MOTÖRHEAD

Motorhead

1977 - Chiswick

A CURA DI
ALESSANDRO PARMEGGIANI
12/10/2015
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

"We are Motörhead... and we're gonna kick your ass!"

Questo è il benvenuto che Ian Fraser Kilmister detto Lemmy, leader dei Motorhead, vi porge quando andate ad un loro concerto. I Motorhead, un gruppo rock inglese che definire leggendario ed ispiratore è persino poco, formatosi a Londra nel 1975, proprio su volontà del cantante/bassista Lemmy, personaggio iconico, baluardo del Rock 'n' Roll e della vita da eterno ribelle, la vita vera di chi ha vissuto con coerenza, dignità ed indipendenza ogni singolo minuto della sua vita; e che continua a farlo. Un gruppo, il suo, che ha influenzato l'intera scena Metal, tant'è che gruppi importanti come Metallica e Slayer (per citare due gruppi a caso..) hanno ammesso pubblicamente e più volte di dovere molto alla band inglese, infatti in più di un'occasione si è visto Kerry King  indossare la maglietta raffigurante lo Snaggletooth (mascotte da sempre dei Motorhead)ed i Metallica dal canto loro non hanno mai nascosto il loro amore incondizionato per il terzetto inglese, proponendo ben quattro loro pezzi nell'album di cover "Garage Inc.". Cerchiamo quindi di raccontare la storia di questo trio, ripercorrendo le tappe fondamentali della loro esistenza dagli inizi sino al loro primo album, oggetto di questo articolo. Partiamo dall'inizio: Ian Fraser Kilmister nasce a Stoke-on-Trent in Inghilterra, la vigilia di Natale del 1945 (donando a tutti i Metalheads un motivo in più per celebrare determinate festività!), figlio di una bibliotecaria e di un cappellano della Royal Air Force durante la guerra. Tuttavia, il rapporto con il genitore non ebbe mai modo di decollare, in quanto il cappellano mollò moglie e figlio dopo nemmeno tre mesi dalla nascita di Ian. Un fatto che segnò per sempre la vita del Nostro, il quale si ritrovò a nutrire diffidenza e disprezzo per la religione praticamente per tutta la sua esistenza, mostrando tutt'oggi notevoli perplessità nei riguardi delle associazioni che si occuperebbero in teoria di amministrare la spiritualità del prossimo. Passa la sua infanzia nel Galles, precisamente ad Anglesey, e sin da piccolo si dimostra turbolento ed irrequieto. A suo dire, urlava sempre, non ricordando nemmeno contro chi o cosa. "Semplicemente urlavo, facevo già le prove per quel che sarei diventato". Un carattere che lo porta sin da subito a scontrarsi con le autorità soprattutto scolastiche, nonostante egli ricordi di aver avuto anche esperienze importanti in certi luoghi, grazie ad una professoressa che lo avvicinò alla lettura e lo spinse a divenire curioso ed accanito lettore, spingendolo poi in vita ad essere una persona abituata ad informarsi e non a ragionare per luoghi comuni. Si avvicina al rock comprando il suo primo 78 giri che era di Tommy Steel (la "risposta" inglese ad Elvis Presley e Buddy Holly) passando per Little Richard e lo stesso Elvis Presley, i Beatles ed i Rolling Stones. La voglia di suonare, pervaso dai brividi che quelle note scatenate gli infondevano, fu dunque breve: non tutti sanno che iniziò come chitarrista, muovendo i primi passi con la chitarra hawaiana che sua madre teneva in casa, era il 1957. La sua prima band che formò prese il nome di Sundowners, che cambiò nome in DeeJays;  iniziarono, lui ed i suoi compagni, eseguendo cover di artisti come Ricky Nelson, Shadows, Ventures e Duane Eddy.  La band ebbe comunque vita breve, ed entrò successivamente nei Sapphires, anche se questa nuova avventura durò molto poco a sua volta. Si trasferì dunque a Manchester,  suonò con i Rainmakers e con i Motown Sect, gruppo R&B con cui rimase per tre anni, ma anche con loro non concluse più di tanto. Arrivò poi a suonare nei Rocking Vicars dal 1965 al 1967, dove incise tre singoli. Alla  fine del 1967 lascia la band e si trasferisce a Londra. Grazie ad un amico, un certo Neville Chesters che aveva già fatto il roadie anche per gli Who e che lavorava all'epoca per la Jimi Hendrix Experience, anche Lemmy cominciò a fare il roadie proprio per la leggenda delle leggende, l'immenso Jimi Hendrix. Sembra proprio che il soprannome "Lemmy" sia nato in questo periodo: "Lemmy" sarebbe infatti la contrazione di una frase che era solito ripetere ai suoi amici, per procurarsi una banconota da cinque sterline. "Lend me a fiver!", questo era il suo "mantra" da persona in perenne bolletta ed al verde. "Lemmy" sarebbe dunque una storpiatura quasi "dialettale", anche se egli stesso ricorda di essersi sentito chiamare "Lemmy" ai tempi della scuola elementare. "Lemmy", in gallese, significherebbe infatti "caprone", un soprannome affibiatogli dagli altri bambini per via dell'accento ed il modo di esprimersi. Tornando alla Storia, in quel periodo l'Experience era  molto famosa in Inghilterra, aveva già piazzato due dischi al numero uno in hit parade e fra i compiti di Lemmy vi era, oltre quello di assistere i musicisti con i loro strumenti, anche quello di procurare per tutti gli acidi e varie droghe allucinogene. Un compito particolarmente impegnativo, che lo spinge a vivere sempre in contrasto