MY DYING BRIDE

Like Gods of the Sun

1996 - Peaceville Records

A CURA DI
JONATHAN BONETTI
17/06/2017
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

Per me, grande amante dei My Dying Bride, risulta difficile dover parlare di un album quale "Like Gods Of The Sun"; forse, il tasto dolente, l'episodio più "fastidioso" di tutta la discografia della band, la quale - per la prima volta - si trova alle prese con un disco non all'altezza dei precedenti. Prima di scendere nel dettaglio, bisogna tuttavia procedere con ordine. Il cammino artistico dei My Dying Bride (ce lo ricordiamo bene, lastricato di grandi successi) procedeva spedito, seppur insicuro circa la strada da intraprendersi. Comunque, ben consapevole di voler percorrere nuovi ed inesplorati sentieri: certamente diversi dal solito, ma in alcuni casi molto rischiosi, proprio come accaduto in quel particolare 1996, anno di rilascio di "Like...", per l'appunto. La band, dopo essersi rapidissimamente affermata come pilastro ben solido del Doom Death Metal, essendo stata fra le primissime ad aver gettato le basi nonché ad aver creato album che mostrano effettivamente (tutt'oggi) come il suddetto genere vada suonato e concepito (ci riferiamo in particolar modo all'esordio, "As The Flower Withers") decise di discostarsi dallo stile iniziale. Da bravi musicisti quali sono, i Nostri cominciarono a giocare con la musica, a manipolarla e controllarla a piacimento, sfoggiando in questo senso una maestria ineguagliata. Il lavoro di studio e di sperimentazione musicale intrapreso dal gruppo risultò per forza di cose colossale, tanto che dopo un solo anno dal loro debutto i My Dying Bride rilasciarono un nuovo album, forse il più indicativo circa il loro vero volto, il loro estro creativo. Con quel gran capolavoro che fu (e che tutt'oggi è) "Turn Loose The Swans" gli inglesi ci mostravano le vere intenzioni di una band che in quel preciso momento si ritrovava ad un livello tecnico e compositivo estremamente al di sopra della media. Quel semplice Doom Death Metal, grezzo e volutamente confusionario, dal sound malato, che avevamo nel primo album subì nel successivo capitolo una metamorfosi radicale. Il secondo album della band, quello che è ancora uno dei primi dischi di questo genere nascente, mostra a tutti che il gruppo era perfettamente al di là di se stesso, riuscendo a controllare il proprio sound in qualunque modo possibile a proprio piacimento; mostrando contemporaneamente quanto i My Dying Bride non avessero paura di rinnovarsi e ricominciare tutto da zero, ogni volta, pur di mandare avanti la loro arte in maniera sempre nuova. Se qualcuno non fosse ancora stato pienamente catturato dalle doti di Aaron Stainthrope e compagni, questi si ripresentarono ancora, dopo soli due anni, con un nuovo capolavoro all'altezza del precedente: "The Angel And The Dark River". Un lavoro mastodontico che ancora una volta ci mostrò la capacità camaleontica del gruppo di potersi adattare alla perfezione ad ogni situazione, generata dalle loro giovani menti. La loro musica è viva ed è un essere dinamico ed amorfo, in continuo movimento, capace di assumere la forma di tutto ciò che ha voglia d'essere, senza alcun problema e senza alcun timore. Nel terzo album si riprese in pieno il modus elegante di "Turn Loose The Swans", modellandolo ancora per poter andare avanti, creando qualcosa di nuovo e che fosse di forte impatto. Ci si allontanò dal metal estremo, preferendo quindi puntare tutto su di un sound più malinconico ed emotivo, intensificato dal violino di Powell il quale ricevette molto più spazio che in passato. Un sound, quello dei "nuovi" e rigenerati My Dying Bride, sicuramente più semplice, intento a creare atmosfere cupe e marce di un maligno mai ascoltato prima. Giungiamo dunque nel 1996: quelle "origini" Doom Death Metal sembrano molto più distanti, in un mondo dove le sperimentazioni in questo genere cominciano a moltiplicarsi sempre più. Il gruppo ha ancora una volta l'intenzione di innovare il proprio sound sperimentando, basando tutto sulle proprie idee alle quali la musica si deve adattare. Si punta ancor più sul semplificare il sound, renderlo più facilmente ricordabile ed orecchiabile. Situazioni estremamente complesse tanto da parer confuse (seppur non lo fossero ) e che trovavamo in passato vengono in "Like Gods of the Sun" eliminate in favore di una scrittura più semplice ed una struttura dei brani più lineare se non addirittura "classica" in alcuni passaggi. Insomma, gli interrogativi che sorgono  non sono certo pochi: i My Dying Bride stanno seriamente sperimentando? L'album esce dopo solo un anno dal precedente, senza che i Nostri mostrino timore di niente e di nessuno, neanche del proprio passato. Ma che possa, invece, esser stato questo un mezzo passo falso compiuto dalla band, spinta magari da una certa fretta e da un discreto successo che stava ottenendo soprattutto in quel periodo? I pareri sul platter quest'oggi recensito sono molto contrastanti. Fra chi dice che sia un album indegno della band che l'ha creato e chi invece pensa che sia un album al pari dei tre che l'hanno preceduto. Negli anni l'opinione s'è mossa in ogni direzione e sicuramente, almeno di questo siamo certi, "Like..." è stato parecchio oscurato dall'ombra dei giganti che l'hanno preceduto. In tutto questo marasma di opinioni e pensieri campati così in aria, nonché pregiudizi che esistono fin troppo spesso, la cosa migliore da fare in questo caso è, ovviamente, ascoltare tutto il disco e cercare di comprenderne ogni singolo brano. A livello di line-up non si riscontrano cambi: la formazione è dunque rimasta invariata, la stessa già presente nell'episodio in precedenza recensito.

