MOTÖRHEAD

'The Golden Years' Live EP

1980 - Bronze Records

A CURA DI
MARCO TRIPODI
08/09/2017
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

Quando ci rivolgiamo ai Motörhead pensando alla formazione che ha dato vita ai primi grandi capolavori della band, per intenderci, a quel trio selvaggio e rumoroso che ha dato alla luce Overkill, Bomber, Ace of Spades o Iron Fist, giusto per buttare sulla pagina qualche nome, si è solito parlare di "formazione classica", o di "prima era"; assai più raramente ci si rivolge a quel periodo con la formula "anni d'oro" (e francamente chi scrive crede anche che sia giusto non utilizzare tale termini: gli anni di Orgasmatron, di Rock n Roll o di 1916 sono forse da deprezzare?). Eppure, forse senza sapere quanto profondo sarebbe stato il senso assunto negli anni da tale definizione, all'indomani dell'uscita di Bomber, quella formazione di belve scatenate del rock n roll fece uscire a giugno del 1980 un EP di appena un quarto d'ora (scarso: 14.34 min) intitolato per l'appunto 'The Golden Years' Live EP. È senz'altro un fortuito gioco del destino che un titolo così significativo apra per la band di Lemmy l'anno in cui avrebbe successivamente pubblicato (oltre ad un secondo EP dal titolo Beer drinkers and Hell raisers) il disco di maggior successo dei Motörhead: in un certo senso, guardando con gli occhi dei posteri al periodo che va dal 1977 al 1980 possiamo dire che, pur con tutta l'inconsapevolezza del caso, quelli furono davvero "anni d'oro" per lo Snaggletooth. Non è solo la Storia a confermarlo, ma guardando indietro lo stesso Lemmy, parlando di questo EP (abbastanza sconosciuto per la verità) avrebbe avuto modo di raccontare nella sua biografia: "Scherzando dissi all'etichetta di pubblicarlo col titolo The Golden Years - alla fine quelli furono davvero i nostri anni d'oro (in qualche modo lo sapevo, probabilmente)." Il capolavoro dell'Asso di Picche non ha ancora visto la luce, al momento a cui Lemmy si riferisce parlando di questo EP, ma parliamo comunque di un periodo capace di far affiorare brividi di piacere e sicura pelle d'oca ad ogni fan dei Motörhead: siamo nello storico tour inglese che vide formarsi l'accoppiata (destinata a divenire storica) di Motörhead e Saxon, immortalati nella cornice del Lochem Pop Festival. I primi già affermati ed apprezzati, i secondi ancora in rampa di lancio. Era il 1980, la band di Biff Byford aveva da poco esordito ufficialmente rilasciando sul mercato l'(ancora acerbo) omonimo debutto. Curiosità massima, il licenziamento di "The Golden Years..." avvenne esattamente tre giorni dopo la presentazione di quello che sarebbe stato il primo, vero grande successo dei guerrieri sassoni: "Wheels of Steel", un platter che sarebbe scontato (nonché quasi eufemistico) definire una delle colonne portanti dell'intero movimento N.W.O.B.H.M. L'EP live è infatti datato 08/05, mentre "Wheels..." 05/05. Incredibile come il caso, alcune volte, decida di inserirsi prepotentemente nelle vicissitudini delle varie band, rendendo il tutto particolare ma soprattutto imprevedibile. Per "Ace of Spades" avremmo dovuto aspettare il Novembre dello stesso anno; dunque, i due gruppi decisero di unire le proprie forse proprio nell'anno delle definitive e rispettive consacrazioni, andando a celebrare il loro status di superpotenze Metal praticamente assieme. Da una parte, carte da gioco e whisky... dall'altra, aquile ed aerei persi nella notte. "Ace Of Spades" e "747 (Strangers in the Night)" avrebbero scritto - ognuna nel suo ambito - una pagina indelebile della storia del Metal, dando vita ad una sinergia che di fatto portò i due gruppi a sostenersi a vicenda, instaurando un sodalizio ed un'amicizia inscalfibili, ancor'oggi duraturi e rimasti bene impressi nella mente di qualsiasi fan in qualsiasi angolo del pianeta. Tour, date, concerti condivisi: in quegli anni si era ancora all'inizio. Le prime scorribande, i primi kilometri macinati assieme, fra una birra ed un'altra. Un tour che segnò il successo definitivo sia dello Snaggletooth che dell'Aquila. È durante tali spostamenti, dunque, che la Bronze Records, la stessa etichetta per la quale era appena uscito Bomber, pubblicò questo EP di quattro tracce, le quali - a detta di Lemmy - furono "registrate dal vivo una volta in cui stavamo cazzeggiando". Beh, che dire? cazzeggiarono piuttosto bene! Un clima di spensieratezza ed immediatezza che di fatto pervade l'intero lavoro, grezzo e diretto come solo i Nostri sapevano essere, in quegli anni. Un piccolo antipasto che avrebbe anticipato il successo del primo vero live della storia dei Motörhead, quel "No Sleep 'til Hammersmith" entrato prepotentemente nella leggenda. Un piccolo assaggio che, comunque, non si pone certo abissi sotto l'illustre predecessore... quantomeno a giudicare dalle urla di incitamento della folla che aprono il disco: la puntina ha iniziato a premere sul disco che scorre, lasciamo quindi la parola ai Motörhead!

