NEGAZIONE

Sempre In Bilico

1989 - We Bite Records

A CURA DI
LORENZO MORTAI
23/08/2018
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Ho incontrato gente a cui il punk ha cambiato il modo di vivere. Mi sento come se avessi letteralmente incontrato ognuno di loro! Ed è la stessa storia anche per tutti loro: abbiamo cambiato il loro modo di pensare e influenzato le decisioni che hanno preso nella vita. Non è stata una faccenda di massa, la folla che assalta il palazzo. Piuttosto, un sacco di individui che hanno afferrato qualcuna delle cose che stavano strombazzando noi.

(Joe Strummer)

Proseguiamo come abbiamo raccontato nella precedente recensione, a narrare le vicende che sono intercorse per i Negazione fra il 1988 ed il 1990, prima della pubblicazione del loro ultimo full lenght. La band era ormai sulla cresta dell'onda, non sapevano assolutamente come fermare questa orda immensa di fans italiani ed esteri che ogni volta affollavano le corti e le platee dove si esibivano. In tutto questo la fruttuosa collaborazione con  la We Bite Records e con Theo Van Rock, aveva portato nel 1989 alla pubblicazione di due EP uno dopo l'altro. Il primo era Behind The Door, protagonista dello scorso articolo, e sul quale i Negazione avevano raccolto ben quattro pezzi, completamente cantati in inglese, e comprensivo anche del pezzo più lungo della loro carriera (la title track) ed una completamente strumentale. In tutto questo però la band decise che non era abbastanza, che il calderone si poteva spremere ancora un po'. Fu così che affiancandosi alle liriche nuovamente italiane, venne fuori il secondo disco di cui andremo a parlare fra poco. Se leggiamo alcune interviste dell'epoca e successive, percepiamo e scopriamo che la band non fece questa scelta a caso, tutto faceva parte di un piano ben orchestrato. La concezione attraverso la quale si dovesse dividere le acque dei pezzi la band un po' ce l'ha sempre avuta, ed è il motivo per cui ogni loro disco si trasforma in una sorta di concept uno dopo l'altro, con un filo rosso che conduce i giochi passo dopo passo. In questo caso si decise di "relegare" i brani più pesanti e completamente in inglese al 12 pollici che abbiamo analizzato nella precedente recensione, e di spremere invece quella stilla di italiano e di poesia dello stivale con due brani più calmi, completamente cantati in madrelingua, ad un 45 giri a parte. La copertina di questo disco è divenuta iconica come tutte quelle della band; troviamo un enorme pianoforte di cristallo, sopra al quale si staglia la figura di una ombra, di cui non distinguiamo assolutamente niente, né il sesso, né ovviamente chi possa essere. La figura ci guarda però, sentiamo che ci sta osservando, e sentiamo la sua energia scorrere dentro di noi come una vampa incendiaria, sentiamo che ci sta giudicando e sta cercando ci capire chi siamo. Al di sopra di questa campeggia il logo della band, ormai lontano dalle lettere "sciolte" dei primi dischi, e relegato ad un font molto più industriale, ma sicuramente di impatto. Al di sotto della foto invece il titolo del disco, scritto come se fosse un foglio battuto a mano da una sapiente ed estroversa penna, Sempre in Bilico. Un titolo che lascia assolutamente presagire quel che sarà l'atmosfera che respireremo all'interno di queste liriche, che poi sono solamente due. All'interno della sleeve di cartone troviamo il 45 giri ovviamente ed i testi, fronte retro su un semplice foglio stampato in ciclostile, come si usava ai tempi specialmente nell'ambito HC, lo stesso principio con cui si stampavano le fanzines. Particolarità di queste liriche, ed è lo strumento che ci serve per capire quanto ormai i Negazione avevano scoperto l'Europa, è che i testi sono bilingua. Da una parte troviamo quello che ascolteremo durante il pezzo e la sua esecuzione, ed accanto invece troviamo la sua traduzione in lingua inglese, per riuscire anche a far capire agli stranieri che cosa volesse dire questo pezzo. Il tutto come abbiamo raccontato anche nel precedente articolo, finì anche nella versione CD di Behind The Door. Considerando che i due EP sono stati scritti insieme, e pubblicati soltanto separatamente, viene normale capire come mai venne fatta una semplice edizione Deluxe del CD con le tracce aggiuntive, anche perché non si sarebbe potuto stampare un Compact contenente solo due pezzi. In tutto questo aggiungiamo anche che come sempre verremo travolti dalla malefica e corroborante energia della band, che se riesce a dare il meglio di sé quando canta in inglese, in italiano, la lingua con cui sono partiti, toccano vette che non possiamo neanche immaginare. Figli della protesta, c'è pane per i vostri denti.

