritorno, sicuri che sarebbe avvenuto prima o poi. Reclutato anche una seconda ascia da guerra che rispondeva al nome di Alan Jordan (ex militante dei Mirror Mirror) un anno prima dei due singoli citati la band aveva ovviamente iniziato la stesura di un nuovo disco, che fu completato solo nel 2007. La decisione fu unanime, senza neanche pensarci; si tornò al vecchio sound, ma con un pizzico di moderno. SI cercò di riprendere in mano quelle liriche e quei movimenti musicali che erano stati abbandonati forzatamente ormai nel 1986. Il risultato? Nove tracce che confluirono in un disco di ben 44 minuti di durata, dalle proporzioni mastodontiche. Innalzato da una fiamma centrale, sormontato da un enorme demone alato in bianco fiammato (che si era visto anche nei due singoli precedenti al disco), ed al cui centro troviamo Cristo crocifisso in mezzo alle fiamme, vediamo anche il ritorno del classico logo della band, in caratteri gotici e ben appuntiti, lontano dalle modernità di Shellshock o In Search. Un titolo, una garanzia di ritorno coi fiocchi, per una band che non si è mai arresa. Benvenuti in Killing Peace, questa è la fenice degli Onslaught, bruceremo come fogli di pergamena.

Burn

L'intro del disco è affidato a Burn (Bruciare). Inizio al vetriolo con un riff di chitarra che ti avvolge come una calda coperta piena di sangue; la produzione fin da subito appare come un egregio lavoro di missaggio ed attenzione sul disco. Il riff di chitarra viene seguito da un incessante lavoro di batteria, a cui ben presto poi si aggiunge la voce di Keeler. Tono leggermente modificato da quello a cui siamo abituati noi negli anni della giovinezza, il nostro ragazzone ormai barbuto e molto ingrossato, tira fuori un vocalizzo che sembra provenire direttamente dall'inferno più nero. Perché di inferno qui si parla; la band compie una sana invettiva contro il cristianesimo e la sua smania di bruciare le persone, soprattutto nei secoli passati. Si parla di odio e redenzione, di anti-cristianità e dei peccati commessi dalle stesse persone che imperterrite ti dicono di rendere omaggio ad un uomo che è morto per noi. Il confine fra blasfemia e cattiveria è molto sottile, ma gli Onslaught qui lo invadono come una orda di barbari, proponendoci una canzone dai toni scuri e polverosi, anche musicalmente. Ottimi i cori e le backing vocals, che ben  si allacciano al nuovo cantato di Keeler, così profondo e gutturale, innalzandone ogni singola nota che esce dalla sua bocca. In un contesto così, non poteva che mancare anche un passaggio in medley, un saliscendi veloce e poi lento che piano piano sembra riprendersi tutto ciò che nel corso del tempo ha perso. Una musica che ti entra nell'anima  e la fa divenire nera come la notte. Un enorme assolo, straripante di note, si fa larga strada nella seconda parte di canzone, andando a foraggiare tanto gli stilemi a cui la band ci ha abituato nella prima parte di carriera, ma anche un pizzico di novità, novità che viene data fondamentalmente dall'andamento generale del pezzo. Sembra che i nostri abbiano ripreso in mano quasi le salde liriche di Power From Hell, disco che ancora oggi si discosta pesantemente da ciò che è venuto dopo. Il primo disco della band infatti, complice anche la presenza di una voce così maligna ed Hardcore come quella di Mo Mahoney, aveva portato la band ad un sound unico nel suo genere, che ancora oggi stupisce per cattiveria e sagacia con cui era stato scritto. Come se non bastasse, il primo lenght della band era ricolmo di testi satanici ed inneggianti al male, a partire proprio dalla title track:  Rockett è sempre stato fan di determinati argomenti, e non è passato giorno negli anni in cui non abbia tenuto a ribadire il concetto. In questo modo si assicureranno sempre un posto all'inferno, sia quello dei vivi che dei morti. In questa rinascita invece, la band ha ben pensato di sfruttare le ottime capacità vocali di Keeler, che superano di gran lunga quelle di Mahoney, e forse anche di Grimmet, almeno per quel che riguarda il genere suonato dagli Onslaught, e farle proprie in un modo del tutto nuovo. Hanno ben pensato di prendere i riff più pesanti che potessero venirgli in mente, che sfociano quasi nello Sludge in certi frangenti, abbassando pesantemente i toni non solo della sei corde, ma anche della batteria e del basso, e piazzare al centro Keeler chiedendogli di non lanciarsi in acuti squillanti, ma di mantenersi su un tono orchesco cattivo e molto efficace. Il risultato è una canzone che brucia dentro il tuo petto come un fiamma nera e continua, nera come la pece e densa come la notte senza stelle. La redenzione cristiana è tutta una messinscena, questo è il messaggio che la band vuole trasmettere con il suo primo pezzo; per farlo si affida all'anima del Diavolo, qui rappresentato appunto come il "portatore della fiamma", colui che ti giudicherà in un modo o nell'altro, ma che soprattutto saprà farti vedere le cose come quelle che realmente sono, togliendoti il velo della menzogna cristiana e cattolica. In un turbine di emozioni indescrivibili i quasi cinque minuti di pezzo volano nelle nostre orecchie, ripetendo lo stesso schema fino alla fine e lasciandoci esanimi e pieni di sangue.

