NYKTALGIA

Nyktalgia

2004 - No Colours Records

A CURA DI
ANDREA MION
24/10/2018
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

La Germania è sempre stata una delle patrie del depressive/suicidal black metal. Per quanto il genere non sia, ovviamente, nato nel paese teutonico, il contributo dato da band tedesche come Anti, Wigrid o ColdWorld è stato senza dubbio fondamentale, in quanto spesso ha tracciato nuove coordinate stilistiche che, partendo dall'ovvia ispirazione burzumiana, abbiano poi saputo assumere caratteristiche più proprie e personali. Al di là dei nomi più famosi, inoltre, si staglia un numero enorme di progetti underground, sconosciuti magari anche a chi mastichi più facilmente il genere. Qui si collocano i Nyktalgia. Fondati nel 2001, in Baviera, da Malfeitor e Winterheart (rispettivamente chitarra/basso e batteria) a cui poi si aggiungerà Skjeld per le vocals, questa band ha rilasciato solo due album (l'omonimo che vedremo oggi e Peisithanatos, del 2008) per sette anni di attività culminati con lo scioglimento dopo un ultimo concerto in Norvegia. Questo omonimo Nyktalgia, del 2004, venne stampato in sole 2000 copie dalla No Colours Records, etichetta simbolo nel black metal, tra le cui fila hanno militato band come Abyssic Hate, Forgotten Woods e gli americani Judas Iscariot e rappresenta un piccolo gioiello capace di brillare di luce propria anche in un ambiente affollato e spesso accusato di essere troppo derivativo come il DSBM.  Già il nome stesso della band e dell'album rende bene l'idea di cosa si andrà ad ascoltare. La nictalgia è un dolore ad insorgenza notturna, legato alle ossa, e caratteristico di malattie come la sifilide. Una sofferenza prettamente oscura e insita dentro di noi, che sveglia nel cuore della notte e impedisce di dormire. Una sensazione che la musica dei tedeschi riesce bene ad evocare, facendo scivolare l'ascoltatore dentro passaggi di greve tristezza e vuota malinconia. La cover è anche più esplicita. Un tetro paesaggio con un albero morente fa da contorno ad un uomo pronto a suicidarsi sparandosi in bocca. Forse non artisticamente elevata e sicuramente non troppo originale ma ben veicolante il messaggio che la band vuole trasmettere con la propria musica. Proprio parlando di musica, la prima, e più ovvia, ispirazione dei tedeschi è il Burzum di Hvis Lyset Tar Oss e Filosofem. Riff veloci, semplici e ripetitivi, carichi spesso di tristezza. Sempre seguendo lo stile del Conte, le canzoni presentano un minutaggio elevato e sono solo quattro, per poco più di quaranta minuti di durata. Derivativi, senza dubbio, ma non cloni. Le differenze con la one man band norvegese, infatti, ci sono. Innanzitutto, sono completamente assenti le tastiere, caratteristica che allontana i Nyktalgia anche da molte altre band DSBM. Tutto è affidato al guitar-work che difatti è l'elemento più riuscito del disco, capace di non annoiare anche quando le composizioni si costruiscono su pochi e semplici riff. Inoltre, il mood generale risulta molto più triste e malinconico, focalizzato sul male di vivere e senza la componente evocativa e pagana di Burzum. I Nyktalgia prendono molto anche dalla scena depressive black, ovviamente, utilizzando arpeggi e parti più rallentate che ricordano Xasthur, Leviathan e, in generale, il filone depressive americano ma differenziandosi anche da questi, per un approccio più veloce e ferale, classico, come dicevamo, della scuola norvegese. Questi ragazzi sanno a quale musica ispirarsi, riuscendo tuttavia a rendere personale e caratteristico il loro lavoro. La voce di Skjeld è votata ad uno scream molto acuto, adatto alle sensazioni che le canzoni vogliono trasmettere, e a colpire positivamente sono anche i testi, spesso addirittura poetici. L'elemento fondante, dicevamo, è chiaramente la chitarra ma anche il basso sarà tuttavia ben udibile in certi momenti dell'album, in particolare nelle situazioni più lente e puramente depressive. Il drumming di Winterheart, invece, non spicca certo per spettacolarità ma si fa ben apprezzare nel suo ruolo di accompagnamento, unendosi spesso alla chitarra nel costruire momenti emozionalmente coinvolgenti. La produzione è un altro punto a favore dell'album. Nonostante mantenga le caratteristiche del genere, i suoni sono sempre ben distinguibili e "l'effetto zanzara" sulla chitarra è ben gestito, non andando mai ad inficiare la bellezza del tetro riffing della band. I puristi potrebbero perfino trovarlo fin troppo ben prodotto per gli standard del genere ma dal punto di vista meramente artistico, la scelta è azzeccata. Una produzione scarna o confusa avrebbe fatto perdere a questo lavoro buona parte di ciò che è capace di trasmettere. 

