MOTÖRHEAD / GIRLSCHOOL

St. Valentine's Day Massacre

1981 - Bronze Records

A CURA DI
MARCO TRIPODI
28/06/2017
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

"Non tutto il male vien per nuocere", o "Si fa di necessità virtù", potrebbero essere le parole con cui si potrebbero riassumere le vicende che hanno portato alla nascita dell'EP "St. Valentine's Day Massacre". Il 1981, all'indomani di quel successo planetario di nome Ace of Spades, vide nascere una creatura ibrida, nata dal bizzarro esperimento ma soprattutto da una gran voglia di divertirsi e di fare del sano e chiassoso rock 'n roll: gli Headgirl! A dicembre del 1980, durante il tour dell'asso di picche, il batterista Phil Taylor, suo malgrado, costrinse la band ad un breve periodo di pausa a seguito di uno dei tanti incidenti che lo hanno contraddistinto nel corso della sua militanza nei Motörhead. Questo è quanto scrisse Lemmy nella sua biografia: "?facemmo un salto in Irlanda per qualche data. Fu allora che Philthy si ruppe il collo. Successe a Belfast dopo un concerto, lui era su una scala e stava giocando a «Chi solleva più in alto l'altro» con un grosso irlandese. L'irlandese sollevò Phil più in alto e, allo stesso tempo, fece un passo indietro per ammirare il suo lavoro, mettendo però un piede nel vuoto. Caddero tutti e due all'indietro sulla scala e Phil atterrò proprio sul collo. Corremmo tutti da loro: l'altro tizio si alzò, Phil no. Io gli dissi «Forza amico». Con uno sguardo di puro terrore, alzò gli occhi verso di me: «Cazzo, non riesco a muovermi»". Quella descritta da Lemmy è indubbiamente una scena tragicomica, ma il goffo Philthy Animal corse seriamente il rischio di restare paralizzato; invece fortunatamente se la cavò con un grosso collare, fino a che non si sarebbe ristabilito del tutto. Impossibilitati a proseguire con altre date live, e non potendo suonare in studio con Phil così ridotto, al produttore Vic Maile venne l'idea di far registrare un singolo alla band di Lemmy con le Girlschool, gruppo già conosciuto dal gruppo dello Snaggletooth e apprezzate compagne di palco. Così nacque un EP che avrebbe sancito la storica alleanza tra le due band inglesi, con Denise Dufort alla batteria per tutti i brani, sostituendo quindi il dolorante Philthy (che si limitò a presentarsi nelle esibizioni live ballando sul palco e aggiungendo una seconda voce nei cori). Non si tratta solo di un importante testimonianza dei giochi di scambi e tra band della scena, ma di un autentico successo discografico: "St. Valentine's Day Massacre" (che uscì proprio il 14 febbraio del 1981) arrivò al quinto posto in classifica, portando le due band, con il nome di Headgirl, a diverse esibizioni televisive, tra cui Top of the Pops e Rockstage, rivelandosi negli anni come il singolo di maggior successo sia delle Girlschool che dei Motörhead (il che non è poco). Così, guardando la copertina di questo EP, con i membri delle due band simpaticamente mescolati in una composizione fotografica che riprende le atmosfere degli anni '20, dei gangster, delle pupe, dei gessati e dei mitra fumanti per richiamare le sanguinose gesta di Al Capone e del suo modo poco molto romantico di festeggiare S. Valentino, possiamo comprendere facilmente come mai Lemmy se ne stia in fondo, lasciando questa volta il primo piano a Phil Taylor, che nel suo abito da gangster se ne sta rigido con il collo ben coperto dall'ampio risvolto del cappotto, con il mento che sembra sprofondare in un enorme colletto della camicia; va lodata sia l'idea che la realizzazione: chi potrebbe mai riconoscere in questa foto un collare ortopedico? Ma ancor più divertente è la fotografia che completa il disco sul retro: le quattro pupe hanno preso il sopravvento sui ferocisissimi gangster, che ormai giacciono sul bordo della strada, mentre le ragazze contemplano il loro massacro tenendo ancora i mitra in mano, sensualmente poggiati sul fianco. Chi conosce i Motörhead è abituato a questo tipo di ironia, e alla leggerezza con cui hanno sempre accompagnato anche i loro dischi più severi ed oscuri, tanto più ha ragione di essere caratterizzato da una simile controparte "comica" (o sinistramente comica) un EP che ha tutto l'aspetto, alla vista ma soprattutto all'ascolto, di un gioco, di un divertente momento di svago che si realizza in un'autentica chicca per gli amanti dell'heavy-metal. Dunque sfiliamo il vinile dalla sua copertina in bianco nero ricordando soltanto che, benché per questo lavoro le band vennero presentate o furono registrate come Headgirl, qui troviamo invece i loro nomi distinti che troneggiano in rosso sulla fotografia: Motörhead Girlschool leggiamo in bella vista, ma entrambi i nomi sono scritti con il carattere gotico della band di Lemmy, freschi di un successo che ha appena raggiunto la vetta delle classifiche. Possiamo dunque mettere il disco sulla piastra, lasciarlo girare, dimenticare il 1929 evocato dal titolo, dai thompson e di cappelli a falde larghe, per piombare nel 1981.