Killing Peace

Prosieguo del disco è affidato alla title track, Killing Peace (Uccidendo La Pace). Anche qui inizio decisamente in medias res, con subito sei corde e batteria che partono come disperate alla ricerca del male; ritmo che va decisamente più verso lo Speed in questo secondo slot, ed anche il tono di Keeler, che come la tradizione della band ormai ci ha insegnato fin dalla sua comparsa, appare esattamente assieme all'inizio della musica. Ritmi spediti e velocissimi che collimano in un'altra canzone ricolma di odio e sangue, ma stavolta su toni ancor più accesi. La chitarra ricama come una disperata cercando di stare dietro al ritmo generale della canzone, mentre la batteria viene deflorata con cura aspettando il momento giusto per farsi avanti totalmente e saggiare la propria costituzione fisica. Una canzone che, fin dal suo primo secondo con quella iconica frase: "Sputando Sangue In Faccia a Dio", richiama un moshpit sfrenato e sanguinolento appunto, spintonate e denti che saltano, gambe che si accavallano fra loro cercando di uscire dalla mischia, ed un finale Wall Of Death che rischia di spaccarti in due. Sembra che in questo disco di ritorno gli Onslaught abbiano infuso tutta quella cattiveria e latenza che avevano accumulato negli anni del silenzio; ogni singola nota viene suonata con tono malvagio e senza scrupoli, avendo come unico scopo quello di lasciarti schiena e volto ricolmi di lividi. Arriviamo al blocco centrale della canzone ed il ritmo si fa ancora più forsennato, Rockett aumenta il tiro della propria chitarra strappando quasi le corde, mentre Keeler si prodiga in alcuni vocalizzi enormi che vanno a sfociare in toni squillanti che ricordano molto i tempi d'oro della band. Prima che ce ne possiamo accorgere però, di nuovo il pezzo abbassa i propri toni lasciando spazio ad un andamento che sfocia nuovamente nello Sludge e nello Stoner Metal, buio e pieno di polvere. Il Dio Thrash però non viene certo lasciato senza fare niente, ad ogni angolo di canzone ne troviamo un sanguinolento pezzo, pronto a farci la schiena a strisce con la sua frusta a nodi spessi. In tutto questo non ci dimentichiamo assolutamente il testo, parte fondamentale di qualunque canzone; qui si parla nuovamente di odio come abbiamo accennato inizialmente, ma sotto una luce completamente diversa, abbiamo a che fare infatti di guerra, ma non quella combattuta in nome di conquista o di denaro, parliamo delle guerre che hanno come protagonista la religione. Quelle battaglie, che solitamente sono fra le più devastanti che possono colpire una nazione, che hanno come protagonista Dio nella forma in cui nel determinato paese viene adorato. Seguendo le liriche della band, durante le guerre sante si storpiano le ali degli angeli, si macchia la terra di sangue, e fondamentalmente stiamo uccidendo la pace; la pace di poter promulgare il proprio culto religioso senza disturbare gli altri, o quantomeno senza imporlo a persone che non vogliono affiancarsi a noi. E nuovamente sentiamo al basso ventre una sonora frecciata al Cristianesimo, ed alle sue enormi guerre perpetrate contro altre religioni, che fossero orientali o amerinde, per loro era la stessa cosa, dovevano convertirsi e basta. In questa canzone si respira il diniego verso questi obblighi, verso quegli stilemi che la società quasi ci impone senza spiegarci neanche il perché, ce li mette davanti e basta, ma basta alla fine lo diremo noi, sputando sangue di fronte a Dio, e gridandogli in faccia quel che pensiamo, che non seguiremo mai i suoi dettami, che le sue regole sono vuote e prive di senso, che la Pace non si uccide, ma si coltiva. 