Sempre In Bilico

Veniamo subito accolti dalla prima traccia, Sempre in Bilico. Una chitarra acustica ci apre a questo brano, seguita poco dopo dalla voce di Zazzo, che qui usa un cantato molto pulito, e che sentiremo sempre più utilizzare nel disco successivo. Nonostante la scelta del cantato in pulito tuttavia, il nostro frontman aggredisce come sempre le liriche con fare da serpe, con quel suo veleno inesauribile che ci fa saltare dalla sedia ogni volta. In tutto questo la musica prende una piega inaspettata, contaminandosi via via che i secondi passano, andando a foraggiare stili e stilemi che non ci aspetteremo mai dalla band. Tax dal canto suo continua a deflorare la sua corde, passando dalla elettrica alla acustica senza alcun problema, anzi, dedicandosi ad ogni nota in modo sempre più profondo, in modo sempre più acre e sofferente. Grande qui la presenza di Elvin Betty alla batteria, che se nel primo EP aveva dato lustro e fama alla musica, qui dove il suo talento può venire fuori in tutta la sua interezza, non ci possiamo che aspettare qualcosa di meraviglioso. La canzone prende la forma di un HC cantautoriale, con la voce che ci accompagna piano piano fino alla fine, quando le ultime pennate di chitarra ci danno l'addio definitivo al pezzo. Il testo ci racconta ovviamente una storia, la storia di un uomo che vive la sua vita in balia dei sentimenti, in balia dell'amore e della vita stessa. Egli vaga per la strada senza un fare apparente, cammina per i marciapiedi di una enorme metropoli senza considerare mai quello che c'è da fare e come farlo. Egli vive così, fra i sentimenti più bui e la luce più limpida, fra la passione più sfrenata ed il baratro più profondo. Forse è l'unica persona che ha capito come si vive, o forse è quello che ne sa meno di tutto, quel che è certo è che lui è così. Il ritornello apre una vera e propria voragine all'interno della nostra testa, facendoci capire che siamo noi il cambiamento che vogliamo essere nel mondo, siamo noi in realtà quelli che viviamo in bilico sempre fra gioia e tristezza, fra dolore ed amore, fra un amaro sorriso ed una dose di droga sparata in vena per dimenticare tutto quanto. Sempre in bilico fra la paura ed il sogno, una grandezza che non arriverà mai, ne siamo certi, ma che se mai giungesse ci farebbe dimenticare tutto il resto. Un bilico enorme fra i frustranti pudori di una società che ci va stretta, e quei sordidi piaceri che cerchiamo sempre quando il mondo che abbiamo intorno ci va stretto sempre di più. Siamo sulla lama di un rasoio affilato, e l'unica cosa che possiamo fare è continuare a crescere, crescere sperando di cambiare le cose. Il mondo non cambierà in un giorno e neanche in un anno, ma noi per primo dobbiamo essere il cambiamento che vogliamo nel mondo, noi dobbiamo farcela, dobbiamo continuare a credere che niente è perduto veramente, che c'è ancora quel flebile barlume di speranza per cui la lampadina ancora può accendersi e continuare a bruciare. Come diranno loro stessi in una canzone, bisogna alzare lo sguardo e stringere i denti, che la morte è ancora lontana. Una canzone davvero profonda, che raccoglie in un testo semplice e diretto, un messaggio unico nel suo genere. Un messaggio che considerando quel che stava passando il mondo in quei momenti, in quegli anni, era l'unica cosa da fare. I Negazione come sempre ci hanno regalato un'altra perla, un testo che fa versare lacrime amare e sangue come non mai, che fa copiosamente piangere il cuore e ci sbatte al nostro posto, ricordandoci ogni volta da dove siamo partiti e dove vogliamo arrivare, senza alcuna remora, senza alcun limite. L'unico confine che abbiamo risiede in un luogo solo, la nostra mente.