Misere Nobis

La partenza è affidata a Misere Nobis con i suoi undici minuti di durata. Un arpeggio lento, triste e distorto, dal gusto tipicamente depressive, ci fa calare subito nel mood generale dell'album, mentre la batteria batte lenti rintocchi. Dopo meno di venti secondi si palesa la voce che però si limita ad urla dolorose e sofferenti.  A 0:35 secondi la batteria tace per qualche secondo ed entra in scena il riff principale, che ci condurrà attraverso tutta la canzone. Immediatamente, dopo un altro scream sofferto, la batteria torna a colpire, aumentando la velocità e supportando la chitarra nella sua carica malinconica. Siamo probabilmente di fronte al miglior riff dell'album, veloce e malinconico ma dotato anche di una certa vena mestamente epica. Impossibile non rimanerne colpiti. Nel più classico stile burzumiano, inizia una ripetizione del riff principale, fino al minuto 1:55 dove i tempi si fanno più ariosi e dilatati e inizia la prima strofa. La voce è uno screaming straziante, perfetto sopra questo passaggio più lento e atmosferico, scandito da una batteria precisa e regolare. A 3:17 questo momento si interrompe e il riff principale torna a riversarci addosso la sua onda di miseria. L'intera canzone sarà costruita così, alternando parti atmosferiche e puramente depressive a questo veloce riff che quasi sembrerà perseguitarci nella sua glaciale bellezza. A 4:20 abbiamo il ritorno dell'arpeggio con cui era iniziata la traccia, stavolta protratto più a lungo e accompagnato da una nuova breve strofa. La melodia è lenta e di indubbia sofferenza, con un basso che riesce bene a risaltare, in uno stile che ricorda certi passaggi di band come gli americani Xasthur. Verso i cinque minuti le vocals terminano e l'arpeggio resta da solo diventando quasi ipnotico nel suo procedere lento e mesto che sfocerà in una accelerazione a 5:58, prima con la sola chitarra, poi con un brevissimo e fugace accenno di blast beat. L'accelerazione porterà ad un nuovo riff freddo e atonale, supportato da una batteria dal piglio ora decisamente più aggressivo e dal ritorno delle vocals, sempre in uno scream acuto ed evocativo. Il tutto si protrarrà fino al minuto 7:20 dove, in maniera quasi impercettibile, il main riff tornerà ancora una volta procedendo spedito e veloce. Durerà un minuto, però, perché a 8:20 avremo un nuovo passaggio arioso e aperto, come quello scoccato circa al secondo minuto della canzone. Questa sezione, entrambe le volte in cui viene proposta, produce nell'ascoltatore una sensazione di fato ineluttabile, di sofferenza impossibile da fuggire ma riesce anche a risultare epicamente tragica nel suo incedere. Troviamo ancora le vocals ad accompagnare questa nuova discesa nella tristezza. A differenza di prima, tuttavia, al minuto 9:46 abbiamo una nuova brevissima accelerazione accompagnata da un urlo del cantante che riporta di nuovo in auge il riff portante che ormai abbiamo imparato bene a conoscere. Sarà quest'ultimo a guidarci fino alla fine della canzone, sfumando in un breve rallentamento finale. Malinconica e ipnotica, Misere Nobis lascia la sensazione di aver vissuto un viaggio interiore, muovendosi continuamente fra gli stati più tristi e miserabili che compongono la nostra anima. Il testo ci consegna un po' questa immagine esaminando una sofferenza dovuta all'apatia, alla miseria e all'impossibilità di vivere nel dolore, desiderando continuamente la possibilità di vivere in un tempo e in una situazione diversa da quella che ci sta logorando: "Passive introverted apathy. Wordless in painful misery. The denial of birth and time. Longing for the time before mine" (Apatia passiva ed introversa. Senza parole nella dolorosa miseria. La negazione della nascita e del tempo. Desiderando il tempo prima del mio). Un dolore eterno e sconfinato, dovuto ad una fallacia evolutiva come può essere la coscienza: "Dwelling disgraceful in morbid emptiness ,the everlasting curse of consciousness" (Abitando, deprecabile, nel vuoto morboso. L'eterna maledizione della coscienza). A nulla servono le emozioni e le passioni più istintive, lo sfogo delle pulsioni più potenti. Queste non sono altro che fantasmi illusori che ci sottraggono al vuoto esistenziale solo per pochi istanti ma limitandosi solo a quello, senza salvarci davvero. Un concetto che può ricordare il famoso pendolo di Schopenhauer, eternamente sospeso fra noia e dolore con solo brevi e fugaci momenti di illusorio e vano piacere: "Orgasmic, Dionysian dizziness. Illusions phantoms of wretched weakness" (Vertigini orgasmiche e dionisiache. Fantasmi illusori di miserabile debolezze). Tutto quello che resta è sperare nella morte, desiderarla follemente, cosicché possa purgare definitivamente le nostre debolezze e la nostra lussuria, data dal nostro essere deboli e mortali, riducendoci in polvere, come fa con qualunque cosa: "Everything turns to dust. Withers away my mortal remains, my lust" (Tutto diviene polvere, estingui i miei resti mortali, la mia lussuria). 

