NEGAZIONE

Tutti Pazzi

1985 - Autoprodotto

A CURA DI
LORENZO MORTAI
31/05/2017
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

"Estate 1992, la notizia era semplice: avevamo deciso di scioglierci. Più complicato  spiegarlo, quasi che le ragioni fossero solo e soltanto nostre: scazzi, stanchezza e confusione. Queste furono, più o meno, le parole con cui decidemmo di comunicare la fine dei Negazione, in autunno: le pubblicò "Rumore", insieme a una foto in cui non appariva nessuno di noi"

Quale modo migliore di iniziare questo nuovo viaggio, se non con la citazione che accompagnerà la fine della nostra storia? Una storia fatta di viaggi, chilometri macinati in bus antiquati, aerei presi, amicizie finite e tanta, tanta voglia di riscatto. Riscatto dalle connotazioni sociali avvenute fino a quel momento, riscatto anche da una società che non voleva più coesistere a quel marcio che stava ribollendo ormai da troppo tempo; soprattutto riscatto dalla vita stessa, da quel desiderio bruciante nel petto di rivalsa contro tutto e contro tutti, contro il sistema corrotto e contro la popolazione del mondo, un grido che si leva dalle viscere della terra e fa tremare le vene dei polsi, ma andiamo con ordine. Non è semplice, neanche per il musicologo più in erba, delineare una reale storia dell'Hardcore Punk. Le poche e frammentarie informazioni che abbiamo circa la nascita di questo genere, figlio del settantiano e britannico Punk delle origini, sono da attribuire agli Stati Uniti, a cavallo fra la fine degli anni '70 e l'inizio degli '80. L'atteggiamento alle volte nichilista ed autodistruttivo dei Punk albionici, rei di aver iniziato il movimento nel 1977 (salvo avvisaglie precedenti ad esso, ma ne riparleremo), comincia ad andare stretto ai fratelli coloni, che alla fine decidono di distaccarsene sempre più pesantemente, mantenendo intatto stile e connotazioni generali, ma dando al genere una linfa nuova in cui scorrere abbondantemente. La diatriba su chi abbia realmente inventato il termine Hardcore è nebulosa ed anche essa frastagliata; i D.O.A, storico gruppo canadese nato nel 1978, spesso attribuisce la nascita del nome al loro album del 1981, chiamato per l'appunto Hardcore '81. Più semplicemente però, potremmo ipotizzare che la coniazione sia da attribuire agli stessi fan di questo nascente astro della musica alternativa. Gli statunitensi adolescenti dell'epoca, si dichiaravano apertamente figli e fautori del Punk classico, ma ne trovarono un nuovo scorrere, una descrizione più calzante, più hardcore appunto (il che simboleggia senza dubbio l'attitudine ancor più aggressiva, ma allo stesso tempo dannatamente celebrale, di chi il movimento lo ha iniziato). Una musica che fosse allo stesso tempo veloce, cattiva, ma anche intelligente, testi ragionati e descrizioni sempre chiazzate di rabbia delle situazioni che gli occhi vedevano, cosa che il Punk delle origini spesso ha dimenticato di fare nel corso del tempo (salvo le eccellenti eccezioni che conosciamo tutti). Si tende, allo stesso tempo, ad attribuire la nascita vera e propria del genere, a tre gruppi fondamentali: Black Flag, Bad Brains e Minor Threat. Tre formazioni appartenenti a due diverse scene musicali, quella californiana (Black Flag) e quella nord statunitense, a Washington precisamente. Città, realtà musicali ferventi di vita e di energia, con basi sociali abbastanza marce e solide da poter convincere i musicisti ad adoperarsi per cercare quantomeno di cambiare lo status quo, attraverso l'unica arma a disposizione, la musica. E fu così che, accanto alle creste ed alle borchie, apparirono teste rasate, al posto degli anfibi appaiono scarpe da basket e t shirt colorate e strappate, le spille ed i chiodi vanno in pensione, qui c'è bisogno di muoversi e saltare. Parallelamente allo sviluppo d'abbigliamento, iniziano anche ad uscire i primi album, tutti rigorosamente capitanati dalla filosofia "Do It Yourself", autoproduzione su tutti i fronti, nuove etichette nascono ogni giorno, nuovi filoni di produzione, fanzine, case di stampa, fioccano come funghi in quel calderone americano che stava sobbollendo ormai da troppo tempo, ed era realmente pronto ad esplodere. Nervous Breakdown (Black Flag - 1978), Bad Brains (omonimo del 1981) e Minor Threat (omonimo del 1980) sono i primi tre dischi che, qualsiasi fan di questo genere, conosce ed ama alla follia. Una musica viscerale, che si stampa in faccia come una pedata ben assestata, testi che inneggiano alla critica sociale, alla rabbia, al disappunto verso tutto ciò che non torna, quel sordido che viene fatto venire a galla con forza, anzi, con nerboruta convinzione. Ovviamente il fenomeno esplode in men  che non si dica, di colpo, in pieno sviluppo dell'Heavy Metal, che nel 1981 stava vivendo l'inizio della propria golden age, abbiamo locali che ogni sera ospitano mosh pit da paura, bassisti e chitarristi che saltano come dannati sul palco, microfoni tenuti "in bilico" vicino alla bocca, per poter urlare più forte. Mamma Inghilterra, come era prevedibile, gelosa o forse invidiosa di quanto gli USA avessero messo in piedi, non sta certo a guardare, ed ecco che nasce quel che col passare del tempo verrà chiamato British Hardcore; accanto ai Black Flag di Greg Gynn appaiono dal nulla Discharge e Charged GBH, che si discostano leggermente dalla madre americana influenzando il proprio stile con distorsioni e ritmi presi dalla NWOBHM, che in quel periodo stava fiorendo in maniera furente, ed inserendo anche parti che ricordano molto il Proto Speed dei Motorhead. Tornando alla nostra scena americana, Michael Azarred, storico della musica, nel suo Our Band Could Be Your Life, descrive i Black Flag come "i padrini", coloro che hanno dato il via e che hanno gettato le solide basi per la nascita dell'Hardcore, i Bad Brains come "gli innovatori", coloro che iniziarono ad inserire partiture Heavy Metal ed elementi Reggeae nella loro musica (essendosi formati come complesso Fusion Jazz accanto a gruppi come la Mahavishnu Orchestra), ma anche scivolate ancor più celebrali, salvo poi virare su tutt'altro genere. Ed i Minor invece vengono descritti come "la band definitiva", grazie al loro stile veloce, aggressivo e caldo (influenzato molto dai Brains), e che ha dato vita, in seguito, al movimento Straight Edge, grazie alla canzone omonima. Nel libro, ultimi ma non per importanza, si fa anche chiaro riferimento al peso musicale dei Dead Kennedys di Jello Biafra, che col loro sound tagliente ed i testi pregni di black Humor, hanno chiazzato il mondo con la loro ingente presenza. Scene si sviluppano in tutto il globo, dalla Svezia alla Germania, dalla Francia alla Russia, passando per Est Europa, Giappone e Cina, formando peraltro nel corso degli anni (fino alla fine dei '90 almeno) una innumerevole sfilza di sottogeneri: Crust, Grindcore ( i cui iniziatori sono i Napalm Death), Melodic Hardcore, Surf Punk (Beach Boys), Crossover (D.R.I, Accused e Ratos De Porao), Metalcore e tanti, tantissimi altri, fino ad arrivare ad uno degli ultimi, parliamo ovviamente del Post Hardcore di Joy Division, Fugazi e Wire. Abbiamo parlato di scene, abbiamo parlato di sottogeneri, ma la storia che vogliamo raccontarvi, come potete leggere in alto, parla del nostro amato stivale, ma anche qui dobbiamo procedere con ordine. Già a partire dal 1977 l'ondata Punk aveva investito anche il nostro paese, e ci eravamo ritrovati in parallelo con la nascita delle prime radio libere e delle fanzine musicali (oltre che dei primissimi fumetti autoprodotti, come Ranxerox o Frigidaire), formazioni dedite al genere come Great Complotto, Gaznevada, ma anche gli Skiantos o i gruppi del Centro Sociale di Milano, base della Cramps Records e scuola di musica dell'enorme Demetrio Stratos. Una scena dunque che, come accadde per il Progressive, era in succulento fermento costantemente, complice anche l'enorme dose di cultura del quale il nostro paese abbonda. Parallelamente iniziò, alla fine degli anni '70, a formarsi una corrente Punk di matrice anarchica (il Punk italiano infatti è sempre stato discostato dalle accezioni originali, avvicinandosi molto alla politica, soprattutto di sinistra, in pieno sviluppo del post '68), capitanati dai venefici RAF Punk di Jumpy Velena. E saranno proprio i RAF ad aprire la strada alla seconda ondata Punk italiana, complice anche l'enorme protesta della band al concerto dei Clash nel 1980, al grido del celebre slogan "Crass, not Clash", coniato dal collettivo dell'Essex per criticare la band di Strummer, rea di aver firmato con una major musicale (la CBS), tradendo così in toto lo spirito del genere, che permeava la strada dell'autoproduzione. Un pentolone decisamente ricolmo quello del nostro paese, al centro del quale troviamo una delle scene più prolifiche del nostro paese, quella di Torino; complice anche l'enorme varietà di popolazione, con operai, FIAT e militanti che spuntavano da ogni dove, i gruppi politicamente impegnati sovrabbondavano, infiammati dallo spirito di protesta. Fra di loro spiccavano senza dubbio i 5° Braccio, capitanati da Orlando e Tax, rispettivamente batteria e chitarra; i nostri due Punk, allora giovanissimi (siamo nel 1983), decidono però di abbandonare la formazione, per formarne una nuova che suonasse più veloce, più cattiva, più dura e celebrale. E fu così che nacquero i Negazione, mischiando fra loro membri dei Braccio con un'altra realtà altrettanto fervente a Torino, quella degli Antistato, al cui centro militavano Marco Mathieu (basso) e lui, LA voce dell'Hardcore, Guido Sassola, meglio noto come Zazzo. La band era formata, il desiderio era grande, scrivere e comporre musica rigorosamente in italiano (all'epoca non vi erano molti dubbi, il desiderio era uno solo, urlare e criticare, con rabbia ed un pizzico d'amore), e la band così, nella primavera del 1983 inizia a provare, i testi e le canzoni escono