MOONSPELL

Night Eternal

2008 - SPV/Steamhammer

A CURA DI
PAOLO FERRANTE
14/11/2017
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Appena dopo aver festeggiato una carriera favolosa, guardando a tutto ciò che sono riusciti a realizzare, i Moonspell si guardano avanti con "Night Eternal" (2008 - Steamhammer). Anche in questo caso possiamo notare che il lavoro è stato pubblicato in diverse versioni: oltre al CD in jewel case tradizionale abbiamo la versione digipak, poi c'è anche la versione in DVD che comprende i videoclip realizzati per i singoli (Scorpion Flower e Night Eternal), la versione digitale disponibile per il download su iTunes, e infine l'edizione in doppio vinile per i più esigenti. La formazione si compone di Fernando Ribeiro alla voce, Miguel Gaspar alla batteria, Ricardo Amorim alla chitarra, Pedro Paixão per tastiere, chitarre ed effetti. Al basso ritroviamo la collaborazione di Niclas Etelävuori, già comparso come ospite in The Antidote, noto per il suo ruolo fondamentale nei celebri Amorphis. Ritroviamo anche la partecipazione di Anneke van Giersbergen che canta nel quarto brano, la celebre cantante storica dei The Gathering, all'epoca già impegnata nel proprio progetto solista. C'è anche un coro femminile, un terzetto composto da: Patrícia Andrade, Carmen Susana Simões e Sophia Viera. Importante notare, inoltre, che il gruppo occupa un ruolo fondamentale anche per quanto riguarda la registrazione (se ne occuperà anche Paixão); Waldemar Sorychta (che abbiamo già sentito in Memorial) darà il suo contributo per gli arrangiamenti. Particolare importanza riveste anche la grafica, realizzata da Spiros Antoniou in cui possiamo vedere una figura dall'aspetto divino/mitologico, impersonata dalla modella Natalie Shau, che - in una posa statuaria - è ammantata da un velo ed incoronata da rose nere, ossa ed un tessuto sottilissimo che sembra essere una ragnatela. Una grafica pulita, sobria, con uno stile tendente al Gothic, in cui gli unici elementi con un colore più visibile sembrano essere le mani. Il volto è enigmatico, un'espressione che non tradisce emozioni e si rifà probabilmente a quelle pose estatiche delle figure mitologiche; la mano destra sembra voler indicare la sinistra che, vuota, sembra voler reggere qualcosa (il vuoto?) o fare un gesto di invito. Che si tratti della Notte che ci invita al suo cospetto? Bello anche il nuovo logo del gruppo, realizzato da Adriano Esteves: lo stile basilare riprende quello del logo rappresentato negli ultimi lavori, però le due O sovrapposte - a voler mimare le fasi lunari - sono il tocco vincente! Semplicità e comunicazione, uno stile basilare ma riconoscibile. Concettualmente l'album sembra voler realizzare un compromesso tra il sinfonico e sfavillante Memorial, un Symphonic Gothic/Black Metal, con derive epiche in alcuni punti, e l'oscuro The Antidote, capolavoro in cui le atmosfere Dark/Elettronica si combinano con un impatto tipicamente Melodic Death/Black Metal. La copertina stessa combina entrambi gli aspetti: l'oscurità gotica e tenebrosa di The Antidote nell'assenza di colori, le rose nere, le ossa; l'epicità di Memorial nella posa mitologica della modella. Anche in questo caso la grafica sembra voler strizzare l'occhio a quella scena Symphonic Death/Black Metal molto in crescita, ma sappiamo bene che i Moonspell non sono certo un gruppo privo di personalità e creatività. Sarà quindi interessante capire come si possa combinare una produzione attenta alle atmosfere, che contempli anche pause e momenti di riflessione, con una produzione al top della prestazione, in cui si pretende e si ottiene che ogni attimo sia al massimo volume. Quell'audio in cui emerge, trionfante, un unico torrone rettangolare che sfiora il picco per tutta la durata della canzone; in cui ogni anfratto del missaggio è occupato da un timbro diverso, come in preda ad un horror vacui irresistibile. In parte si è già ascoltato con Memorial, quello che succede, ma con questo album deve essere diverso perché promette - anche graficamente - atmosfere gotiche e ci si chiede come verranno rese ed a quale prezzo. Ancora una volta i Moonspell hanno una ricetta complessa in cui un notevole numero di ingredienti si dovrà sposare e, allo stesso tempo, ci saranno altrettanti innumerevoli modi di rovinare tutto.