Destroyer Of Worlds

Una gracchiante voce radiofonica ci preannuncia il terzo pezzo, intitolato Destroyer Of Worlds (Distruttore di Mondi); viene aperto da un mid time di sei corde molto lento e costante, a cui ben presto si aggiunge la batteria e la seconda chitarra, formando un unico turbine di emozioni che si aggiungeranno ulteriormente alla voce di Keeler, che qui mantiene un tono a metà fra i due che abbiamo ascoltato fino a questo momento. L'andamento del pezzo segue quello di una canzone Thrash di stampo classico, saliscendi continui finché un innalzamento dei toni non spezza la canzone in due portando all'ingresso della voce; si parla nuovamente di un personaggio inventato, come è capitato svariate volte nel corso della carriera della band, che si è prodigata più di una volta nel trattare questi argomenti. Il pezzo prende una piega quasi epica, con cori sincronizzati perfettamente fra loro, ed un andamento generale del brano che rasenta la follia; i toni vengono alzati ed abbassati seguendo i dettami di Keeler, che qui sfodera probabilmente una delle peformances migliori di tutto il disco. Un vocalizzo che ti entra direttamente nell'anima rendendola marcia e sanguinolenta, e che non può non costringerti a cantare e danzare come un forsennato; la sei corde dal suo punto di vista esegue il suo sporco lavoro alla perfezione, inanellando una serie di combo che riescano a mettere d'accordo i vari stili a cui la band si ispira. Parliamo infatti di una enorme commistione di generi diversi, da una parte abbiamo il Thrash, che ovviamente non poteva certo abbandonare i nostri amici inglesi, ma abbiamo anche svirgolate su altri dettami, Sludge, qualche piccola nota Speed qui e là, qualche chiazzata anche che ricorda l'Hardcore degli esordi (un demone che non ha mai abbandonato Rockett, neanche nei momenti più morbidi della carriera firmata dagli Onslaught). Immaginate un mostro, un enorme divoratore di mondi che si aggira per la galassia, immaginate la sua enorme bocca ricolma di denti affilati come rasoi, immaginate di sentire la sua fetida voce ed alito fin dentro l'anima, fino a farla divenire avvizzita come una scarpa vecchia. Immaginate ora che questo demone rappresenti la guerra, quella serie di eventi che portano alla distruzione di un paese, al suo completo annichilimento, alla sua totale devastazione. Si nasce soli e si muore soli diceva qualcuno, qui invece si ripiega su un "se muori tu, muoio anche io, senza alcuna remora". Una canzone che, nonostante venga trattata con la medesima violenza delle altre, porta dentro di sé un filo di profonda malinconia, quella malinconia nera e piena di lacrime amare in cui molti di noi spesso hanno finito per trovarsi. Quel filo di stupida nenia che continua a calzarti la testa come una gabbia piena di acuminate spine, che finisce poi per ferirti e lasciarti profondi segni dentro e fuori. Qui il distruttore di mondi viene personificato non solo con la guerra, ma anche con l'uomo stesso, che alla fine risulta essere il reale creatore di questo immondo mostro che calca la terra con fare da conquistatore, come se sapesse già che la vittoria è nelle sue mani. In questo modo ci troviamo sempre spiazzati dalla sua comparsa, e per rendere il tutto ancora più inquietante, gli Onslaught mettono in piedi una musica che, man mano che ci avviciniamo al climax centrale, dove trova ospitalità anche un enorme assolo di Rockett dal sapore antico e polveroso, la bestia attacca senza pietà. Attacca portandoci via brandelli di carne come se non ci fosse un domani, attacca portandosi dietro le nostre certezze e le nostre sicurezze, ce le strappa via senza troppi complimenti. Una canzone che suonata dal vivo rende forse ancora di più, fa si che l'intero corpus della band risulti compatto e granitico al tempo stesso, sfociando in una esecuzione massiccia e muscolosa, un ThrashCore quasi che sfoggia uno stile richiamante i dettami con cui la band ha iniziato (non dimentichiamocelo mai, le prime demo degli Onslaught erano puro e semplice Hardcore Punk di matrice inglese, fiammante e cattivo come non mai), e che lì sono sempre rimasti, in attesa di essere tirati fuori.

Pain

Il titolo della prossima canzone è tutto un programma, e ci preannuncia un'altra sonora serie di mazzate musicali da parte degli Onslaught. Parliamo di Pain (Dolore); viene aperto da un ritmo abbastanza decadente e continuo della sei corde, su cui poi mestamente si allacciano anche gli altri strumenti. Sembra l'ennesimo brano che possa farci sanguinare le orecchie a suon di ritmi Doom e Sludge, ed invece in men che non si dica la canzone prende il volo e si trasforma sotto i nostri occhi. Perché in fondo che cosa è il dolore, se non la parte nascosta e latente dentro ognuno di noi? Un sentimento che cerchiamo sempre di nascondere, aiutati anche dalla nostra mestizia nel fare le cose, fragorosamente rompiamo gli schemi ogni volta che ci troviamo faccia a faccia con questo sentimento così strano. Gli Onslaught dedicano una intera suite a questo argomento, con un ritmo incalzante che ricorda molto gli Slayer, soprattutto in alcuni passaggi combinati di voce e chitarra; parliamo di un pezzo che letteralmente ti pettina i capelli dall'inizio alla fine, non ti lascia un attimo di respiro, si mette lì di fronte a te e cerca in ogni modo di farti del male. Allo stesso tempo però è anche una canzone incentrata sul sadismo, su quella voglia che sembrano avere alcune persone nel farsi o nel fare del male; procurare dolore, sia esso mentale o fisico, è un macabro piacere che alcune volte invade la mente della gente, letteralmente trasformandola in demoni assetati di sangue. Ed è così che, mentre la tempesta sonora infuria dentro le nostre teste e Keeler si prodiga per farci scolpire direttamente nel cranio ogni singola parola del testo, andiamo avanti ed iniziamo a sentire dolore anche noi. La canzone ci entra dentro e brucia ogni cosa che trova sul suo cammino come una vampa incendiaria. Cinematograficamente la band mette di fronte ai nostri occhi un plotone di esecuzione formato da armati individui assetati di vendetta. Il dolore non va combattuto, va amato, va rispettato ed in qualche modo cercato, perché ci saranno situazioni nella nostra misera esistenza, dove sarà solamente il dolore a farci sentire davvero vivi. Ed è così che alla fine del pezzo, prima di riprendere lo straripante ritornello colmo di diniego, Rockett si prodiga in un assolo maligno e pieno di nero al suo interno. Un saliscendi enorme che dalle sue sapienti mani si snoda come un serpente affamato, le sue spire si allacciano al nostro collo e lo stringono fino a farci mancare l'aria. Non sappiamo bene come e soprattutto perché, ma anche queste poche note ci fanno provare dolore. Linguaggio scurrile e ben poco carino anche quello di alcuni passaggi, dove il protagonista si rivolge alla sua vittima intimandole di fermarsi perché vuole abusare di lei, ovviamente il tutto pronunciato con parole molto meno pulite di queste; in tutto ciò la musica non si ferma neanche per mezzo secondo, continua inarrestabile la sua corsa verso lidi sconosciuti e conosciuti, e ben capiamo che gli anni di silenzio non hanno neanche lontanamente scalfito le gesta e l'anima di questi albionici. La loro anima aveva sete di vendetta, aveva sete di rivalsa, e stanno riversando in questo disco tutto ciò che per ventitré lunghi anni era rimasto semplicemente sopito, mai dimenticato.

