MOTÖRHEAD

No Remorse

1984 - Bronze Records

A CURA DI
MARCO TRIPODI
20/02/2017
TEMPO DI LETTURA:
9,5

Introduzione Recensione

Il nostro viaggio nel tempo attraverso la storia dei Motörhead, disco dopo disco, continua dopo aver affrontato un frangente di cambiamento e di crisi: nelle precedenti recensioni (quella ad Iron Fist e ad Another Perfect Day) abbiamo visto come i Motörhead abbiano percorso dopo l'enorme successo di Ace of Spades una parabola discendente che li ha portati dalla vetta delle classifiche a posizioni sempre più basse, accompagnando questo declino alle crisi tra i membri della formazione. Ho già parlato del disintegrarsi della formazione storica della band con l'uscita di Eddie Clarke dal gruppo e la sua breve sostituzione con Brian Robertson. Non mi soffermerò oltre dunque nel raccontare le ragioni di queste divergenze, sia quelle con il granitico "Fast" Eddie che quelle con l'estroso "Robbo" Robertson (per le quali vi rimando alle precedenti recensioni), ma cerco di riportare i nostri lettori a quel fatidico 1984. All'indomani del tour di Another Perfect Day, i Motörhead dovettero intraprendere una serie di audizioni per cercare un nuovo chitarrista. Il primo annuncio venne espresso dallo stesso Lemmy in un'intervista al "Melody Maker", in cui dichiarava che questa avrebbero preso un musicista ancora sconosciuto (e come dargli torto, vista la tremenda esperienza con un musicista già esperto e navigato come Robbo?). Tra l'oceanica mole di lettere e proposte, si distinsero due nomi che presto i fan della band avrebbero imparato a conoscere: il giovanissimo Phil Campbell (che mentì sulla propria età aumentandosi gli anni) ed il più maturo Mick "Wurzel" Burston (che mentì sulla propria età diminuendosi gli anni). Alla luce di quella che sarebbe diventata la Storia dei Motörhead, leggere dei primi incontri dei due chitarristi, tra loro tanto diversi, con Lemmy, non è solo interessante: è divertente! Phil Campbell, che aveva accompagnato con i Persian Risk le ultime date del precedente tour dei Motörhead, seppe delle audizioni mentre la sua band si trovava casualmente a Londra, così mentì ai propri compagni di gruppo per sgattaiolare all'audizione (nella sua autobiografia Lemmy racconta che disse "Lasciatemi qui ragazzi, devo andare a vedere un tizio per un cane"). Dopodichè, presentatosi in sala, cominciò a suonare correndo su e giù e agitando la testa come un forsennato: "Phil era un po' nervoso, -racconta Lemmy- ma era talmente sicuro della propria abilità che praticamente entrò come se stesso arrivando per le prove anziché per un provino". E così, venne scelto tra i "papabili" chitarristi. Il secondo, ha una storia per certi versi agli antipodi: inviò prima una lettera di presentazione con una foto buffa in cui faceva una smorfia, accompagnata dalle parole "Ho sentito che state cercando un chitarrista sconosciuto. Bè, non c'è nessuno più sconosciuto di me!". Il giorno del provino arrivò tremante di paura, dopo una lunga camminata a piedi dalla stazione allo studio con chitarra e una sacca piena di pedali. Ed ecco come Lemmy racconta il seguito: " 'Ho un elenco di canzoni', disse, e il foglietto gli tremava nelle mani. 'Dallo a me, per amor del cielo!' gli dissi, strappandoglielo di mano. 'Non ti preoccupare. Siediti, fatti un paio di vodke, amico. Andrà tutto bene.' " E infatti, andò tutto bene. Lemmy e Phil Taylor non seppero per un bel pezzo decidere tra i due musicisti, gli  unici emersi da un grossissimo numero di candidati, così decisero di chiamarli entrambi per un'ultima, e decisiva, prova in sala. Proprio la mattina dell'audizione finale invece, accadde l'imprevedibile: il manager della band, Douglas Smith, chiamò Lemmy dicendogli che si sarebbero dovuti recare urgentemente a casa di Phil Taylor. Lì, in maniera del tutto inaspettata, lo storico batterista della formazione classica dei Motörhead, disse "Me ne vado". Il furioso "Philty Animal", lo sporco e scalmanato ragazzaccio che aveva infuso quell'energia adrenalinica a classici immortali della storia dell'heavy metal come Overkill, Bomber, Iron Fist e, naturalmente, Ace of Spades, e che aveva girato il mondo tra concerti, infortuni, viaggi e incidenti insieme alla band più rumorosa del rock 'n roll, aveva esaurito la fiamma infernale che lo alimentava. Non diede spiegazioni, anche se Lemmy suppose che la scelta fu maturata dall'idea di diventare un "musicista serio" (cosa non facile da comprendere). Ad ogni modo, sappiamo cosa rispose Lemmy: "Cazzo, davvero un tempismo perfetto!". E in effetti, è difficile dargli torto: in sala li aspettavano due chitarristi venuti da Cheltenam e dal Galles per quell'audizione. Nel pomeriggio Lemmy entrò in studio dicendo ai due pretendenti: "Sentite, Phil è un po' in ritardo. Voi fate due chiacchiere tra voi per un minuto, bevete qualcosa. Io devo fare un salto qui vicino", dopodiché se ne andò per un po' al bar a giocare. Rientrato in studio, afferrò dalla conversazione dei due che questi si stavano accordando sulla divisione delle parti in modo da convincere Lemmy a prenderli entrambi nella band: "Non dovettero nemmeno provarci, perché ero già della stessa idea". Riassumendo: nel giro di poche ore, Lemmy si è ritrovato ad essere prima in cerca di un chitarrista, poi ad essere il solo membro dei Motörhead, poi a riavere una formazione a tre elementi, quindi a dover cercare un nuovo batterista. Tuttavia, fu proprio Phil Campbell a suggerire un ottimo rimpiazzo: Pete Gill, già batterista dei Saxon, con i quali aveva accompagnato i Motörhead in tour nel '79. Così nacque la formazione a quattro elementi della band, composta dal frontman più carismatico di tutti i tempi, da due chitarristi pressoché sconosciuti e pronti a divorare il mondo, ed un energico e grintoso batterista con la bizzarra abitudine a spogliarsi nei momenti più impensati e ad agitare i genitali in pubblico Tuttavia, sebbene questa premessa fosse fondamentale per illustrare la fase storica della band in cui ci troviamo, questa recensione non è scritta per parlare del giro di vite che ha animato i Motörhead nel 1984, ma del disco che è uscito in quell'anno. Il 1984 non è solo l'anno dell'esordio della formazione a quattro, ma anche quello dell'ultimo disco registrato dalla band per la Bronze Records, etichetta che ha accompagnato Lemmy e compagni a partire dal 1979. A dispetto dell'entusiasmo con cui Lemmy si gettò nell'avventura della nuova formazione (ed è giusto parlare di avventura: si trattava di gente sconosciuta con cui non aveva mai suonato prima!) la Bronze non condivise lo stesso ottimismo; sembrava anzi scettica sul futuro della band già a partire dall'uscita di Clarke dal gruppo, e le novità non infusero incoraggiamento alle aspettative della casa discografica. Per la Bronze, i Motörhead si avvicinavano al "canto del cigno", ed avrebbero preferito che si sciogliessero definitivamente. Per concludere degnamente, e per spremere la gallina dalle uova d'oro fino a quella che pensavano fosse la fine, la Bronze premette per far uscire una raccolta dei successi passati. Non era certo un mistero per Lemmy quale opinione si nascondeva dietro la proposta di un "best of", ma rimase irremovibile: a testimonianza che la carriera non era ancora finita per la band dello Snaggletooth, i Motörhead avrebbero fatto uscire una compilation solo a condizione che qui fossero contenuti almeno alcuni dei nuovi brani composti con la nuova formazione. Così, nacque una raccolta di grosse proporzioni, prodotta ancora una volta da Vic Maille, su cui tornò a ruggire lo Snaggletooth tra le tinte sepolcrali in nero e grigio. Così nacque "No Remorse".