come impazzite, la voglia di distruggere le barriere era enorme, e parallelamente iniziano anche i concerti in giro per l'Italia, per farsi conoscere ed apprezzare dal pubblico. Un anno dopo, svariati concerti e chilometri dopo, la band ha il primo cambio di formazione, sostituendo Orlando Furioso alle pelli con Michele D'Alessio (sarà una vera maledizione la batteria per i Negazione, come avrete modo di leggere nei prossimi articoli), e grazie a questa nuova lineup, la band pubblica la sua prima demo-tape, rigorosamente autoprodotta ed intitolata Mucchio Selvaggio, divisa a metà con i Declino, altra band che accompagnerà i nostri nei primi concerti fuori Italia, in Olanda, Germania e Danimarca. Edita dalla collaborazione di Ossa Rotte Tapes e Disforia Tapes, la cassetta, nel 1986, verrà ristampata in LP dalla Children Of Revolution Records (la stessa casa che produsse Power From Hell degli Onslaught). Nel 1984 verranno notati anche dalla R Radical Records, che li farà apparire col brano Non Mi Dire nella compilation  International P.E.A.C.E. Benefit Compilation, doppio LP che vedeva anche band come D.O.A, Crass, ma anche formazioni italiane come gli Wretched e gli stessi Declino, ed uscì in parallelo con la fanzine di San Francisco Maximumrocknroll, che teneva ogni mese una rubrica sulla nascente scena Hardcore tricolore. Godevano di grande credibilità all'estero i gruppi italiani, ed erano tenuti in grande considerazione, mentre in patria stavano cercando di farsi un nome, ma sempre nel vessillo delle difficoltà. Si cambia anno, e si cambia nuovamente batterista; a Michele subentra Fabrizio Fiegl, ex Upset Noise, ed è proprio con lui che i Negazione produrranno il primo 7 pollici della loro carriera, argomento della odierna disamina, Tutti Pazzi. Piccola nota per i nerd musicali; sul retro del disco viene ancora accreditato Michele come batterista, mentre Fabrizio comparirà dal secondo 45 giri in poi, dato che sono stati prodotti e distribuiti pressoché in parallelo fra loro. Michele e Fabrizio si sono avvicendati alla batteria in periodi molto vicini, da qui il papabile misunderstanding fra copertina e fonti ufficiali. Dal packaging assolutamente non "di spicco", con una busta ripiegata su sé stessa di cartoncino poco spesso, e rigorosamente in bianco e nero, l'EP si presenta a noi con una copertina che è passata alla storia; al centro abbiamo una foto, con protagonista un ragazzo, che a braccia conserte tiene la testa fra le gambe, in segno di vergogna o di sofferenza. In alto campeggia il logo della band, quello storico con lettere cubitali ed effetto "macchia" sulla parte superiore, mentre di lato abbiamo la classica frase "non pagare più di 2.000 lire". La vera sorpresa però la si ha aprendo il pacchetto; sul retro troviamo un bellissimo disegno, psichedelico ed in linea con le fanzine dell'epoca, che rappresenta un uomo, schizzato e completamente pazzo, che tiene in mano una pistola davanti ad un muro, il tutto con effetto "fish eye" dei mattoni. All'interno invece ci sono i testi, stampati grazie ad una macchina da scrivere e battuti con forza su strisce di cartone, incollate poi su foto della band ed immagini disegnate. Non vi è ovviamente codice a barre essendo autoprodotto, ma sappiamo che è stato registrato al Sinergy Recording Studio di Torino. Bellissima la citazione finale che dedica l'intero EP agli Indigesti, altra storica band torinese, perché continuino ad essere "polvere negli occhi di chi guarda"; il disco contiene cinque tracce, fra cui alcuni anthem del gruppo come vedremo. Nel 2002 verrà stampata una enorme compilation, intitolata sempre Tutti Pazzi, che contiene un best of della band, compresi i primissimi brani, mentre nel 1989 la We Bite stampò Wild Bunch/The Early Days, un doppio disco contenente i primi due EP della band. I Negazione non sono solo una band delle tante, non sono soltanto fra gli iniziatori e gli innovatori più grandi del movimento Hardcore nostrano, i Negazione sono una rivoluzione. E tutto partì da questi cinque velocissimi brani; mentre ci accingiamo a tirare fuori quel piccolo 45 giri dalla sua scarna busta (oggi oggetto di culto per collezionisti in erba come chi vi sta scrivendo), e lo appoggiamo sul piatto, immaginiamo le sensazioni che devono aver provato all'epoca le migliaia di ragazzi che videro spuntare sul palco questi quattro assassini della musica. Niente chiodo, niente patch, nessuna pietà per il pubblico, solo la furente voglia di spaccare tutto quanto, ma di lasciare anche qualcosa negli animi di chi ascolta; la voce di Zazzo ci farà da fida compagna soprattutto in questa prima parte di carriera, dove la musica come vedremo verrà lasciata a mono corda per dare spazio alla muscolosa forza delle parole. Preparatevi signori miei, il caos è arrivato, ed ha la forma di un enorme demone, cinque brani, cinque calci in bocca che lasceranno il segno, ma che avranno sicuramente allargato il nostro cuore. 

