MOONSPELL

Under Satanæ

2007 - SPV/Steamhammer

A CURA DI
PAOLO FERRANTE
10/07/2017
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione recensione

Ci occupiamo adesso di un album, un po' auto-celebrativo forse, che i Moonspell hanno fatto uscire nel 2007: "Under Satanæ". Pubblicato dalla Steamhammer, che nello stesso anno aveva pubblicato la ben riuscita compilation "The Great Silver Eye", questo album fa il paio con quella, andando così a completare il quadro. Infatti, come i più accaniti fan del gruppo avranno notato, il nome di questo album è un misto tra "Anno Satanæ" (demo cassetta del 1993) ed "Under the Moonspell" (EP del 1994). Questo album, infatti, contiene gli stessi brani dei lavori richiamati, appositamente ri-registrati dalla formazione attuale (fatto salvo il sesto brano, che è stato lasciato nella sua versione originale). Se con la compilation ci si è concentrati sui pezzi apparsi nei vari album che hanno costruito, fino al momento, la carriera del gruppo, con questo lavoro si vuole celebrare quella fase più oscura, forse poco apprezzata e/o conosciuta, che si può rintracciare nei primissimi lavori del gruppo. Anche l'indicazione della formazione è un omaggio a quei tempi, perché i membri sono stati presentati coi vecchi nomi d'arte (mentre i nuovi arrivati, chiaramente, hanno dovuto ingegnarsi in qualche modo per trovare un nome con uno stile simile). Troviamo quindi: Lansuyar alla voce, Nisroth alla batteria, Passionis (nell'EP compariva col nome "Neophytus Lupus Maris") alla tastiera; poi Morning Blade ed Ahriman, non presenti all'epoca della registrazione dei brani originali. L'album si compone dei brani dell'EP, disposti in modo da rispettare l'ordine originale della tracklist, cui seguono i pezzi della cassetta (esclusi intro ed outro); una scelta del genere non è esattamente il tripudio della fantasia ma, del resto, l'originalità e la sorpresa non sono tra gli obiettivi di questa pubblicazione! L'intento è quello di riportare alla memoria, riproponendo in modo anche abbastanza fedele ed autentico, un qualcosa che si vuole far apprezzare per come era, senza stravolgerlo. Ecco forse perché perfino l'artwork si pone come una riproposizione, piuttosto fedele, del tema che potevamo osservare nell'EP. Mentre nel vecchio lavoro si vedeva uno scorcio di corna di capra ibex, con un oscuro sottofondo di foresta in un tramonto rossastro, nel nuovo lavoro l'immagine è più ampia, consentendo di vedere qualcosa di più: il profilo della foresta all'orizzonte, la nuca dell'animale dalla quale emergono le corna, una enorme e luminosa luna, dai colori insolitamente ed innaturalmente rossastri... o arancioni, più che altro. Per l'occasione il gruppo ha deciso di sfoggiare il vecchio logo, quello usato nel primo EP, appunto, un bel lavoro del celebre Christophe Szpajdel. L'immagine appare più nitida, e consente di apprezzare particolari che non si potevano certo scorgere nella copertina del vecchio lavoro; ritengo che questa immagine voglia essere, in qualche modo, emblematica di ciò che il gruppo si propone di fare con quest'opera: riproporre la stessa scena, gli stessi contenuti, dandogli una vesta più curata e nitida, così da renderli più apprezzabili.  Ecco che, anche in questo caso, appare chiaro l'intento di voler ripresentare, al fine di far rivalutare, dei vecchi lavori che - probabilmente - non hanno ricevuto l'apprezzamento che meritavano a causa della scarsa produzione che il gruppo poteva permettersi all'epoca dei primissimi esordi. Abbiamo già trattato questi brani che, in questa sede, si ripeteranno senza particolari variazioni; ecco perché la loro trattazione adesso si concentrerà principalmente sulla resa nella nuova veste.

Halla alle halla al rabka halla (Praeludium / Incantatum Solstitium)

