MOTÖRHEAD

Ace of Spades

1980 - Bronze Records

A CURA DI
MARCO TRIPODI
02/09/2016
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione Recensione

Chi si fosse trovato a camminare in una fredda mattina dell'autunno del 1980 lungo la strada di South Mimms, nella zona nord di Londra, avrebbe potuto imbattersi nell'insolito spettacolo di tre cowboy in abiti neri che si infilavano negli scavi della futura stazione della metropolitana. Se certamente il passante sarebbe stato colpito dalla scena surreale, molto più difficilmente avrebbe potuto immaginare quanti in futuro avrebbero creduto che quello fosse davvero un deserto, che quei tre cowboy altri non erano che i Motörhead, e che stava avendo luogo il set fotografico di uno degli album più importanti e significativi della storia dell'heavy-metal: nasceva "Ace of Spades". Si tratta di un momento storico fondamentale per la scena, ma anche per la carriera della band di Lemmy; i Motörhead escono dal 1979 con ben due dischi, di cui bastano i nomi per ricordarci la loro importanza: il primo è Overkill (24 marzo) e il secondo è Bomber (27 ottobre). Si tratta di autentiche pietre miliari per i fan di Lemmy e compagni, ma il successo di questi non si è dovuto far attendere come è invece stato per molti altri gruppi del periodo, rivalutati solo in un secondo momento: basti pensare che entrambi gli album vennero premiati con il disco d'argento, che Bomber (oltre 250.000 copie vendute) portò la band all'undicesimo posto della classifica britannica, che nello stesso anno i Mötorhead ebbero come gruppo di supporto per le date inglesi i Saxon (con i quali il connubio diventerà storico), e che la "Bronze Records" decise di far uscire durante quelle date un EP contenente quattro tracce live.. entrando in classifica anche con questo! Insomma, il trio inglese si trova in un periodo d'oro (ed è probabile che ne fossero almeno in parte coscienti, da momenti che Lemmy propone Golden Years come titolo al suddetto EP). Se i fan di allora, ma soprattutto quelli di oggi, continuano a dibattere su quale tra i due dischi del '79 sia il migliore, resta tuttavia indiscutibile il fatto che questi hanno segnato un'ascesa sempre crescente per il nome dei Mötorhead, ed è proprio con la certezza che il futuro disco avrebbe venduto più di Bomber, così come Bomber aveva venduto più di Overkill, che la band nell'agosto del 1980 entrò nei "Jackson's Studios" di Rickmansworth per registrare quello che sarebbe diventato il loro disco simbolo. Ad occuparsi della produzione, un vero e proprio veterano come Vic Maile, il quale aveva già avuto esperienze con artisti del calibro di Jimi Hendrix, The Who e Led Zeppelin. Anche con Lemmy stesso, visto e considerato il fatto che i due incrociarono i loro destini sin dai tempi degli Hawkwind, leggendaria prog. space Rock band nella quale Kilmister militava per l'appunto prima di fondare il trio più famoso della storia del Rock n' Roll. Maile, infatti, aiutò gli Hawkwind in occasione del rilascio del loro primo live, ovvero "Space Ritual", datato 1973. A distanza di anni, il bassista ricorderà con molto piacere il lavoro svolto in compagnia di Maile, in entrambe le occasioni, citandolo nella sua autobiografia ufficiale (da "White Line Fever (La sottile linea bianca)": "Vic era un grand'uomo, ed un grande produttore. Era veramente eccezionale.. ed è stato il primo a dirci che eravamo tre cazzoni, e che dovevamo cominciare a lavorare più duramente"). La formazione storica - Lemmy Kilmister, "Fast" Eddie Clarke, e Phil "Philty Animal" Taylor - lavora per circa sei settimane, tenendo sottomano tutti gli ingredienti necessari: un rock duro e veloce che strizza l'occhio al punk, toni scuri e macabri che si mescolano talvolta ad una sottile ironia e, come ci ricorda la copertina, tanta fame di America. Perché oggi si guarda con tanta ammirazione ad un disco come Ace of Spades? Perché riassume e preannuncia già negli anni degli esordi una carriera quarantennale, o perché è la fiamma più alta di un rogo che ha smesso di bruciare solo lo scorso dicembre? Propendere per la prima delle due sarebbe banale e certamente riduttivo, propendere per la seconda sarebbe forse ingiusto e darebbe un po' di fastidio al compianto Lemmy, che spesso ricordava "Sapete? Abbiamo realizzato anche altre canzoni dopo..". Ognuno potrà cercare la propria risposta a questo interrogativo, ma i veri fan dei Motörhead potranno ricordare a chiunque voglia porsi una simile questione che Lemmy e la sua musica, soprattutto quando Ace of Spades li ha consacrati nel mondo, hanno saputo rompere le sciocche barriere tra punk, rocker ed i nuovi seguaci dell'heavy-metal, dando una nuova forma e influenza alle band venute dopo di loro. È cosa risaputa: che si siano amati i Motörhead o si sia guardato a loro con sufficienza, che si abbia il poster di Lemmy in camera o siano stati solo un gruppo sentito casualmente sull'i-pod o magari in radio, Ace of Spades resta comunque una canzone simbolo per chiunque segua il nostro genere. Dunque, mettiamo il disco sulla piastra e cominciamo a farlo girare, cominciando a riempire la stanza con le inconfondibili note della title-track. L'asso di picche da questo momento in poi sarà un segno distintivo per il gruppo, e Lemmy doveva aver riposto una gran fiducia in questo; infatti, guardando la copertina troverete il nostro occhieggiante sotto le falde del cappello scuro in una posizione che, nonostante l'apparente noncuranza, è ben studiata per lasciare ben vedere le borchie su una gamba dei pantaloni e coprirle sull'altra. In verità, come confesserà lo stesso Lemmy, a quei tempi né lui né i compagni se la passavano troppo bene economicamente, così riuscì a mostrare sul disco quelle borchie a forma di asso di picche, ma poté permettersi solo quante bastavano per quella sola gamba!