Sogni e Bisogni

L'apertura di questa piccola perla musicale nostrana è affidata a Sogni e Bisogni; un minuto e ventisette secondi in cui Zazzo, Marco e Tax riversano tutta la loro nascitura rabbia, che ai tempi stava iniziando a farsi un nome. Un piccolo speech dal sapore old, in cui ci viene caldamente ricordato che la vita è composta sostanzialmente da due elementi, sogni e bisogni. I sogni sono il pizzico di sale in più della nostra esistenza, quel microcosmo in cui rifugiarci ogni volta che ne sentiamo la necessità, un mondo a parte che viene alimentato soltanto dalla nostra strenua fantasia. A fare da contrappeso a tutto questo, all'effimero mondo che ci accoglie ogni volta che ci addormentiamo, troviamo i bisogni; quelle voglie smodate che ci consentono di sentirci ed essere vivi realmente, e non morti viventi che trascinano la propria carne in giro per il mondo. Bisogni e volontà, concetti quasi filosofici che i Negazione ribadiscono con nerboruta forza, additando coloro che millantano di non avere desideri, di non avere alcuna voglia di fare niente; per coloro esiste solo una parola, ed è "perduti". A questo grido, un giro di basso e di batteria devastante, fa da eco alla voce di Zazzo, che abbandona l'incipit calmo e tranquillo, per sfoggiare una ugola degna del demone più famelico. Una voce che ti entra direttamente nel cervello, ma invece che rimanerci caldamente, prende a calci qualsiasi cosa gli si pari di fronte allo sguardo ed alla famelica bocca che sbava come un animale impazzito. Animalesca è ovviamente anche la musica di sottofondo; la batteria si alterna al basso ed alla chitarra monocorda, in un vortice di note che spacca il cervello in due e ne fa poltiglia truculenta fra le nostre mani. In questa primissima fase di carriera infatti, i Negazione puntavano tutto sulla forza delle parole, quei testi così celebrali, così pregni di significato, profondi nel loro essere letteralmente urlati in faccia al pubblico, quelle atmosfere cupe e sinistre che si trovano soltanto negli incubi più spaventosi. In mezzo a tutto questo, ricordiamoci infatti la situazione sociale e politica che questi baldi giovani stavano vivendo: gli anni '80 sono stati una decade strana sotto molti aspetti, prolifica per altri, e distruttiva per la maggior parte delle sue rifrazioni. Erano gli anni in cui si pensava che il mondo potesse realmente essere "nostro", come il buon Tony Montana ci ricorda nel suo Scarface; erano anni in cui la forza del movimento studentesco del decennio precedente, aveva lasciato ampio margine di respiro ad un sentimento di malinconia costante. Si esagerava perché non si sapeva realmente cosa fare; erano anni bui, pieni di attentati, violenza e sopraffazione dell'uomo sull'uomo, una decade che per molte persone rimarrà immortale, ma che nasconde un cinereo manto nero sotto quella coltre di lustrini. Torino in quegli anni era nel pieno sviluppo della seconda industrializzazione cittadina, i sobborghi erano coperti da una fitta coltre di fumo e cenere proveniente dalle incessanti fabbriche. I centri sociali portavano un messaggio mefitico e venefico al tempo stesso, quello di non accettare assolutamente compromessi né menzogne, il governo mentiva e lo sapeva benissimo (siamo all'inizio del decennio che culminerà nel 1993 con Tangentopoli, la caduta rovinosa di una intera classe politica). Stanchi, arrabbiati e pieni di energia, i Negazione calcano la mano sui bisogni, accentuando il desiderio di sopravvivere quanto quello di vivere. Vi siete mai chiesti se sognate davvero, o se non sognate mai? Vi siete mai chiesti se, chiudendo la porta di casa dietro le vostre spalle la sera ogni volta, i demoni del mondo non vi seguano fin dentro il letto? La band, grazie ad un sincronismo perfetto fra musica e testo, mette in chiara luce aspetti quasi onirici, colmi di rivalsa e di furente rabbia, che permea ogni singola nota suonata, ogni singola parola che il giovane Zazzo pronuncia con incredibile verve. Sono come tatuaggi permanenti sulla nostra pelle, lividi e bisogni che si alternano alla voglia di vivere, quella che ti fa prendere boccate di respiro sempre più grandi e sempre più enormi, fino a saturare completamente. Certo, l'accompagnamento musicale di questo primo brano non gode ovviamente di enorme fama per quanto riguarda la composizione, si tratta sostanzialmente di un solo giro ripetuto fino allo stremo, fino a vedere le dita sanguinare sulle corde e le bacchette della strumentazione. Eppure, con la sola forza di quei giri, i Negazione danno vita ad un incubo su gambe, complice anche l'inimitabile voce di Guido. Sul finale si trova anche un piccolo spazio per far assaggiare al pubblico un micro solo di Tax, anche esso ricolmo di odio. Credete di aver bisogno ancora di sogni? Oppure vi concentrerete sui bisogni terreni, su tutte quelle cose che vi permettono di sopravvivere? Con questo lancinante dubbio, e tornando al tono calmo iniziale, Zazzo ci abbandona per il primo slot.

