NEGAZIONE

100%

1990 - We Bite Records

A CURA DI
LORENZO MORTAI
24/09/2018
TEMPO DI LETTURA:
9,5

Introduzione Recensione

I Negazione erano in quattro, ma sembravano tanti. Tantissimi. Tutti noi, in certi momenti. Quando salivano sul palco Zazzo (voce), Tax (chitarre), Marco (basso) e il batterista del momento, succedeva qualcosa: pensate a quante volte capiti oggi di uscire da un concerto con una sensazione del genere addosso, e l'impatto presto calcolato. Conta più del metal, del punk e del rock d'autore con cui oggi si potrebbe tentare di spiegarne lo stile.

(Paolo Ferrari)

Signori, ci siamo, siamo giunti alla fine. Questo è il capitolo conclusivo di una storia che abbiamo iniziato a raccontare non molto tempo fa in realtà, ma che se si ha il cuore per poterla reggere come si conviene, ti cambia la vita. Quelle che seguiranno nelle prossime pagine rappresentano la chiusura del cerchio, la fine del percorso, una strada fatta di amici, nemici, di chilometri percorsi e di relazioni strette con personaggi di spicco o meno della scena, di quell'enorme calderone che tante volte abbiamo citato in queste recensioni, ovvero quella dell'Hardcore italiano ed europeo, ma non solo. Un genere musicale che ha sancito una intera generazione di ragazzi, quelli nati alla fine degli anni '70, e che vedevano nel Punk primordiale qualcosa da cui partire, per arrivare a qualcos'altro di completamente diverso, un segnale nel cielo che si è stagliato verso tutti quanti noi, punzecchiandoci il cuore. Come abbiamo ripetuto fino allo stremo nelle scorse recensioni, ed anche questa non è da meno, nell'immenso stivale sicuramente i Negazione hanno rappresentato qualcosa più degli altri. Abbiamo sicuramente gruppi che hanno fatto forse anche maggiormente successo (come i Raw Power, che negli USA vengono visti alla stregua di bands molto più famose ed influenti), ma la band di Zazzo, Tax e Marco (perché alla fine i tre si sono rassegnati ad essere un terzetto, considerando che non sono mai riusciti a trovare un batterista stabile) è riuscita a compiere un'impresa che rimane indelebile nei cuori di tutti noi amanti della vera musica. Riuscire in pochissimo tempo a lasciare un segno, e conseguenzialmente ad unire anche amanti della musica a 360 gradi. Capita molto spesso infatti che, se si scambiano quattro chiacchere con alcuni amanti delle note, si scopre che quasi tutti (chi più chi meno) conosce i Negazione. Dal Punk della prima era che ancora foraggia e millanta le promesse dei Crass, al metallaro incallito che in camera ha le pareti tappezzate di foto dei Venom e dei Metallica. Trasversalmente a questo troviamo il padre di famiglia come il ragazzo di 20 anni, e chi più ne ha, più ne metta. La storia che questi ragazzi in neanche dieci anni di carriera è riuscita a scrivere, a ripensarci ha dell'incredibile e del sovrannaturale, riuscire a lasciare un immenso segno nel firmamento dei fans ancora oggi dopo 30 anni dallo scioglimento. Procedendo con ordine, noi abbiamo lasciato nelle ultime recensioni i Negazione alle prese con una raccolta di due EP per sancire il passo fra Little Dreamer e l'argomento dell'articolo odierno. Una serie di canzoni, a metà fra pezzi in italiano ed il nuovo furente HC cantato in inglese, che continuarono a confermare le teorie profonde ed intimiste della band, andando a collezionare altri due capolavori. La lunga collaborazione con la We Bite Records, etichetta indipendente olandese che ha fatto da ala protettrice alla band quasi fin dagli esordi, produsse anche l'ottimo Wild Bunch/Early Days nel 1989, contenente materiale registrato nel 1984/85 e che ormai era divenuto in poco tempo merce da collezionisti. In questo modo la band si assicurò anche che le nuove leve sapessero da dove veniva quel male sotto forma di canzoni. Si rientra parallelamente in studio, come sempre le idee fioccano, e si trova nuovamente un altro batterista; stavolta una eccezione di gran classe, perché dietro alle pelli si siederà, anche se solo per un anno, Giovanni Pellino. Soprannominato Jeff ai tempi, una volta uscito dalla band diverrà famoso facendo tutt'altro, con il nickname di Neffa, chi l'avrebbe mai detto eh? Con Jeff alla batteria, i Negazione compongono e registrano nuovo materiale, che finirà in quello che come abbiamo detto sarà il canto del cigno della loro carriera. Sormontato da una enorme scritta gialla che riporta il classico logo della band "seconda maniera", il disco vede come copertina una sfocata e malconcia foto di Zazzo mentre si esibisce in uno dei suoi soliti acuti agonizzanti e che ti fanno venire la pelle d'oca. Al di sotto di questa il profetico titolo, 100%. Un monito per tutti quanti, forse i nostri già sapevano che si sarebbero sciolti, forse sapevano che sarebbero andati incontro alla fine, quindi perché non spremere gli strumenti al massimo una volta per tutte in grande stile? Il risultato furono otto tracce dal sapore amaro come uno shot di acido, fra cui una mirabolante perla della quale parleremo fra poco. Dunque signori ci siamo, siamo pronti ad analizzare l'ultimo materiale mai prodotto dai Negazione, allacciate le cinture, perché ci sarà da piangere lacrime di sangue.