Leaving Here (Eddie Holland cover)

Come già annunciato, è il ruggito della folla che si alza ed emerge da sotto il palco ad aprire le danze, quando i primi fischi dalle casse annunciano l'inizio dello show. E così, rapida e graffiante come nello stile più schietto e noto dei Motörhead, parte "Leaving Here (Andando via)" (cover di Eddie Holland del 1963), già presentata dalla band in questa nuova veste punk e stradaiola nel 1977, accompagnata dalla traccia "White Line Fever". La registrazione, ed è questa un'osservazione che si estende a tutto l'EP, non solo a questa canzone, non è certo delle migliori, come avrebbe notato lo stesso Lemmy: "Le canzoni erano registrate piuttosto male, ma il disco entrò in classifica" (per la precisione raggiungendo l'ottavo posto delle classifiche inglesi). L'intero disco dunque non può che risultare ancor più grezzo e ruvido di quanto già non suonassero Lemmy e soci, ma va d'altronde ricordato che anche la registrazione della Stiff Records (quella che presento i Motörhead al mondo con la pubblicazione di questo primo singolo) è piuttosto sporca, seminale nella sua essenza, ma decisamente poco curata. Quello che invece rende particolare questa versione della cover di Holland, diversa da quella già nota e che sarebbe poi stata ripresentata agli ascoltatori della raccolta No Remorse, è la velocità con cui questa canzone viene eseguita: il brano incalza più rapido, più sostenuto, tanto da far quasi perdere di vista quella struttura caratterizzata dallo stop 'n' go in cui musica e testo si rincorrevano e si alternavano. Ora il classico di Eddie Holland (che già gli Who avevano riproposto nel 1965) assume una veste ancor più aggressiva e scatenata rispetto non solo alla versione originale, nella quale la voce calda e profonda dell'artista di Detroit si accompagna alle note degli ottoni che scandiscono gli intervalli dei suoi versi, ma anche rispetto alla versione già incisa tre anni prima dagli stessi Motörhead, i quali la riarrangiarono in una veste tutta nuova, che guardava forse più al punk che a quell'heavy-metal ancora acerbo che andava formandosi. Stavolta l'esecuzione è condotta dalle esigenze del live, e sappiamo quanto i Motörhead fossero soliti premere l'acceleratore in tali circostanze, così già dalla seconda strofa, pur senza che il brano venga stravolto, sentiamo i colpi di Taylor martellare con più decisione le pelli, in particolare su quelle pause in cui la conduzione del brano dovrebbe essere lasciata alla voce (che spesso in questa canzone tende a risultare un po' più "distante" di quanto dovrebbe rispetto agli strumenti): le corde sono costrette a vibrare incidendo più rapide sulle parole di Lemmy, strofa dopo strofa, arrivando a quei ritornelli in cui i ruggiti di mr. Kilmister intonano le frase su un tempo che risulta addirittura raddoppiato. Ho già avuto modo di affrontare questa canzone nel corso della recensione a No Remorse, notando come non solo la musica potesse aver colpito e convinto la band appena formatasi, tanto da indurli a realizzarne una cover come loro primo singolo, ma quanto potesse aver influito in particolare il testo. Anche quei giovani musicisti alle loro prime esperienze in uno studio di registrazione sentivano la città troppo piccola per loro, anche loro come Holland sognavano di lasciare le solite strade per partire alla conquista di un mondo nuovo e di nuove ragazze da scoprire. Anche Lemmy, insieme a Taylor e Clarke, ancora inconsapevoli di essere quella che noi avremmo chiamato "la formazione storica" cantavano con gioia, sognando un futuro fatto di musica e fama: "Me ne sto andando, me ne vado da qui?". Ora invece, al momento in cui questa versione viene registrata, quei tre ragazzi, ad appena tre anni di distanza, si ritrovano in Inghilterra dopo aver portato la loro rabbia sui palchi di mezzo mondo: Overkill e Bomber li avevano condotti sulla via del successo, e i loro tour, incluso quello durante il quale venne registrato l'EP che abbiamo ora tra le mani, continuavano a descrivere alla perfezione quelle aspirazioni e quei desideri di cui avevano già cantato, e se in passato quei versi suonavano come un proposito pieno di speranze e di promesse per il futuro, oggi, o meglio nel 1980, in pieno tour, risultano ironiche quanto veritiere quelle parole: "Me ne sto andando, me ne vado da qui?". Pronti a partire, pronti a volar giù dal palco per correre su un altro e fare lo stesso casino, con questa versione di Leaving Here i Motörhead sembrano dire: "Abbiamo mantenuto la promessa!"