Niente

Di tiraggio e minuti decisamente più lunghi è invece Niente. Viene aperta da un incessante rumore della chitarra, distorta al massimo e con le corde che sembra vengano strappate dalla loro sede; segue a ruota un main riff cacofonico ed echeggiante, con la sei corde che sembra quasi prendere vita nelle mani di Tax. Zazzo subentra poco dopo, utilizzando sempre il suo classico tono maligno, ma stavolta decisamente più rallentato ed opprimente, quasi a farci sentire chiusi in una stanza con lo stereo al massimo volume, e l'ossigeno che sta per finire. Guarda oltre il nero l'occhio umano, senza trovare niente su cui fermarsi, incipit d'antologia per questa seconda traccia; lo sguardo si posa sostanzialmente sul male del mondo, sul nulla più totale e sulla denigrazione che ne deriva. Ormai lo sappiamo tutti, le persone sono marce, il mondo è marcio, e non possiamo fare niente per annientare tutto ciò; con la sola forza della sua enorme voce, e grazie anche all'ingente aiuto della musica, la quale si fa ancor più claustrofobica man mano che i secondi passano, Guido arringa nuovamente la folla, raccontandoci la triste storia di quanto tutti noi alla fine siamo schiavi del niente. Ci aggiriamo per città senza nome posando lo sguardo sul nulla, si staglia di fronte a noi un sentore di morte, negli uffici, per le strade, sui corpi sgraziati e decomposti che camminano di fianco a noi, e ci sentiamo sempre più soli, sempre più malinconici. Dalla malinconia si passa alla rabbia, dalla rabbia si passa al dolore, lancinante, continuo ed incessante sotto la pelle, dentro le ossa e nella testa; un dolore che non si placa, una forza distruttiva degna del peggior diavolo che spunta dalla nuda terra. Siamo una razza che sta perdendo il suo padrone, altra frase ad effetto che Zazzo ci dedica per calcare ancor più la mano su quanto alla fine l'essere umano faccia realmente ribrezzo agli occhi del mondo stesso che lo ha creato migliaia di anni fa. E di fronte a tutto questo male, l'unica soluzione è arrabbiarsi. La musica va di pari passo con il gonfiarsi del testo, man  mano che i secondi scorrono velocissimi nella nostra mente, il suono degli strumenti si fa velenosa, fino a diventare quasi insopportabile. Mathieu dall'alto delle sue spesse corde, le percuote come non mai, rabidamente, come un lupo che sta cercando la sua sanguinolenta preda in mezzo alla fredda steppa, il nostro capellone bassista salta e si scatena ogni volta che può, immancabile cappellino in testa e sguardo fiero, corretto e fisso sull'obbiettivo. Tax invece dal canto suo si "limita" a fare da contrappeso alla voce di Zazzo; le sue note escono dallo strumento come un fiume in piena, si inarcano e prendono il posto dell'ugola ogni volta, ma allo stesso tempo le danno ancor più energia da spendere. E come dimenticarci anche delle pelli di Fabrizio? I suoi precisi e devastanti colpi rendono l'intero comparto ancor più elettrico e venefico al tempo stesso, si respira corrente statica nell'aria, si conficca nel nostro ventre e ci fa sanguinare copiosamente. Perché alla fine di tutto quello che abbiamo elencato, non accettiamo assolutamente niente; niente di tutto quello che i nostri stanchi occhi vedono ci va realmente a genio, niente di tutto quello che il mondo vuole comunicarci ci torna saldamente indietro, niente di tutto quello che la vita ci offre accettiamo con servilismo. Piuttosto siamo cani rabbiosi e pieni di fame, ma non fame di morte, fame di vita (bruceremo letteralmente di vita, riprendendo il testo di una canzone che i Negazione scriveranno fra qualche anno, ma ne riparleremo), fame di rivalsa, fame di rispetto e di abnegazione di tutti coloro che si mettono contro di noi. In questi quattro minuti la band torinese spende le giuste parole per farci sentire incazzati come non mai, per far sentire il sangue che inizia a ribollire nelle vene, pensando al mondo in cui viviamo, ed a come lo stiamo distruggendo con la sola forza delle nostre mani, siamo noi, i veri animali. E' interessante anche vedere come, nonostante le parole siano il piatto principale della portata che i Negazione ci stanno servendo, il gruppo trovi sempre il modo di dare lustro anche alla composizione strumentale; riff e main riff che hanno quasi il sapore dell'acciaio, ma chiazzato di pregna violenza, un po' quello che in USA stavano facendo i Bad Brains, o i GBH in Inghilterra. I nostri torinesi hanno attinto a piene mani da queste tradizioni, mischiandole con la nostra storia, la nostra dannata storia; ed è così che fra divise sporche di sangue, politici corrotti ed imbellettati, rampanti e rapaci del globo sferico in cui camminiamo, Zazzo conclude la sua rabbiosa arringa con una infinta serie di "niente di tutto questo!", come finale prova del loro testamento. 

La Mia Mente

Giriamo il 45 giri e ad accoglierci sul lato B troviamo La Mia Mente: un profondo ed inquietante respiro ci apre al pezzo, prima che come sempre la chitarra di Roby unita alla batteria di Fabrizio, si porti via i nostri capelli pettinandoceli con il napalm. Un'altra canzone che, come la traccia di apertura, non arriva a superare il minuto e mezzo, ma in questi pochi secondi la band cerca di concentrarci tutto ciò che riesce ad esprimere con la propria verve, e che ci crediate o meno, ascoltarli è pura magia. Uno sguardo di odio e paura, questo viene espresso nelle primissime parole della canzone, Zazzo torna al suo vocalizzo originale, veloce e quasi impastato nella sua esecuzione, reo di aver quasi inventato uno stile, riprendendo in pieno le tradizioni lasciate dai Black Flag, ma anche dal Punk britannico anni settanta, portando il tutto allo stremo. Così come allo stremo è la musica che ascoltiamo, ridotta letteralmente ai minimi termini, lasciando libera interpretazione e lo scatenarsi di una vera e propria onda umana sotto al palco; se si ascoltano queste canzoni in sede live infatti, o se ancor meglio vediamo qualche video dell'epoca (consiglio la visione di Italian Punk Hardcore, docu-film realizzato da Giorgio Senesi sulla scena a cavallo fra il 1980 ed il 1989; al suo interno troverete esibizioni ed interviste non solo ai Negazione, ma anche ad altrettante bands che si sono susseguite nelle varie scene italiane del periodo, dagli Wretched ai C.O.V, dagli Stazione Suicida di Firenze fino ai Declino, Impact, Peggio Punx, Indigesti, Raw Power e CCM, oltre a tantissimo materiale redazionale), ci accorgiamo di quanto questi brani fossero appositamente studiati e predisposti per essere suonati di fronte ad un pubblico durante un live di tutto rispetto. Le atmosfere erano calde e sudate, la folla si ammassava sotto i piedi di Zazzo e Marco, mentre Tax saltava a tempo con le note suonate, il mosh pit era quasi obbligatorio, teste e spintoni che volavano da una parte all'altra. Metalheads, Punk della prima ora, fan della musica alternativa, tutti quanti erano issati sotto il vessillo dell'Hardcore, perché tutti alla fine riuscivano a trovarci qualcosa dentro, rabbia soprattutto. Come la rabbia permea i sentimenti ed il cuore del nostro protagonista: la sua mente sta vacillando, pensieri di omicidio e distruzione scombinano i suoi piani e ne fanno liquido amniotico che sgorga da ogni poro. Fra un poliziotto corrotto che gira per le strade cercando il prossimo malcapitato da picchiare, fra il fumo delle fabbriche che riserva all'aria un trattamento speciale, facendola diventare scura come la notte anche in pieno giorno, i nostri torinesi continuano a scagliarsi contro tutto e contro tutti. Se vogliamo fare un parallelismo con ciò che la band scriverà e suonerà dal primo full lenght in poi, questi testi sono decisamente più rabbiosi, anche solo per l'interpretazione che Zazzo ne da. Complice anche la giovanissima età dei nostri hardcore kids (si parla di vent'anni o poco più), i Negazione del primo periodo sono riconducibili ad una parola sola, il male più assoluto. In mezzo a tutto questo nero però, c'è anche spazio per l'amore, che in questa terza canzone viene visto forse come l'unico strumento che possa realmente combattere tutto lo schifo di cui la Terra è ricolmo. La mente del nostro protagonista è saldamente legata a quella di una donna, la sua donna, colei che lo capisce meglio di chiunque altro, ed egli, sempre con fare da malinconico guerriero, urla al mondo che l'unico posto in cui non ci sarà mai odio, è fra i loro sguardi. Eppure, nonostante questo incerto messaggio positivo, la musica e la canzone ci lasciano dentro un profondo senso di rammarico e tristezza, un senso di negatività che fa pensare a tutto ciò che è stato detto. Sono canzoni che, se ascoltate dall'orecchio giusto, non possono lasciare assolutamente indifferenti; nessuno degli slot contenuti in questo primo EP gioca a sfavore della band, tutti quanti, complice una sequela di tasselli che abbiamo già elencato, restano dannatamente in testa senza alcuna remora o pietà di noi, non ne hanno e non ne vogliono avere. La mente è un concetto fragile, e mentre i riff continuano a sprecarsi fino all'ultimo secondo di questa breve canzone, ci ritroviamo a pensare che forse tutti noi alla fine cerchiamo semplicemente una persona con cui avere il segreto sguardo privo di odio con il quale il pezzo si conclude. Nonostante tutto però, nonostante la buona volontà che possiamo metterci, Guido ci tiene a ricordarci che, amore o non amore, qualcuno dovrà sicuramente pagare per tutto ciò che viene fatto.