Like Gods Of The Sun

Senza troppi fronzoli e senza dilungarsi in alcuna vera e propria intro, il brano "Like Gods Of The Sun (Come Gli Dèi Del Sole)" apre il disco a cui dà il titolo, e lo fa con un riff semplice. Un giro dalle tinte molto noire, un sound cupo e pesante che ci ricorda molto da vicino i riff presenti in "Turn Loose The Swans" di ben tre anni prima. Un colpo fragoroso della batteria ci lancia diretti nell'atmosfera marcia del brano, che comincia a prendere vita ed energia. Col main riff che continua per la sua strada, ripetendosi ossessivamente, la voce di Stainthorpe entra col suo lamento trascinato. I testi criptici della band qui vengono un po' a perdere tutto quel loro fascino velato di mistero, ed ora tutto ci viene raccontato in maniera molto semplice: un amore visto come un qualche cosa di irrimediabilmente malato, terribilmente alienante, che come da tradizione continua ad essere un'ossessione più che un sentimento il quale dovrebbe innalzarci verso la gioia più pura, la totale felicità, l'appagamento dei sensi. Il testo è in tal senso molto esplicito e la voce di Stainthorpe ci lascia capire tutto alla perfezione nel verso che vi riporto: "Non ho bisogno di nessuno fuori di te". Totale annullamento del nostro essere in favore di una sola persona, dunque. Il riff di chitarra subisce una mutazione dopo la prima strofa, ora è molto più lento e tende con più decisione a voler creare un'atmosfera anche grazie all'ingresso del sintetizzatore che dona a tutto un certo alone misterioso. Torna la voce di Stainthorpe, adagiata successivamente su di un nuovo motivetto meno lamentoso, ma non meno triste. "Tu mi riempi con pensieri oscuri di te | Il diavolo parla quando mi tocchi | La mia brama brucia profonda dentro te". Totale capovolgimento delle normali prospettive: il protagonista è conscio della malattia che permea il suo sentimento, eppure sembra sottomettervisi senza timore alcuno. Una donna non più angelica, bensì diabolica. La sua ossessione, il suo demone personale, il suo desiderio inappagato ed inappagabile. L'atmosfera torna a ricordare vagamente "Turn Loose The Swans" nel suo sound più malato, le tastiere di Powell simulano il suono di un organo oscuro e diabolico che accompagna una chitarra lenta, la quale riprende un doom molto più pesante di quanto suonato fino ad ora; la voce di Stainthorpe dal canto suo interpreta alla perfezione il  ruolo del protagonista qui narrato: la voce dell'ossessione che brucia in una persona e la consuma internamente, ben attenta che essa non se ne accorga e creda sia tutto normale. E l'ossessione, qui, non sembra neanche condannabile in alcun modo. Si sta solo sognando e desiderando quell'eterna bellezza, quella perfezione, che solo un amore intenso può idealmente restituire. La batteria sfocia in un blast beat volto ad incupire ancor di più tutta la scena, e dopo le ultime parole di Stainthorpe la musica ci accompagnerà lentamente verso una nuova fase del brano, nella quale il riff iniziale riprende il controllo della musica. Nel frattempo, le parole sembrano sempre più una preghiera, il desiderio inesprimibile di voler stare con una persona, il desiderio tenero di poter esser stretti dal suo abbraccio e non lasciarsi mai andare. La musica continua a ripetersi e così ascoltiamo ancora una volta l'incupimento dell'atmosfera generale, dove viene ripetuta quella breve strofa la quale ci mostra quanto un'ossessione possa bruciare e recare sofferenza. Infine, a conclusione del brano, riascoltiamo il riff pesante e l'organo maligno innalzarsi insieme alla voce del cantante: "Il paradiso impallidisce in confronto a te | Bruciamo come gli dèi del sole". Senza un preavviso, lasciandoci però abbastanza insoddisfatti e con l'amaro in bocca, "Like Gods Of The Sun" si chiude d'improvviso mostrandosi un brano meno vario ed intenso rispetto a come ci hanno da sempre abituati i My Dying Bride. Ammetto, un sentimento di perplessità comincia a pervadermi.

The Dark Caress

Da subito "The Dark Caress (La Carezza Oscura)" ci ricorda, invece, "The Angel And The Dark River" anche solo con l'intro. Un lontano suono distorto si fa sempre più presente fino ad invaderci del tutto, e svanirà solo con un'esplosione improvvisa della chitarra che c'immergerà in un'atmosfera completamente disegnata dal violino di Martin Powell. Proprio questa melodia sembra ricordare molto da vicino lo stile del precedente album, procedendo nella sua malata lentezza e con la chitarra che ne rimarca ogni passaggio. Il violino, purtroppo, svanisce troppo presto, la chitarra si fa più incalzante e subentra la voce di Stainthorpe a mostrarci quanto egli sia smarrito e perduto, insicuro circa la vita ed avente la necessità "della sua anima" perché lo salvi. Un'anima che cerca redenzione, che a quanto pare deve essere ritrovata dopo anni ed anni di totale perdizione. La strofa finisce e subito la chitarra comincia a martellare ad un ritmo costante, sembrando quasi introdurre una marcia. Tutto svanisce, rimaniamo solo con dei colpi di batteria distanti e il sintetizzatore che pregna tutto di un'aria inaspettata: tutto si tinge di tinte medievaleggianti, con tendenze molto sinfoniche che ci danno il benvenuto alla corte del re. E, come ascoltiamo dal parlato di Stainthorpe, proprio alla corte di questo re noi abbiamo visto per la prima volta lei, quella donna, quell'anima che tanto desideravamo mentre eravamo in cerca della nostra redenzione: lì, proprio accanto al sovrano, c'era la regina, rivestita d'una oscura bellezza. Mai nessuna donna fu tanto raffinata nelle proprie leggiadre forme, quanto lei; e mai nessuna lo sarà. "Bastò un solo bacio", a questo punto la musica acquista improvvisa energia con la chitarra che prosegue per una nuova melodia, dai toni meno epici e misteriosi, ma sicuramente più forti. Qui vediamo le sue labbra, della regina, rosse e gonfie: ella ci soffoca con la sua sola presenza, ci ruba le forze e ci lascia ebbri. La chitarra stride. Ancora una volta la musica vuole martellarci spietatamente, divenendo la batteria (per forza di cose) di vitale importanza. Qui la regina mostra e dona al protagonista la sua lussuria, rappresentata da un violino semplice ma disturbante in quanto a melodia. In solo quegli attimi la vita fu quasi come rubata da quella regina che sembrava esser tanto potente da poter controllare qualunque cosa ella volesse, rendendoci così schiavi della sua volontà. Il violino svanisce e la musica torna più pesante, ma solo per introdurre l'ultima strofa nella quale ascoltiamo l'organo che accompagna la musica e dona mistero a tutto. Nessuno mai saprà quel che è successo, nessuno potrà mai capire e quindi nessuno conoscerà mai il tormento che ne consegue, qui disegnato alla perfezione dall'organo ipnotico e ripetitivo. Il violino si fa risentire e lentamente ci conduce verso un finale triste ed incerto, dove con l'ultimo giro del lamentoso strumento di Powell la musica svanisce in un tetro silenzio.