Ace of Spades

"Ace of Spades (Asso di Picche)" comincia con il celeberrimo riff incalzante, prima che lo Sporco Animale faccia la sua entrata martellando le pelli. L'ho già detto: è l'inizio di una canzone inconfondibile, che tutti abbiamo ascoltato migliaia di volte.. eppure va ricordato che questa non è la prima versione del brano. Infatti "Fast" Eddie propose inizialmente la sua composizione in La, e sebbene poco convincente per il gruppo, fu così arrangiata in un primo momento, fin quando Lemmy non suggerì di abbassare l'intonazione, portando così la canzone dell'Asso all'arrangiamento in Mi che tutti conosciamo. Ben presto però fa la sua comparsa sulle note serrate di basso e chitarra la voce rauca e distinta di Lemmy, che comincia con il suo testo sul gioco d'azzardo a trascinarci in un'atmosfera da saloon. Le carte iniziano a girare in un turbinio dissoluto che sembra seguire il suo corso tra fiumi di whisky e sguardi di ghiaccio, in un susseguirsi di frasi divenute autentici motti per i fan della band inglese, già a partire dalle prime parole: "Se ti piace il gioco d'azzardo, ti dico che sono il tuo uomo". Per anni questa canzone ha tramandato l'immagine del caro Ian Fraser che spunta da una mano di carte per calare l'asso, eppure, a costo di distruggere un falso mito, dirò che Lemmy in verità non amava particolarmente giocare a carte. A tal proposito scrisse nella sua autobiografia: "In realtà io sono più un tipo da slot machine, ma è davvero difficile cantare di frutta e ruote che girano". La canzone continua a scorrere con il ruggito di Lemmy che gorgoglia dritto fino alla parte centrale, che è poi il cuore e l'essenza più pura del brano: sugli stoppati degli strumenti, i versi vengono scanditi decisi e pesanti come colpi di pistola nel bel mezzo della partita: "Sai che sono nato per perdere, e che il gioco d'azzardo è per i folli, ma è questo il modo che mi piace baby, e non voglio vivere per sempre!". È solo un bel verso? No, è un vero comandamento, il più autentico insegnamento datoci dai Motörhead: vivere ogni azzardo, vivere ogni follia, correre rischi e balzare sorridenti verso l'insuccesso, pur di godere fino in fondo questa vita che passa. Se vogliamo aggiungere un'altra curiosità poi, seguiamo l'ordine di Lemmy e non dimentichiamoci del Joker: proprio mentre lui urla questa raccomandazione all'incauto giocatore, in sottofondo si può sentire (pur con qualche difficoltà) una sovraincisione della batteria che divertì molto il gruppo. In quel punto Phil Taylor batte un tempo da tip-tap, che durante le registrazioni veniva puntualmente ballato in sala da Eddie Clarke, realizzando così l'immancabile sipario comico che ha accompagnato ogni disco in corso d'opera. Leggenda mai confermata ma solo accennata dalla band, vuole anche che Phil avesse adoperato addirittura dei cucchiai al posto delle bacchette, certo è ad ogni modo, che lo scherzo dei Mötorhead è rimasto, e sbircia tra le note della canzone, testimoniando l'ironia che non è mai venuta meno a Lemmy e soci. Ma la canzone continua, la partita anche: così, dopo l'assolo, si rilancia, ritorna il bridge che salta dalle battute serrate agli accenti che balzando discendendo, e con quello l'ultima strofa, e l'ultima mano. Non è una mano a caso: la mano del morto. Qui il tecnicismo del giocatore si mescola con la storia del far west a cui i nostri strizzano l'occhio a più riprese. La cosiddetta "mano del morto" è un gruppo di otto e asso, così chiamata poiché queste carte rimasero in mano al pistolero Wild Bill Hickok quando venne ucciso durante una partita a poker, colpito alle spalle da un colpo di pistola. Chissà, forse quest'ulteriore riferimento al vecchio west avrà anch'esso influito quando ascoltando questo disco per la prima volta, il giovane Scott Ian fissando la copertina esclamò: "Ma come cazzo fanno questi messicani a suonare così bene?!". Ad ogni modo quest'ultima mano cade sul tavolo, mentre viene urlato l'ultimo avvertimento: L'ultima cosa che vedrai, sai che sarà l'asso di picche! E infatti, una sequenza di tre accordi si ripete due volte chiudendo secca la canzone. Lemmy era stanco di questo brano. Era stanco del fatto che troppi pensassero a lui e ai Motörhead legati unicamente a questo pezzo. Scrisse, in proposito: "Per quanto mi riguarda, ne ho avuto abbastanza di questa canzone". Lo si può comprendere, eppure guardare alla sua vita ci dimostra come non si fosse invece mai stancato del suo messaggio: bisogno essere abbastanza folli da correre ogni rischio e vivere ogni azzardo, incuranti delle sconfitte o degli insuccessi; bisogno continuare a giocare, in certa della carta giusta. E naturalmente, per ogni volta che il ricordo del pistolero del rock 'n roll dovesse suscitare della malinconia tra le schiere dei suoi fan, resterà il suo grido soffocato: I don't wanna live forever!

