METAL CHURCH

A Light in the Dark

2006 - Steamhammer

A CURA DI
FABIO FORGIONE
15/01/2018
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

I Metal Church, lo sappiamo, sono una band che sembra avere sette vite. Più di una volta infatti, nell'arco della sua lunga carriera, la band di Seattle ha saputo (e dovuto) rimettersi in discussione dopo alcuni mezzi passi falsi, o più semplicemente dopo innumerevoli defezioni o cambi di line up. La sua intrinseca capacità di rigenerarsi l'ha portata, di volta in volta, a sfornare prodotti di più che discreta fattura, dischi di tutto rispetto, i tipici lavori senza infamia e senza lode, che non aggiungono nulla in termini di innovazione stilistica, ma che riescono a muoversi con consumata maestria ed ammirevole agilità in un solco scavato in un'epoca ormai persa negli annali del nostro movimento musicale prediletto, e proprio per questo passibile di aspre critiche dirette nei confronti di chi ne abbia ruffianamente alterato il messaggio a fini meramente economici, ma non altrettanto prodigo di encomi per chi si sia invece mosso nel senso opposto, ossia quello della difesa ad oltranza e dell'orgogliosa affermazione di determinati criteri espressivi. La situazione dei Metal Church, all'indomani della pubblicazione del buon "The Weight Of The World", (2004), era più o meno questa: una band che, reduce dall'ennesimo stravolgimento in seno alla formazione (ricordiamo lo split di Wayne dopo la sua seconda esperienza nella band e la sostituzione di Erickson con Unger al basso), aveva saputo dare alle stampe un disco capace di prendere le distanze in maniera pressoché netta dal discreto (ma mai troppo apprezzato) Masterpeace, mostrando, come si dice in gergo, i muscoli, proponendo un heavy roccioso e possente che creasse, in qualche maniera, una sorta di ponte concettuale con il passato glorioso ma meno recente della band. In questo, un ruolo assai importante aveva rivestito l'ingresso in formazione di un cantante come Ronny Munroe (ex Rottweiler), in grado, con la sua timbrica calda e versatile, di sostituire nel cuore dei fans il Wayne un po' svogliato di "Masterpeace". Il progetto di recupero delle origini vive il suo fisiologico prosieguo in questo A Light In The Dark (2006), album che vede, tanto per cambiare, l'ennesima defezione all'interno della line up: fuori lo storico batterista Kirk Arrington, praticamente uno stacanovista, sempre presente fin dagli esordi, dentro l'ex Savatage Jeff Plate. L'ingresso di Plate in formazione produrrà, come vedremo, un sensibile mutamento nel sound della band, grazie al suo drumming potente e al tempo stesso fantasioso. Si può anzi affermare, senza timore di smentita, che sia stato proprio l'apporto di Plate a determinare il buon esito della release nei termini di un ritorno alle vecchie sonorità. Ovviamente l'ultima affermazione non vale se riferita ai riscontri commerciali, da sempre un terreno impervio per il combo statunitense. L'auspicato ritorno alle succitate vecchie sonorità parte proprio dal titolo della release stessa, in cui compare la parola "dark" quasi a voler ricreare una sorta di legame artistico con lo storico album pubblicato nel 1986, a detta di molti, l'episodio più alto della discografia della Cattedrale Metallica. Terzo disco in cui compare sulla cover, tra le più suggestive del gruppo, con il suo artwork dai contenuti medievali, la mitica Gibson Explorer (gli altri due erano stati il debut omonimo e proprio "Masterpeace" a mo' di simulacro cristiano, al tempo stesso emblema di un movimento musicale e dissacrante manifesto di una iconoclastia che, come vedremo, investirà in più di un caso il comparto lirico dei dieci pezzi inediti contenuti nel platter. Prodotto dallo stesso Kurdt Vanderhoof per la SPV/Steamhammer, registrato ai The English Channel Studios, Olympia (Washington), contiene undici pezzi, almeno quattro dei quali si ergono ben al di sopra della media del full, assurgendo al rango di vere e proprie hits, mentre i restanti brani ristagnano nelle paludi dello stantìo. Da segnalare "Temple Of The Sea", una traccia di quasi dieci minuti, di fatto il primo componimento sulla lunga distanza ad opera di Vanderhoof nella sua atavica militanza nei Metal Church. E i risultati, lo vedremo, non mancheranno di sorprendere, essendo un pezzo che nonostante la durata riesce a rendersi imprevedibile e tutt'altro che scontato. Infine, una nota di merito va indubbiamente ascritta alla rivisitazione di un colosso storico come "Watch The Children Pray", brano tra i più celebri della Cattedrale Metallica, contenuto proprio sull'eccezionale "The Dark", e che pare voglia fornire un ulteriore segnale nel quadro generale del recupero dei propri stilemi storici. Anzi, ne incarnerà proprio l'essenza, suggellandone l'intera opera. Il pezzo vivrà di una seconda vita, grazie soprattutto ad una straordinaria interpretazione di Munroe. Direi che per ora può bastare, e che possiamo sicuramente addentrarci nell'analisi di ogni singola traccia. Buona lettura.

