MOTÖRHEAD

Overkill

1979 - Bronze Records

A CURA DI
ALESSANDRO PARMEGGIANI
29/10/2015
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione Recensione

Era il lontano 1979, anno importantissimo per la musica rock-heavy, periodo in cui vedevano la luce album storici come "Lovedrive" degli Scorpions, "Killing Machine / Hell Bent For Leather" dei Judas Priest"Highway To Hell" degli AC/DC e l'oggetto di questo articolo, "Overkill" dei Motorhead. E' impressionante il fermento che c'era nella scena musicale in quegli anni, scena in cui la voglia di sperimentare, fare qualcosa di nuovo era all'ordine del giorno; andiamo dunque a parlare proprio dei Motorhead, che pubblicarono proprio in quell'anno il primo di una serie di successi a livello mondiale, "primo" della serie ma in scaletta il loro secondo album, il sopracitato "Overkill". Infatti, il periodo compreso tra il 1979 al 1982 è considerato all'unanimità come il vero e proprio periodo d'oro della formazione Inglese, che pubblicò album ormai divenuti classici eterni come "Bomber", l'iconico "Ace of Spades", il leggendario live "No Sleep 'Til Hammersmith" ed il potente "Iron Fist",  influenzando non solo la scena rock ma anche quella Metal, composta in quegli anni da tutte le band che seguiranno (i Metallica, ammiratori della band di Lemmy rei confessi, ne sono uno degli esempi più fulgidi). Dopo un buon  debutto con "Motorhead", targato 1977 e un discreto successo, la band decide di battere il ferro finché è caldo, suonando il più possibile live per meglio poter esprimere la potenza della propria musica, creata proprio per la dimensione del palcoscenico. Nel corso del tour il trio ha addirittura la possibilità di partecipare per la prima volta a "Top of the Pops", programma televisivo dove partecipavano band che avevano visto un loro singolo entrare nella cosiddetta Top 30, anche se il gruppo di Lemmy era ben lontano da quella classifica, complice anche l'essersi formato da non moltissimo. La dimensione non era esattamente quella che si addiceva ad uno speed trio dedito alla vita da bikers ed alle scazzottate, ma grazie ad un amico, un certo Roger Bolton che lavorava per la BBC, i Nostri riuscirono a prendere parte dalle registrazioni (tra l'altro per ben 5 volte nel corso degli anni, ma questa, come si suol dire, è un'altra storia). Il programma in questione, come racconta Lemmy nella sua biografia, era terribile: infatti, i gruppi selezionati erano band "di classifica", nel senso che nessuno di occupava di valutarne oggettivamente la qualità artistica, il talento e la tecnica; veniva preso in esame solo il successo commerciale e la posizione nella suddetta top 30, tutta una serie di fattori che cozzarono contro l'attitudine stradaiola di Lemmy e co. anche se, però, c'è onestamente da dire che il programma li aiutò nella scalata delle classifiche, perché comunque ebbero a disposizione una notevole visibilità, riuscendo ad arrivare ad un bacino di utenza molto più ampio del loro solito. Per il successore di "Motorhead" cambiarono anche etichetta discografica, infatti si accasarono sotto l'Inglese "Bronze Records" (che li seguì dal 1979 al 1982) ed il nuovo produttore scelto fu Jimmy Miller, che lavorò in precedenza su "Exile On Main Street" e "Goats Head Soup" dei Rolling Stones (un'esperienza, quindi, di non poco conto). "Overkill" venne inoltre registrato ai "Roundhouse Studios", situati nel nord di Londra. Com'era usanza fare per i Motorhead molti pezzi vennero suonati precedentemente dal vivo prima di finire sul disco, non c'è difatti stato mai miglior modo per Lemmy e co. di testare la resa sonora e l'impatto dei brani se non provandoli direttamente live: se funziona in concerto, sicuramente funzionerà anche su disco, il mantra dei Motorhead. Molte band questo non lo fanno, cosa sbagliata a parer di chi scrive, proprio perché in troppi hanno fretta di fare uscire il proprio lavoro tralasciando particolari e dettagli importanti, rendendosene conto solo a lavoro finito. In copertina troviamo ancora  lo Snaggletooth, "mascotte" creata dall'artista Joe Petagno su un'idea di Lemmy, simbolo che accompagnerà la band per oltre 30 anni, fino a quando nel 2007 Joe (con un comunicato) rifiuterà di cedere al management dei Motorhead i diritti sull'uso del simbolo. Proprio per questo, l'artista non lo disegnerà più. Breve parentesi a parte, se sul primo album il mostro era stilizzato e completamente bianco, qui lo ritroviamo colorato, cattivo ed anche molto "incazzato", con denti affilati, occhi assatanati, bava  che fuoriesce dalla bocca, catene e orecchino al naso; sembra quasi voglia uscire, mordere e  prendere a pugni  l'ignaro ascoltatore. Non a caso, il suo muso sembra quasi esplodere, come se la testa fosse un'enorme bomba prontissima a deflagrare proprio in quel momento. Un disco dunque che si preannunciò sin dalla cover "esplosivo", e non fu un caso che a posteriori venne definito come una delle pietre miliari dell'Heavy Metal, al contempo considerato di culto anche presso i cultori del Punk, proprio per la grezza attitudine Rock 'n' Roll che i Motorhead sfoggiarono in ogni pezzo. Un disco realizzato di impatto, senza troppi accorgimenti, tanto che l'album venne registrato in una sola notte (come sempre velocissimi in studio, "perdendo" poco tempo, per dare spazio a concerti e tour non stop). Scelta azzeccatissima, in quanto "Overkill" si rivelò non solo uno dei più grandi successi del combo inglese (basti pensare all'influenza che ebbe sui precedentemente citati Metallica, o sugli Overkill che decisero di chiamarsi così proprio per tributare questo disco), disco che arrivò fino al numero 24 delle classifiche. "Overkill" era stato anticipato da una pubblicazione in singolo di "Louie Louie", cover di Richard Berry affiancata da "Tear Ya Down" che invece finì proprio nella tracklist definitiva dell'album. Particolare aneddoto narrato da Gerry Bron della "Bronze", assai singolare: "la prima volta che ascoltai i Motorhead fu quando sentii un singolo che pubblicai senza prima valutarlo, si trattava di Louie Louie. Rimasi shockato, pensai che fosse il disco più orrendo che avessi mai ascoltato!! E rimasi ancora più shockato quando mi resi conto che un singolo che consideravo orribile era arrivato dritto dritto al numero 72 in classifica". Un successo dunque inaspettato, che confermò lo stato di grazia del trio britannico, che stava promuovendo incessantemente il nuovo materiale in sede live, come già detto in precedenza. Altro aneddoto relativo al periodo:  quello stesso anno Dave "Giggles" Gilligan che lavorava per la Bronze scoprì le Girlschool, gruppo tutto al femminile di Londra; fecendo ascoltare a Lemmy un singolo intitolato "Take It All Away" , il signor Kilmister si innamorò della loro musica (e non solo..) e di conseguenza le portò in tour con i suoi Motorhead, facendogli aprire molte  delle date del tour intrapreso a supporto di "Overkill". Le Girlschool non ebbero molto successo negli Stati Uniti, ma in Inghilterra furono abbastanza famose e gli  album di maggior successo sono stati i primi due,  "Demolition" che uscì nel 1980 e "Hit And Run" nel 1981. Ricordiamo inoltre che nel 1981 Girlschool e Motorhead collaboraron usando il nome Headgirl, realizzando un EP di 3 tracce chiamato "St.Valentine's Day Massacre", dove le Girlschool suonarono un pezzo dei Motorhead (il successivo "Bomber") ed i Motorhead un pezzo delle Girlschool, "Emergency". Entrambi realizzarono poi una cover dei Jhonny Kidd & The Pirates "Please Don't Touch". Aneddoti a parte, immergiamoci dunque nei meandri di uno di quei dischi che, a ragione, è stato successivamente inserito dalla rivista "Kerrang!" fra i 100 fondamentali dell'Heavy Metal.

