NEGAZIONE

Behind the Door

1989 - We Bite Records

A CURA DI
LORENZO MORTAI
22/08/2018
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Never say amen in church if they're capping off a prayer about you (Non dire Amen in Chiesa se stanno dicendo una preghiera contro di te)

(Lydia Lunch)

Anno cruciale per il mondo nella sua interezza, il 1989 furono dodici mesi di fuoco, che come la storia ci ha insegnato e continua a redarguire con non poca freddezza, culminarono il 9 Novembre con la distruzione del simbolo che per 30 e più anni aveva relegato il mondo in una morsa di gelo e freddo perenne, il Muro di Berlino. Quella maledetta costruzione divenuta il simbolo del post bellicismo della Seconda Guerra Mondiale, e soprattutto della successiva Guerra Fredda, venne abbattuto dagli stessi cittadini della fiorente metropoli germanica, colpi di piccone, a mani nude e con tutto ciò che potevano utilizzare. Il simbolo di una città divisa che divenne nel corso del tempo il simbolo di un intero mondo spaccato a metà, con da una parte gli USA ed il loro socialdemocratico modo di comportarsi, sempre pronti a difendere i loro diritti e doveri verso i loro possedimenti, ma anche verso il loro stato civile. Dall'altra invece, oltre la cortina di ferro, lo spauracchio dell'URSS, una enorme e desolante accozzaglia di ideali che inizialmente erano stati pensati in ben altro modo, ma che ben presto si ritrovarono stretti nella infelice tagliola del potere, divenendo di fatto una dittatura egemonica durata fino al 1990. Il mondo guardava questo orripilante spettacolo con la paura nella propria anima, la paura di un inverno nucleare, di missili lanciati e mai partiti realmente, ma che avevano stretto l'intero globo in una enorme e nebulosa landa di paura. In tutto questo noi, come ormai stiamo raccontando da mesi, ci ritroviamo in compagnia dei Negazione, band torinese che ha avuto il grande privilegio di dare i natali e contribuire pesantemente a quel movimento che riviste e fanzines di tutto il mondo, comprese testate di un certo calibro come Maximumrockandroll, definirono "Italian Punk Hardcore" o IHC se volete usare una sigla più breve. Nel 1989 la band era appena fresca del loro ultimo lavoro, Little Dreamer, un concept come sempre profondo e mai banale, con cui la band si era definitivamente aperta le porte dei confini italiani. Se Lo Spirito Continua infatti aveva permesso a Zazzo e soci di entrare nella storia italiana ed in misura minore ma importante, anche europea, Little Dreamer venne apprezzato grandemente anche all'estero, grazie alla scelta di cantare i testi (non tutti) in lingua inglese. Un momento di grande fermento dunque, come l'agitazione che sollevava il mondo, ed aiutati anche dal grandissimo Theo Van Rock e dalla We Bite Records, la band arriva a questo anno in pieno stato di grazia, ricordandosi in ogni momento da dove erano partiti e dove volevano arrivare. Le loro menti in subbuglio producevano materiale a più non posso, i testi in inglese abbondavano, così come i concerti in giro per l'Europa. Ricordiamoci infatti che i Negazione non varcheranno mai i confini degli Stati Uniti fino al 1990, a causa della loro diserzione alla leva militare. Andranno quindi solamente dove bastava la carta di identità per passare la dogana. In tutto questo fermento ideologico, testuale e di composizione, la band mette insieme altro materiale, che esattamente un anno dopo vedrà la luce nel loro ultimo lavoro, dal titolo di 100%. Prima di giungere al full lenght che poi tristemente sarà il loro lascito, i Negazione daranno alle stampe, anche sotto consiglio della We Bite, due velocissimi e brevissimi EP, il primo dei quali ve lo presentiamo nelle prossime righe. Dalla copertina iconica come moltissime altre della loro discografia, semplice ma geniale, vede una semplice porta rossa mezza socchiusa, sopra al quale campeggia in colore blu il logo della band ed il titolo. Il titolo prende spunto da un celebre film muto del 1919, e da anche il titolo alla title track presente al suo interno. Behind the Door consta di sole quattro tracce, ma sufficienti a raccontarci questo momento storico così importante per la band. All'interno del cartonato in cui è presente il lucido 45 giri, troviamo i testi come sempre battuti grazie ad un vecchio ciclostile preso in prestito dai giornali, foto della band e quant'altro. Questo EP presenta anche una versione CD, che venne stampata sempre dalla We Bite. Caratteristica di questa versione è la presenza di due tracce aggiuntive, che non compariranno nella recensione odierna perché parte del secondo EP registrato quell'anno, e per giustizia storica meritano una recensione a parte. Benvenuti come sempre nella landa del caos.