La Nostra Vita

Secondo (ed ultimo) brano di questa kermesse è La Nostra Vita. Dal ritmo decisamente più forsennato della precedente, questo pezzo riprende in pieno le tradizioni dell'HC americano, un ritmo trascinante a vantaggio anche della musica e del pezzo che viene cantato, divenendo un vero e proprio vortice. Il brano consta sostanzialmente di pochissime variazioni a livello musicale, la chitarra ricama e penna sempre sui soliti accordi, salvo per un accenno di assolo sul finale, mentre la batteria continua la propria immancabile corsa fino alla fine, aiutata anche dal corposo suono del basso, che non perde mai occasione per dare il suo contributo alla causa. Un brano che corre dall'inizio alla fine e ci fa correre, cercando di stargli dietro, arrivando in fondo sudati e col fiatone in bocca di quelli che tolgono il respiro. Zazzo dal canto suo si dimena nelle liriche come un serpente, come un enorme boa abbraccia quelle parole e le stringe a sé come se fosse l'unica cosa che sa fare, e come se quel semplice gesto gli doni la vita in tutto e per tutto. Un testo che come sempre ci apre il cuore in due per piangerci dentro e farlo versare fiumi di tristezza melanconica e di cruda consapevolezza. Avete mai pensato ad un sole che non scalda? Voi lo vedete lontano nel cielo, è lì, giallo e luminescente, enorme e caloroso, voi state aspettando i suoi caldi raggi, quell'abbraccio che ti fa sentire quasi a casa. Quel torpore però non  arriva mai, il sole sta lì, a guardarvi, come un sole nero che abbraccia qualunque cosa e la fa divenire oscura. La vita di questi ragazzi era così, come per migliaia di altre persone al mondo che stavano subendo quel periodo storico; un periodo di grande smarrimento, di perdizione e di vizi che sono venuti fuori devastando mezzo mondo. Erano gli anni in cui sanguinare diveniva quasi un dovere morale, in cui era costretti a farlo; un mondo che schiacciava i giovani dentro case piccole e buie, in metropoli polverose e sature dei fumi di scarico, giovani che cercavano una via di uscita da quella esistenza che gli andava stretta, e non la trovavano mai. Erano lì, camminavano gli uni al fianco degli altri. Erano lì, a godersi anche il più efferato e brutale atto di violenza (che nella canzone viene rappresentato da un vento che taglia la faccia, e dal sole che brilla ma non scalda, un concetto tanto semplice quanto geniale) sulla propria pelle, per riuscire anche solo per un attimo a sentirsi davvero vivi e parte di qualcosa. Vivi, e non parte di un sistema corrotto che non faceva altro che alimentare il proprio disappunto ed il dolore, un sistema che doveva salvarli ed invece li gettava ancor più in profondità. Ed alla fine i nostri Negazione si erano, come tantissimi altri ragazzi dell'epoca, rassegnati all'inevitabile, rassegnati all'idea che non ci sarebbe mai stato niente di positivo, rassegnati all'idea che la loro vita era questa, e che niente e nessuno poteva cambiarla radicalmente come invece volevano fare loro. Anche perché gli anni volano, prima o poi sarebbero diventati vecchi e stanchi, e quegli ideali per cui avevano così strenuamente combattuto, sarebbero rimasti solo passaggi sulla sabbia del mare, portati via dalla prima onda abbastanza grande. Probabilmente questa, assieme a pochissime altre, è una delle canzoni Hardcore più amare che siano mai state scritte; ogni volta che la ascolto mi viene in mente anche "Questi Anni" dei Kina, un altro manifesto generazionale che ben ci spiega che cosa volesse dire essere ventenni in quel periodo storico. Un momento del mondo in cui il mondo stava andando copiosamente a farsi benedire, ed in tutto questo ci finivano di mezzo i giovani. Gli adulti ormai erano talmente abituati, venendo anche dai decenni precedenti, che non capivano o forse non volevano capire. Il 1989 lasciò spazio poi a quello che per la generazione cresciuta fra il 1977 ed il 1989 possiamo considerare come la nemesi, gli anni '90. Anni in cui quel sogno ottantiano era finito, in cui la polvere sotto al tappeto doveva essere tolta. Per questo vennero fuori correnti come il Grunge e successivamente lo Stoner e lo Sludge. Si voleva a tutti i costi coprire la macchia del decennio precedente con una pennellata di nero, nero talmente forte da non far trapassare neanche un filo di luce dai propri spiragli.