Overkill

Partiamo ad analizzare il disco, il primo pezzo è "Overkill", tra le canzoni più famose della band. Anche chi non conosce l'intera discografia dei Motorhead è sicuramente a conoscenza di questo pezzo, entrato di prepotenza nel DNA di ogni rocker/metallaro che si rispetti. L'ignaro ed incosciente ascoltatore viene immediatamente assalito dalla doppia cassa devastante della batteria di Phil "Philty Animal" Taylor, uno degli "attacchi" più famosi della storia del Rock. Lo stesso batterista dichiarò di aver voluto inserire la doppia cassa solo dopo aver imparato a suonarla, dato che "non volevo sembrare come uno di quegli idioti che ne porta due sul palco, ma poi non è capace a suonarle!". Phil era solito, in quel periodo, recarsi in studio due ore prima di tutti gli altri, per affinare la sua tecnica, finché un giorno non venne colto sul fatto da Eddie Lemmy, i quali rimasero molto colpiti e decisero di basare "Overkill" su quella trovata. Si rimane spiazzati da tanta cattiveria, chi pensava di ritrovarsi davanti il rock/blues del primo album ha sbagliato tutto: questo è Metal, ragazzi, ante litteram. Dopo 4 battute di "mattanza batteristica" entra di prepotenza un giro di basso di Lemmy che rimarrà per sempre nel cuore e nell'anima dei fans di tutto il mondo, giunge a questo punto anche la chitarra di "Fast" Eddie Clarke, che con accordi lunghi introduce la voce  sguaiata e sofferente di Lemmy, che in poche parole ci racconta la sua vita, di quanto sia importante ed addirittura vitale il Rock'n'Roll; è un qualcosa che hai dentro, non puoi farne a meno, ti entra nelle viscere del corpo e non ti abbandona più. In questo brano si fa decisamente sul serio, poche "parole" e tanta carica, continua il tappeto di batteria senza nessun cedimento, riff semplici ma incredibilmente efficaci e taglienti che ci portano ad un ritornello che non si può dimenticare. Si entra cosi in un assolo semplice ma efficacissimo, che ci mostra quanto lo stile dei Motorhead sia divenuto ormai più veloce e di impatto. Si riparte dal giro iniziale si arriva ancora al ritornello, ed all'ennesimo assolo della sei corde; a questo punto siamo ancora ben lungi dal riprenderci da questo marasma sonoro, il pezzo sembra finito.. e invece no, si riparte un indemoniato Phil "Philty Animal" Taylor che ricomincia con la doppia cassa come all'inizio del pezzo. Siamo spiazzati, cosa succede e cosa ci si deve aspettare ancora, stesso giro di basso ma la voce non c'è, troviamo la chitarra che piazza un altro assolo travolgente, con l'innesto del wha wha. Spettacolo allo stato puro, sembra veramente finita.. e invece no. Si riparte ancora per la terza volta con la batteria, il basso furibondo e un altro assolo del nostro guitar hero, che però questa volta ci porta veramente alla conclusione di un brano strepitoso, che anche dopo centinaia di ascolti ti emoziona, ti carica a mille. Questa è storia, c'è poco da fare. Per farvi capire l'importanza di questa canzone, il cantante Bobby "Blitz" Ellsworth diede il nome alla sua band (cioè gli Overkill, gruppo thrash metal di New York nato nel 1980), proprio grazie a questo brano, pezzo che poi gli stessi Overkill coverizzarono anche nell'album "CoverKill" del 1999. Anche i  Metallica resero tributo a questo pezzo realizzandone una loro versione in occasione del cinquantesimo compleanno di Lemmy nel 1995, facendola confluire sull'album di cover "Garage Inc." del 1998. In fondo, è forse uno dei brani che meglio rappresenta la vita del rocker / metallaro. "Overkill", letteralmente il "Massacro" ma da intendersi anche come "sovraccarico", è la sensazione che si prova quando da sotto al palco udiamo la potenza degli amplificatori sprigionarsi in tutta la sua furia. Un genere musicale chiassoso e rumoroso, che amiamo, che ci fa sentire vivi, che ci fa venir voglia di unirci in gruppo e di scatenare le nostre teste a ritmo dei furiosi decibel che in quel momento stiamo udendo. I "profani" non possono capire, in questo breve ma significativo testo è espresso tutto l'amore che possiamo provare, noi metalheads, per il nostro genere musicale, capace di donarci sensazioni e sentimenti indescrivibili. Elettricità, potenza.. un massacro, un sovraccarico, delle note che percorrono velocissime tutta la nostra spina dorsale e si diffondono in tutto il corpo, non lasciandoci scampo. Il Metal è parte di noi, noi siamo il Metal ed i Motorhead sono qui per dircelo. I rumori ci piacciono solo se a volumi spropositati, non c'è niente di meglio di una birra in compagnia e di un bel po' di sano "casino" da farsi all'unisono con chi, sul palco, ci sta donando quegli attimi di magica follia.