Maschere

Penultimo brano in scaletta è Maschere. Il massacro, letteralmente, inizia con un cadenzato ritmo della chitarra, accompagnato dalla sempre presente batteria che, ad ogni spron battuto, non perde occasione per darci prova dei suoi muscoli. Guido inizia leggendo le parole con fare quasi da narratore, prima di accapigliarsi sulla parte centrale e finale adottando sempre il suo tipico stile canoro, caratterizzato da un tono a metà fra l'acuto ed il viscerale, fra il cupo ed il sordido, ma anche fra l'accusatorio ed il denigratore. In tutto questo, Mathieu fa sfoggio delle sue abilità compensando in toto lo stile del pezzo, velocissimo ed aggressivo come ormai i Negazione ci hanno abituato. Stupisce anche, se si ascolta l'originale produzione in vinile, di come sia stato possibile confezionare un così bel prodotto in maniera autonoma, senza affidarsi ad un producer famoso. Il sound è granitico e roccioso al tempo stesso, un vero e proprio cazzotto nei denti che fa saltare gli incisivi in men che non si dica; non ci danno pace i nostri figli della Mole, non vogliono darcela vinta né tantomeno vogliono che torniamo a casa vivi. Ed ecco che allora andiamo giù, ad analizzare le fattezze ed i comportamenti umani, particolarmente in questo frangente viene tirata in ballo l'ipocrisia. Tutti indossiamo una maschera (metaforicamente parlando), tutti quanti sul volto abbiamo un'altra faccia, e mostriamo la nostra reale soltanto quando sentiamo la necessità, o in presenza di una persona della quale sentiamo di poterci fidare. Altrimenti ce ne andiamo in giro millantando scuse per i nostri comportamenti, siamo un esercito di fantocci schiavi del potere e della bella vita; quei busti imbellettati che vediamo in televisione, loro sono le maschere da cui stare lontano, volti bianchi e dita diafane che non devono toccare la nostra pelle. Un brano che affonda le radici anche nella storia del nostro paese; il 1985 infatti, anno di uscita dell'EP, è stato un'annata particolare, per certi versi maligna e piena di sgomento. In quell'anno infatti venne concessa la grazia a Walter Reder, criminale nazista responsabile del sanguinoso eccidio di Marzabotto, avvenuto nel 1944. Il gerarca tornò in Austria dopo un lungo periodo in prigione, alla conclusione del quale Reder venne graziato dall'allora esecutivo Craxi, che si servì (malamente, sia chiaro), di questa possibilità di scarcerazione del criminale, grazie alla sentenza del 1980. Nel 1985, per contro, venne anche inciso il celebre singolo We Are The World, da Michael Jackson e la fondazione USA For Africa, ma fu anche l'anno di Bubka alle olimpiadi (trionfante nel salto con l'asta, salvo poi scoprire il doping forzato a cui era sottoposto), fu l'anno dell'assassinio del giornalista Siani e dell'ottavo omicidio del Mostro di Firenze, che teneva il paese col fiato sospeso. Siamo a cinque anni dalla fine della guerra fredda, Gorbacev viene nominato presidente del PCUS sovietico, colui che poi nel 1990 si arrenderà, dichiarando finito il conflitto meno sanguinoso ed al contempo più pericoloso del nostro secolo. Tutte maschere, tutti ipocriti in giacca e cravatta che pensano soltanto al proprio potere, il problema è che spesso tali maschere nascondono le stragi, e sono quelle che forse vorremmo conoscere prima di qualsiasi altra cosa. Non perché conoscerle cambierebbe qualcosa, semplicemente perché la verità deve essere la priorità del mondo, e non la lurida menzogna. Forse una delle canzoni più impegnate dei Negazione, eppure il suo testo, se letto frettolosamente e con poca coscienza, appare semplicemente come la ripetizione delle stesse frasi, ma basta aver aperto qualche libro di storia nella vita, ed ecco che la verità salta fuori come un drago famelico pronto a mangiarci, ci afferra per i piedi e ci trascina nella sua tana, imperterrito e fiero. Il pezzo va a concludersi così come era iniziato, nel caos più totale, nella rabbia e nel dolore; lo so, sicuramente questa parola comincia a starvi antipatica, ma è forse la più corretta per esprimere ciò che la band vuole comunicare con questi brani. L'EP si sta avvolgendo attorno al nostro collo come un viscido serpente, cercando di sussurrarci all'orecchio che il mondo sta esplodendo; i credenti si affidano a Dio per cercare la verità, ma per i Negazione bastano semplicemente i nostri occhi. Sono infatti non solo lo specchio dell'anima, ma anche l'unico strumento che abbiamo per conoscere la verità, e se assieme allo sguardo togliamo anche quella maschera che siamo costretti a mettere ogni volta che di mattina scuotiamo le ossa nel nostro letto, allora e solo allora sapremo veramente come si sta al mondo.