Prayer For The Dead

Dall'inizio decisamente più Stoner/Sludge è invece la traccia numero cinque, Prayer For The Dead (Preghiera Per i Morti). Un inizio che lentamente comincia a farsi strada come molti altri pezzi nella nostra testa, grazie ad un incessante lavoro di batteria e chitarra, aspettando Sy che arriva poco dopo prodigandosi in un altro vocalizzo che ricorda molto Araya dei tempi d'oro. Il ritmo momentaneamente si assesta sulla lentezza, ma un main riff la spezza dopo poco, alzandone il tono anche se mai sfociando in ritmi troppo veloci. Azzeccati come sempre i cori che danno man forte alla canzone, un vortice di note che si staglia direttamente sul nostro volto, mentre la sonora voce di Keeler promette come sempre scintille di sangue dalla propria bocca. Il saliscendi dei meccanismi che accompagnano questo pezzo ricordano non solo gli Slayer, ma anche alcuni passaggi dei Megadeth o dei Metallica seconda maniera, pur chiazzando sempre e comunque il sound di quella vena Hardcore che giustamente non se ne deve mai andare. Un andante cadenzato invece occupa la seconda parte della canzone, prima che Nige si scateni in un enorme assolo dalla matrice classica. Tapping ed Hammer On fanno da contralto ad una serie di pennate alternate che ricordano sempre gli anni '80, pur mantenendo un filo di moderno dato ovviamente dai tempi in cui il disco è stato registrato e prodotto. I morti calcheranno la terra nel giorno dell'Armageddon, ovvero la fine del mondo che viene preannunciata nella Bibbia; i vulcani erutteranno tutti assieme, la terra tremerà come mai aveva fatto prima di allora, ed orde di non morti inizieranno ad uscire dalle proprie tombe e dalla madre terra che li aveva accolti una volta decaduti. Si alzeranno per riuscire a conquistare il mondo con il loro morso fatale, si alzeranno per gridare al mondo che tutto sta per finire, si alzeranno per mangiarci tutti quanti. Se ben ricordate la primissima recensione della band, quella di Power From Hell, ricorderete anche che sul retro del disco originale stampato dalla Children Of The Revolution Records, era presente un piccolissimo versetto dell'Apocalisse, che recitava più o meno così: "E quando i Mille anni saranno scaduti?Satana sarà sciolto dalla sua prigione". Ebbene, cercate di vedere questa canzone come il prosieguo naturale di Power From Hell. Nella prima parte, quella scritta e prodotta nel 1985, la band aveva parlato senza molti mezzi termini della fine del mondo; in questa seconda parte invece ormai il mondo sta già avviandosi verso la sua fine, ma niente sembra essere così perduto come pensiamo. In realtà il gruppo ci dice, nelle sanguinolente liriche, di abbracciare il male, salvare una preghiera per i morti ed il nostro freddo respiro mentre anche noi ci avviamo alla fine. Il protagonista che ci sta parlando in prima persona è il Diavolo, l'artefice della fine del mondo; egli, come la storia e la Bibbia ci insegnano, era l'angelo più bello del Paradiso, ma esso si ribellò a Dio, osò compiere quel gesto che nessuno mai si sarebbe sognato di fare, e venne imprigionato nelle viscere della terra. "Io sono qui dalla notte dei tempi, conosco l'uomo meglio di chiunque altro, Dio invece è un padrone assenteista, un guardone che non si fa mai vedere", così ripiega urlando come un disperato Al Pacino mentre interpreta proprio Satana ne L'Avvocato del Diavolo, meraviglioso film ispirato al Paradiso Perduto di John Milton, come del resto molte ispirazioni all'opera dello scrittore inglese si trovano anche in questa canzone. Satana viene rappresentato quasi come un salvatore, come colui che ha avuto il coraggio di ribellarsi ad un sistema corrotto, come se stessimo parlando di politica internazionale. Egli, nella canzone, ci tiene a ricordarci quanto lui, e non Dio, sia il giudice della nostra vita, semplicemente perché i peccati saranno sempre maggiori dei miracoli, e le cattive azioni sempre più grandi delle buone. Perché Dio è un po' dittatore, un po' filosofo ed un po' egoista, ci tiene al suo potere, mentre Satana cerca di farci trapelare la verità. Da qui il concetto di "salvare una preghiera per i morti"; quando la fine arriverà, perché arriverà per tutti, Lucifero ci avverte semplicemente che non ci troveremo di fronte la luce, non avremo un Empireo da rimirare esterrefatti, non avremo nessuna uscita "a riveder le stelle", ma ci troveremo semplicemente lui davanti, il signore del Male, e sarà bene essere pronti a tutto. 