Stay Clean

Passiamo al secondo brano, "Stay Clean": un'intro di batteria (Taylor magnificamente sugli scudi, in questo disco) dà il via al pezzo, presto arricchito da un riff di chitarra sempre perfetto ed incredibilmente coinvolgente, maggiormente Rock - Bluesy questa volta, anche se sempre molto di impatto. Inizia il cantato e "Fast" Eddie Clarke continua il suo riff di chitarra però accompagnando la voce con l'effetto del wha wha, effetto molto usato molto nel Metal ma anche moltissimo nel Rock (ricordiamo in tal senso Jimi Hendrix con un pezzo storico, ovvero "Voodoo Child (Slight Return)" del 1967, proprio per citare uno dei Re). Tornando a "Stay Clean", il  pezzo  scorre alla grande, ed a metà canzone un assolo di basso (magistralmente interpretato da un Lemmy desideroso di divenire sempre più protagonista dei brani della sua band) che non ti aspetti arricchisce un brano fantastico, pieno di energia, che nella sua brevità scorre magnificamente fra flavours proto metal e comunque tradendo la grande passione dei nostri per il blues rock. Si sente e percepisce notevolmente la differenza dal primo album, i Motorhead sono in uno stato di grazia: si percepisce magnificamente la spontaneità e seppure il tutto goda di una certa semplicità, abbondante nel brano come in tutti i pezzi (strutturati sul classico susseguirsi di "cantato / ritornello / assolo"), possiamo notare come tutto questo funzioni alla grandissima. E' in brani come questo che troviamo i veri Motorhead, quelli che si lasciano alle spalle le cover degli Hawkwind sfornando tutto il loro talento. Un pezzo dunque molto breve, ma che complice un ritornello diretto e "tosto" riesce a stamparsi bene in testa ed è destinato in seguito a divenire uno dei cavalli di battaglia del trio britannico. A parer di chi scrive, molto il testo, che racconta di come non bisogna mai scendere a compromessi nella vita, di come la coerenza sia un nettare dal quale abbeverarsi SEMPRE, non snaturando mai ciò che realmente si è. Un testo che parla di ribellione, di difendere le proprie idee vivendo al di fuori delle regole "imposte" per il "quieto vivere", nessuno ti può insegnare cos'è l'esistenza; bisogna imparare vivendo, sbagliando, cadendo e rialzandosi, arrivando a maturare da soli il proprio punto di vista, senza mai accettare ramanzine o rimproveri atte a sminuire il nostro essere. Bisogna difendere le proprie idee, fregandosene di cosa dice la gente, un vivi e lascia vivere gridato a gran voce dall'uomo che ha fatto di questo stile la propria bandiere, fregandosene del mondo ma al contempo risultando più onesto e leale di moltissimi altri "inquadrati" o intrappolati in regole convenzionali. 