"Halla alle halla al rabka halla (Praeludium / Incantatum Solstitium)", la traduzione di questo titolo, che nella parte iniziale differisce dal titolo originale, richiede un esame apposito. Mentre il testo originale era una frase di lode ad Allah, adesso troviamo la stessa frase scritta praticamente al contrario, forse è stato fatto per riprendere in qualche modo il verso della scrittura araba, forse si voleva invertire la scritta per darle un tocco esoterico, meno probabilmente si voleva insultare il credo islamico. È curioso notare che c'è una certa similitudine con alcuni termini in spagnolo, uno tra tutti: halla in spagnolo è la tersa persona singolare presente del verbo hallar (trovare, incontrare). Le melodie si presentano immediatamente: sentiamo delle tastiere con timbri di fiati mediorientali, poi un gong, l'atmosfera è mistica mentre questo risuona, quindi una voce maschile acuta e straziante si impone, mentre dei fiati rispondono alle sue invocazioni. Siamo praticamente nel deserto, lontani da tutto ciò che noi occidentali conosciamo, delle percussioni ricordano il suono di monili agitati al tempo di una danza tribale. Ancora la voce che invoca, calma, mentre i fiati rispondono con delle scale più ardite, con dei trilli, il gioco continua così mentre le percussioni rullano in sottofondo. In questo lavoro la qualità dei suoni ci lascia intendere decisamente meglio tutte le atmosfere che vengono evocate dal brano che mostra una notevole carica emotiva e funge da introduzione coi fiocchi. Le percussioni esplodono in un tribale travolgente, tamburi suonano all'unisono, talvolta raddoppiano, i timbri sono i più disparati e fanno pensare ad una moltitudine di pelli percosse a mani o bacchette/mazze. Tamburi metallici offrono varietà al suono, con dei rintocchi decisi e scanditi, poi i fiati si fanno strada e ripropongono una melodia che presto verrà sviluppata e diverrà una lenta costante del brano fino alla fine. La qualità del suono è migliorata, si sentono più particolari ed il pezzo pare remixato (infatti anche la durata è abbastanza diversa dall'originale).

Tenebrarum Oratorium (Andamento I / Erudit Compendyum)

Con "Tenebrarum Oratorium (Andamento I / Erudit Compendyum) [Oratorio delle tenebre (Andamento I / Il compendio insegna)]" entriamo nel pieno dell'album, la differenza con l'originale si fa davvero impietosa: un'esplosione di suono accoglie le solenni plettrate iniziali, l'effetto del mastering si fa sentire ed apprezzare con un carico importante di decibel. La batteria inizia un tribale distruttivo, tastiere e cori epici, un crescendo di intensità riprende alla perfezione quanto realizzato dal gruppo nel brano originale, tutto registrato in alta qualità e senza la minima sbavatura esecutiva. La voce di Ribeiro si sente decisamente cambiata: più piena, bassa e matura, la voce femminile è quella di Carmen Susana Simões (conosciuta ed apprezzata per la sua voce nei portoghesi Ava Inferi). Il duetto scream/pulito, affidato ai due cantanti, prosegue mentre si riprende in maniera fedele l'opera originale. Ribeiro passa al pulito ed usa l'interpretazione dei vecchi tempi, che poi alterna con degli scream bassi ben piazzati e di impatto, si riprende quindi la strofa e si può apprezzare il trattamento riservato alla voce (che infatti suona molto più comprensibile ed apprezzabile. Per l'analisi attenta e dettagliata del testo (che contiene più di un riferimento religioso/esoterico) rimandiamo alla recensione dell'EP; in questa sede basti ricordare - per meglio contestualizzare - che il testo ha un'immancabile base satanica. Inizia tutto con un riferimento alle corna del Baphomet, poi però ci si sposta verso concetti più arabi... questo, lo ricorderete, avveniva per la voglia del gruppo di mostrare quanta commistione e punti in comune possono avere il mondo spagnolo e quello africano, vicinissimi geograficamente quanto (apparentemente) lontani culturalmente e socialmente. La ribellione contro Dio si manifesta dunque in una specie di culto blasfemo che ricerca il peccato, deliberatamente, lo fa con fiera spavalderia. La produzione professionale ci restituisce un brano che possiamo inserire in quel filone Black Metal che si orienta verso influenze sinfoniche/epiche. Le chitarre si lasciano andare in variazioni, interventi di fiati orientali ci ricordano le tematiche intercontinentali, il riffone va avanti bello pesante e la voce entra in gioco (brevemente), in modo grezzo; poi incita e la batteria travolge tutto con un blast a macchinetta. La batteria ha un sound molto spazioso, vasto, poi - nel tribale - si presenta l'incantevole voce femminile, un'odalisca seducente ed ammiccante presto accompagnata da una lenta e sinuosa melodia ai fiati, accentuata da rullate. Poi si passa a cordofoni arabeggianti, sottolineati da una darbuka in sottofondo, mai prepotente ma ben presente, un bilanciamento di suoni da invidia: ogni strumento trova il suo posto, si inserisce e poi esce di scena con grazia. In questo avvicendarsi di strumenti si assiste ad una carrellata di assoli che si spegne all'improvviso e cede il passo al ritornello, che si propone, ancora, con l'alternanza di scream e pulito femminile e poi procede con un pulito maschile insistente. Voce e strumenti si alternano, dialogano senza rubarsi troppo spazio. Un pezzo che, proposto con questi suoni, assume tutta un'altra veste.