Tested To Destruction

Passo successivo è affidato a Tested To Destruction (Testato Per la Distruzione), che viene aperto da un forsennato ritmo di sei corde e batteria insieme, che vanno a collimare in una enorme danza di morte in attesa della voce di Keeler e del suo ingresso trionfale. Ciò avviene dopo pochissimi secondi, mantenendo sempre quel tono gutturale e rauco che ormai ci accompagna fin dall'esordio del disco; i ritmi man mano che andiamo avanti si fanno sempre più serrati, azzeccati come sempre i cori ed i passaggi di chitarra risultano cronometrici oltre ogni limite. Il ritmo generale riprende qui gli stili classici del Thrash d'annata, con alternate picking ed una serie infinita di riff che vengono ripetuti allo stremo, lasciando libero spazio alla voce di muoversi come meglio crede. In questo frangente la band trova anche piccolo spazio per qualche svirgolata che sa decisamente più di estremo, forgiandosi di stili vari presi qua e là nelle linee che superano il Thrash per cattiveria e dinamicità. Il medley centrale riprende in pieno lo stile di un Thrash moderno, alternandosi poi ad un saliscendi continuo ed incessante, che ti spacca il cranio in due, mentre Sy con i suoi "destroy!!" che vengono ripetuti allo stremo completa il tutto. Qui si parla di nemici e di carnefici, ma sotto un aspetto che spesso non viene molto considerato, quello dei Kamikaze. Esseri umani votati al sacrificio estremo in nome di diverse dinamiche, spesso di matrice religiosa, convinti che il suicidio sia ciò che li farà diventare davvero liberi; vengono addestrati per farsi esplodere, vengono inculcate nella loro testa dinamiche di morte, di sagace preparazione al momento ferale, mescolandosi con le vane promesse di qualcosa che si cela dall'altra parte, rimanendone folgorati. E poi il momento topico, quando tirano la linguetta del loro impianto esplosivo, ed in un secondo finisce tutto quanto; finisce non solo la loro vita, finisce la loro famiglia, la loro intera esistenza sarà segnata per sempre da questo episodio, ma a queste persone nulla importa se non continuare a sperare che si sia qualcosa dall'altra parte, qualcosa che possa salvarli dal loro estremo gesto. Ed è qui che entra in gioco qualcosa che non ci aspettiamo, un elemento che forse non abbiamo mai tenuto in considerazione, e cioè che alcuni non ce la fanno. Molti kamikaze vengono addestrati, ma una volta arrivati al momento topico della loro vita, quello in cui dovrebbero dimostrare di avere ciò che i loro aguzzini speravano nell'anima, rinunciano. Rinunciano perché capiscono: capiscono che chi li ha addestrati non aveva alcun rispetto per loro, e loro non avranno rispetto per nessuno, tantomeno per le persone che li stavano costringendo ad uccidersi per un fine superiore. Eppure nella loro anima continuerà a soggiogarli il demone della distruzione; da qui il titolo, loro erano ampiamente testati per essere distrutti, erano addestrati per buttarsi in mezzo alla mischia e compiere una strage, niente di più, niente di meno. E tutto ciò diviene un peso immenso da portarsi in giro, diviene la croce su cui appendere le proprie disgrazie, diviene un cilicio insanguinato che ti fascia la testa, diviene un peso sulla coscienza che non se ne andrà mai. Perché il dubbio rimarrà sempre, se quel gesto non compiuto per paura, per rifiuto o per saggezza umana, non avrebbe davvero portato a qualcosa, intanto noi rimarremo sempre macchine testate per la distruzione. 