At Tragic Heights

L'album inizia con "At Tragic Heights (Ad altezze tragiche)", possiamo sentire un'orchestra e delle percussioni nette e secche. Atmosfere mediorientali, epiche, dal sapore mitologico e tragico allo stesso tempo, una voce femminile esegue veloci arabeschi incantevoli. In sottofondo emerge un coro femminile, timbri ben bilanciati conferiscono spessore all'atmosfera - anche grazia ad un contralto pastoso - che si fa sempre più epica. Sonorità del genere non si erano mai sentite nei Moonspell, ma erano sempre state potenzialità inespresse, sin dal primo demo in cui si proponevano sinfonie mediorientali ed un cantato in arabo. I Moonspell, con questa introduzione, realizzano quello che, sin dall'inizio, era nelle loro intenzioni: solenni orchestrazioni cariche di pathos, ricche di influenze mediterranee che attingono (da entrambe le coste) tutto il loro splendore. Un paragone, quasi scontato, si può fare coi Septic Flesh. Imponenti percussioni, melodie crescenti che presto si sporcano di rumori industriali, una voce solenne e sfiatata recita un estratto dal Libro dell'Apocalisse di Giovanni: l'avvento degli angeli della morte, chiamati a raccolta dal marchio della bestia, che portano la distruzione e la morte; ogni angelo porta la morte in luoghi diversi ed alla fine il volere di Dio si compie. Una profezia che non lascia scampo, questo album inizia parlando di quella che è la fine per eccellenza: l'Apocalisse. Le influenze Industrial sono evidenti negli effetti ma lo diventano ancor di più a sentire le chitarre e la successiva strofa in cui la voce diventa diabolica anche grazie a qualche filtro. Il brano prende presto delle coordinate Symphonic Black/Death Metal: melodie gotiche e cattive suonate alle tastiere, chitarre che eseguono accordi basilari per on invadere troppo il campo melodico strapieno di orchestrazioni, una batteria imperiosa seguita a ruota dal basso che la rinforza. Variazioni melodiche alla chitarra riprendono il tema, poi il sound si apre ad una fase strumentale, rullata e scatto, pausa improvvisa e la voce introduce una nuova fase di distruzione, poi continua in scream la strofa in cui ci racconta la distruzione che incombe sul mondo. Dobbiamo arrenderci alla triste verità, soccombere e diventare cenere, lei si affaccia dalle stelle, a tragiche altezze, suonando un requiem col cuore spezzato. Il pezzo rallenta e quindi arriva il ritornello, più scandito e quasi cantabile, le sinfonie diventano accordi fissi, poi uno scatto di batteria porta il blast di cassa e le chitarre possono sferragliare feroci, sporche, una strofa pulita e pestata. L'alternanza tra ritmi serrati e fasi aperte e melodiche ci restituisce il punto chiave dello stile Moonspell, che si fonda sul continuo oscillare di due fasi molto diverse; in realtà in questo pezzo le fasi sono poco diverse, in quanto l'elemento che le distingue è il ritmo e nient'altro. In queste circostanze bisogna osare essere crudeli, rassegnarsi alla fine ed a versare il proprio sangue. Il ritornello si ripete con un sottofondo melodico più distinto, costituito da un coro. Variazione con colpi di timpano che scandiscono una melodia con intreccio di chitarre, la tastiera disegna temi Gothic. La voce sussurra malevola, un crescendo di intensità negli strumenti e nella batteria che si lancia nel consueto tribale incalzante. Sfuriata Black con tripudio sinfonico e plettrata alternata, esplosione di percussioni, finto finale e si ricomincia dalla strofa; il comparto sinfonico è post-prodotto e lucidato con molta attenzione, ogni suono è al suo posto e ne esce fuori un mattone compatto. Nei secondi finali troviamo delle melodie cristalline che sembrano rievocare qualcosa di già sentito in The Antidote.