Happiness Is Not For Heroes

Ad aprirci le porte è la velocissima e breve Happines Is Not for the Heroes (La Felicità Non è Per gli Eroi). La canzone consta sostanzialmente di un unico tema di batteria e chitarra, veloce e strappaossa, che si ripete per tutta la durata della canzone, salvo qualche svirgolata leggermente più eclettica che si concede la chitarra qui e là. Zazzo ormai ha adottato uno stile di canto sempre più vicino al tono pulito, pur conservando dentro di sé quella carica maligna che lo ha contraddistinto fin dalle primissime fasi della carriera della band. Tax e Mathieu dal canto loro dietro al basso ed alla chitarra, colpiscono gli strumenti con fare da condottieri, trascinando letteralmente il pezzo fino alla fine senza alcun problema, anzi, alzando il tiro soprattutto sul finale, in cui Tax riesce perfino ad inserire un assolo della sua sei corde. Nel frattempo dietro alle pelli si scatena l'inferno, un inferno controllato però, che prende succo ed ispirazione dall'HC americano ed europeo, grazie a controtempi e ritmi cadenzati e molto ritmici nella loro resa finale. Un brano semplice e diretto come un pugno nel viso, tirato da qualcuno che non ha più voglia di non essere ascoltato, che non ha più la pazienza di sottostare alle regole del mondo, e che preferisce di gran lunga urlare il suo disappunto. Come ogni canzone dei Negazione, per quanto la musica sia piacevole da ascoltare e ti costringa ad un mosh pit sfrenato e senza limiti, il vero tesoro di queste canzoni sta nel testo. In questo in particolare si racconta la storia di un uomo, un uomo finito, che stringe la propria disperazione in una mano, e nell'altra una lucente pistola pronta a far fuoco. Lui non voleva diventare ricco come il testo ci racconta, non voleva essere qualcuno, avere successo, donne e soldi, lui voleva solo una cosa, la felicità. Perché la felicità non è per le persone ricche o per quelli che hanno tutto, la felicità è per le persone normali, per quelli che si alzano dal letto la mattina e preferiscono di gran lunga vivere che sopravvivere, imparando ogni giorno una santa lezione. Un mondo come quello di oggi, ma anche come quello che c'era all'epoca della stesura di questa canzone, un mondo soggiogato dal caos, dal disordine, dalla cattiveria della gente per la strada, abbiamo la piena consapevolezza di tutto quello che ci sta accadendo intorno, ed allo stesso tempo vediamo il nostro protagonista dimenarsi per un sentimento così semplice ed allo stesso tempo così devastante. Perché nessuno si merita il diniego di questo mondo, ma è altrettanto vero che la felicità è un sentimento riservato a poche persone, a coloro che sanno veramente che cosa fare e come farlo, a quelli che hanno in mano la chiave dell'universo per capirlo fino alla sua ultima stilla. E mentre il nostro uomo tiene in mano quella pistola, ripensa a tutte le sue azioni, a tutte le sue giornate, e si rende conto che tutto quello che ha fatto era soltanto in funzione della ricerca di una felicità che non era mai arrivata, e che probabilmente non arriverà mai. Solo lui e la sua accorata maledizione contro il resto del mondo, non conta niente altro. La canzone non ci racconta come va a finire la storia, se l'uomo userà quella pistola per far del male agli altri o per far del male a sé stesso, sappiamo solamente che questo pezzo, come moltissimi altri della loro discografia, lascia un ascolto velato di amaro sorriso, pregno di groviglio allo stomaco, e con la piena voglia di ascoltarlo ancora.