Grace Unhearing

Con fare pretestuoso, come se pretendesse d'essere il migliore brano di quest'album, "Grace Unhearing (Grazia Inascoltata)" si apre gettandoci immediatamente in una pioggia di parole sostenute da una chitarra molto massiccia. Il violino si amalgama alla perfezione e prosegue magistralmente la via che il gruppo ha iniziato a percorrere con "The Angel And The Dark River". Una prima strofa che da subito non ci lascia pietà: soffocare, annegare, sprofondare sempre più in un mare inconsistente di pensieri che risucchiano la vita. La solitudine divora l'uomo, affligge la nostra debole mente; siamo colpevoli e quindi cadiamo nel vuoto, sempre più verso il basso, senza fermarci un attimo. Cominciamo quindi ad urlare sperando di ricevere un aiuto, che però tarda ad arrivare. Un dio che non risponde, un grido disperato che si perde nel nulla.La chitarra ci mostra melodie o aggressioni improvvise di grande bellezza, ed alla fine della strofa il brano subisce un rallentamento, nel quale l'atmosfera viene enfatizzata del violino che a sua volta pare virare su lidi più tranquilli. Tutto si ferma, ascoltiamo solo un basso che con poche note disperse nel silenzio ci prepara all'esplosione musicale in arrivo. La chitarra riprende un nuovo riff, semplice e facilmente ricordabile, anche se alquanto banale e senza troppa personalità. A farla però da padrone è tutta l'atmosfera, l'insieme di tutti gli strumenti. La sei corde comincia quindi a stridere, il tutto diviene maggiormente delirante e disorientante con la voce di Stainthorpe, assolutamente ipnotica, ma con qualche venatura stilistica che non sembra essere troppo gradevole. Comprendiamo ancora una volta che il protagonista della storia narrata è l'ossessione che si prova; ma non verso una donna, bensì un'ossessione immateriale d'un uomo colpevole. Un uomo che dichiara d'aver ucciso un altro uomo, che dopo averlo fatto non s'è più potuto fermare e così a continuato ancora ed ancora. Quest'uomo, ora, annegato nella disperazione della sua angoscia, nata tutta dal senso di colpa che prova, si ritrova in ginocchio ad urlare una richiesta d'aiuto indirizzata all'unico che potrebbe alleviare questo doloroso smarrimento: dio. Un dio, però, al quale egli non ha mai creduto e che ora lo ignora, oppure davvero non esiste. In ogni caso la sua solitudine prosegue senza pietà, facendogli scontare ogni colpa. La musica, ovviamente, è disturbante ed ossessiva seppur decisamente calma, recando un effetto che solo i My Dying Bride sanno trasmettere alla perfezione. Ancora una volta ricomincia il lamento di Stainthorpe che, accompagnato dalla pesante chitarra, continua a struggersi e a chiedersi perché non riceva risposta alcuna. La chitarra prende il sopravvento su tutta la musica cominciando ad elaborare semplici strutture sempre più ipnotiche e vagamente melodiche, le quali hanno il solo scopo di continuare a trascinarci sempre più in basso, come tutto il brano tende a fare sin da quanto è iniziato. "Il mio unico peccato | Fu uccidere un uomo | Profondo era il mio dolore | Ma l'avrei fatto ancora". Tutto continua con un ripetersi volutamente disturbante, tutta la bellezza che potevamo aver immaginato all'inizio, col violino, va totalmente a perdersi in una cattiveria marcia e putrescente che si muove a fatica in una melma di autocommiserazione; e quando il violino ricompare non riesce a donare bellezza al tutto, anzi la ruba dando un effetto ancor più estraniante. La strofa si ripete ancora uguale con l'unica differenza che ora non siamo gettati via nella bocca del diavolo, come credevamo: il nostro dolore ci getta nella nostra stessa bocca, a farci del male siamo noi stessi. Il violino, carico di amara tristezza che lo rende difficile da apprezzare, ci eseguirà un breve intermezzo atto a lanciarci nella ferocia di una chitarra sempre più ridondante. La preghiera qui prende forma, la sua forma finale: "Portami via | In un posto migliore | Lontano da chiunque". La mente malata di quest'uomo continua a disperarsi e sciogliersi in quel finale, dove nessuno avrà pietà di lui: dapprima gettato nella bocca del diavolo, poi nella propria bocca e da se stesso masticato e risputato, essendo egli stesso la causa del proprio dolore. Infine, si viene gettati nella bocca del salvatore: il quale non sapremo mai se avrà o meno pietà di noi e dei nostri peccati.