A Light in the Dark

Si parte proprio con la title track (A Light in the Dark - Una Luce nell'Oscurità), e la sensazione che trapela sin dalle primissime battute del brano è quella di trovarsi dinanzi alle sonorità classiche della band di Seattle, sonorità andate un po' perdute nel precedente album. Sensazione percepibile dal bel riff portante, uno di quelli tanto cari al mastermind Vanderhoof, e di cui ha costellato la superba produzione dei Metal Church per circa mezzo decennio. Una bordata energica e tagliente che attraversa longitudinalmente praticamente tutti i cinque minuti e mezzo di durata della traccia, costituendone l'intelaiatura su cui Munroe, con un cantato che riporta alla mente quello del compianto Wayne, recita versi carichi di drammaticità e rivestiti di un'aura angosciante. La vera, piacevolissima, novità è rappresentata da Jeff Plate, batterista straordinario che conferma, caso mai ce ne fosse bisogno, che suonare in una band come i Savatage non è un privilegio concesso a molti. Ed in effetti il suo apporto, in termini di varietà e fantasia espressiva, è più che mai palese, laddove il pur bravissimo Arrington aveva perso, nelle ultime release, parte dello smalto e dell'inventiva che lo aveva sempre contraddistinto (ricordiamo a tal proposito il suo modo tutt'altro che convenzionale di interpretare i pattern, con il suo andare "contro tempo" che lo aveva reso celebre). Le lyrics, si diceva, offrono un drammatico spaccato di una realtà e di un mondo visti sulla via della più totale disgregazione. Un songwriting finalmente, anch'esso, di nuovo in linea con i fasti della band. Ombre provenienti dal passato, come mali latenti e rimasti congelati per secoli e secoli, riemergono improvvisamente al cospetto dell'umanità, che resta vittima di rabbia e frustrazione. Spiazzata dal riemergere del male, essa si interroga sul proprio futuro. Fin qui la strofa, annunciata, come detto, da un riff diretto e imponente, aveva perso un po' in dinamicità con il passare dei secondi, ma la melodia del refrain rimette subito a posto i tasselli, essendo un momento di discreta intensità espressiva. "La luce trascende alla nostra memoria, il buio discende sulla miseria. Quando spiriti senz'anima ghermiscono il battito cardiaco, ricordati che c'è una luce nel buio". Il refrain si fa pertanto portavoce di una speranza che fino ad un attimo prima sembrava non esserci. Le chitarre ruggiscono, a leggero discapito del basso di Unger, qui non proprio al massimo della sua presenza sonora. Nella seconda strofa l'obbiettivo si sposta sulle religioni, false e ingannevoli predicatrici di verità, che, servendosi del simbolo della "croce spogliata", hanno ridotto l'umanità al rango di schiava. Potere e creazione sono stati concepiti insieme, e con essi il privilegio del peccato, suffragato dall' indulgenza, avallato dalle investiture. Non esiste peccato per chi ha il "mandato divino" di compierlo.Un bell'assolo di Reynolds, degno della sua fama, fa da preludio alla terza ed ultima strofa, in cui ci viene mostrata la visione di un'umanità ormai sull'orlo della follia. L'immagine, tanto tragica quanto efficace, di un folle che si dimena e impreca mentre viene violentemente trascinato, ma che conserva ancora un briciolo di senno, quel tanto che basta per fargli invocare la sanità mentale, è l'emblema stesso di un crimine dai connotati del genocidio. La band non ha dubbi: in un mondo che ormai procede al rovescio, l'innocenza è andata persa per sempre, e insieme ad essa, le residue speranze di salvezza del genere umano. Ma sul finale del pezzo piomba nuovamente il refrain, che, paradossalmente, quelle speranze le riaccende, con il suo fascio di luce che squarcia l'oscurità.

