MOTÖRHEAD

No Sleep 'til Hammersmith

1981 - Bronze Records

A CURA DI
MARCO TRIPODI
15/11/2016
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

Hammersmith è uno dei quartieri municipali più visitati di Londra: a trentacinque minuti dalla London Tower, costeggia Kensington con i suoi giardini, cari a James Barrie e al suo Peter Pan;  residenza di diverse celebrità inglesi del cinema e della televisione, Hammersmith è famoso per ospitare la sede della BBC, per le sue squadre di calcio della Premier League (come il Chealsea e la Fulham FC), per il grande centro commerciale Westfield London, per il suo sontuoso Teatro Lirico.. e per i Motörhead! Ebbene sì: non serve conoscere la grande metropoli inglese per aver già sentito il nome di questo quartiere, e non è nemmeno necessario essere degli ascoltatori accaniti e fedelissimi per aver noto il titolo di "No Sleep 'Til Hammersmith". Pochi album live nella storia dell'heavy metal possono vantare un simile successo, sancito non solo dai numeri di vendite (oltre 60.000 copie nel Regno Unito), ma soprattutto dalla fama che non smette di accompagnarlo anche a trentacinque anni di distanza. Siamo nel 1981, ed il 27 giugno di quell'anno la "Bronze Records", (che già aveva pubblicato i precedenti album dei Motörhead a partire dal 1979 con Overkill), fa comparire nelle vetrine dei negozi di musica il primo album live dell'inossidabile trio inglese. Sono passati appena sette mesi da quando Lemmy e soci hanno dato alla luce quel capolavoro di Ace of Spades, portandosi all'apice di un successo già innalzato da dischi di chiara fama come il già citato Overkill ed il successivo Bomber. Non mi prolungherò a descrivere quanto l'Asso di Picche abbia reso popolare la band in Inghilterra (e presto in tutto il mondo), avendo già trattato l'argomento nelle recensioni che hanno preceduto questa, nella discografia dei Motörhead: tuttavia è doveroso ricordarlo, poiché è proprio questo contesto, che vede la band di Lemmy in cima alle classifiche e lanciata alla conquista dei palcoscenici d'oltreoceano, a spiegare le ragioni dell'uscita di un disco live ed il motivo per cui ancora oggi questo è considerato una pietra miliare per gli amanti del genere. No Sleep 'Til Hammersmith non fu presentato in patria dai Motörhead. Anzi! Per dirla tutta, i Motörhead non erano neanche presenti all'uscita del disco. Ho cominciato ad introdurre la storia di questo album con la sua data d'uscita non a caso, dal momento che in quel periodo la band si trovava nella sua prima trasferta statunitense intrapresa a metà aprile, come band di supporto al tour di Ozzy Osbourne per Blizzard of Ozz (il ché dice molto sull'importanza che i Motörhead stavano conquistando sulla scena musicale!). Eppure, la Bronze preferì battere il ferro finché caldo, certi che quel nome che aveva conquistato il pubblico l'anno prima sarebbe stato una garanzia per le vendite di un live anche quando questi non avrebbero potuto suonare nel Regno Unito. La cosa suscitò un certo disappunto in Lemmy, che in un primo momento non apprezzò la scelta portata avanti dalla casa discografica; voci non confermate hanno addirittura suggerito che l'etichetta pubblicò questo album senza il consenso della band, la quale espresse il suo malcontento per bocca di Taylor, il quale mal digerì questo "sfruttamento" discografico, usando parole durissime per descrivere lo status del gruppo, all'epoca. Fama e successo, certo, ma anche tanta fatica e rinunce, sacrifici e tabelle di marcia al limite del militaresco. Una vita certo frenetica ed appagante, ma anche piena di squali interessati solamente ai soldi, e per nulla attenti alla musica od al morale dei Nostri. A detta proprio dello sporco animale: "La cosa più assurda consisteva in questo. Più diventavamo famosi, più lavoravamo duro.. più non vedevamo nemmeno il becco di un quattrino! E' a quel punto, che realizzi: quando ti fanno faticare come un cane e non ti concedono nulla se non un piccolo momento di pausa. E neanche puoi godertelo, perché devi pensare a cosa fare dopo". Insomma, dichiarazioni durissime. Le quali accompagnarono quindi l'uscita di questo disco, sospeso fra il clamore generale ed il malcontento dei Motörhead. I quali avrebbero voluto, più che giustamente, ricevere un trattamento diverso dal mero sfruttamento economico del loro lavoro. Cosa successe o non successe "in toto", tuttavia, non ci è dato saperlo. Del resto, la Storia ce lo insegna: i "misteri", le polemiche e le leggende diffuse in ambito musicale sono pressoché all'ordine del giorno, sin dall'alba dei tempi. Quello che a noi resta di tangibile è questo disco, prodotto ancora una volta dal geniale Vic Maile (reduce dal recente successo di Ace of Spades), con l'iconica foto di Ian Kalinouski in copertina, raffigurante i nostri tre pirati del business musicale che emergono a stento dalle luci fiammeggianti del palco, in pasto ai contorni offuscati di una folla adorante per l'avvertimento dei Motörhead: "Non si dorme!". Proprio perché, nonostante tutto quel che la band avesse potuto dire riguardo al prodotto in questione, "No Sleep.." si è conquistato un posto nella leggenda. Tanto da venir citato continuamente anche in ambiti "extra Metal" o comunque extra musicali. Ne è un esempio il brano "No Sleep Till Brooklyn", dei rapper Beastie Boys, contenuto nel loro album "License To Ill" (1986) , il cui titolo è chiaramente ispirato a quello del masterpiece di Lemmy e co. Arrivando addirittura a toccare il mondo fumettistico, impossibile non segnalare una ben nota massima dell'indagatore dell'Incubo, il celeberrimo Dylan Dog. Numero 311 della serie regolare ("Il Giudizio del Corvo"), il caro DYD si ritrova impegnato in un appuntamento "romantico" con la sua nuova fiamma.. decidendo di portarla ad un concerto dei  Motörhead, proprio in quel di Hammersmith. La ragazza, stupita, afferma di non riuscire proprio ad immaginare Dylan come un ascoltatore di Heavy Metal; affermando, di conseguenza, di vederlo più come un amante della musica classica. Divertito, il nostro Old Boy dichiara quanto segue: "ma un concerto dei Motörhead ad Hammersmith E' musica classica! Perderselo sarebbe stato un delitto!". Due episodi, pescati in un mare di riconoscimenti e pubblici encomi, che ben delineano dunque l'importanza del platter che oggi andremo a recensire. Una vera e propria icona, incensata all'unanimità. Prima di lasciarci divorare dalla musica dello Snaggletooth e procedere con la lettura chiarisco un particolare su quanto segue: diversamente dalle recensioni degli album in studio, in questa particolare situazione  ci soffermeremo naturalmente di più sulle esecuzioni dei vari brani, alla resa delle tracce live su disco, e ad un confronto con la versione in studio delle canzoni. Naturalmente, non dimenticando l'importanza dei testi alla base di ogni episodio; quelle parole pregne di "vita on the road" che tanto si sono impresse nei cuori di ogni fan dei Motörhead, e che li hanno letteralmente eletti a portavoce di una generazione. Quella più stradaiola e ribelle, che vedeva nel Rock n' Roll un'ancora di salvezza, nel mare del perbenismo e del bigottismo. Senza ulteriori preamboli dunque, mettiamo "No Sleep.." sulla piastra, lasciamolo girare.. e che le casse comincino a fremere!