Love me like a reptile

Il suono dei Mötorhead si sa, è duro e veloce: troppo veloce per concederci il tempo di un sospiro, perché subito si passa alla seconda traccia del disco, "Love me like a reptile (Amami alla maniera dei rettili)". Un inizio graffiante con gli accordi aperti in puro stile hard 'n heavy si accompagna al suono di vibrante e distinto della coda di un serpente a sonagli, mentre l'inossidabile trio ci accompagna spediti lungo la canzone. Tempo incalzante ben scandito dall'animale, il quale riesce a dotare il brano di un'andatura ben più coinvolgente e cadenzata rispetto a quanto udito in "Ace of Spades", traccia che risultava assai più veloce ed aggressiva. Stesso mood tenuto dalla coppia d'asce, in quanto sia Lemmy che Clarke decidono di virare su stilemi meno aggressivi e più ricchi di dinamica. Un brano che dunque decelera, ma riesce comunque ad esprimere appieno la sporca attitudine stradaiola di un trio dedito al più selvaggio tipo di Rock 'n Roll. Strofe e ritornelli si avvicendano in maniera perfetta, facendo risultare il pezzo decisamente possente, anche se non votato a velocità estreme. Piccolo aneddoto sul brano in questione:  Quando si pensa alla carriera di questa band e del suo iconico frontman non si pensa solo alla musica che ci hanno lasciato, ma anche ad una vita di eccessi, trasgressione e sregolatezza, realizzati in fiumi di alcol e sesso. Questa canzone guarda proprio ad una di queste realtà: nel testo di Lemmy le forme di una bella donna si confondono con quelle di una lucertola in un amore convulso da consumarsi a morsi e colpi di coda. La strofa scorre ripetendosi con una struttura lineare e senza interruzioni, tornando ad accompagnarsi con la coda a sonagli che sottolinea la chiusura della seconda strofa (Black Mamba, murder in disguise!) e dell'assolo di Eddie. È il tipico gioco dei Mötorhead che si ripete: nel testo la sensualità lascia sempre trasparire una malcelata minaccia, come a voler trascinare l'ascoltatore tra le spire (è proprio il caso di dirlo) di un amore violento e sadico, come in una lotta tra due rettili in cui la sopraffazione l'uno dell'altro è costantemente in gioco. Solitamente si tende a tralasciare questo brano come uno dei tanti bei pezzi dei Mötorhead ma che, se confrontato con altri capolavori, sembra aver poco da dire. Ci tengo invece a sottolineare come questo riveli una certa "complessità d'origine": infatti è vero che lo stile della band è ormai quello chiaro e maturato negli ultimi cinque anni, ma è pur vero che il ritornello che a fine strofa viene cantato con i cori della band con un andamento più prettamente "rock 'n roll" (gli stessi già sentiti proprio in Bomber), ammorbidendo lo scorrere piuttosto ruvido del brano, lascia trapelare un debito ancora vivo con gli Hawkwind e con le loro voci sovrapposte e intrecciate.

Shoot you in the back

 Ho già detto nell'introduzione a questo disco che uno dei suoi ingredienti è la fame d'America: probabilmente nessuna delle canzoni lo prova quanto la successiva "Shoot you in the back (Colpito alla Schiena)". Lemmy ha scritto a proposito della copertina di questo album e della sua ambientazione western che a quel tempo Eddie "Aveva una voglia matta di fare Clint Eastwood" (e come dargli torto?). Adesso ci danno una lezione riassuntiva sui film western: Western movies! Viene gridato sulla coda del primo giro dell'intro, che senza variazioni arriva alla strofa in cui Lemmy ci racconta come i cowboy cavalcassero in piena notte per provare la velocità delle proprie pistole. Il racconto dei cowboy viene affidato però totalmente al testo: nella musica nulla evoca le atmosfere del far west (con l'unica pallida eccezione di quel trillo da serpente a sonagli già sentito poco prima), ma procede invece come una canzone fedele allo stile del gruppo, che non si discosta dalle sonorità già ascoltate mentre il cavaliere vestito di nero colpisce a tradimento: Lo sai, ti sparerà alla schiena. Dalla descrizione quasi panoramica (molto cinematografica in effetti), dei cowboy che cavalcano, al colpo di pistola alla schiena, al sangue che sgorga dalla ferita bruciante, alla tradizionale conclusione in cui è un suicidio vivere di orgoglio, tutto scorre con i blocchi uniformi e i versi spezzati, senza una particolare variazione della struttura che partecipi alla trama del racconto. Quel che resta dunque, più che una profonda immersione nel vecchio west, è la minaccia del cavaliere nero, pronto a colpirci non appena commetteremo l'imprudenza di dargli la schiena. E non credo sia imprudente pensare che quel cowboy vestito di nero, sia ancora sulla copertina del disco. Insomma, un brano che fa della potenza la sua arma migliore e che dunque vira decisamente su sonorità che avrebbero potuto narrare di ben altri temi. Quello che qui abbiamo è una rocciosa esibizione che, riprendendo i classici stilemi Rock 'n Roll, ricama tutto un susseguirsi di note arrembanti e suoni quasi "dal vivo", in quanto Maile ebbe più volte a che ridire con il suo entourage, non volendo per nessun motivo che in fase di registrazione i Motörhead perdessero la loro graffiante mordacia tipica di ogni loro esibizione dal vivo. Brani come questo, non c'è che dire, ne sono la prova. Certo, il testo farebbe quasi balzare alla mente una "El Diablo", alla maniera degli ZZ Top.. e per quanto il buon Lemmy abbia sempre detto che il suo era "blues, certo, solo un po' più veloce..), non possiamo far altro che goderci questa splendida testimonianza di Heavy ottantiano, espresso secondo il più classico dei diktat: suonare forte, dare vita ad un muro sonoro insormontabile.