House of Thousand Lights

Secondo brano in scaletta è House Of Thousand Lights (La Casa delle Mille Luci). Come scopriremo nel corso della narrazione, uno dei brani sicuramente più arrangiati in maniera complessa della band; il gruppo torinese infatti sembra abbia fuso insieme più pezzi, creando una sorta di enorme Idra che si dimena come un forsennato nelle spire dell'acqua, cercando di mangiarci. Si parte con un enorme ritmo sincopato di basso e batteria, mentre aspettiamo allo stesso tempo la voce di Zazzo che si presenta dopo poco sul palco, cominciando nuovamente ad aggredire le note e le partiture con una voce meravigliosa. In tutto questo assistiamo dopo circa un minuto, dei quattro a disposizione, ad un primo mutamento, con una accelerata poderosa di tutta la band che successivamente prende una piega ancora diversa, grazie ad alcuni vortici che si intrecciano fra loro come impazziti, al fine solamente di farci saltare. Tax dall'alto della sua sporca sei corde strappa queste ultime dalla loro sede, grazie all'utilizzo di potenti distorsioni e di un tocco quasi magico che nella sezione centrale del pezzo assume quasi il tono di un assolo Heavy Metal a tutti gli effetti, il tutto sormontato come sempre dalla venefica voce di David. In tutto questo non dimentichiamoci come sempre delle pelli, che vengono lentamente e costantemente deflorate dalle sapienti mani del drummer di turno (che nel disco successivo diverrà un pre-famoso come racconteremo). Il brano nella sua sezione finale deflagra in un enorme buco spazio temporale, inserendovi al suo interno ritmiche tanto Metal ed HC quanto prese direttamente dal Funk anni '70, grazie all'enorme contributo di Marco allo slap di fondo. Una canzone in cui si percepisce grandemente quale fosse la vena compositiva ed estroversa della band, in un momento della loro carriera florido ed appagante, i singoli membri mettevano in gioco tutto sé stesso, sperimentando e provando e riprovando, tirando fuori canzoni fantastiche come questa. Se prima abbiamo affrontato il tema della felicità sfuggente, qui ci dobbiamo concentrare su un concetto molto diverso, ovvero quello dell'odio che genera solitudine. Abbiamo anche una sottile e neanche troppo velata denuncia ad un argomento che nel 1989 stava tristemente prendendo piede sui titoli dei giornali, ovvero quello dei bambini-soldato. Piccoli uomini ancora troppo giovani per essere definiti come tali, a cui veniva messo in mano un fucile chiedendogli di comportarsi come adulti, di combattere una guerra anziché pensare a giocare, di entrare in un campo di battaglia non immaginario con i soldatini come tutti abbiamo fatto quando eravamo piccoli, ma di pararsi di fronte ad un carrarmato e sparare ad altri simili. In questa canzone si vuole mettere l'accento su un piccolo concetto, ma fondamentale per l'esistenza di tutti noi, ovvero quello attraverso il quale l'odio genera solo altro odio, niente altro. Non genera alcunché di buono o di piacevole, soltanto la mera e maledetta consapevolezza che siamo soli a questo mondo.