con la legge e forgia il suo carattere da "scapestrato", facendolo quasi abituare ad una vita vissuta quasi sempre sul filo del rasoio. Comincia egli stesso a "donarsi" a varie sostanze stupefacenti, soprattutto l'anfetamina e gli allucinogeni, arrivando molto spesso a cacciarsi in situazioni ai limiti del paradossale. "Eravamo talmente fatti che, alcune volte, potevi vederci al parco mentre litigavamo con gli alberi. Ed erano sempre gli alberi, a vincere.".L'esperienza con Hendrix serve, comunque, a forgiarlo soprattutto come musicista, a fargli capire come egli stesso voleva suonare la sua musica. Con la stessa grinta e passione di quell'uomo che, in quegli anni, stava scrivendo la storia. Lemmy ha avuto la fortuna di viverla in prima persona, cosa che ha molto influito sulla sua vita da musicista, e non è un caso che tutt'oggi egli consideri Jimi il migliore chitarrista di tutti i tempi. Va poi aggiunto il fatto che, in quel periodo, in Inghilterra uscirono molti altri gruppi che cambiarono il rock: Beatles, gli Stones, c'erano anche gli Who, gli Yardbirds ed i Cream di Eric Clapton. Impossibili non subire il fascino di cotanta monumentalità. Lemmy, parallelamente al suo lavoro da roadie, trova un'altra band, i P.P Arnold, ma dura solo due settimane. Entrò poi nei Sam Gopal come cantante (anche se non gli è mai piaciuto cantare, a detta su..) registrando anche un disco, "Escalator", ma tutti capirono ben presto che il gruppo non avrebbe avuto futuro e lasciarono perdere. Entrò poi negli Opal Butterfly, band già in circolazione da anni, ma dopo pochi mesi decisero di mollare tutto a loro volta. Soltanto due mesi dopo entra negli Hawkwind,  band che conosceva già (li  aveva visto suonare agli esordi quando si chiamavano Group X, gruppo che finalmente poté dargli qualcosa di veramente concreto. Il giorno che entrò negli Hawkwind fu il giorno che iniziò a suonare il basso, era l'agosto del 1971 e la band doveva tenere un concerto ma il bassista non si presentò, così Lemmy imbracciò per la prima volta quello che sarebbe in seguito divenuto il suo strumento della vita, che decise di suonare in maniera "anomala", trattandolo più come una chitarra ritmica (modo di fare che lo renderà celebre negli anni avvenire) . Gli Hawkwind erano e sono ancora oggi un gruppo rock inglese, fondato da Dave Brock, cantante e chitarrista nonché leader indiscusso del gruppo, (come Lemmy per i Motorhead), divenuto universalmente famoso come complesso dedito ad una particolare forma di Rock Psichedelico, detto "space Rock" per via dei suoni fantascientifici e degli effetti "futuristici" che i musicisti erano soliti aggiungere alla loro proposta musicale. Si narra che le loro performance fossero a dir poco particolari e "stranianti", per molti versi: lo stesso Lemmy ricorda di come i concerti si stabilizzassero su durate molto lunghe, con il tutto condito da luci ed effetti atti a catapultare gli spettatori (pesantemente alterati dall'uso di allucinogeni) in un mondo ai confini della realtà, come se ci si trovasse realmente in un film di fantascienza. Il primo album che Lemmy registrò con gli Hawkwind (per la band era già il terzo) fu "Doremi Fasol Latido", era il 1972; suonò poi sul doppio live "Space Ritual", e nei dischi "Hall of the Mountain Grill" e "Warrior on the Edge of Time" (rispettivamente datati 1973, 1974 e 1975. Il pezzo più famoso che compose per band fu "Silver Machine", scritta da Lemmy insieme a Brock, che arrivò al numero due delle classifiche. Inserito in un gruppo ben avviato come gli Hawkind, il giovane Lemmy potette finalmente cominciare a pensare in grande, espandendo le sue esperienze anche al di fuori dei confini inglesi: il primo tour in America fu nel 1973, dopo l'uscita di "Space Ritual", le cose andavano alla grande, stavano per conquistare l'America, ma nel maggio del 1975 la sfortuna è imperiosamente dietro l'angolo pronta a colpire: la band, dopo aver tenuto un concerto a Detroitm deve volare a Toronto.. ma Lemmy viene fermato e arrestato all'aeroporto per detenzione di stupefacenti, precisamente anfetamine. Dopo questa disavventura,  la band decide di punirlo nella maniera più severa possibile, buttarlo fuori dal gruppo (a posteriori, diremmo che forse è stata la sua fortuna.. eccome). A questo punto decide di formare una sua band, torna a Londra, recluta Larry Wallis alla chitarra (già nei Pink Fairies e negli UFO) e Lucas Fox alla batteria (ex Warsaw Pakt), che verrà sostituito quasi subito da Phil "Philty Animal" Taylor. Phil, nato a Chesterfield in Inghilterra, il 21 settembre 1954, ha suonato nella band negli anni 1975-1984 e 1987-1992 ed è tutt'oggi considerato quasi il batterista "per antonomasia" del gruppo, avendo fatto parte della band per tanti anni ed avendo contribuito a rendere il sound dei Motorhead unico ed inimitabile. Venne scelto, oltre che per il fatto di possedere un'auto propria, anche per la sua attitudine irruenta sia sullo strumento sia nella sua vita reale: fu proprio grazie al fatto di innescare risse o ritrovarsi di continuo in scazzottate, che si guadagnò il suo eterno soprannome. Trovato dunque ildrummer giusto, Lemmy cominciò a comporre il nuovo materiale:  voleva che la band si ispirasse ai MC5, con un po' di elementi alla Little Richars e un po' di Hawkwind mescolati tutti assieme. Il nome scelto per la nuova band è Bastards ma verrà cambiato dopo le pressioni del loro manager, un certo Doug Smith (che era stato anche manager degli Hawkwind), per via del fatto che il monicker si rivelò troppo diretto e manesco: "con un nome del genere, non potrete mai arrivare al primo posto in Top of the Pops", dichiarazione di Smith in proposito.  