Interludium / Incantatum Oequinoctium

"Interludium / Incantatum Oequinoctium (Interludio / Equinozio consacrato)", nella versione originale, era integrato nel pezzo che abbiamo appena ascoltato; in questa sede viene proposto in una traccia separata, a sé. Probabilmente la scelta è stata fatta per evitare di riportare il nome completo del brano originale, maledettamente lungo! Ecco che quindi abbiamo un altro interludio strumentale, della durata di poco più di un minuto. Si sente immediatamente il tocco alla chitarra classica, le unghie che pizzicano le corde e le dita che scivolano sul manico; il suono è pulito ed avvolgente, la pulizia non è certo quella di un concertista classico (per intenderci, non stiamo parlando di uno capace di suonare le stagioni di Vivaldi), però il tocco è morbido, si apprezza e mostra che si tratta di un chitarrista avvezzo allo strumento classico. Le corde basse risuonano e si mantengono in sottofondo, come fossero il pedale del pianoforte, fanno da accompagnamento ad arpeggi neoclassici, precisi e composti; il tema si ripete e si evolve con un ritmo medievale che si concede qualche parentesi arabeggiante/andalusa, quel vibrato che conferisce un certo carattere solare. Esecuzione precisa, senza sbavature, puntuale ed anche abbastanza coinvolgente... cosa non da poco se si considera che la chitarra classica è il solo strumento a suonare in questa fase. Un preziosismo, forse ridondante, ma va detto che messo così, da solo, il pezzo assume tutto un altro significato e si atteggia a piccola perla. Una parentesi piazzata dopo un lungo pezzo che alternava melodia a rabbia. Questo brano è emblematico di un'altra caratteristica che - successivamente ha contribuito a fare la fortuna del gruppo ma in fase iniziale - ha reso le cose davvero difficili ai nostri: troppa carne sul fuoco. Un gruppo con tantissime idee e potenzialità, che non vuole rinunciare a nulla e, pur di mettere sul piatto tutto, mescola ingredienti che non sempre si combinano bene tra loro.

Tenebrarum Oratorium (Andamento II / Erotic Compendyum)

Il seguente brano, "Tenebrarum Oratorium (Andamento II / Erotic Compendyum) [Oratorio delle tenebre (Andamento II / Il compendio erotico)]" è una continuazione dei precedenti. Anche da questo aspetto emerge, sin dai primi lavori, la voglia e capacità dei Moonspell di realizzare dei concept album, con pezzi che proseguono una narrazione logica. Stacco sui tom, belli spaziosi, quindi si passa ad un vivace e cadenzato riff da Black Metal, che suggerisce influenze Folk/Pagan. Orecchiabile e semplice, la voce è urlata e rockeggiante, poi un coro e quindi la risposta in growl, tutto diventa epico e magniloquente, con melodie ariose, spaziose ed imperiose; si torna allora alla strofa strumentale con la chitarra protagonista nella plettrata alternata. La struttura si ripropone con un testo differente. Ancora una volta tematiche mistiche e blasfeme che, però, iniziano a mostrare quello che sarà il futuro del gruppo nei molteplici riferimenti erotici, sensuali e carnali: demoniaca tentazione, sublime attrazione carnale nella quale il peccato ed il desiderio si mescolano, fino a diventare la stessa cosa. I cori sembrano ispirati a Bathory, come pure la voce urlata ma abbastanza pulita e chiara; quindi la melodia si fa calma e vagamente orientale nelle sue sinfonie in cui i piatti risuonano. Tribale alle pelli e la voce profonda maschile si accompagna ad una femminile, sensuale e sospirata, i fiati della melodia diventano ammiccanti, maliziosi, poi si esplode nella violenza che infiamma il ritmo e prosegue in un assolo di chitarra che incastra veloci vibrati in scale discendenti. Rombi alle pelli, sinfonie gotiche, poi la voce si trasforma in un coro vampirico, cui risponde un'innocente voce femminile offrendo così un bel contrasto. Lo stesso tema passa di nuovo alla voce maschile che poi lo prosegue con più vigore, grattando, mimando così l'animalesco abbraccio della passione che guida ogni uomo alla dannazione. L'animalesco si impadronisce della mente, la priva di ogni inutile inibizione, la libera da tutte le catene imposte dalla morale e ne fa scaturire tutta la forza ancestrale. In questa inversione dei ruoli, lasciarsi andare all'istinto, è semplicemente assecondare la natura essenziale dell'uomo che è la fede a distorcere. Il ringhio del growl si tramuta in pulito, poi seguono delle sinfonie acute, con cori femminili, allora un nuovo assolo melodico alla chitarra riprende il precedente ma - questa volta - approfondisce il lato più lento e melodico. La risposta della sezione ritmica non si fa attendere e quindi il rullante si ripresenta in levare rispetto alla chitarra, il basso resta un po' sommerso dalla cacofonia che si crea, la voce è epica e sforzata, ricordando ancora una volta lo stile di Bathory. A sorpresa si passa decisamente a sonorità Folk mediorientali, con ritmi veloci e frenetici, chitarra e percussioni vanno all'unisono e poi scandiscono il fine riff. Un brano molto elaborato che, grazie ad un missaggio accurato, sa come farsi apprezzare senza scadere nella confusione totale.