(I Won't) Pay Your Price

Arriviamo alla traccia tre, si ritorna in maniera ancora più marcata al rock/blues degli esordi con il sopraggiungere di "(I Won't) Pay Your Price", pezzo piacevolissimo, più leggero degli altri sino ad ora ascoltati ma sempre dotato di un ottimo tiro. E' la voce di Lemmy a sussurrare un "so drunk" e di conseguenza a dare il via al pezzo, che si snoda attraverso un ottimo lavoro in fase di ritmica (il basso di Kilmister è in notevole evidenza), sezione messa in risalto da un Taylor ispiratissimo e voglioso di percuotere il suo drum kit, scandendo un ritmo preciso e di quando in quando concedendosi a rapidi giri di tom. Il lavoro di Eddie è meravigliosamente coinvolgente, la sua chitarra sembra districarsi benissimo fra flavour bluesy senza scordare che comunque proprio in quel momento, con la sua sei corde, il chitarrista sta scrivendo la storia dell'Heavy Metal. Gli assoli che udiamo sono degni compari di quelli già uditi, meravigliosamente ben eseguiti ed ispiratissimi, ed è proprio con uno di essi che il brano va a chiudersi. Un pezzo anche questa volta molto breve ma in grado di lasciare il segno, complice il solito ritornello creato per rimanere in testa e per essere cantato a squarciagola in sede live. Lemmy e  soci danno l'impressione di sapere veramente cosa stanno facendo, spaziando da brani tirati e feroci a brani più tranquilli ma sempre di ottima qualità. Anche questa volta un testo diretto e senza fronzoli, nel quale senza mezzi termini Lemmy ci racconta di come possiamo tranquillamente far senza di certe persone ipocrite e false, soggetti che non meritano la nostra attenzione. Personaggi squallidi che si credono dei in terra, volenterosi di primeggiare sempre e comunque, sbattendoci quasi in faccia la loro gloria ed il loro successo, quasi pretendendo la nostra ammirazione incondizionata. Lemmy ci dice chiaramente che certa gente meriterebbe più una manata in un occhio o una coltellata alla schiena, che lodi ed encomi, con annesso un bel volo da una finestra. La loro falsità e la loro maleducazione sono palesi, per questo è meglio tenercene alla larga ed evitare questa gente della quale possiamo tranquillamente farne a meno. Anzi, è il caso di allontanarle dalla nostra vita anche con la forza se fosse necessario, certe persone è veramente meglio perderle che trovarle. 

I'll Be Your Sister

Un disco che si sta rivelando letteralmente fantastico, senza pause si arriva a "I'll Be Your Sister", pezzo che Lemmy, in origine, avrebbe voluto fosse registrato da Tina Turner. Non è un mistero che al bassista sia sempre piaciuto scrivere brani per le donne e suonare assieme a loro, la collaborazione con le Girlschool menzionata in apertura di articolo è quanto meno illuminante su questo. Tornando al brano, una canzone secondo me di passaggio, non certo esaltante a livelli stratosferici. Viene aperta dal basso frastornante di Lemmy e presto notiamo una sorta di pesantezza generale, che rende il brano assai duro e comunque coinvolgente. La voce di Kilmister è meravigliosamente roca e ruvida, particolarmente efficace se mescolata allo splendido lavoro di chitarra di Eddie, il quale dà vita a dei riff molto semplici ed essenziali, supportati da Taylor che si diverte a girare sui suoi tom ed a far vibrare i piatti, mantenendo un'andatura molto essenziale ma comunque solida. L'assolo centrale di Clarke è forse il punto migliore del brano, un lavoro di chitarra egregio lungo le cui note possiamo ancora una volta essere testimoni della nascita dell'Heavy Metal. Un pezzo della durata di nemmeno tre minuti, caratterizzato da una struttura non certo imprevedibile ed intenzionato anch'esso a stamparsi nella nostra mente, forse in maniera meno prepotente d'altri ma comunque efficace, per di più impreziosito da momenti solisti degni di nota, compreso l'assolo che chiude di fatto il brano. Questa volta abbiamo un testo semplice, con un messaggio molto importante alla sua base: la solitudine è una brutta cosa, sapere di avere qualcuno che c'è nel momento del bisogno non è cosa da poco, ed avere una spalla su cui piangere può risultare vitale, in molti casi. Qualcuno con confidarti, un riferimento, una persona che ti aiuti a stare meglio, proprio perché sapere che c'è qualcuno che ti ascolta, che non ti abbandona è già metà della cura. In questo brano Lemmy sembra parlare ad una ragazza, per una volta in maniera "disinteressata", cercando di farle capire che lui, per lei, potrà essere qualsiasi cosa: una madre, una sorella, una migliore amica.. se la sua bella avrà bisogno di parlare e confidarsi, egli potrà svolgere tutti i ruoli pocanzi enunciati. Diverrà il suo tutto, il suo punto di riferimento e farà in modo di non farla più sentire sola, proprio perché un vero compagno è chiamato ad essere, per la sua donna, una sorta di faro al quale votarsi quando tutto intorno sembra nero.