Night Eternal

Dopo questa apertura si passa alla titletrack: "Night Eternal (Notte eterna)". Ai suoni cristallini che hanno chiuso il precedente brano si aggiunge un arpeggio di chitarra, una via di mezzo tra Gothic e Black? per intenderci: un arpeggio del genere non farebbe cattiva figura in un pezzo degli Immortal (e forse è ispirato proprio a loro, ad At the Heart of Winter in particolare). Un coro femminile salmodiante fa una breve apparizione, poi esplosione percussiva, il coro esegue incantevoli sinfonie che si incastrano. Rullate e poi un'esplosione di violenza con growl e plettrata alternata, qualche effetto sintetico, doppia cassa a velocità disumana (triggerata di sicuro, forse anche quantizzata?); la violenza si protrae senza melodia, poi qualche effetto sintetico aggiunge tonalità acute e sporche. Il ritornello riporta le sinfonie col coro e la tastiera, un ripetersi dell'inno alla notte, con urla feroci e continue stoppate alla batteria, poi un arpeggio distorto ed a sorpresa un solo virtuoso da Rock/Heavy che passa da graffiato a melodico e poi neoclassico al tapping. Si invoca il giorno, il calice dell'alba, tutto il mondo lo aspetta perché sta soccombendo, la gente cerca di respirare. L'Apocalisse è in cielo, solo il giorno può salvare il mondo, c'è una notte eterna che avvolge un mondo in fiamme in cui è impossibile che l'uomo sopravviva. Fase strumentale con spazio per la sezione ritmica, basso e batteria vanno all'unisono, poi sospiri e melodie si combinano con uno stile già sentito in The Antidote, il ritornello si fa sentire di nuovo: violento, melodico ed orecchiabile, una combinazione perfetta. La donna, la moglie, la notte eterna è ebbra del sangue dei santi, del sangue dei martiri di Gesù. Il brano si conclude con la fine del ritornello, stoppato di colpo. Il singolo per eccellenza: ritornello fantastico, semplice ed orecchiabile nella struttura di base, pienissimo di variazioni ed effetti che lo mantengono sempre fresco; un pezzo che si fa riascoltare tante volte. Da un punto di vista lirico c'è poco materiale: viene presentata questa figura della notte eterna, impersonata da una divinità femminile che si rende protagonista in un'apocalisse che distrugge il mondo. Difficile capire (per adesso, quantomeno) il senso: questa figura è la Natura (spesso evocata nei testi dei Moonspell) che si ribella alla tirannia dell'uomo, o è una divinità pagana stufa dell'egemonia cristiana?

Shadow Sun

Segue "Shadow Sun (Sola ombra)"; ancora arpeggio di chitarra e coro salmodiante, che sfuma nel silenzio e riappare poco prima di essere sommerso da una chitarra distorta. Tribale di batteria e voce suadente, piena e calda, vicina; un ritmo che ha qualcosa di Dark. Piatti squillano di tanto in tanto a spezzare l'incantesimo del ritmo, poi una chitarra distorta, ma morbida, offre una breve variazione melodica. Anche questo brano mostra diverse similitudini con The Antidote ma attenzione: non è una ripetizione, ma un'evoluzione. La voce principale si doppia ed un coro, anch'esso di ispirazione Dark, rinforza la vocalità che prende una dinamica sempre più crescente fino ad arrivare ad una stoppata e dunque ad uno scream esplosivo che apre le porte al Symphonic Gothic/Black Metal. Una costruzione davvero elaborata, progressiva, che monta pezzo per pezzo l'inizio del brano. Un testo abbastanza criptico parla di un sole ombra, di un bianco spettrale, che porta con sé il bianco sonno della morte; il protagonista sta fermo, sotto la pioggia più nera, negando il sole ed il giorno. Nel nome di niente, quando si separeranno, farà risorgere i morti, le catene di menzogne, mentre congela su una montagna di argilla, con una nube di oscurità che sconfigge il dolore. Un testo che è a tratti mitologico, si sviluppa come un poema epico, è anche criptico perché a volte sfugge la connessione sintattica tra le varie frasi. L'esplosione sonora porta alla velocità, plettrata alternata ed un rullante che cade insistente, la voce invoca il sole ombra e poi c'è una variazione strumentale che fa distendere l'atmosfera e conduce ad un altro tribale. Ancora calma, la voce sussurra piena di suspense, poi si rinforza in stile Dark, la chitarra quindi si fa coraggio e plettra più velocemente, più vivace adesso, il basso varia e si stacca dalla batteria quindi ancora un'esplosione di violenza. Nella parte violenta c'è il ritornello, in cui si racconta come questo sole cada, diventando oscurità; di fronte a questo evento si comprende come la vita sia priva di significato. Un ritmo lento e pesante, pieno di piccoli stacchi alla batteria che coinvolge rullante e piatti, il ritmo si fa assillante nella sua lentezza altalenante; nel finale la rivelazione sull'inutilità della vita, con una voce che ricorda Peter Steele.