Lamento Larmoyant

Lamento Larmoyant ("Lamento lacrimevole") è la seconda traccia dell'album ed è anche la più lenta ivi presente. Con uno stacco netto rispetto alle atmosfere intessute dalla chitarra nella traccia precedente, pronti via si parte subito con un altro dei punti più alti del guitar - work del disco. Un riff lugubre e oscuro ci investe, infatti, senza alcun preavviso. Sembra l'inizio di una tetra marcia funebre costellata di dolore. A 0:53 un urlo straziante fa rallentare ancora di più la già non elevata velocità, con il riff che pare quasi distendersi e allungarsi, scandito da altrettanto lenti colpi di batteria. C'è più di un punto di contatto con un certo tipo di doom metal che ha sempre avuto una pesante influenza nello sviluppo della scena black. In questo contesto marcescente e sulfureo, inizia la prima strofa. Skjeld realizza un'altra perfomance vocale molto sofferta e intrisa di misantropia e dolore. A 1:39 la strofa termina e siamo accompagnati solo dalla parte strumentale ma questo momento non si protrarrà a lungo. Dopo venti secondi, infatti, un secco urlo farà riguadagnare velocità a chitarra e batteria, riportando in auge il riff con cui la canzone era cominciata. Si tratta di uno schema che abbiamo già visto nella prima traccia, l'alternanza fra un riff principale, su cui si snoda la canzone, e spezzoni più rallentati che mostrano il lato depressive della band. Non molto fantasioso, forse, ma è indubbio che la band tedesca sappia utilizzare questo metodo di composizione e riesca a far risaltare bene i diversi stacchi fra queste due "anime" della canzone. A 2:38 abbiamo un nuovo rallentamento, tale e quale il precedente, su cui poggia la seconda strofa. A differenza di prima, però, a 3:29 un secco colpo di batteria rallenterà ulteriormente i toni mentre dissonanti note di chitarra inizieranno a farsi sentire, da sole, senza né voce né batteria. Queste torneranno al minuto 3:51, creando un passaggio ora puramente depressive e, ancora una volta, molto vicino a certi momenti del depressive black degli Xasthur. Questa funebre litania vede grandi protagonisti la voce e il basso, che spiccano sul resto degli strumenti e regalano un passaggio davvero sentito e sofferto. La musica sembra trasmetterci una vuota rassegnazione più che una nostalgica malinconia come invece avveniva nel primo brano. A 4:48, dal nulla, come provenisse da un altro tempo, ritorna ancora una volta il lugubre riff principale che si staglierà solitario per una quarantina di secondi. A 5:38 vi sarà l'ennesimo rallentamento con una nuova parte cantata. Lo screaming di Skjeld si produrrà anche in veri e propri lamenti di dolore che ben si sposano con il titolo della canzone. A 6:31 tornerà ancora il riff portante che, nonostante sia continuamente ripetuto nella traccia, non perde mai il proprio sentore