Tutti Pazzi

Fragorose e nervose risate invece aprono alla chiusura dell'EP, affidato alla title track Tutti Pazzi. Il sound successivamente si fa di nuovo mefitico e maligno, Zazzo spara le sue ultime cartucce direttamente in faccia a noi che stiamo ascoltando, additandoci uno per uno. Il tono qua raggiunge livelli quasi da manicomio, le energie residue del frontman vengono spese fino all'ultima goccia, spremendole come un limone maturo. Allo stesso tempo anche la musica certo non si ferma, quell'intro così dal sapore antico di batteria e basso, pochi semplici giri di strumentazione prima della deflagrazione finale, affidata all'intero set che esplode come un petardo nel cielo. Immaginate la società moderna; immaginate le famiglie, i figli, immaginate il mondo che scorre come un perfetto orologio svizzero, ecco, ed ora immaginate di distruggere tutto questo. Tutti Pazzi non è una semplice canzone, è l'inno di un'intera generazione; l'inno di chi semplicemente disse basta a tutto questo, basta alle convenzioni, basta ai figli che vengono fatti per rinsaldare un rapporto, basta al mondo che ci vuole così male, tutti uguali ed impettiti come piccioni. Nessuno vuole essere schiavo della logica, tutti dentro pensiamo di avere un romantico rivoluzionario col cuore grande quanto il mondo, eppure allo stesso tempo non possiamo fare a meno delle convenzioni sociali. La macchina, una casa, dei figli ed un cane, ogni sera rientrare, chiudere la porta e tutto ciò che c'è fuori sembra sparire; ci sentiamo al sicuro fra quelle quattro mura, ci sentiamo protetti e ci sentiamo amati. Eppure, se abbassiamo lo sguardo, se mettiamo semplicemente il naso fuori, il mondo appare come folle ed insensato; efferato come un serial killer, cinico e spietato come un nazista senza cuore, ammaliatore come la più bella delle sirene, il mondo ci strega con quelle quattro cose che noi reputiamo importanti, ma che alla fine non lo sono affatto. Siamo convinti che basti parlarne, delle cose, per farle accadere e soprattutto risolverle, ma ovviamente non è affatto così; siamo sicuri che gli episodi spiacevoli che capitano siano solo frutto di errori, quando invece stragi e distruzione sono il risultato di insanguinati calcoli e truculenti ragionamenti finalizzati ad una cosa sola, denaro e potere. I Negazione mettono l'accento proprio su questo, siamo tutti così pazzi da non accorgerci che il mondo sta franando sotto i nostri piedi? Siamo così pazzi e stupidi da credere che avere ciò che vogliamo sia la soluzione per una vita migliore? La risposta è no. Ed è una risposta sibillina come il canto di un serpente, velenosa come il suo morso e forte come un pugno allo stomaco; è una risposta che non vorremmo mai sentirci dare, da nessuno, non vorremmo mai sapere cose come questa. La musica fa letteralmente da accompagnamento in questa ultima traccia, lasciando a Zazzo il pieno tempo di esprimere tutta la propria rabbia interiore. Eppure, nonostante la rabbia palpabile, la band non perde mai di vista il proprio obbiettivo, e cioè quello di far pensare chi ascolta; siamo pieni di soldi, abbiamo una macchina sotto al sedere, una vita perfetta, eppure non siamo felici, perché? Perché siamo tutti pazzi. Non è questa la vita che vorremmo, è quella che ci è stata imposta, ed è proprio questo che ci viene gridato in faccia senza troppe remore. Siamo pazzi, stiamo morendo e non ce ne rendiamo conto; ma non stiamo morendo realmente, la nostra carne (purtroppo per noi) resterà attaccata alle ossa ancora per qualche anno, stiamo morendo dentro. La nostra anima si consuma lentamente, diventa nera come la pece e densa come un manto di seta, costruito sul male. Il nostro spirito si affievolisce ogni giorno di più, ed ogni giro nuovo che la musica ci offre, ogni slap di basso che Marco mette in d'opra per noi, ogni schitarrata di Tax ed ogni colpo alle bacchette di Fabrizio, ce lo ricordano senza troppi problemi. Una guerra, una morte, grande corsa verso la morte, frase/simbolo di questo movimento, una guerra che stiamo combattendo senza armi né scudi, ma semplicemente contro la vita stessa. Una morte che non ci fa paura, perché quando ci arriveremo saremo già decaduti; una grande corsa verso il muro del pianto, verso l'inevitabile fine che ci attende. Non un pezzo, ma un vero e proprio testamento letterario: se si valica il cantato, ciò che mette in difficoltà molti ascoltatori, e si leggono i testi così, come sono scritti, viene fuori una raccolta di pensieri degni di questo nome, fra i quali Tutti Pazzi spicca per intonazione, composizione e lascito. E' un pezzo che difficilmente si dimentica, ci si ritrova a cantarlo di continuo, cercando di urlare il più possibile come pazzi scatenati, al fine di cacciare quei demoni che ci stanno infestando il petto ormai da troppo.