Capricorn

Alla posizione numero cinque troviamo  "Capricorn", canzone scritta da Lemmy in una notte di solitudine come mille altre, passata a riflettere sulla sua esistenza e sulla vita in generale. Notiamo come la durata sia cresciuta esponenzialmente dopo le ultime tre tracce (questa volta siamo sui quattro minuti abbondanti), e come l'intro sia vagamente simile a quella di "Overkill". Il pezzo sembra infatti proseguire quasi sulle medesime coordinate della open track, facendo in modo che Taylor possa tornare con la sua doppia cassa il vero mattatore del brano tutto, dall'andatura Hard 'n' Heavy ma molto blueseggiante, reso aggressivo dal cantato di un Lemmy che era già all'epoca l'elemento di maggior riconoscimento del trio inglese, grazie alla sua voce figlia di abusi di alcool e sigarette. Un brano che dunque prosegue con una batteria impetuosa ed una chitarra che diviene più aggressiva in ambito di assolo: forse uno dei migliori se non il migliore del disco tutto, questo momento solista di "Fast" Eddie Clarke venne fuori mentre i Motorhead si trovavano in studio e stavano accordando gli strumenti. Il produttore Jimmy Miller lasciò l'impianto di registrazione acceso, con il nastro che scorreva, e mentre Eddie stava letteralmente "cazzeggiando" con il suo strumento l'improvvisazione venne registrata a sua insaputa. Il tutto fu trovato così bello che finì cosi su disco, con l'aggiunta di un po' di eco che rende le note molto più sentite e vibranti. A volte in studio nascono i pezzi migliori, con spontaneità, senza pressioni. La musica dei Motorhead, si sente, nasce proprio così, molte volte i Nostri vanno in studio senza un un'idea, senza un riff bene chiaro in testa e lì scrivono tutto il disco da zero. Un brano che si lascia cantare e ricordare, quasi "oscuro" nel suo incedere, che termina nuovamente con un' "eruzione di note" da parte di Clarke, il quale al solito chiude il pezzo. Un testo questa volta molto introspettivo, che in qualche modo di mostra il lato più intimo e quasi "fragile" di un Lemmy che si spoglia dei panni del biker donnaiolo per mostrarsi in quelli dell'uomo che, vivendo e soffrendo, ha dovuto farcela con le sue forze anche se avrebbe tanto desiderato un padre capace di rialzarlo dopo qualche brutta caduta. "Capricorn", il suo segno zodiacale. Una mini autobiografia dove Lemmy ci raccomanda di essere sempre i migliori amici di noi stessi per non sentirci mai soli;  bisogna trovare la forza per andare avanti, vivendo alla giornata, non pensando a domani, ragionando con la propria testa e magari si, sbagliando e cadendo ma anche imparando dagli errori. Solo così si cresce e si può affermare d'essere diventati delle persone, degli uomini in questo caso. Quante fredde notti la pelle di Lemmy ha dovuto sopportare? Tante, e nessuno in quel momento poteva tendergli una coperta. Il nostro ha stretto i denti ed è andato avanti, divenendo col tempo l'icona del Rock 'n' Roll e vincendo la sua personalissima battaglia contro un destino che molto spesso gli è stato contro e si è rivelato crudele.

No Class

Si arriva così nella seconda metà disco con  "No Class", un pezzo carichissimo, travolgente fin dall'inizio. Grande potenza, in apertura troviamo immediatamente un riff pazzesco, il quale apre la canzone risvelandoci il lato più feroce dei Motorhead, i quali all'epoca erano forse inconsapevoli d'aver creato un altro dei brani che nel futuro prossimo avrebbe infiammato i palchi di tutto il mondo, divenendo presenza fissa in ogni loro setlist. Meno di tre minuti che trascorrono velocissimi, tutti d'un fiato, aggressività proto Heavy miscelata di blues stradaiolo. L'assolo di Eddie risulta sempre all'altezza della situazione, potente e sparato a volumi spropositati, mentre la voce di Lemmy dona ancora più carica al contesto e Phil sembra quasi spaccare i suoi tamburi tanto è forte il suo lavoro percussivo. Uno dei brani simbolo del combo inglese, sicuramente dopo "Overkill" è il pezzo preferito di chi scrive, anche se tutto il disco è molto bello e sarebbe quanto meno imbarazzante doverne scegliere solo due. Un particolare che comunque vale la pena notare, per onestà intellettuale: il riff di partenza è praticamente uguale ad un celeberrimo riff degli ZZ Top, gruppo rock-blues Texano divenuto a dir poco leggendario: il riff in questione, presente sul loro quarto album "Fandango" del 1975, compone la traccia numero nove, "Tush", registrata quattro anni prima rispetto a quella  dei Motorhead. Chissà se è solo una coincidenza, anche se c'è da dire che Lemmy non ha mai nascosto la sua ammirazione per il Blues ed anzi, ha più volte detto che è quello il genere musicale da sempre suonato dai Motorhead"E' blues, un po' più veloce, ma sempre blues", difficile pensare a plagi voluti, se si parla di un uomo coerente ed onesto come Ian Kilmister. Come già accaduto in "(I Won't) Pay Your Price", Lemmy ci insegna che dobbiamo liberarci delle persone inutili e false, depennando dalla nostra lista delle conoscenze quei personaggi sgradevoli e pieni di loro stessi, autentiche rovine per la salute del nostro sistema nervoso. E' importante chi  frequentiamo, con chi si parla, molte persone sono lì solo per interessi, non gli importa se stai bene o se stai male, vogliono solamente farsi gli affari tuoi, giudicandoti, sparando sentenze, facendo commenti inopportuni e tal volta inutili. Insomma, una masnada di insopportabili chiacchieroni che non fanno altro che recarci dispiaceri ed "incazzature", persone che dovremmo gettare via come sacchi di immondizia in un cassonetto. Di questa tipologia di umani possiamo anche farne a meno, ed è giusto liberarsi di loro senza mezzi termini, proprio perché dobbiamo pensare al nostro benessere: teniamoci stretti unicamente quei pochi che sappiamo essere veri e sinceri, mentre tutti gli altri.. in quel posto sacrosanto, con un solo biglietto di andata. 