Così il bassista decise di chiamare la band Motorhead (visto che l'ultimo pezzo scritto da Lemmy negli Hawkwind si intitolava appunto "Motorhead"), dal significato certamente forte (lett. "assuefatto dalle anfetamine") ma sicuramente più velato ed ambiguo. Si comincia dunque a suonare, ma la sfortuna è dietro l'angolo: le prime registrazioni della band vengono scartate infatti dalla loro label, la "United Artists", senza un motivo ben preciso (i pezzi verranno pubblicati solo nel 1979 sull'album "On Parole", album uscito postumo ed in realtà il loro vero debutto) e, dal punto di vista della line up, Larry Wallis decide di abbandonare il progetto.  Viene prontamente sostituito, fortunatamente, da una vecchia conoscenza di Phil, ovvero "Fast" Eddie Clarke, suo vecchio collega di quando lavorava come pittore edile (i due si conobbero ritinteggiando una casa galleggiante). Eddie, nato il 5 ottobre 1950 a Twickenham in Inghilterra, cominciò a suonare la chitarra molto giovane ed all'età di quindici anni cominciò ad esibirsi in alcune band locali, come i  The Bitter End  nei quali rimane sino al 1973. Entra poi negli Zeus e registra con loro i lavori "The Second Coming" e "Sea Of Time". Viene però buttato fuori dalla band e decide così di formare un suo gruppo, i Continuous Performance, però questa formazione durò solo fino al 1975. Eddie viene portato nei Motorhead grazie ad una sua amica, una certa "Aeroplane Gertie"  (così soprannominata per via di un aeroplano di plastica che si trovava su un cappello che indossava praticamente sempre) che lavorava  come receptionist in una sala prova di Chelsea, dove Lemmy, Phil e Larry provavano gratis, sfruttando i "buchi" che fra una sessione e l'altra venivano a crearsi. Gertie venne a sapere che cercavano un chitarrista e così presentò Eddie al resto del gruppo. Inizialmente il gruppo avrebbe voluto due chitarristi, ma come detto Larry lasciò perdere ancora prima di provare assieme ad Eddie, non presentandosi più. Così, Clarke rimase l'unico alle sei corde. La line-up venne dunque così stabilizzatas: Lemmy voce e basso, Phil "Philty Animal" Taylor alla batteria e "Fast" Eddie Clarke alla chitarra, questa è la formazione storica, che durò fino al 1982, pubblicando ben sei leggendari album: "Motorhead", "Overkill", "Bomber", "Ace of Spades" , il live "No Sleep'til Hammersmith" ed "Iron Fist". Sistemato il problema della formazione, i Motorhead possono finalmente cominciare a pensare di dare una forma "fisica" alla loro musica, lavorando sodo per risolvere i problemi legati ad "On Parole" e pubblicare così il tanto agognato album di debutto. Risolte dunque le beghe manageriali, nel 1977 esce il  primo omonimo album, pubblicato dalla "Chiswick Records". Molti pezzi di "Motorhead" erano direttamente estrapolati dal  materiale tratto da "On Parole", che i nostri ri-registrarono, più due pezzi nuovi quali "White Line Fever" e "Keep Us On The Road", con l'aggiunta di una cover di "The Train Kept a-rollin' " di Tiny Bradshaw. La copertina, semplice ma allo stesso tempo meravigliosamente iconografica, rappresenta lo "Snaggletooth", creato graficamente dall'artista Joe Petagno da un'idea di Lemmy. Il frontman voleva che a rappresentare il suo gruppo fosse un mostro che avesse le sembianze di un cinghiale con un elmetto da guerra, unito all'aspetto minaccioso di un cane di grossa taglia più un gorilla nell'atto di ruggire. Il risultato fu la creatura che ogni Metalhead che si rispetti ha imparato ad amare e collegare allo scalcinato Rock 'n' Roll della band più ruvida del pianeta, i Motorhead, che proprio in quell'istante vennero dotati di una mascotte aggressiva e destinata ad entrare nella leggenda. L'elmetto dello Snaggletooth più la croce di ferro che pende da una sua zanna, legata a quest'ultima con una catena, sono state aggiunte in quanto Lemmy è da sempre appassionato di storia della Germania e del secondo conflitto mondiale (iconografica a sua volta è proprio la stessa croce di ferro, che Kilmister porta sin da sempre al collo), mentre il dente spezzato del mostro è anch'esso derivato da un'esperienza di vita reale dello stesso bassista. Egli, difatti, reduce da una rissa, si ritrovò un dente scheggiato a causa di un colpo subito. A campeggiare nella parte alta del disco è la scritta "Motorhead", e subito salta all'occhio l'umlaut, ovvero due puntini presenti sulla seconda "o" del nome della band (espediente già usato dai Blue Oyster Cult, per fare un nome famoso). Altro tocco "teutonico", che non varia la pronuncia del nome e che Lemmy aggiunse, oltre alla scritta in caratteri gotici, per far sembrare il nome del suo gruppo "veramente cattivo".