S.U.N

Proseguendo in ordine troviamo una gradita sorpresa, ovvero un pezzo interamente strumentale, intitolato S.U.N . Tre minuti che constano di una melanconica e dolce chitarra acustica che ci fa da accompagnamento, con lemmi note che si intrecciano l'una con l'altra e che non fanno altro che alimentare sentimenti contrastanti. Da una parte sentiamo il viscerale desiderio di continuare ad ascoltare ciò che ci viene proposto durante questi secondi, dall'altra però la canzone prende una piega quasi amara, come se sotto sotto nascondesse qualcosa di orribile, qualcosa che non si dice o che non può essere raccontato da anima viva. Allo stesso tempo troviamo anche strumenti per cui l'intero corpus di questo brano può essere associato come è capitato con altrettanti brani sia nella carriera della band che in questo EP in particolare, alla solitudine. Quella solitudine che ti mangia dentro come un demone affamato, che ti permette di contorcere lo stomaco fino a farlo sanguinare; in questo frangente in particolare non abbiamo neanche bisogno del testo, la musica ce lo fa capire molto bene. Un intermezzo sicuramente gradito quello di questa canzone, che ci permette di apprezzare anche le abilità di Tax come chitarrista acustico e soprattutto strumentale; abilità che sicuramente il nostro Farano ha apprezzato e preso dalla lunga tradizione cantautoriale italiana, personaggi di spicco come De Andrè o Guccini, ma anche personaggi meno famosi e comunque importanti come il compianto Claudio Lolli e moltissimi altri ancora. Pregio e vanto di questi artisti era quello di sapere sempre come trasmettere le emozioni, anche quelle più complesse o apparentemente inspiegabili, all'interno di una semplice e singola canzone. Questo brano riprende come abbiamo detto in larga parte quei meccanismi, accendendo alcune lampadine dentro alla nostra testa, ed allo stesso tempo andando a foraggiare stili che comportano alcune mancanze dentro la nostra anima. Siamo esseri perduti dentro la tempesta, e non possiamo fare altro che piegarci al volere di chi sta sopra di noi, e pretende sempre che rimaniamo sul pezzo, anche se non vogliamo. La cosa fantastica di questa canzone, a meno che non si abbiano strumenti molto particolari per poterlo scoprire, è che non riusciremo mai a sapere se il titolo è un acronimo (data la presenza dei puntini dopo ogni lettera) o se invece è semplicemente la parola Sole scritta in inglese. Propenderemo più per la seconda, considerando che nonostante la melanconia che sicuramente alberga nel fondo di queste partiture, il pezzo in sé per sé finisce quasi con un senso di speranza, perché alla fine (citando un altro dei loro pezzi), ben poche persone sapranno capire la similitudine enorme fra l'essere sulla cima più alta del mondo, ed il ritrovarsi invece nel baratro più buio che si possa immaginare. Una canzone che si estranea dunque dal punto di vista musicale e strumentale, ma che sicuramente non si distacca da quello emotivo, portando il tutto ad un livello paritario con quanto già ascoltato fino a questo momento.