Beyond All Reason

La seconda traccia, Beyond All Reason (Aldilà di ogni ragione), fa registrare un piccolo passo indietro rispetto alla opener. L'apertura è affidata agli arpeggi di Vanderhoof, ben presto seguiti da degli efficacissimi riff sincopati. Chitarre in grandissima evidenza che tessono potenti nerbate, mentre l'ottimo Plate imperversa dietro le pelli con ottimo piglio. Ritmi altalenanti si susseguono, in un pezzo che alterna brio e noia con impareggiabile equilibrio. Noia che, ahimè, mi duole ammetterlo, conferisce in massima parte il cantato di Munroe, qui meno incisivo e piuttosto statico. Eppure le lyrics, come quasi sempre per la band di Seattle, lasciano intravedere spiragli di interesse e una buona dose di fascino. Uomini che giocano a fare i profeti, i saggi, i leader politici, o anche a fare i pazzi, impongono la loro personalità e il loro potere facendo leva sulla buona fede di chi ne assecondi i voleri e di chi ne accolga le dottrine. Le strofe vivono dell'alternanza di cui dicevo prima tra parti serrate ed altre più introspettive, quasi la band volesse confonderci le idee. Lo stesso refrain, lungi dal farsi ricordare con facilità dall' ascoltatore, gioca un po' a mimetizzarsi nella strofa, complice quell'apparente ma persistente sensazione di svogliatezza di Munroe nell'interpretare il pezzo. Confonderci le idee, un po' come fanno i potenti di cui parla il testo, da sempre abili tessitori d'inganni, ai quali, da sempre, prestiamo devozione. L'errore più grande che l'umanità abbia mai potuto commettere è stato cercare dèi da pregare, eroi da invocare, re da servire, saggi da ascoltare, senza però rendersi conto che, così facendo, stava lentamente e inesorabilmente bandendo la libertà dalla sua stessa vita. Dettando un improvviso cambio di ritmo che, se non altro, ha l'indubbio pregio di spezzare la monotonia quasi opprimente che permea il brano, Plate porta dietro di sé sia Unger che Vanderhoof, dando così modo a Reynolds di produrre un breve assolo, eseguito il quale passa il testimone a Vanderhoof, che continua nel momento solista, inanellando giri classicheggianti dal sapore vagamente maideniano. Le tonalità tornano a farsi blande, ed il brano recita dunque il suo epilogo. Gli esseri umani scivolano ormai tra le pieghe del sistema corrotto al quale hanno dato vita, ma ormai è troppo tardi anche per trovare qualcuno da incolpare o anche solo per sperare in una qualche redenzione. Il prezzo da pagare si è rivelato alto, davvero troppo alto. La chitarra chiude il pezzo così come lo aveva aperto: con malcelata superficialità.