Motorhead

L'album inizia  con "Motorhead", brano omonimo del disco nonché termine con il quale, come già detto nell'introduzione, si identifica chi fa uso di anfetamine, infatti il testo non lascia equivoci, si parla chiaramente di un uomo sotto l'effetto di droghe, (probabilmente è lo stesso Lemmy..) visto che il frontman del gruppo non ha mai nascosto di essere un consumatore accanito di alcool e di aver provato diversi tipi di droghe in generale (mantenendo un netto distacco unicamente dall'eroina, da lui considerata la peggiore). In questo caso anfetamine, il termine "Motorhead" è infatti il secondo appellativo del cosiddetto speedfreak, ovvero chi utilizza assiduamente questo particolare tipo di droga sintetica, che agisce sul sistema nervoso e dona dei momentanei stati di grande euforia nonché capacità di non accusare minimamente i sintomi della stanchezza. Per questo motivo era utilizzata soprattutto in guerra, per permettere ai soldati di non stancarsi e soprattutto per inibire le loro esitazioni o paure. L'uso che il protagonista ne fa è tipicamente "ricreativo" e consapevole: un uomo che potremmo definire "strafatto" (una delle traduzioni possibili del titolo).. e lui ci darebbe ragione, consapevole com'è di doversi procurare un'altra dose al più presto.  Pezzo scritto da Lemmy ai tempi degli Hawkwind, i suoni e la produzione non sono dei migliori, ma il tiro è quello giusto: un giro di basso apre le danze seguito da una rullata di batteria che porta l'ingresso della chitarra con un riff travolgente; questo è blues a folle velocità (non a caso Lemmy ha sempre ammesso di suonare blues, "più veloce del normale, ma è sempre blues"), pezzo carichissimo di energia, strutturato sullo stilema "strofa - ponte  -ritornello" che si ripete due volte, un urlo malato di Lemmy ci porta ad un lungo assolo di "Fast" Eddie Clarke, un'altra parte di cantato violento ci porta invece alla fine. Anche dopo il primo ascolto è difficile dimenticarsi il ritornello, come inizio non c'è proprio male. Si comincia ad intravedere quello che sarà lo stile dei nostri, basato sulla velocità e sul sound tipicamente "sporco", particolarmente "badass" e figlio diretto dell'attitudine stradaiola di questo terzetto, che mettendo da parte gli orpelli decide solamente di picchiare duro. Si può soprassedere su di una produzione non tipicamente eccelsa, il brano funziona, alcune volte la chitarra di Eddie sembra ricordarci quella scalcinata e violenta tipica del Punk mentre il lavoro in sede di ritmica di Lemmy e Taylor è particolarmente possente ed efficace, un vero e proprio muro impossibile da abbattere, sul quale la chitarra di Clarke può esprimersi al meglio ed al massimo del suo potenziale. Prima prova ampiamente superata.