Ace of Spades

"Ace of Spades (Asso di Picche)": Mettendo il primo dei due dischi sulla piastra, la stanza si riempie delle prime note inconfondibili del più grande successo dei Motörhead. Non importa se a lungo andare questa canzone avrebbe stancato Lemmy (ammettiamolo, aveva le sue ragioni): se questa deve essere una raccolta per i fan, non c'è brano più indicato per aprire le danze. Approfitto dello scorrere dell'intro, serrato e incalzante, già prima del Taylor lo accompagni martellando in crescendo le pelli, per precisare che quelle che ci accingiamo ad ascoltare non sono brani rieseguiti e riregistrati dai nuovi componenti, ma si tratta proprio del vecchio materiale, il chè dice molto, e ci convince che la Bronze avesse più interesse a riproporre i vecchi successi ai nuovi consumatori piuttosto che a presentare il nuovo volto dei Motörhead. Questa quindi, è proprio la registrazione del 1980, con la formazione classica composta da Lemmy, Phil Taylor ed Eddie Clarke. Tuttavia, se è vero che posizionare la canzone simbolo del gruppo come traccia d'apertura è una scelta azzeccata soprattutto per ragioni "commerciali", bisogna pur ricordare l'importanza contenutistica che questa ha per Lemmy e soci, ma soprattutto per le legioni di fan: come ho già avuto modo di sottolineare  nella recensione al disco omonimo, Ace of Spades è la canzone che riassume in sé lo spirito della band e la sua filosofia di vita. Racchiude l'imperativo comandamento a vivere la vita sfruttandone ogni istante e giocando con ogni rischio, al fine di assaporarne la vera essenza fino all'ultimo sorso: Sai che sono nato per perdere, e che il gioco d'azzardi è per i folli, ma è questo il modo che mi piace baby, e non voglio vivere per sempre! La decisa fermezza con cui Lemmy scandisce queste parole verso dopo verso sugli stoppati centrali non fa che sottolineare il peso che queste assumono per chi ha deciso di vivere la vita come una partita a carte con il diavolo, e ci invita a vivere con lo stesso coraggio gli azzardi che una coscienza più moderata ci inviterebbe invece ad evitare. Ma la canzone continua, la partita anche: così, dopo l'assolo, si rilancia, ritorna il bridge che salta dalle battute serrate agli accenti che balzando discendendo, e con quello l'ultima strofa, e l'ultima mano: The Dead's Mand Hand again! D'altronde, questa raccolta vuole essere un sunto della carriera della band dalle origini fino a questo momento anche da un punto di vista simbolico: per questo sulla copertina ritorna il tratto preciso di Joe Petagno con lo Snaggletooth dell'album d'esordio, riproposto senza personalizzazioni, senza stravolgimenti e nuove contestualizzazioni. Dunque, seguendo questa linea iconica, non deve stupire che la prima immagine suggeritaci aprendo il disco, appena dopo quelle fauci spalancate e così piacevolmente minacciose, sia proprio il famigerato asso di picche. L'ultima cosa che vedrai, sai che sarà l'asso di picche! E infatti, una sequenza di tre accordi si ripete due volte chiudendo secca la canzone. Insomma, se non ho potuto dire nulla di nuovo rispetto a quanto ho già fatto nella recensione di Ace of Spades, spero di aver invece dimostrato quanti motivi (oltre a quello puramente speculativo) possono aver spinto a collocare proprio in questo punto una canzone che forse avrà stancato Lemmy, ma che non riuscirà mai a stancare il sottoscritto, e so che questo vale anche per migliaia di voi.

Motörhead

"Motörhead (Strafatto)": Come ho detto, sembra proprio che la track-list segua un percorso simbolico che affronta tappa per tappa la storia della band non da un punto cronologico ma piuttosto iconico: e infatti, se il vecchio mostro lo troviamo in copertina, se l'asso di picche ci viene sbattuto sul tavolo come benvenuto, la tappa che segue è quella della canzone omonima. Siamo trascinati indietro nel tempo dalle sonorità ovattata e ancora "sporche" del singolo del 1977, quello con cui Lemmy presentò al mondo la sua nuova creatura, nata dalle ceneri della sua militanza negli Hawkwind. Non lo ricordo per prolissità: i fan accaniti ricorderanno infatti che questa è stata l'ultima canzone scritta da Lemmy appena un paio d'anni prima per gli Hawkwind (sarà bonus-track del disco Warrior on the Edge of Time del gruppo space-rock), e sarà proprio questa canzone ad ispirare al combattivo Kilmister il nome per il suo nuovo progetto. Parliamo di un grande classico che non ha bisogno di presentazioni: la linea di basso, profonda e scura com'è tipico del tocco di Lemmy, ci introduce nella canzone del dipendente dall'anfetamina (questo è il significato di motor head  nello slang inglese) con la sua cadenza ritmata che ancora non risente degli influssi speed metal che diverranno invece colonna portante dello stile della band inglese. Così, mentre compiaciuto della visione elettrizzata e distorta dalle droghe, Lemmy prosegue sulla strofa fino al ritornello inconfondibile - Motörhead! You can call me Motörhead, all right! - ne approfitto per ricordare come questa canzone, scorrendo dal disco appena dopo Ace of Spades, mantiene la formazione già ascoltata (quella di Kilmister, Taylor, Clarke), ma cambia casa discografica: l'album debutto uscì per la Chiswick Records, etichetta punk di modeste dimensioni fondata nel 1975 (fatalmente proprio l'anno di composizione di questa canzone), con i quali i Motörhead non firmeranno altri contatti per entrare invece tra i nomi della più prestigiosa Bronze Records, già citata più volte. È una canzone elettrizzante, pur senza presentare quelle sfuriate di doppia cassa che hanno reso celebre lo scomparso "Philty Animal" (che qui invece picchia dei fusti echeggianti ad ogni colpo), e che ci invita ad agitare la testa sul tempo quasi ballabile  che ci racconta una storia in parte già vissuta ma ancora da scrivere per una delle band più significative delle storia dell'heavy-metal. Noi la storia la conosciamo, e possiamo ascoltare questo singolo pieno di promesse mantenute sforzando di immedesimarci nella spensierata incoscienza di chi nel '77 si è avvicinato a questo nuovo gruppo grazie ad esso, fino al finale che sfuma dalle casse.

Jailbait

"Jailbait": il disco ci ha già sbalzato indietro dal 1984 al 1980, poi al 1977, e adesso ci riporta al 1980. Ritornando ad attingere da Ace of Spades, segue ora Jaibait, già ottava traccia dell'album storico. E in effetti, se già ci hanno proposto i canini affilati della belva ibrida in copertina, poi l'asso di picche con il suo gioco d'azzardo, poi le droghe e i deliri da anfetamina, cosa poteva mancare al repertorio di eccessi dei Motörhead se non le fugaci avventure amorose consumate nel backstage? È questo che racconta Jailbait, ritraendo il fortunato cantante che terminata l'ennesima esibizione scopre nel proprio camerino una ragazza molto giovane ed avvenente, che come nel più classico clichet da quando è nato il rock 'n roll, è riuscita ad avvicinare la rockstar a lungo vagheggiata nella propria cameretta. La distanza tra questa registrazione e quella del '77 è evidente, e questa si stacca nettamente dalla precedente con i suoi suoni più brillanti e vividi, ma non si può dire lo stesso per quanto riguarda invece lo stile della canzone: i tre cowboy dall'Inghilterra ci hanno abituato a corse forsennate e indiavolate, ma stavolta hanno saputo accostare due (ottime) canzoni dall'andamento più moderato, più apprezzabile anche per i palati più avvezzi alle sonorità dell'hard-rock più classico. Qui sentiamo Clarke sfoderare un giro di note scandito in maniera rapida e distinta per poi alternarsi ad una ritmica più sostenuta; così tanto nella strofa quanto nel ritornello, dove mentre la ritmica si mantiene costante e lineare, la voce si concede delle pause azzeccate, per poi allungarsi nel richiamo alla sua jailbait (termine con cui in inglese si indica una ragazza ancora molto giovane, ma che la natura ha generosamente dotato di un'immagine più matura), come a voler imitare un sospiro, prima di riprendere a cantare della piccola dolcezza.

Stay Clean

"Stay Clean (Resta Puro?)": appena un attimo di pausa dalla fine di Jailbait e subito sentiamo il suono profondo dei fusti di Taylor che cominciano a brontolare in successione rapida e crescente, finchè le note di "Fast" Eddie non emergono con quel giro che balza in acuto ad ogni attacco. Basterebbe questo a farci riconoscere un'altra canzone entrata a pieno titolo tra i brani più famosi, ma è la voce di Lemmy, meno cavernosa o rauca di quanto era solito spingerla il vecchio leone, a sancire l'entrata di Stay Clean, tratta da Overkill (il primo dei due dischi usciti nel 1979). Infatti qui la sentiamo sospingersi verso dopo verso con un tono trascinato, dandoci quasi l'immagine di un uomo spossato, che arranca in una lotta continua ma costantemente sostenuta. In questo è particolarmente ben studiata la struttura del testo, in cui i versi sono scritti con incisiva brevità o ancor meglio con una troncatura che li dimezza, tanto che nel pronunciarli sembrano quasi emessi in un sospiro: I can tell, seen before, I know the way, I know the law, Can´t believe, can´t obey? Solitamente questo titolo viene tradotto come "resta pulito", e in effetti questa sarebbe la sua traduzione letterale. Tuttavia è una traduzione che personalmente non apprezzo molto: questo perché la raccomandazione "resta pulito" nella nostra lingua, complice anche la vita di eccessi vissuta e narrata da Lemmy, riporta immancabilmente alla mente l'immagine di alcol e droghe, se non addirittura di crimini e di fedine penali che si potrebbero facilmente macchiare; questo testo invece non affronta come in altre occasioni il tema delle droghe (e d'altronde, Lemmy non risulterebbe troppo credibile nell'immagine di salutista che ci mette in guardia dai pericoli dell'alcol). Quello di cui Lemmy parla è la continua lotta con il mondo: la costante lotta di cui ho parlato poco fa non è combattuta contro gli eccessi e le tentazioni ma contro un mondo che cerca ogni giorni di piegarci alle sue regole e alle sue convenzioni, distorcendo la libertà dei giovani per costringerli ad una vita chiusa nei confini della massa, spogliandoli di un'individualità. Tieniti stretto, non lasciarti andare, / Non lasciare che ti rubino / l'unica cosa che conosci / Oh no, nessuno, / Hai il diritto di farti sentire male per ciò che sei? Eppure, ogni strofa si conclude con la stessa raccomandazione, tanto importante da essere scandita e ripetuta per ben quattro volte: Stay clean, che io personalmente preferisco tradurre con Resta puro. 