Live to win

Parlando della title-track invece, ho già avuto modo di ricordare come alcuni versi di quella canzone siano divenuti autentici motti e gridi di battaglia per le legioni di fan. Non è una cosa rara: spesso frasi particolarmente significative per il loro contenuto o per il disco o la vicenda a cui sono associati si slegano dal loro schema per assumere un carattere proprio. Uno degli esempi più calzanti è per l'appunto "Born to lose - Live to win". Quante volte avrete visto queste parole su toppe, adesivi e magliette? Ebbene, Nasci per perdere ma vivi per vincere è in effetti un bello slogan e riassume bene lo stile della band, ma qui arriviamo al punto in questione: questo nasce proprio grazie a questo disco, ma servendosi di due parti distinte. Infatti, Born to lose è uno dei versi di Ace of Spades, mentre "Live to win (Vivi per vincere)" è il titolo della quarta canzone del disco (dovremo aspettare il 2010 perché i Mötorhead facciano una canzone intitolata Born to lose). Si tratta di uno dei punti più alti dell'intero album, e in un certo senso il seguito ideologico della title-track: è un inno alla ribellione, ma soprattutto un incoraggiamento alla lotta. I Mötorhead non hanno intenzione di indorare la pillola, ma al contrario sbattono in faccia all'ascoltatore tutta la verità più cruda, ma che anziché deprimere al contrario incita ancor più a lottare per i propri principi: Ti tratteranno sempre come spazzatura, possono solo farti pressione ma non possono portarti via nulla, ma se hanno qualcosa da dire proveranno ad ingabbiarti, ma tu soltanto vivere per vincere. Insomma, un testo carico di ottimismo, di voglia di ribellarsi. Siamo pienamente coscienti di quel che ci circonda: il mondo è crudele e spietato, e come se non bastasse è abitato dalla peggior feccia mai esistita. Sta dunque a noi non farci sottomettere, ed anzi riuscire a districarci fra tutta questa sordida marmaglia. Possiamo vincere, se lo vogliamo. Non potranno mai toglierci quel che vale davvero: i nostri ideali, la nostra volontà, il nostro ardore. Non dobbiamo svenderci per quattro spiccioli, ma anzi continuare a lottare, come se la vittoria fosse a portata di mano; ed effettivamente, lo è.. risulta solo (ancora, ma per poco) leggermente lontana. Ancora una volta è il dialogo tra basso e chitarra e farla da padrone, sempre accompagnato dalla batteria precisa e puntuale di Taylor. Ma è nella conclusione che la canzone rileva un punto di forza: conclusosi il testo, "Fast" Eddie trascina l'orecchio verso la fine del brano con un minuto di assolo che ripercorre e riassume con abili variazioni i riff della canzone, come una spirale che ripercorre velocemente quanto abbiamo appena ascoltato per poi perdersi nel silenzio di un fade-out.Tutto il trio, dunque, svolge la sua parte.. motivo per il quale non dobbiamo assolutamente scordarci di un Lemmy incredibilmente sugli scudi, il quale ricama linee di basso dal vago sapore Punk, riuscendo a riempire degnamente ogni riff ed assolo ideato da un Clarke, come abbiamo già detto, ispiratissimo. Un'abilità che Lemmy dimostra in virtù della sua concezione del basso, da lui visto come ben più di uno strumento d'accompagnamento. Kilmister, difatti, concepì sin da subito il suo quattro corde come una "seconda chitarra", andando a suonarlo proprio come se fosse alle prese con il ruolo di axeman ritmico, che come "bassista" vero e proprio. 

Fast and Loose

Il silenzio del fade-out udito in conclusione dura poco, perché subito incalza "Fast and Loose".. o, per dirla con i versi della canzone, scorre Veloce e sciolta. Dopo "Love me like a reptile", quest'ultima riprende il tema degli amori fuggiaschi e delle notti insonni, con una lirica supportata da una ritmica che, questa volta sì, dimostra di essere all'altezza del titolo creando un andamento che si muove ora incalzando ora rallentando seguendo i giri di note della chitarra (ricordiamo il significato sibillino del titolo, poiché nello slang inglese può indicare anche il famoso "tira e molla"). È ancora una volta Lemmy a parlare, e questa volta sviluppa un dialogo con l'ennesima ragazza di turno, in maniera ancor più esplicita che nei precedenti di questo album: con l'anafora verticale del primo verso di ogni strofa, che ripete in apertura Sono le due del mattino piccola, Lemmy introduce con efficace immediatezza l'ascoltatore nel contesto in cui si svolge l'azione, facendoci assistere come spettatori della seduzione. Sono le due del mattino.. e la ritrosia regge poco di fronte alle promesse della Leggenda, così mentre la chitarra di Clarke procede con un giro blues che deve molto ai mostri sacri del genere come Bob Seger o Gary Moore, dopo le generose profferte amorose Lemmy si diverte a mescolare i tempi dell'azione, lasciandoci immaginare la divertente situazione della giovane ormai impaziente: "non ci metterò molto, lasciami solo finire di scrivere questa canzone". Dopodiché il consueto giro di note della chitarra riprende chiudendo la strofa per l'ultimo bridge, e così ci dirigiamo a fine pezzo, con il titolo che viene ripetuto ritmicamente, continuato e scorrevole, come a suggerire un certo movimento. Insomma, che il sesso sia uno degli argomenti preferiti di Lemmy e soci è risaputo, ma non bisogna commettere l'errore di reputare la cosa banale o scontata. Potrete farmi notare che la storia del rock è talmente piena di canzoni che ne fanno riferimento, in ogni salsa e maniera, che oramai perfino il sesso è divenuto un argomento noioso nella musica. Eppure una caratteristica peculiare dei Motörhead è proprio quella di riuscire a parlare del sesso ponendolo sempre in una luce diversa, ammiccando a secondi aspetti o rivelando lati inaspettati; se per Love me like a reptile ho evidenziato come il testo parli di un amore sinistro, quasi minaccioso, in questo caso invece è tutto il contrario! Dal giro di note alto, alle parole che mischiano moine a proposte dichiarate e tutt'altro che velate, fino alla frase su citata: tutto pone la situazione in un contesto ironico e divertente. È un testo che fa sorridere, e questo fa sì che non risulti volgare (con buona pace di quante femministe negli anni si sono scagliate contro i testi della band, ritenuti sessisti).