A Kiss To Remember

Un breve e travolgente viaggio ricchissimo d'emozioni contrastanti dove regnerà sovrana, nel testo, la cripticità più affascinante dei My Dying Bride, quella che abbiamo conosciuto negli album precedenti; questa è "A Kiss To Remember (Un Bacio Da Ricordare)". L'intro di questo brano è in realtà molto semplice: abbiamo solo il basso di Adrian Jackson che si farà spazio nel silenzio più totale riuscendo, in pochi secondi, nel creare un alone tetro intorno al brano, fin dal primo istante. Gli attimi dove saremo soli col basso saranno però pochi, segue poi la malinconia struggente di un riff di chitarra d'una certa eleganza ed in perfetto stile Gothic Metal. Questo riff ci esploderà addosso senza preavviso, muovendosi nella sua estrema emotività in maniera quasi frenetica. L'intento del riff è palese, cioè quello di trascinarci via con sé nei suoi pianti più tristi, senza lasciarci via d'uscita. Esso subirà una mutazione atta ad accogliere la grazia del violino col quale s'intreccerà, per poi tornare subito così com'era ed accogliere invece la voce di Stainthorpe che come sempre comincerà a seguire il riff alle sue spalle donandogli uno spessore inaspettato (per quanto udito fin ora) con la sua capacità espressiva. In questa prima strofa avremo una rappresentazione perfetta di macabro. Qui s'implora e s'implora per l'amore di qualcuno, per i suoi baci che giungano in profondità, che quest'amore letteralmente soffochi. Un sentimento qui descritto come sanguinante e passionale, nonché difficile da comprendere. La musica cessa e si trascina via con lentezza, di ben definito rimane solo il colpo della grancassa, a scandire il tempo ben preciso. La chitarra è divenuta oramai d'atmosfera e ad essa s'accosta lentamente una bellissima melodia del violino di Powell, la quale punta tutto sull'aspetto emotivo più fragile andando a distruggerlo. In quest'atmosfera distorta ci si parano dinnanzi parole ancor più distorte. "Apri la tua bocca alla mia pioggia sanguinante", tutto è carico d'una tristezza ben celata, ma lamentosa, dove scene macabre ci si formeranno davanti per poi svanire e riformarsi. E' difficile dare un senso a tutto ciò che si vede, il quale vuol essere talvolta un lamento amoroso ed altre volte un messaggio profetico. Il mistero diviene sempre più intricato. Questa strofa sarà divisa in due parti assolutamente identiche, musicalmente divise da uno stacco della batteria. "E alla tua seconda nascita, noi uccideremo la terra | E il genere umano fino a che non bruceranno i cieli", ancora tutto sembra senza senso, sembrando addirittura peggiorato a livello di atmosfera. Questa strofa, profonda digressione Doom del brano, si conclude lasciandoci interdetti e con più di qualche ipotesi circa le parole che abbiamo ascoltato. "E' solo un bacio tutto ciò di cui ho bisogno": e se tutte quelle immagini distorte e malate fossero state create tutte in funzione di quest'ultima frase? Se tutte quante avessero voluto descrivere la medesima cosa, cioè quel bacio, simbolo di quell'amore tanto anelato? Di che razza d'amore si sta parlando, quindi? Quale amore agisce in questo modo e ha il fine d'uccider la terra fino ad indurci nel veder bruciare addirittura il paradiso, con occhi orgogliosi? Quel che viene in mente è che quest'amore sia in realtà amore per la morte. Ma il brano non finisce e continua a confonderci ed immergerci in quest'atmosfera malata. La chitarra prosegue alcuni secondi da sola per poi esser ancora divorata dal suono del violino, ed insieme ci introdurranno ad un'esplosione di eleganza improvvisa dove ascolteremo un pianoforte prendere il pieno controllo del brano. Esso disegnerà melodie semplicissime, ma di forte impatto in grado di farci sognare, in tutta la loro eleganza, quel macabro che c'è stato appena mostrato e con ancor più forza quando il ronzio della chitarra svanisce e lascia spazio proprio allo strumento dai tasti bianchi e neri, ora solo, così ch'esso intrecci note su note. Esplode ancora una volta il principale riff di chitarra di questo brano. Il sangue sparso ovunque, l'amore non è più quel qualcosa di estremamente desiderato, anzi: qui sembra non esserci affatto la volontà di raggiungerlo, per quanto la scena possa sembrare anche dolce. Ci troviamo su spiagge insanguinate ove la morte regna sovrana e ancora una volta, con gli ultimi versi, torniamo a pensare che tutto il tempo ci si riferisse ad essa: "Mettimi giù | Giù con tutti loro | E dimenticami | Dimenticami come hai dimenticato il resto di loro". Se questa era la morte, se ci riferivamo ad essa ed era essa che desideravamo, allora questo finale è tragico nonché macabro. A sottolineare la tragicità dell'epilogo, alquanto strano, è la musica; muovendosi lentamente fra la chitarra ed il violino, che ci accompagneranno verso una fine melodiosa e cupa, dissolvendo poi nel silenzio.

