MY DYING BRIDE

34.788%... Complete

1998 - Peaceville Records

A CURA DI
JONATHAN BONETTI
01/09/2017
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Eccoci giunti nell'ormai lontano 1998; un viaggio iniziato quasi un decennio prima, col nome di My Dying Bride, stava in quel preciso istante vivendo uno dei momenti in assoluto più decisivi e rischiosi per l'intero gruppo... ma andiamo con ordine, ripassando qualche tappa fondamentale. Come ben sappiamo, la formazione dei Nostri risale all'inizio degli anni '90: subito una quantità spropositata di idee, un fortissimo carattere, tantissima voglia di fare. Giovani e capaci musicisti uniti da un concetto, da un'idea comune: ovvero, quanto la musica sia un qualcosa di fondamentale nell'espressione dell'uomo, qualcosa della quale non possiamo fare a meno seppur siamo terrorizzati dall'idea di divenirne schiavi. La musica è l'arte per eccellenza, quasi obbligata a racchiudere le realtà di ogni singola persona, ogni visione della vita ed ogni profonda introspezione nell'animo umano: se qualcuno riesce a crear musica rispettando ciò, allora quest'ultima non può che esser considerata arte. I My Dying Bride, come detto, erano sin dagli albori un gruppo molto coeso e cominciarono con lo scrivere musica proprio in tal modo; e così si ritrovarono a fare i conti con anime oscure, marce, senza speranza alcuna per la vita, desiderio per la morte, nessuna speranza neanche in un'esistenza successiva. Anime di miserabili dannati ancora in vita, come ogni uomo scoprirebbe d'essere se riuscisse ad essere realmente sincero con sé stesso. Il loro talento si sprigionò non incontrando barriere alcune, riversandosi nei primi tre album che della natura umana riescono sicuramente a sintetizzare il costante divenire; nulla è statico nonostante lo stile personale del gruppo sia sempre perfettamente riconoscibile. Soprattutto con il primo album, gli inglesi riuscirono a gettare (aiutati da altre due band d'imponente rilevanza storica quali Anathema e Paradise Lost) le fondamenta di quel che oggi chiamiamo Doom Death Metal: i My Dying Bride si cimentarono (nemmeno a dirlo) nel lato più oscuro, malato, diabolico e soprattutto elegante e malinconico di questo preciso genere, teorizzandolo in maniera pressoché definitiva. Un disco, quell'esordio, che (seppur innegabile sia la sua rilevanza storica) venne minato da qualche ingenuità di troppo e non riuscì ad esprimere tutto quel che avrebbe voluto dire. I My Dying Bride compirono così un vero e proprio atto di coraggio: nonostante la formula del primo "As The Flower Withers" fosse stata comunque molto apprezzata  dal pubblico, la band non mostrò intenzione alcuna di fossilizzarsi su quanto fatto, e proprio il loro desiderio di riuscire a creare nuova arte che potesse esser quanto più personale possibile, li portò alla scelta di "cancellare" il primo album, quasi esso non fosse mai successo, come se fosse qualcosa da rinnegare... ed in virtù di ciò, rinnovare completamente la musica della band prendendo una direzione totalmente differente da quella presa in precedenza. Vedevamo quindi dei My Dying Bride portare avanti un'eleganza raffinatissima e di enorme bellezza, unita ad un metal estremo molto personale, emotivo, che ancor di più voleva andare a disegnare quei contrasti intrinseci dell'uomo. Con questa nuova formula, fondata su musica molto più elaborata di quanto fatto in precedenza, i My Dying Bride lasciarono tutti quanti a bocca aperta. L'uomo però, come detto, non è un essere costante, un essere unico e coerente nella sua essenza; e proprio nel percorrere la sfrenata corsa della band verso nuovi lidi musicali ecco che i Nostri si presentarono ancora al pubblico con un nuovo album ancora una volta diverso, irriverente, che andò ad attingere con estrema maestria dai grandi maestri del Doom Metal e riformulando tutto nel proprio stile unico. Ecco che l'eleganza prende vita solo in virtù di un marciume di fondo, oscuro e malsano, atto a rappresentare ancora in maniera differente l'uomo e ciò che è. Arrivati a questo punto possiamo dire che i My Dying Bride sembrassero avere quasi il terrore di fermarsi: il gruppo è una continua ricerca frenetica che non trovava pace, sempre in grado di evolversi e sorprendere. Anche con "Like Gods Of The Sun", forse più discusso rispetto ai precedenti, che possa esser piaciuto o meno rimane comunque il fatto che anche in quel caso, seppur in maniera diversa e tentando di evolversi dallo stile precedente, la band abbia tentato di innovarsi mostrando quasi disprezzo per quanto è statico e quindi senza vita. La corsa disperata non si fermò: torniamo nel 1998, come già detto; anno in cui si scrive uno dei capitoli più importanti e controversi dell'intera carriera della Sposa Morente. I My Dying Bride, da bravi sperimentatori quali sono, ancora una volta decidono di voler suonare qualcosa di nuovo, magari innovativo, mai sentito. Vede così la luce, con l'enigmatico titolo caratteristico, "34,788%... Complete". Ma perché questo preciso punto, nella loro carriera, è da considerarsi una sorta di "anno zero"? Forse il tutto si può spiegare, con parole quanto mai errate ma che forse posson aver senso, dicendo che i My Dying Bride "l'abbiano fatta troppo grossa" facendo quella volta arrabbiare davvero un bel po' di fan. Ma cosa intendo dire, con queste precise parole? Semplicemente che la folle sperimentazione del gruppo raggiunge con questo album il suo apice. Mai prima d'ora la band si era spinta così tanto oltre: l'intero platter risulta essere un netto taglio col passato, vistoso e profondo. Scomparsa tutta la componente gotica, fondamentale nei dischi precedenti della band, con la loro musica passata sembra essersi perso ogni minimo legame tanto che già la stessa copertina non trasmette nulla di "My Dying Bride". Il nome stesso dell'album, nonostante la bella storia che c'è dietro la sua nascita, sembra qualcosa più vicino all'industrial che non a quello stile molto personale del gruppo, nonostante il suo reale significato sia forse l'unica cosa che s'avvicina a quanto la band sia stata in passato. Questo nome deriverebbe difatti da un incubo del chitarrista, Calvin Robertshaw. Un incubo nel quale gli venne detto che l'umanità ha un tempo stabilito prima della scomparsa della stessa e di quel tempo ne è già passato il 34,788%. La musica soprattutto, in questo album (il primo dopo gli ultimi cambi di formazione che han visto Martin Powell e Rick Miah, rispettivamente il violinista ed il batterista, lasciare la band) risulta qualcosa che realmente taglia i ponti con la reale essenza di un gruppo quasi snaturato, qualcosa di davvero nuovo che basa tutta la propria ragione d'esistere proprio nella necessità della band di poter creare del nuovo, di muoversi in territori inesplorati. E così la volontà creatrice di Aaron e soci ha portato gli inglesi a questo punto estremamente discusso: tanto amato quanto odiato, quest'album dei My Dying Bride che più di tutti mostra la follia delle menti di questo gruppo.