Opus Diabolicum (Andamento III / Instrumental Compendyum)

Si va avanti con "Opus Diabolicum (Andamento III / Instrumental Compendyum) [Opera diabolica (Andamento III / Il compendio strumentale)]", il cui testo si divide in due fasi. All'inizio troviamo una poesia di Ribeiro in portoghese, poi c'è un estratto che cita il marchese De Sade. Lo scritto di Ribeiro tende ad impersonare la Natura con un pentagramma erotico, la natura bestiale e selvaggia che si ribella ai soprusi dell'uomo e si riprende ciò che le appartiene da sempre, distruggendo ogni cosa sul suo cammino; nella seconda parte De Sade dice che si masturberebbe sopra la loro divinità, sodomizzerebbe tutti se la loro misera esistenza offrisse un culo alla sua incontinenza; strapperebbe il loro cuore col suo braccio così che il suo profondo orrore possa penetrarli meglio. Torna il tema della ribellione, della distruzione del creato come azione di difesa di una natura che vuole riappropriarsi di ciò che le è stato tolto; una distruzione che diventa salvifica e portatrice di vita. Inizio davvero da musica classica, arpeggi di corde e poi un crescendo orchestrale da teatro, quindi l'imponente plettrata con scale chitarristiche acute, la batteria scandisce colpi netti ed imperiosi con le pelli, il crescendo viene quindi accompagnato dall'orchestra che si prende sempre più spazio. Ad un certo punto rimane solo il comparto elettrico e la batteria, il basso riesce a farsi notare pulsando e poi continuando da solo mentre gli altri stoppano, la voce si fa apprezzare per un timbro basso che pronuncia le parole dialogando, sfiatando con fare teatrale. Ancora il basso da solo durante la stoppata, si riprende con uno stacco e poi si prolunga, una sirena in lontananza crea suspense, poi gemiti femminili mentre si sente solo il basso. Crescendo bestiale, poi le voci maschile e femminile ansimano alternandosi, è un'estasi di vita ed erotismo che lascia spazio ad un assolo di chitarra veloce e frenetico che non manca di mostrare qualche influenze mediorientale. Si torna allora al riff di base, il basso sa come farsi sentire e poi torna nell'ombra quando si affacciano le sinfonie; la voce è bassa e calda, quasi minacciosa. Sta recitando le parole di De Sade, nel finale gli strumenti lasciano tutto in sospeso con delle note da colonna sonora di un thriller. La struttura del pezzo è debole e non mostra chissà quale perizia, ma nella sua veste rinnovata si fa apprezzare per la qualità dei suoni, l'esecuzione pulita e le atmosfere gotiche evocate.

Chorai Lusitânia! (Epilogus / Incantatam Maresia)

A chiudere il primo EP ci pensava "Chorai Lusitânia! (Epilogus / Incantatam Maresia) [Cori della Lusitania (Epilogo / Salsedine consacrata)]", alla chitarra troviamo João Fonseca. Arpeggi classici, esecuzione curatissima, quasi medievale nell'andamento, suoni davvero cristallini e ricchi di particolari. Nella versione originale si sentivano le onde del mare che adesso sono quasi inudibili (ed è un gran peccato...), si fanno sentire appena la chitarra smette di suonare, per un attimo. Si ripete sempre la stessa parte, che continua ostinata anche per incantare l'ascoltatore e lasciarlo andare; nell'economia dell'EP originale questa era una buona idea, inserito nel bel mezzo di un album (già strapieno di intermezzi) rischia di diventare pesante. Ma, sapendo bene che questo album non è altro che la raccolta dei primi lavori (che erano così e non ci possiamo fare niente) la cosa non dovrebbe sorprendere né infastidire l'ascoltatore più di tanto. Questa è l'unica traccia a non essere stata riregistrata, c'è anche da dire che è anche l'unica che non ne aveva bisogno! L'esecuzione di Fonseca è ineccepibile, una volta rimaneggiata e masterizzata come si deve (anche per farla stare bene con gli altri pezzi riregistrati) quella interpretazione non necessitava di altro.