Please don't touch

"Please don't touch (Per favore, non toccarmi)": sfatiamo una leggenda e correggiamo un errore che continua ostinatamente a persistere: non è una canzone delle Girlschool. E nemmeno dei Motörhead. La canzone in questione, entrata negli anni a far parte del repertorio di entrambe le band, è in realtà una cover dei Johnny Kidd and the Pirates (oggi pressoché dimenticati, ma che Lemmy definì "uno dei miei gruppi preferiti del passato"), risalente al 1959. È questo il brano su cui il progetto punta e si struttura (le due canzoni eseguite e "scambiate" che seguono svolgono la funzione di corollario a questa cover), ed è uno dei molti esempi, che affollano la storia della musica, di canzoni divenuti più celebri in quanto cover piuttosto che nella loro versione originale. È d'altronde un ulteriore prova dell'amore di Lemmy e soci per la musica degli anni '50, aggiungendo questa cover a quella di Louie, Louie, brano di Richard Berry già rivisitato ed inserito nel debut album prima, e nelle future riedizioni di Overkill dopo. Sin dal primo scricchiolio della puntina sul piatto, la chitarra riassume bene il giro portante, particolarmente classico, quasi surf-rock, ma la canzone gioca soprattutto sui toni vocali così diversi, quelli di Lemmy (particolarmente cavernoso per sottolineare l'interessante contrasto) e quelli femminili di Enid Williams: sopra la linea scandita e trascinante delle corde, le voci aprono la canzone con un incalzante coretto che ripete il ben noto ritornello, per poi aprirsi al testo che strofa dopo strofa si snoda rotolando dalla piastra con toni rocamboleschi. Possiamo dire, anche senza leggere il testo, che quello che più chiaramente emerge dal brano, e ad esso è lasciato (giustamente) lo spazio di maggior rilievo, è senza dubbio l'abile e movimentato gioco di passaggi tra le voci, che ora si sovrappongono, ora cantano all'unisono e allo stesso livello, ora si scavalcano concedendosi l'un l'altra maggior spazio, avanzando e arretrando, creando così un dilungarsi colorito e piacevole, in cui l'orecchio è invitato a seguire l'ondeggiare delle voci, cercando di seguirne l'andamento e restare al passo, mentre la voce di Enid prende, quasi improvvisamente, il posto di quella Lemmy, che ha dato inizio al testo imponendo nei primi versi i propri toni profondi, cavernosi e quasi minacciosi. Un amore passionale e sregolato, che si consuma in un motel senza pretese e senza promesse: una storia già letta che rivive di atmosfere nuove in questa cover, arricchendosi anche di quei velati toni di minaccia che emergono dall'intertesto e che spesso accompagnano simili liriche dei Motörhead (basti ricordare ad esempio Love me like a reptile), ma il merito anche di questa nuova dimensione, o forse sarebbe più corretto usare il termine "impressione" dal momento che nulla di tutto ciò viene apertamente dichiarato, ma piuttosto riguarda le sfumature del brano, va condiviso questa volta in parti uguali tra Lemmy ed Enid Williams, che sebbene costituisca qui la controparte "morbida" e sensuale a quella ruvida e feroce di Lemmy, non manca di caratterizzare i versi affidati alla sua linea solista di una grinta palpabile. La stessa grinta con la quale il protagonista urla "non toccarmi!" alla sua amante. Una donna che sa terribilmente come prenderlo e come farlo impazzire; una follia nella quale l'uomo vorrebbe abbandonarsi ma al contempo cercando di prolungare il piacere finché riesce, invitando la sua compagna a non toccarlo "troppo", facendogli esaurire le cartucce troppo presto. Lei ha i suoi artigli ben piantati nelle carni di lui, riesce a domarlo, a tenerlo inchiodato al letto. Dunque, fuoco e fiamme, dinamicità, potenza; grinta, come già detto. Lo stesso è giusto dire per l'intero brano, e non solo dunque per il nuovo carattere che assume la storia d'amore e di sesso narrata nel testo. Una cover che assume una vita nuova, addirittura indipendente dall'archetipo di Johnny Kidd e piratesca compagnia: non si tratta solo di una cover arrangiata per divenire riempitiva in un momento in cui i Motörhead o le Girlschool non avevano occasione o tempo di fare di meglio, ma è invece l'ottimo risultato di un esperimento forse azzardato ma riuscitissimo, che a tutto diritto merita di entrare nella storia delle due band; il fatto che tutti i fan della band di Lemmy e della band di Enid Williams conoscano questa canzone, mentre il nome dei Johnny Kidd and the Pirates sia ignoto alla stragrande maggioranza di quegli stessi ascoltatori, credo costituisca una prova eloquente. Pertanto, se questa versione di Please don't touch è nota a chiunque, adesso l'invito che mi sento di rivolgervi è quello di andare a dare un ascolto anche all'originale di Johnny!