Back To My Friends

Ad aprire le danze è Back To My Friends (Indietro dai Miei Amici). Una registrazione radiofonica che si annuncia agli amici apre invece ad un mid tempo di chitarra e batteria che subito si mette a farci muovere ritmicamente la testa senza alcuna remora, soprattutto senza alcuna noncuranza per il nostro collo. Qui la tradizione Hardcore viene momentaneamente rotta in alcune sue parti, almeno quella di inizio anni '80, per fare spazio ad una ritmica che ricorda molto il Thrash prima maniera, ma anche alcune svirgolate verso la primordiale matrice americana, rea di aver dato i natali proprio al genere sopracitato. Zazzo adotta qui un cantato gutturale come suo solito, ma incisivo al tempo stesso ed assolutamente scandito parola dopo parola, il testo ovviamente è in inglese, come quasi tutto questo disco. Il mid tempo nel corso dell'ascolto si trasforma piano piano in un andante sempre più cadenzato, sormontato dalle venefiche parole di Guido, che come sempre in prima linea si mostra nudo di fronte a noi, urlandoci in faccia le proprie vessazioni sul mondo. Tax e Marco dal canto suo suonano come disperati, senza dimenticarsi della batteria di Jeff Aka Neffa, che in questo disco come vedremo anche successivamente ricoprirà un ruolo abbastanza fondamentale per tutta quanta la produzione. Musicalmente non vi è molto altro da dire, considerando che le variazioni sul tema che abbiamo appena raccontato sono molto poche, ma come accade sempre in questi dischi, ciò che conta, il vero cuore di ogni brano, è il testo. E qui, seppur cimentandosi con la lingua albionica, lingua della quale se non si è esperti è meglio non cimentarsi soprattutto nello scrivere testi musicali, i Negazione danno prova di grande forza e profondità. Avere a che fare con una lingua straniera, riuscire a capirne la fonetica e le sue sfumature verbali per arrivare a trasmettere i propri sentimenti, significa aver impostato un percorso di un certo tipo, atto ad arrivare ad un comune risultato. In queste sanguinolente liriche si parla di solitudine, di un uomo che vaga per la città senza aver alcuna idea di quello che sta cercando, eppure la risposta è lì di fronte a lui, basta solo vederla. I suoi passi si fanno più celeri, più forsennati, fino a divenire una corsa senza sosta, fino a continuare ad andare avanti consapevoli del fatto che vogliamo solamente tornare dai nostri amici. Vediamo i loro volti nelle foto di fronte a noi, vediamo la loro faccia che ci guarda da quelle vecchie pellicole, e sappiamo che quello è l'unico posto dove vorremmo essere. Piangerò e metterò il mio cuore nel mare, urla al mondo il nostro uomo, ed è proprio questo il messaggio che ci fa ricollegare il tutto ad un sistema per cui pensiamo che la canzone parli di tossicodipendenza. Gli amici nelle foto potrebbero essere quelli scomparsi, i cari amici con cui egli ha condiviso tutto, comprese vene e braccia durante la depressione dell'Eroina, che nel 1990 stava ormai dilagando a più non posso. Tutto questo viene reso ovviamente rabbioso e malinconico al tempo stesso dalla voce, che si pone sempre in un atteggiamento a metà strada fra il vessatorio ed il disperato, cercando di farci copiosamente sanguinare il cuore. La canzone va a chiudersi in un brusco stop, con il nostro uomo che si appella al cielo, sperando che qualcuno venga a prenderselo; ormai non gli è rimasto più niente, ormai non c'è nulla che egli possa fare per andare avanti, tutte le sue certezze sono svanite. Un inizio di disco davvero interessante, che pone bene l'accento su quello che sarà l'andamento di tutta quanta la produzione. 