Ace Of Spades

Due accordi emergono da lontano, confusi, sotto i piatti che iniziano a tintinnare, si accompagnano a due fischi difficili da interpretare: non sono i suoni delle casse e delle chitarre, sembrano più registrazioni orchestrali che introducono l'inizio del concerto, ma sono brevissimi. Hanno appena il tempo di farsi sentire che subito ricadono echeggiando, e su quell'eco possiamo sentire il basso, potente e deciso che si fa strada con il charlie che dalla batteria comincia a ticchettare aspramente: pochi secondi in cui è impossibile confondere la canzone con cui i Motörhead accolgono il loro pubblico, e cavalcando le urla crescenti della folla irrompe la scarica martellante di "Philty Animal". "Ace of Spades (Asso di Picche)" irrompe trascinante: i suoni oscuri degli strumenti arrivano potenti e profondi, avvolgono l'ascoltatore riempiendo la stanza, senza che la qualità possa dirsi compromessa dalle registrazioni live. Al contrario! Siamo messi di fronte non più alla composizione e all'idea studiata ed espressa dalla band, ma alla sua pura emanazione: l'intento non è di offrire all'ascoltatore le canzoni dei Motörhead, bensì il muro di suono su cui ci si scontrava ai concerti dei Motörhead. E questo è  proprio quello che si sente! Pompata dalle casse, Ace of Spades suona più veloce che nella versione in studio (pur senza eccedere), con la voce di Lemmy arricchita dai riverberi del locale, che negli stacchi centrali chiude con una punta d'eco ogni frase, e che accompagna la fine dei ritornelli con uno di quei versi rauchi ai quali ci ha abituati, particolarmente pronunciato su quello conclusivo: sembrano sfoghi, chiusure azzeccate e accorate, mentre "Fast" Eddie, picchiando furiosamente le corde della chitarra, si lascia sfuggire in chiusura le strisciate delle dita sul manico: l'ultimo regalo alla folla, alla quale è lasciata la vera conclusione della canzone. Così come ha aperto, la traccia si conclude con la voce del pubblico, che ancor più entusiasta di quando lo abbiamo sentito accogliere la band, si abbandona ad un urlo incitante e che si prolunga per diversi secondi, tra applausi, fischi e grida d'incitamento. Non dobbiamo considerarle un semplice "contorno" alla registrazione: sono proprio le voci del pubblico a darci la prova più tangibile dell'eccitamento e della scarica adrenalinica suscitati dai Motörhead (ben noto a chiunque abbia assistito ad un loro concerto), e a consentirci di immedesimarci ancor meglio nell'atmosfera di questo disco. Ci aiutano a chiudere gli occhi, e ad immaginarci sotto il palco in mezzo a quel rumore, con Lemmy che tiene il mento sollevato e la bocca attaccata al microfono, ed Eddie Clarke che invece abbasso il viso lasciandosi coprire dai capelli sciolti durante l'assolo. Il resto della storia, la conoscete: i Tres Hombres ci parlano al solito di amori "on the road", ed in questo tosto e veloce episodio paragonano la vita sentimentale ad una partita a carte. La nostra Lei, nemmeno a dirlo, è una giocatrice professionista. Ammiccante, ammaliante, seducente. Sa come trarre il massimo profitto anche da una mano apparentemente scarsa, inducendoci ad abbandonare il tavolo da gioco. Eppure, siamo più assetati di gioco di quanto non lo sia lei: "vuoi giocare? Sono l'uomo giusto per te.. vincere o perdere, non mi importa!". Una massima che racchiude in sé tutto ciò che il gruppo ha da esprimere, circa l'argomento: qualsiasi cosa succeda, l'importante è puntare, giocare. Per non avere rimpianti, per mostrarsi all'altezza della situazione. Mai farsi sottomettere da nessuna ragazza, non importa quanto abile sia.. troveremo il modo per rubare il piatto, sfruttando il jolly nascosto nella nostra manica. Immaginerete che questo sia l'inizio di un leggendario concerto avvenuto ad Hammersmith.. e invece no! Nonostante il titolo, quello prodotto da Vic Maile è un disco che raccoglie le registrazioni di tre distinte esibizioni: la prima ha avuto luogo a Newcastle il 28 marzo del 1981, e le altre due il 29 e 30 marzo. Infatti, dopo il tour in Europa con le Girlschool, i Motörhead tornarono in Inghilterra per suonare quattro date, registrandole tutte per il loro disco live (già programmato), e scartando poi la prima di queste date, avvenuta a West Runton. Insomma: nessun concerto, nessuna registrazione all'Odeon di Hammersmith. Sappiamo che le registrazioni finite su disco sono state scelte dunque tra le diverse versioni del brano, mentre non ci è dato sapere se anche la disposizione della track-list segue l'ordine di scaletta delle esibizioni, o di una di queste; possiamo limitarci a dire con una certa sicurezza, considerata l'apertura introduttiva, che questa versione di Ace of Spades con cui si apre il disco, doveva essere effettivamente anche l'apertura del concerto, per la precisione quello di Newcastle del 30 marzo. La canzone dell'Asso è terminata, e ci ha lasciato con la voce della folla che cresce e accompagnata dai fischi delle chitarra in movimento sul palco. Non sentiamo saluti, né parole di ringraziamento o incitamenti al pubblico; non sentiamo il ruggito di Lemmy che come da tradizione ci grida "We are Motörhead? and we play Rock 'n' Roll!". Sentiamo invece la folla che non accenna a diminuire il proprio entusiasmo per la scarica di decibel con cui si sono presentati sul palco i tre cowboy, fin quando Phil Taylor non batte tre colpi sul charleston, e così il concerto prosegue.