(We are) the Road Crew

 Ritornando brevemente a far riferimento alla nostra introduzione / preambolo iniziale, è bene tirare nuovamente in ballo il produttore di questo disco, nonché vecchio amico di Lemmy: parliamo proprio di Vic Maile, vecchia conoscenza di tante altre stelle del mondo del Rock, qui rinominato poiché protagonista di un simpatico aneddoto. Oggi siamo abituati ad entrare in sala d'incisione dopo mesi e mesi (quando non addirittura anni) di prove e studio, così da eseguire brani studiati in maniera maniacale e precisa. Sono le regole del gioco, si fa così, ogni musicista potrà confermarlo. Eppure non è sempre stato così: la band infatti aveva finito di incidere "(We are) the Road Crew (Noi siamo la gang della strada)" - è questa la sesta traccia - senza che questa avesse ancora né titolo né testo! Una volta registrata, racconta Lemmy nella sua autobiografia, la band uscì dalla sala per lasciare a Vic il tempo di mangiare. Dopo dieci minuti (e prima che il produttore potesse dare un morso al pasto) Lemmy si ripresentò dicendo "L'ho scritta!". Dieci minuti netti: questo il tempo impiegato per scrivere uno dei testi più noti dei Motörhead. Il brano si fa largo con i consueti accordi d'apertura, per poi procedere con un ritmo rapido, come se le parole corressero rotolando per star dietro alla musica, suggerendo l'idea di un viaggio veloce e rocambolesco, ed è proprio di questo che si parla. Stavolta la band condivide l'esperienza dei tour e dei viaggi intorno al mondo saltando da un concerto all'altro con tutto lo staff che la circonda, sciorinando come in una piacevole filastrocca (sappiamo che filastrocche e giochi di parole erano una passione del mai abbastanza compianto frontman) tutte le abitudini, i luoghi comuni, gli elementi caratteristici e di routine in cui costantemente s'imbattono musicisti e roadie: "un'altra città, un altro luogo, un'altra ragazza, un'altra faccia, un altro camion, un'altra corsa..". E per una volta, il grido di battaglia non è il consueto "We are Mötorhead? and we play rock'n roll!". Questa volta il ritornello è tutto per la crew a seguito. Un giorno, durante le registrazioni del disco, la band riunì tutto lo staff nel cortile dello studio per eseguire di fronte a loro il brano come omaggio, e il risultato? Un membro della crew scoppiò a piangere commosso, ma di questo Lemmy ha sempre tenuto nascosto il nome. Tutta la seconda parte è affidata agli strumenti, lasciandoci immaginare il tour bus che corre lungo nuove strade e attraversa autostrade sconosciute in piena notte. Al minuto 01.50 comincia l'assolo di "Fast" Eddie, ma dopo circa trenta secondi possiamo sentire qualcosa di "anomalo". La chitarra man mano che il tempo passa diventa sempre meno precisa, arrivando al minuto 02.20 dove quasi scompare, dando solo alcuni accenni striduli di fischi, come acuti trascinati e sorretti dal vecchio "Philty Animal" e linea ritmica. Il brano scorre comunque, ad un ascolto superficiale si può anche non notare il particolare e credere che si tratti di un particolare effetto (forse vuole imitare i fischi del vento nelle gallerie?). E invece no: in quel punto, sebbene non ci sia dato sapere per quale motivo, Eddie Clarke era riverso in terra, sdraiato sulla schiena a ridere come un matto mentre registrava l'assolo. È un peccato non sapere cosa scatenò quella crisi di riso, ma sapere che è rimasta immortalata nel disco riesce comunque a strapparci un sorriso.. non trovate?

Fire, Fire

Se l'ultima canzone ci ha lasciato con l'immagine del tour bus che sfreccia via, adesso è "Fire, Fire (Fuoco, fuoco!)" a travolgerci con l'entrata più veloce e chiassosa del disco, tanto da rivelare la sua anima punk mai celata dalla band. È un procedere senza sosta, con la batteria che martella incessante costringendoci a muovere la testa a tempo, mentre la strofa rotola via in fretta (che con i versi "Bellezza hai una torcia? Puoi accendermi stanotte?" porta alla mente un Jim Morrison improvvisamente posseduto dallo spirito dell'heavy-metal), lasciando spazio ai cori che intonano il ritornello. Tra i doppi sensi e le allusioni, il testo procede sul brano incendiario, ma sono proprio i cori e la velocità del tutto a rendere questo brano effettivamente unico nel contesto del disco: non si può dire che sia uno dei suoi punti più alti, ma senz'altro cerca di distinguersi nettamente dalle altre canzoni introducendo qualcosa di nuovo, pur mantenendosi fedele al sound che i Motörhead hanno maturato fino a questo anno. Un bello e sincero tripudio di velocità, nella quale il trio svela quanto effettivamente riesca a premere sull'acceleratore, raggiungendo il tanto agognato status di pedal to the metal, come si direbbe in gergo. Un brano dalla durata esigua (neanche tre minuti), tuttavia capacissimo di esprimere rabbia e furia "iconoclasta". Tratti peculiari, come dicevamo, di un movimento Punk al quale Lemmy ha sempre tributato il più che giusto onore. "Penso che prima del Metal sia venuto il Punk", ha voluto più volte affermare il frontman, non nascondendo mai la sua ammirazione per gruppi come Sex Pistols et simila. Particolarmente rilevante, inoltre, il lavoro compiuto da Clarke sul finale: sembra quasi che il chitarrista (pur non rinunciando nemmeno ad un decimo della velocità sino ad ora espressa) voglia intonare una sinistra melodia, quasi simile a quella di una sirena spiegata. Quaranta secondi destinati poi ad infrangersi in un fade out che di fatto chiude il brano. Attitudine tosta e veloce, dunque, che ben si adatta al tema centrale delle liriche, già snocciolato nel corso della descrizione. Come poter infatti parlare di una divampante passione, se non affidandosi alla velocità più mordace e priva di tatto? Narrando di un amore strettamente carnale, il brano si delinea dunque nell'unica maniera possibile ed immaginabile. Acceleratore al massimo, bordate di scintille e fiamme che corrodono le carni dei due amanti, uniti dall'impeto, brucianti ed ardenti di desiderio.