Emergency

"Emergency (Emergenza)": la carica dirompente del primo brano non si è ancora affievolita che già irrompono chitarra e batteria ad aprire la canzone delle Girlschool. Emergency è una canzone ancora giovane al momento in cui questa viene eseguita dai Motörhead (ma la stessa Bomber al tempo era di poco più datata): questa era comparsa nel disco Demolition, album di debutto della band al femminile, nel 1980 (stesso anno in cui hanno inizio le registrazioni di questo EP). Probabilmente questo brano rende particolarmente l'idea della diversa proporzione e del diverso peso che le due band avevano al momento di dare alle stampe St. Valentine's day massacre: benché siano due band tutto sommato entrambe giovani (gli stessi Motörhead avevano pubblicato il loro debutto appena cinque anni prima), le Girlschool sono appena uscite con il loro convincente ma ancora poco noto primo disco, mentre in questo stesso anno, su un panorama che ha dato alla luce alcuni dei più grandi capolavori del genere (Iron Maiden, British Steel, Back in Black, giusto per ricordarne alcuni) i Motörhead hanno pubblicato quella pietra fondamentale della storia dell'heavy metal che è Ace of Spades. Eppure eccoli qui, a spalleggiare e a divertirsi con un gruppo agli esordi, eseguendo e registrando perfino una loro canzone. Come già detto, è sempre la giovane Dufort ad accompagnare alla batteria la chitarra di Eddie Clarke, fino alle pennate pesanti e possenti del basso che aprono le danze con degli accordi aperti che cadono dall'alto con i colpi di piatto, mentre la chitarra di "Fast" Eddie prosegue la linea alta e incalzante. Se abbiamo già detto come il nostro Taylor fosse tenuto a distanza dalla batteria per questo EP, cosa interessante è invece ascoltare la voce che sciorina il testo ritmato e veloce: Can't make out things they said / Spent too many nights getting out of my head! Sentiamo intonare dalla voce che insegue una ritmica serrata che induce ogni ascoltatore minimamente sensibile a martellare il piede in terra per stare al tempo, ma non è la voce di Lemmy. Qui Lemmy è occupato ad accompagnare con il basso la strofa, mentre al microfono troviamo questa volta proprio lo stesso Eddie Clarke, che questa volta si ritrova a cantare da solista l'intero testo. Stiamo impazzendo, ce lo racconta il testo della canzone, con la mente che comincia a vacillare: Driving me crazy right out of my mind! Consci della pazzia che galoppa per intrappolarci nel suo vortice non possiamo far altre che cercare aiuto, per questo chiamiamo, o urliamo, il numero per le chiamate d'emergenza: ed è in questo disperata ricerca di soccorso, il ritornello, che sentiamo finalmente la voce profonda e ruvida di Lemmy emergere distintamente per affiancarsi a quella del collega Clarke in un coro scandito che si ripete di verso in verso, concluso e puntualizzato dalle tre note precise e incisive del basso a fine verso: 999, Emergency! 