Stay Clean

Il luogo è lo stesso, la data anche (Newcastle, 30 marzo 1981), ma la canzone con cui i Motörhead portano avanti la scaletta è tratta da un disco diverso: è la volta di "Stay Clean", tratta da Overkill del 1979. Dopo i rapidi passaggi sulle pelli, la canzone inizia, cadenzata e diretta come la conosciamo, e come la conosceva ormai bene il pubblico di quel 1981, e che sembra apprezzare qui questa entrata più diretta e meno elaborata: chitarra e basso procedono secchi e duri, con pennate precise e chiare, laddove nella versione in studio la chitarra di Clarke porta avanti (tanto nell'intro quanto nella strofa e nel ritornello) un giro di note che emerge dal brano con un suono alto e caratteristico e che strizza l'occhio al rock più sperimentale piuttosto che al punk o all'heavy metal. Qui invece, "Fast" Eddie sembra intenzionato a lavorare in coppia con Lemmy per colpire il suo pubblico con quel muro di suono di cui abbiamo già parlato, e così la canzone procede dritta, senza che la chitarra muti suono per esaltare quel giro di note che qui si lascia distinguere appena un po' di più soltanto nella strofa: sono invece favoriti gli accenti conclusivi, accompagnati dai colpi di piatti di Taylor. Possiamo sentire anche questa volta quanto il riverbero amplificato del microfono conferisce alla voce di Lemmy una presenza più calda della versione in studio: la batteria ossessiva nei passaggi di Taylor non ne copre le linee vocali, ed anzi possiamo apprezzare l'intervento discreto ma efficace di Clarke che accompagna il nostro vocalist al microfono nei ritornelli. Lemmy discende con la linea del ritornello, abbassando la nota finale, mentre Clarke si mantiene ad un'altezza continua, sottolineando così la chiusura del verso. Si tratta di una piccolezza espressiva che aveva luogo nelle esibizioni, e che invece non è stata immortalata due anni prima del disco. L'assolo scorre veloce e indiavolato nella sua brevità: in Overkill lo abbiamo sentito confondersi con il giro di note di cui ho già accennato, mantenendo quel suono di chitarra che si distingueva tanto nettamente, mentre ora la distorsione alta e graffiante ha sostituito quell'impronta quasi blues, e con queste note lanciate velocemente si cavalca verso il finale. Ancora una volta il pubblico dà sfogo al suo boato: tra i fischi e gli urli del pubblico alcuni tocchi alle corda della chitarra, alcuni fruscii dai microfoni, e soprattutto da dietro le pelli emerge a stento il charleston che si apre e si richiude, due colpi appena accennati con le bacchette, e il silenzio della band che si gode il plauso della folla, forse con i tre musicisti che si scambiano occhiate compiaciute, forse con qualcuno di loro che si sporge verso l'altro chiedendo quale sia il prossimo brano in scaletta, forse intenti ad adocchiare qualche ragazza tra il pubblico, mentre la folla non smette di gridare. Del resto, più che un brano, "Stay  Clean" è un vero e proprio inno generazionale. Pochi versi, ma a dir poco emblematici. Cos'è la verità? Non potremo mai saperlo con certezza. Ragion per cui dobbiamo diffidare di chiunque eserciti la sua autorità in campo, affermando di detenere la giustizia assoluta. Mai lasciarsi scavalcare o mettere i piedi in testa. Mai aver paura dei "potenti". Libertà, è questa la parola d'ordine. Vivere secondo ciò che siamo e proviamo, non donarci a nessun tipo di dogma. La vita è troppo breve per incastrarsi in regole bigotte, severe e noiose. Ci chiameranno "peccatori", ci tratteranno come reietti.. ma poco importerà. Se avremo la coscienza di essere liberi, ma liberi sul serio, potremo andare avanti a testa alta. Senza rimpianti o paure. Dopo una manciata di secondi, Lemmy si riavvicina al microfono, e finalmente rivolge qualche parola al pubblico. Nulla di impegnato o di troppo coinvolgente, non saluta e non chiede a nessuno di urlare più forte: si limita ad annunciare il prossimo pezzo (il nostro Lemmy non è mai stato di troppe parole).