Conclusioni

Chicca per i collezionisti incalliti; se avete a disposizione (e mi auguro di si) l'originale stampa del 1985 o la ristampa recentemente rilasciata dalla Contempo Records (stampata in 700 copie contenuta in un enorme box con all'interno l'intera discografia della band), vi sarete accorti che, aprendo lo scarno plico di cartone in cui è contenuto il disco, appare una specie di poster. Ebbene, quel poster, contornato da ritagli di giornale dell'epoca su omicidi che hanno asserragliato la città di Torino in quegli anni, è il testamento finale dei Negazione, quello che da un reale senso a tutto quello che abbiamo ascoltato. Nelle molte righe scritte di proprio pugno dalla band, i torinesi calcano nuovamente la mano sulla vita, sui rancori e sulla insoddisfazione che sembra aver avvolto ormai tutti quanti. Tutti Pazzi siamo, come recita il furente testo della title track; viviamo nella città e con essa, con tutti gli elementi che la circondano. Viviamo con la paura ed il gusto per il nucleare, la nuova frontiera energetica, viviamo assieme al massacro degli animali, alle multinazionali, alla coca-cola ed alle due superpotenze che si fanno la guerra dal 1945, senza smettere un attimo, senza sparare un solo colpo, ma piuttosto ad iniezioni di paura e rimorso, paura e rimorso costante. Viviamo in mezzo alla violenza senza rendercene neanche conto, viviamo in mezzo alla politica corrotta, ai governanti che decidono le nostre sorti senza chiederci mai il permesso. Eppure, nonostante tutto questo sia così evidente nella nostra testa, stiamo in silenzio perché alla fine siamo tutti uguali, tutti un po' folli, tutti un po' pazzi e senza dio. Siamo schiavi del mondo ed il mondo ne trae giovamento; andiamo in giro per le strade della nostra città come grigie ed oscure figure che vagano per il mondo, vivendo semplicemente di ricordi. Ricordi così lontani nel tempo da essere ormai divenuti polvere fra le dita; ricordi di momenti felici, di quando si sentivano liberi per davvero, di quando il mondo era la loro ostrica. Un giorno guidi la tua lucente macchina sotto il sole dell'estate, e pensi che sarà così per sempre, poi qualcuno ti dice che devi trovarti un lavoro. Niente di male si pensa, lo fanno tutti, lo fai anche tu; lavori, vieni promosso, vedi quei due soldi in più entrarti nelle tasche, ed in un momento sei fuori di testa, completamente assuefatto al sistema. Chiariamoci, i Negazione non vogliono assolutamente consigliare di non lavorare o di non essere persone serie nella vita, quanto piuttosto l'esatto contrario; dobbiamo fare ciò che concerne la sopravvivenza quotidiana, dobbiamo trovare lavoro e mantenerlo. Allo stesso tempo però dobbiamo anche non smettere mai di cercare la verità, di sollevare quelle maschere che vediamo di fronte agli occhi tutti i giorni, non smettere mai di essere ciò che vogliamo essere, e non ciò che ci dicono di essere. Tutti riempiono gli stadi con la loro rabbia repressa, tutti tifano per qualcosa proiettando lì frustrazioni e bisogni, quando invece dovrebbero utilizzare tale energia per far si che il mondo non sia così marcio come invece è. Tutti additano i diversi come emarginati, chi si mette una maglietta particolare, o chi semplicemente esprime la propria opinione, viene bollato come strano, come qualcosa con cui non vogliamo avere a che fare, neanche fosse un appestato pieno di pustole. Ecco, signori miei, Tutti Pazzi, primo storico EP della band torinese, contiene tutto questo, e molto più di questo; contiene una fredda analisi sul mondo che circonda la fame e la sete, contiene la rabbia di quattro ragazzi decisi a cambiare nel loro piccolo le cose, o quantomeno nel cercare di comunicare a chi ha voglia di ascoltare, la sacrosanta verità. Un EP che ha cambiato una generazione, esattamente come faranno quasi tutti i dischi dei Negazione, a partire dall'episodio successivo a questo, uscito quasi in concomitanza, e che va sotto il nome di Condannati a Morte nel Vostro Quieto Vivere. Una musica che proviene dal ganglio più oscuro dello stomaco, quello con cui si ragiona di pancia, perché questo disco è così, è uscito, prodotto e suonato di pancia, ragionando su ciò che non torna e traendone immediate conclusioni. Vi lascio con le finali parole del manifesto contenuto all'interno della sleeve, finiamo come abbiamo iniziato, con una citazione; il viaggio intrapreso è appena iniziato, e ne vedremo delle belle: " I compromessi accettati oggi  potrebbero essere la rassegnazione di domani, perciò combattere oggi ogni giorno, scontrandoci prima di tutto con la loro "piatta" normalità. Domani potrebbe essere anche la nostra!...con i loro sensi atrofizzati : domani potremo non sentire più nemmeno la nostra voce! Con i loro cervelli programmati ed i "loro" inquadramenti sociali: domani nello schema potresti essere inserito anche tu, senza accorgertene..contro i "loro" pregiudizi, contro i "loro" manganelli?perdendo tutto e niente?forse!".

1) Sogni e Bisogni
2) Niente
3) La Mia Mente
4) Maschere
5) Tutti Pazzi
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