999, Emergency! Follia allo stato puro, tremolii improvvisi che ci colgono di sorpresa. La cronistoria di notti di follia, nelle quali tutto è praticamente concesso. La vita delle rockers è in questo caso molto simile a quella dei  Motörhead, i quali si trovano perfettamente a loro agio nel narrare notti di bagordi e sana confusione fra amici e fratelli del Rock n' Roll. Alcool a fiumi e compagni "molesti", non c'è speranza: non torneremo a casa camminando in maniera lucida e composta! Emergenza, emergenza... abbiamo bisogno d'aiuto! Trascinati da questo vortice di follia, non riusciamo più a distinguere cosa sia vero o falso. Siamo circondati, perduti, il mondo attorno a noi sembra sciogliersi. Eppure, abbiamo ancora la voglia di festeggiare e far baldoria. Cerchiamo qualcuno (o qualcuna), una persona che speriamo di trovare subito, purché non si nasconda. Caliamoci dunque nella notte più sfrenata in compagnia dei nostri, bevendo e festeggiando come se non ci fosse un domani. È quando Clarke si getta nel suo assolo, rapido e trascinante, che possiamo renderci conto anche di quanto i suoni delle due formazioni siano curati in modo da risultare quanto più simili tra loro:  Bomber e Emergency scorrono una dietro l'altra, e fluiscono in maniera naturalmente, senza che gli strumenti divergano da una traccia all'altra per suoni o qualità di registrazione. L'intero disco offre l'idea di un'unione omogenea e naturale, come se a suonarlo fosse effettivamente un solo gruppo, e non due band distinte forzosamente inserite sui due lati del vinile. Effettivamente, se in Please don't touch le voci diversissime di Lemmy e di Enid Williams creavano un contrasto in cui si racchiude l'essenza stessa, ed il senso, di questa cover (azzeccatissima sotto ogni punto di vista, dal testo alla musica, all'arrangiamento), il fatto che questa volta la voce molto meno rude (e meno caratteristica) di Eddie Clarke, che ha qui un ruolo di primo piano, fa sì che le due canzoni suonino all'orecchio assai più legate di quanto non suonerebbero se fosse ancora una volta Lemmy a fare la parte del leone (benché la sua presenza nel ritornello emerga al momento opportuno in maniera determinante). Ed è proprio in coda all'ultimo ritornello che Eddie sfoggia una nuova prova di bravura, con un assolo che si getta nella conclusione mentre dalle profondità del vinile emerge ancora una volta la sirena, la stessa che ha legato insieme le due canzoni, ed è sul suo crescendo che i piatti iniziano a vibrare sopra i colpi di gran cassa, e le ultime pennate lasciano sfumare le note della chitarra, fino a lasciarci nello scenario fumoso e ovattato del bombardamento, ormai finito. E con la sirena che geme affievolendosi, finisce anche il disco.