Metropolis

"This song is called Metropolis!" annuncia in fretta, subito accolto con favore dal suo pubblico. I Motörhead proseguono con questa canzone con il repertorio di Overkill, scegliendo stavolta la canzone più "interessante" e particolare del disco del '79: lenta, evocativa, connotata da un'impronta decisamente più vicina all'hard rock di quanto non abbiano fatto in altre occasioni all'interno del disco, rendendo questa una delle tracce più alte dell'album. Se nella versione studio è Eddie Clarke ad introdurci nelle atmosfere cupe e rarefatte ispirate a Lemmy dal film di Fritz Lang (1927) con un giro di chitarra che si distacca dalla linea ritmata e ripetitiva del basso, questa volta spetta a Phil Taylor ricreare quella dimensione suggestiva: anche qui la chitarra di "Fast" Eddie scandisce l'intro con quelle note che aprono la canzone, ma solo dopo che i piatti della batteria vengono fatti vibrare a lungo, fino a costituire un tappeto spettrale, riportando in vita il mondo irreale e rarefatto delle immagini in bianco e nero di Lang. Così, Metropolis comincia: come è già stato per Ace of Spades, anche questa canzone viene eseguita più velocemente, più ritmata, conferendole un aspetto molto più caotico e grintoso, pur senza stravolgere l'anima del pezzo. È così che proseguiamo fino alla conclusione della seconda strofa, dove viene lasciato spazio a Taylor: le note delle asce si affievoliscono in lunghe code, mentre "Philty" arricchisce il cuore del brano con un intermezzo ritmato delle pelli, che picchiano rilasciando un suono profondo ad ogni tocco tale non farci avvertire una vera e propria interruzione del brano, ma piuttosto una nuova (e più elaborata) svolta nella strutta, per poi riprendere con il "via" urlato da Lemmy. "Stand up!", grida facendo sì che Clarke riprenda con un breve assolo la direzione del pezzo, avviandosi all'ultima strofa. Nel video del concerto, possiamo vedere a questo punto Clarke con i piedi ben saldi nella sua postazione, intento a muovere plettro e dita sulle sue sei corde, mentre Lemmy approfitta del momento per scavalcare le casse spie ed avvicinarsi al bordo del palco, restando in ombra mentre Eddie e Phil proseguono sotto i riflettori, e continua a martellare le corde del basso sporgendosi sul pubblico. È noto quanto siano brevi le strofe della canzone (tre strofe da tre versi), ma anche qui possiamo notare un intervento che arricchisce la resa del brano: in Stay Clean "Fast" Eddie accompagnava Lemmy con la voce sui ritornelli, qui invece, vista la brevità delle strofe e non essendoci propriamente nella struttura un autentico ritornello (non in senso stretto quantomeno), Lemmy e Clarke cantano a due voci per intero l'ultima strofa, costruendo così un crescendo tra i tre blocchi di frasi che manca nella versione in studio, fino a chiudersi con l'accordo finale. È vero che in questa esecuzione il brano perde in parte quell'ambientazione surreale e sinistra, ma è altresì vero che questa versione "da palco" non stravolge l'originale, anzi si mantiene fedele e cerca di esaltare e (quando può) ricreare i suoi aspetti caratteristici anche "scardinandola" dai confini del disco, così da renderla una canzone versatile, capace di far saltare e agitare le testa ad un pubblico caciarone e fremente di eccitazione. Il quale, questa volta, non verrà poi di molto incalzato da testi pregni di ribellione o incitamenti al sesso selvaggio. A detta dello stesso Lemmy, il testo di "Metropolis" è da intendersi come un enorme flusso di coscienza, una giustapposizione di immagini scaturita nella sua mente dopo aver visto il film omonimo. Versi dunque scaturiti da un lisergico "trip", sconnessi fra di loro e ricchi di immagini apocalittico-fantascientifiche. "Thank you very much!" urla finalmente Lemmy alla folla una volta conclusa la canzone.

The Hammer

entriamo nel dibattito filologico: è stato scritto che la canzone "The Hammer" ("Il Martello", la successiva) è stata dedicata al "Little Philbert"; tuttavia, le versioni digitali del disco riportano la dedica di Lemmy alla conclusione di questa traccia, non all'inizio di The Hammer. Facendo attenzione, possiamo inoltre distinguere le parole di Lemmy che usa il verbo al passato, lasciando intendere che si riferisca al brano appena eseguito: sulla voce del pubblico che continua ad urlare sentiamo la voce rauca e scura di Ian Fraser che dopo aver ringraziato la folla dice "This one has dedicated? to Little Philbert!". La confusione in proposito credo sia stata generata dal fatto che su vinile o cassetta si è stati sempre abituati a seguire il disco senza una divisione delle tracce e, fatalmente, anche la canzone successiva comincia con Lemmy che annuncia il brano, suggerendo all'orecchio una frase unica. Infatti così comincia la traccia seguente: "This is called The Hammer!". Con questo brano i Motörhead tornano ad attingere dalla track-list di Ace of Spades, ma si passa anche ad un altro concerto! Tutte le canzoni ascoltate finora sono state registrate a Newcastle il 30 marzo, mentre questa è la prima delle canzoni registrate il 29 marzo. L'impatto è clamoroso sin dai primi accordi: cadono pesanti come macigni dalle asce, velocizzati per prepararsi alla cavalcata di batteria con cui "Philty Animal" entra ad accompagnare il brano dopo il breve intro. In questa versione possiamo sentire come i suoni degli strumenti è esaltato fin quasi a sovrastare la voce di Lemmy: questa resta ben presente e chiara per tutto il brano, ma è evidente la differenza di livelli rispetto alla registrazione in studio, dove la linea vocale è stata posta in primo piano, e qui subisce invece l'avanzata prepotente della strumentazione, con cui lavora di concerto. Quest'esecuzione veloce e decisa, con il carattere già duro e ruvido del brano, fa di questa traccia una delle espressioni più energiche e grintose dell'intero disco: una vera prova di potenza, con i volumi tirati in alto e la voce che in più punti tende al grido rabbioso. È l'essenza dell'heavy-metal che vuole arrivare a travolgere lo spettatore, a far crollare gli spalti del teatro, a far tremare le strade fin fuori il teatro? e sembra riuscirci! There ain't no way, you'll see another day / I'm shooting out your lights, bring you eternal night. Le gesta di un pazzoide, di un killer professionista il quale non si fa troppi scrupoli a narrare alle sue vittime quail sono le sue "mansioni". Uccidere e creare il panico, distruggere gli altrui sogni, come un martello farebbe, abbattendosi su di una lastra di vetro. Un vero e proprio ciclone in grado di spazzare via qualunque vita. Se incontreremo "il martello" sulle nostre vie, non servirà urlare e nemmeno provare a scappare. Nessuno è al sicuro, meglio rimanere chiusi in casa. Su queste parole, intraprendendo l'ultima strofa, la batteria non arresta la sua spinta, mentre la chitarra chiude le sue corde sotto le dita di "Fast Eddie" lasciando spazio alle pennate del basso, che suonano così al meglio delle loro potenzialità: ogni tocco arriva all'orecchio pieno e profondo, mentre Lemmy si allunga sul microfono a pronunciare cadenzato i versi riverberati che scorrono dal palco sul pubblico, e fuori dalle nostre casse. Subito dopo irrompe nuovamente la chitarra, e la corsa verso il finale prosegue, energica e rapida come dalle prime note, continuando ad invitarci a saltare e a prendere a spallate i nostri vicini, fino ad arrivare alla chiusura e alla caduta del martello: Believe me, the Hammer's coming?! urla Ian Fraser quasi stridulo ringhiando al microfono, lasciandoci in sospeso appena un secondo in attesa del colpo finale. Questo arriva puntuale e pesante proprio come lo aspettavamo: su disco abbiamo imparato a conoscere questa conclusione (chiusura non solo della canzone ma dell'intero album, trovandosi in fondo alla track-list) con l'ultimo accordo che si allunga mentre la voce di Lemmy scandisce una parola ripetuta dall'eco. Qui invece l'eco non basta, così l'accordo viene raddoppiato, e per due volte, imitando con precisione il disco, Lemmy ripete: ?Down! Down! E con questo il pubblico viene lasciato tramortito, quasi incredulo della scarica di forza e di watt da cui è appena stato colpito, ma che gli lascia ancora la voglia e l'energia di urlare il proprio apprezzamento. La voce rauca e gutturale dal palco ringrazia ancora, poche parole, confuse tra il rumore del pubblico, e subito si passa a un'altra canzone. Arriviamo quindi ad un punto del disco nel quale ci tocca riprendere in mano la "filologia" e spendere qualche parola in merito a questa registrazione: ho detto all'inizio quali sono i concerti inseriti in questo album, precisando per ogni canzone ascoltata finora la data ed il luogo in cui questo è avvenuto. Ricapitolando: ho parlato finora di tre diversi concerti, avvenuti tra il 28 e il 30 marzo del 1981 (recentissimi, se pensiamo che il disco è stato dato alle stampe nel giugno dello stesso anno). Questa invece è una canzone che fa eccezione: è l'unica traccia presente in questo disco a non essere stata registrata in nessuno dei tre live su citati. 