Yesterday Pain

Come secondo slot troviamo invece Yesterday Pain (Il Dolore di Ieri). Un inizio decisamente più sincopato e pieno di ritmiche che rimandano al Funk settantiano per questo secondo brano; l'inizio viene poi quasi subitamente seguito dall'ingresso di Zazzo alla voce, che stavolta adotta un cantato molto più pulito di quanto sentito in precedenza, adottando in parte lo stile che avevamo sentito negli EP che hanno preceduto questo disco. La ritmica della canzone si inframezza con le parole in modo cronometrico, fino ad arrivare al ritornello, che consta di una ossessiva ripetizione del main theme di chitarra e basso, mentre di sottofondo Zazzo continua a gridare le sue liriche. In tutto l'ascolto sentiamo anche chiaramente una sana e robusta ritmica di batteria, che con movimenti repentini e sfuggenti quasi si dedica e si dona al pubblico senza problema alcuno. I quattro minuti di ascolto diventano una spirale di dolore e sofferenza mentre in tutto questo lasso di tempo Tax dietro alla sua sei corde ricama come un forsennato, senza preoccuparsi molto delle conseguenze. Salti e cori si fanno strada attraverso la nostra mente, prima di arrivare ad un corroborante e brevissimo assolo sulla parte finale,  che ricomincia a martellarci la cassa toracica grazie al suo main theme così ben strutturato. E' una canzone che ti costringe a muovere le mani a tempo con la muscolosa musica che ti sta passando davanti, cercando allo stesso tempo di non farti sfuggire neanche un microsecondo di quello che si sta ascoltando. La canzone getta una enorme bordata di malinconia nei nostri cuori, anzi, direttamente nelle pieghe della nostra anima; in questo frangente stiamo combattendo una delle più personali ed intimiste battaglie di sempre, quella contro noi stessi. Ci giriamo indietro e vediamo i risultati del nostro sfacelo; vediamo i mostri che attanagliano le nostre viscere brulicare sul terreno in cerca di altra carne da macellare e stringere sotto i denti, vediamo la nostra anima nera che si staglia all'orizzonte, ancora maciullata dai colpi subiti. Colpi che in realtà le abbiamo inflitto noi stessi, con le nostre azioni e con la nostra sfrontatezza verso le possibilità che la vita offre. In questo modo sentiamo ancora quel dolore scorrerci nelle viscere, sentiamo il suo caldo ed avvolgente abbraccio mentre ci attanaglia le costole e cerca di spezzarle. Vediamo dietro di noi tutti gli amici che abbiamo abbandonato per coltivare qualcosa che ci ha portato alla rovina, osserviamo attoniti quella brutta faccia che ogni mattina ci si è parata allo specchio negli ultimi anni, e piangiamo disperati in cerca di un po' di luce. C'è qualcosa che non possediamo più, probabilmente la nostra coscienza se ne è definitivamente andata, ha preso una strada completamente diversa, come diverso è il nostro approccio nei confronti delle cose. Se prima riuscivamo a credere che potesse esserci speranza, ora non possiamo più. Nonostante questa piena consapevolezza però, riusciamo ancora a scavare nel nero pece del nostro essere, e trovare un piccolo cantuccio in cui rifugiarci per stringere quel po' di calore che ci farebbe sentire lievemente meglio. Una canzone che risucchia la nostra anima dentro ad un enorme vortice, senza farsi alcuna domanda su chi siamo o da dove veniamo, è questa la sua forza, e noi ascoltandola ne siamo tutti parte. 

Parole

Arriva adesso il primo degli unici due pezzi cantati in madrelingua dai Negazione nella sua ultima release, e si intitola Parole. Un inizio decisamente più al vetriolo rispetto al brano precedente, con un mid tempo della chitarra e della batteria che forsennatamente si avviano verso il nucleo centrale della canzone. Dal canto suo invece Zazzo continua ad aggredire le liriche, sembra non averne mai abbastanza, la sua energia è come un treno in corsa che ti colpisce sempre in piena faccia. La ritmica della canzone come è accaduto ormai innumerevoli volte non tarda a divenire "ripetitiva", ma è un "difetto" che ormai abbiamo imparato a riconoscere, e quasi ad apprezzare, soprattutto quando la forza delle parole viene fuori con così tanta verve. La canzone, nei suoi tre minuti scarsi di durata, continua a darsi forza attraverso le parole di Zazzo, che vengono brevemente urlate in faccia al pubblico e che vengono soprattutto incise a marchio indelebile dentro i cuori degli astanti sotto al palco. Esiste un modo per raccontare il dolore se non quello di narrare esattamente quel che si prova mentre tale sentimento pervade il nostro corpo? Secondo chi vi sta scrivendo no, ed è proprio per questo motivo che la canzone in questione funziona. Niente giri di parole inutili, niente panegirici per arrivare ad un nocciolo della questione, si va diretti al punto fin dagli esordi, e fin dalla prima battuta ci si attorciglia lo stomaco. Quante volte abbiamo sentito parole vuote pronunciate da persone che credevamo amici, amori o altro nella vita? Quante volte abbiamo ascoltato discorsi di incoraggiamento che poi si sono infine rivelati completamente fatui o assolutamente non necessari? Scommetto molte volte. Ebbene, questo brano è dedicato a tutti quei discorsi, alle parole sante che persone meschine e prive di cuore ci hanno pronunciato dinnanzi pensando di riuscire a cambiare qualcosa, ed invece non hanno cambiato proprio niente. Non è una canzone di speranza, piuttosto una canzone di denuncia. Denuncia contro tutto quel mondo che non sa che cosa farsene delle parole, che è stanco di sentirsele dire e pretende per la prima volta non di ascoltare, ma di essere ascoltato. Quelle parole vuote impregnate di ricordi, delle quali ormai ne abbiamo l'anima e le scatole piene. Stiamo seduti in un angolo a piangere con le mani che reggono sommessamente la testa, senza renderci conto del fiume immenso in cui ci stiamo andando a bagnare. E' un fiume che non prevede molte speranza, ma soltanto la piena consapevolezza che siamo soli al mondo, e che niente e nessuno potrà mai cambiare questo meccanismo, soprattutto niente potrà mai distogliere lo sguardo da quel percorso di sofferenza che ci siamo apprestati ad intraprendere. E' una canzone che scava dentro alla nostra anima questa, e vi lascia un marchio molto profondo, ovviamente se si hanno le giuste dosi di emotività e di profondità per poterlo comprendere, altrimenti risulta non tanto come una canzone noiosa, ma come una che sicuramente può essere saltata. La grande forza di questo pezzo, come moltissimi altri nella carriera della band, risiede sicuramente nel suo essere completamente incline ad un meccanismo di analisi soggettiva, ci costringe a fare quasi un bilancio della nostra esistenza, senza troppi se e ma di mezzo. 