Stone Dead Forever

La canzone che segue, "Stone Dead Forever" è tratta proprio da Bomber, l'album per cui la band si trova in tour promozionale al momento di questa registrazione, e parliamo di uno dei brani più celebri e fortunati della track-list offerta dal Bombardiere. Così come avveniva sul disco, ora il produttore di turno viene messo alla berlina dal palco incandescente dei Motörhead: è questo infatti il tema su cui gira e si concentra la canzone; una lite e un rapporto finito bruscamente, non con l'ennesima fiamma o la conquista di una sera, ma con quella figura che nella seconda strofa è ritratta a tinte tanto chiare quanto spietate da Lemmy: Sei un mago della finanza / Un grande imprenditore / una lucertola da privè? Anche questo brano assume però un aspetto tutto nuovo in questo EP: sul disco che offrì questa pietra miliare della storia dei Motörhead, questa si presenta con un approccio insolitamente e piacevolmente "teatrale": dopo il giro iniziale del basso distorto del nostro Lemmy, batteria e chitarra si fanno avanti lenti e maestosi con una serie di lunghi accorti e brevi tocchi di rullante che si concludono sui piatti prima di inoltrarci nella strofa. Naturalmente la struttura si mantiene intatta in questa interpretazione, ma la "sontuosità" con cui gli accordi erano lasciati cadere dalla chitarra di Clarke questa volta è assai meno palpabile: i suoni questa volta mescolano la voce degli strumenti con quella della folla, e le pennate di Clarke (che suonano più "distanti" al microfono rispetto al giro di basso) assumono un aspetto decisamente meno pomposo, conferendo a tutto il brano un andamento più omogeneo, dettato più dalla voglia di correre e colpire gli spettatori con un energico muro di suono, piuttosto che di stupirlo con cambi strutturali o introduzioni più elaborate. E infatti così scorre il brano: impeccabilmente Taylor segna il battito di uno dei momenti più preziosi di questo EP, regalandoci una versione live di un brano destinato a diventare un classico, ma che, ed è questo un punto piuttosto curioso, non è stato incluso in quel disco live leggendario che è No Sleep 'Til Hammersmith (che sarebbe stato dato alle stampe solo un anno dopo). Come accennato, qui la registrazione ha posto il povero Clarke in una postazione forse più marginale di quanto non meritasse, ponendo invece il basso in primissimo piano, facendoci sentire la linea martellata dalle pennate di Lemmy sotto la sua voce in maniera chiara e distinta in ogni sua nota, lasciando però un minor risalto alle tre note con cui chitarra e piatti chiudono ogni verso della strofa, prima di arrivare all'arcinoto: Stone, dead? Foerever! Proprio queste tre note sono interessanti in tale versione, poiché dopo l'ultimo ritornello, quando il disco ci aveva abituati a lasciarci condurre dall'assolo di "Fast" Eddie alla fine della canzone, in uno sfumato che ci portava al silenzio e poi alla canzone successiva, qui sentiamo il primo assolo di Eddie introdotto una prima volta da una linea di basso più lunga e marcata (prima dell'ultima strofa) per poi ripetere questa struttura: il basso si concede uno spazio quasi solista, componendo la linea (più breve nella conclusione) sulla quale la chitarra si prepara a sciorinare un assolo dei più apprezzabili di questo EP, ma il live non concede sfumati. Questa volta lasciamo che Eddie Clarke concluda il suo assolo, finché questo inossidabile trio ci porta ad una chiusura quasi brusca, segnata da quelle tre note che concludevano i versi della strofa toccate ora in maniera più lenta e pesante, cadenzata e ripetuta, fino a concludersi in un lungo accordo su cui vibrano i piatti di "Philty Animal", ed il suono delle corde e della distorsione viene sostituito ancora una volta dalla folla, che acclama i propri idoli intonando il loro nome: MO-TöR-HEAD!