Iron Horse - Born to Lose

"Iron Horse - Born to lose (Cavalli d'acciaio - Nato per perdere)" annuncia Lemmy all'inizio della registrazione andando a ripescare dal repertorio dell'album del 1977: si tratta della registrazione più vecchia di questo album, risalente al 1980. Purtroppo non sappiamo né la data esatta né il luogo del concerto da cui è stata presa: anche l'ultima edizione di quest'album (uscita proprio quest'anno in due CD) riporta la semplice dicitura UNSPECIFIED 1980. Quindi, rifacendo il punto della situazione: abbiamo tra le mani un disco live, che non è stato registrato nella località riportata nel titolo, che non è la registrazione di un unico e particolare concerto, ma che riassume non tre, ma addirittura quattro diversi concerti dei Motörhead! Si tratta di un brano che all'interno del disco fa sentire notevolmente la sua "diversità": Vic Maile è riuscito ancora una volta in un lavoro egregio, assimilando una registrazione così distante e caratteristica rispetto a quella dei tre show del 1981 e amalgamandola con il resto del disco, eppure, consci della divergenza temporale, possiamo sentire notevoli particolarità in questa registrazione. Se poco fa ho parlato della strumentazione che quasi pareggia con il volume della voce, e sembra addirittura sovrastarla in certi punti, qui invece i livelli sono molto più simili a quelli disposti in studio. Anche la velocità non cambia rispetto alla versione in studio, laddove abbiamo invece assistito finora ad un repertorio che preme sull'acceleratore. Qui si procede con una calma posata ma vigorosa, godibile per tutto il brano, mentre la voce sembra mantenere quel tono caldo che abbiamo già riscontrato, regalandoci ancora una volta l'immagine della motocicletta che procede senza ostacoli e senza impegni. Insomma, risulta meno pompata, meno graffiante, rispetto alle altre canzoni, eppure trova qui un inserimento azzeccato. Sul finale sentiamo un'altra dedica, pronunciata in maniera non troppo chiara dal giovane Lemmy che sembra distanziarsi dal microfono mentre parla: questa era per i motociclisti per antonomasia, gli Hell's Angels (per i quali non c'è bisogno di presentazione), i cui membri non erano solo accaniti e noti fan dei Motörhead, ma componevano anche un autentico corpo di guardia per la band: appena fuori dal palco si poteva trovare alle esibizioni di questi anni una nerboruta schiera di motociclisti pronti a scortare la band. Autentici body-guards non retribuiti, che si organizzavano di volta in volta per pura dedizione al gruppo. Del resto, il testo di questo brano parla proprio della vita motociclistica in generale: il biker viene visto come il vero e solo ribelle, come colui il quale può veramente sfidare questa società, contrapponendo ad essa il suo modo di vivere. Contro le regole bigotte ed il perbenismo dilagante, il centauro mette in campo la sua passione per la vita frenetica, nomade, priva di riferimenti "borghesi". Niente famiglia se non i suoi compagni, niente legami se non quelli da instaurarsi per una notte e basta, niente lavoro se non quello di mantenere come si deve la sua motocicletta, il suo cavallo d'acciaio. Moderni cavalieri, i bikers esprimono dunque consapevolezza dei propri mezzi e del proprio essere: decidere di abbandonare ogni tipo di comodità, di agio, per inseguire la propria anima. Volenterosa di volare via libera, ed impossibile da ingabbiare.

No Class

"?And this is called No Class (Privo di classe)!" prosegue Lemmy suscitando nuove urla di entusiasmo tra la folla: è la prima traccia del disco registrata a Leeds, 28 marzo 1981. Il singolo che accompagnò l'uscita dell'album Overkill due anni prima è subito accolto con il dovuto fervore mentre Eddie inizia a scandire le prime pennate, raggiunto con foga e precisione dai colpi di batteria del collega Taylor. L'entrata della voce di Lemmy stavolta risulta più stridente del solito: il frontman è lanciato ad urlare il suo testo, e stavolta le note cavernose e gutturali del suo ruggito lasciano il posto ad un'interpretazione più alta, quasi sforzata, come se cercasse di rincorrere i compagni ormai partiti a tutta velocità: non c'è neanche bisogno di ascoltare le due versioni per rendersi conto dei tempi diversi. Basti notare che la versione studio ha una durata di 2.41 minuti, mentre in No Sleep ascoltiamo una traccia che parte con l'annuncio della canzone con il titolo, una breve pausa in cui sentiamo la folla, la canzone, e infine nuovamente il pubblico urlante con i ringraziamenti di Lemmy? il tutto in 2.34 minuti! Si tratta quasi di una costante, l'ho già detto e non ha bisogno di farselo spiegare chiunque abbia assistito ad un live dei Motörhead: la velocità è sempre stato uno degli ingredienti principali del pugno sonoro che la band regalava al suo pubblico, e se dobbiamo scegliere qualche esempio calzante da questo album, No Class è indubbiamente una delle canzoni da scegliere. Una veloce e durissima invettiva contro chi parla troppo, contro chi deve per forza di cose immischiarsi in affari non suoi. Una pioggia di note violente e dirette, atte a distruggere l'ego smisurato dei cosiddetti "protagonisti" posticci; tante bocche "troppo larghe", sputasentenze di professione, che il gruppo zittisce con il suo fare privo di fronzoli od orpelli inutili. Torniamo a Newcastle, il 30 marzo del 1981: Lemmy non si avvicina al microfono, nessuno annuncia un titolo. Non ce n'è bisogno. Nel video del concerto vediamo il palco riempirsi di fumo, sommergendo in quei vapori bianchi e casse spie e avvolgendo Lemmy e Clarke fino alle caviglie, mentre l'enorme Snaggletooth lampeggia dietro la batteria già percossa dai colpi della doppia cassa del "Wazzock" Taylor. Si alzano le voci da sotto il palco, come ad annunciare l'arrivo di un eroe atteso e acclamato.