Welcome (To My World)

Successivamente ad accoglierci troviamo Welcome (To My World) (Benvenuto Nel Mio Mondo). Inizio della canzone e successivo sviluppo che ricordano molto brani e generi che avrebbero preso piede successivamente anche grazie a bands seminali come Suicidal Tendencies ed Exhorder, anche se qui abbiamo risvolti decisamente più morbidi. Zazzo dal canto suo aggredisce come sempre le liriche, col suo fare da condottiero, mentre sotto di lui l'intero inferno si sta dilatando sempre più, lasciando spazio alla violenza più inaudita. La canzone si sviluppa attorno ai suoi cinque minuti grazie alla ripetizione ossessiva di alcuni temi portanti, sormontati a loro volta da alcuni slap di basso ben assestati da parte di Marco, e che rendono il brano decisamente più muscoloso. Tax invece dal canto suo utilizza la sua chitarra in maniera sincopata, andando a foraggiare stili che saranno propri del Nu Metal qualche anno a venire, anche se in chiave decisamente più Hardcore sotto questa forma. Allo stesso tempo si cerca di dare un senso alla canzone inserendovi anche partiture che sono ovviamente proprie dell'HC nudo e crudo, specialmente di matrice americana ed europea. Dell'Hardcore italiano in questo pezzo vi è rimasto ben poco, ma è un bene da un certo punto di vista, quantomeno per saggiare la capacità di ascolto dei nostri torinesi. Siamo passati dai primissimi pezzi che erano un concentrato di violenza urlato in faccia al pubblico, a session più ragionate e profonde dal punto di vista stilistico. Difficile e soprattutto inutile stabilire quali siano meglio e peggio, sono entrambi sullo stesso piano, rifrazioni del medesimo angolo di visione. Il testo ci parla nuovamente di solitudine, ma stavolta vista da una chiave completamente diversa; abbiamo un uomo che ci invita ad entrare nel suo microcosmo, popolato non tanto dai fuochi, quanto dall'odio e dal dolore. Una canzone a tratti nichilista ed autodistruttiva, che fa del nowhere to know/nowhere to stay la sua bandiera principale. Parliamo infatti di una generazione di fantasmi perduti, quella generazione che era vissuta e cresciuta a cavallo degli anni '80, che aveva subito il peso di questa decade, vista poco spesso dal suo aspetto peggiore, ovvero quello della perdizione. Immaginate cosa possa aver significato per quegli stessi giovani arrivare al punto di sapere che quella stessa decade di promesse, di vuoto e di droga fosse finita, e stesse iniziando qualcosa di diverso. Una sorta di decennio di "pulizia" che invece si è rivelato essere uno dei più fallimentari della storia, specialmente per il nostro paese. Gli anni '90 sono stati gli anni di tangentopoli e dei primi governi post prima repubblica, dello strapotere della FIAT e delle lotte sindacali portate avanti in nome di ideali fittizi promulgati da dirigenti senza scrupoli. Questa canzone è dedicata a tutti quei giovani che sono stati "costretti a sanguinare", come recita il buon Philopat nel suo libro; una generazione di ragazzi perduti, che però non ha mai smesso di sognare e di sperare in qualcosa di meglio per sé stessi e per il proprio paese. Il mondo in cui il nostro uomo ci invita ad entrare è freddo, spoglio e senza alcun limite, se non quello imposto dalla nostra testa. Non sappiamo bene dove ci condurrà, sappiamo solamente da che parte non vogliamo stare.