Behind the Door

Va a chiudere questo EP la title track, Behind the Door (Oltre La Porta). Brano più lungo di tutto il pattern, ed anche uno dei più lunghi di tutta la carriera della band (ben sette minuti di musica ininterrotta), inizia come una canzone dal sapore Noise/Sludge, con qualche punta che ricorda molto il Post Punk e lo Stoner dei primissimi tempi. Prima di entrare in un circolo vizioso degno di questo nome, la batteria entra in scena e fa da contralto alla chitarra di Tax, a cui poco dopo fa capolino la voce di Zazzo, come sempre sugli scudi e pronta a farci sanguinare le orecchie. Il brano procede a spron battuto fin dai primissimi minuti, complice anche l'ottimo lavoro delle pelli (suonate in questa occasione da Elvin Betty, guest star d'eccezione anche batterista di band altrettanto importanti come i Fratelli di Soledad). La scuola Jazz da cui proviene Elvin da un grandissimo impatto a questo EP, portando la musica ad un livello altissimo, specialmente quando verso la metà dell'ascolto il ritmo si fa decisamente più forsennato e veloce, Elvin si permette qui alcune scivolate verso lidi di Jazzistica memoria anche se non completamente, per ovvi motivi. La canzone continua a menarci per tutta la sua durata, azzeccatissimi anche i cori ed i controtempi della batteria stessa, che ben si sposano con la voce di Zazzo, qui in forma più che mai. Il pezzo è un inno e nuovamente un'altra fusione di più canzoni messe assieme, con un tono di fondo che spesso ricorda quello dell'HC messo in piedi da bands come i Black Flag o i Bad Brains, accostati spesso anche a correnti Heavy ben lontane dalle fiere tradizioni iniziali della musica Hardcore. Non dimentichiamoci infatti che questo genere, salvo aver dato i natali anche al Thrash Metal, è sempre stato oggetto di contaminazione, finanche a divenire qualcosa di completamente diverso da ciò che era in origine. In questo frangente in effetti sembra di ascoltare alcuni passaggi che, come era accaduto per brani di Lo Spirito Continua, non sfigurerebbero sicuramente in un disco suonato dagli Anthrax. Il pezzo va a chiudersi in dissolvenza così come era iniziato, ed ora affrontiamo il suo scrigno segreto, le liriche. Avete mai avuto la sensazione che ci sia qualcosa che non va nel mondo? Avete mai avuto la piena consapevolezza che qualunque cosa facciate, prima o poi sbaglierete qualcosa? Ecco, il protagonista di questo brano ha la stessa sensazione. Sa quello che deve fare e come farlo, sa come ci si comporta nel mondo per risultare non tanto il migliore, ma almeno normale; eppure nonostante questa piena consapevolezza, si trova di fronte un mondo in repentino e continuo mutamento, che mai si sarebbe aspettato da chiunque o da qualcuno. Si ritrova così in bilico come sulla lama di un rasoio, come se tutto quanto non fosse mai abbastanza, come se ci fosse qualcuno che è sempre lì a redarguire i suoi sentimenti e tutto quello che vuole fare. Ad un certo punto però una voce gli si presenta nella testa, è la sua coscienza: lo mette a parte di quello che deve fare, egli deve alzarsi in piedi e combattere, sempre e comunque. Deve essere forte per sé stesso, per le persone che gli vogliono bene e per coloro che sanno esattamente quello che vogliono e come lo vogliono. La sua coscienza lo guida attraverso questo campo minato di indifferenza, di odio e denigrazione, e lo conduce verso un caos controllato che solo egli sarà in grado di gestire. Il desiderio di non farla finita, di non darla vinta alla delusione ed alla paura, si trova semplicemente oltre quella porta, la porta di casa, una enorme metafora che ci si pianta davanti e ci fa ovviamente pensare alla vita ed alle sue sfaccettature. Una porta enorme e rossa come quella della copertina, che deve essere attraversata per vedere che cosa c'è dall'altra parte. Una porta che la coscienza prima o poi ti costringe a varcare, anche per mettere alla prova sé stessi e le proprie capacità; tutto ciò di cui abbiamo paura, tutto quello che ci ha fatto sempre venire i brividi, è dietro quella porta, niente e nessuno potrà fermarlo, tranne la nostra consapevolezza di poter fare meglio di così.