Jailbait

Ho già accennato al fatto che molte volte i testi dei Motörhead siano stati bersaglio di aspre polemiche da parte dei gruppi femministi: per questo stupisce che non sia stato lo stesso per la successiva "Jailbait"! Infatti, con questo termine si intende una ragazza molto più giovane che stuzzica appetiti sessuali; potremmo quasi definirla lolita, usando un termine "coniato" in questo senso nel 1955 dallo scrittore Vladimir Nabokov, il quale adoperò questo vezzeggiativo (Lolita sta appunto per Dolores) per intitolare il romanzo che, sette anni dopo, ispirò l'omonima pellicola del genio Stanley Kubrick. È almeno la terza volta che una canzone di questo disco si rivolge a questa sfera tematica, e non ci è difficile credere a Lemmy quando racconta che i testi di questo disco provengono da esperienze personali: questa volta il racconto ci riporta nel mondo delle rock-star, e della ragazza riuscita ad eludere la sicurezza per trovarsi nel backstage. Con questo brano il disco mette da parte la folle corsa di Fire, Fire e torna ad una velocità più uniforme al resto dell'album. Anche i ritornelli rallentano: mentre la ritmica si mantiene costante e lineare, la voce si concede delle pause azzeccate, per poi allungarsi nel richiamo alla sua jailbait, come a voler imitare un sospiro, prima di riprendere. Lo ricordo: siamo nel 1980, e questo non è poco. Ha inizio un'epoca d'oro per il nostro genere, e solo in quest'anno escono autentici capolavori (gli Iron Maiden hanno il loro debutto, gli AC/DC escono con "Back in Black", i Judas Priest pubblicano "British Steel" e per i Black Sabbath è la volta di "Heaven and Hell"), ma che cosa distingue i Motörhead dalla stragrande maggioranza dei loro contemporanei? Mentre i grandi nomi dell'heavy metal si facevano conoscere ed affascinavano per il loro teatrale legame con il mondo delle tenebre e dell'occulto, lo Snaggletooth ha sempre mantenuto i suoi tratti minacciosi e i suoi toni scuri, ma senza interessarsi particolarmente ai cimiteri e al regno dei morti. Quando lo ha fatto è stato per sbeffeggiarlo (ricorderete tutti il videoclip di Killed by Death). I Mötorhead preferivano cantare la vita. Una vita che segue la particolare andatura di questa "Jailbait", potente, decisa, diretta come solo il Rock 'n Roll sa essere. Non si corre più a folli velocità, ma l'andatura generale (particolarmente avvincente, incedente) riesce comunque a trascinare, non facendo rilassare nessuno: né noi, né la stessa band, la quale è ancora intenta a far esplodere il proprio armamentario a suon di decibel emessi. Un brano dalla struttura semplice e lineare, nulla di nuovo o sconvolgente.. un brano tuttavia che sa tirarci dietro con lui, anche grazie allo splendido lavoro ritmico di Taylor, ispirato e dinamico, intento ad accompagnare Lemmy e Clarke in maniera egregia. Un drumming che concede molto in termine di musicalità in senso lato, andando a rafforzare lo splendido lavoro chitarristico e di basso. Degno di nota l'assolo sul finire, che ci consegna un Eddie sempre sul pezzo ed una conclusione degna di tutto ciò sino ad ora ascoltato. Dicevamo, niente demoni o cimiteri, ma solo vita vissuta. Una vita che in effetti ha portato il nostro trio a darsi alla pazza gioia. Pazzi musicisti squattrinati, un connubio letale per molte ragazze, le quali anche solo per evadere un momento dalla loro noiosa conformità borghese, erano disposte a concedersi a questi ribelli. La sfortuna, per i Motörhead e molti altri della loro epoca, era che di certo un'amante occasionale non si presentava con tanto di passaporto o documento. Il rischio che una minorenne particolarmente procace, dunque, si infilasse nel backstage, era sempre pressoché alto. Un tema dunque scomodo e spinoso, trattato molti anni dopo anche dai KISS, nella loro celebre "Domino". Ecco dunque a cosa si riferisce il termine "Jailbait": una bellissima ragazza, donna fuori ma non ancora per l'anagrafe.

Dance

Lo spirito sino ad ora descritto, quello di cantori della vita di strada, prosegue anche nella nona "Dance (Danza)": il testo a tratti ricorda quello di Overkill nella sua sfrenata esaltazione e voglia di festeggiare. Ricordando brevemente le liriche del "massacro", queste ultime ponevano in primo piano la componente più emozionale e "di pancia" della musica suonata dai Motörhead. Gli amplificatori in grado di provocarci brividi d'eccitazione lungo la spina dorsale, emettendo le loro vibrazioni; la volontà di urlare, stando lì, sotto il palco, a dimenarci; o anche sopra, maltrattando i nostri strumenti, suonandoli a volumi massimi. Tematiche che ritornano quindi anche nelle liriche di "Dance", altro brano brevissimo ma intento a celebrare a tutta birra, in maniera tosta e veloce, quel che il gruppo è in grado di suscitarci. Vibrazioni, potenza, energia allo stato puro: non siamo dinnanzi ad una band intenta a voler a tutti i costi scalare la vetta delle classifiche, a suon di ritornelli facili e melodie trite e ritrite. Questo è il Rock 'n Roll, ed è solo per chi riesce a spalancare le porte della percezione, per dirla alla Doors. Chi riesce ad entrare in un certo mood, a percepire la magia nell'aria. Musica per chi vive in una determinata maniera, fregandosene dei contesti borghesi, dei soldi, della "buona reputazione" intesa come gabbia di valori finti ed ipocriti. Siamo ribelli, e "Dance" non manca di ricordacelo. L'intero brano è studiato per far saltare il pubblico: a partire dalle ritmiche incalzanti fino alle voci che intonano ripetutamente Dance! Per quattro volte, a conclusione di ogni strofa, il ritornello riprende sfociando in una frase che lo conclude, ma a renderlo realmente efficace è la chitarra, che dividendo in maniera simmetrica la strofa si imita ad un semplice accompagnamento della voce con basso e batteria, per poi sottolineare le conclusioni ed emergere alla fine di ognuna con un mini-solo.  Di nuovo, i Motörhead decidono di essere più coinvolgenti che "distruttivi", abbandonando gli stilemi già uditi in "Ace of Spades" o "Fire Fire", optando per un qualcosa di maggiormente esaltante e ritmicamente particolare.