Scorpion Flower

"Scorpion Flower (Fiore scorpione)" inizia con la chitarra, prima da sola e presto seguita dal resto degli strumenti con sonorità quasi da Rock. Sinfonie leggere volano nell'aria, sono tastiere dalla melodia cantabile, il pezzo è leggero e sa immediatamente di ballad: dopo alcuni arpeggi dolci si presenta una voce calda e serena di Ribeiro. Tanti sono gli effetti sinfonici e digitali, la voce è ancora morbida ma precisa nel tempo e nelle dinamiche, il tribale alla batteria è l'unico elemento ruvido ed impetuoso. Una variazione svela una nuova fase decisamente più Gothic, più romantica anche, con cascate cristalline, la batteria fa un passo indietro. Maledice il giorno e saluta la notte, questo fiore selvaggio; nel cuore vuoto e nel seno che nutre, un fiore indossato nell'oscurità. Si chiede se possa rubarne la mente per un attimo, il cuore, se possa congelarne l'anima; è un fiore scorpione, simbolo di morte, brucia il cielo con gli occhi. Fiore dal frutto maledetto, un fiore schiacciato a terra, un fiore che mostra coraggio nel nutrire. Ecco che, in qualche modo, riesce più facile attribuire alla figura femminile rappresentata in copertina il ruolo di una Natura che, ormai stanca di nutrire ed essere continuamente maltrattata (emblematica l'immagine del fiore calpestato che, di conseguenza, darà origine ad un frutto maledetto), diventa cattiva. La voce della mitica Anneke van Giersbergen interviene nel ritornello, si crea un duetto in cui entrambi uniscono le voci; il cantato è un bicordo cantabile e perfettamente azzeccato, dura anche troppo poco per quanto è bello. Un ritornello che sa essere impetuoso senza rinunciare alla vocalità cantabile e morbida, l'impeto è dato infatti da quella dinamica con pause corte e cambi marcati. Un arpeggio consente alla cantante di mettere in mostre le sue capacità con gorgheggi fatati, la risposta di Ribeiro è una seducente voce spigolosa e cupa. Le voci si mescolano, una risponde all'altra e la completa, poi si torna ad un ritornello seguito da un solo melodico alla chitarra; si tratta di un solo quasi scolastico, da Rock melodico, che poi diventa più vivace e si spegne con un lungo delay. Arpeggi e melodie romantiche, percussioni cristalline, un nuovo ritornello che ci fa sentire ancora una volta questo duetto fantastico, le variazioni alla voce femminile rendono ogni ripetizione del ritornello un'esperienza nuova.

Moon in Mercury

Passiamo ad un brano, "Moon in Mercury (Luna in Mercurio)", che ci darà immediatamente filo da torcere. Abbiamo già notato in Capricorn at Her Feet (nell'album The Antidote), l'attenzione dei Moonspell per i fenomeni astrologici; in tal caso il fenomeno descritto si riferiva ad una quadratura abbastanza rara che forma il segno della Grande Croce. In questo caso abbiamo un accostamento più semplice, ma di certo non ricorrente: quello della Luna in Mercurio. Due segni quasi diametralmente opposti e difficilmente conciliabili, si può anticipare che la Luna, come si intuisce facilmente, svolge spesso il ruolo della Madre (natura), mentre il Mercurio è spesso il figlio. Appare evidente che ci sia un errore nel titolo, perché gli astri si trovano in una casa individuata da un segno zodiacale, non in un altro astro. Forse proprio la lettura del testo ci fornirà ulteriori indicazioni per scoprire se si tratti di congiunzione, quadratura oppure opposizione. Si parla di una Medusa sorpresa con uno specchio, un'espressione bruciata in acque rosse, dalla cui ala sono nati tutti uguali, senza sogni di grandezza. La Luna in Mercurio, Regina degli abissi ritratta nella polvere, un cuore spezzato che mai esita. Esplosivo stacco di batteria, tempo stabile e scream che apre le danze, plettrate alternate, ricchezza di sinfonie dinamiche e danzanti, poi variazione più aspra con uno scream più chiuso, quindi una nuova apertura esplosiva ed epica. Ritornello ossessivo che ripete Moon in Mercury con un growl, mentre suoni sintetici disegnano panorami stellari, è una furia bestiale in cui la melodia riesce a farsi sentire molto senza nulla togliere alla ferocia. A cedere un po' di spazio è la sezione ritmica, che in questo brano si esprime in modo più lineare e costante, permettendo così alle melodie di dettare legge sulle dinamiche. Una rivelazione ad ogni fendente: infedele a tutti i credo, a tutti i patti, nemica di tutti i lieti finali, fiduciosa nei morti. Ogni cosa in questo testo sembra indicare una Luna quadrata in Mercurio: tensione, stress, frustrazione; i due aspetti non riescono a comunicare tra loro, se la Luna è dominante (come in questo caso) succede semplicemente che ogni razionalità viene a mancare, lasciando libero sfogo all'istinto più primordiale. L'esempio è quello della Mamma che assume tutti gli oneri su di sé, si sacrifica sempre senza mai fare una piega, nonostante i figli ingrati sopporta tutto e non lo fa pesare mai a nessuno; ma ad un certo punto c'è quella goccia che fa traboccare il vaso e quindi dà di matto! Traslando questo esempio al rapporto Natura-Madre / Uomo-Figlio si capisce come l'esempio calzi a pennello. Nel brano la dualità contrastante è offerta da un tripudio di melodie inserite in un'aggressività bestiale e disumana: Mercurio è la magnificente melodia, la Luna è lo scream incazzoso; Mercurio è una melodia umana che fugge, la Luna è la mamma che gli corre dietro col cucchiaio di legno. Una fase strumentale offre sfogo alle melodie, epiche, poi un'apertura in stile Atmospheric Black, quindi si riprende col ritornello fino a concludere.