Brucia di Vita

Signori, è giunto il momento, il momento per qualcosa che almeno per chi vi sta scrivendo, ha cambiato per sempre la sua vita. E' giunto il momento di analizzare quello che possiamo ritenere senza alcun problema uno dei cinque brani migliori di tutta la discografia firmata Negazione, e forse (assieme a "Questi Anni" dei Kina, "Io Mi Amo" dei Nerorgasmo e "Spero Venga la Guerra" degli Wretched, oltre che a molte altre, una delle migliori canzoni Hardcore Punk italiane di sempre). Un pezzo in grado di farti veramente scendere le lacrime di commozione ascoltando la sua nudità integrale a livello di liriche, e che come pochi è in grado di scavare dentro la tua pelle. Stiamo parlando di Brucia di Vita; il brano inizia con un andante agitato e assolutamente trascinante, mentre dopo pochissimi secondi la voce di Zazzo come sempre prende piede dentro la nostra testa e nel nostro cuore. Il cantato inizialmente è sommesso e quasi parlato, prima di esplodere sul ritornello e nella sua sezione centrale, aiutato anche dalla chitarra e dal basso che fanno maledettamente bene il loro lavoro. Oltre a questo menzione d'onore come sempre alla batteria di Jeff/Neffa che segue il tempo come un metronomo, e dona quel gusto in più al pezzo stesso. Descrivere la musica è molto semplice, si tratta di un mid time assolutamente trascinante, che ti prende per i piedi e ti porta in giro un po' dove vuole, per tutti e tre i minuti dell'ascolto. Ma se la musica sembra essere da tenere meno in considerazione, il testo è quanto di più meraviglioso si possa chiedere non solo da questo genere musicale, ma dalla lingua italiana in generale. Una concatenazione di frasi che risultano essere picconate negli incisivi e nei ventricoli del cuore ad ogni secondo che passa, ad ogni singolo attimo della canzone riceviamo un colpo al cuore, fin dall'esordio in cui vediamo l'immagine di una vita residua che si staglia all'orizzonte, e che successivamente, spenta l'ultima fiamma, continua a permanere grazie alle fantasie di migliaia di persone. Il dolore non se ne va, il dolore per la perdita di una persona cara, di un amico che avevamo visto qualche tempo fa, il dolore per qualsiasi cosa ci porti via un pezzo della nostra anima, ma ecco che in mezzo a questo nero arriva il ritornello, che ci invita a bruciare di vita. Un concetto semplice quanto geniale, un ossimoro glottologico che si interseca dentro alle pieghe del nostro cuore e lì rimane, come monito a vita. Bruciare la propria essenza ogni giorno che passa, perché la morte è ancora lontana, stringere i denti ed andare avanti, la persona che abbiamo perso vorrebbe questo da noi. Guardare in alto, al cielo, verso quel regno che non sappiamo se c'è, e non vogliamo saperlo, ma forse una parte di noi spera che ci sia. Guardare in alto e stringere i denti, con fatica, ma con la consapevolezza che non è ancora finita, non oggi, non in questo momento. Successivamente il testo si sposta verso un vecchio, la sua risata ormai si è spenta, non ride più, se ne sta andando. Le sue lacrime di commozione hanno scavato un segno nella roccia, le foto di sua moglie, dei figli e dei nipoti gli fanno compagnia, ed ecco che tutta la follia che questo gesto finale porta con sé, si tramanda attraverso l'unico muscolo che funziona, il cuore. Un'arida passione come la definiscono loro, i Negazione, che in questo testo hanno riversato ogni singola stilla del loro amore per la musica, per Torino, per gli amici ed i familiari, per tutte quelle persone che non ci sono più, e per tutte quelle che hanno ancora da venire su questa terra. Una canzone che attanaglia le viscere anche al più serio degli uomini, la forza di queste parole è devastante, condensare così tanti sentimenti contrastanti nel palmo di una singola mano è una operazione quasi folle, eppure la band ce l'ha fatta. Senza neanche continuare a ripeterlo, questo per chi vi sta scrivendo è il miglior pezzo del disco, varrebbe la pena di acquistarlo anche solo per sentire una volta nella vita questa canzone. Ti insegna a non mollare mai, a bruciare ogni singolo atomo della tua anima in nome di qualcosa di più, qualcosa che non si impara sui libri o sulla strada, ma si ha da sempre dentro di noi, e come ci ricordano anche nell'ultimo stralcio di testo, apri gli occhi, guarda in alto, la morte è lontana. 

Fall Apart (An' Tear It Down)

Ad accoglierci dopo questa immensa botta di malinconia mista ad analisi del mondo, troviamo un altro piccolo capolavoro, intitolato Fall Apart (An Tear it Down) (Cadere a Pezzi senza Piangere). L'andante della canzone come ormai è prassi dentro questo album, è ritmico e cadenzato, senza lasciare molto spazio alla fantasia compositiva, ma lasciando ovviamente che siano le parole a dare forza alla canzone. Il pezzo si sviluppa attorno ad un tema principale, supportato in maniera egregia dalla batteria, che continua a dare il suo enorme contributo alla causa senza neanche perdere un singolo colpo, anzi, stupendo sempre di più. Sullo stesso frangente troviamo anche la chitarra di Tax ricama come se non ci fosse un domani, spesso e volentieri unendosi al basso di Marco, sempre sugli scudi e pronto a darci un'altra sferzata di energia. In questo modo forse riusciamo a capire la dichiarazione che ha aperto questa ultima recensione, i Negazione erano quattro, ma sembravano molti di più. La loro immensa forza intrinseca dentro al loro essere li faceva essere una vera e propria macchina da guerra sul palco, una sola forza contro le ingiustizie del mondo e del loro paese, pronti sempre a denunciare quel che non gli tornava o che i loro occhi vedevano come ingiusto o iniquo. La canzone cerca di raccontarci una storia; un uomo si ferma ad una stazione di servizio, i suoi occhi hanno visto fin troppo male nel mondo, e non riescono a fare a meno di pensare sempre a quel nero che alberga dentro la sua anima. Osserva i vacui occhi che lo circondano e pensa sempre a quel che potrebbe fare, ma soprattutto a quel che non ha fatto. Sente la sua anima andare pian piano in pezzi, vede la strada, la percorre a folle velocità con la sua macchina, ma allo stesso tempo non si rende assolutamente conto di quello che lo sta inseguendo. Ciò che gli sta alle calcagna è un demone, un demone che rappresenta i suoi sbagli, le sue paure, i suoi occhi che hanno sempre visto il mondo come la causa principale dei suoi mali. Ed ora lui si ritrova lì, inseguendo un sogno che non accadrà mai, inseguendo un momento di speranza che tarderà sempre a giungere, ma che lascerà solamente il posto alla solitudine ed al diniego di sé stessi. Una canzone che prende un racconto semplice come un uomo che principalmente guida la sua macchina, per arrivare completamente da un'altra parte, con una profonda analisi dei sentimenti umani e della perdizione che spesso alberga nelle persone. Non dimentichiamoci infatti che stiamo sempre parlando di una generazione di rinnegati, ragazzi che spesso hanno trovato nelle vene del proprio braccio o nei tagli profondi l'unico modo per scappare da tutto quello schifo, da quell'inferno in terra che era la loro vita. Una generazione di persone che aveva paura di sé stessa, e che si è portata quella paura dentro la propria anima fino a farla crescere e divenire un essere con gambe e braccia, facoltà cognitive e quant'altro. La cosa che risulta interessante leggendo ed analizzando questo brano, è quasi il senso di arrendevolezza che circonda sempre questi pezzi, come se la consapevolezza di non poter aspirare a niente di meglio potesse in qualche modo consolarli, quantomeno era meglio che sperare in una specie di miracolo che erano sicuri non sarebbe mai arrivato.