The Whore, The Cook And The Mother

Ecco che con "The Whore, The Cook And The Mother (La Puttana, Il Cuoco E La Madre)", brano dal titolo in grado di confonderci non poco, quest'album comincia forse nel migliore dei modi; presentandoci una canzone che (forse l'unica in questo disco) a tratti ricordi anche soltanto da vicino qualche lavoro dei precedenti album. Da subito, senza troppi giri di parole e chissà quale intro elaborata, possiamo sentire le chitarre all'opera impegnate nel creare un riff molto particolare, decisamente dalle forti "intenzioni Metal". Dopo pochi secondi, all'inizio quasi inaspettata e incomprensibile, emerge la voce di Stainthorpe che comincia a raccontarci una storia col suo solito fare lamentoso; quella voce che lenta si trascina attraverso il brano quasi come se farlo fosse un peso, un qualcosa di faticoso. In questa prima strofa, quasi come se per i My Dying Bride fosse un chiodo fisso, si torna a parlare di ossessione ed in particolare si riprende a trattare di lussuria ed amori disperati, di quella passione travolgente della quale un uomo può essere schiavo (sensazioni che in particolare, in quest'album, saranno un argomento spesso ritornante), parlandone proprio dal punto di vista di una persona accecata da questo insieme di sentimenti. Egli infatti, quest'uomo dominato dalla lussuria, non ha alcun problema ad ammettere d'essere un peccatore né che vive per alimentare proprio questi suoi brucianti desideri. Egli tenta poi di mostrarci cos'è che pensa o prova e lo fa in soli due versi, in maniera estremamente semplice: "Posa le tue mani su di me | Posa le tue perfette mani su di me". Durante tutto ciò la musica sembra muoversi in un ambiente poco chiaro, "ovattato",  con un riff che non colpisce molto ma riesce sicuramente a creare un grande effetto atmosferico. Appena termina la strofa la chitarra vuol emergere con forza e lo fa con un assolo melodico che ci culla in quel bizzarro caos che ci circonda: continuiamo però a rimanere in quest'ambiente etero, neanche il sostegno del sintetizzatore ci potrà salvare e risvegliarci. Una musica che vuol mostrare la poca nitidezza di una vita che rincorre i propri desideri, non pensando ad altro. Ecco che la seconda strofa ha inizio; la solita voce trascinata di Aaron, svanita quella melodia di chitarra nell'intermezzo, prosegue il racconto. Un racconto il quale acquisisce un maggior trasporto, arrivando a divenire quasi esplicito, con l'intenzione di riuscire a rappresentare quel che il protagonista prova, magari con una donna differente da quella cui faceva riferimento nella strofa precedente o magari non riferendosi a nessuna donna in particolare, parlando di sesso femminile in generale, di svariate amanti d'una notte. Fatto sta che quest'ossessiva lussuria acquisisce caratteri inquietanti: da un lato romantici e dall'altro preoccupanti per quanto essa sai forte. "Il tuo calore mi squarcia | le tue mani strappano la mia pelle | profondo nel tuo amore | stai urlando per me". Questo chiodo fisso sembra rendere quasi maniaci: ci si convince del fatto che quello sia l'amore e si ha bisogno di quell'amore in continuazione, rendendo quindi vana la definizione dell'amore stesso. Il calore di un corpo, delle sue mani sul proprio di corpo, ciò è reso col verbo "rip": stracciare, squarciare. Che ciò voglia avere una connotazione positiva o negativa è solo da interpretare, in ogni caso si può ammettere quanto questo sentimento metta radici molto profonde nell'animo di una persona, tanto che questa non potrà liberarsene mai più. Comincerà ad amare ciò di cui dovrebbe invece sbarazzarsi, amando anche il proprio dolore. Una discesa continua che quest'uomo vive, per sempre. Ritorna, col silenzio di Aaron, la chitarra solista che quasi sembra voler danzare sulla sua melodia che si ripete, esattamente come prima. La musica subisce una leggera variazione, il sintetizzatore diventa lo strumento portante, e ci apprestiamo ad una terza e, relativamente, ultima strofa del brano. Quest'amore tanto romanticizzato in precedenza ora si mostra per il suo lato più lussurioso e puro figlio del vizio, la sua vera faccia. Questo non è amore, quella donna non la si è mai amata: egli credeva fosse amore e infatti le promette che ella sarà sua per sempre... salvo poi svelare la tragica verità; cioè, quella donna non è che un giocattolo col quale ci divertiamo finché non ci stanca, per poi ricominciare ancora ed ancora.  "Solo tu, non c'è nessun altro per me | (fin quando non arriva qualcosa di meglio)". Questo verso sintetizza praticamente alla perfezione l'ossessione ed il tormento che affligge l'uomo. Una distorsione della chitarra ci guida mentre tutta la musica svanisce: se prima era eterea ed inquieta ora è quasi agghiacciante. L'atmosfera è dolce, fin troppo, silenziosa e con una velata malinconia che ci guida attraverso quelli che son i desideri del protagonista. Sembra di sentire una voce d'uomo appena udibile, un sintetizzatore s'innalza entrando a far parte dell'atmosfera, dei suoni si ripetono sempre uguali con estrema regolarità. Tutto è quasi incomprensibile, ed ecco ora la chitarra anch'essa dolce. Udiamo delle voci, ma sono incomprensibili: il parlato, fra un uomo e una donna, è al rovescio e il discorso non è riportato da nessuna parte. Quella a cui assistiamo, quel discorso fra due voci serie e cupe, sembra essere quasi un discorso fatto con uno psicologo che magari tenta di aiutarci partendo dal farci capire chi siamo, cosa ricordiamo, cercando anche lui di capire la nostra concezione di bene e male, cosa pensiamo sia giusto e cosa sia sbagliato. Questo interrogatorio procede lento, con domande forse anche abbastanza strane. "Se ad un uomo cieco cadono dei soldi per strada... tu li prendi e glieli ridai, o li tieni per te?". Tutto il dialogo sembra vagare nel vuoto, come se si muovesse senza un senso e senza alcun nesso logico con quanto ascoltato in precedenza. Un nesso logico che non troveremo mai. Fra queste voci che ci confondono, infatti, scopriamo che la risposta a tutte queste domande non arriverà mai. La musica, dopo un beat veloce, riprende la sua normale andatura ed ecco che si ripete la prima strofa così com'era prima. "Ho bisogno di un soffice letto di carne"; alla fine di questa strofa la musica prenderà il dominio, e con l'instaurarsi di melodie danzanti fra la chitarra ed il sintetizzatore abbiamo la ripetizione anche della terza strofa. La voce di Aaron sembra esser ancor più nasale e trascinata con fatica. Con la terza strofa, una conclusione che ci mostra quanto perpetuo sia il circolo vizioso descritto, siamo condotti nel finale dalla connotazione quasi tragica.