Mirror of Lies

Il sapiente bilanciamento tra parti power e parti thrash, tra melodia e furia, che è sempre stato un trademark dei Metal Church, è magistralmente espresso e sintetizzato in Mirror of Lies (Specchio di menzogne), terza traccia del platter. Premetto che si tratta di un brano che, proprio in ragione delle succitate osservazioni, incarna in pieno il più genuino Metal Church classic style, pertanto rasenta la perfezione espressiva. Ma non solo, dal momento che anche dal punto di vista esecutivo i cinque offrono una prova a dir poco eccellente, mettendo in mostra un amalgama invidiabile ed un affiatamento quasi maniacale. Ogni singolo musicista è calato alla perfezione nel proprio ruolo specifico, dando vita ad un brano che fa proprio dell'esemplare equilibrio tra le parti, il suo punto di forza. Nessuno oscura, nessuno prevarica, ma ognuno offre la propria performance dando, ognuno a proprio modo, un contributo determinante nell'economia dell'ensemble definitivo del pezzo. A cominciare dallo straripante riff di apertura, in cui Vanderhoof martella, da par suo, la sezione ritmica, mentre il funambolico Reynolds tesse sinuose melodie. Plate è un metronomo implacabile, Unger il battistrada di un'orchestra dagli ingranaggi più che oliati. Non poteva dunque mancare Munroe, il quale si inserisce nella strofa con grandissimo impeto, e uno straordinario appeal interpretativo. I ritmi sono notevoli perché Plate pesta lestamente sul pedale, imprimendo ottimi tempi, a cui tutti tengono dietro con estrema abilità. Le liriche ci raccontano di un uomo che, dopo una vita trascorsa nella convinzione di aver sempre agito per il meglio, arrivato a un certo punto del suo percorso, si volta indietro per vedere la strada fatta fino a quel momento. Scopre allora, con suo sommo sgomento, di essere stato vittima di menzogne che gli avevano letteralmente mistificato la realtà,dissimulando la reale comprensione degli eventi che aveva vissuto. Riflesse in uno specchio, come sottolinea Munroe nel refrain, egli vede tutte le menzogne di cui è stato vittima durante la sua vita. Capisce allora che deve ignorare lo specchio per non cadere nella trappola degli inganni che questo gli mostra, ma deve semplicemente chiudere gli occhi, riflettere sul senso delle sue azioni e ricercare la verità dentro sé stesso,a cominciare proprio dal suo passato. Le due strofe fin qui eseguite,si interrompono piuttosto bruscamente, per lasciar spazio al vero protagonista del brano, ossia il meraviglioso assolo eseguito, a mo' di sensazionali scambi, dalle due asce. Dapprima Vanderhoof, con fare più aggressivo, poi Reynolds, velocissimo ed estremamente pulito, esegue vertiginosi saliscendi sulla tastiera, per poi passare nuovamente il testimone al collega, che puntualmente gli restituisce il favore. La sezione ritmica conosce dunque un repentino stacco, in cui le due chitarre innescano un cambio di marcia che produce una poderosa cavalcata, mentre nel testo arriva il momento dell'epifania, della reale presa di coscienza del Nostro circa gli errori commessi, come un incantesimo che si infrange. Lo specchio non fallisce, allo stesso modo esso riflette un re piuttosto che un ladro. Sta poi ad ognuno di noi saper cogliere l'essenza dell'immagine riflessa, e non far sì che esso sia uno specchio di menzogne. I riff martellanti e cadenzati accompagnano Munroe al refrain finale, prodotto in un acutissimo scream, un gesto tecnico eccezionale, a metà strada tra diaframma e falsetto.

Disappear

La intro arpeggiata di Disappear (Scompaio), quarta traccia del full, crea atmosfere suggestive che lasciano il posto, dopo circa quaranta secondi, ad un robusto power chord, con cui Vanderhoof e Reynolds, sapientemente guidati da un Plate dannatamente massiccio nei panni di mattatore ritmico,danno vita ad un riffing dai contorni vagamente rockeggianti. Anche Munroe si adegua all'andatura piuttosto cadenzata del pezzo, intonando strofe quasi svogliate. Il brano in effetti ha un certo non so che di "narcotico" nel suo incedere, sensazione acuita ulteriormente dall'assenza di un vero e proprio refrain che si stampi nella mente. Le lyrics danno spazio, ancora una volta, alle riflessioni di un uomo che lo portano a compiere un'analisi retrospettiva della sua vita. Cos'è? Cos'ha fatto? Cosa è diventato? Perché ha l'improvvisa sensazione di essere come scomparso? È come se, di botto, gli venisse meno la memoria di una parte del suo passato. Sa di aver commesso atti per i quali ora sta pagando un prezzo molto alto e,nonostante i suoi immensi sforzi, non riesce a ricordare, né a riappropriarsi della retta via smarrita. Ha partecipato ad una guerra? Si è reso protagonista ed artefice di chissà quali efferatezze? Non è dato saperlo. La sola cosa certa è che si sente come scomparso. L'andatura pigra e quasi indolente subisce, a metà brano circa, una brusca sterzata. Plate aumenta il passo pestando sul pedale, e l'accelerazione impressa coinvolge repentinamente le due asce e il basso.Anche Munroe alza i toni, ed è come se il pezzo acquisisse una nuova linfa vitale. Siamo all'interno della parte più "metal" di una traccia prevalentemente hard rock oriented, e la sensazione che ne segue è estremamente piacevole. È un brano che, lo ripeto, non dà punti di riferimento, e l'assolo contenuto in questa sezione centrale dello stesso non sfugge alla regola. Aleatorio, quasi diafano, non lascia pressoché traccia di sé, cosa alquanto insolita per un tandem d'asce del calibro di quello in questione. Il Nostro afferma di sentire alcune voci nella sua testa, voci che gli riportano alla mente una follia di cui forse è stato partecipe ma di cui non ha memoria. Vede amici trasformarsi in nemici e resta spiazzato, oltre che incredulo, dinanzi ai progetti che il destino ha avuto in serbo per lui. Evidentemente, non è affatto ciò che lui si sarebbe aspettato. Ha vissuto come un uomo superficiale, un pazzo che, ripensando alle sue stesse parole, scopre di aver pagato un prezzo davvero troppo alto. Ora è tardi, tardi per pentirsi, tardi per cambiare le scelte fatte. La parte finale del brano vede il ritorno dei più blandi ritmi hard iniziali, e la riflessione più amara del nostro protagonista. Non può fermare il tempo e tornare indietro, non può dimenticare ciò che ha fatto,poiché i suoi stati d'animo glielo hanno improvvisamente rivelato. L'immagine che ha di sé stesso, deturpata e meschina, rimarrà per sempre impressa nella sua mente. La chiusura del pezzo, in fade, è speculare alla parte iniziale, e ci consegna un brano dall' andatura altalenante, ma dai contenuti assai profondi, nella loro estrema drammaticità. 