All Swept Away

"All Swept Away (Tutto spazzati via)" è un brano difficile di cui parlare: paradossalmente, esso ha tutte le carte in regola per poter essere considerato sia il brano più bello dell'intero disco che il più terrificante, fatto male, di tutta la discografia dei My Dying Bride fino ad ora. Già da subito il pezzo in questione si apre con fare ambiguo, con un riff estremamente banale quanto inutile accompagnato ad una (invece) buona melodia di violino che tanto evoca un'atmosfera molto gotica e si muove al ritmo d'una danza frenetica, come tutta la canzone. Il testo sembra essere una riflessione sulla morte di un giovane, un giovane che si spirato invano avendo combattuto una battaglia inutile, ed avendo anche perso la sua guerra. Egli svanirà via, insieme ad altre centinaia di persone le cui memorie saranno perdute per sempre in un turbine di polvere. Avremo qui, purtroppo, una prestazione vocale di Stainthorpe decisamente ambigua anch'essa, volendo egli assumere un certo tono maligno nel suo incedere, tuttavia presentandosi invece in modo molto strano ed alquanto debole, senza spiccare troppo (cosa inaccettabile per un frontman come il nostro), almeno per ora. Il violino e la voce scompaiono per far spazio ad un riff scritto con maggior cura e che sprigiona una nuova energia. Compare qui anche il sintetizzatore di Powell, appena udibile, ad accompagnare la voce che ritorna, ancora indecisa e poco piacevole, a mostrare la rabbia e l'odio che si provano d'innanzi alla prospettiva di una vita la quale sta per essere rubata crudelmente, lasciandoci privi di sogni o speranze. Il brano prende una nuova direzione: il riff s'appesantisce e comincia a scandire il tempo con una maggior forza ed una cadenza precisissima mentre sopra di esso ascoltiamo qualcosa che ci lascerà interdetti: il pianoforte dal fortissimo gusto gothic di Martin Powell, che vagamente ricorda sonorità come quelle dei futuri Tristania (all'epoca ancora in fase di "sviluppo"), si presenta nel brano con una diabolica energia oscura. "Tu m'hai fatto combattere per te, tu m'hai fatto morire per te | Tu e il tuo dio malato ,speravi d'esser amato". Chiara l'invettiva contro la cosiddetta pietà divina, con il ritorno del dio sordo e cieco, insensibile alle nostre richieste eppure sempre desideroso di averci accanto sé, come adepti. Il pianoforte è gestito magistralmente, come ovvio per un musicista del calibro di Powell e come ci si aspetterebbe in un brano dei My Dying Bride. Un riff, alla fine della strofa, riprende furioso, rapidissimo, senza avere però mordente. Il punto più alto il brano si toccherà quando questa chitarra svanirà del tutto, lasciando la possibilità al violino di sprigionarsi nella sua bellezza repressa, ricolma di tristezza. Purtroppo sarà solo un intermezzo che ci condurrà poi ad un breve assolo anch'esso atto a condurci ad una fase successiva, dove avremo la voce lamentosa di Stainthorpe a rimbalzare per le note decadenti di un pianoforte. Il tutto si trascina con un riff dimenticabile verso la fine: qui abbiamo appena pregustato la vendetta, o meglio il desiderio di vendetta. Io non morrò prima d'avere il tuo cuore stritolato fra le mie mani. Ascoltare questa "All Swept Away" lascia interdetti. E' difficile dire se questo voleva essere semplicemente una sperimentazione nella quale la band ha lavorato duro, portando però un risultato altalenante, discontinuo ed a tratti estremamente banale o addirittura fastidioso (soprattutto in ambito vocale, dove si ascolta ciò che sembra un sovrapporsi di voci mal riuscito). Volendo guardare i My Dying Bride sotto una buona luce, essendo comunque la band che amiamo, allora questa ipotesi è accettabile, dato che altrimenti sarebbe da pensare che questo brano altro non è che un riempitivo nel quale sia stato concesso a Martin Powell di elaborare qualcosa che fosse bello d'ascoltare.

For You

Con un riff di chitarra molto semplice e decisamente ben costruito si apre "For You (Per Te)". Questo riff procede indisturbato per la propria strada senza mai variare. Esso giunge in un punto dove la musica sembrerà arrestarsi di colpo e proseguire, in un silenzio quasi angosciante, solo per mano di Andrew Craighan: con la sua chitarra dal suono spento il Nostro pizzicherà le corde lentamente così da farci immergere in un mondo ovattato nel quale sembra difficile scorgere alcunché. L'atmosfera è distorta ma molto ben congeniata. Al contesto si aggiungeranno la seconda chitarra ed il sintetizzatore con l'intento di armonizzare il tutto e creare una melodia dolce e senza nessuno strumento che emerga di prepotenza sugli altri. Neanche la stessa voce di Aaron Stainthorpe si sente più di nessun altro strumento, apparendo qui quasi come un sussurro sullo stesso volume di tutto il resto della musica; essa non sovrasterà nulla e si fonderà al tutto contribuendo all'atmosfera dl'estrema dolcezza che si è giustappunto creata. "Sarò qui per te | Sei tutto ciò di cui ho bisogno"; stavolta, l'amore mostratoci dalla Sposa Morente, non è morboso  ed ossessivo, o addirittura macabro e distorto a tal punto da essere amore ed ambizione per la morte, ma si mostra anzi come un sentimento dolce e tenero, che non genera alcun tormento. Anzi, gratifica la vita di un uomo misero, esso è la cosa migliore che potesse mai succedergli durante l'esistenza. La dolce melodia prosegue prendendo la propria direzione anche dopo la prima strofa esplodendo in una forte energia che non snatura però tutto quel che abbiamo ascoltato fino ad ora. Quando tutto si silenzia e rimaniamo ancora soli con quella chitarra pizzicata siamo già sulla soglia di una seconda strofa, con la chitarra elettrica che si muove autonoma creando semplici trame da seguire con armonia. Le chitarre rispecchiano appieno la tenerezza di questi momenti, la voce di Stainthorpe è calda ed avvolgente, perfetta per il contesto. "Come uno noi giaciamo intrecciati", con la chitarra che esplode in tutta la sua forza la voce ci narra di come abbiamo tutto ciò che possiamo desiderare e come ella, colei al nostro fianco, sia come un angelo mandato dal cielo, un angelo talmente bello che gli altri in confronto impallidiscono e zittiscono per la vergogna. Qui ascoltiamo anche il violino di Powell che si unisce al tutto e ci accompagna lentamente verso l'energica parte conclusiva del brano, dove la chitarra diviene più frenetica. Con un altro breve arpeggio della chitarra elettrica si conclude il brano, un elogio all'amore, "a te", la donna in confronto alla quale gli angeli muoiono di vergogna ed invidia.