oscuro. L'ennesimo rallentamento sulfureo si paleserà a 7:21 e, come già visto anche prima, ci saranno ancora le vocals a ergersi sopra al muro sonoro. Dopo una ventina di secondi inizierà un battere sordo di batteria, poco udibile ma in crescendo, che culminerà in un momento di quasi stop, dove rientreranno in scena gli accordi dissonanti già uditi in precedenza. La batteria riprenderà poi il suo funereo incidere, accompagnata dalla chitarra dissonante e dall'ultima straziante e bellissima parte vocale. Poco meno di dieci minuti, dunque, per un brano che presenta un ottimo riff portante e una grande prestazione vocale ma che non vanta momenti coinvolgenti come quelli sentiti nella traccia precedente e che, alla lunga, può anche finire per annoiare un po'. Il testo riflette ancora sulla futilità dell'esistenza ma da un'ottica diversa. La morte rappresenta sì l'unica soluzione ma anch'essa spaventa e terrorizza, rendendo difficile lasciarcisi scivolare: "Shivering before the abyss all alone. One thousand awful figures have passed by" (Rabbrividendo davanti all'abisso, completamente solo. Mille orribili figure sono già passate). Non riuscendo a compiere il fatale gesto, si resta nel limbo, soffrendo sia per il dolore che questa vita ci riserva, che sappiamo essere certo, sia per la paura che la morte sconosciuta ci crea, nonostante vorremmo raggiungerla per porre fine alle nostre sofferenze: "Trapped between the certain anguish of life and the unknown horror of eternity" (Intrappolato fra la certa angoscia della vita e lo sconosciuto orrore dell'eternità).  Non c'è più speranza e vivere diventa solo un'attesa smodata perché ci venga inferto il colpo decisivo che, speriamo, possa cancellare definitivamente ogni nostro dubbio: "Inescapably lost defeated hope weeps. Impatiently expecting the catastrophe." (Inevitabilmente perso, sconfitto, la speranza piange. Aspettando impazientemente la catastrofe). Siamo ormai consapevoli di quanto la vita sia assurda, di come tutto ciò che facciamo non riesca a fermare l'oblio che è destinato a prenderci fin dal giorno della nostra nascita. In quest'ottica, la sofferenza stessa non è altro che l'elogio vuoto di un inutile dolore: "Habitual continuation of this absurdity. Futility of Suffering, senselessness of occupation, striving for the relieving oblivion" (Continuazione abituale di questa assurdità. Futilità della sofferenza, occupazione senza senso cercando di alleviare l'oblio). Non c'è mai stata possibilità di scelta, nessuna speranza di poter ottenere qualcosa da questa vita. La solitudine e il dolore ci hanno sempre fatto crollare ogni motivazione portandoci verso l'unica risposta ossia il suicidio: "I never had a choice I've always been falling about suicide and the answer" (Non ho mai avuto una scelta. Sono sempre caduto nel suicidio e nella risposta). 