Dead Man Tell no Tales

Sempre da Bomber è tratta la terza canzone di questo EP, "Dead Man Tell no Tales (Un morto non mente)" ed è probabilmente la canzone più complessa di quelle scelte per questa mini-raccolta. Abituati come siamo a pensare ai Motörhead ed al loro carismatico frontman come ad un simbolo di eccessi e sregolatezze, che hanno condotto una vita trascorsa sul palcoscenico e condita con alcol e droghe, può stupire pensare che questa sia una delle prime canzoni composte da Lemmy contro l'eroina. Ho già avuto modo di parlare nelle precedenti recensioni dedicate alla band dello Snaggletooth di quanto e quale peso le droghe degli anni '70 abbiano avuto sui trascorsi della band, e di come queste sostanze fossero vissute e viste dalla comunità hippy inglese in questo periodo, ed è in tale contesto che ho già avuto modo di precisare come il mondo, ingenuo ed incosciente, degli acidi e dell'anfetamina, fosse stato disintegrato dall'avvento dell'eroina, la prima droga pesante a portata della comunità che portò davvero alla morte centinaia di giovani. Sono noti i duri attacchi di Lemmy all'eroina, definita come una vera spargitrice di morte o, per usare le sue parole "la droga più vile che ci sia al mondo". Dopo aver visto amici, colleghi e conoscenti perdersi nella dipendenza dall'eroina, per tutta la vita Lemmy ne denunciò gli effetti disastrosi e le tremende conseguenze, prova ne è una lettera recentemente pubblicata ma scritta ed inviata dallo stesso Lemmy alla giornalista Pippa Lang circa vent'anni fa, nella quale si complimenta per una sua indagine circa gli effetti dell'eroina, precisando: "Sono oltre 20 anni che ripeto la stessa cosa, ma loro credono di saperla lunga, e sbuffano, se ne fregano, lo fanno sempre durante il weekend e ti guardano sempre con quei loro stupidi occhi a punta e il loro sorriso affettato. E alla fine muoiono sempre in una piscina piena del loro stesso sangue con emboli dietro le loro ginocchia e alla fine ti impietosiscono sempre" e poi "Perchè dovrebbe essere romantico trasformarsi in una piagnucolante testa di merda con buchi lungo tutto il vostro corpo, sporchi, con una siringa vecchia di tre settimane e i denti che cadono?" È tristemente ironico che questa canzone sia stata prodotta proprio da Jimmy Miller, leggendario produttore inglese che ha legato il suo nome a quello di importanti band come in particolare i Rolling Stones, ma anche le Plasmatics, i Traffic o proprio i Motörhead, per i quali produsse Overkill e Bomber: dico "tristemente ironico" perché proprio le droghe rovinarono e condussero alla morte l'importante discografico, compianto da Lemmy e ricordato come un ottima persona, ma che al tempo di Bomber "era andato completamente fuori di testa e cominciava davvero ad esagerare". Non si stenta a crederlo, anche senza leggere gli aneddoti che Lemmy riporta a riguardo nella sua biografia, considerando che la fortunata ed importante collaborazione con i Rolling Stones (durata dal 1968 al 1973, producendo cinque dei migliori dischi che la band abbia mai realizzato) terminò quando Mick Jagger e Keith Richards ritennero che Miller facesse un uso esagerato di droghe ed alcol per poter continuare a lavorare con loro. Sì, avete letto bene: era troppo anche per Mick Jagger e Keith Richards? Tuttavia, per tornare a parlare di questo brano, e ricollegarci a quanto detto finora, Lemmy precisa sibillinamente: "La canzone però parlava di qualcun altro, non di Jimmy." Non dice altro; ma non è difficile immaginare che Lemmy si riferisca alla giovanissima Sue Bennett, il grande amore della vita di Ian Killminster alla quale lo stesso dedicò la propria biografia, definendola come quella "che avrebbe potuto essere quella giusta". Susan Bennett fu portata via dall'eroina all'età di diciannove anni. "Andò in bagno e chiuse la porta. Si iniettò quella merda, si fece un bagno e svenne, annegando nella vasca". Eppure, questa canzone non è una lenta ballad che omaggia la memoria di un amore perduto in circostanze tanto tragiche: è un classico pezzo dei Motörhead, energico, chiassoso e grintoso, che non si sofferma a compiangere i caduti ma che invece si rivolge a chi ancora può liberarsi dalla condanna inflitta dall'ero. This is it! intona Lemmy deciso dopo che gli accordi introduttivi si sono fatti largo tra le urla della folla, e subito siamo trascinati nel ritmo vorticoso della canzone, il cui procedere è spezzato dall'assolo di Clarke, il quale in questa registrazione spicca quasi improvvisamente, slegandosi dal corpus della canzone, per poi riaffondare subito nel brano. Forse è questo il momento in cui si percepisce maggiormente la pecca di una registrazione live alquanto grezza (ma è d'altronde anche il bello ed il senso di un live così datato). È nella seconda strofa che il testo rivela più apertamente il concetto su cui si concentra; la dura condanna all'eroina si fonde e si mescola con l'incoraggiamento a chi può ancora posare la siringa: Farsi in continuazione, / Un po' di coraggio è tutto ciò che ti manca, / Sei lontano dall'uscirne, / Ci sei già caduto altre volte, / Ma non mi interessa il paradiso, / E questa certo non è una bugia, / Alla fine dei conti, / I morti non parlano. E sono anche le parole, monito e macabra constatazione, che scorta alla fine la canzone fino alla sua chiusura, ripetute fino a sovrapporsi, rallentando, sull'ultimo accordo: Tell no tales?