Get Away

In successione invece troviamo l'altro dei due brani più lunghi di tutto il pattern, ovvero Get Away (Andarsene). Pur sorretto da una tradizione musicale che sembra avvicinarsi al Noise primissima maniera, comunque una costola dell'HC primordiale, questo pezzo viene prolungato oltre che dalla sempreverde voce di Zazzo, anche da un andamento della musica che segue le sanguinarie parole del testo, andando a foraggiare qui e là stilemi che sono propri di alcuni generi fra i più diversi tra loro, per quanto comunque legati. Una canzone che fa propria una serie di stili che probabilmente la band ha appreso lavorando spesso in Olanda, ed anche grazie al loro mitico produttore Theo Van Rock. Per quanto duri cinque minuti abbondanti, e per quanto alla fine le variazioni sul tema vi siano, ma si spostano alla fine di ben pochi centimetri da quello che è il nucleo centrale del pezzo, la canzone scorre lenta e costante fino alla fine, senza mai lasciare un velo di noia, ma anzi, costringendoci quasi ad ascoltare anche il più piccolo cambiamento che fa parte del suo scheletro. Si arriva sempre in fondo sperando che ve ne sia ancora, ma i cinque minuti ormai sono conclusi, quindi è il momento di dedicarsi al testo vero e proprio, anima della canzone. Si riprendono in mano qui alcuni temi che erano stati propri della band nei primi anni di carriera, soprattutto in Tutti Pazzi e Condannati a Morte; l'analisi della società attraverso l'odio viscerale per essa, per tutto quel che rappresenta, e soprattutto per tutto ciò che di male ha fatto nel corso del tempo. Il protagonista del brano ha perso sé stesso, non crede più a niente, tutte le promesse che gli sono state fatte nel corso degli anni non sono mai state mantenute, anzi, sono sempre finite nel sangue. Lui è in cerca di qualcosa, anche se dal testo non traspare così alacremente cosa stia cercando, possiamo solo immaginarlo, e possiamo ovviamente pensare che sia la sua anima, o quantomeno la sua felicità e tranquillità finalmente. Eppure egli non riesce a vedere, i suoi occhi sono troppo consumati dall'odio che ha provato nel corso del tempo, fino ad arrivare al punto che non sono altro che due sfere nere e vuote, come quelle degli squali prima di attaccare. Gli squali però sono i dominatori del mare, mentre il nostro uomo non domina proprio niente, neanche i suoi sentimenti; si guarda intorno, vede una donna. Forse un barlume di speranza pervade il suo essere, ma quando cerca di avvicinarsi ormai è troppo tardi, le sue pupille  sono offuscate, non riesce a vedere più niente. Quindi compie l'unico gesto che può fare in questi casi, quello che ha compiuto centinaia di volte nella sua vita, andarsene. Da qui il titolo della canzone, è un uomo in fuga da sé stesso e dalla vita, fugge dai suoi dubbi e dalle sue paure, ma fugge anche da quello che gli potrebbe offrire un barlume di positivo. Eppure è così concentrato ad odiare, è stato in questa condizione per così tanto tempo, che non riesce a farne quasi più a meno, non riesce a fare altro che detestare, che incrementare quel sentimento e rimanere solo col suo dolore. Un brano che cerca di scavare ancor più a fondo in un sentimento molto particolare e totalmente imprevedibile come l'odio, ma lo fa i un modo completamente diverso e mai sentito finora, ovvero esplorandone i significati più reconditi e nascosti, ed andando quasi a farci pensare che tutto questo odio abbia quasi un fondo di verità, che possa davvero servire a qualcosa.