Vibrator

Il secondo brano è "Vibrator", altro pezzo veloce e diretto scritto da Larry Wallis, nelle prime registrazioni della band. Il brano parte subito alla grande, diretto come quasi tutti i loro pezzi ed  anche qui la carica è notevole. L'andatura sembra richiamare di nuovo il sound Punk (siamo pur sempre nell'Inghilterra del '77), altra testimonianza di quanto il movimento sia stato particolarmente amato dai nostri e sicuramente da Lemmy, il quale ne ha riconosciuto da sempre l'importanza considerando addirittura l'Heavy Metal come "nato dopo", parlando di quale sia effettivamente il genere "estremo" per antonomasia. Un sound che sicuramente avrà ispirato moltissime band Street Punk nate di lì a poco, come i Cockney Rejects giusto per citare un nome. Il ritornello rimane in testa subito e come per la prima track riesce a stagliarsi nella nostra testa in maniera egregia, così come il lavoro di chitarra di Eddie Clarke, il quale si merita veramente il titolo di "Fast"; ascoltando dal principio, ad un certo punto (minuto 1:20) troviamo il primo stacco dove la batteria regna e con una rullata azzeccata fa ripartire il pezzo senza freni, si ricomincia con la voce di Lemmy, meravigliosamente roca, segnata da alcool, droghe e sigarette, subitamente arriviamo ad un altro stacco, questa volta di chitarra, che ingaggia un gioco di "botta e risposta" con la batteria prima di portarci al veloce assolo, potente, lo stile inimitabile del chitarrista per antonomasia dei Motorhead, il cui modo di suonare marchierà a fuoco i primi lavori della band, con riff che passeranno alla storia del Rock. Giungiamo dunque alla conclusione abbastanza velocemente, senza troppi riempitivi o sviate. Anche qui troviamo un testo non molto impegnato ma comunque molto diretto: se prima si parlava di droghe, qui parliamo di sesso, tematica comunque molto cara al rock 'n' roll. Sesso non necessariamente condiviso in coppia, in quanto, come da titolo, il protagonista è un vibratore "animato" che, quasi fosse vivo, arriva a narrarci la storia della sua "padrona", descrivendoci cosa ella compie quando i "due" sono in "compagnia". Una sorta di lode all'autoerotismo femminile, delle lyrics in cui troviamo una donna pienamente soddisfatta dal lavoro del suo amico (nemmeno troppo) inanimato, il quale si ritiene soddisfatto a sua volta di averle donato piacere. Dopo aver finito, i due si congedano, con la promessa di ritrovarsi comunque molto presto. Il vibratore è chiuso nel suo cassetto e sa che presto ci sarà ancora bisogno di lui, in un futuro nemmeno troppo remoto.

Lost Johnny

Arriviamo alla track numero tre, "Lost Johnny", l'unico brano  dove alla batteria troviamo Lucas Fox (il quale riuscì a registrarlo prima dell'arrivo definitivo di Tatylor) nonché altro pezzo del periodo Hawkwind. L'intro è dominato dal dialogo fra il basso e la chitarra di Eddie, e notiamo una parziale "decelerazione" in favore di un'andatura maggiormente cadenzata e precisa. Il sound rimane comunque sporco e particolarmente "duro", aggressivo, ispiratore di quel che sarà in seguito l'Heavy Metal ascoltato nei primissimi dischi degli Iron Maiden. Teorizzazione e commistione dunque di più generi ed in questo caso di "generi in via di teorizzazione", in un brano dalla struttura lineare arricchito da un lungo assolo della sei corde, al solito ben suonata da un Eddie Clarke sicuramente ispirato, anche se a parer di chi scrive questo risulta il pezzo debole del disco; si lascia ascoltare ma la sensazione è come se mancasse qualcosa, anche se sul finale troviamo un bel riff di chitarre che ci accompagna alla conclusione in maniera più che degna. Un brano dalla durata maggiore dei precedenti e meno "veloce", che forse paga lo scotto del "riempitivo" pur custodendo dentro di se molti spunti interessanti, come l'assolo che abbiamo avuto modo di udire. Le lyrics non sono più così dirette e divengono maggiormente criptiche: siamo alle prese con un bandito-rapinatore tossicodipendente, denominato "Lost Johnny" che ha bisogno di morfina e svariati altri tipi di droghe per essere poi in grado di finire un lavoro, forse una rapina. Le strofe sembrano quasi giustapposizioni di immagini difficilmente collegabili (probabile che, conoscendo anche la natura degli Hawkwind, il testo fosse direttamente "ispirato" da qualche trip) anche se il "topic" principale sembra proprio questa figura di fuorilegge, attratto dalle "donne della notte" ed in procinto di compiere qualche atto sconsiderato. E' interessante il richiamo alla  "città degli alligatori" ad un certo punto, ovvero la citazione di una leggenda metropolitana, che si è diffusa negli Stati Uniti a partire dal 1920, questo quando alcuni cittadini di New York affermarono di aver visto dei rettili nel sistema fognario della città durante uno smercio illegale di una grossa partita di alcool. Forse per dissuadere la polizia ed avere campo libero durante le operazioni illegali, forse per via degli effetti dell'alcool, (come riteneva Teddy May, il sovrintendente del sistema fognario della città) il tutto venne ricondotto a delle semplici allucinazioni. Ma fu proprio May a doversi ricredere, dato che dopo alcune ispezioni disse di aver visto numerosi coccodrilli (il più grande dei quali era lungo solo 61 cm) che vivevano all'interno dei tubi e attraverso quelli percorrevano le reti fognarie della città. 