The Stance Of Evander Sinque

"The Stance Of Evander Sinque (La Presa Di Posizione Di Evander Sinque)" è uno dei brani (all'interno del platter) più rabbiosi e dall'atmosfera più distorta. Una chitarra stridente ed un basso cupissimo si metteranno da subito in gioco per creare un'atmosfera che ha quasi dell'industrial, un sapore assolutamente inusuale per i My Dying Bride. Dopo l'intro agghiacciante ecco che la musica esplode in un trionfo sinistro e martellante di chitarre che con precisione assoluta stridono e diventano cupe, nevrotiche: si sprigiona la rabbia di questo brano spietato e disperato. Poi secondi e tutto svanisce per proseguire sotto la guida delle tastiere di Keith Appleton: forse ancor più sinistre ed inquiete di quanto ascoltato fin ora, esse proseguono il riff iniziato dalle chitarre; delle voci mormorano parole incomprensibili ad un volume bassissimo, quasi impercettibile. Queste esploderanno nella loro furia con un urlo, una voce per niente pulita, che si accenderà nel momento stesso in cui torneranno le chitarre ad appesantire la musica col loro incedere furioso. Le tastiere riprendono il controllo e son ora più fragorose e possenti: dopo altri mormorii in sottofondo ecco che la musica varia ancora con un nuovo riff, meno pesante del precedente. Solo ora, dopo quasi due minuti ascoltiamo la voce che ci presenta la storia di un uomo: un uomo odiato e disprezzato da tutti, dalla vita stessa, da chi lo circonda. La tipica timbrica di Stainthorpe, facendosi largo fra le chitarre che nel frattempo procedono nella loro evoluzione senza mai fermarsi, ci mostrerà proprio quest'uomo che seppur essendo geniale nel suo animo risulta odiato da chiunque, denigrato e bollato quale folle che nessuno mai dovrebbe ascoltare... e nessuno, infatti, lo ascolta. Egli è un pover'uomo nonostante non lo meriti e tutti lo temono perché son consapevoli della sua mente straordinaria, lo temevano, lo odiavano quasi come se invidiosi. Quest'uomo rimane in silenzio nel suo cantuccio personale e lì prega, rimanendo solo. La chitarra procederà sola e con la massima potenza subito dopo la fine della prima strofa in un delirio allucinante nel quale si alternerà continuamente con la tastiera, proprio come in precedenza. Mormorii e urla saranno angoscianti, le chitarre saranno cupe, lasciandoci un senso di smarrimento. Quindi, con un riff più leggero che riprende, ecco che proprio nello stile della prima strofa, la storia prosegue. Egli viveva (o ha vissuto) solo e in quel suo piccolo mondo, odiato da tutti, egli trovava la pace e amava la sua vita. Ma per gli uomini ciò non è giusto, gli uomini non possono accettare che qualcuno sia felice e non possono farlo proprio perché loro stessi son infelici. Quella pace di quell'uomo provoca negli altri rancore e odio per la propria stessa vita, ma essi non possono ammetterlo poiché ammettere di aver fallito come umani sarebbe come perdere tutto, quindi quest'odio invidioso lo riversano proprio contro quell'uomo in pace con la propria esistenza. Se nessuno è felice allora infelicità e sofferenza saranno la normalità, la felicità diviene impossibile: non siamo affatto infelice, solo nella tristissima norma. Ecco quindi questi uomini picchiare a morte costui, che seppur povero e dimenticato rimaneva felice. Egli giace con la sua pelle pallida e il collo rotto: nessuno mai si ricorderà di lui, nonostante egli "Fosse un genio". Agli occhi degli uomini egli era solo un perdente ed un folle, quindi doveva morire. Il riverbero della chitarra, con dei colpi del rullante, chiudono questo brano narrato quasi come una filastrocca.