Overkill

La cavalcata della batteria è l'annuncio migliore che possa richiedere "Overkill (Massacro)"! La canzone viene scagliata veloce e pesante, galoppando indemoniata attraverso il pubblico, precisa in ogni passaggio. Don't sweat it, Get it back to you! È l'attacco che anticipa il ritornello e conclude ogni strofa, e noi lo sentiamo cantato a squarciagola a due voci da Lemmy e Clarke, leggermente in ritardo sulle parole urlate dal frontman. Al minuto 2.50 la canzone si chiude nella prima coda di accordi, dando spazio a Taylor per riprendere una nuova cavalcata verso il secondo finale, attraversato dall'assolo rapido di Clarke. Stavolta la canzone sembra davvero finita? e invece riprende ancora per un terzo finale, ancora più carico, ancora più veloce, con le note della chitarra che puntano verso l'alto, stridendo in acuti graffianti e ossessivi, fino a perdersi nei fischi ormai esausti che si trascinando fino alla chiusura (quella vera stavolta), arrivando così a quasi cinque minuti di pura adrenalina. Quella appena passata è la vetta più alta di questo album, la prova più chiara e vibrante della forza sprigionata da un concerto dei Motörhead. Quella stessa forza narrata nel testo di questo brano, vera e propria celebrazione del potenziale che i tre sono capaci di esprimere. La forza di questa musica nuova, potente, sconvolgente. Questo torrente di decibel capace di proseguire lungo tutta la nostra spina dorsale, di contagiarci e di spingerci al movimento sfrenato. Headbanging, pogo, quel che volete.. sta di fatto che, ascoltando un brano del genere, non si può rimanere fermi. Pura energia, elettricità: questo è il Metal, benché Lemmy abbia sempre detto di aver suonato "Rock n' Roll.. al massimo, Blues un po' più veloce della norma". L'ascoltatore è ancora stordito da una simile pacca di decibel, ed è costretto a prepararsi per il prossimo brano con il cuore che ancora batte al tempo martellante di Overkill e la voce del pubblico del 1981 che continua a riempire urlante la stanza attraverso le casse, mentre la band annuncia un altro successo targato 1980.

We Are The Road Crew

è la volta di "(We Are) The Road Crew - Noi siamo i compagni della Strada". Ascoltando il disco, sentirete che la canzone è anticipata da un urlo stonato fatto al microfono, che si perde in una interferenza vibrante la quale persiste fino all'attacco della canzone: non affannatevi a cercare di riconoscere in quel grido la voce di Eddie Clarke o di Phil Taylor, il video dell'esibizione mostra chiaramente un membro della Crew che, chiamato sul palco, lancia il suo urlo al microfono di Lemmy (inconfondibile posizionato a quell'altezza vertiginosa!), per poi allontanarsi e restituire il posto alla band, che non si lascia desiderare più di un paio di secondi.  Infatti Lemmy con la sua camicia aperta sul petto riprende subito la postazione pestando sul basso gli accordi d'apertura, e subito la canzone della crew inizia a rotolare sul palco: la somiglianza con il disco è notevole. Gli stacchi di chitarra che chiudono il ritornello sono resi con una qualità che non può lasciarci indifferenti ricordando che si tratta di registrazioni live dei primissimi anni '80, e questo dovrebbe farci riflettere anche su quanto si sia detto nel corso degli anni circa la poca tecnica e l'approcci ignorante dei Motörhead: stiamo parlando di musicisti capaci di creare capolavori iconici (inutile offrire ulteriori esempi) e di dar vita ad esibizioni caotiche e sprizzanti energia a volumi e velocità forsennate, pur rendendo giustizia alla qualità dei suoni, alla precisione negli stacchi e nei passaggi, all'attenzione verso i dettagli dell'esecuzione che non vengono trascurati neanche quando il brano viene accelerato. E questo senza i prodigi della tecnica digitale a cui oggi siamo avvezzi e da cui troppo spesso pretendiamo dipenda il risultato finale di un disco e di un concerto. Insomma, i Motörhead hanno ancora da insegnare! Soprattutto, poi, se leggiamo il testo di questo brano, vera e propria "lauda" di una vita ormai non più intrapresa da molti; almeno, non a quegli antichi fasti. Niente tour bus super accessoriati, niente agi, niente comodità: solo la strada, l'asfalto, la via da mangiare cruda. La vita da strada, quella vissuta da città a città. Sempre con pochi spiccoli in tasca, da spendere in alcoolici. Sempre con la voglia di far festa, cercando di conquistare una ragazza alla volta, per luogo visitato. Come i marinai, una donna in ogni porto; così i musicisti ed i roadie, persone non fatte per una vita stabile ma anzi dedite al nomadismo più sfrenato, un po' come i bikers. Donne, avventure, viaggi: il tutto, con il sorriso sulle labbra ed il portafogli vuoto. Tornando a parlare dell'attenzione riservata dai Motörhead all'esecuzione in generale, tutto questo non ci deve comunque dare l'immagine (assolutamente falsata e poco credibile) di un gruppo intendo a concentrarsi sul proprio strumento tanto da perdere di vista le migliaia di persone che agitano la testa e alzano i pugni di fronte a loro: infatti noterete che al minuto 2.26 l'assolo di chitarra sfuma e si perde in un fischio. Batteria e basso proseguono imperterriti, mentre a noi resta nell'orecchio questo fischio persistente, e che dura fino al minuto 2.46? ben venti secondi! Per scoprire cos'è successo in quei venti secondi bisogno guardare il video dell'evento: vediamo Eddie abbandonare la chitarra, limitandosi a tenerla a tracolla, ed alza le mani verso il pubblico, incitandolo a batterle a tempo insieme a lui, lasciando alla ritmica il compito di portare avanti il pezzo mentre lui si gode il plauso del pubblico e partecipando alla sua allegria. Qualcuno potrebbe storcere il naso, ritenendo forse la cosa poco professionale (ebbene sì, oggigiorno abbiamo un po' la tendenza a vedere il rock 'n roll sempre più come un'azienda.. mah!), e invece, questo punto di intrattenimento della folla va lodato! E sapete perché? Andiamo a riascoltare il disco di Ace of Spades? proprio in quel punto, noterete che anche la versione in studio della canzone vede la chitarra "spegnersi" per venti secondi in un continuo fischiare sulla linea ritmica (ho spiegato nella recensione a quel disco che in quel punto Eddie Clarke era riverso in terra a ridere per chissà quale motivo, proprio mentre stava registrando la sua parte, lasciando così incompiuto l'assolo). Clarke quindi non si limita a mollare il pezzo per divertirsi con il suo pubblico: al contrario, con grande maestria i Motörhead fanno quadrare il brano introducendo nell'esecuzione quella fortuita "variazione" rimasta su disco, approfittando dei venti secondi per incitare il pubblico. Chapeau!