Too late, too late

"Too late, too late (Troppo tardi, troppo tardi)": Questa volta i Motörhead decidono di mantenerci nell'aura di Overkill e di offrirci un'altra chicca legata all'album prodotto da Jimmy Miller: se l'album sarebbe uscito solo nel 1979, il singolo di Overkill vide invece la luce il 30 settembre del 1978, accompagnato dalla canzone Too late, too late la quale, inserita nella b-side del singolo, non sarebbe invece stata inclusa nel disco (questa compare solo nelle successive ristampe di Overkill come bonus track). Possiamo continuare a pensare che la successione delle tracce non sia casuale e neanche che segua delle ragioni puramente stilistiche e musicali: infatti ho già illustrato come ognuna delle canzoni viste fino a questo momento propongono uno dopo l'altro simboli e temi portanti della carriera artistica dei Motörhead: quella che ancora mancava all'appello è la storia d'amore che finisce rovinosamente tra la rabbia e le rivendicazioni prima di correre a caccia di una nuova compagnia. Ed infatti eccoci serviti: chitarra e basso vibrano dalle pennate precise e ben scandite dei nostri in un giro che di volta in volta si solleva per poi riaffondare in una nota sostenuta, mentre Taylor mantiene un sostenuto costante e Lemmy affronta a muso duro una realtà che, come sempre nei suoi testi, alla fine si rivela meschina e brutale: Bene, è questo che sei, puttana / Tu trovati un altro cliente / Io ormai ho capito cosa sta succedendo. Scorre così fino al ritornello, dove allora le pennate si aprono più ampie mentre la batteria continua il suo lavoro senza turbare il proprio tempo, e la voce accompagna gli accordi con brevi versi che bastano a racchiudere il pensiero e il tema del brano: Bella mossa / Che cos'ho da perdere? / Punto morto / Troppo tardi, troppo tardi. Eppure, in questa canzone non emerge una rabbia aggressiva né il dolore per un amore finito: sul motivo di un hard rock che non spinge su particolari punti innovativi ma esprime (cosa non  facile!) uno stile che sta formando l'immagine inconfondibile di un gruppo, Lemmy racconta l'ennesima storia di una donna con cui non ha nulla da condividere, e con la quale non trova una ragione per trascinare una relazione senza senso e senza affetto. Si tratta di una canzone divenuta tra le più famose della prima carriera dei Motörhead, tanto che se è indubbio che non può reggere il passo con il singolo che ha accompagnato, al contempo stupisce che sia stata addirittura esclusa dall'album. Ma si sa, la storia della musica ha uno sguardo lungo e lungimirante, e non è raro che salvi brani o artisti inizialmente condannati.

Killed by Death

"Killed by Death (Ucciso dalla morte)": finalmente arriviamo al momento più importante di questo disco. Ricordate quando ho premesso che Lemmy impose alla Bronze la condizione di inserire nella compilation anche alcuni brani inediti? Ebbene, arriviamo al primo dei quattro brani composti dalla nuova formazione della band, e si tratta di un brano divenuto leggendario. Anche questo titolo ci dà spazio per una precisazione: la formula "killed by death" (letteralmente "ucciso dalla morte") è quella utilizzata nei verdetti di condanna ad un'esecuzione. Quindi potremmo tradurlo a nostra volta come Condannato a morte. La campagna fotografica per il singolo ebbe un largo eco, ribadendo ancora una volta la macabra ironia tipica dei Motörhead: ognuno dei membri venne immortalato al momento dell'esecuzione della fatale condanna: Lemmy venne ritratto su una sedia elettrica, Wurzel crocifisso, Phil Campbell arso sul rogo e Pete Gill di fronte ad un plotone d'esecuzione. Oggi, pensando a quel celeberrimo singolo, tutti noi ricordiamo il divertentissimo videoclip girato per l'occasione (e non finanziato dalla Bronze), mentre in pochi ricorderanno la campagna fotografica di cui ho appena parlato. Eppure, quando il singolo uscì, il risultato fu esattamente il contrario: le foto balzarono da una rivista all'altra e riproposta nelle pubblicità con cui la Bronzo accompagnò in televisione l'uscita della compilation, mentre il videoclip venne invece censurato e bandito da MTV: galeotta la brevissima scena in cui la mano di Lemmy che, mentre porta una bionda in motocicletta, scorre risalendo la coscia (pochi secondi in cinque minuti di video). Decisione dell'emittente che fa sorridere pensando a quello che oggi vediamo nei videoclip più commerciali della musica pop! Gli accordi ampi e vibranti delle chitarre che aprono il brano ci fanno entrare in una dimensione quasi sontuosa, grande e per certi versi ancora inedita all'interno del disco. Infatti non abbiamo ancora avuto modo di sentire una canzone che esprima come in questo caso le atmosfere che combinano così bene la forza e la ricchezza di una sonorità tanto massiccia come quella della nuova formazione. Come se questi accordi che crollano pesanti sull'ascoltatore non bastassero, a sottolineare quanto il nuovo volto dei Motörhead sia cambiato ed offra spunti più ricchi ed interessanti: sentiamo che la canzone comincia con un minisolo che si prolunga acuto, sorretto dalla linea guida di chitarra e basso, prima che la voce rauca di Lemmy subentri echeggiando facendosi largo tra le onde sonore. È una voce riverberata quella con cui Lemmy canta questa canzone, effetto che contribuisce a dare al brano un tono sinistro che si sposa splendidamente con le immagini fatali e funeree del testo e moltiplicate dal celebre videoclip, mentre le chitarre si preoccupano di costruire un brano che balza dalle note più alte ai registri più bassi, in un'armonia che conferisce una qualità strumentale non subordinata alla grinta caratteristica dello Snaggletooth. Fondamentale anche il contributo di Pete Gill, che rispetto al suo illustre predecessore mostra una più marcata predilezione per l'uso dei piatti (che non diviene però un abuso), e proprio su questi tocchi sentiamo le prime parole del testo, che con le sue allusioni e i suoi doppi sensi ci riporta immancabilmente all'orecchio il ricordo di Love me like a reptile (giocando probabilmente proprio con l'autocitazione già testata in passati): Se schiacci la mia lucertola, / Ti metterò addosso il mio serpente / Sono un'avventura romantica / Ma sono anche un rettile. Ben inteso: la carica e la grinta di questo brano non sono merito esclusivo dell'uso inedito delle due chitarre (non dimentichiamo che la sola chitarra di "Fast" Eddie è bastata per creare quel capolavoro esplosivo di energia che è Overkill), è invece corretto dire che è piuttosto l'espressività la vera caratteristica che si sente più palpabile in questo brano, tanto da far sì che alla band non serva correre a folli velocità per esprimere quella carica che i tre plettri trasmettono lavorando di concerto. Insomma: la formazione è cambiata, ma lo spirito è rimasto lo stesso. È fondamentalmente questo che dice la canzone, e Lemmy lo ripete più volte, ribadendolo tre volte nel ritornello: Perché non sarò facile, facile? / L'unico momento in cui sono facile è quando sono? / Ucciso dalla morte! Ucciso dalla morte! Ucciso dalla morte! Lasciamo che il ritornello segua la strofa una seconda volta, dopodiché, seguendo il videoclip, assistiamo alla triste e dannata dipartita del nostro eroe ribelle in motocicletta, e così, i volumi si affievoliscono, alcune pennate profonde scandiscono lugubri un andamento preciso e sommesso, accompagnate dai colpi cadenzati delle pelli di Gill, mentre sulla mesta cerimonia funebre a cui assiste una banda di motociclisti e di puri motorheadbangers, lo spettro ghignante di Lemmy continua a ripetere senza timori: Killed by death? killed by death? culminando in un urlo acuto che sfocia nelle note della chitarra che lancia il suo assolo. Su questo il brano riprende il ritmo e l'andatura da poco abbandonato, mentre il ritornello torna ad essere ripetuto da Lemmy ormai schizzato fuori dalla tomba in sella alla moto, e le parole continuano ad echeggiare sulle note dell'assolo, ora cantate, ora strillate. Uscito dal momento di crisi più grave vissuto finora dalla band, Lemmy è tornato. Ha dei nuovi musicisti, ha nuovi progetti, e non ha intenzione di chiudere con i Motörhead: non sarà facile tenerlo a bada, non fino a quando non sarà condannato a morte.