Goat on Fire

Si passa al primo demo con "Goat on Fire (Capra in fiamme)", a leggere il titolo potremmo pensare che sia stata omessa l'introduzione - presente nel demo in una prima traccia a sé - che invece è stata incorporata nel brano. La cultura araba è immediatamente presentata, con corde ed archi, percussioni solenni ed atmosfere calde. Manca la voce che cantava in arabo nel demo, però è stato il prezzo da pagare per riuscire a tirare fuori un audio decente che potesse suonare bene col mastering di questo album. Le chitarre irrompono nella scena con lente plettrate cadenzate, scandite da rintocchi ai piatti, si sente uno scream basso e feroce, il basso è prolungato in sottofondo e poi si comincia con un riff spazioso e lungo, sul quale si inseriscono melodie epiche e cariche di intensità, sottolineate da melodie di tastiera. I riff sono semplici ma anche di buon effetto, scorrono con dei piccoli cambiamenti anche piuttosto prevedibili, ma funzionano bene, danno modo alla voce di cambiare metrica ed esprimersi in modi diversi, lasciano anche molto spazio alle variazioni di batteria che si concede qualche stacco passaggio sui tom. Lo stile è da Melodic Black Metal con tendenze sinfoniche, cori gotici e ritmi lenti che fanno emergere un lento assolo che se la prende comoda per poi trillare sugli acuti. Tribale alle pelli e quindi torna in gioco l'elemento Folk, con una chitarra cadenzata, questo ritorno alle tradizioni ed alla natura trova conferma nelle parole di Friedrich Nietzsche nelle quali questo ripudia la virtù moderna ed afferma che sarebbe molto meglio vivere sul ghiaccio. Quindi tutto il testo è ambientato in un qualche Nord, nel quale la capra in fiamme ha in sé il ghiaccio del nord e la fiamma del sud. Esecuzione precisa, parti semplici, presto il mordente non riesce a reggere ed il pezzo stanca; nulla da ridire sull'esecuzione. Rintocchi di campane ed una parte più magniloquente, con forti scream che si sovrappongono diabolici, altri stacchi e plettrate alternate portano degli schemi tipicamente Black, che presto si alternano con momenti Gothic alle tastiere, che riprendono il timbro dell'organo. Nel finale il coro si fa più presente e sostiene lo scream, per poi restare solo con la chitarra in clean. Neanche la nuova veste sonora riesce a fare niente per la composizione che resta fiacca: brano lungo ma anche pieno di riempitivi. Il missaggio ha saputo offrire una buona varietà giocando sui volumi e sulle dinamiche delle diverse parti. Il testo, che in questa sede non è stato approfondito (perché è stato esaminato nel dettaglio nell'apposita recensione) cita tutta una moltitudine di divinità e di esseri mitologici.

Ancient Winter Goddess

Le citazioni mitologiche, interculturali, si fanno confusionarie, in modo imbarazzante, con "Ancient Winter Goddess (Antica dea dell'inverno)". L'idea che si percepisce è quella che il testo sia stato creato sulla base del "Ha un nome figo, mettiamo pure questo!". Cielo notturno, sangue, Lilith e la sua legione di demoni... tutta la trafila di banalità trite e ritrite viene sciorinata, condita di inverno, gelo e ghiaccio, luoghi comuni del Black Metal che vengono tirati fuori senza tanta convinzione. Lungo stacco alle pelli, scream, l'approccio grezzo è stato mantenuto abbastanza fedele ed il riff si presenta in tutta la sua natura sporca e casinara; lo scream è feroce e sfiata volentieri, diventando l'elemento tecnicamente più valido. Breve apparizione di sinfonie in un crescendo, poi una chitarra fa sentire una parte melodica che presto prende la forma di una vibrante melodia mediorientale che si sposta presto alle tastiere ed accompagna il riff principale mentre una lunga serie di scream si avvicenda in primo piano. Il basso si mette in mostra, assieme alla batteria, poi la voce passa ad una tecnica inhale e pronuncia delle parole cariche di malvagità, chitarra e basso si fanno aiutare da sinfonie gotiche e poi l'esplosione di suono arriva con un blast di cassa. Crescendo di cattiveria con la voce che continua ad urlare delle risate che progressivamente diventano le risate di una donna, nel finale la chitarra prende una piega neoclassica. Stacco di batteria e si riprende con piglio Gothic/Neoclassic, la chitarra usa il tapping e disegna degli intrecci melodici sui quali si incastrano le tastiere, questi passaggi vengono fuori davvero bene ed il lavoro al missaggio ha fatto miracoli riuscendo a tirare cose che, effettivamente, nella versione originale, non si apprezzavano. Anche questo pezzo è lungo, come il precedente, ma risulta meno noioso, è più ricco di variazioni e particolari felici che offrono spunti ed un ascolto piacevole fino al finale che torna ad essere mediorientale. Una buona prova, che però non può fare nulla circa il testo che rimane piuttosto banale. Buio, il richiamo dei lupi in una natura ostile avvolta dalla nebbia, un collegamento col testo precedente nel momento in cui si cita l'abisso ricolmo delle legioni infernali di Lilith. Lui scala il Monte del Corvo ed urla, quindi sorge la dea dell'inverno e delle profondità. Il problema sta nell'errore grossolano di aver dato a questa dea il nome di Ea, che in realtà è un dio; che oltretutto ha poco a che vedere con l'inverno perché è il dio dei mari.