Cold Void

Cold Void ("Freddo vuoto") è la terza traccia dell'album, nonché la più veloce, quasi a fare da naturale ma opposta continuazione a ciò che abbiamo sentito in precedenza. La partenza è fulminea: un urlo violento e lacerante si staglia sopra un riff veloce e dai toni fortemente evocativi. Per quanto questa canzone faccia della velocità la sua bandiera, questa viene solo usata per creare passaggi depressivi e malinconici, non per una violenza fine a sé stessa. Le note prodotte dalla chitarra odorano di pioggia e disperazione mentre vengono massacrate, per la prima volta nell'album, da un continuo blast beat. A 0:12 inizia la prima strofa e ancora una volta colpisce la superba prova di Skjeld con il suo scream sempre sofferto e mai fuori posto. A 0:44 il riff varia, articolandosi su accordi più bassi mentre risaltano bene i piatti della batteria, soprattutto per l'assenza delle vocals. Queste, però, torneranno quasi subito, di nuovo sorrette dallo straziante riff principale e dal blast beat a 1:08. La stessa variazione precedente viene riproposta a 1:51 ma non culmina con il ritorno al riff principale. A 2:15, infatti, in uno dei momenti migliori del disco, un violento urlo introdurrà una nuova melodia. Questo nuovo riff è chiaramente depressivo ma presenta una rilevante componente epica e tragica, anche per via dalla batteria cadenzata che scandisce inesorabile il tempo. A impreziosire questo momento torneranno anche le vocals, precisamente a 2:45. A 3:09, come già successo durante l'ascolto, il riff portante rientrerà in maniera quasi impercettibile, sottolineando la buona scrittura delle tracce. Nessun cambio di tempo o di melodia sembra mai fuori posto, dando ad ogni pezzo un'idea di forte coesione. A 3:53 avremo una nuova parte con tonalità inferiori che durerà fino a 4:15, dove torneranno sia il main riff che le vocals, sembra sferzate dai colpi della batteria. A 5:22 una strofa in scream ci riporterà di nuovo nel passaggio più evocativo e cadenzato, dai connotati tragici. La batteria scandisce senza pietà il ritmo mentre le urla di Skjeld sono laceranti e disumane nella loro sofferenza. A 6:17 un improvviso rallentamento farà cessare i colpi della batteria, mentre si palesa un semplice arpeggio lento e doloroso. Dopo meno di quindici secondi la voce ricompare accompagnata da una batteria di nuovo lenta e precisa. Questa nuova sezione dalle caratteristiche del depressive più classico ci accompagna fino alla fine. Più veloce rispetto alle tracce precedenti, "Cold Void" contiene un guitar - work ispirato e una prova vocale, ancora una volta, veramente coinvolgente ma non raggiunge i livelli di coinvolgimento avuti con la prima traccia. Questi sono, tuttavia, i due elementi migliori del disco e l'abbiamo notato spesso, proseguendo lungo l'ascolto. Ancora una volta, il testo ci parla di morte e suicidio, mettendo in dubbio la concretezza del reale e sottolineandone la futilità, resa evidente da questa pulsione freudiana di morte che ci attanaglia continuamente: "The deadly way out reveals the truest cruelty. And isolates me from reality.  But I'm asking myself: what is reality: a dream?" (La via d'uscita mortale rivela la più vera crudeltà. E mi isola dalla realtà. Mi chiedo: cos'è la realtà? Un sogno?). La realtà è probabilmente definibile solo un sogno, una credibile ma fallace illusione viste le delusioni che essa ci riserva. Quanti nostri sogni non si sono realizzati né si potranno mai realizzare, lasciandoci soli, tristi e vuoti: "Everytime I reach this point, I remember dreams that will never be reality" (Ogni volta che raggiungo questo punto, mi ricordo dei sogni che non saranno mai realtà). Tutto quello che desideriamo ci viene negato e, nella sofferenza, questa mancanza assoluta è la sola cosa che brilla davanti ai nostri occhi mentre pensiamo alla nostra esistenza mortale: "And once again, I only sense the purest absence. A wound like this, cannot be healed anymore" (E ancora una volta, avverto solo la più pura assenza. Una ferita come questa non può più essere curata). Troppe sono state le delusioni, troppi i giorni persi a fallire ogni tentativo; se anche una volta vi era in noi qualcosa che ci spingesse a continuare, ormai anche quella è solo un lontano ricordo, sbiadito nel tempo: "The courage I've lost long ago - for I'll never feel happiness anew" (Il coraggio perso tempo fa - perché non proverò mai più la felicità). L'unica cosa che ci resta è il suicidio, lasciarci paralizzare dal vuoto freddo e asettico della morte, dove non ci sarà più vita ma nemmeno più dolore: "I become forever paralysed, by this ultimate cold void" (Divento eternamente paralizzato da questo freddo vuoto finale). 