Hers is the Twilight

Si arriva a "Hers Is the Twilight (Suo è il crepuscolo)", che inizia con un veloce crescendo di chitarra in fade-in, in uno stile da Rock virtuoso, che presto diventa un Symphonic Black Metal impreziosito da riferimenti Progressive. Si passa allora a sonorità Gothic, arpeggi cristallini alla chitarra, cori femminili e poi la calda voce di Ribeiro, un sussurro. La batteria è regolare, ma ogni tanto piazza qualche piatto; improvvisamente un'esplosione di violenza porta un blast di cassa e lo scream. Ancora una volta la dualità, tipica dei Moonspell, che accosta la calma alla tempesta. Nata dalle tenebre, senza ragioni per andare avanti visto che di fronte a lei si profilano unicamente avversità; nel suo momento di crepuscolo lei, una forma spettrale che assume i contorni di quello che era il suo corpo, ci maledice. Cosa rimane della vita? Davanti a noi i resti della terra che chiamavamo casa, ogni cosa è esaurita, finita. Altri richiami del concetto che sembra ispirare questo album: Lei, la "Madre Natura" (in un certo senso), non se la passa di certo bene - per colpa dell'uomo - e si trova proprio nel momento che precede il tramonto definitivo. Ci sono variazioni che portano ad un tempo più quadrato, massiccio, con uno stile che si avvicina più al Death; un pestaggio ritmico che poi cede il passo ad arpeggi più delicati ed una voce che si compone di un sussurro malevolo ed una calda voce impostata. Si riprende col ritornello, si alternano scream e coro femminile in risposta, in un duetto epico; poi una variazione strumentale con delle raffiche alla cassa, accompagnata da un basso che passa al centro dell'attenzione con una prova virtuosa. Quindi la melodia alla chitarra, un assolo in stile quasi Neoclassical Power Metal, quindi un nuovo ritornello. Si contorce nelle ombre, ormai è troppo tardi per intervenire, per salvarla: ora arrivano i tempi bui, adesso arriva una piaga per l'umanità. La luce non sarà più in grado di curare le ferite. In questo pezzo si manifestano più spesso le influenze Progressive Death Metal, poi - a seconda del momento - si oscilla verso sinfonie che tendono al Gothic oppure ad un Power Metal. Nel finale un tipico Symphonic Death/Black Metal di scuola Dimmu Borgir e Behemoth. Un brano non eccelso, ma capace di mostrare altre sfaccettature; non tutto è azzeccato, le parti non si collegano in modo fluido e certe scelte appaiono un po' forzate.