It Will Come

La semplice ed ipnoticissima "It Will Come (Giungerà)" si apre con un sound molto oscuro, sostenuto inizialmente solo da alcuni colpi della batteria che comincia a scandire il tempo , di seguito anche aiutata dal basso. Anch'esso si presenta cupo e diabolico, dipanato in una totale quiete. Qui per la prima volta, dopo soli pochi secondi dall'inizio, udiamo un riff di chitarra tanto tetro quanto ipnotico e ripetitivo. Le chitarre sono molto pesanti e andranno a formare un solo motivetto, accompagnato dal solito quattro corde che rimane nello sfondo a creare una densa nebbia oscura, un'aura maligna. Quando ascoltiamo la voce, alquanto dolce, di Aaron Stainthorpe, le chitarre esplodono fragorose, rimanendo però sullo stesso tema appena disegnato. La prima strofa è molto semplice ed intende rappresentare esattamente ciò che viene detto. "Il sole morrà | Su di noi stanotte"; la scena è drammatica quanto la voce del cantante che continua a mostrarci il testo con angosciante lentezza, orgogliosa di una tragicità ad essa intrinseca. Qui ci ritroviamo nella scena tragica per eccellenza, la fine di tutto: non esiste futuro  cui guardare, ma solo un passato vano e morto. Tutti i giorni son passati, non ne restano più: questa è un'apocalisse, o in ogni caso questa è l'ora di morire. Le tastiere appaiono nel brano rimarcando ancor più la drammaticità del momento e ci accompagnano durante tutto il breve intermezzo fra due strofe. Per questa morte l'uomo s'incolpa e si chiede perché, non riuscendo a comprendere, urlando grida disperate agli dèi o a chiunque possa ascoltare. Il violino entra nella musica grazie alla magistrale abilità di Martin Powell, a sottolineare quella che è la strofa più importante e lunga dell'intero brano. Durante la morte, ora, tutti quanti son sulle proprie ginocchia, nessuno ha il coraggio di non temere la fine d'ogni cosa, tutti vorrebbero che nulla finisse. Nessuno vuol finire, né che debba finire egli stesso, né che stia finendo con l'intero universo per volontà divina a causa dell'ultimo giorno, quel giorno apocalittico ove ogni anima è chiamata al giudizio. E allora, in qualunque caso, l'orgoglio dell'uomo vacilla ed i più si ritrovano sulle ginocchia illuminati dall'illusione, o dalla certezza, di un dio. E' dio che sta decidendo ciò per la mia vita, egli lo sta permettendo; e se egli lo permette allora ciò è buono poiché egli è buono. Dunque, sapendo che questa vita così effimera è oramai giunta al proprio termine, ecco che ci aspetta una nuova vita, laddove giungerà l'anima dopo la morte, la certezza che almeno Lei non morrà mai. Convinzione vana o no che sia, questa ci accompagna verso la fine: e quindi, "...sia fatta la tua volontà", e che torni il giorno per le nostre anime, avvilite dalla morte del sole. Col riff che riprende la sua strada, senza più il violino, arriviamo all'ultima strofa che si ripete esattamente identica a tutte le altre. Qui fronteggiamo però il dubbio più grande di tutti: ci siam rifugiati dalla notte sotto la luce d'un dio, ma il cantato di Stainthorpe si conclude con una breve frase. "Oh, Signore Gesù | Ci salverai?", nessuna certezza è una reale certezza, il dubbio è insito nell'uomo e quella notte ci affligge talmente tanto il cuore da farci morire nell'incertezza, non riuscendo ad affidarci totalmente al dio fino a poco fa considerato buono ed impeccabile. La musica continua a proseguire indisturbata il suo viaggio per un altro minuto e mezzo dove però niente più si ripeterà. Tutto è come un lungo riff, nuovo ed in costante mutamento, sempre in cerca di piccoli dettagli da aggiungere e con le tastiere sempre più cupe sullo sfondo. Le chitarre stridono disperate, oppure si contorcono nei loro riff malati, o ancora cominceranno ad intrecciarsi in questa lenta melma oscura. Con la drammatica tastiera il brano ci lascia abbandonati nel tetro buio della morte, oltre la quale v'è solo illusione o solo disillusione.