Damage Case

Tocca poi a "Damage Case", scritta dai Motorhead con l'aiuto di Mick Farren dei The Deviants. Un brano atipico, per certi versi diverso dagli altri; l'inizio è molto ritmato e notiamo come la velocità della doppia cassa di Phil venga da parte in nome di una volontà di maggior groove, un'andatura più accattivante che si discostasse leggermente dall'aggressività senza quartiere prima d'ora udita persino nei brani più "riflessivi" come "Capricorn". Un brano che cattura per questo ritmo particolarmente affascinante e coinvolgente, bella inoltre l'idea di lasciare solo la voce senza strumenti per il ritornello. Solito assolo per Eddie, sempre sfruttando l'effetto del wha wha , che in questo disco viene usato praticamente su quasi tutti gli assoli, in maniera impeccabile. A differenza dei tempi più maggiormente cadenzati, la struttura del pezzo è la solita, "cantato / ponte / ritornello / assolo", è una formula vincente. Un pezzo carico anche se ripetitivo, che si conclude con un'ennesima espressione solista di Fast Eddie e che comunque riesce ad entrare in testa, divenendo anch'esso un grande classico di ogni setlist dei Motorhead. Un testo, questa volta, di gusto più stradaiolo ed impertinente, nel quale troviamo un uomo che probabilmente è appena uscito dalla galera e cerca compagnia femminile, anche solo per una notte. Si trova da  solo  e ha voglia solo di svagarsi un po'. Lei chiaramente non è di questo avviso ed è lì e lì per chiamare la polizia, ma lui cerca di rassicurarla dicendole che assieme potrebbero invece divertirsi un bel po', anche se la donna è propensa a considerarlo unicamente un bastardello delinquente come tanti, una persona che forse è meglio rispedire dietro le sbarre seduta stante. Il "tira e molla" prosegue con tanto di ammissione di colpa da parte dell'uomo, che si, sostiene di essere effettivamente un delinquente.. ma non si arrende perché nel volto di lei percepisce comunque il brivido del proibito e la volontà di concedersi a quest'assurda avventura. Testo non molto impegnato ma figlio comunque dell'irriverenza tipica del trio inglese. Parlando sempre del brano, sa segnalare la versione dei Metallica presente sempre sul loro album di cover, "Garage Inc.".

Tear Ya Down

 Come traccia numero otto troviamo "Tear Ya Down" , aperta da Lemmy che dà il tempo in Tedesco ("eins, zwei, drei, vier", modo di fare ripreso anni dopo da Peter Steele, sia con i Carnivore che con i Type O Negative poi). Il basso ci introduce in un brano più lento ma non troppo rispetto al resto del disco, anche qui il ritmo la fa da padrona (non ci si può annoiare con una canzone dei Motorhead) ed i minuti scorrono via senza intoppi. Linee dirette semplici, ma spaventosamente cariche piene di energia positiva, questa la sensazione che si prova udendo questa traccia snodarsi lungo i suoi riff e le sue ritmiche. Un'andatura molto rockeggiante, se in "No Class" abbiamo parlato di somiglianze con gli ZZ Top, udendo il riff principale di questo pezzo non possiamo non pensare agli AC/DC di "Let There Be Rock", anche se il contesto risulta meno frenetico di quello udito ne brano originale degli Aussie. Un pezzo che sembra più orecchiabile degli altri pur non perdendo di vista quello che comunque è lo stile dei Motorhead, un gruppo di bikers ribelli e strafottenti, non certo un trio da classifica. Il pezzo scorre piacevolmente, ottimo assolo avvolgente ed accattivante, Clarke si dimostra un grande interprete della sei corde mentre il basso di Lemmy si concede al solito e di prepotenza il suo spazio, con il nostro che sembra più un chitarrista ritmico che un bassista effettivo. Taylor è la solita macchina da guerra ed il brano può dunque concludersi nel migliore dei modi, sfumando e lasciandoci ancora la voglia di rockeggiare a più non posso. Anche in questo caso troviamo un testo poco impegnato, se in più di un'occasione Lemmy ci ha dato lezioni di vita e di come si sta al mondo, qui ci racconta della sua voglia di "sbattersi" una tipa, niente di eclatante. Lei è titubante, ma lui cerca di convincerla in tutti i modi, facendole capire che questo "trattamento" servirà solamente a farla stare meglio, facendole provare un piacere mai provato prima, nella sua vita. Un Lemmy che dunque si diverte a sedurre e che vuole conquistare il suo trofeo del giorno, comunque con calma e pazienza. Egli sa bene che ad una donna piace essere ascoltata, e dunque, senza forzare i tempi, si mette lì a sentirla parlare, per ore ed ore. Le regala fiori e parole dolci.. ma dopo un bel po', arrivato ormai al limite della pazienza, le dice chiaro e tondo di voler andare al sodo, per potersi divertire assieme e "conoscersi" in maniera definitiva, anche sessualmente parlando. 