Capricorn

 Il disco continua a girare, e con la traccia successiva arriviamo alla nona canzone dell'album, rimanendo a Newcastle, sempre nella sera del 30 marzo. Dopo poche parole per annunciare "Capricorn", Phil Taylor comincia a martellare i tom introducendo la canzone: la cosa che più colpisce all'ascolto di questo brano, che viene seguito alla stessa velocità della sua versione studio, con la medesima andatura moderata e decisa, è come anche questa volta i Motörhead cerchino di ricreare le atmosfere "ovattate" in cui la canzone era immersa all'interno di Overkill: è soprattutto la voce a far sì che quell'ambientazione cupa e sospesa nel vuoto sia riprodotta, con un eco di molto maggiore ad altre circostanze e momenti di questo disco, così da avvolgere il tutto in una cappa quasi sinistra, col risultato che non solo riesce ad imitare assai bene i suoni del disco, ma riesce anche a rendere più coinvolgente un brano che altrimenti non avrebbe avuta assicurata un'ottima resa live. Si nota questa accortezza elaborata da band e fonici in tutto il brano, ma è soprattutto nell'intermezzo che precede l'ultimo ritornello: nella versione in studio sentiamo il basso che di colpo tace, interrompendo del tutto la sua linea di accompagnamento, e la chitarra che ammutolisce riservandosi di fare soltanto gli stacchi a fine verso, mentre proseguono lineari batteria e voce, per poi rientrare tutti insieme in conclusione del verso e procedere dritti verso il finale. Qui invece la chitarra evita anche gli stacchi a fine verso, lasciando interamente lo spazio alla voce di Lemmy che cantilena in maniera quasi ipnotica sulla batteria, fino al rientro in concerto di tutti gli strumenti. Nemmeno il finale, che sul disco si sfuma in fade out, è stato modificato: i tre rocker di sua maestà picchiano le ultime battute, e lentamente chiudono sfumando con i piatti che tintinnano come ultima voce, che si chiude mentre si apre, ancora una volta, quella del pubblico.

Bomber

"Thank you? Bomber ("Bombardiere")!": e così, senza preamboli o altre parole, Lemmy annuncia il pezzo successivo. Abbiamo avuto due canzoni che dopo la scarica adrenalinica di Overkill hanno rallentato il concerto riportandolo ad una velocità moderata senza tuttavia perdere di grinta, ora è il momento di tornare a correre! Si tratta dell'esecuzione di Leeds, del 28 marzo 1981, ed è l'ultima registrazione di quel concerto presente in questo disco. Dopo aver urlato un paio di volte il titolo sull'intro che ormai galoppa, Lemmy accenna addirittura qualche passo di danza saltellando all'indietro (lo provano le riprese del live), per poi attaccare deciso con la strofa. La canzone scorre inarrestabile con una velocità che è quasi raddoppiata, trovando requie solo negli stacchi che seguono l'ultima strofa dirigendosi alla conclusione accompagnati dai tom ritmati in maniera quasi tribale dal "Philty Animal", dove allora riacquista la velocità già di per notevole dell'album. Per noi che restiamo seduti in casa ad ascoltare questa preziosa testimonianza del secolo passato non resta che agitare la testa mentre ascoltiamo il ritornello cantato e scandito a due voci da Lemmy e Clarke, che si fa strada prepotentemente tra il flusso sonoro. Quello che urla alla conclusione di questa canzone è lo stesso che abbiamo già sentito gridare per No Class, e non sembra essersi stancato: questa canzone è separata dalla successiva da circa dieci secondi ininterrotti in cui a farsi sentire è la voglia di divertirsi della folla. Soltanto uno stentato "Thank you!" di Lemmy sembra riuscire a placarla momentaneamente, ma il pubblico non è ancora sazio. Non è ancora sazio l'ascoltatore. E non lo è nemmeno lo Snaggletooth.