Bomber

"Bomber (Bombardiere)": si passa da una cover ad un'altra, è il turno di Bomber, che viene annunciata dal vinile sin dal lontano suono di un aereo che scorre distante e minaccioso, per poi lasciare spazio alla chitarra, suonata qui da Kim McAuliffe, precisa, puntuale e graffiante come l'avevamo già conosciuta nell'album del 1979 (forse appena un po' più timida nell'entrata, che anziché imporsi con decisione scivola tra il rombo dell'aeroplano con un leggero fade-in). Non ci sono in questa versione innovative variazioni strutturali: le misure dei versi e delle battute, la metrica in cui sono scanditi i versi, la velocità, tutto è rispettato e mantenuto intatto in un rinnovamento rispettoso e preciso. Ed è giusto, perché non è necessario variarlo ulteriormente: il grande cambiamento è indotto dalle voci che sostituiscono quella ruvida e sforzata di Lemmy. Enid si presta ad una reinterpretazione piacevolissima all'ascolto, arricchita e resa più profonda dal coro di supporto delle compagne: It's a bomber! It's a bomber! It's a bomber! Pensando che al microfono troviamo una donna (anzi diverse donne) ad eseguire la parte altrimenti leonina e cavernosa di Lemmy, potremmo essere indotti a storcere il naso, invece quello che va riconosciuto alle Girlschool, è che non indulgono mai in questo breve ma gustoso EP ad accentuare la loro femminilità in maniera ammiccante o puntando sulla dolcezza: in questa circostanza come in tutta la loro carriera, che naturalmente non tiene il passo né può essere paragonata a quella dei Motörhead, le Girlschool hanno mantenuto la grinta e l'energia caratterizzanti, che in nulla si è distinta da quella delle band maschili per offrire sempre uno schietto e diretto hard 'n heavy in vecchio stile, duro e senza fronzoli (C'mon let's go, Hit and run, Race with the Devil, o la stessa Emergency sono prove più che eloquenti di ciò). E così il classicone dello Snaggletooth viene eseguito con convinzione fino in fondo, fino all'arrivo del bombardiere, che riempie la stanza con il rombo delle sue eliche e dei suoi motori, con la sirena che irrompe e annuncia la minaccia imminente, sovrastando e mettendo a tacere i riverberi delle ultime pennate sulle corde di basso e chitarra. Una storia, quella dell'aereo da guerra, divenuta col senno di poi tipica e topica della band di Lemmy. Le Girlschool sono dunque alle prese con il bombardiere più famoso del Rock n' Roll, l'aeroplano guidato dal terzetto inglese per antonomasia. La forza delle sue eliche, il rombo dei suoi motori, la potenza dei suoi missili. Un bestione volante guidato proprio da Lemmy e soci, in questo frangente "prestato" alle loro amiche. Anch'esse, quindi, impugnano la cloche e prendono la mira, sparando contro ogni ostacolo, di terra e d'aria. Una metafora per indicare la potenza della musica suonata dai Motörhead, qui meravigliosamente espressa dalle loro colleghe. Il dominatore dell'aria dunque non perde la sua abituale carica distruttiva, risultando sempre e comunque minaccioso, potentissimo, privo di freni. Questo è il Rock n' Roll, dopo tutto: un immenso bombardiere impossibile da abbattere, in grado di rilasciare letali raffiche di proiettili, in grado di sganciare quantità infinite di bombe. Tutto ciò che possiamo fare, nemmeno a dirlo, è arrenderci.