Der Überlebende

Se siete alla ricerca di un brano che sia guidato dalla chitarra in maniera tanto magistrale quanto semplice e senza troppi fronzoli, allora quel brano potrebbe essere "Der Überlebende (Il Sopravvissuto)", terzo pezzo di questo "34,788%... Complete", capace di immergerci nelle atmosfere anguste e claustrofobiche pensate dal chitarrista Calvin Robertshaw. Dopo due colpi di tamburo ecco che la chitarra comincia il proprio riff estremamente decadente e che ricorda vagamente qualcosa di "The Angel And The Dark River", riff molto più incentrato sul doom rispetto all'intero album. La chitarra si evolverà costantemente mostrandoci prima possibile qualcosa di nuovo e ancor più angosciante, seppur non trasmetta quel senso di oscurità tratto distintivo del gruppo. Il brano è carico di energia, ed ecco che Stainthorpe comincia a cantare mettendo subito in chiaro, sin dal primo verso, chi egli sia seppur non lo dica esplicitamente. "Io sono vivo e sto sanguinando per tutti quanti": questa è la voce del salvatore del mondo, colui che si immola e muore per tutta l'umanità; non importa sapere chi o perché languisca, ciò che conta ora è solo che egli soffra e muoia, facendolo in favore tutti quanti gli uomini, compresi coloro intenzionati ad ucciderlo. Il riff ci dà l'illusione di esser tornato com'era in precedenza, all'inizio del brano, ma è solo un'illusione: si trascina mostrando lo stesso motivetto che s'incastra nella mente, ma sembra esserne una versione più evoluta e complessa. La preghiera di quest'uomo, nonostante egli stia morendo per il bene dell'umanità, sembra essere una richiesta di salvezza, d'esser tirati fuori da quel lurido fango, di esser resi salvi dalle fiamme, tornare a casa nel proprio mondo. Dopo la strofa la chitarra prende il controllo con il riff che esplode sempre più in un crescendo coinvolgente e malinconico. Un breve intermezzo della voce ci mostra come la fede sia certezza di vita, poi ecco che la chitarra continua a percorrere indisturbata la propria strada, semplice, ma d'impatto. Ecco che d'un tratto tutto decade e torna l'angosciante riff iniziale, proprio così come si presentava nell'intro del brano: tutta la musica ha intenzione di ripetersi uguale portandoci però il proseguo della storia e dei pensieri raccontarti. Ancora una volta a parlare è quest'uomo, che sempre più sembra somigliare a Gesù Cristo, sia vero uomo che vero dio, un dio sceso fra gl'uomini per esser come loro e poterli salvare tutti dalla condanna eterna che pesa sulle loro spalle. Egli dice di averli visti tutti (gli uomini), di esser stato come loro, anzi uno di loro. Tutti loro cadono e falliscono, e anche egli (proprio come loro) ha strisciato sulla terra come chiunque, arrivando a provar pena per sé stesso. La musica acquisisce nuova energia e il pensiero precedentemente esposto ora riceve la sua conclusione. Egli non più uomo, è vivo e vive. Essendo egli vivo, sacrificatosi per l'umanità, egli "...canterà per tutti quanti". La musica muta nuovamente e lentamente c'introduce ad un nuovo frangente, nel quale ascolteremo anche il sintetizzatore atto a creare l'atmosfera sempre più incalzante del brano, mentre le chitarre si daranno da fare per rendere il tutto sempre più innalzato. La strofa precedente, dove il salvatore si dichiarava vero uomo fra gli uomini, ora si ripropone ponendo il quesito che egli stesso sta ponendo (forse a se stesso): se lui stesso fosse stato solo un uomo, se li avesse visti tutti da semplice umano e se anch'egli alla fin fine avesse incontrato una sorte comune ("morto come noi siamo morti"). La musica riprende il totale controllo trasportandoci lentamente fra le ultime parole provenienti da quella voce dall'apparenza fragile di Aaron Stainthorpe: "Tu crederai in me|  perché delle volte noi non moriamo mai". Dopo questo finale alquanto velato dal mistero siamo portati via da oltre un minuto di musica che ci conduce lentamente, grazie a riff che si alternano continuamente, verso la fine di questo brano. Un pezzo il quale ci racconta dell'uomo sopravvissuto, che non conosce la morte o che forse la conosce come nessun'altro all'infuori di lui. La musica si spegne in un tetro silenzio e siamo lasciati soli.