It's Hard

Va a chiudere questo enorme cerchio It's Hard (E' Dura). Il brano conclusivo di questo pattern prende a piene mani tutto ciò che abbiamo ascoltato, e lo propone ad una velocità leggermente più alta di quanto sia stato fatto fino a questo momento. La canzone si sviluppa attorno ad un saliscendi degli strumenti, mentre di seconda battuta Zazzo come sempre arringa la folla con le sue parole taglienti come rasoi. Il pezzo consta anche di alcuni movimenti musicali interessanti, grazie soprattutto all'ottimo lavoro di produzione e composizione che è stato fatto, ma come accade spesso nella musica Hardcore, ciò su cui dobbiamo concentrarci è il testo, quelle stesse parole che se prese nel verso giusto, sono in grado di cambiarci la vita. In questo caso la canzone tratta un altro tema scottante, ovvero quello della consapevolezza. Non sappiamo bene a quale tipo di conoscenza il nostro gruppo torinese si riferisce, ma possiamo analizzare le parole e cercare di ricondurre tutto questo ad un concetto molto semplice. Siamo di fronte alla consapevolezza di questi ragazzi di aver dato tutto quello che potevano sperare in materia di musica ma non solo. La storia di queste persone, loro come tanti altri giovani della loro generazione, è quella di persone che hanno capito quanto il mondo stesse ormai andando allo sfascio, soprattutto a causa delle scelte non operate da loro in prima persona, ma dalle generazioni precedenti. Se ben vi ricordate la storia, e mi rivolgo anche a coloro che non l'hanno studiata o che sono molto giovani, il periodo che va dal 1980 al 1990 è stato costellato di successi in alcuni campi, ma per la maggior parte erano tutti successi fittizzi, perpetrati da persone che non avevano la benché minima idea di quel che stavano facendo, anzi, cercavano sempre di garantire che tutto quello che accadeva dovesse essere ampiamente nascosto sotto la polvere del tappeto. Il problema è che il tappeto alla fine è divenuto troppo piccolo, e la polvere troppo grande, e tutto questo è esploso in una enorme orgia di melanconia, che ha pervaso ahimè le generazioni giovani dei tempi. Quella maledetta sensazione che ancora oggi si portano addosso, che niente è cambiato, anzi, che è divenuto forse peggiore, non se la toglieranno mai. L'unica cosa che conta, ed i Negazione ce lo ricordano senza troppi problemi, è quella di essere consapevoli. Consapevoli che anche se non siamo abbastanza forti, possiamo combattere ugualmente, consapevoli che possiamo perdere, ma allo stesso tempo possiamo rialzarci e provare di nuovo, che il fallimento può essere contemplato, basta prenderlo nel verso giusto. Più di ogni altra cosa poi, preme la canzone su un fattore fondamentale, quello del cuore, quello del meccanismo per cui non si può cercare la speranza dove non possa risiedere, ma che alla fine dobbiamo sempre mantenere il nostro cuore puro, senza mai arrenderci. E torna anche qui quel filo immenso di speranza che aveva albergato dentro le corde di tanti e tanti ragazzi che oggi non ci sono più, ma che hanno sacrificato la loro vita per potercelo far comprendere appieno. Un brano che sembra quasi un lascito per le generazioni future; non bisogna mai arrendersi, sappiamo che è dura, sappiamo che il mondo è un gran brutto posto, ma sappiamo anche che non possiamo assolutamente arrenderci all'evidenza, che non possiamo fermarci, dobbiamo continuare a correre e lottare contro tutto e tutti, perché per quanto la speranza possa morire, noi siamo consapevoli di non avere nulla da perdere.