Conclusioni

Questa è stata una piacevolissima parentesi nella storia dei Motörhead, la parentesi degli HeadGirl: a dispetto dell'enorme successo che ebbe questo EP (e forse proprio in virtù di questo) qualcuno avrebbe tacciato questo disco come un prodotto commerciale: eppure è la storia a smentire quest'idea, dal momento che la band di Lemmy, è giusto ricordarlo, si trovava nel suo momento d'oro, e non aveva certo bisogno di compiere mosse "furbe" o particolarmente "studiate" per ottenere guadagni facili; e certamente non era una garanzia commerciale tentare un singolo con un gruppo di giovani debuttanti, che solo negli anni successivi, e non senza l'aiuto proprio dei Motörhead e di questo EP, si sarebbero fatte conoscere come importante espressione della N.W.O.B.H.M. Da Lemmy stesso ritenute fra i gruppi di maggiore spicco della corrente, le Girlschool non mancheranno - in seguito - di dimostrare sempre il loro apprezzamento, ringraziando ogni volta il terzetto capitanato da Mr. Kilmister per l'aiuto a loro donato, per i concerti ed i palchi condivisi, senza scordare le serate in allegria, passate bevendo e festeggiando. Proprio in uno dei loro ultimi dischi, "Hit and Run: Revisited" (ri-edizione del primo "Hit..." datato 1981) le nostre non hanno giustappunto mancato di tributare i Motörhead e la loro selvaggia attitudine stradaiola, dedicando ai connazionali il brano "Demolition Boys". Un brano che, a detta di Kim, "parla di loro, di quando li abbiamo incontrati la prima volta. I Motörhead, Lemmy in particolare, sono responsabili per tutto, per il mondo intero!! Tutto quello che è venuto dopo è "colpa" loro ahaha!!! Lemmy è dappertutto, è onnipresente...". Ben capiamo, dunque, quanto la presenza e l'aiuto dei Nostri siano state fondamentali per le ragazze inglesi, le quali hanno certo voluto preservare la loro intraprendenza nonché capacità "di riuscire da sole", non rinnegando - comunque - mai la grande mano, in questa occasione specifica ed in tante altre, ricevuta da Lemmy. Insomma, questo EP di "commerciale" non ha proprio nulla, e deve il suo successo unicamente alla capacità delle formazioni coinvolte. La prima sulla cresta dell'onda, la successiva agli ottimi esordi. Per forza di cose, "Ace of Spades" e "Demolition" risultano due dischi imparagonabili. L'Asso aveva per forza di cose scritto la storia dell'Heavy Metal, suonando la carica per quei primi vagiti Speed che sarebbero successivamente deflagrati in esplosioni potentissime (in compagnia di un certo "Welcome To Hell", ma questa è un'altra storia..); la Demolizione, invece, si affacciava sulle scene in maniera prorompente e decisamente graffiante, cercando (riuscendovi, successivamente) di accaparrarsi un posto speciale in quella che sarebbe stata la gloriosa N.W.O.B.H.M., ondata che ha visto le Girlschool trionfare fra i tanti nomi presenti, alcuni dei quali caduti nel dimenticatoio. Insomma, due gruppi differenti ma uniti comunque dalla voglia di fare molto, e di farlo al massimo del volume. Due band affamate, impertinenti, potenti: un connubio pressoché perfetto, il quale non poteva, dunque, non decretare il successo dell'EP quest'oggi recensito. Il segreto della sua scalata in vetta alle classifiche, dunque, sta tanto nella sinergia più che nelle scelte di Vic Maile. Un produttore in gamba, senza dubbio... ma in questo senso, non unico artefice della buona riuscita del progetto. Attitudine, questo è il segreto. Voglia di suonare e di divertirsi. Elementi che entrambe le formazioni hanno profuso all'interno di questa piccola testimonianza, giunta per altro dopo un discreto numero di "spazi condivisi". Per dovere di cronaca è infatti necessario ricordare che Motörhead e Girlschool avevano già registrato assieme gli split "Motorschool" e "Stay Clean", trovando però ben più ampia risonanza con la pubblicazione di "St. Valentine's Day Massacre", ad oggi il più fulgido esempio del loro sodalizio, della loro sinergia. Per chi ama i Motörhead, per chi ama le Girlschool, per chi continua ad amare l'adrenalinica energia che animava la musica degli anni '80 e quel chiassoso rock n roll che dava forma al nuovo heavy-metal, questo EP continua a costituire una tappa obbligata. Una tappa che, una volta percorsa, lascerà nelle nostre bocche il sapore amaro e piccante di un genere energico, ruvido, potente e diretto. Il sapore tipico delle sei corde sferraglianti, delle batterie scalpitanti, dei bassi frastornanti, delle voci possenti e roboanti. Insomma, un modo per tornare letteralmente indietro nel tempo, per assaporare al meglio delle sue espressioni le prime, fulgide colate di lava del Metal inglese. Che proprio in quegli anni andava diffondendosi a macchia d'olio anche e soprattutto oltreoceano, ispirando l'operato di giovanissime band quali Metallica e Slayer. Giovani lungocrinuti destinati a divenire alfieri dell'acciaio pesante, i quali trovavano nel ricco calderone albionico una vera e propria miscela letale, dalla quale attingere copiosamente. Nemmeno a dirlo, Lemmy stava scrivendo la storia. Supportando, in questa occasione, un gruppo di giovani e toste rockettare di belle speranze; di seguito divenute una realtà che ad oggi sfiora il quarantennale, ben più di un semplice "nome sponsorizzato" dallo Snaggletooth.

1) Please don't touch
2) Emergency
3) Bomber
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