Heroin Chic

Ritratto della società, tanto grottesco quanto orribile ed agghiacciante; questo vuol essere il brano "Heroin Chic", che spietato vuol disegnare con crudeltà e franchezza i pensieri di un uomo oramai perduto nei meandri orribili di una città moderna, città piena di male e origine di pensieri maligni. Il brano, dal punto di vista musicale, è il più semplice dell'intero album, ciò non significa che sia però il brano con meno da dire, anzi. La musica è strana e quasi indescrivibile: fra il fortissimo utilizzo di sintetizzatori, una chitarra quasi distante e distorsioni a voci ed altri suoni ecco che si viene a creare intorno a noi un'atmosfera che ha quasi un sapore elettronico. Tutto appare distante, soffuso, non reale. Tutto sembra essere un solo suono sempre più confuso, non abbiamo punti di riferimento, è tutto scaraventato in una quiete così profonda da creare angoscia per quanto questa stessa quiete sembri essere per niente lucida. Un delirio sofferente. Con la voce parlata e distorta di Aaron Stainthorpe ascoltiamo anche quella dolce e fuori luogo di Michelle Richfield, cantante nei Dominion la quale aveva già prestato la voce anche in "Eternity" degli Anathema. Tutto appare sempre meno reale. L'ugola stanca di Aaron si muove attraverso una melodia ipnotica, ecco che ora avremo una chitarra potente sullo sfondo confuso, ora invece solo il basso (qui davvero notevole) o magari il sintetizzatore a governare l'intero brano. Gli scambi di battute fra i due hanno un grande fascino creato dall'inespressività della voce di Aaron in contrasto con la voce quasi celestiale di Michelle. Una lunga pausa senza cantato ci permette di apprezzare il lavoro di basso e batteria, che qui arriva ad essere ossessivo. Nonostante la lunghezza del brano e la sua musica quasi minimale questo non annoia, ci imprigiona in un ambiente etereo e sofferente apprezzabile attraverso il testo: un testo lunghissimo dato dal continuo parlare dei protagonisti e che vuol mostrarci realtà preoccupanti esistenti nel nostro mondo, velando il tutto quasi come se a parlare fosse un uomo che tenta di spiegarsi e raccontare la sua storia nello squallido degrado, in continuo declino, della città. Il testo è da analizzare in parte, tutte le informazioni utili sono nascoste proprio in quell'inutilità raccontataci da quest'uomo. Egli sembra vivere una vita non sua e senza alcun senso di responsabilità; per questo si dà al vizio, ad una corsa frenetica verso tutti gli impulsi lanciatigli da quel mondo che lo circonda mentre egli, senza alcuna volontà e senza forza di agire nella propria vita, si "gode" tutto quanto. Sembra che a parlare sia un uomo sotto effetti di droghe (e la musica non farebbe che dimostrarlo nel suo essere quasi distaccata dal mondo), un uomo talmente schiavo di tutto quel che il degrado della sua stessa vita gli offre tanto da non pentirsi più per come la sua vita l'abbia sprecata. Ma c'è di più: a fare la sua stessa fine, a quanto pare, potrebbe esserci un'altra persona. Egli infatti, delirante com'è, sembra ci stia parlando di un omicidio commesso da lui stesso ai danni di una donna. Magari è proprio ciò che ha fatto sprofondare la sua vita in un circolo vizioso che non potrà che condurlo alla morte. Sicuramente questo è il testo meno poetico e più esplicito dei My Dying Bride fino ad ora, ma ha una grande forza comunicativa, seppur non sia chissà quanto evocativo. Il brano si chiude in maniera semplice, nella confusione precisa della musica.