Iron Horse / Born To Lose

Passiamo alla traccia numero quattro, che sancisce la chiusura del Lato A del vinile. Parliamo di uno dei cavalli di battaglia del trio inglese, la leggendaria "Iron Horse / Born To Lose": è  Phil "Philty Animal" Taylor a porgerci il benvenuto con una bella rullata  che apre il brano, seguita immediatamente da un "Fast" Eddie Clarke che sfoggia un gran bel riffone dal sapore Rock / Blues con la sua Fender,  scandendo un ritmo lento e cadenzato. I Nostri qui dimostrano che non sanno andare solo veloci ma anzi, riescono anche a decelerare (questa volta in maniera più efficace che in precedenza) pur non perdendo neanche un grammo della loro potenza. Un pezzo dove Lemmy canta in modo quasi sofferente ed in maniera molto più espressiva, calandosi nella parte di un consumato rocker / bluesman e mostrandoci quella che alla fin fine è la sua vera natura. In questo brano percepiamo la potenza del Rock n Roll degli albori, riff che a tratti richiamano le polverose atmosfere dei Mountain di "Climbing!" o degli Styx di "The Serpent is Rising", quasi ci trovassimo in una lunga e soleggiata autostrada del sud degli stati uniti, circondati da rocce e dal deserto, in pista verso il tramonto. Un'atmosfera che lascia l'ascoltatore pensare, meditare, un blues rock "maledetto" e terribilmente affascinante, nel quale i nostri raggiungono picchi di grande espressività, tanto da farci sentire "motociclisti" fuorilegge a nostra volta. Ottimo assolo di Clarke, che strizza l'occhio al Leone di Detroit mr. Ted Nugent, offrendoci una prova capace di insinuarsi sottopelle e provocarci non pochi brividi. Un assolo da manuale, che si protrae a lungo salvo poi dileguarsi nella polvere del deserto, facendo proseguire il brano sullo stilema appena udito, accompagnandolo alla conclusione. Un pezzo mi trasmette questa sensazione, la sofferenza del "perdente", fuori dalla legge e dalla civiltà, la sofferenza di chi ogni giorno si trova a superare gli ostacoli della vita e che grazie alla sua moto, che è la sua unica compagna di vita, la sua sposa, ("Iron Horse", il cavallo di ferro) trova pace e libertà. Dura la vita del motociclista, considerato un reietto da tutti, una figura da evitare perché da sempre accostata alla delinquenza. La moto, però, non è quel che la gente per bene crede: le due ruote, viaggiare su di essere, è sintomo di vera ed autentica libertà, possibilità di mandare a quel paese il perbenismo e di vivere secondo le proprie regole, aiutati dal mezzo di trasporto per antonomasia, un fedele cavallo d'acciaio che ci rende tutti cavalieri solitari, in cerca di anime affini alle nostre, con i quali condividere i chilometri consumati e macinati. "Born to Lose", nati per perdere, perché nessun biker potrà mai aspirare alla "bella casa", alla "famiglia" perfetta, al cane in giardino, all'automobile ultimo modello; la loro vita è la strada, è il pub dove fermarsi a bere un whisky, è il ripartire alla volta della prossima avventura. Chi vince e chi perde, alla fine? Chi si incastra in stupide convenzioni sociali per forza di cose, o chi ha il coraggio di vivere in piena autonomia la sua esistenza? Un brano dedicato al popolo dei bikers, da sempre rispettatissimo da Lemmy. Si chiude  cosi il primo lato.

White Line Fever

Il lato B inizia con "White Line Fever",  pezzo in cui la voce di Lemmy torna grezzissima e vissuta in puro stile rock; i tempi sembrano continuare sulla falsariga dei precedenti ed i Motorhead mantengono uno stile incalzante e tipicamente venato di Hard Rock dal sapore "seventies". L'intro passa per le pelli di Phil "Philty Animal" Taylor e subitamente subentra anche Fast Eddie, che come sempre riesce ad evocare con la sua sei corde una potenza grezza ed elegante al contempo: capace di tessere assoli molto coinvolgenti ma al contempo di dispensare riff rocciosi che nuovamente ci fanno assistere, "in diretta", a quella che darà la definitiva nascita e teorizzazione dell'Heavy Metal. Un canzone possente e coinvolgente, dalla durata esigua ma dotata alla sua base di un riff duro e potente che scorre alla grande, con la voce di Lemmy che, graffiando, sembra ancor più struggente. Come già detto, la durata non è imponente (2 minuti e 37 secondi) ma il brano scorre letteralmente tutto d'un fiato. Il testo, molto semplice, parla anche in questo caso di chi fa uso di droghe, molto probabilmente di cocaina. "White Line Fever", la "febbre della striscia bianca" non può far altro che ricondurci alla nota polvere stupefacente, una delle sostanze capaci di "donare" una dipendenza molto più forte di quanto potrebbero fare altre droghe. Il protagonista del testo è infatti "malato", ma la sua febbre non è da intendersi come un'influenza: egli brama la sua dose, cerca un'altra striscia da sniffare, poiché si trova in crisi d'astinenza. Ammette di avere questa "White Line Fever" e di vivere unicamente per la prossima "riga" (la cocaina viene spesso disposta in "file" ed inalata con una cannula, proprio per assumerla meglio senza sprecare neanche un granello di polvere).