Bomber

"Bomber (Bombardiere)": Non serve dire che Killed by death ebbe un enorme successo, ma calandoci nei panni di Lemmy & co. il rischio di non incontrare il favore dei fan (tanto spesso fin troppo ostili ai cambiamenti), specie considerando come gli ultimi lavori non siano stati incensati dell'aura di gloria che invece aleggiava su Ace of Spades sin dalla sua uscita. Dunque, dopo aver offerto qualcosa di nuovo è giusto accontentare il pubblico con un classicone di indubbio effetto: Bomber, qui proposta addirittura dal vivo. Singolo dell'album omonimo, questo uscì nel 1979 sotto l'egida del produttore Jimmy Miller con la formazione classica della band. E così, i colpi del vecchio Taylor e le pennate di Clarke ci fanno ripiombare nei cieli infuocati su cui imperversa il bombardiere. Dopo la scarica di puro heavy metal regalataci dal precedente brano, stavolta i Motörhead tornano a farci saltare con un esempio di hard rock sporco e cattivo: il riff ripetitivo e movimentato di Clarke scorre attraverso le casse con una strofa su cui la linea vocale fa cadere i versi uno dopo l'altro, fino all'immancabile ritornello che ci fa accogliere a colpi di testa il bombardiere che scende in picchiata con una pioggia di fuoco: It's a bomber! It's a bomber! It's a bomber! La struttura si mantiene intatta ripetendosi tre volte, per poi riprendere una quarta dopo il ritornello: allora il giro della strofa torna a scorrere rapido, fino a dissolversi in un finale che si prolunga ben oltre la voce, proprio come il suono della sirena che continua il suo lamento quando l'attacco è ormai passato, fino a sfumare.

Iron Fist

"Iron Fist (Pugno di ferro)": Questa volta ci riavviciniamo a tempi più prossimi, con il grande singolo del 1982. Riprende vita il disco prodotto dallo stesso Eddie Clarke: le corde di Lemmy scandiscono bene un'entrata ritmata e cadenzata, e passando lungo i colpi decisi di Taylor ci porta dritti lungo una strofa precisa e rapida, che invita l'ascoltatore a seguirne il tempo come pungolato dalla struttura: la canzone non ha furiose cavalcate di doppia cassa, eppure tutti gli elementi giocano per suggerire all'orecchio un'andatura insistente, a partire dalla linea di chitarra serrata che ogni due versi spezza la strofa con gli accenti che chiudono la battuta costringendoci subito a frenare per poi ripiombare nella corsa. Affrontando un singolare repertorio di spettri e demoni (insolito nelle tematiche dei Motörhead), Lemmy ci accompagna lungo un vortice infernale rievocato ed emerso sulla terra fino al ritornello che fa piombare il pugno ferreo sulle nostre teste: Tu mi conosci, occhio malvagio - Tu mi conosci, preparati a morire - Tu mi conosci, il bacio del serpente - La presa del demonio? il pugno di ferro! Ogni verso del ritornello è accentato sapientemente dai piatti dello Sporco Animale, per lasciare subito spazio al bridge di chitarra che emerge più acuto tra una strofa e l'altra, offrendo così un ottimo esempio degli ampi sbalzi tonali tipici delle linee di Clarke. È una canzone dalle atmosfere oscure, quasi soffocanti pur senza dover far ricorso a scariche di doppia cassa ma sfruttando abilmente le ritmiche serrate ed i versi scanditi in maniera rapida e secca, quasi fossero affermazioni pronunciate con rabbiosa chiarezza pur che brani di cantato, per poi aprirsi proprio nel ritornello in un respiro più ampio. E così, con il pugno di ferro che ancora ci martella le orecchie, rotoliamo fino alla fine, quando sentiamo le corde di Lemmy e "Fast" Eddie che ripetono la sequenza dei tre accordi, cadendo pesanti e feroci, spegnendosi come un'eco che si ostina a frusciare dalle casse.

Shine

"Shine (Risplendi)": emerge dalla raccolta anche il controverso Another Perfect Day con questo singolo che precede quest'uscita di appena un anno. Non c'è ragione di chiedersi perché proprio questa sia la canzone che apre le citazioni dell'ultimo disco, perché purtroppo questa è una delle uniche tracce dell'album rimasta famosa nel repertorio dei Motörhead, nonché una di quelle che più resta impressa alla fine dell'ascolto. La testimonianza dell'esperienza di Robertson alla chitarra della band si esprime con un brano dalla movimentata cadenza rock n roll che scivola dalle casse: dalle quartine di Robbo che si ripetono dall'intro sfociando nella strofa, arriviamo al cuore della canzone, vale a dire il punto che meglio rivela l' blues che emerge anche in questo grintoso rock 'n roll, dove i versi cantati da Lemmy si abbreviano, dimezzandosi sulla linea musicale immutata, per poi risolversi in un ritornello su cui la voce, echeggiata dal controcanto, si abbassa in una sequenza discendente: I'm gonna make you shine... Appena il tempo di allungare la nota della chitarra su questo verso che subito una nuova strofa riprende, movimentata e ballabile, fino ad arrivare ad una conclusione che non tradisce lo spirito energico del brano, con gli accordi ribaditi e la voce di Lemmy che per tre volte urla all'ascoltare: Shine!

Dancing on your grave

"Dancing on your grave (Ballando sulla tua tomba)": avviandoci alla conclusione i Motörhead continuano ad attingere dalla track-list (non brillantissima) di Another perfect day, scegliendo però un brano che in effetti spicca tra le canzoni dell'album. Ci accoglie il noto intro di chitarra (uno dei meglio riusciti a Robertson): dai toni graffianti e al contempo struggente, lento e sfruttando uno spazio dedicato interamente alle sei corde, così da farci meglio godere quest'entrata inusuale per poi colpirci con l'effettivo inizio della canzone. Il brano si pronuncia come una dichiarazione di guerra, una delle tante, da parte dei Motörhead nei confronti dell'inquadrato e corrotto business-man, la tipica figura convinta di piegare il mondo a colpi di assegni: è sulla sua tomba che Lemmy, indossate le penne di un capo indiano, danza furiosamente, probabilmente riconoscendo in quella figura non solo il simbolo del w.a.s.p. che proprio negli anni '80 furoreggiava come modello di quel decennio d'oro del capitalismo, ma anche le politiche commerciali delle case discografiche, sulle quali finalmente si prende una piccola rivincita: La strofa scorre terminando nel ritornello, il quale si forma semplicemente con l'ultimo verso della strofa, senza un distacco precedente: I'm the one dancing on your grave! Quel che è importante ricordare è che benché non si possa fare a meno di lodare l'interpretazione di Robertson in questo brano, va detto tuttavia che questo venne registrato da Robertson ma composto da Clarke, il quale aveva già abbandonato la band al momento  della registrazione. Dunque, gustandoci questo brano di puro hard-rock ruvido e incalzante, possiamo ritenere che questo sia il prezioso risultato della commistione tra due musicisti profondamente diversi come Clarke e Robertson: il primo, fonte animatrice dei più grandi ed iconici successi composti dai Motörhead, e il secondo, esponente di una delle rock band più influenti degli anni '70 come i Thin Lizzy. Se quelli dei Motörhead e dei Thin Lizzy sembrano due universi destinati soltanto a sfiorarsi (e la storia della turbolenta convivenza tra Brian Robertson e Lemmy sembrerebbe confermarlo) canzoni come queste ci aiutano a comprendere come invece sia stato possibile far collidere questi due mondi, e a trovare in un album non all'altezza dei suoi predecessori autentici punti di forza. E non dimentichiamo.. i Thin Lizzy erano il gruppo preferito di Phil Taylor!

Metropolis

"Metropolis": la compilation adesso ci fa fare un paio di passi indietro, e ci riporta all'anno di Overkill. È la canzone più "interessante" e particolare del disco del '79: lenta, evocativa, connotata da un'impronta decisamente più vicina all'hard rock di quanto non abbiano fatto in altre occasioni all'interno del disco, rendendo questa una delle tracce più alte dell'album. Torniamo così ad ascoltare la chitarra di Clarke che apre il disco con il suo sinistro giro di note crescente prima di dar spazio a batteria e basso, e in un attimo le visioni cupe e rarefatte di Fritz Lang prendono vita nelle sonorità scure di Lemmy & co. Così, mentre i mondi collidono sotto la voce roca che narra distaccata e la chitarra che si prolunga ad ogni fine di giro trattenendo la nota in una coda, il ché contribuisce all'andamento sostenuto e minaccioso con cui la canzone prosegue, aprendosi in sprazzi più luminosi. Parlo in particolare del riff con cui le corde vibrano sul finale della strofa: I don't care! Intona Lemmy, e una serie di note vengono pronunciate dalla chitarra in successione, che si distacca per un attimo dai toni più tetri e "soffocati" della linea portante. Questa variazione (semplice ma d'effetto) sul finale della strofa costituisce in effetti anche il ritornello, presente in questa forma singolare e non immediatamente percepibile nella struttura del testo. Così Clarke sciorina il suo assolo mentre le ritmiche mantengono il proprio assetto continuo e cadenzato (evocando l'inferno dei macchinari e la fabbrica schiavizzante del film di Lange), e si sfuma verso la fine.