Apocalypse Woman

"Apocalypse Woman (Donna dell'Apocalisse)" è un brano tanto ipnotico quanto malato alla base. La canzone si apre con un vero e proprio dominio assoluto del basso di Adrian "Ade" Jackson. Infatti l'intro del brano sarà controllata dal basso che ripeterà sempre lo stesso, frenetico riff fino alla nausea, catturandoci da subito e trasportandoci in un brano che vuol essere malsano. Dopo pochi secondi s'unisce anche la batteria e dopo un po' ecco la chitarra fare brevissime comparse, toni dolci e malinconici, così da dare una certa direzione al pezzo. La voce di Stainthorpe s'introduce silenziosa, quasi senza farsi notare: si amalgama talmente bene col tutto che sembra esser la più naturale evoluzione dell'intero ensemble. Le parole si susseguono lente e ed ammantate dal solito velo di mistero al quale di My Dying Bride ci hanno abituati. I pensieri di una mente perversa e repressa qui si liberano, mostrandoci un forte odio verso qualcuno. E' difficile riuscire a comprendere chi: sembra quasi si parli di dio, o di una donna, o forse d'entrambi o addirittura che si parli di noi stessi visti dall'esterno. "Io sono vittima della sua fede infinita | lui è un assassino". Alla fine della strofa la voce di Stainthorpe si fa acida e graffiante tutta t'un colpo, e una chitarra elettrica ci aggredisce con violenza. Il brano cambia direzione ed è ora governato da una chitarra intenta a continuare per la sua strada mantenendo ben saldo un riff energico ed assillate, dai toni che non sembrano avere la cupezza tipica dei My Dying Bride, ma si spostano invece verso sound più distorti ed eclettici. La musica sembra voler essere disturbante quanto più possibile e proprio quando ci riprendiamo dall'impatto col potente riff di chitarra ecco che tutto sembra tornare alla normalità: cala la quiete e la musica riprende com'era durante la prima strofa. Con la musica che procede guidata nuovamente dal basso, le parole di Stainthorpe, cantate perfettamente grazie alle doti di quest'ultimo, ci rivelano una nuova verità e ci danno la conferma che quel "lui" siamo proprio noi, schiavi di noi stessi, alienati dalla vita e costretti a guardarla dall'esterno impotenti, quasi come se questa vita non ci appartenesse. Lei ha paura e lo mostra, ma non è la vera vittima. La paura che questa donna mostra è fittizia, atta solo a far credere ch'ella sia spaventata, ma quando lui si avvicina lei lo sedurrà come fa sempre e tramite ciò non gli darà altro che dolore. "Sono un testimone senza speranza". Come già detto siamo noi quel lui, consapevoli della sofferenza che riceveremo, ma non possiamo reagire in alcun modo, non siamo realmente noi a vivere ciò, siamo stregati e procediamo per inerzia contro la nostra stessa volontà. Ciò non può che lentamente condurci ad un odio rabbioso e represso. "Lei sta arrivando", ecco che ancora una volta, dopo un rapido stacco della batteria, siamo rapiti da un riff più forte ed energetico costruito in un istante dalla chitarra. Stavolta però non siamo lasciati in balìa di essa, avremo invece la voce che, melodiosa e triste, ci guiderà nei meandri della propria mente e della propria vita. L'odio diviene sempre più potente e ci affligge con un'intensità crescente. Vediamo come una mente decada nella follia senza rendersene conto, riuscendo a ritenere logica tutta la pazzia che pensa. La vita non è mai stata bella, si è sempre trovato soltanto tradimento ed odio e tutto immotivatamente. Tutto immotivato poiché nulla ha un senso, neanche il bene che abbiam sempre cercato di mostrare che è vano proprio come gli dèi miseri e vani che ci han sempre comandato quel bene, nei quali abbiam sempre avuto fede. E' proprio per quella bontà quasi obbligata che ora la vita crolla a pezzi. Per la prima volta, quindi, sentiamo dentro di noi la voglia di liberarci da quest'afflizione. Se la causa è "lei" allora questa verrà con noi. La bontà va via, non è reale, non rimane che una forte volontà che ci deve far riscattare, non possiamo assolutamente lasciarci sopraffare, mai più. Come se il brano volesse evidenziare fin troppo la sua continua ripetitività, a voler sottolineare l'ossessione di questa mente ormai perduta, la musica torna ad essere ancora una volta quella iniziale dove, quando tutto sembra momentaneamente esser tornato ad una certa innocenza, ecco che "Lei prende anche questo" e ancora una volta si risveglia una rabbia celata. Torna una chitarra forte, riascoltiamo quel riff prepotente, con vaghe sfumature rock, e poi si ripresenta anche la voce di Stainthorpe a ricantare la penultima strofa con quella sua melodia ipnotica che ci lascia ricadere nuovamente nell'odio più profondo generatosi principalmente dall'odio verso la propria stessa vita. Se proviamo disgusto ed odio per la nostra vita, per come l'abbiam vissuta fin ora, per il modo in cui siamo stati spettatori inermi di essa, per tutte le crudeltà subite... allora proveremo disgusto ed odio per tutte le vite che ci circonderanno. La musica procede libera con un assolo di chitarra che sembra intrecciarsi alla perfezione col riff sullo sfondo e con la batteria, batteria che ad un certo punto prenderà il controllo guidando la musica da sola, col basso, come già accaduto Tutto torna di nuovo. Tutto si ripete. I pensieri son sempre gli stessi. Ma c'è una differenza: quei pensieri si son concretizzati e la nostra vita ormai è inesistente. "Ora sono un assassino e non ho fede": quel che volevamo (o non volevamo) è successo davvero e ora tutte le vite sembrano meno che insignificanti. Ma ora, almeno, siamo padroni della nostra vita, o così crediamo, crediamo di esserci riscattati. La chitarra riacquista energia per l'ultima volta conducendoci verso il finale che a quanto pare ci mostra un'ulteriore verità. Infatti si ripeterà ancora una volta il coro di questo brano: l'odio non è affatto finito e quello mostrato fino ad ora non era la nascita di un assassino. Quella donna non fingeva d'esser spaventata, aveva realmente paura. Noi non siam diventati assassini, tutto quel che è successo era solo una delle tante volte che l'abbiam fatto... oramai totalmente perduti nella nostra mente oppressa. Quindi, scoprendo questa natura maniacale e seriale, possiamo intuire che questa non sarà affatto l'ultima volta, ma ci basterà attendere che qualcuno venga a rubarci la vita, o almeno così crediamo, ed ecco che l'anima da uccisore risorgerà.