Exitus Letalis

Exitus Letalis ("Esito Letale") è la canzone di chiusura dell'album e anche quella che segue più fedelmente i canoni del depressive/suicidal black metal. Al solito, troveremo ad aspettarci un'alternanza tra un riff principale veloce e malinconico e una serie di parti più lente dove la sofferenza trasmessa dal gruppo tedesco toccherà gli apici. Tuttavia, questo brano finale, nonostante sia il più lungo (quasi 12 minuti) è anche quello che presenta, lungo il suo sviluppo, le maggiori variazioni stilistiche mantenendo alto l'interesse e facendoci davvero scivolare in un vortice senza fine di dolore. L'inizio ci presenta subito il riff principale, martellato da un blast beat inarrestabile e dove anche il basso si ritaglia un importante ruolo, contribuendo a creare un'atmosfera sofferta e malsana. La melodia è malinconica ed evocativa, restituendo l'impressione di trovarsi davanti a qualcosa di antico e dimenticato che non possiamo fare altro che contemplare nostalgicamente. A 0:28, per la prima volta nell'album, interviene una chitarra acustica che porta con sé nuove sensazioni depressive. Un utilizzo dello strumento acustico che può ricordare certi passaggi dei Forgotten Woods. A 0:55 entrano in scena anche le vocals mai come ora così sofferte, disperate e burzumiane. Skjeld è stato autore di una performance eccezionale lungo tutto il disco ma qui raggiungerà l'apice, evocando con il suo scream acuto paesaggi di profonda disperazione. A 1:20 la batteria smette di distruggere tutto senza pietà e diviene lenta e cadenzata, mentre un nuovo riff prende il posto di quello precedente. Depressivo ma anche epico e solenne, figlio di ere dimenticate. Esso ci condurrà fino a 1:54 dove la chitarra inizierà a tessere giri melodiosi e armonici, pieni di sofferenza e tristezza mentre la batteria tornerà a crescere in velocità. La prestazione vocale di Skjeld è qui mostruosa, incredibile, intrisa nel dolore. Questa sezione fortemente drammatica si protrae fino a 2:52 dove la batteria conduce verso un nuovo rallentamento solenne, come quello già sentito in precedenza. A 3:23 il riff principale tornerà sferzando gelido e veloce tra le nostre emozioni e a 3:51 avremo ancora le chitarre acustiche a tessere una melodia sofferta ma anche tetra e oscura. A 4:16 le vocals torneranno sulla scena, cavalcando il veloce riff fino a 4:43 dove la batteria, all'improvviso, si fermerà. Una melodia lenta e distorta che trasmette totale rassegnazione inizierà a farci scivolare in una cupa depressione con la sola presenza aggiuntiva di urla laceranti e al limite dell'umano di Skjeld. Una sezione incredibile, chitarra e voce (ora sempre più chiaramente le componenti migliori del disco) raccontano la fine di tutto, lo svanire totale della speranza. A 6:07 basso e batteria torneranno cadenzati e sofferti sempre sotto le vocals al massimo della loro emozionalità. Sembra quasi di guardare un paesaggio sotto la pioggia, in un giorno qualunque della nostra vita, mentre la malinconia diviene padrona della nostra anima. A 8:10 tornerà la parte più cadenzata già comparsa altre volte nella canzone, sempre con il suo tono solenne ma tragico. A 8:40 avremo anche una nuova sezione con i giri di chitarra melodici e sofferti visti in precedenza, su cui si staglia la voce in maniera ossessiva. A 9:39 tornerà ancora la parte cadenzata, sentita poco meno di un minuto prima che spezza ogni nostra speranza di uscire dal vortice di dolore in cui siamo stati risucchiati e che rende anche ipnotica la composizione.  