Too Late Too Late

In questa breve escursione della carriera recentemente avviata dei Motörhead pesava finora una grande assenza, quella di Overkill, la quale viene colmata sul finale con questa canzone, "Too Late Too Late (Troppo tardi, troppo tardi)" tratta però non dal primo disco del 1979, bensì dal singolo omonimo del 1978. Too Late Too Late ha un inizio inaspettato, quasi improvviso: Dead Men Tell No Tales è appena terminata, e questa volta non è concesso spazio alle voci del pubblico, ma subito la canzone successiva comincia, con la batteria incalzante e le pennate che subito ci trascinano verso quest'ultimo pezzo dell'EP. Anche questa volta si tratta di un classico della band (non solo per gli ascoltatori contemporanei ma anche per noi che ascoltiamo Overkill a quasi quarant'anni di distanza) ma che sarebbe stato escluso anch'esso più tardi dal live per antonomasia dei Motörhead, No Sleep. La cosa non stupisce poi più di tanto se consideriamo che questa canzone non trovò spazio addirittura neanche nel disco Overkill, rimanendo relegata in un primo momento al b-side del singolo. Tuttavia -lungimiranza futura e tempo galantuomo!- questa sarebbe stata poi inserita nelle future ristampe come bonus track proprio di No Sleep 'Til Hammersmith, con una registrazione realizzata a Newcastle il 30 aprile del 1981 (uno dei tre concerti dai quali vennero attinte le registrazioni dei brani che compongono il disco). Il fatto però che questa canzone fosse già stata ripresa e riofferta al pubblico in questo EP lascia di per sé trasparire un'importante rivalutazione da parte della band che pur non inserendo Too Late Too Late nella track-list di Overkill non mancava di eseguirla dal vivo (e non sporadicamente). Effettivamente è un inserimento azzeccato: non solo "riempie" il vuoto del secondo disco non ancora citato in questa raccolta, ma offre anche con il suo testo uno degli argomenti e dei temi più iconici e tradizionali della band, non ancora toccato dalla selezione dell'EP: il rapporto con il gentil sesso. Il brano scorre, con la voce rauca di Lemmy che insegue la chitarra, e la velocità viene ancora una volta accelerata (ma non tanto come nella versione del 1981), ed il racconto della storia finita torna a ripetersi: come sulle montagne russe le pennate descrivono un giro che di volta in volta si solleva per poi riaffondare in una nota sostenuta, mentre Lemmy ritrae l'affresco impietoso di una ragazza con cui ha vissuto una storia ormai volta al termine, con la quale non ha più nulla da spartire se non rancore e ricordi spiacevoli. Nulla di nuovo, storia già vista e già vissuta dal nostro istrionico cantante, che affronta una nuova delusione con grinta e determinazione; la pecca di questa esecuzione, a mio dire, purtroppo sta nel fatto che proprio questa canzone non si presti ai tempi accelerati a cui il trio inglese la tira in questa occasione. Le velocità accresciute e trascinate sono sempre state una peculiarità delle esibizioni live dei Motörhead, almeno quanto i volumi alti ed il microfono di Lemmy sollevato sopra il mento, ma questo particolare brano, dall'impronta decisamente più hard rock che punk (come è invece per altri esempi della band) è caratterizzato proprio dai cambi tra strofa e ritornello, dove la dinamica più movimentata ma regolare della strofa va scemando, per aprirsi in ampi accordi su cui si stendono i versi del ritornello: Bella mossa / Che cos'ho da perdere? / Punto morto / Troppo tardi, troppo tardi. E in effetti, anche l'impressione che abbiamo è proprio che ormai si sia fatto tardi, perché prima che l'ascoltatore se ne renda conto, siamo giunti alla conclusione del brano, quasi come se gli stessi avessero fretta di arrivare a questo punto, e con questo si conclude anche l'EP: la nota si prolunga con i tocchi dei piatti di Taylor, la folla esulta, e tutto sfuma nel silenzio. E così, termina The Golden Years.