Dreamless (Lucifer and Lilith)

Altre tematiche con "Dreamless (Lucifer and Lilith) [Insonne (Lucifero e Lilith)]", un brano che evoca argomenti più tipicamente associati al Symphonic Death/Black Metal. Pensavano che il loro amore fosse sacro, fino a quando non si sono imbattuti nel dissacratore: un mare di veleno gli si è frapposto e nella terra c'era il rosso. Si sente uno stridulo fischio di chitarra in lontananza, poi una chitarra ritmica con molto delay, melodie cristalline al synth, poi si delinea una struttura romantica, con una batteria che tempesta il rullante con foga prima di rilassarsi. Arpeggio di chitarra ed una strofa che sembra ricalcare (in modo anche molto evidente) lo stile di The Antidote (nello specifico la strofa di From Lowering Skies); la voce raddoppia e prende una piega più Dark con un bicordo, quindi effetti sintetici ed una chitarra distorta sembrano suggerire un'esplosione di violenza ma portano ad una parte da Dark/Elettronica. La voce passa a tonalità più alte, una cadenza rassicurante ma malinconica, un'eco ben definita, stacchi alla batteria ed il ritornello è scandito dai rintocchi del synth. Non possono generare prole e sono condannato a non risorgere più, menzogne che si ripeteranno sempre, sono senza sonno, avvolti da nubi oscure ed esiliati. Pensavano che ci fosse qualcosa di più profondo, oltre ciò che mostra l'occhio; di fronte alla bellezza tutti gli uomini diventano ciechi al resto e dunque hanno aperto i cancelli per farla passare. Nella fase centrale la melodia alla chitarra si concede uno spazio tutto per sé, poi si passa ad una strofa che è una variazione rispetto alla precedente, più ricca di atmosfere e subito doppiata dalla voce di tonalità più alta. Altro ritornello preceduto da diversi stacchi cadenzati alla batteria, si prende tutto il suo tempo per imprimersi nella mente dell'ascoltatore. Nel finale la chitarra melodica si spende in una serie di assoli virtuosi e squillanti, vibranti, introduce un ritornello che inizia subito nel meglio e si ripete, tempestato di rullante ed effetti, poi finale in grande stile. Un brano forse banale: le tematiche sono talmente inflazionate da non meritare ulteriore commento; la musica è una rielaborazione di quanto fatto in precedenza, con innesti che si riferiscono in modo più evidente a quelle influenze Dark alla Depeche Mode, mai del tutto messe da parte. Il pezzo non si colloca in modo chiaro in questo album ma, come momento di passaggio, ci sarebbe potuto anche stare se non fosse stato così povero di contenuti.

Spring of Rage

Arriviamo a "Spring of Rage (Scatto di rabbia)", che già nel titolo ripropone quei giochi di parole ed ambiguità tipici dei Moonspell: come sappiamo, spring significa principalmente primavera, ma - specie se inteso come forma sostantivata del verbo - può anche significare balzo, scatto. Associare, così, la primavera alla rabbia, equivale ad associare la bellezza alla distruzione... quindi il riferimento alla divinità della natura, così come raffigurata in copertina, diventa ovvio. Il pezzo inizia con due chitarre che si intrecciano con andamento nervoso, stridulo e dissonante a tratti; poi gli altri strumenti rendono la parte più lineare. La voce interviene con delle sonorità da Pop/Rock, una voce morbida e cantabile, doppiata da una linea più bassa in modo da renderla più piena di armonici, poi qualche piccola risposta in growl; poi le chitarre passano alla plettrata alternata ed ecco che lo scream può fare lo scatto furioso, un allungo che si porta avanti per tutta la seconda fase della strofa, sottolineata da melodie anch'esse lineari. Gli occhi di lei sono strade che, ad ogni nostro respiro, combattono contro l'oscurità che ci circonda; col sole morente, nella sua ora più oscura, lei prega tutta da sola e le sue labbra sono il tramonto. Particolarmente significativo associare le labbra di lei, al tramonto (rosso per eccellenza); stiamo parlando della Natura, che la notte si riposa dopo averci illuminato la giornata. Nella parte in scream c'è lo scatto di rabbia, in cui la furia e la bellezza si incarnano... nella Luna. Si riprende dalla parte iniziale, che prosegue con variazioni al synth, poi una variazione vocale porta delle innovazioni anche nella parte iniziale che viene troncata per lasciare spazio alla sezione ritmica che si esibisce in stacchi. Altra violenza in stile Black, lo scream di nuovo pronto, quindi arpeggi in clean alla chitarra, presto doppiati dal basso e quindi seguiti da parti di seconda chitarra e tastiera; la voce sussurra misteriosa ed un assolo di chitarra offre ulteriori spunti epici. In ogni momento c'è un fato crudele, con le sue mani fatali lei spazza via l'oscurità, è in grado di liberare il suo dolore. Un coro melodico, molto cantabile, con una vocalità alta, poi di nuovo il ritornello in scream e plettrata alternata: le chitarre non sono troppo taglienti e quindi si riesce ad apprezzare il lato melodico che prevale. Nel bianco più puro, intrappolata dalla Luna. Un testo con degli spunti, dei riferimenti, che non si sviluppano più di tanto; musicalmente il brano ha una strofa quasi tendente al Pop con un ritornello furioso, ma di una furia melodica e pulita. Poche le variazioni, tante le ripetizioni del ritornello; poche idee e non particolarmente brillanti. 