Keep Us On The Road

"Keep Us On The Road" è la traccia sei: si parte con la chitarra in evidenza, brano anche questo non veloce ma carico, con un "Fast" Eddie Clarke che fa cantare il suo strumento, di nuovo adottando accorgimenti Rock 'n' Roll Blues che rendono il contesto assai accattivante, distintivo di quel che è sempre stata l'attitudine da "cattivi ragazzi" dei nostri Tres Hombres. Un'andatura che ricorda vagamente anche e soprattutto i trascorsi di Lemmy con gli Hawkwind, dato che il sound è in qualche modo meno "sporco" che in altre tracce e decisamente più tendente ad un qualcosa di "particolare". Un brano che non risulta anomalo ma che fonde comunque le due anime del nostro Kilmister, rocker vecchia scuola amante del blues, padrino dell'Heavy Metal e per anni bassista di un gruppo "space Rock". Ci pensa il 'solo' sempre azzeccato e preciso di "Fast" (che in questo frangente soprattutto comincia a farci vedere cosa saranno i Motorhead in futuro, anticipando per certi versi alcune parti di chitarra che udiremo in capolavori come "Ace Of Spades") a ricondurci su lidi più tradizionalisti anche se la canzone tutta ama sempre giocare su di una sorta di "ossessività straniante" che sembra catapultarci in un'altra dimensione, che avrebbe sicuramente trovato terreno fertile alla corte di Dave Brock.  A metà brano la batteria accompagna un assolo di basso in puro stile Lemmy, che ci riporta al giro iniziale, prima del finale troviamo un' altro bell'assolo di chitarra dove i bending regnano e c'è spazio anche per la batteri; rullata su rullata arriviamo alla fine di un bel brano. Anche questo pezzo ha un testo abbastanza criptico, ma in linea di massimo continuiamo a parlare di una gang di motociclisti che vive on the road. La strada è la loro vita e mille avventure diverse sono all'ordine del giorno: dalle donne conquistate ed abbandonate agli scontri con i poliziotti, che ingaggiano con i nostri una guerra senza fine fatta di continui inseguimenti e corse sfrenate; delle vere e proprie gare "ad eliminazione" da sospendersi solamente quando qualcuno delle due fazioni abbandonerà questo mondo, causa la morte.

The Watcher

Tocca in seguito a "The Watcher" altro brano del periodo Hawkwind composto da Lemmy, (che troviamo inoltre sul loro disco "Doremi  Fasol Latido" del 1972, il primo con Kilmister a bordo). Notiamo come la canzone venga stravolta: la versione originale era psichedelica con chitarre acustiche e voce quasi "malata", un brano onirico dotato di un sottofondo di effetti simili a "frequenze disturbate", mentre i Motorhead la rifanno.. alla Motorhead, stravolgendo i tempi e venando il tutto di Hard Rock, correndo incalzati da un ritmo di batteria particolarmente sostenuto e veloce, con la chitarra distorta in primo piano. Gli  interventi di  "Fast" Eddie Clarke  sono sempre ottimi e non esagerati, ed anche questa volta gli assoli che possiamo udire risultano coinvolgenti e suonati ottimamente, un sound di chitarra destinato a divenire un vero e proprio marchio di fabbrica. Solo la voce risulta completamente diversa, in molti casi addirittura effettata, che rende l'ugola di Lemmy quasi "robotica". Un cantato assai in secondo piano rispetto agli altri strumenti, che invece spiccano per potenza ed espressività (particolarmente degni di nota il secondo ed il terzo assolo di Eddie, Rock 'n' Roll allo stato puro, 100% Motorhead con qualche fugace effetto "spaziale" in sottofondo anche in questo frangente). Forse con il solito cantato il brano avrebbe reso meglio, ma comunque possiamo senza problemi affermare che la trovata degli effetti vocali, per quanto "particolare", si comunque una bella trovata. Si finisce in un tripudio di suoni "cibernetici", per tributare degnamente la band Space Rock per antonomasia. Ci troviamo alle prese con un testo molto molto complesso, "figlio" forse dell'attitudine agli allucinogeni degli Hawkwind, anche se, carpendone il senso generale, a parer di chi scrive risulta molto attuale (anche se il brano risale agli anni '70); ovvero, si parla di solitudine, di come la società non faccia niente per le persone in difficoltà. Devi arrangiarti,  la gente ti guarda dall'alto verso il basso e non fa assolutamente niente per aiutarti, devi essere in grado di rialzarti e gestire la vita meglio possibile, senza sperare in nessun tipo di aiuto. Il protagonista infatti sembra arrivare da un mondo straniante, frustrante, in grado di fiaccare ogni scintilla di creatività e ribellione. La terra in cui "nessuno sorride", così viene descritta. Il mondo viene descritto come imprigionato in una galera dalla quale vorrebbe liberarsi, ma non ne è in grado. Il problema è l'avidità, la cupidigia, la brama di potere che consuma l'essenza umana sino all'osso, rendendoci schiavi di un grigiore capace di inglobarci nelle sue fauci. Una critica velata proveniente direttamente da uno degli emblemi della vita libera, Lemmy Kilmister.