A 10:10 l'ultimo riff dell'album porterà una nuova ondata di dolore mantenendo una vena sempre epica e solenne, accompagnato dal blast beat e guidandoci alla fine del brano. Insieme a "Misere Nobis" la canzone migliore, senza dubbio. Vocals incredibili e guitar - work ispirato ci portano ad un annullamento totale, una discesa senza fondo nel dolore. Il testo è sicuramente il più bello del lavoro, araldo della fine totale di ogni possibilità di salvezza. Una vita di malinconia, dolore e delusioni ci ha ormai resi incapaci di continuare; tutto attorno a noi perde le proprie caratteristiche svanendo nel nulla mentre ci apprestiamo a compiere l'ultimo sonno della nostra vita, al tramontare del sole "All the colours bid farewell, the contours as well during my sleep. With the sunset it will return creeping" (Tutti i colori dicono addio, come anche i contorni durante il mio sonno. Con il tramonto, questo tornerà strisciante). Questo sonno strisciante è un sonno di morte e porta con sé un vuoto costruito da tutto il nostro dolore e da ogni nostra delusione che mai ci ha lasciato, conducendoci fino a qui: "The gaping emptiness, surrounded by its despairing silence waits me in an unanimated room, full of neverending delusions" (Il vuoto spalancato, avvolto nel suo silenzio disperato mi aspetta in una stanza inanimata, piena di eterne delusioni). Questa sensazione è più di quanto un essere umano sia capace di sopportare, è la vera essenza del dolore. Un dolore troppo grande e troppo forte il cui unico aspetto positivo è ciò che, finalmente, ci rende chiaro: l'unica soluzione possibile è porre fine alla nostra miserabile esistenza. "This petrified atmosphere, could be the sign for the final end by facing the mirror of total death" (Questa atmosfera pietrificata può essere il segno per la fine, affrontando lo specchio di una morte totale). Non esiste altra salvezza e ora la tristezza ci prende anche quando il sole splende alto nel cielo ma non è più capace di proteggerci con la sua luce: "I'm fruitlessly searching, for something that releases me. Sadness is spreading again, but not only while dusk" (Sto cercando senza risultato qualcosa che possa liberarmi. La tristezza si sta diffondendo ancora, ma ora non solo durante il crepuscolo). Dopo aver sofferto per tutta la vita, non esiste paura della morte che ci possa fermare, non esiste più alcun istinto di conservazione. La decadenza che ci siamo sempre portati dentro ci ha già detto tempo fa che saremmo stati destinati a morire: "No fear for blood, when the inner decay announces that I won't exist any longer" (Nessuna paura per il sangue quando la decadenza innata annuncia che io non esisterò più). Così si chiude il testo più bello dell'album e uno dei migliori tra quelli che ho avuto occasione di leggere nell'intera scena depressive black metal.