Conclusioni

Cosa possiamo dire di questo EP di transizione della carriera dei Negazione? Beh, Behind the Door sicuramente è interessante sotto molti aspetti, in primis quello di avere solamente canzoni cantate in inglese, un "vizio" che come abbiamo detto la band prese già nel disco precedente a questo, per farsi conoscere anche dal pubblico estero. Ciò che rende ulteriormente interessante questo EP è anche la presenza per la prima volta in assoluto nella carriera della band, di una canzone completamente strumentale. S.U.N col suo carico di melanconia mista a rabbia e frustrazione come abbiamo cercato di spiegare, rappresenta in pieno anche il periodo storico in cui questo disco è stato pubblicato, così come il secondo EP che andremo ad analizzare successivamente. In quel momento storico il mondo stava vivendo un periodo davvero particolare, con migliaia di persone preoccupate per la loro sorte, ed due superpotenze mondiali che si scontravano dandosi battaglia in modo senziente e silente, a colpi di dichiarazioni, promesse e maledizioni. In quell'anno però anche il mondo cambiò volto, anche la faccia più oscura della luna ricevette un po' di luce. Questo EP va apprezzato prima di tutto per l'estro e lo sforzo compositivo che come sempre i Negazione hanno dimostrato in tutta la loro carriera, dagli esordi fino al prematuro scioglimento, che spiegheremo poi nel disco finale. Una band che è sempre stata capace di stupire tanto per complessità di composizione, ed in questo disco ne abbiamo una ulteriore prova grazie soprattutto a tutti quegli elementi presi direttamente da tradizioni anche lontane dalla musica che la band suonava agli inizi della carriera, quanto per complessità di testi. Si parla sempre di liriche ingarbugliate come un enorme bandolo di cui bisogna trovare il capo, ci sono testi e sottotesti in cui si cerca sempre di trovare una soluzione nascosta a quello che la prima volta magari abbiamo letto solo di sfuggita. Si cerca anche di capire che l'essenza delle parole risiede anche nella intensità con cui vengono pronunciate, o in questo caso cantate. Zazzo questo l'ha imparato molto bene, dato che ogni volta che sfodera la sua voce al vetriolo, i muri di casa tremano come non mai. In tutto questo non dimentichiamoci anche degli altri membri, Tax e Mathieu, la premiata coppia chitarra e basso che fa sognare ancora oggi, quel sound inconfondibile che subito viene associato alla band stessa. Ottima anche la prestazione di Elvin Betty alla batteria, che sarà presente anche sull'EP successivo; una sferzata di energia Jazz che dona quel gusto di "intelligente" a tutta quanta la musica, e che dona anche quel sapore più intenso ad ogni nuovo ascolto. Un EP che non si compra certo per completismo, dato che sono tutti inediti, lo si compra e lo si consuma per capire un'ennesima fase della band, perché alla fine il pregio dei Negazione è sempre stato questo, lo spirito che deve continuare e che ogni volta che si relaziona con la plastica nera di un vinile, fa venire fuori qualcosa di completamente diverso ed appagante sotto ogni punto di vista. Vi lascio questa volta, per farvi capire ancor meglio il periodo storico in cui la band è nata e cresciuta, cosa che poi ha ovviamente portato anche sul palco, con la dichiarazione di quello che possiamo considerare come il membro più "profondo" della band, ovvero Marco Mathieu: La Torino nella quale siamo cresciuti era una città profondamente segnata dalla fine degli anni '70, dal movimento del '77, dal terrorismo e dall'eroina. Era una città profondamente segnata nei suoi ritmi dalla fabbrica: anche chi non lavorava alla Fiat sentiva quel ritmo di vita. Per darti un'idea, uscire la sera durante la settimana era già di per sè considerato un qualcosa di trasgressivo, dopo una certa ora la città era diversa perchè c'erano i ritmi del lavoro. C'era quindi questa città grigia, buia, molto chiusa, in cui noi eravamo un po' una scheggia impazzita di ribellione: attacchinaggi, piccoli atti di sabotaggio, organizzazione di concerti, piccole prove di occupazione di spazi. Perchè poi gli spazi non c'erano: come tante città amministrate dalla sinistra in quel periodo c'erano delle occasioni, dei centri d'incontro in cui noi ci trovavamo, ma le possibilità erano limitate, volevamo di più, la musica che noi piaceva non era accettata.

1) Happiness Is Not For Heroes
2) House of Thousand Lights
3) S.U.N
4) Behind the Door
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