Metropolis

Siamo alla penultima traccia, un altro grande classico di casa Motorhead, canzone suonata ancora oggi molto spesso dal vivo; parliamo di "Metropolis", brano scritto in cinque minuti da Lemmy, dopo aver visto la pellicola proiettata al cinema "Electric" situato in Portobello Road. "Metropolis", film muto del 1927 diretto da Fritz Lang,  è tra le opere simbolo del cinema espressionista ed è riconosciuto come modello del cinema di fantascienza, avendo ispirato pellicole come "Blade Runner" e "Guerre Stellari", divenuto negli anni un vero e proprio fenomeno di costume ed un "topos" molto sfruttato in ambito Rock. Basti ricordarsi del celebre videoclip dell'anthemica "Radio Ga Ga", hit dei Queen, che vedeva nel suo video musicale moltissime scene tratte dal film qui omaggiato dai Motorhead. C'è da dire però, come esattamente confermato da Lemmy stesso, che il testo non ha alcun senso. Le frasi sembrano in qualche modo collegarsi alla trama del film, basata sull'eterna lotta fra ricchi oppressori ed operai sfruttati, il tutto inserito in un contesto fantascientifico (l'anno di svolgimento dei fatti è un distopico 2026) in cui Metropolis risulta essere una gigantesca città nella quale risiedono unicamente nobili, manager e personaggi importanti, a discapito della povera manovalanza costretta a vivere nel sottosuolo, alimentando perpetuamente una macchina che, qualora non venisse più salvaguardata, finirebbe con l'esplodere creando un'autentica strage. Le lyrics buttate giù di impeto da Lemmy sembrano un vero e proprio farfuglio di parole e frasi, che paiono in effetti collegate fra loro in maniera indecifrabile, un qualcosa di criptico a livello inverosimili ed anche un bel po' bizzarri. Insomma, un gran minestrone che però lascia intendere, a mio modesto parere, la presenza di una tematica abbastanza delicata: si parla forse di indifferenza delle persone, si parla di uno scontro tra due mondi, potrebbe essere una guerra, due persone che litigano, una rissa, qualsiasi cosa. Se ne sente  parlare e magari si assiste al tutto in "diretta", ma sostanzialmente ce ne freghiamo, tanto o non siamo coinvolti o non siamo lì, nel peggiore dei casi facciamo finta di non esserci e di non vedere. Siamo troppo impegnati, benché sia magari grave quel che accade non ci riguarda, non ci tocca minimamente. C'è chi sta male, se qualcuno ha bisogno di aiuto l'unica risposta sarà il menefreghismo assoluto. Questa la mia interpretazione, comunque ricollegabile al senso generale del film: menefreghismo dei ricchi, sofferenza dei poveri. Se il testo non ha apparentemente senso, la musica è invece suggestiva ed a dir poco bellissima: si parte con una cantilena malata, un ritmo lento e travolgente che ti prende non ti permette di distrarti, ti tiene lì all'ascolto quasi ipnotizzandoti. Non è sbagliato dire che il pezzo risenta moltissimo delle atmosfere spaziali ed oscure suscitate dagli Hawkwind e che il passato di Lemmy stia in qualche modo tornando a galla in questo breve omaggio, nel brano forse più atipico mai concepito dai Motorhead ma al contempo così magnetico e potente, affascinante e travolgente. Anche in questo caso interventi di chitarra con wha wha riempiono uno dei cavalli di battaglia del trio Inglese, sul finale l'assolo di "Fast" Eddie Clarke è accompagnato da un assolino di basso che chiude in bellezza la canzone. Più che un album, quasi un greatest hits ante litteram!

Limb From Limb

L'ultima canzone risponde al nome di "Limb From Limb", dove troviamo il buon vecchio Lemmy che cerca di convincere una ragazza a passare la notte con lui (tanto per cambiare!), il lupo perde il pelo ma non il vizio. Egli si presenta ancora una volta come un donnaiolo sbandato ed impertinente, privo di soldi e lavoro ma grande amatore, in grado di dare piacere ad ogni tipo di donna. Lei è inizialmente restia, ma cede alla corte di questo "diavolo" che le fa passare una notte di fuoco. Forse pentita della sua scelta, la ragazza comincia ad inveire contro il nostro bassista, mediante parole che lo feriscono e lo segnano nel profondo.. anche se il suo dispiacere dura per un nanosecondo, in quanto afferma che non gli interessa l'opinione che lei ha di lui. Al contrario, quello che gli importa è sapere se lei ha intenzione di farsela nuovamente con lui, cosa che sicuramente accadrà e che dunque concede al Nostro la vittoria totale e schiacciante. La chitarra apre le danze, il tempo è lento ed il pezzo risulta comunque piacevole, dove il riff iniziale continua ad avanzare inesorabilmente, fino ad un primo lungo assolo. Si riparte con il riff iniziale sempre in modo lento, si ha come l'impressione però che qualcosa stia effettivamente per succedere, il ritmo diviene infatti maggiormente inquietante e come si suol dire, la sorpresa è dietro l'angolo. Il brano sembra fermarsi, la batteria accompagna la chitarra che lancia accordi lunghi anche se per poco, però, visto i Nostri schiacciano sull'acceleratore ed ecco che da un ritmo lento veniamo catapultati in una corsa a folle velocità. Phil "Philty Animal" Taylor e soci si lanciano all'impazzata, il pezzo diventa una fucilata rock/heavy dove troviamo addirittura un  assolo di chitarra realizzato dal signor Lemmy, che torna alle sue origini di chitarrista, cimentandosi in un solo bluseggiante carico di passione. La risposta tocca a "Fast" Eddie Clarke che ci delizia con un altro assolo magnifico, notiamo quindi come la canzone sia divisa praticamente in due parti, la prima lenta, cadenzata, "malata", la seconda un'accelerazione spaventosa. Un regalo portoci da una band formidabile, capace di stupirci, e questo non è da tutti. Degno commiato di un disco praticamente perfetto.