Conclusioni

Valutare un disco simile non è semplice: da una parte la brevità del disco, che racchiude alcune registrazioni live tutt'altro che inedite, ci può indurre a guardare con sospetto l'EP, tanto più che si inquadra in un periodo in cui la carriera di Lemmy e soci è piena di pubblicazioni (due album solo nel 1979, un disco importante come Ace of Spades nel 1980, anticipato nello stesso anno da ben due EP?), ed anch'io che scrivo, animato da un amore viscerale per l'opera dello Snaggletooth, confesso di aver affrontato inizialmente questo disco con una certa diffidenza. Quale può essere il peso di questo EP, se non quello dettato dal puro collezionismo, nell'economia di una carriera come quella dei Motörhead, specie in un periodo costellato da titoli dall'importanza proverbiale? La risposta potrebbe sembrare scontata: un'importanza più che marginale, quasi nulla; un riempitivo non necessario tra pietre miliari dell'heavy metal come Bomber ed Ace of Spades, ed anche posto a confronto con il suo raffronto più immediato, No Sleep 'Til Hammersmith, questo EP risulta ancor più marginale. Titolo da collezionisti insomma, e con questo giudizio si sarebbe potuto tranquillamente riporre il disco sullo scaffale. Eppure, mi sono dovuto ricredere: proprio confrontato con No Sleep 'Til Hammersmith, possiamo vedere quanto abbiamo già notato nel corso di questa recensione, vale a dire che i brani qui contenuti non compaiono nel disco live del 1981, e certamente la cosa non è casuale. Non stupisce che Lemmy e soci abbiano selezionato i titoli guardando alla breve track-list di The Golden Years escludendo quei titoli già offerti agli ascoltatori di appena un anno prima, ma soprattutto questa combinazione ci aiuta ad inquadrare l'EP in un'ottica più ampia. Ho già recensito No Sleep 'Til Hammersmith, e adesso suggerisco di riascoltare quel disco live (incomparabilmente più noto e importante) per poi affrontare The Golden Years, a dispetto della cronologia. Infatti questi due dischi offrono insieme una visione più larga e in un certo senso completa dell'esperienza live dei Motörhead a cavallo tra l'80 e l'81, alle prese con i loro classici del '79. Date diverse, luoghi diversi, dischi diversi, ma la grinta, l'energia e la forza d'impatto di quella macchina da guerra che sono stati i Motörhead restano intatti, ed insieme riprendono tutti i classici immortali composti dalla band nel corso di questi due anni. E in quest'ottica, The Golden Years assume un fascino tutto nuovo e inaspettato. Basta dunque inquadrarlo in quest'ottica, per non cadere nella facile trappola della sottovalutazione aprioristica. Aprire semplicemente una porta in più e giudicare il lavoro nella sua evidente complessità di fondo, andando a ben incastonarlo in un mosaico nel quale - e siamo d'accordo - questo EP non sarà mai una tessera fondamentale quanto lo potrebbe essere (nome a caso) Overkill. Tuttavia, rappresenta comunque un capitolo affascinante e particolarissimo, che merita di essere riscoperto soprattutto dai fan più accaniti, coloro i quali sono davvero e sinceramente intenzionati a comprendere in toto il capolavoro innalzato da questi tre ragazzacci e da Ian Kilmister in special modo. Sarebbe quindi un peccato (seppur non certo mortale) farsi scappare questa tessera. Un mosaico è bello proprio per la sua compatezza e completezza, anche la mancanza di una tessera o di una sfumatura potrebbe in qualche modo farlo apparire lievissimamente diverso da come sarebbe. Non dico danneggiarlo, assolutamente no. Semmai, la presenza di questo EP non fa altro che arricchire un discorso già di per sé ricco, il quale vede in quest'aggiunta un valore in più, che di certo non è da scansarsi o da tralasciare. Pur sempre parliamo di valori aggiunti... chi soffrirebbe mai la ricchezza, a riceverla? Non importa quanto piccola possa essere, l'accettiamo sempre e più che volentieri. Dunque, è un EP che consiglierei a chi non conosce i Motörhead? No, non è certo il disco più adatto a presentare la grandezza di Lemmy e del granitico trio della formazione classica; è invece un ascolto breve ma intenso e piacevole (non certo fondamentale ma senz'altro interessante) che consiglio a chi già ama lo Snaggletooth e il suo ruggito. Ne vale la pena!

1) Leaving Here (Eddie Holland cover)
2) Stone Dead Forever
3) Dead Man Tell no Tales
4) Too Late Too Late
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