Bite the bullet

 Diverso è invece il brano seguente, per certi versi anomalo: se ho già detto che Fire, Fire lascia trasparire un debito con il punk che imperversava nell'Inghilterra di quegli anni appena passati, "Bite the bullet (Fattene una ragione)" sembra addirittura appartenere molto più a questa corrente che non alla N.W.O.B.H.M., anche in virtù della sua brevissima durata (neanche due minuti di canzone), un brano che si concede ad un "chiasso" voluto e durante il minimo possibile, quasi a voler concentrare tutta la cattiveria di cui si dispone nel minor tempo possibile, cercando di battere un ipotetico record mondiale. Già le voci di sottofondo che emergono nelle pause della chitarra richiamano l'ambiente chiassoso dei pub e dei locali di culto per la scena londinese come il Marquee o lo Speakeasy, per poi arrivare diretto e veloce con la dichiarazione pronunciata in fretta da Lemmy che dice all'amore finito: Quando è troppo è troppo credimi, fattene una ragione, ti sto lasciando! Leggere il testo senza conoscere la canzone potrebbe far pensare ad una ballad, e invece nulla di più lontano: è un brano volutamente confusionario, brevissimo, dove solo l'assolo (troncato sul finale) denuncia una natura diversa dal puro punk, tanto da sembrare più vicino a gruppi come i The Damned (band che lo stesso Lemmy reputò superiore ai Sex Pistols) che non a numi tutelari dell'heavy metal come, ad esempio, i Black Sabbath. D'altronde la cosa non deve stupire: stiamo pur sempre parlando del gruppo che meglio di chiunque altro ha unito le fazioni di punk e metallari, per non parlare del fatto che solo l'estate prima (giugno 1979) la band aveva suonato al festival "Punkahaarju", in Finlandia. Dunque, un brano breve quasi come se Lemmy stesso volesse troncare la relazione protagonista nella maniera più veloce possibile. Senza troppi giri di parole, senza "pause di riflessione", senza "forse è meglio cercare di capire..". Nulla di tutto questo. Donnaiolo impertinente e conclamato, Kilmister arriva dritto al sodo, senza far troppi preamboli. E' finita, lui vuole un'altra ragazza con la quale spassarsela.. e la "vecchia" non gli serve più a nulla.

The chase is better than the catch

Un brano decisamente anomalo, in conclusione, se non da definirsi "sui generis". Proprio perché questa è una canzone così particolare, sorprende (e francamente, risolleva) l'attacco di un brano come "The chase is better than the catch (Meglio la caccia che la cattura)". I tempi dimezzati, quasi cupi, ci introducono in un'atmosfera completamente diversa: questa volta il punk è messo totalmente da parte, e la composizione ricorda subito altre fortunate canzoni ancora da scrivere, come Orgasmatron o King of Kings. Gli ampi accordi aperti fanno da sostegno alla voce rauca e decisa di Lemmy (in certi punti quasi strozzata), che avanza verso dopo verso per descrivere il suo "stile di caccia": ancora una volta la metafora sessuale affiora allargandosi al rapporto con la donna, passando per il desiderio ed il possesso. A dare ulteriore spessore al brano sono gli accenti della chitarra che arricchiscono la composizione dalla struttura altrimenti lineare e costante, quasi a voler imitare il passo di un predatore. Eppure uno dei punti più coinvolgenti della canzone è proprio quando, terminata l'ultima strofa, la chitarra scema in un silenzio rotto solo dalla batteria e dai tocchi profondi e ben calibrati del basso (qui assai meno distorto che negli altri brani): il risultato è quasi evocativo, con la voce di Lemmy che coerentemente col testo sembra rantolare, più che pronunciare, le ultime parole della canzone. Che Lemmy sia sempre stato un fervente appassionato di questo tipo di "caccia" è cosa risaputa, eppure il titolo può lasciare perplessi: perché la caccia dovrebbe essere meglio della cattura? Forse che Lemmy intendesse enunciare il piacere di sedurre una ragazza al punto da preferirlo all'atto sessuale? In verità non è così: Lemmy qui si riferisce alla convivenza che può derivare da un legame, ed allo scoprire quanto insopportabile possa diventare una "preda" una volta catturata. Proprio spiegando questo testo, il caro Kilmister ha scritto: "È il destino capite? Avere una relazione è fatale alla relazione stessa". Senza dubbio, questo è uno dei punti più alti del disco, il quale ci presenta anche una particolare riflessione circa la vita amorosa. Che Lemmy fosse uno spirito libero è cosa risaputa.. ma in quanti esimi filosofi, prima di lui, avevano già espresso concetti simili? Una dissertazione quasi filosofica, in effetti. Considerazioni sul piacere stesso, sulla noia; certo intesi in maniera molto più "stradaiola" e diretta, ma il punto è esattamente quello già espresso da tanti importanti intellettuali. Ha più senso la ricerca, che l'approdo in sé. Un Lemmy che dunque svela il suo lato più profondo e perché no, intellettuale. Del resto, c'è da aver fiducia di una persona che ha vissuto la sua vita sulla sua pelle, imparando tutto da solo, fra sbagli e successi, senza nessuno che gli insegnasse. Non è necessario un diploma, per esser presi sul serio.