First Light

Giungiamo all'ultimo brano: "First Light (Prima luce)". Arpeggi chiari e cristallini alla chitarra, un tocco classico, poi tocchi di archi, quindi il sound si manifesta nella sua interezza con una marcia lenta e solenne, un piglio orchestrale e gonfio. La teatralità si fa viva quando si torna all'arpeggio di chitarra e la voce di Ribeiro pronuncia delle frasi con una voce quasi rauca, bassa, spigolosa; un narratore che ci descrive la scena: in qualche luogo dentro l'anima c'è un'ombra che sta prendendo il sopravvento. Domande che trovano risposte, un atto di coraggio, una storia che viene raccontata; in un qualche luogo all'interno di queste quattro mura, viene combattuta una guerra. Si sente un'eco macabra che sottolinea il lato Gothic, conferendo un certo tocco spiritico, il coro non fa altro che accentuare questa impressione con risposte epiche e con stoppate tipicamente horror. Il brano fa presto ad approdare in lidi Symphonic Death/Black Metal, chitarre e tastiera adottano schemi epici con dinamiche altalenanti, la voce si prende tantissimo spazio con uno scream prolungato e ben interpretato, sofferente, straziante. Il Figliol Prodigo è tornato a casa questa notte, per uccidere il suo padre e berne il sangue, è una notte eterna, una prima vita ancora da rivelare; una notte eterna con un'ombra che tra poco sarà spezzata dalla prima luce. Ci sono delle parti in portoghese in questo ritornello, un qualcosa che i Moonspell non smettono mai di fare come omaggio alla loro amata terra natia. Volendo fare un collegamento possiamo ricordare che Lucifero deve il suo nome al fatto che il pianeta Venere si mostra spesso in concomitanza con le prime luci dell'alba; confinato nell'esilio terrestre Lucifero mostra tutta la sua audacia manifestandosi, in atteggiamento di lucente sfida, squarciando le tenebre prima del sole stesso. Da qualche parte c'è un leader, un Signore, le cui città stanno prendendo fuoco ed in cui la morte imperversa, la questo non se ne preoccupa e rimane impassibile di fronte a queste disgrazie per il genere umano: non si cura della gente che grida di dolore. Questo ultimo riferimento va chiaramente a Dio, che sembra rimanere indifferente rispetto alla sofferenza umana. Ancora il coro epico, con inquietanti stoppate repentine, sfogo di percussioni con stacchi sempre più elaborati e dopo un altro ritornello con botta e risposta in scream a voci sovraincise, quindi il coro si fa più presente con un canto magico ma spaventoso. Altra esplosione di rabbia, le chitarre incalzano e le tastiere portano avanti l'accordo insistendo nel mantenerlo, poi di nuovo si prende il ritmo e con esso una nuova esplosione furiosa cui segue un assolo in stile Rock virtuoso. Melodia e velocità a fasi alternate, crescendo di intensità sottolineati da strazianti vibrati nei punti più acuti, risposte di tastiere, percussioni orchestrali assieme a rumori di battaglia, si sentono lame che infilzano corpi, urla di dolore, il brano si fa drammatico mentre si assiste alla rovina del mondo; finale epico e prolungato con lunga scia di chitarra. Le orde del Sole Ombra, illuminate di intuizione, si fanno avanti per maledire la prima luce; questo sembra essere un vago riferimento all'Illuminismo.