Conclusioni

Signori, siamo giunti alla fine, con 100% si conclude (per sempre) la storia dei Negazione, almeno quella discografia. Si, diciamo e sottolineiamo discografica, perché a fronte di questa abbiamo tutta la storia dei fans, di quelli che li hanno seguiti fin dagli esordi, e di tutti quelli che si sono aggiunti nel corso del tempo, anche molti anni dopo lo scioglimento della band. Rimane solo da raccontare una ultima piccola grande testimonianza; ufficialmente i nostri si sciolgono nel 1992, ma prima di abbandonare definitivamente le scene, proprio sulla cresta dell'onda e del successo, e proprio a causa di questo, vengono invitati a prendere parte da una delle manifestazioni musicali più importanti di tutta Europa, e che nel 1991 fece tappa proprio in Italia. Parliamo del Monsters Of Rock, manifestazione nata ufficialmente nel 1980 all'interno del circuito di Donnington in Inghilterra, e protrattasi fino al 1996, salvo poi acquisire diversi circuiti paralleli dentro al suo esser, fino a divenire un monicker dalla caratura mondiale. In Italia questa manifestazione arrivò per la prima volta nel 1987, ospitando Dio e la sua band, ma anche seminali gruppi italiani come gli Skanners. Nel corso del tempo su quel palco si sono avvicendati i più grandi della musica Rock e Metal mondiale, dai KISS ai Maiden, passando per Anthrax, Aerosmith, Faith No More, AC/DC e molti altri ancora. L'edizione a cui vennero invitati i Negazione fu quella del 1991, tenutasi a Modena nell'Arena Festa dell'Unità, assieme ad AC/DC, Metallica, Black Crowes e Queensryche. L'edizione fu un successo da tutto esaurito, e permise ai Negazione di suonare in quello che rimarrà il palco più grande della loro carriera, registrando uno dei concerti più memorabili. La cosa interessante di quell'anno, e che se si ha a che fare con persone fan sia della band che dell'Hardcore in generale, vi racconteranno che andarono al Monsters solamente per vedere loro, fregandosene totalmente dei Metallica e degli AC/DC, capite ora quale possa essere stata la forza di questa band in Italia? Riuscire a scalzare completamente tutte le band precedenti, assestandosi fra i migliori, e fra i migliori sono rimasti dopo tutti questi anni, anche se ormai sono morti e sepolti nelle sabbie del tempo. Ce lo avevano detto loro stessi, lo spirito deve continuare, ed ecco che allora dopo 30 anni ci troviamo ancora qui a parlarne. Facendo un rapido focus sul disco in sé per sè, è l'ennesima perla di una discografia che consta di ben pochi errori e tantissimi successi. Come abbiamo ripetuto durante la recensione, solamente per la presenza di Brucia di Vita andrebbe comprato a scatola chiusa, e consumare quei solchi a più non posso. In questo modo si avrà di fronte agli occhi e nelle orecchie uno dei più grandi brani che questa musica abbia mai sentito, ed anche uno dei brani in lingua italiana più belli di sempre. Per chi volesse acquistare un oggetto degno di questo nome, l'anno scorso la Contempo Records, label fiorentina rea di aver prodotto fra i tanti i primissimi dischi dei Litfiba, previa accordo con la band, ha pubblicato l'enorme box set "La Nostra Vita", contenente tutto il materiale mai registrato dalla band fin dagli esordi, compresa la riproduzione della mitica cassetta de Il Mucchio Selvaggio, con cui la band iniziò tantissimi anni fa assieme ai Declino. Il box contiene anche la riproduzione di una maglietta storica del tour di Little Dreamer ormai introvabile, materiale redazionale, foto e quant'altro, oltre che ai vinili. Il costo ormai è più elevato di quando uscì, visto che è una edizione limitata, ma si tratta di un ottimo investimento anche per saperne di più sulla storia della musica alternativa di questo paese. Perché, ci crediate o meno, la storia dei Negazione è quella di tutti noi, niente è cambiato in questi anni, la polvere sotto al tappeto continua ad essere nascosta, le persone continuano a portare maschere bianche sul proprio volto per nascondere la verità, avremo sempre bisogno di qualcuno che la guardi, e ci sentiremo sempre circondati da pazzi senza scrupoli mentre semplicemente eseguono le cose di tutti i giorni. Perché per capire appieno questa band bisogna avere un occhio particolare, un occhio che poche persone al mondo sanno avere, quell'occhio che ti permette di vedere il mondo dentro al mondo che ti è stato nascosto anche per troppo tempo, ed una volta che lo scopri, non riesci più a vedere le cose allo stesso modo. Una piccola nota personale: vorrei dedicare questa discografia ad una persona molto speciale, Marco Mathieu, che purtroppo ad un anno indietro circa da quando è stato pubblicato questo articolo, è stato vittima di un incidente, che lo ha lasciato in limbo fra la vita e la morte, senza poter parlare o muoversi, in uno stato di semi incoscienza dentro ad un letto di ospedale. Si, è vero, aveva cambiato totalmente carriera dopo la band, dedicandosi alla sua altra grande passione, la scrittura, divenendo un giornalista affermato e cercando di analizzare il mondo senza più muoversi sul palco col suo basso in mano, ma utilizzando un altro tipo di ascia, la penna. I fiumi di parole di questi articoli sono dedicati a te, a Tax ed a Zazzo, per avermi fatto capire quanto la vita possa essere dura, ingiusta e complessa, ma non bisogna mai spegnere il fuoco dentro di noi, quella fiamma deve continuare ad ardere ogni giorno, altrimenti tanto vale morire. Vi lascio come sempre con le parole di "qualcun altro", qualcuno che ha saputo definire la band in modo conciso e spiccato, parole di chi li ha conosciuti e di chi ha vissuto quei chilometri assieme a loro, grazie di tutto Negazione, lo spirito continuerà sempre: "Un po' mi secca... Nella trafila dei batteristi che si sono avvicendati al massacro-pelli nei NEGAZIONE manco sempre io, cazzo, che la band l'ho fondata insieme a Tax nel 1983... E, lo si sappia, ve la siete scampata bella, perché sapete quale fu uno dei nomi candidati per la nuova band? "NEGATIVI"! Terribile, eh? In quel periodo c'era una piccola infla-zione di nomi terminanti in "-zione" (Contrazione, Disperazione...), non a caso, ma proprio perché era l'azione la molla determinante per tutto quello sbattimento, per prendere in mano, direttamente, un pezzo della propria vita. Ma, come dice la storia, "Negativi" non passò e furono i NEGAZIONE. Beh, almeno in questa nuova, bellissima compil-azione il mio nome c'è, un minimo di soddisfazione, perbacco. Non sono rimasto nella storia, ma la storia è rimasta in me. Il Pete Best della situazione si potrebbe dire, ma non è invidia né rimpianto: ché non avrei potuto seguirli in tutte le loro traversie, io personcina così piena di problemi personali, uno squallido "lavoro fisso" e tanta paura di affrontare viaggi, spese, sudori, freddo... Ho vissuto da lontano, guardando come attraverso un filtro, ma comprando tutti i dischi, le cassette, chiedendo e sapendo, sostenendo moralmente (per quel che serve). Ho vissuto di un poco di luce riflessa e a chi mi chiedeva rispondevo che sì, all'inizio c'ero io a massacrar le pelli della batteria, c'ero io ai primi concerti, quando si suonavano pezzi che rimarranno per sempre dentro di me ("chiudersi in se stessi è l'unica risposta..."...). Tax e io volevamo assolutamente con noi quei due pischelli dei quasi-disciolti Anti-Stato, uno che si sgolava e l'altro che martellava le 4 corde con una "maestria" allora nient'affatto invidiabile (poi migliorò, il Mathieu, eccome se migliorò!). Questa è preistoria, il resto è, per l'appunto, Storia. Credo sinceramente che i NEGAZIONE siano stati la miglior punk band europea, una delle migliori del mondo e a mio parere hanno avuto solo una minuscola parte della popolarità e del successo (intendilo non come una parola "sporca", ma positiva) che meritavano. Al di là di tutto ciò, che già non è poco, un'invidia ce l'ho avuta anch'io: la loro incrollabile, quasi mitologica!, amicizia. Fortunati loro 4 e la loro crew, fortunati davvero, anche se non hanno fatto i soldi con i dischi, hanno fatto e avuto qualcosa di più prezioso. Loro sanno cosa. Con Amore"
(Orlando Furioso - Primo Batterista della Band)

1) Back To My Friends
2) Yesterday Pain
3) Parole
4) Welcome (To My World)
5) Brucia di Vita
6) Fall Apart (An' Tear It Down)
7) Get Away
8) It's Hard
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