Here In The Throat

Con un effetto decisamente inquietante creato al sintetizzatore, dove ascolteremo un distortissimo coro diabolico menar strilla in lontananza, si apre il brano "Here In The Throat (Qui Nella Gola)". Quel cupo effetto, che ci lascia immergere in un solo istante negli inferi più bui, sparisce venendo a morire istantaneamente tutta l'atmosfera. Tutto viene sostituito da un riff incalzante e veloce, incessante nel suo incedere quasi volesse mostrarci un'enorme marcia inarrestabile e furiosa che procede indiscriminata. Ancora una volta, purtroppo, tutto sa vagamente di già sentito, forse risulta un po' banale, ma nonostante ciò il riff riesce comunque a divertire ed a lasciarsi ascoltare con estremo piacere, accompagnato da un cantato pressoché perfetto di Stainthorpe, che segue in parte il motivetto disegnato dal riff. Di nuovo i My Dying Bride tornano a parlarci del rapporto umano con Dio, almeno così vale nella prima strofa. "Io ho bisogno di lui | Per lavarmi dal mio peccato": quell'ossessione divina che da sempre è parte dell'uomo ci viene mostrata, dapprima, nella sua parte più intima e personale, dove un uomo ammette la sua debolezza e la sua necessità nei confronti di un dio in ogni aspetto della propria vita. Successivamente, quell'ultimo "ho bisogno di lui" giungerà a noi assieme ad un violino ad accompagnarci con le sue melodie fuori dal mondo, prima che il brano possa rapidamente ri-sprofondare nella distruttiva furia del riff di chitarra che attende con ansia. Una nuova strofa si apre sotto i colpi incessanti del riff e della chitarra e stavolta il centro dell'attenzione del brano si sposta totalmente, rimanendo però coerente al tema principale: dio.
Da qui in poi il rapporto personale con dio è però messo completamente da parte, oramai non interessa più a nessuno: abbiam provveduto a quello durante la prima strofa ed ora dio ci appartiene, vive con noi e ci rende saggi e giusti in ogni cosa, poiché noi siamo di dio ed esistiamo per dio. Ad interessarci è il rapporto interpersonale condizionato però da quel solo pensiero appena creatosi in noi, un rapporto interpersonale solo in relazione ed in funzione di dio. Essendo io giusto poiché nel giusto di dio... la strofa si ripete identica, ma con una sola sostanziale differenza: non sono io ad aver bisogno di dio. "Tu hai bisogno di dio". Essendo il nostro l'unico vero dio, ed avendoci egli illuminati con l'unica vera giustizia, ecco che ci sentiamo autorizzati a far sì ché questo dio invada la vita degli altri, tutti devono capire di star sbagliando e devono riconoscere il vero dio, proprio colui che mi legittima a condannare chiunque ed a predicare la sua verità. Ancora una volta alla fine della strofa ascolteremo il violino che ci aggredisce con tutta la sua bellezza, e con altrettanta bellezza ci accarezza la calda voce di Aaron Stainthorpe. Siamo dolcemente accompagnati verso una chitarra ipnotica che sola si fa spazio nell'atmosfera buia di questo brano, incalzando sempre più, alla quale si aggiungeranno una seconda chitarra e poi anche dei tamburi dal suono cupissimo. La musica sembra aver preso una nuova svolta, fino a quando non avremo un'esplosione con un nuovo riff molto affascinante e carico dell'atmosfera appena costruita. Questo riff però è solo un intermezzo che serve ad introdurci ad una nuova strofa. Qui le chitarre sono fragorose e si muovono caotiche in migliaia di direzioni, sembra che ognuna voglia far da sé senza tener conto del resto della musica con la quale sono, in realtà, in estrema sintonia. Tutta quella buona intenzione che si poteva avere quando s'era nel giusto viene qui sintetizzata in maniera molto semplice e d'impatto, portando all'esasperazione quel concetto, esasperazione sempre raggiunta se si cerca di scavalcare tutti i limiti che portano a dio. "Stai uccidendo per il tuo dio, il fetore che hai calpestato": qui la rabbia che conosciamo esser sempre velata e quasi invisibile nei My Dying Bride, esce con tutta la propria cattiveria (non musicale, ma contenuta nelle parole ancor più forti in lingua originale) e tutto il proprio marcio odio, quasi represso. Si prova sdegno per costoro, i giusti, che uccidono popoli ed anime nel nome di dio il giustissimo. L'atmosfera prima con tanta cura costruita torna a formarsi intorno a noi per poi spezzarsi ancora. Il punto di vista si fa contrastato ora nella mente del gruppo, vediamo entrambe le parti (a favore di dio e non) che si scontrano, quasi nella stessa mente, mostrandoci il punto di vista differente combattere. Si realizza che senza dio s'è sprecati, poi che non ci si deve chinare dinnanzi a nessuno e così via. Il violino ricompare in tutto il suo splendore a mostrarci le ultime parole di Stainthorpe, che non sembrano favorevoli a dio, per poi svanire per sempre. Così si conclude questo "Here In The Throat".

For My Fallen Angel

Ormai è risaputo, siamo tutti quanti abituati a questa ben precisa caratteristica della band: nessun album mai può avere un finale positivo, anzi questo finale deve rappresentare il capitolo più drammatico fra le storie che i My Dying Bride ci presentano. In ogni album ormai, i Nostri vogliono finire sempre col botto ed hanno sempre l'intenzione di creare qualcosa di magico, sovrannaturale, qualcosa nella quale s'impregnano tantissimo. Sforzi profusi nel riuscire a creare quella cosa perfetta in ogni suo aspetto, fatta di pura bellezza e ideata Ad Hoc per riuscire a bruciare e finire completamente l'anima di chi l'ascolta. L'anima di chi ascolta dovrà sempre struggersi e soffrire, tanto che sarà soffocata dalle sue stesse lacrime, che la lasciano senza pietà. Altra caratteristica dell'ultimo brano di un album dei My Dying Bride, oltre ad avere sempre una grande intenzione artistica, è quella d'essere un brano compatto, talmente ben scritto da essere quasi impossibile da descrivere. Non fa eccezione ora la conclusiva "For My Fallen Angel (Per Il Mio Angelo Caduto)", un brano a dir poco spettacolare. Si apre l'ascolto con i sintetizzatori di Powell che creano una funebre atmosfera accompagnati dal violino intrinseco d'una magica melanconia tanto insopportabile quanto amabile in ogni sua nota. Un effetto corale si staglia sulla distanza dove vedremo quel luminoso bagliore divino a risplendere sulla nostra strada, distante e nell'oscurità. La voce di Stainthorpe sarà perfettamente cupa, come se essa avesse già subito quella morte dell'anima che il brano vuol causare, una voce spenta della quale riusciamo appena ad afferrare le parole. Qui, ancora una volta, torna il tema della "My Dying Bride", quell'amata sposa che si trova in bilico fra la morte, morte che ce la terrà eternamente lontana strappandocela via dolorosamente. L'anima gotica del gruppo emerge in maniera prepotente fra queste liriche: la pelle argentea e senza vita dell'amata che stringiamo fra deboli braccia sconfortate e lacrime che scorrono via come sangue, che per anni non s'asciugheranno. Un brano che sembra proseguire sulla falsa riga di quel "Black God" presentatoci nell'album "Turn Loose The Swans", qui però rivestito d'una nuova drammaticità, immerso in un mare di morte le cui onde ci colpiscono in continuazione e non ci lasciano respiro; mai la vita tornerà com'era prima dopo la morte di quella sposa, unico amore e ragione per cui vivere. Il brano, fra il tenero violino di Powell lontano all'orizzonte, si avvia alla conclusione mentre la voce di Stainthorpe, colma di tristezza, ci propone una citazione di Shakespeare presa dal poema "Venere E Adone".vE così si conclude questo brano, con ella trafitta dalla freccia nera della morte, senza più quella freccia dorata dell'amore piantata nel cuore, che probabilmente è ormai spezzata. Tutto svanisce in un silenzio, la vita si spegne, l'album si conclude.