Conclusioni

Tirando le somme, questo "Nyktalgia" risulta essere un ottimo lavoro, prodotto da una band che possedeva qualcosa da trasmettere tramite la musica e non semplici cloni di una scena spesso derivativa dei grandi nomi del passato. Chiaro, non ci troviamo davanti ad un capolavoro: la lunghezza delle canzoni non sempre riesce a garantire uno svolgimento interessante e il guitar - work, per quanto ispirato lungo tutto l'album, non basta, da solo, a rendere indimenticabile un brano come "Lamento Larmoyant" che risulta troppo ripetitivo, specie con l'aumentare degli ascolti quando viene perso il fattore sorpresa. Un fattore che in alcuni casi viene dunque in aiuto di un ascoltatore che, per apprezzare oltremodo un disco di tal calibro, deve necessariamente aver avuto un'esperienza importante nel campo quest'oggi indagato. Ascolti su ascolti che abbiano reso i suoi gusti un qualcosa di affine alla proposta musicale del gruppo, non spingendolo dunque verso chissà che sogni o speranze, circa questo "Nyktalgia"; si fosse - al contrario - neofiti del DSBM, i problemi sarebbero maggiori: in effetti non parliamo di un platter che vedrei benissimo qualora lo scorgessi fra le mani di un neofita. Un inizio impegnativo, irto di brani monolitici e non certo ad alta fruibilità. Un bel carro armato, un blocco compattissimo ed irremovibile, inattaccabile, il quale serba in sé molto da dire, nonostante il peccato di ripetitività posto alla sua base. Avevo preso ad esempio "Lamento...", potrei citare altri brani senza alcun problema. Anche "Cold Void" non colpisce del tutto, nonostante viva di un riffing tagliente e veloce e di uno screaming forsennato. Dunque difetti ma anche grandi pregi, se non altro perfettamente bilanciati e sistemati in modo tale da non far risaltare il lato più "debole", nonostante alcune volte esso venga prepotentemente a galla; non troppo da indurci a saltare traccia, tuttavia. Possiamo infatti goderci quanto di buono ci sia, in questo "Nyktalgia", senza alcun problema ed anzi, siamo invitati a farlo data sì l'intrinseca qualità di questa proposta, un disco che non si può certo "bocciare" seppur nemmeno promuovere a pieni voti. Una sorta di bilico, di stallo. Equilibrio, la parola chiave: riuscendo a stabilizzarsi su territori d'ampia accettabilità pur non strappando chissà che encomio, "Nyktalgia" strappa diverse emozioni ed anche più di un qualche timido applauso, andandosi adagio adagio a collocare in un posto di riguardo in una eventuale classifica degli album DSBM più interessanti degli ultimi vent'anni. Posto che gli spetta di diritto, visti e considerati dei pregi dai quali non possiamo allontanarci troppo. Pregi imprescindibili e sicvuramente degni di essere menzionati, in barba a chiunque creda che un critico musicale (od aspirante tale) debba semplicemente fossilizzarsi usl "peggio", calcando la mano, cercando di distruggere anziché creare. Indubbiamente, gli highlights del disco restano la prima e l'ultima canzone: "Misere Nobis" presenta il riff migliore dell'album e parti più lente e depressive al cardiopalma, mentre "Exitus Letalis" colpisce per la disperazione totale che emana, anche per via delle vocals di uno Skjeld veramente superlativo. Proprio la voce merita sicuramente un'ennesima menzione, non risultando fiacca nemmeno per un secondo. Sicuramente quest'album merita un ascolto (anche più di uno) da qualunque fan del black metal più emotivamente disarmante e depressivo ma anche da coloro che non si possano definire propriamente fan del genere. Infatti, la capacità di coinvolgere ed emozionare rimane, a prescindere dagli indubbi difetti e dalla difficile accessibilità che la musica dei tedeschi presenta. Una serata piovosa, un momento della vita in cui qualcosa si insinua nella nostra testa e ci impedisce di restare sereni e dove la nostra unica compagnia sia la malinconia innata che ci portiamo dentro. In questa situazione, ascoltare "Nyktalgia" contribuirà sì ad acuire il senso di impotenza di fronte allo sconforto che prima o poi, almeno una volta, fa visita a tutti. Però, permetterà anche di provare emozioni a cui normalmente non avremmo accesso, presi come siamo dalla frenesia del mondo moderno. 


1) Misere Nobis
2) Lamento Larmoyant
3) Cold Void
4) Exitus Letalis