Base Level Erotica

Un basso distorto ci introduce a "Base Level Erotica". Dopo circa venti secondi che la musica procede su quella strada, al basso si aggiunge una chitarra silenziosa che tenta di aggiungere un velato senso di estraneazione: sembra quasi di osservare un bagliore lontano circondato dalle tenebre. La chitarra emerge, facendosi sentire di più; subentra la voce di Stainthorpe, con un tono per lui inusuale. Echi lontani dei Type O Negative si possono avvertire. Da subito capiamo che il contesto ha qualcosa di ambiguo, come effettivamente il titolo allude, qualcosa di velatamente erotico (almeno per ora, velatamente). Quando quella "cantilena" di Stainthorpe cessa il basso torna a farsi sentire come unico protagonista e ci introduce ad un'improvvisa esplosione dove delle chitarre incalzanti disegnano un riff energico: il riff muta e ancora una volta sembra di poter ascoltare influenze che rimandano ai Type O Negative. Dal primo verso di questa nuova strofa capiamo, anzi, abbiamo la conferma di quali siano le intenzioni di questo brano: "Toglile i vestiti." Questo brano vuole essere semplice trasporto erotico e proprio di questo trasporto incontrollabile e carico di passione si parla. Il riff è pesante, sostenuto dalle due chitarre: una portante e l'altra che sembra dar forma ad un delirio costante ed instabile. Avremo poi anche le tastiere che s'aggiungono al complesso aiutando nel creare quell'atmosfera estraniante proprio come quell'estraneazione inebriante che si tenta di descrivere nel testo. Purtroppo di quest'ultimo c'è ben poco da dire; si descrive quel particolare stato d'euforia durante il trasporto incondizionato dell'atto sessuale, amoroso o meno non interessa: qui non si parla d'amore, l'amore non è certo il pilastro sul quale far ruotare il senso del discorso. Di parla unicamente d'atti fisici e carnali, del piacere che questi ultimi comportano. Il riff, lento e cadenzato, continua a procedere con forza e ad ogni interruzione della voce fra le varie strofe la chitarra solista esaspererà quei suoi deliri con folli assoli dinamici ed imprevedibili. "Le giovani donne cadono e muoiono ai tuoi piedi"; dopo un intermezzo breve nel quale ci saranno delle incomprensibili voci in sottofondo ecco che la musica riparte e si arriva all'ultima strofa, ad ancora tre minuti dalla fine, che arriva anche a strappare un sorriso: "Lei lecca molto | E ingoierà tutto". Successivamente, ecco che capiamo quello che potrebbe essere il minimo significato alternativo di questo brano: "E tu supplichi per averne di più". Quel che ci è stato mostrato è pura ossessione di un uomo il quale non può viver tranquillo senza sedurre una donna e godere del suo corpo. Entrambi gli amanti vogliono arrivare al piacere puro e definitivo, raggiungendolo mediante un orgasmo travolgente. Le chitarre, alle quali si aggiungeranno poi anche le tastiere, ci conducono silenziosamente, e senza più parole proferite, verso il finale. Purtroppo questo "Base Level Erotica" si mostra alquanto banale, semplice fin troppo e con pochi reali spunti musicali in grado di stupirci. L'intenzione del gruppo di sperimentare qui sembra venire a mancare o comunque risulta mal riuscita.

Under Your Wings And Into Your Arms

Da tradizione i My Dying Bride hanno sempre rilasciato una letale bomba emotiva, capace di uccidere chiunque, nell'ultimo brano che risulta sempre avere una potenza espressiva insperata così da colpire duramente e rimanere impresso nella memoria. Qui, con "Under Your Wings And Into Your Arms (Sotto Le Tue Ali E Fra le tue Braccia)" si spezza questa tradizione essendo questo non il brano più romantico e sentimentale, ma invece quello forse più misterioso di tutti, tanto da sfiorare la soglia dell'inquietante. La chitarra comincia da subito con un riff dallo stile inusuale per la band (come molte cose in tutto quest'album), rapido e divertente da ascoltare, molto sull'onda dell'Heavy Metal di stampo un po' più classico. Dopo pochi secondi ecco emergere la seconda chitarra dal sound straniante per quanto in contrasto col resto della musica. Il riff continua a ripetersi uguale durante tutta la prima strofa nella quale la voce di Aaron Stainthorpe sembra confusa con la musica, priva di energia, ma carica di mistero. Il testo di questo brano infatti sembra cominciare per vie ambigue che lasciano incerti: "Ho bisogno di vedere un segno | mi porterai via?". Quel che ci viene mostrato sembra essere a metà fra un amore ed una fede, entrambi estremamente labili. Il riff continua il suo declino frenetico sembrando più instabile ogni secondo che passa accompagnato da una batteria martellante fino a che la musica riprende poi la propria normalità ed ecco che, musicalmente identica alla prima, siamo introdotti alla seconda strofa che continua ad esser ambigua, carica d'incertezza anche nel suo significato: per ora possiamo dire soltanto di star vivendo quasi un tormento interiore dovuto proprio all'incertezza. "Ho bisogno di lui per trovare la mia strada". La chitarra sembra esser rimasta incastrata sempre nello stesso riff che può diventare stancante da ascoltare, sembra abbia poco da trasmettere e che quindi si prolunghi per troppo. Un breve intermezzo dominato dall'ugola di Stainthorpe ci introduce in una nuova fase del brano dove la musica acquisisce un tono vagamente più cupo; nello sfondo riusciamo ad udire anche un sintetizzatore distante mentre la voce ci vuol mostrare la il ritratto di un disperato, un uomo che ha fallito l'unica cosa importante nella sua vita (e ciò non fa che ingrandire l'ambiguità suscitata dalle parole di Aaron). Il testo è sempre più criptico ed indecifrabile: "portateli a me | poiché so d'aver ragione | e li porterò tutti via | che non siano visti mai più". Queste ultime parole avvalorerebbero la tesi di quell'amore morboso ed irrazionale verso una fede che, nella mente, può porci al di sopra di chiunque così che la nostra ragione sia considerata (da noi stessi) l'unica sola e vera, tanto da donarci la superbia di poter comandare sul mondo. I sintetizzatori si odono sempre più forti e con la chitarra che acquisisce un tono più oscuro realizziamo di esser "Febbricitanti, diabolici, irrilevanti" e proprio in virtù di ciò, di queste cose che forse virtù non sono, noi decidiamo di voler comandare sulla vita altrui, vendicativi o magnanimi, sarà sempre giusto. Riascoltiamo il riff iniziale e la chitarra torna ad accompagnarci come prima: stavolta risulta più piacevole, come l'aver ritrovato un punto di riferimento nel delirio che ci ha assaliti fin ora. L'ossessione continua ad accompagnarci e la natura di tale ossessione sembra spostare il proprio centro d'attenzione su noi stessi: "Esser lì ora | Mi sento ora | Tutto il mio mondo". Le asce, intrecciandosi col loro semplice riff, ci conducono alla fine del brano che giunge repentina. E così, in una bizzarra confusione, si conclude l'album in questione.