Conclusioni

Arduo commentare un album dei My Dying Bride e questo "Gods Of The Sun" non fa eccezione, anzi, probabilmente risulta anche più difficile poiché si mostra come il primo passo falso ed incerto del gruppo; un gruppo che, si ricordi, ha creato in precedenza tre lavori che possono esser definiti tutti e tre come immensi capolavori e pilastri del Gothic e del Doom Death Metal più marcio e più elegante al tempo stesso. I My Dying Bride hanno spaziato molto in passato ed ora hanno l'intenzione di innovarsi ancora, almeno in parte. Il gruppo ha deciso di proseguire per la strada inaugurata con l'album precedente, "The Angel And The Dark River", dove s'erano abbandonate le influenze Death Metal e s'era tentato di sperimentare fondendo il Doom Metal anche di stampo molto classico con sonorità gotiche molto moderne e cupe. Il risultato fu eccezionale, dunque notiamo come la band voglia mandare avanti quanto già sperimentato, magari con un minimo d'innovazione. Sia chiaro in partenza: "Like Gods Of The Sun" è un disco dei My Dying Bride, di certo non un branco di principianti inesperti ed incapaci mandati allo sbaraglio senza capacità né talento, ed un disco creato da questa realtà non potrebbe né potrà mai arrivare a bassezze inaudite. D'altro canto, quello della sposa morente è un sigillo di garanzia che ormai abbiamo imparato a riconoscere a miglia e miglia di distanza, anche il loro lavoro più claudicante e dubbioso può inaspettatamente mostrare vette immense ; le quali, non giriamoci nemmen troppo intorno, non potrebbero essere raggiunte da un sacco d'altri gruppi. Il minimo dei Nostri è spesso il massimo d'altri. Detto ciò, quest'album si mostra in ogni caso molto gradevole da ascoltare, con picchi di qualità immensi. Però, a quanto pare, non è neanche da dar per scontato che un disco di questa band sia assolutamente sopra la media. "Like Gods Of The Sun" si presenta infatti perfettamente all'interno, della media. Un disco che fin troppo spesso rasenta la banalità, troppo piatto e senza personalità, quest'ultima spesso conferita più dall'abilità compositiva di Powell (sempre rasentante la perfezione nella sua musica) che non da tutto il resto. Il disco si presenta con un sound molto semplificato e che punta tutto su pochi giri che si ripetono, che vogliono essere più orecchiabili e che mirano al lato emotivo. Un effetto però non troppo ben riuscito. Dopo l'ascolto dell'album ricorderemo per bene circa un paio di riff o poco più. Alcuni brani come "A Kiss To Remember", "Grace Unhearing" e la conclusiva "For My Fallen Angel" risultano davvero ottimi e forse sono i punti più alti dell'album (soprattutto per la maestosa traccia conclusiva) mentre il resto delle canzoni, ed è davvero spiacevole a dirsi, è perfettamente dimenticabile per la gran parte. Insomma, i My Dyng Bride, nel loro cammino all'interno dell'arte, si son scontrati con i pro ed i contro di una scelta stilistica ben definita. Coerenti con le loro volontà, hanno dunque optato per una semplificazione sostanziale, la quale li ha di fatto condotti sino in un punto dove la musica ha perso il suo impatto (quando forse volevano acquistarlo come mai prima); quest'ultima non si mostra né eccellente né scadente, si colloca in uno strano limbo dal quale è veramente difficile veder emergere un qualcosa di convincente al 100%. Da una parte soluzioni a dir poco imponenti, dall'altra molta banalità. Né giorno né notte, né disastro né eccellenza. Solo, il mezzo. Un platter dal sapore a dir poco agrodolce che a molti potrebbe effettivamente piacere (ai fan più incalliti, senza dubbio) ma ad altri potrà far sospirare un mesto "no, grazie".Tutto si gioca lì, fra una situazione ed un'altra. Nel mezzo, dov'è c'è un nulla fatto di mediocrità. Certo, una mediocrità, banale, realizzata pur sempre dai My Dying Bride (come già detto infatti il disco è tutto molto piacevole da ascoltare), ma pur sempre mediocrità. Qui si conclude questo quarto capitolo della band inglese e a noi non resta che aspettare il prossimo album sperando possa ridonare gloria al gruppo che ha praticamente inventato il Doom Death di stampo gotico.

1) Like Gods Of The Sun
2) The Dark Caress
3) Grace Unhearing
4) A Kiss To Remember
5) All Swept Away
6) For You
7) It Will Come
8) Here In The Throat
9) For My Fallen Angel
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