Snaggletooth

"Snaggletooth": ricordate quando ho cominciato questa recensione parlando dello Snaggletooth in copertina, e di come questo si possa considerare come il primo di una serie di simboli che la band spara a tutto volume canzone dopo canzone? Bene, adesso arriviamo alla fine del primo disco, e non solo si chiude con un altro brano inedito, ma con un brano che porta proprio il nome della famelica mascotte. Insomma: dalla copertina all'ultima traccia, il cerchio si chiude. È il secondo brano composto dalla nuova formazione dei Motörhead, e questa volta è Pete Gill ad aprire le danze con una grintosa entrata che martella le pelli, brevemente, senza indugiare a lungo su quei tom dal suono profondo che per alcuni secondi riempiono la stanza, dopodiché tutti gli strumenti irrompono con un suono pieno e massiccio, su cui la voce rauca di Lemmy strilla un primo grido introduttivo, mentre ci addentriamo nella strofa. Il testo non è una semplice autocelebrazione della band, ma un'autentica presentazione del mostro dal dente rotto, che incarna in sé tutti i caratteri e lo stile della band: è una bandiera, e racchiude il mondo di Lemmy. Proprio come i Motörhead ed il loro sregolato creatore, lo Snaggletooth è costantemente in agguato, pronto a tornare con un ghigno minaccioso e divertito, mescolando ogni volta la rabbia alla sottile ironia che tanto spesso emerge dalle liriche di mr. Kilmister: Pensavi che ormai avessi finito, bè c'è una grossa sorpresa per voi / Continuo a tornare, non c'è modo di esorcizzarmi / Sono come il tuo incubo baby, sono qui per fare casino / Ti farò rizzare i capelli e diventare blu le tue labbra. È una strofa incisiva e che trasuda da ogni parola quell'emblematico stile con cui i Motörhead sono diventati famosi: soprattutto gli ultimi versi ci riportano alla mente quel già vasto repertorio di testi in cui le promesse sessuali assumono quasi il carattere di una minaccia, con le consuete immagini dei capelli ritti e i brividi su tutto il corpo; tuttavia credo che proprio l'inizio sia più originale di quanto non sembrerebbe pensando unicamente al tema sessuale. Ricorderete come ho spiegato che la Bronze fosse ormai persuasa dell'idea che la band avesse fatto il suo corso e che fosse finita, motivo per cui decise di far uscire questa compilation. Lo stesso Lemmy parlando della promozione al singolo scrisse: "Su tutto aleggiava un'atmosfera da ultimo brindisi". Credo sia a loro che Lemmy dedica queste parole. Lo credevano finito. E invece eccolo ancora qui. Lo Snaggletooth continua a tornare! Su questa linea le due chitarre scorrono veloci, sostenute da una ritmica costante e precisa, mentre la voce canta sostenuta e tendendo ad un registro più alto. È sul ritornello invece che vediamo un cambiamento notevole: se prima le corde vibravano su tonalità più basse mentre la voce si sollevava, stavolta le parti si invertono, e sentiamo le chitarre passare dal minore al maggiore, toccate su note più acuti e prolungate, e la voce di Lemmy tornare a farsi più cavernosa, scandendo lento verso dopo verso un ritornello che rallenta il ritmo, sorretto da note lunghe di Campbell e Wurzel ma con la batteria che resta costante: Faccio saltare in aria il tetto / Suona il campanello ed è la Verità / La velocità non uccide, ed io ne sono la prova / Puoi chiamarmi semplicemente Snaggletooth! In pochi versi balzano agli occhi almeno due indizi che ci portano alla mente frasi o momenti simbolo della storia della band, il primo è la velocità. Ricordare che i Motörhead sono stati uno dei primi gruppi ad essere definiti speed metal è già di per sé un buon indizio, ma ancor più significative sono le parole che ho già citato più volte in questo ciclo di recensioni: "La nostra è una musica riconducibile al blues, almeno per noi. Certo solo più veloce!". Avrete invece già notato la coincidenza (certamente non casuale) dell'ultimo verso: Just call me Snaggletooth! Si tratta chiaramente di una ripresa del più celebre ritornello: Motörhead, you can call me Motörhead! Insomma, questa presentazione della propria mascotte è in tutto e per tutto un'identificazione calzante e precisa con la band stessa, una dichiarazione d'intenti che ribadisce con la musica e con le parole lo stile e la ferma decisione ad andare avanti. Così ora sai chi sono, spero che tu abbia capito / Non provare a combattere piccola, ti ho ormai ipnotizzato.. La canzone prosegue, strofa e ritornello e poi di nuovo: in quattro minuti scarsi condensa una struttura regolare ma tutto sommato si una certa lunghezza, per sfociare in un assolo a due chitarra che si intreccia tra Campbell e Wurzel, tanto abili da confondersi e da creare un muro di suono che non mostra mai un solo spiraglio, pur senza perdere al contempo la musicalità del brano, e su questo assolo, la canzone sfuma. E così si conclude il primo disco. Dodici tracce scelte accuratamente per offrire all'ascoltatore il meglio che i Motörhead potessero offrire dal passato e dal presente. Ci possiamo concedere un secondo di pausa, lasciando che l'ultima nota finisca di riverberare nella stanza, e subito dopo.. sotto con il secondo disco!

Overkill

"Overkill (Massacro)": Il primo disco di questa compilation era cominciato con un brano leggendario che non ha bisogno di presentazioni, ora come allora. Se Ace of Spades è la canzone che tutti i fan dei Motörhead volevano sentire per cominciare a scuotere la testa e saltare in camera con lo stereo a tutto volume, quella che apre il secondo disco non è da meno. Overkill è una canzone straordinaria che, a mio parere, andrebbe considerata allo stesso livello del più incensato Asso di Picche: se il mio personale apprezzamento di questo brano lo porta alla stessa altezza di Ace, non era così per Lemmy, che invece la preferiva di gran lunga al singolo del 1980. Precedendolo di solo un anno, questa canzone è rimasta fino alla fine la preferita di Lemmy, che continuava a ripetere "è unica al mondo, mi piace ancora come quando la scrissi!". Gli incidenti passaggi alla batteria di "Philty Animal" ci introducono in un brano che dall'inizio alla fine è una vorticosa discesa nel suono ribelle e scatenato del vecchio trio inglese: si passa dai tocchi precisi di basso che passano da una nota all'altra per trascinarci nella strofa, dove pochi versi che fungono da dichiarazione di fedeltà alla musica veloce e rumorosa fanno la loro comparsa, e riconosciamo in queste alcune parole che sono diventate un vero inno per i motörheadbangers (ma non solo) di ogni generazione: Only way to feel the noise is when it's good and loud! Il famoso neologismo coniato da Lemmy per dare un titolo a questo brano (difficile da tradurre in italiano, ma che potremmo rendere come Sovraccarico assassino) è in effetti quanto di meglio si potesse trovare per esprimere appieno la forza e l'energia che esso sprigiona, ed è proprio a quella scarica adrenalinica che Lemmy si riferisce con le parole che ripete ad ogni ritornello: Non disperderla, trattienila! Sulle note veloci di "Fast" Eddie il brano scorre pulsante per altre due strofe, arrivando al finale: ma è solo un piacevole inganno, poiché ormai sappiamo bene che dopo essersi interrotta lasciando spazio a quella nota lunga della chiusura, la batteria riprende i giri introduttivi arricchita da un doppio pedale puntualissimo, ributtandoci in un secondo finale ancor più indiavolato ed esplosivo. Sono forse stato un po' prolisso considerando che questa canzone è già stata affrontata e recensita quando in questo portale abbiamo avuto modo di parlare dell'album omonimo, ma questa è Overkill, una delle canzoni che meglio esprime in assoluto il puro spirito dei Motörhead, il finale obbligato di ogni loro concerto, e meritava questo spazio.

Please don't touch

"Please don't touch (Per favore, non toccare)": è la volta di una chicca! Non è certo una novità o un primo ascolto per i fan dei cowboy del rock n roll, ma chi invece nei suoi ascolti non ha avuto occasione o interesse ad andare oltre ai grandi successi noti a tutti, questa può essere l'opportunità per ascoltare qualcosa di particolare: direttamente dal 1981 (quello che Lemmy definirà "il miglior anno di sempre per i Motörhead") possiamo riascoltare un brano tratto dalla divertente collaborazione con le Girlschool. Parlo dell'EP St. Valentine's Day Massacre, in cui le due band, raffigurate in copertina nella divertente posa anni '30 nei panni di veri gangster armati di mitra e pupe pericolose, riuniscono un proprio successo a testa (Bomber per i nostri, Emergency per il trio al femminile) e questa cover, eseguita da entrambe le band insieme, composta nel 1959 dai Jhonny Kid and the Pirates (oggi pressochè dimenticati). La chitarra riassume bene il giro portante, particolarmente classico, quasi sruf-rock, ma la canzone gioca soprattutto sui toni vocali così diversi, quelli di Lemmy (particolarmente cavernoso per sottolineare l'interessante contrasto) e quelli femminili di Enid Williams: raccontando la storia dell'ennesima passione ma consumarsi in un motel, il testo si snoda attraverso scambi e sovrapposizioni, con i versi che ora passano da una voce all'altra, ora vengono cantati in coro, fino al celebre ritornello, che dopo i versi ripetuti in coro si conclude con una linea di basso squillante che ci accompagna prima alla strofa successiva, e poi alla conclusione. La grande assenza all'interno di questo EP è quella del povero Phil Taylor: Denise Dufort dovette suonare la batteria in tutte e tre le canzoni, poiché lo Sporco Animale si trovava ancora impossibilitato a suonare dopo essersi rotto il collo durante un tour. Signori: con questa vi abbiamo presentato la piacevole parentesi degli HeadGirl!