Conclusioni

Tirando le somme, possiamo dire di trovarci dinnanzi ad un disco di molto superiore, sia come produzione che come pezzi, all'esordio recensito in precedenza. "Overkill" è un autentico capolavoro, più curato nei dettagli, questi ultimi di ogni tipo (anche la copertina è mostruosamente bella, rispetto al suo predecessore). Anche se erano passati solamente due anni, un lasso di tempo comunque assai ristretto, si sente subito la maturità e la crescita della band Inglese, percepibile e palpabile, capace di spiccare in maniera netta e di brillare, letteralmente, di luce propria. Non dobbiamo nemmeno discorrere troppo, "Overkill" è un disco che ha segnato un'epoca ed è un album che ha fatto Storia (forse tutt'oggi la scrive insistentemente), questo è fuori da ogni dubbio. Pochi gruppi suonavano e suonano con questa intensità e passione, in modo tale da sconvolgere i sensi e le vite di chi in quegli anni si approcciava a questo genere musicale così ribelle e possente. Non dobbiamo poi scordarci che questo non è che il primo disco di una lunga lista di album memorabili sempre targari da Lemmy e soci. I Motorhead ci hanno insegnato come in tre, basso/voce, chitarra e batteria si riesca a fare cose pazzesche, nonché a realizzare album indimenticabili, imbracciando come strumento supplementare LA PASSIONE allo stato puro. La volontà di slegarsi dalle logiche di mercato per proporre qualcosa di personale, di sentito, di genuino e non lavorato mediante migliaia di artifici. L'energia sprigionata da "Overkill" è ancora oggi, a distanza di decadi e decadi, un qualcosa di fantastico ed irripetibile, siamo dinnanzi ad un album che si lascia ascoltare centinaia e centinaia di volte per  e non ti stanca mai, anzi ti regala sempre emozioni più forti delle precedenti. Tanti gruppi di oggi dovrebbero imparare da questa band ed in questo preciso caso da "Overkill", visto che più che un album è veramente un trattato completo sul Rock 'n' Roll. Fra i suoi solchi è scritto tutto: come si suona, come va intesa la musica, con che intensità approcciarsi ad essa, cosa si deve fare per coinvolgere una folla esigenze.. ed il tutto senza le produzioni stellari dei giorni nostri, senza i trucchi in studio utilizzati nel nostro presente. Oggi, la con l'ausilio della tecnologia, chiunque può realizzare un album e divenire in un batter d'occhio una "rivelazione" del mondo musicale. Nel 1979 in troppo se lo sarebbero unicamente sognato, la musica che hanno creato i Motorhead è figlia di troppi fattori extra-tecnici e più interiori, intimi quasi. Passione, come già detto, allo stato puro, non filtrata o rimaneggiata: "Fast" Eddie Clarke insegna come si suona la chitarra, come sfruttare al meglio una semplice pentatonica, senza perdersi in virtuosismi fuori luogo, un chitarrista capace di amalgamare ritmiche potenti con assoli travolgenti, senza cadere mai nello scontato nel banale; Phil "Philty Animal" Taylor, IL batterista che ha avuto un'importanza notevole nel sound della band, su questo disco ci dimostra come si usa la doppia cassa e con il brano "Overkill" riesce a creare un tappeto sonoro mai sentito prima, per tutta la durata della canzone, e che in futuro conierà modi di suonare confluiti poi in tutti gli ambiti del Metal; che dire poi di Lemmy? In molti dicono che non è nemmeno un cantante, non avendo un'estensione vocale alla Rob Halford, alla Bruce Dickinson o alla Ronnie James Dio. Fattori che non contano, visto che sa comunque emozionarci, con il suo tono rauco e figlio del whisky. Ogni parola emessa è sudata e vissuta, figlia di un padre che nella vita ne ha viste di cotte e di crude, senza poi scordarsi il suo basso utilizzato stile chitarra, un basso che suona accordi ad un volume disumano. Il nostro riesce anche ad improvvisarsi chitarrista deliziandoci con un assolo di chitarra, cosa volere di più? In definitiva, album immortale che rimarrà per sempre in cima a molte liste, che verrà tramandato da padre a figlio, da rocker a metallaro, tutti uniti da questa immensa band capace di arrivare ad ogni cuore.

1) Overkill
2) Stay Clean
3) (I Won't) Pay Your Price
4) I'll Be Your Sister
5) Capricorn
6) No Class
7) Damage Case
8) Tear Ya Down
9) Metropolis
10) Limb From Limb
correlati