The Hammer

Il brano precedente è ormai passato, e ne arriva un altro, arriva l'ultimo: è il turno di "The Hammer (Il Martello)". Da questo disco, oltre all'ovvia title-track, risaltano alcune canzoni divenute a loro volta famose per i fan della band, si può dire anzi che solo un paio di quelle della track-list si possono considerare trascurabili nel quarantennale repertorio dei Motörhead. Bè, The Hammer è sicuramente uno dei brani più fortunati, e in un certo senso la posizione conclusiva nella track-list è ideale per coronare adeguatamente un album che si apre con Ace of Spades: con questa condivide un andamento trascinante e dato dalla carica uniforme di voci e ritmiche serrate, le linee di chitarra che chiudono le strofe con gli accenti discendenti introducendoci alla successiva, e i cambi di tempi che a metà struttura rallentano per scaricare la canzone in un finale cavalcato. Eppure, proprio questa canzone è la più difficile da interpretare guardando al testo, con il narratore che si identifica ora nell'assassino dall'identità sconosciuta, ora nel suo strumento di morte. Sembra di insinuarsi tra i deliri di un maniaco, che ci pedina e minaccia, agognando di farci del male minacciandoci: Non cercare di vedere, non cercare di nasconderti, credimi, il martello ti farà morire.. Queste parole precedono la strofa finale, e per queste Lemmy smette di cantare, preferendo pronunciarle con un tono più basso, un parlato che viene seguito anche dagli strumenti, che si abbassano di conseguenza pur mantenendo inalterata la linea e la battuta. Dopodichè, come per ogni grande spettacolo, arriva la battuta finale: Believe me, the Hammer's coming down! E quel "down" cade dopo una pausa, con le parole che vengono calibrate sulle ultime pennate che martellano le corde, crollando sull'ultimo accordo con un'eco che lo ripete sinistramente ancora una volta. È il tipico finale dei Mötorhead: un sipario che cade pesante sulla scena. Diretto, senza code, senza fronzoli, senza orpelli di sorta, secco e amaro.

Recensione

Così, "Ace of Spades" finisce. Il disco completa il suo giro sulla piastra e termina la storia. Più tardi i Motörhead riceveranno il disco d'oro per questo album leggendario, e nell'aprile successivo partiranno per il loro primo tour negli Stati Uniti (alla fine, la loro fame di America è stata saziata; e difatti fu nientemeno che la "Mercury Records" a curare l'uscita di "Ace.." sul suolo statunitense), in qualità di gruppo di supporto per un certo signore di nome Ozzy Osbourne, che presentava al pubblico il suo magico "Blizzard of Ozz"; e proprio durante queste date riceveranno la notizia che Ace of Spades è arrivato al primo posto della classica in Inghilterra. A soli cinque anni dalla loro nascita, questo trio di dissacranti e furiosi animali del rock 'n roll ha saputo conquistare il mondo ed entrare nella storia dell'heavy-metal. È il 1980: che lo sappiano o no, i Mötorhead sono all'apice della loro carriera, ma hanno ancora trentacinque anni da vivere. Rimanendo però fedeli alla linea temporale sino ad ora descritta, molte sono le considerazioni ancora da fare circa quanto ascoltato. Non piove assolutamente sul fatto che "Ace of Spades" sia un capolavoro, questo è più che lapalissiano sostenerlo; tuttavia, la forza di questo disco va cercata oltre la potenza, oltre i ritornelli efficaci, oltre la velocità. Quel che rende ogni album dei Motörhead così dannatamente particolare e mai noioso risiede nella personalità che Lemmy e soci hanno sempre profuso nella loro musica. Avevamo nel corso della recensione messo in luce quanto "Ace.." si differenziasse da molte altre uscite ad esso contemporanee, ricavandosi un posto sul podio in virtù della sua unicità. Il fatto che la musica dei Motörhead alla fin fine si riveli solo dei Motörhead dovrebbe bastarci per cogliere appieno il "fattore unicità" in grado di trasudare da questi solchi. Quando, un album è un capolavoro? Certamente, quando riesce ad ispirare tante di quelle band da farci perdere il conto. E dai riff dei Nostri, quanti gruppi sono effettivamente nati? I Metallica, giusto per dire un nome che varrebbe per dieci.. anche se la lista è ancora lunghissima. Esempio e situazioni che già di per loro basterebbero a confutare ogni tesi (assurda, fra l'altro) che andasse eventualmente contro il prodotto appena analizzato. Ispirare, certo.. ma anche ergersi ad imperituro monumento di una band, a simbolo di essa stessa; in senso più generale, divenire il pilastro di un'intera corrente. Il pilastro unico ed imprescindibile. E che nessuno lo neghi, "Ace of Spades" è riuscito a far decollare i Motörhead sin verso l'Olimpo dei più grandi. Un disco che suona "Lemmy, Clarke, Taylor" all 100%, che mescola sapientemente Punk e Rock 'n Roll (anche se, lo ricordiamo, per Lemmy era pur sempre Blues..) e riesce ad onorare in maniera significativa un'intera corrente, quella N.W.O.B.H.M. che tanto stava spopolando oltre oceano (i già citati Metallica amavano i gruppi britannici e questo era più che certo.. ma anche un certo Chuck Schuldiner non mancò di mostrare la sua gratitudine a gruppi come il Nostro trio) e della quale i Motörhead avevano scritto una pagina più che significativa. Un nuovo capitolo, un nuovo modo di intendere il Metal. Motivo numero tre, per il quale "Ace of Spades" risulta essere un capolavoro: l'aver superato e riscritto gli stilemi di una corrente che, da quel momento in poi, avrebbe sfornato pazze creature come gli scalcinati Venom o i più underground Tank e Warfare. Per non parlare dell'ascendente che i Motörhead avevano già ed avrebbero esercitato, in seguito, sulla quasi totalità delle allora nascenti Thrash Metal bands. In definitiva, "Ace of Spades" è stato l'album giusto al posto giusto, nel momento giusto: un disco da avere e da incorniciare, un album che continua ancora oggi a conquistarci a suon di Rock 'n Roll, di rabbia primordiale, di energia. Alzate il volume e non stancatevi mai di ascoltarlo: questo disco, in fondo, è come il vino. Più passano gli anni, e più è capace di migliorare.

1) Ace of Spades
2) Love me like a reptile
3) Shoot you in the back
4) Live to win
5) Fast and Loose
6) (We are) the Road Crew
7) Fire, Fire
8) Jailbait
9) Dance
10) Bite the bullet
11) The chase is better than the catch
12) The Hammer
13)
correlati