Conclusioni

Ad oggi, parlare bene di questo "34,788%... Complete" è paragonabile ad un atto suicida. Ci son schiere e schiere di persone che credono fermamente di trovarsi dinnanzi ad un album orribile senza possibilità di recupero, che i My Dying Bride non avrebbero dovuto sperimentare in campi del genere poiché a conti fatti dimostrarono non saperlo fare... o magari, in maniera più delicata (si fa per dire) si può pensare che questo disco sia solo un esperimento fallito, dimenticabile: meglio andare avanti. D'altra parte, vediamo però che vi son comunque schiere e schiere di persone tutt'oggi intenzionate a difendere a spada tratta il platter appena analizzato, sostenendo quanto quest'album sia perfetto, per qualcuno addirittura il disco migliore dei My Dying Bride; e che gli altri, quelli che non l'hanno apprezzato, non abbiano capito il significato intrinseco del lavoro generale, essendo troppo stupidi per comprendere appieno questo "34,788%... Complete". Diciamo che come sempre la verità la si può trovare nel mezzo, con qualcosa presa in considerazione da una parte e qualcosa dall'altra. Cominciamo col dire che di certo (da quel momento in avanti) i My Dying Bride non sarebbero più stati lo stesso gruppo conosciuto dai fan, questo è un dato di fatto pressoché inattaccabile. Questo disco, come già detto nell'introduzione alla recensione, sembra funga quasi da Anno Zero per la band; una specie di nuovo inizio, cosicché chiunque fosse rimasto scontento si allontanò... anche se tanti altri rimasero, affascinati e conquistati da questo nuovo modo di porsi. Non c'è che dire: questa dei My Dying Bride è stata sicuramente una mossa molto coraggiosa. Ad ogni tentativo di sperimentazione si rischia sempre di perdere del pubblico, situazione di certo non sconosciuta ai cinque britannici, visto che in passato era (eccome!) già capitato ai Nostri di sentirsi messi profondamente in discussione, essendo questo un gruppo molto dinamico e mai statico. Eppure, tutto suonò diverso in questo caso. Uno stravolgimento simile, che portò la band così tanto lontano dal suo naturale selciato, sembrò quasi spaventare il pubblico piuttosto che sdegnarlo e basta. Molti si allontanarono, non nutrendo più speranza in nessuno dei nostri musicisti. Di contro, l'osanna di uno zoccolo duro, entusiasmato da questo radicale capovolgimento di prospettiva. Lo ripeto e lo ripeterò sempre, la verità si trova nel mezzo di tutte quelle voci unite in un coro disordinato e troppo stonato, alle volte. Tentando di far ordine: l'album adotta uno stile più semplice che porta la band a suonar cose prima addirittura considerabili come impossibili; ciò comporta però il rischio che la musica divenga in se troppo semplice, scontata se non addirittura banale o piatta; ed in effetti, in qualche occasione ciò succede davvero. E' anche vero, però, che questa è stata in effetti la prima sperimentazione su questa strada dei My Dying Bride e proprio in virtù di ciò, magari qualche ingenuità la si può anche perdonare. Senza dimenticarsi del fatto che le sperimentazioni d'ogni sorta vanno comprese per bene ed accettate per quel che sono, pensando che possano poi mutarsi in un'evoluzione molto interessante della musica espressa; e quindi, decisamente, non le si può odiare per partito preso. Qualcuno potrebbe obiettare, dicendo che i radicali cambiamenti di stile andrebbero studiati per bene e non applicati di punto in bianco, alla rinfusa. Obiezione che si potrebbe anche accogliere, dopo tutto. Ma alla fine, "34,788%... Complete" è un bel disco? Assolutamente sì, ciò è innegabile. I My Dying Bride sanno come far bella musica, anche se diversa dai contenuti presentati un album prima. Probabilmente questo disco non raggiunge i livelli altissimi dei predecessori, ma sicuramente può assurgere al ruolo di tappa obbligatoria, un platter di gran qualità che ogni fan della band dovrebbe conoscere a memoria anche solo per l'importanza  storica ch'esso ha esercitato nell'evoluzione della band. Un disco che non merita tutto l'odio ricevuto e che ancora oggi andrebbe riscoperto.

1) The Whore, The Cook And The Mother
2) The Stance Of Evander Sinque
3) Der Überlebende
4) Heroin Chic
5) Apocalypse Woman
6) Base Level Erotica
7) Under Your Wings And Into Your Arms
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