The Train Kept A-Rollin'

Il gran finale tocca ad un'altra cover, "The Train Kept A-Rollin' ", pezzo rhythm & blues scritto da Tiny Bradshaw nel 1951, brano re-interpretato da tanti gruppi tra cui gli Yardbirds, i quali ne inserirono una loro versione nell'album del 1965 "Having a Rave Up". La versione più famosa rimane comunque quella degli Aerosmith, versione che troviamo sul secondo disco "Get Your Wings" del 1974. L'interpretazione "alla Motorhead" che troviamo qui è una pura mazzata, si parte con Eddie che fa "piangere" letteralmente il suo strumento che dapprima sembra guaire timido ma in crescendo si veste di Rock 'n' Roll e si parte con una carica impressionante. E' Taylor a dare inizio ai giochi con una poderosa rullata e quel che possiamo udire è un pezzo stravolto, veloce, impetuoso, a dir poco spettacolare. Una grande versione, suonata con l'attitudine sporca e stradaiola dei nostri tre teppisti preferiti, molto di più a loro agio con certe cover che con quelle di altri artisti. Troviamo un assolo pieno di passione e sudore, in cui Clarke dà letteralmente il meglio di se mostrandoci come il meglio debba ancora arrivare (un certo "Overkill" è alle porte, dopo tutto..), facendoci ascoltare un sound che ricorrerà molto presto nei dischi che celebreranno i Motorhead come una delle realtà più importanti della musica dura in generale. Momenti solisti da lodare, potenza sonora, velocità.. un "badass Rock 'n' Roll" per dirla alla Anvil, un qualcosa che riesce a farci capire realmente chi sono, questi tre ragazzi. Loro sono i Motorhead.. e sono pronti per tirare ai nostri didietro quei calci promessi! Testo che consiglia di non perdere l'attimo, di agire d'istinto, perché nella vita bisogna osare, mettersi in gioco.. come si suol dire "andrà come andrà", però bisogna provarci, non si può andare avanti con i se e con i ma. Le lyrics, molto brevi, descrivono infatti l'incontro casuale di un uomo ed una donna. I due capiscono immediatamente di piacersi e subito l'uomo cerca un approccio, cercando di farsi amica "per una notte" quella bella ragazza. Il "treno" passa, bisogna semplicemente farsi trovare pronti ed acchiapparlo al volo, senza dare nulla per scontato e pensando sempre positivo. A quanto sembra, per il nostro protagonista la missione può dirsi compiuta, ed il treno che "corre" diviene la metafora di una notte di fuoco che egli passerà con la sua "preda", disposta anch'essa a divertirsi in compagnia. Decisamente, non poteva finire in modo migliore questo disco.

Conclusioni

Cosa dire, dunque, di "Motorhead"? I pezzi sono sicuramente ancora influenzati dal periodo di Lemmy negli Hawkwind forse, anche se come band i nostri dimostrano di avere tutto un altro tiro: questo è rock con sfumature di blues, proto-Metal tendente a sfuriate Punk, un disco formato da pezzi caldi e vissuti, suonati con il cuore. Brani che ti prendono e ti fanno viaggiare, si sente in ogni singola nota l'energia, la naturalezza e perché no, la determinazione di questi tre personaggi uniti nel nome del rock 'n' roll. Una sinergia che nasce una volta ogni mille anni, che ci ha donato un album ruvido e grezzo, degno antipasto di quel che sarà poi il duo "spacca tutto" datato 1979, composto da "Overkill" e "Bomber", i due dischi che lanceranno la formazione nell'olimpo della storia della musica. "Motorhead" è dunque  il primo indimenticabile passo della creatura di Lemmy, uomo che ha fatto della musica la sua vita, suonando il basso a volumi spropositati, andando contro etichette discografiche e non solo, senza scendere a compromessi portando avanti il suo discorso e le sue lotte ancora oggi nel 2015, festaggiando i 40 anni di cariera. Quel che qui udiamo non è certo un trionfo di produzione e di suoni ben curati.. ma è forse questa la carta vincente. Un disco che riporta noi "schiavi" della tecnologia indietro nel tempo, facendoci capire quanto sana e genuina fosse l'attitudine dei tempi che furono;nel 1977 non potevi far finta, o suonavi o suonavi, detto perentoriamente. Si era sempre pronti a comporre e a cercare di diffondere la propria arte, nell'aria aleggiava quella "pazzia" positiva che ti portava a sperimentare, a cercare un tuo sound, una tua identità. Fedele alla vecchia scuola e cercandone una nuova. Questo, era il modo in cui dischi come "Motorhead" suonavano, facendo perdere i freni inibitori ad un'intera generazione e spingendo migliaia di ragazzi ad imbracciare i loro strumenti, per poter dire anche loro qualcosa come i loro beniamini. Un disco da promuovere senza dubbio, che fa calare una lacrima di commozione ai fans della vecchia scuola e sicuramente incanterà i più giovani, ad oggi troppo abituati alla "cura" maniacale dei dettagli, delle grandi produzioni. Sentire un qualcosa di così "maleducato" gioverà sicuramente alle generazioni odierne, che in questo modo potranno entrare in contatto con un'attitudine tutt'oggi rimasta invariata negli anni, grazie alla coerenza di Lemmy.. un'autentica corazzata, più che un uomo. Un album dunque grezzo ma onesto e soprattutto sincero, che si ascolta volentieri. Anche se, i grandi classici, dovevano ancora arrivare.

1) Motorhead
2) Vibrator
3) Lost Johnny
4) Iron Horse / Born To Lose
5) White Line Fever
6) Keep Us On The Road
7) The Watcher
8) The Train Kept A-Rollin'
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