Wolves from the Fog

Niente di nuovo in "Wolves from the Fog (Lupi dalla nebbia)", che già si presenta come uno schiaffo all'originalità. Un inizio atmosferico, con lunga plettrata, quindi l'ululato dei lupi che - insistente - si protrae e permea di ferale malvagità l'ascolto. Quindi percussioni imponenti e poi la voce lugubre che, tra i rintocchi a morte, scandisce parole solenni che presto diventano uno scream. Sinfonie oscure, colpi cadenzati al timpano e cassa, la chitarra si intreccia con le tastiere e quindi parte un assalto che, al tupa tupa della batteria, accompagna un riff tirato e diretto. Risposta sinfonica con una parentesi strumentale, il rombo di un tuono, poi si torna a sonorità più aspre arricchite da sprazzi sinfonici, la voce fa davvero poco e non appare in questa fase, lascia poi lo spazio ad un piccolo solo di basso. Poi il growl si fa crepuscolare, forse eseguito in inhale, una breve frase e gli strumenti tornano a farsi padroni della scena, ancora una volta con felici alternanze tra chitarra e sinfonie gotiche, con un forte e distinto timbro da organo. Nella parte narrata si racconta della foresta che sussurra il suo nome, lo invoca, lui stesso sorge dalla nebbia, lui stesso assume la forma del lupo ed assieme ai suoi fratelli lupi è pronto ad attaccare seguendo il segno del sangue. Il pezzo si fa animalesco, prende una forma più semplice e diretta, si scaglia in avanti con velocità e caotica furia; stoppata improvvisa con spazio per basso e batteria, momento sinfonico e quindi una nuova parte demoniaca e rabbiosa. Ancora una volta viene spesa tutta una lista di nomi "cattivi" per impressionare, finendo per mettere insieme un qualcosa senza capo né coda; che può andare bene giusto per impressionare i ragazzini. Riferimenti satanici, corna e sabba notturni, tutta la collezione dei luoghi comuni ed il testo si conclude (per fortuna). La musica, in questa nuova veste, non è malaccio; ad un certo punto sembra finita ma si sentono di nuovo gli ululati e quindi comincia un'inquietante melodia alle tastiere, poi intervallata da percussioni quasi orchestrali. La voce sussurra con uno stile che ricorda il bellissimo album "The Antidote", cori di voci femminili si fanno sentire, poi lo scream e quindi un assolo che, con dissonanze stridule, ruba la scena ed attira l'attenzione. Piano piano si tornano a sentire i famelici ululati del branco e la chitarra passa in sottofondo. Anche in questo caso la qualità dell'audio e la nuova esecuzione, priva di sbavature, non riescono a rendere completamente giustizia ad un pezzo che - per quanto possa avere qualcosa di positivo - di base ha una struttura un po' confusa.