Stone Dead Forever

"Stone Dead Forever": Ora, per la seconda in questo disco, torniamo al 1979. Il '79 però non è stato solo l'anno di Overkill, ma anche quello di Bomber, ed è proprio da lì che è tratta questa Stone Dead Forever. Anche in questo caso possiamo parlare di un accostamento azzeccato: dopo la precedente cover (gustosa e piacevole ma dai toni piuttosto "semplici"), stavolta i Motörhead propongono uno dei loro brani dall'effetto più "teatrale": dopo il giro iniziale del basso distorto del nostro Lemmy, batteria e chitarra si fanno avanti lenti e maestosi con una serie di lunghi accorti e brevi tocchi di rullante che si concludono sui piatti prima di inoltrarci nella strofa. Questa volta il testo fa i conti con un imprecisato rivale: la questione (qualunque essa sia) è ormai chiusa, e Lemmy può osservare le ragioni sconfitte dall'altra parte, recriminando le sue colpe e contemplandone le conseguenze. Il ritmo incalzante ci fa scorrere le osservazioni del frontman scandite dalle chiusure serrate degli strumenti in capo ai versi. È una struttura strumentale coinvolgente, che cambia e si trasforma a metà della strofa, dove gli ultimi tre versi sono cantati su una linea del tutto nuova, che si mantiene sulle note portanti già eseguite ma si arricchisce, accompagnando la voce su un giro di note più elaborato, che dondola sulle relative note alte e basse, fino ad approdare ad uno dei ritornelli più famosi della band: le tre parole cadono pesanti, proprio come la pietra, mentre la chitarra di Clarke le sorregge in una discesa d'accordi: Stone dead? forever! È solo dall'ultima strofa che possiamo finalmente carpire dal testo (alquanto criptico e sibillino) che il destinatario di queste parole non è una delle passate fiamme di Lemmy, ed è quindi è una canzone diversa da un brano come ad esempio Heart of stone, ma possiamo credere che questa volta abbiamo a che fare con l'ennesimo produttore o business-man: ce lo suggeriscono i versi Sei un mago della finanza / Un grande imprenditore / una lucertola da privè. Ancora una volta arriviamo al ritornello, che si presto da trampolino di lancio per l'assolo di Clarke, indubbiamente uno dei migliori registrati in Bomber) che prosegue sfumando sul finale.

Like a Nightmare

"Like a Nightmare (Come un incubo)": passiamo ora ad una canzone che non può certo dirsi un inedito dal momento che si ripresenta in questa raccolta dopo cinque anni, eppure è un brano semisconosciuto. Questo perché è stata inserita come bonus-track dell'album Overkill, finendo così tra i brani facilmente dimenticati. Eppure, pur non potendo dire che si tratti di uno dei fondamentali dei Motörhead, possiamo dire che è una canzone che ha qualcosa da dire e che si presenta in maniera originale. Dopo aver ascoltato all'interno del disco dei puri esempi di esplosione adrenalinica come la title-track, con questo brano ci godiamo alcuni minuti di lentezza, pacata ma coinvolgente, dai toni a tratti sinistri e a tratti malinconici, che come nei migliori esempi del rock più classico, sembra trascinarci piano in un vortice di riverberi quasi ipnotici. La chitarra di "Fast" Eddie apre il brano con degli accordi misurati che si sostengono mentre il basso subentra con breve scala discendente, per poi comporre una linea ritmica costante. Wanna be there / I got to see / I wanna feel it / I wanna watch you looking at me.. La voce di Lemmy incalza decisa e famelica, ed ogni verso scorre dalle casse emergendo da un'atmosfera surreale e inquietante, proprio come un incubo. Eppure è proprio su questo ritornello che la voce di Lemmy si alza, allungandosi come con un certo compiacimento mentre Clarke si apre ad un minisolo che arricchisce la parte, passando dalla chiave minore a quella maggiore. Se a tratti questa canzone può ricordare i toni di un illustre classico come Metropolis, è proprio questo sottile e macabro compiacimento con cui Lemmy e Clarke completano il brano di una vena più grintosa. Si tratta insomma di una composizione complessa, articolata pur nell'apparente semplicità di un ritmo moderato, sostenuto da una batteria riverberata che ci accompagna fino alla fine: l'incubo continua, ma solo per quattro minuti e mezzo. Poi scema, si affievolisce, e sull'onda dell'assolo l'incubo finisce.

Emergency

"Emergency (Emergenza)": l'EP realizzato in collaborazione con le Girlschool (con le quali i Motörhead avrebbero anche condiviso un tour, e proprio con loro e i Saxon si sarebbe dovuto svolgere il fatale tour del 2016, mai realizzato) spesso viene addirittura tralasciato quando viene compilata la loro discografia, eppure doveva costituire una discreta importanza per la band se in questo 1984 ben due brani su tre vengono inclusi nella raccolta! Dalle casse emerge in lontananza l'eco di una sirena, dopodiché subito la chitarra comincia a trillare il riff dalle note alte su cui piombano gli accordi: è lo stesso riff che fungerà più avanti da bridge tra ritornello e strofa. Stavolta però non è la voce cavernosa e potente di Lemmy a fare la parte del leone, ma è un coro dei diversi musicisti che già dalla strofa (e non soltanto nel ritornello) ci canta il breve testo delle Girlschool: Can't make out things he said! Caciarone, dirette e grintose, le Girlschool colpirono subito il trio inglese per la loro schiettezza e la loro esplosiva capacità di animare il palcoscenico con un hard-rock rude e senza fronzoli, lontanissimo dall'immagine delle tante cantanti femminili che in quegli anni animavano la scena pop, e questo brano (forse ancor più di Please Don't Touch) testimonia palpabilmente la stima di Lemmy e soci per la band di Enid Williams. È soprattutto nel ritornello però che la voce di Lemmy si stacca maggiormente dal coro per farsi più distinta e chiara: 999 Emergency! Viene ripetuto per quattro volte, con la coda piena e marcata di tre accordi sottolineati da una batteria puntuale e precisa, per poi tacere e riconcedere spazio al riff d'entrata, e ripiombare ancora una volta nella strofa.La struttura (piuttosto semplice) completa il suo giro, finché non si approda al finale, e la nota si perde mentre riemerge la sirena d'allarme.

Steal your face

"Steal your face (Rubati la faccia)": finalmente, anche per questo disco è arrivato il momento di un brano inedito! Dopo la sirena di Emergency una rapidissima serie di note acute e squillanti comincia a trillare dalle casse, mentre Peter Gill lascia tintinnare un leggero sostegno ritmico sul charleston: è una fraseggio insolito per i Motörhead, tanto da farci pensare invece alle entrate dei Van Halen -che proprio quest'anno escono con l'album 1984, da cui spiccano l'iconica Jump e la non meno apprezzabile Hot for Teacher- ma l'inconfondibile marchio della band dell'asso di picche ci piomba subito addosso crollando su questa intro, riportando il brano ad un'atmosfera cupa e pesante. La linea ritmica e la seconda chitarra ci trascinano in un vortice che scorre lento e minaccioso. Questa volta Lemmy fa un passo indietro: questa volta il testo si sviluppa da parte di un narratore esterno alla scena, che avverte l'ascoltatore di un ignoto pericolo che ci minaccia, facendosi più palpabile man mano che la voce rauca e stridente lascia cadere un verso dopo l'altro. Per tutto il brano, questa minaccia oscura e temibile non si palesa: resta nell'ombra in cui gli stessi Motörhead l'hanno avvolta: Si muove così lentamente, ma sta arrivando per te / Non c'è posto dove tu possa nasconderti e niente che tu possa fare.. Tutto procede lento, incalzante e deciso, anche quando le note delle chitarre si allungano alzandosi ad un registro più alto, seguite dalla voce (You're on his mind, you're on his mind?), ma quello che rende così importante la resa di questa canzone è l'aspetto pieno, massiccio, più grande e d'impatto dato dalle due chitarre. Confrontando con le altre canzoni inedite di quest'album, tanto diverse tra loro, viene spontaneo notare come la band stia esplorando ogni genere della propria storia, sperimentando la nuova ricchezza della formazione appena costituita. Su questo incedere macchinoso e ben costruito, la strofa si conclude anticipando la conclusione e il cuore della canzone: He's gonna steal your face.. Nel momento in cui questo verso emerge la prima volta tutto procede senza interruzioni, e prosegue con il brano si apre con l'assolo di Wurzel, lungo e dinamico, mentre la voce mantiene il proprio avvertimento, e il testo va avanti descrivendo la presenza mostruosa che, come in The Hammer, aleggia tremendamente: ora la voce si solleva, si alza su una nota più alta, poi scende di nuovo, e si fa più cavernosa. Il modo di cantare cambia nella ripetizione, ma il verso è lo stesso, e si mantiene fino alla fine: He's gonna steal your face? Ti ruberà la faccia.      