Twisted Jesus

E se le storie che ci hanno sempre raccontato sulla religione fossero una informe massa di menzogne. E se tutto ciò in cui milioni di persone nel mondo credono, fosse una invenzione operata da malvagi uomini per soggiogare un intero pianeta? E' questo l'argomento principe di Twisted Jesus (Gesù Contorto). Inizio molto lento e costante anche per questa canzone, ma ben presto, come è accaduto praticamente sempre durante questo album, la canzone cambia volto e colore, divenendo una matrice Thrash/Speed cattiva e muscolosa, atta solamente a farci del male fisico e mentale. Una enorme suite di sei minuti, la più lunga di tutto il disco, si staglia fin dai primissimi secondi nella nostra testa, cercando di romperla in mille pezzi. Un brano in cui la band ha infuso tutta la propria cattiveria, cercando di farne risaltare gli aspetti più macabri ed intensi. La canzone si sviluppa su più fronti; da una parte abbiamo la voce di Keeler, che nonostante come abbiamo detto abbia un tono leggermente diverso dal solito a cui eravamo abituati nei dischi precedenti, si assesta comunque su un andamento che ci piace, ci piace molto. Dall'altra invece abbiamo la musica, costante ed incessante ad ogni singolo secondo di canzone, una serie di riff e combo che si continuano a ripetere fino allo stremo, sfociando poi in un enorme assolo eseguito come sempre da Rockett. Nige ha sempre avuto il pallino dei riff veloci ed articolati, né una prova il fatto che non esiste disco degli Onslaught in cui non ve ne siano alcuni: la sua rabbia di vent'anni di silenzio forzato, di momenti in cui la band forse avrebbe potuto riformarsi, ma nessuno la voleva, sono tutti qua, condensati in questi minuti. Abbiamo accennato prima ad un argomento molto ostico su cui trattare la nostra disamina, ovvero la menzogna della Chiesa e dei suoi adepti, particolarmente sulla storia di Gesù. Molti, anzi tutti, ritengono che Gesù Cristo sia stato un personaggio realmente esistito nella storia, un profeta che, secondo la storia, avrebbe concretizzato la parola cristiana, diffondendola nel mondo. Ovviamente a fianco di tutto questo troviamo la parte spirituale, in cui Cristo viene dipinto come il figlio di Dio, miracolosamente capace di qualsiasi cosa, e morto giovane per lenire le sofferenze del mondo, sacrificandosi per il bene dell'umanità intera. Ecco, in questa canzone si vuole porre un macabro interrogativo, e se fossero tutte bugie? Se la storia che ci hanno raccontato, paradossalmente la più grande storia mai raccontata, fosse una sequenza di invenzioni astratte messe lì solamente per adescare le persone. Da qui il titolo della canzone, in cui Gesù viene visto per quello che è sempre stato, un uomo, un semplice uomo; da uomo a Dio il passo è grande, ma secondo la leggenda vi era qualcosa. Gli Onslaught mettono l'accento proprio su questo, cercando di togliere quel velo di ipocrisia che ormai da millenni aleggia su tutto questo; Cristo viene visto addirittura sotto una forma malvagia, e nel corso della canzone ci accorgiamo del cambio di rotta da parte anche della musica, che diviene sostanzialmente molto più nera, sfociando quasi in alcune partiture che sembrano strappate direttamente al Death Metal. Permane sempre quel sound Slayeriano che aleggia per tutta la traccia, ed a dirla tutta per l'intero disco; una sequenza di eventi e movimenti che portano il nostro Gesù contorto, o voltafaccia se volete dargli una traduzione meno letterale, a smascherare il proprio volto per vedere che cosa nasconde sotto. Nasconde una sequela infinita di bugie, di inganni, nasconde il male, nasconde soprattutto una storia che mai verrà raccontata: una storia fatta di lacrime e sangue, di inganni e di tradimenti, una storia di un uomo, ed in quanto tale votato al peccato. Sicuramene uno dei brani più blasfemi del disco, ma anche della carriera della band in generale. Si vanno a toccare argomenti che per molte persone sono delicati, ma osservando il pentacolo posto sul retro del disco, direi che agli Onslaught frega davvero poco di tutto questo; i nostri albionici non sono certo poco avvezzi a tali argomenti, il loro primo disco è in pratica una intera lode al male, ed anche The Force non è da meno. Giusto con Grimmet, complice anche l'etichetta che pressava molto, erano stati eliminati argomenti così esoterici ed oscuri, ma ora possono tornare in tutta la loro forza.