Conclusioni

Un album che, come ripetuto tante volte nel corso dell'esame dettagliato, si pone come un punto di incontro tra The Antidote e Memorial: del primo ha le atmosfere gotiche, del secondo ha le sinfonie impiantate in una struttura Symphonic Black Metal. Ne esce fuori un Symphonic Death/Black Metal che per la maggior parte del tempo, specie nel ritornello, tende ad avvicinarsi molto ad uno stile tipico di quel filone Behemoth, Dimmu Borgir, ma anche Septic Flesh (se vogliamo considerare il lato più Gothic delle influenze); in altri casi torna al passato e quindi si avvale molto dell'alternanza tra melodia e furia, tipica dei Moonspell. Se, da un lato, i Moonspell si inseriscono in un filone (anche piuttosto inflazionato) e ne prendono tutti i pregi, dall'altro ne prendono anche qualche difetto e rischiano di vanificare la propria personalità, acquisita con molti anni di innovazione. Rielaborando meglio il concetto: inserire tutte queste parti orchestrali, in chiave epica, da un lato arricchisce molto a livello di sonorità e timbriche, offrendo ulteriori soluzioni; dall'altro impone ai musicisti di mostrare più sobrietà e di mantenersi più lineari del solito, perché per trovare spazio alle sinfonie, altri strumenti dovranno cederne, per forza di cose... La voce di Ribeiro gioca, anche in questo lavoro, un ruolo fondamentale: mostra di essere versatile, mai così tanto, interpretando ruoli e stili disparati per venire incontro alle esigenze stilistiche dei brani di volta in volta proposti. Nel tocco Pop e Dark i Moonspell mostrano meglio il proprio tocco, trattandosi di sonorità meno sature che consentono di meglio apprezzare l'interpretazione delicata e al contempo oscura che, loro meglio di altri, sanno dare alla musica. Abbiamo imparato ormai, analizzando anni e anni di carriera, che ai Moonspell piace cimentarsi in sfide sempre nuove; senza voler essere avanguardistici o sperimentali, anzi tenendo sempre ferma una componente che vuole essere popolare, che si rivolge a tutti gli ascoltatori. In questo caso il gruppo si reinventa, come di consueto, rielaborando se stesso con dei nuovi equilibri; il bagaglio artistico è enorme, e dunque non riesce difficile ai musicisti di spostare il peso di ciascuna influenza da un lato o dall'altro. In questo lavoro, l'ago della bilancia non riesce sempre a trovare un equilibrio: a volte c'è troppo, altre poco. I suoni molto sintetici regalano precisione, ma a volte tolgono atmosfera; la ricchezza sinfonica regala colore, ma a volte toglie ritmo; e via dicendo... Con The Antidote i Moonspell hanno fatto un notevole balzo in avanti (un azzardo ben riuscito, ma pur sempre un azzardo), con Memorial hanno poggiato il piede a terra (concretizzando quanto realizzato e calandolo in un qualche schema preciso), ma con questo album i Moonspell poggiano entrambi i piedi a terra e cercano di ristabilire l'equilibrio. Per la maggior parte del lavoro ci riescono, perché il risultato è omogeneo e compatto; in alcuni punti ancora l'equilibrio non è saldo. Anche il lavoro ai testi è un mix tra gli album citati: troviamo ambientazioni gotiche, personaggi mitologici e riferimenti astrologici, tipici di The Antidote; troviamo anche un'amara riflessione sul declino umano e sul maltrattamento del nostro pianeta ed ecosistema, cose che lasciano pensare al declino della razza umana, temi ben approfonditi in Memorial. Non è il disastro che sembrava prepararsi, i Moonspell sono stati davvero abili e - pur di non rovinare tutto - hanno fatto in modo che ogni influenza trovasse più risalto in un brano diverso. Nel corso della recensione, infatti, c'è stato modo di segnalare quei brani che sembravano usciti direttamente da The Antidote, così come quei brani che puntavano al singolo facile, o brani in cui l'epicità delle tastiere cancellavano ogni altra cosa. Per non far esplodere la miscela, il gruppo ha dato sfogo di volta in volta ad aspetti diversi. Ciò mostra che il gruppo ha giocato con una miscela instabile ma, al contempo, mostra quanto è stato bravo a non farla esplodere in mille pezzi! Un album che realizza molto e che promette moltissimo, perché arrivati a questo punto ai Moonspell non resta altro che spiccare un ulteriore salto e chissà dove andranno a finire la prossima volta!

1) At Tragic Heights
2) Night Eternal
3) Shadow Sun
4) Scorpion Flower
5) Moon in Mercury
6) Hers is the Twilight
7) Dreamless (Lucifer and Lilith)
8) Spring of Rage
9) First Light
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