Louie, Louie

"Louie, Louie": abbiamo già sentito i Motörhead alle prese con le cover, ma questo è sicuramente l'esempio più originale. Ci riporta al 1978, quando Phil Taylor suggerì questo classico del 1957 di Richard Berry come singolo (appena un anno dopo il debut album della band). Se abbiamo già visto all'interno di questa raccolta alcuni brani "riemersi" da un discreto oblio, quello inevitabile per molte canzoni inserite in singoli piuttosto che in album e che non sono riusciti a farsi strada nell'immenso mare discografico che in quegli anni ha dato alla luce autentici capolavori (lo prova la semisconosciuta Like a Nightmare), questa cover invece la ritroviamo nelle future riedizioni di Overkill e nella raccolta in doppio cd The Best of (del 2000). I toni ruvidi e bui dei Motörhead questa volta fanno i conti con un classico distante dal loro mondo, ma che viene riletto senza che questa sia stravolto. È l'ennesima dichiarazione d'amore per il rock n roll più classico, già emerso tante volte dalla composizione della band: questa volta la canzone di Richard Berry si manifesta con quello che è un contrasto evidente e gustoso, tra le sue sonorità allegre e spensierate e quelle tradizionalmente rudi e selvagge dei Motörhead, e probabilmente questa distanza tra i due generi colmata da tale interpretazione è  proprio il motivo della fortuna di questa cover (così come lo stesso effetto è dato dalla bella cover realizzata da Lemmy di Stand By Me di B. King). "Stavamo pensando ad alcune vecchie canzoni e io volevo fare una cover di un vecchio pezzo di Chuck Berry, Bye Bye Johnny, o qualcosa di simile, ma Louie, Louie era la scelta migliore", racconta Lemmy nella sua autobiografia. La canzone scorre senza significative variazioni nella struttura rispetto alla versione originale, ma la voce di Lemmy questa volta è posta al centro dell'esecuzione: il suo personale tocco grezzo e rauco si solleva sulle note delle due asce che mantengono il solito andamento moderato, e si muove sulle altezze della canzone con disinvoltura, riprendendo a cantare come il suo predecessore la canzone del marinaio che ritorna dalla sua bella Louie. Che canzone è questa? È solo un classico immortale del rock n roll? Lo è certamente, ma assume anche una peculiare importanza nella cultura rock e popolare proprio grazie alle versioni alternative (se ne calcolano oltre 1500!) che dagli anni '60 si sono succedute e ripetute per mano di artisti diversissimi, che hanno donato sempre un volto nuovo a questa canzone. Volendo fare qualche nome significativo per testimoniare la distanza e la diversità dei musicisti che si sono confrontati con questo pezzo di storia della musica, ricordiamo: i Beach Boys, David Bowie, Frank Zappa, i Led Zeppelin, Patti Smith, e più avanti Joan Jett, Berry White, Iggy Pop (perfino gli italianissimi Elio e le Storie Tese!). Tra questi nomi, in un accostamento a volte così strano da farci sorridere, lo Snaggletooth sogghigna divertito della propria partecipazione.

No Class

"No Class": Ecco un'altra canzone che non ha bisogno di presentazioni! Brano storico nel repertorio dei Motörhead, No Class accompagnò il singolo di Overkill nel 1979, consacrandosi come canzone di sicuro effetto e dall'impatto deciso e carico di forza, come testimonia (forse in maniera ancor più evidente che questa) la versione dello storico live No Sleep 'til Hammersmith. Eddie inizia a scandire le prime pennate, raggiunto con foga e precisione dai colpi di batteria del collega Taylor, finché sull'onda del basso rullato con precisione la voce incalza decisa: Shut up, you talk too loud! E così prosegue, portando avanti la strofa fino alla conclusione, su cui gli accordi delle pennate lasciano spazio a Lemmy per rallentare la sua interpretazione, introducendo ancora una volta una nota di blues nel brano movimentato: ..troppo, troppo in fretta / sei decisamente fuori sintonia? Non classificabile! Se è vero che la linea vocale si innalza magistralmente sulle linee strumentali, complice anche un adeguato gioco di "botta e risposta" che spezza i versi del testo di verso in verso e incastonandovi una pausa all'interno di ognuno, va pur detto che un ruolo fondamentale in questo brano è quello dell'instancabile "Philty Animal", che pur senza eccedere in sfuriate senza freni, costituisce la vera anima del pezzo. Le sue parti di batteria qui non sono semplice impalcatura per la struttura di Clarke e Kilmister, ma compongono la spinta necessaria all'andamento del brano, riempiendo con i proprio colpi energici e azzeccati le pause in cui le ritmiche divengono protagoniste. È un brano piuttosto breve (meno di tre minuti), ma che passano occupando questo lasso di tempo in maniera significativa, non un semplice riempitivo insomma, ma l'ennesimo esempio della forza dei Motörhead: diretta, convinta, senza fronzoli e senza abbellimenti. Tre minuti scarsi, ma di puro e cattivo rock n roll. Ricorderete dalla recensione di Another Perfect Day dell'uscita di "Fast" Eddie Clarke dal gruppo proprio mentre erano in studio ad incidere alcuni brani con la cantante punk Wendy O. Williams, con la quale nascerà un rapporto d'intesa ed amicizia con Lemmy. Ricordo quel momento perché in quell'occasione, appena due anni prima dell'uscita di questa raccolta, la stessa Wendy realizzò una reinterpretazione di questo brano, tanto da far sì che nel 1999, No Class venisse dedicata nel live Everything Louder Than Everyone Else alla compianta Wendy, morta suicida appena un anno prima a soli quarantotto anni.  

Iron Horse

"Iron Horse (Cavallo d'Acciaio)": i lettori più attenti (nonché i più accaniti seguaci dei Motörhead avranno notato una particolarità a questo punto: il titolo riportato è semplicemente Iron Horse, quando invece il titolo completo della canzone dovrebbe essere, com'è noto e risaputo, Iron Horse / Born to Lose. Difficile dire se si tratta di una casualità, una semplice cesura avvenuta per disattenzione al momento della stampa della raccolta, o se a questo punto Lemmy e soci (o più probabilmente Lemmy soltanto, considerando che a questo punto anche Taylor è oramai un ex-membro) abbiano preso la decisione di pubblicare il titolo "semplificato". Quel che è certo, è che questo brano (proposto in versione live) ci fa fare un altro tuffo indietro, tornando a quell'album che avrebbe dovuto essere l'ultima possibilità per la band di realizzare qualcosa dopo anni infruttuosi e che si è invece rivelato quell'album seminale che è Motörhead. Non è la prima traccia in questa raccolta che viene ripescata dall'album di debutto, ma la canzone del motociclista, quella dedicata a più riprese agli Hell's Angels (l'occasione più importante è senz'altro quella di No Sleep 'Til Hammersmith), non è una scelta basata unicamente sull'effetto di una canzone nota e di successo (anche presso quanti hanno scoperto i Motörhead solo dopo i grandi successi planetari), ma una dichiarazione di appartenenza ai propri ideali, una prova di fedeltà alle proprie origini. La formazione è cambiata, i musicisti sono diversi. Ma la voglia di combattere e di divorare la strada è la stessa. 

(We Are) The Road Crew

"(We Are) The Road Crew (Noi siamo la gang della strada)": dal 1977 saltiamo a tre anni più tardi, quando il mondo della musica venne folgorato dall'uscita di Ace of Spades. Una delle canzoni più importanti contenute in quel gioiello degli anni '80 è proprio questa: la canzone che i Motörhead scrissero per la propria crew, dedicata ai loro roadie e a tutto l'apparato di tecnici, autisti e fonici che li seguivano in tour. Una volta registrata, racconta Lemmy nella sua autobiografia, la band uscì dalla sala per lasciare a Vic Maile il tempo di mangiare. Dopo dieci minuti (e prima che il produttore potesse dare un morso al pasto) Lemmy si ripresentò dicendo "L'ho scritta!". Dieci minuti netti: questo il tempo impiegato per scrivere uno dei testi più noti dei Mötorhead. Il brano si fa largo con i consueti accordi d'apertura, per poi procedere con un ritmo rapido, come se le parole corressero rotolando per star dietro alla musica, suggerendo l'idea di un viaggio veloce e rocambolesco, lo stesso all'interno di un testo che propone in una successione rapita e frenetica i momenti di vita di un tour. Lo stesso titolo è di per sé significativo nell'omaggio rivolto dalla band: se di solito i concerti sono aperti dall'inconfondibile grido di battaglia "We are Motörhead! And we play Rock n Roll!", questa volta il ritornello è tutto per la crew. L'ottimo lavoro di produzione di Vic Maille si palesa con questa traccia in uno dei migliori esempi che l'ormai ex trio inglese possa offrire, con il vorticoso assolo di Eddie Clarke che si perde tra i fischi sconnessi nella conclusione, mascherato tra i battiti e le pennate di una linea ritmica costante mentre (lo ricorderà chi ha memoria della recensione già pubblicata su questo portale di Ace of Spades) il chitarrista della formazione classica rimaneva riverso sul pavimento dello studio a ridere a crepapelle durante il proprio assolo, lasciandoci questa parte troncata tra i sibili e i fischi, come se anche questa si perdesse tra le gallerie e le corsie di una lunga autostrada da percorrere, prima della prossima tappa e del prossimo concerto. 