Serpent Angel

A questo punto il demo finiva con un outro, ma qua abbiamo un altro brano "Serpent Angel (Angelo serpente)". In realtà questo brano è il più vecchio di tutti: si tratta infatti di un brano pubblicato dal gruppo nel 1992 quando ancora si chiamava Morbid God e c'era solo Ribeiro dei musicisti che hanno poi militato nei Moonspell. Nel 1992 i Morbid God pubblicavano una demo cassetta contenente questo unico brano. Un logo disegnato a mano in bianco su sfondo nero, look tetro e minimale, all'insegna del Black Metal più intransigente. Considerando che non ci siamo mai trovati a trattare questo brano, è inevitabile che riceva una particolare attenzione in questa sede. Chitarra zanzarosa, colpi di cassa, poi blast di rullante, una serie di scream in coro e tastiere con sinfonie malefiche che ricalcano gli accenti dello scream in un diabolico crescendo. Si tratta di un'invocazione a Satana, gli chiede di mandare il suo Serpente, di avvelenarlo con la sua lingua, di avvilupparlo in una corazza di oscurità; Invoca Lucifero, chiedendogli di donargli i poteri infernali, il Dio Serpente che farà risorgere i potere settentrionale. Cori sussurrati rispondono, l'impianto ricalca il Black old school spruzzato di Thrash, poi campane a morte e stoppate alle chitarre danno un'atmosfera Death e bella tosta. Urla guerriere e risposte in scream, devastazione lenta e cadenzata, in una marcia che ricorda molto dei Morbid Angel (che avranno di certo ispirato lo stile compatto). Secco e crudo, poi la sinfonia con cori angelici che si fanno strada in un crescendo che contrasta con la voce diabolica di Ribeiro, uno scontro tra ghiaccio e fuoco in cui la chitarra sfoggia una fugace scala in tapping. Lui è l'angelo, un Angelo di Carne, che lancia incantesimi di sangue, invocando la diabolica trinità composta da Lucifero, Satana e Belial. Questa trinità è fatta di tre entità che sono diverse, eppure assimilabili (un po' come la trinità cristiana...): mentre Lucifero è il nome di derivazione latina, che poi è diventato il modo per riferirsi all'Angelo "portatore di luce" che poi, forse per la troppa ambizione, cade e dunque si allontana da Dio, Belial è il nome che la Bibbia ebraica usa per chiamare l'antagonista per eccellenza di Dio, un angelo dell'inimicizia pronto a seminare discordia; Satana, invece, rappresenta un concetto più vasto che ricomprende entrambi i succitati, ma in generale ogni cosa che ispira il peccato, inteso anche come ribellione... un po' come il Diavolo, che solitamente indica il Male personificato in quanto antagonista di Dio. Poi il narratore invoca lo spettro del Leviatano, al quale chiede l'illuminazione; il Leviatano, come sappiamo, ha origini davvero ancestrali e si identifica col mito del serpente marino presente un po' in tutte le culture indo-europee (dagli assiri ai celti, per intenderci). Col tempo, nella cultura ebraica (si veda il Libro di Enoch), il Leviatano è diventato un mostro abissale, femminile, mentre il Behemoth un mostro maschile nel profondo del deserto. Rappresentano un tassello in quella più vasta mitologia dei "titani" che caratterizza i culti più antichi. In questo profluvio di mitologia la musica appare sicuramente meno colta, nelle scelta semplici, però una parte acustica suggerisce una ricerca tendenzialmente "dotta". La voce pulita sussurra, la batteria spinge pesante e marca ogni colpo, crescendo di tastiere e quindi torna la distorsione, la voce maschile sussurra ed ansima, carica di ineluttabilità. La fase strumentale si svolge con un contributo dei piatti, riff smorzati che poi esplodono di un caos da Symphonic Black Metal, con veloci plettrate alternate sostenute da un blast di rullante e cassa. Stoppata e quindi si riprende col ritornello scandito dai rintocchi di campane e dalla rabbia. Si cita la genesi del male e poi si menziona Amon, gran marchese infernale al comando di quaranta legioni; l'assonanza col dio egiziano Amun, probabilmente, non è un caso se solo si pensa a quanto cattivo sangue scorresse tra i due popoli. Ribeiro, comunque, si riferisce certamente a quanto emerge da un grimorio del diciassettesimo secolo: dicendo "Gran-duc of hell Amon" usa un appellativo medievale. Si riferisce infatti all'appellativo col quale è noto nell'arte della goezia, meglio conosciuta come demonologia, tradizionalmente basata sulla Chiave di Salomone. La formula che viene recitata nel pezzo è piena di intensità ed aspettativa: è un Signore occulto ed immortale, alato di ali magnifiche che osano illuminare tutto (ricordiamo il significato di Lucifero). Vengono poi citati dei nomi ebrei, scritti male e quindi poco decifrabili: ad esempio Shehmah Forash si riferisce certamente a HaShem HaMephorash, un discorso sul tetragramma che - ridotto in modo barbaro - significa letterlamente "Il nome" "L'esplicito". In parole povere sarebbe il vero nome di Dio, impronunciabile e sacro oltre ogni misura, ma anche l'elemento determinante della Chiave di Salomone (per farla breve il grimorio di Salomone insegna che ogni demone/angelo può essere dominato quando se ne conosce il nome, perfino Dio stesso!). Possedere questa conoscenza è la chiave per la perfezione e l'onnipotenza. Il pezzo prosegue, carico di ferocia nello scream e nelle plettrate abrasive e sporche, di nuovo cori epici e percussioni cadenzate e pesanti, parentesi melodica alla chitarra con sinfonie di rinforzo, il basso è calmo. Breve intervento solistico di chitarra e si ricomincia con la strofa, poi Lucifero si rivolge ai propri angeli che esorta a sollevarsi, il Dio Morboso (un bel riferimento ai Morbid Angel, ma del resto Morbid God è anche il nome che aveva il gruppo all'epoca), diverrà un dio, volerà libero dal gioco di Dio! Per mano di Tiamat, che era una dea, successivamente ritenuta come personificazione del caos primordiale (all'inizio era una cosa positiva perché ci si riferiva ad un caos creativo). Questa dea-titano troncata a metà per creare il cielo e la terra, da alcuni (Robert von Ranke Graves su tutti) ritenuta il simbolo di questo netto cambiamento tra matriarcato (si pensi al culto del femminino sacro che vedeva da donna al primo posto come portatrice di vita e fertilità) e patriarcato (con divinità sempre più maschili e sempre più rappresentanti virtù "maschili" come la guerra e la forza). Si spalanca la cappella della caduta, grazie anche al potere di Belial (già citato sopra) che intercede ricoprendo con la propria ombra Lucifero. L'Angelo Serpente è colui che adesso la gente adora e tutti si inchineranno dinanzi a lui! La parte strumentale si prolunga in un finto finale che poi diventa un caotico tripudio di colpi alla batteria, un frastuono in cui tutti gli strumenti si contendono lo spazio, poi scemano e resta solo un coro apocalittico e dunque un lugubre pianoforte scordato e sinistro.