Motörhead

C'è spazio per un ultimo pezzo, uno decisivo, per chiudere il disco! Sentiamo Lemmy indugiare al microfono, mentre alle sue spalle il ticchettio delle bacchette da batteria inizia farsi sentire, a segnare momentaneamente i tre tocchi, poi si arresta, e dà il tempo a Lemmy di annunciare, o meglio di NON annunciare il pezzo. Ebbene sì: noi sentiamo la voce roca e di Ian che dice al suo pubblico: "And this guys?" e nient'altro! Lascia che sia il pubblico a riconoscerla, e così con le prime pennate di basso, roboanti e gravi, lascia cadere il loro biglietto da visita: "Motörhead"! La batteria segna il tempo su quell'intro di basso distorto, finchè la chitarra di Eddie non entra graffiando e colpendo, snocciolando il riff della loro canzone manifesto accompagnata dal rombo di un motore in sottofondo che apre la strada alla canzone. Ma questa canzone deve dare l'ultima scarica della serata, così viene rovesciata sulla folla in maniera veloce e cattiva: ormai non ha più nulla dello sperimentalismo psichedelico né delle atmosfere sognanti degli Hawkwind, e sembra al contrario un inno rabbioso e fiero della proprio forza. "Fast" Eddie sottolinea al microfono le frasi scandite velocemente dal ruggito di Lemmy; pur accelerata la canzone non si esime dall'offrire le note della chitarra che con il suo giro discendente blues sembra a questa velocità volerle letteralmente sparare sulle prime file, dimenticandosi della morbidezza con cui queste sono state registrate: il pubblico è cambiato, la band anche, e i Motörhead sanno cosa offrire alla propria gente. E infatti, mentre la canzone corre veloce, sul finale possiamo sentire il ritornello cantato dalle voci di Lemmy e quella di Eddie, ma anche da quelle di tutto il pubblico, che rincorrendo i proprio idoli in quella forsennata corsa di note e di watt, intona con loro "Motörhead! You can call me a Motörhead! All right!", ripetendo i versi con convinzione e gioia, fino agli ultimi colpi, duri e serrati, che ci portano alla fine della canzone, e alla fine del concerto: la chitarra stride il suo ultimo arpeggio ripetendolo confusa e veloce, mentre alla batteria Taylor prolunga i suoi battiti trascinando ancora più a lungo il finale. Dal video del concerto vediamo il leggendario Bomber, la mitica struttura di luci e acciaio costruita per l'uscita per disco omonimo, che dopo essere rimasto sollevato sulle teste dei tre musicisti a riempirli di luci con i propri riflettori in continuo movimento, adesso si anima, avanza, si abbassa puntando il muso del terribile bombardiere verso il palco. Mentre il finale si trascina Lemmy, basso impugnato, si arrampica tra i tubi d'acciaio del Bomber, e si lascia sollevare mentre il bombardiere si rialza , come se volesse prendere il volo per una terribile incursione: così, dall'alto Lemmy com'era sua abitudine, punta il basso sul pubblico, e da là sopra comincia a mitragliarlo di note, fino all'ultima. Poi, dal disco non arriva più la musica dei Motörhead: si continua a sentire il pubblico, ancora esaltato dall'esperienza, che continua a gridare, che batte le mani, e che intona in coro il nome della band. "MO-TOR-HEAD! MO-TOR-HEAD!" si continua a sentire, mentre vengono sovrastati dal rombo del Bomber, e da una sirena, che languendo sinistra e minacciosa, si fa largo dalle casse, svanendo con un concerto di trentacinque anni fa.

Conclusioni

Questo è "No Sleep Til Hammersmith": quello che non è stato inserito nel disco, sono state le "cerimonie" di premiazione in onore della band. Proprio a Leed e Newcastle infatti i Motörhead ricevettero il disco d'oro per Ace of Spades e quelli d'argento per Overkill ed il singolo Please Don't Touch. Il disco, sebbene Lemmy e soci non fossero presenti all'uscita per sponsorizzarlo con un tour, raggiunse il primo posto nella classifica britannica, e come avrebbe detto lo stesso Ian più tardi "Non c'è modo di tenere il passo di un live che ha venduto tanto quanto No Sleep". Eppure, vi fu chi criticò al tempo la scelta della band di far uscire un simile disco: chi apprezzava gli esordi della band non vide con favore il fatto che i Motörhead pubblicassero un live (mossa commerciale secondo alcuni) specie considerando che questo contenesse brani tratti dal primo disco della band, vale a dire del periodo in cui fama e successo non avevano ancora "intaccato" l'aura underground e stradaiola del gruppo. È lo stesso Lemmy che descrive nella sua autobiografia quella reazione negativa e "l'immancabile grido di 'Venduti!'. Fu chiaro che era tutta gente che non meritava la minima attenzione, un branco di snob boriosi ed èlitari! Noi sapevamo che stavamo facendo ciò che ci andava dal punto di vista musicale, quindi fu facile ignorarli". E infatti, la Storia ha dato ragione ai Motörhead. Oggi "No Sleep Til Hammersmith" è una pietra miliare dell'heavy-metal, un capitolo fondamentale nella storia dei Motörhead e soprattutto, è una prova tangibile della straordinaria abilità di Vic Maile, il quale ha saputo lavorare con registrazioni tanto diverse fino a produrre un lavoro omogeneo ed organico nella sua completezza, una testimonianza per i posteri dell'essenza grintosa e selvaggia degli anni '80, e uno specchio sincero e prezioso di uno dei più grandi nomi che il Metallo possa vantare tra i propri genitori. Un disco epocale che va dunque ad aggiungersi ad una sequenza importante. Proviamo infatti a ricordare importanti lavori di questo calibro: a lume di memoria, verrebbe immediatamente da citare il celeberrimo "Live at Leeds" degli Who, "Made in Japan" dei Deep Purple, il mitico "Alive!" dei KISS, il "Live At Wembley Stadium" dei Queen; e virando verso territori più Metal, impossibile dimenticarsi di album live come "Unleashed in the East" dei Judas Priest, "Live After Death" degli Iron Maiden, "Live Undead" degli Slayer. Dischi fra di loro differenti, ma aventi tutti un minimo comun denominatore. Ovvero, quello di mostrare il vero volto della band "interessata". Senza i fronzoli dello studio, senza la possibilità di fermarsi e riprendere. Semplicemente, salire sul palco e suonare. Un qualcosa di perfettamente mostrato da "No Sleep..", il quale incanala lungo i suoi solchi tutta la potenza della quale i Motörhead erano capaci. Una potenza nuda, cruda, per nulla rimaneggiata. Un prodotto splendidamente grezzo e genuino, capacissimo di penetrare anche all'interno del cuore più duro e disinteressato. Brividi lungo la spina dorsale, energia, voglia di muoversi.. proprio come detto in "Overkill". A chi mi sento di consigliare questo live? A chiunque ami i Motörhead, naturalmente, ad ogni estimatore dell'heavy-metal più puro e rude, classico e veloce, ma più che ad ogni altro, consiglio questo live agli ascoltatori più giovani, privati della splendida esperienza di assistere ad un concerto di Lemmy. Probabilmente, questo episodio (più che molti altri dischi) è capace di dire a chi non è mai stato mitragliato dal basso di Ian, attaccato alle transenne e in faccia alle casse: "Ecco chi erano i Motörhead!".

1) Ace Of Spades
2) Stay Clean
3) Metropolis
4) The Hammer
5) Iron Horse - Born to Lose
6) No Class
7) Overkill
8) We Are The Road Crew
9) Capricorn
10) Bomber
11) Motörhead
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