Leaving Here

"Leaving Here (Andandomene da qui)": Signore e signori, vi presentiamo la Storia! O per meglio dire, ve la presentano i Motörhead, con il primo singolo mai realizzato e pubblicato dalla band inglese, precedente addirittura all'omonimo Motörhead. Questo uscì nel 1977 insieme alla più nota White Line Fever (lo stesso titolo che Lemmy avrebbe dato alla propria autobiografia) e ci offre a questo punto una visione distante ma sempre viva della band, quella ancora affamata (e non solo in senso metaforico) e trasudante punk dai chiodi di pelle. Questa canzone, una cover di Eddie Holland risalente al 1963, è anzi probabilmente l'esempio migliore di una composizione che risente ancora del punk stradaiolo di cui i giovani musicisti erano intrisi: dalla registrazione sporca, live, in presa diretta della Stiff Records emerge pulsante una canzone di appena due minuti e mezzi, che riprende una classica struttura basata sullo stop 'n go, in cui parole e musica si alternato su una base ritmata e incalzante. Esempi più famosi li ritroviamo in immortali classici del rock e del punk, basti citare gli illustri esempi di Black Dog dei Led Zeppelin e  Should I Stay or Should I Go dei The Clash. Il rythm n blues del brano originale qui ha ceduto il posto alle sonorità graffianti e selvagge del neonato trio, ritrovando una dimensione in cui il ben più ampio apparato strumentale è riassunto dai tre strumenti della band, acquisendo un mordente nuovo, sposandosi in tutto e per tutto con l'identità rude e selvaggia dei Motörhead. Anche il testo di Holland si presta alla perfezione alla nuova identità del brano: anche i giovani musicisti alle prese con questo primo singolo sentono la città troppo piccola per loro, anche loro sognano di lasciare le solite strade per partire alla conquista di un mondo nuovo e di nuove ragazze da scoprire. Anche Lemmy, insieme a Taylor e Clarke, ancora inconsapevoli di essere quella che noi avremmo chiamato "la formazione storica" cantano con gioia, sognando un futuro fatto di musica e fama Me ne sto andando, me ne vado da qui..

Locomotive

"Locomotive (Locomotiva)": i Motörhead ci hanno appena lasciato con la registrazione più antica della loro carriera, e proprio questo ci spinge alla conclusione, passando dalla prima all'ultima. Questa è Locomotive, l'ultima inedita del 1984 e composta dalla formazione rinnovata. Non è un caso che proprio questa sia stata scelta per concludere quest'ampia raccolta: non si tratta solo del gran finale affidato ad una novità discografica, ma di un'autentica bomba ad orologeria caricata per esplodere arrivati a questo punto. Memore della scarica di adrenalina sprigionata da Overkill, Peter Gill si destreggia in questo brano senza far rimpiangere l'impegnativo ruolo del suo predecessore, assurgendo al ruolo indiscusso di vero protagonista di questa canzone. Sin dai primi secondi è la batteria a dettare l'andamento frenetico scandito da un doppio pedale martellante: su questa distesa di colpi gli strumenti prendono a rincorrersi in un veloce inseguimento, mentre la voce segue i colpi instancabili del rullante, che in questo brano sembra proprio imitare lo sferragliante scorrere di un treno lanciato a tutta velocità, ed è un'impressione mantenuta, anzi accresciuta, nei momenti in cui le corde tacciono per concedere a Gill lo spazio solista: avviene due volte, prima dell'assolo e sul finale, in cui la locomotiva continua la sua corsa. È un testo decisamente sopra la media rispetto ai tanti letti da questa raccolta, e sicuramente uno dei migliori tra i quattro brani inediti: la locomotiva corre senza freni (è proprio il caso di dirlo) in una serie di allusioni che si inseguono l'una con l'altra, ammiccando tra i binari e le lenzuola, tanto da far sorgere spontaneo il dubbio che Lemmy non avesse già in mente l'idea di Orgasmatron, appena successivo a questa pubblicazione. Così, le minacce che in un primo momento sembrano farsi strada nella prima strofa (Sai che sto viaggiando, / sai che sto arrivando / Senti il mio ululato, / mentre vengo a prenderti / Stazione dopo stazione, / divoro la distanza?) mutano aspetto e significato mentre sfociamo nel ritornello: Sai che sono carico, sui miei binari / Sono esplosivo, sono una locomotiva! Passando alla strofa successiva le allusioni mantengono il gioco della metafora pur facendosi più espliciti e manifestando con chiarezza l'appartenenza alla sfera sessuale delle immagini proposte: Sono il tuo ingegnere, / che scorre sulle curve / Accendo il tuo fuoco piccola, / ti incendio i nervi? per farsi poi ancora più evidenti, fin quasi ad abbandonare il gioco delle metafore, nell'ultima strofa, componendo così un climax ascendente di tensione narrativa: Ti scuoto tutta la notte, / guidandoti lungo le curve / Un motore rotto acceso di nuovo / Non ho nessuno che mi fermi.. Sul verso finale Never gonna stop! gli strumenti sembrano obbedire, e dopo essersi arrestati un momento lasciando l'intero palco alla scarica di Gill, come anticipato si riprendo su un assolo indiavolato di Wurzel, per poi concludere. E con questa, anche il secondo disco di questa voluminosa raccolta si conclude. La puntina si risolleva dal vinile e ancora una volta possiamo goderci questi secondi di frastornamento che seguono ogni album dei Motörhead

Conclusioni

Questa volta ho poco da aggiungere giunti alla fine di questo lavoro: ho raccontato di come Lemmy e soci siano usciti da un disco che ha lasciato molti con l'amaro in bocca, facendoli ritenere ormai tramontati, ed ho dimostrato (se mai ce ne fosse stato bisogno) che invece la parte più lunga della storia della band più rumorosa del rock n roll, era ancora da scrivere. Tre anni, infatti, separarono "Another Perfect Day" dall'inizio di quella che un po' tutti all'unanimità definiscono la seconda giovinezza dell'ormai quartetto inglese: tre anni ridotti ad uno, se consideriamo quest'ottima "No Remorse". Proprio in questo breve lasso di tempo, infatti, i Motörhead avrebbero generato uno degli intramontabili classici della loro discografia, quell' "Orgasmatron" così oscuro e pesante che avrebbe di fatto conquistato favori soprattutto presso gli amanti del Metal più estremo (tanto che i Sepultura decisero di omaggiarne la titletrack, proponendone una loro personalissima versione). Prima di allora, però, quel che abbiamo effettivamente fra le mani risponde appunto al nome di "No Remorse". Un doppio album perfettamente riassuntivo circa la grande e fortunata parabola dei cosiddetti "primi" Motörhead, sempiterna ed imperitura testimonianza di una delle ere più gloriose della storia del Rock n' Roll. Il monumento all'immortalità di una formazione che ha saputo dare al nostro genere preferito anche più di quel che la mente umana possa anche solo cercare di immaginare. Una band leggendaria, la cui prima e storicissima epopea è qui degnamente rappresentata. I nuovi brani sanno il fatto loro, e preparano quindi l'ascoltatore a quel che sarà, da adesso in poi. I tempi di Taylor e Clarke erano ufficialmente terminati, e con un commiato degno di tale nome, lo Snaggletooth si avviava a seguire i solchi già scavati da un futuro in via di compimento. I Motörhead avrebbero, nel corso della seconda metà degli '80 e dei '90, consolidato la loro fama a suon di dischi decisamente validi: si pensi al già citato "Orgasmatron" ma anche al sottovalutato "Rock n' Roll", a "March Or Die" od ancora a "Bastards". Album magari non universalmente noti come un "Ace of Spades", ma sicuramente degni rappresentanti di un'attitudine, quella di Lemmy, mai venuta a mancare, neanche per un secondo in tutta la sua intera carriera. Come giudicare, dunque, "No Remorse"? Semplicemente, mettendolo in relazione con quel che i Motörhead erano e con quel che (subito dopo) saranno. Otteniamo quindi un perfetto spartiacque, una sorta di festa d'addio atta comunque ad inaugurare un nuovo corso. Perché sì, il gruppo avrebbe dovuto far senza di due membri a dir poco fondamentali della sua storia.. ma il tutto non poteva concludersi a quel modo. Lemmy lo sapeva, ed anche molto bene. Proprio per questo, decise di rimpolpare questa compilation con degli inediti; come a legittimarli, quasi avesse voluto dire: "guardate, questi sono i nostri nuovi pezzi, e sono degni di condividere la tracklist assieme a Bomber e (We Are) The Road Crew". Scelta sicuramente azzeccata. Brani inediti sicuramente validissimi e classiconi che non ci stuferemmo MAI e poi mai di ascoltare e riascoltare. Un bell'episodio, in sostanza. Consigliato ai fan accaniti ma anche alle nuove generazioni, ancora inesperte ma desiderose di affacciarsi sulla storia di una delle più grandi Rock / Metal band mai esistite. I Motörhead, appunto. C'era bisogno di sottolinearlo? Sì; in fin dei conti, il fatto che Lemmy sia forse il pilastro per antonomasia di un intera generazione, è una di quelle verità da poter urlare a squarciagola, sicuri di non risultare mai ridondanti. 

1) Ace of Spades
2) Motörhead
3) Jailbait
4) Stay Clean
5) Too late, too late
6) Killed by Death
7) Bomber
8) Iron Fist
9) Shine
10) Dancing on your grave
11) Metropolis
12) Snaggletooth
13) Overkill
14) Please don't touch
15) Stone Dead Forever
16) Like a Nightmare
17) Emergency
18) Steal your face
19) Louie, Louie
20) No Class
21) Iron Horse
22) (We Are) The Road Crew
23) Leaving Here
24) Locomotive
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