Conclusioni

Finisce così anche la disamina del secondo EP firmato dai Negazione ed uscito prima del rilascio del loro ultimo disco, 100%. Un EP che consta rispetto al precedente di soli due pezzi, ma che ci riportano assolutamente indietro con la memoria. Si affrontano liriche di sangue in questi due brani, soprattutto nel secondo, argomenti che farebbero trasalire anche il più nerboruto ed impassibile degli uomini. Due canzoni che raccontano in pochissimo tempo una generazione, quella degli anni ottanta, quella che ha di fatto lasciato in paese ed il mondo nelle condizioni in cui è adesso. La colpa non è di certo loro, non vi erano gli strumenti per poterlo fare, anzi, quei pochi che c'erano venivano tolti senza alcuna pietà. Un disco che lascia, come i primissimi EP della band, un carico di amarezza e di diniego senza precedenti; ascoltare certe canzoni è come sentire qualcuno che parla direttamente alla tua anima, e ne fa un po' quello che vuole. E' come sentire qualcuno che continua imperterrito a spiegarti la verità che si cela dietro al tutto, e tu non puoi far altro che continuare a piangere, piangere come un disperato per quello che ti sta succedendo. Sempre In Bilico rappresenta un testamento a tutti gli effetti della band, e che ci accompagnerà per tutta la nostra vita; un manifesto generazionale che ben  pochi gruppi al mondo hanno saputo ricalcare con così tanta verve e così tanto disprezzo realista verso i fatti. Alla fine, se si leggono le interviste varie rilasciate nel corso degli anni, si scopre che i Negazione altro non erano che tre ragazzi che avevano una gran voglia di suonare, e di suonare nel modo che a loro sembrava migliore, il che non implicava esattamente che fosse migliore anche per gli altri. Questo lo dimostra il fatto che fino al 1987 nessuno in Italia di alto livello li aveva considerati o elogiati; erano protagonisti nei centri sociali o occupati dove andavano a suonare, venivano trattati come re fra la folla, ma fuori da lì erano nessuno. Per fortuna nel frattempo, complice anche un paio di mesi passati da Mathieu in America, avevano trovato i contatti giusti, ed erano esplosi. Fossero rimasti come erano quando abbiamo iniziato a raccontare la loro storia, probabilmente avrebbero pubblicato i primi due EP e poi si sarebbero eclissati come altrettante band HC nel corso della storia. Ed invece oggi, quando si ragiona di Hardcore all'Italiana, i primi che vengono in mente sono sempre loro. Vi sono state altrettante bands che hanno saputo crescere e divenire qualcosa di ancor più importante di quanto i Negazione abbiano mai fatto, come i Raw Power, che in America vengono considerati alla pari di bands molto più influenti ed importanti. Ci sono state varie scuole e varie correnti nell'HC italiano, chi puntava tutto sul nichilismo oppressivo e senza via di uscita (Nerorgasmo), chi invece preferiva raccogliere i frutti del proprio odio e portarli in musica (Wretched). I Negazione sono sempre stati in mezzo a questo concetto, un po' come accadde per i Kina qualche tempo dopo; una band capace di scavare talmente a fondo nell'animo di chi sapeva ascoltare, da risultare quasi fastidiosa. Tutte le volte che si ascolta un loro brano, se si ha il cuore giusto per farlo, inevitabilmente la canzone finisce con un silente pensiero: "questi concetti a me frullano sempre in testa, possibile che loro riescano sempre ad avere la frase giusta?". Ovviamente è così per chi vi sta scrivendo, ma vi posso assicurare che per migliaia di giovani dei tempi ed anche oggi, è ancora così. Vi lascio stavolta con le parole di Tax, quando gli venne chiesto perché una band così unica, si sciolse: Tornare indietro di dodici anni e ripensare ai motivi che ci portarono a sciogliere il gruppo mi porta inevitabilmente a tenere in considerazione i pensieri che da allora ad oggi mi/ci sono passati per la testa. A volte vedo quella scelta come una cazzata, perchè chissà come avremmo affrontato le nuove avventure e chissà quali dischi, concerti, incontri emozioni avremmo vissuto. Al tempo stesso c'è anche un certo orgoglio per aver deciso di smettere nel momento di maggiore "successo" in termini di popolarità e dopo aver lottato per arrivare fin là. Ed è proprio quest'ultimo aspetto che spiega meglio il perchè ci siamo sciolti. Nella continua ricerca di migliorarsi e di raggiungere sempre più luoghi e persone con la nostra musica, siamo entrati in un territorio per noi allora oscuro, dove il business era sempre più importante e problematico. Lo stress provocato da queste situazioni incrinò i rapporti personali tra di noi, e ci ritrovammo a fare le cose con uno spirito diverso da prima, il divertimento, l'energia ed entusiasmo di una volta non c'erano più. Stavamo diventando "professionisti" della musica, ed eravamo partiti esattamente con il presupposto contrario. Non abbiamo avuto la forza di evitare la strada più facile: fermarsi.

1) Sempre In Bilico
2) La Nostra Vita
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