Planting The Seeds Of Hate

Ottavo slot è affidato a Planting The Seeds Of Hate (Piantando i Semi Dell'Odio). Un inizio davvero classico per questa canzone, con la sei corde come sempre in prima linea, che ben presto sfodera un andante cadenzato e continuo, mentre Keeler fa il suo ingresso trionfale. Il brano continua a foraggiare gli stilemi classici del Thrash, andando a mescolare alcune dinamiche Speed con altrettante prese tanto dal Thrash classico quanto dall'estremo. I cori come sempre danno quel tocco in più, alternandosi alla canzone e legandosi ad alcune strofe a doppio filo, ovviamente insanguinato. Nige dal suo punto di vista ricama come un forsennato, inanellando una serie di combo una dietro l'altra senza mai fermarsi: il ritmo generale in questo momento ricorda forse i Testament ed il loro carico di odio e visceralità, ma anche alcune partiture prese dal Thrash teutonico, senza mai dimenticare mamma Hardcore che aleggia come uno spettro per tutto l'ascolto. I semi, qualcosa che richiama sicuramente la natura, i germi, i batteri, quelle dinamiche naturali che ad occhio nudo mal si vedono, ma che in fondo regolano la vita di tutti noi; qui si parla di un impianto del male, tanto per cambiare. Sembra che dentro la band alberghi un odio, una malignità che non accenna mai ad andarsene del tutto, rimane lì, latente e pronta a saltare fuori ad ogni occasione propizia. In questo caso parliamo di un seme, il seme della follia, che il nostro protagonista ha impiantato nel proprio cervello: se ricordate il celebre film di Carpenter, il seme della follia dilaga ed irrompe sulla scena come un conquistatore, mangiando letteralmente il cervello del malcapitato. Piantando i semi dell'Odio o del Male, si innesca un meccanismo distruttivo nella mente della nostra quieta e tranquilla vittima. Il seme si innesta nel suo cervello, comincia a ramificare le sue spire di malignità, copre ogni zona del suo cervello con la sua fonte, nutrendosi dell'odio che egli stesso prova, cibandosene avidamente. Finché l'odio non finisce, ed è allora che il seme decide di farne innescare ancora, perché ha fame, una fame che non si sazia mai, un appetito che non si riesce mai a lenire del tutto, se non mangiando ancora ed ancora. E così il nostro uomo con il seme nel cervello, si ritrova a vagare come un disperato alla ricerca di sé stesso; si ritrova per campi e pascoli desolati, alla continua visione di qualcosa che non gli torna, ma che esiste. La solitudine lo mangia vivo, strappa brandelli della sua carne come fossero pezzetti di anima, li trangugia e li risputa ancora interi, credendo che siano troppo anche per lui. L'odio è un sentimento che alberga nella mente di tutti noi, odiamo con amore ed amiamo con odio, senza alcun ritegno. Odiamo con tutto noi stessi qualcuno che ci ha fatto del male, odiamo con ogni fibra del nostro corpo qualcuno che si è permesso di invadere la nostra vita, odiamo con ogni cellula di noi qualcuno che fa del male a chi amiamo. Ed è l'odio che muove le nostre vite secondo questa canzone, non l'amore; l'amore viene dopo, successivamente, quanto tutto sembra a posto, ma il sentimento primario è l'odio. Se stiamo ai racconti biblici del resto, è nell'odio che Dio ha cacciato Eva ed Adamo dal Paradiso Terrestre, ed è nell'odio che Caino ed Abele hanno finito la loro storia di fratellanza nel sangue. Una canzone che, se ascoltata nel modo giusto, ti colpisce allo stomaco come un cazzotto ben assestato; una canzone dura, di diniego, piena di male e di quieta solitudine, che ti lascia in bocca un sapore davvero amaro. Adattissima per essere suonata dal vivo, come moltissime altre canzoni della band, questa richiama sempre una folla festante di ascoltatori, anche se negli ultimi anni è leggermente scomparsa dai setlist, per fare spazio o ad anthems più conosciuti, o ovviamente al nuovo materiale scritto dal gruppo.

Shock 'n' Awe

Chiusura del disco è affidata a Shock 'n' Awe (Sciocca e Terrorizza). Inizio velocissimo per questo ultimo pezzo, che da subito mette in chiaro le cose sparandoci in faccia tonnellate di Thrash classico, grezzo e sporco al punto giusto. Keeler in questo frangente si mantiene sempre sul suo classico stile gutturale, scivolando ogni tanto su quegli acuti che lo hanno reso ancora più celebre. Una canzone che ti entra subito in testa, soprattutto per il suo ritornello molto orecchiabile, e che al primo ascolto non può che stupire. Il pezzo procede a spron battuto, con la batteria che, man mano che ci avviciniamo al blocco centrale, che verrà poi segnalato da uno stop, aumenta vorticosamente i suoi giri andando al doppio pedale e sacrificandolo all'altare del male. Un riff potentissimo apre le porte ad un gigantesco assolo sulla sezione centrale, anche esso velocissimo e cattivo come non mai, una sorta di dichiarazione d'intenti finale che gli Onslaught hanno voluto avere per far si che nessuno si dimenticasse più del loro ritorno sulle scene, e diamine, possiamo dire che ci sono ampiamente riusciti. Il pezzo va a chiudersi con l'ennesima accelerata in medley, con tutta la band che segue vertiginosamente il buon Sy, che come un condottiero valoroso guida le proprie truppe attraverso la fanghiglia del male, portandoli fuori in salvo. Abbiamo qui una sorta di reinterpretazione dei Quattro Cavalieri, gli annunciatori dell'Apocalisse, che vengono inframezzati con alcune invettive contro la guerra e contro la violenza. Non dimentichiamoci infatti di una cosa: nonostante molti testi possono farlo pensare, e sicuramente qualche fondo di verità esiste sicuramente, gli Onslaught non sono assolutamente una band che inneggia alla guerra come qualcosa di positivo, anzi, l'esatto contrario. Nige Rockett, autore della maggior parte del materiale storico e non della band assieme a Sy, ha sempre cercato di fare una ed una sola cosa: raccontare la realtà per come è, inframezzandola con argomenti e testi dal gusto horror per far si che il tutto risultasse nettamente più agevole e gustoso per gli ascoltatori, ma non sono mai stati in alcun modo fautori di alcuna indole guerresca. In questo caso infatti si cerca di ripudiare la guerra come strumento di offesa, interpretando e mettendo al proprio servizio i Cavalieri di Satana, dipingendoli come soldati: i soldati vengono addestrati a due cose sole, scioccare e colpire, scioccare e colpire, niente di più. La loro indole li porta ad essere sostanzialmente schiavi di una logica che sotto sotto non gli appartiene, ma loro continuano a perpetrarla, senza mai curarsi delle conseguenze. Una orda immensa di burattini che aleggia sul mondo con il solo scopo di mandarlo in frantumi perché qualcuno glielo ha ordinato. Nella canzone si cerca di ribaltare la situazione, facendo vedere come questa filosofia di vita e di ordine sia del tutto errata, soprattutto si cerca di far vedere quanto tutto questo non porti assolutamente a niente, in nessun campo, neanche quello più intelligente. I Cavalieri fanno esattamente allo stesso modo, portando avanti ideali che non sono loro, qualcuno glieli ha imposti, qualcuno dall'alto li ha obbligati, e loro continuano a farlo, senza alcuna remora per sé stessi e la loro anima ormai dimenticata. La guerra è un dominio violento dice il testo, e come non essere d'accordo con tutto questo? La guerra è terribile, chiunque sano di mente lo sa, eppure esistono ancora centinaia di conflitti irrisolti nel nostro mondo, che non accennano neanche minimamente a salvarsi o a lenire il proprio dolore. Una canzone che sicuramente fa pensare, fa pensare a sé stessi ed a ciò che abbiamo intorno, fa pensare a chi guardiamo negli occhi ed a come lo guardiamo, fa pensare al male ed alle sue conseguenze, un finale di disco davvero coi fiocchi.