Conclusioni

Un album che chiude il cerchio, si diceva, dei ricordi di casa Moonspell: prima i pilastri della carriera con una compilation che ripercorre, in maniera cronologica, la carriera del gruppo; poi un album, questo, che ne mostra le fondamenta. Perché di questo si tratta: le fondamenta rimangono nascoste, una volta ultimata la costruzione, ed è un gran peccato perché - in fin dei conti - tutta la struttura si poggia su esse e non potrebbe stare in piedi altrimenti. Le fondamenta, si sa, sono prive di bellezza, di caratteristiche esteticamente apprezzabili, stanno nascoste e subiscono tutto il peso della struttura mentre le piccole decorazioni si prendono tutti gli sguardi ammirati, senza fare chissà cosa. Un modo romantico di dire che la fortuna di un gruppo si costruisce con sudore e sacrifici che vanno molto indietro nel tempo, risalgono a momenti in cui - nonostante mille sforzi e fatiche - il risultato è un pugno di polvere; mentre, quando arriva il successo, anche una piccolezza riceve acclamazioni esagerate. A volte gli artisti di successo si cullano su questo e, quindi, si adagiano sugli allori ed indugiano in "merda d'artista" che propongono con boria; non i Moonspell che, invece, si preoccupano di dare dignità, risalto e lustro anche agli esordi. Fieri di ciò che sono e di ciò che sono stati, i Moonspell sono sempre stati legati alla tradizione della loro terra e non possono comportarsi altrimenti con la propria stessa tradizione musicale. Il voto di questo album non è il voto ai Moonspell, o ai loro esordi, è quell'oggettiva valutazione che va data ad un lavoro; il legame affettivo che può avere un fan che riscopre questa perla, tirata a lucido grazie alle nuove tecnologie, non ha prezzo! Una valutazione il più possibile oggettiva, che quindi tratta questo lavoro come un re-master di vecchi demo, deve tenere conto di altre circostanze (anche a costo di sembrare "cattiva"). I brani scontano un'ovvia mediocrità compositiva, che viene leggermente alzata dal bel lavoro al missaggio che porta alla luce un impianto sinfonico il quale - effettivamente - non riusciva ad emergere nei lavori originali; la registrazione più precisa, e l'esecuzione più pulita, sono gli ulteriori elementi che fanno la differenza, ma nulla aggiungono alla composizione ed ai testi. Quanto alle liriche, queste appaiono spesso banali, quando non addirittura ridicole nella smaniosa voglia di citare quanti più personaggi mitologici e demoni possibile, spesso in un'insensata accozzaglia che pesca dei nomi "cattivi" tanto per fare scena. In definitiva, un album che ha un merito: i pezzi non sono stati raccolti e ripresentati così com'erano: sono stati registrati nuovamente (in modo davvero molto fedele, anche al costo di riproporli con tutti i limiti) e riempiti di una nuova dignità che ci permette di meglio comprendere quale fosse la potenzialità del gruppo, anche all'epoca, nascosta da una produzione poco adatta.

1) Halla alle halla al rabka halla (Praeludium / Incantatum Solstitium)
2) Tenebrarum Oratorium (Andamento I / Erudit Compendyum)
3) Interludium / Incantatum Oequinoctium
4) Tenebrarum Oratorium (Andamento II / Erotic Compendyum)
5) Opus Diabolicum (Andamento III / Instrumental Compendyum)
6) Chorai Lusitânia! (Epilogus / Incantatam Maresia)
7) Goat on Fire
8) Ancient Winter Goddess
9) Wolves from the Fog
10) Serpent Angel
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