Conclusioni

Insomma, arrivati alla fine della nostra disamina, come possiamo definire questo ritorno sulle scene degli Onslaught? Beh, se date un'occhiata al voto, ci potete arrivare da soli, il ritorno è stato di quelli con i fuochi d'artificio, ma andiamo a spiegare perché. Dopo così tanti anni di silenzio, e nella storia musicale non è un dato scontato, se pensate al momento attuale per esempio, dove decine di band Metal anni '80 si riformano per dare vita a qualcosa di nuovo e fresco (mi vengono in mente gli Heathen che recentemente hanno pubblicato il loro nuovo album, o i Viking, altra realtà leggermente underground che ha rilasciato nuovo materiale, passando per Toxik e via discorrendo), è normale pensare che rimettersi in piedi e subito rilasciare un disco fatto fino in fondo come si deve, sia quantunque una impresa davvero difficile. Eppure Nige Rockett e soci ce l'hanno fatta, eccome se ce l'hanno fatta. Killing Peace è una collezione di schiaffi musicali dall'inizio alla fine: cattivo, energico, frizzante e geniale al tempo stesso, non si fa prigionieri, non si conserva anime, 44 minuti da spararsi direttamente in vena o gola come uno shot caldo durante una tormenta. Neanche ci si accorge del tempo che passa quando si arriva in fondo, tanta è la bravura che la band ha messo nel confezionare il loro disco di ritorno. Venti anni in cui hanno avuto il tempo di pensare, di maturare, di fare anche altre esperienze musicali, magari in progetti minori, magari in qualcosa di più amatoriale, ma la musica si sa, non si abbandona mai. Rockett però, dato che alla fine è stato lui il fautore della reunion, non ha mai smesso di sperare. Ha sempre saputo che la band sarebbe tornata, perché il loro declino non era imputabile a loro, alle loro scelte, non era imputabile ad un membro che faceva troppo gli affari suoi o che ha portato dissenso all'interno del gruppo. Il declino era imputabile a terzi, e questi terzi rispondono al nome di music business. Un business sanguinario e scorretto, che aveva preso ragazzi allora molto giovani, li aveva messi sotto contratto promettendogli la luna, e poi, una volta finita la magia per via dell'abbandono di Grimmet, li aveva scaricati come se fossero spazzatura. Rockett non ha mai accettato questo affronto, oltre ad aver dovuto licenziare uno dei suoi migliori amici, si era ritrovato anche a spasso a causa delle decisioni di qualcun altro. In breve, la sua fiamma anarchica non era mai morta, aspettava solamente il momento giusto per riemergere. In soccorso della band arrivò la sempreverde Candlelight Records, famosa oltre che per produrre immani dischi di Metal estremo, anche per credere nei progetti emergenti (come fece con gli Opeth di Akerfeldt). Una etichetta che li supportò e li riportò alla luce dopo tanti anni, con un disco godibilissimo, e che per questo si merita il voto che leggete; se volessimo andare a scavare più a fondo cercando il proverbiale pelo nell'uomo, potremo trovarlo nell'asserire che alcuni passaggi in un paio di pezzi (soprattutto la lunga suite da sei minuti) sono leggermente ripetitivi, ma niente che stanchi al punto di passare oltre. Lode e gloria a Sy Keeler per essere tornato, ed essere altrettanto sempre sugli scudi per riuscire a cantare con tutta la forza che ha in corpo; lode anche a Rockett che ha saputo comporre pezzi davvero belli, ed anche agli altri due ex membri, che ben si sono prestati al ritorno sulle scene. Plauso anche alla nuova ascia, che ben presto verrà sostituita, ma che ha dato un sonoro contributo alla causa della band. Un disco che si gode dall'inizio alla fine, ed il bello è che sarà solamente l'inizio della seconda vita per gli Onslaught, le cartucce pesanti ancora devono essere caricate e sparate da un enorme mitra Gathling. In sostanza, comprate e divorate Killing Peace dall'inizio alla fine, non ve ne pentirete assolutamente, e che la fiamma del male arda sempre dentro di voi!

1) Burn
2) Killing Peace
3) Destroyer Of Worlds
4) Pain
5) Prayer For The Dead
6) Tested To Destruction
7) Twisted Jesus
8) Planting The Seeds Of Hate
9) Shock 'n' Awe
correlati