The Believer

The Believer (Il credente), quinta traccia del lotto, è un pezzo dal sapore decisamente hard rock, introdotto da un riff plumbeo e disturbante che contribuisce a rendere l'atmosfera pregna di una certa sofferenza. Le chitarre svolgono un gran lavoro, soprattutto Vanderhoof, che riesce a tirar fuori dalla sua sei corde quanto di più inquietante e angoscioso lo strumento possa riuscire a produrre, in un pezzo di questa portata. Lo stesso Munroe mostra una contagiosa empatia con la sezione strumentale, tirando fuori una interpretazione sofferta e ricca di pathos. I testi ci mettono al cospetto della figura del credente, così come lo tramandano le religioni, perennemente combattuto tra le idee di Male e Bene. Quella che abbiamo dinanzi agli occhi è una sorta di evocazione spiritica da parte del protagonista delle lyrics. Al termine del rituale, la figura che si eleva al centro della stanza pone il Nostro davanti ad una scelta: dovrà decidere se seguire la retta via oppure la strada del peccato. Il credente sarà, alla fine, il solo e unico responsabile delle azioni che deciderà di compiere. Dei cinque minuti e mezzo di durata del pezzo, più di metà trascorrono caratterizzati da un andamento piuttosto blando, anche se alquanto energico e ipnotico, con il lavoro di Unger al basso stavolta in grande evidenza rispetto ai brani precedenti. Anche qui manca un vero e proprio refrain, ma il "believer" del titolo viene pronunciato con grande enfasi, e rappresenta l'apice di un continuo crescendo d'intensità, accompagnato dai riff incessanti di Vanderhoof e Reynolds. A circa metà brano avviene la metamorfosi: Plate alza i ritmi portandosi dietro le due chitarre in quella che è una sorta di accelerazione, ma dai toni non troppo estremi. La parte più coinvolgente del brano è proprio questa, con Vanderhoof che si prodiga in un evocativo arpeggio, mentre Reynolds si lancia in un assolo molto distante, con la sua chitarra registrata a volumi più bassi, proprio per meglio rendere l'idea della vastità del vuoto, dello spazio infinito. Lo stesso vuoto che circonda la mente del nostro protagonista, annebbiandogli le facoltà cognitive, offuscandogli i ricordi. Per un attimo è tentato dallo scegliere il Male, ma alla fine, grazie agli immensi sforzi compiuti, riesce a stabilire la sua giusta dimensione spirituale, e a resistere al fascino del Male respingendone le lusinghe. In un testo per la verità assai criptico, come del resto vuole la tradizione Metal Church, la lezione che i Nostri sembrano voler impartire all'ascoltatore è più o meno questa: il credente non è solo colui che si professi seguace di qualsivoglia dottrina o chi scelga di obbedire a un dio necessariamente benevolo. Tutt'altro, il concetto di fede è quanto di più personale, relativo e soggettivo esista. Non esiste una fede benevola precostituita, così come non esiste un concetto assoluto di Male, ma sono sempre e soltanto le nostre intenzioni, i nostri pensieri a determinare l'esito finale delle nostre scelte. Conoscendo le tendenze intellettuali di Vanderhoof, è facile ipotizzare una velata presa di posizione contro gli estremismi religiosi, di qualsivoglia matrice. Non sarebbe la prima volta, essendo la discografia dei Metal Church piena zeppa di episodi che si muovono lungo questa direttrice, e che coinvolgono, in maniera ben più diretta, la bigotta e benpensante civiltà statunitense. La ripresa dei ritmi rockeggianti riporta il brano sui suoi binari iniziali, ed i riff vanno via via esaurendosi in fade fino alla conclusione del brano. Brano estremamente interessante, suddiviso in tre parti, la prima e la terza tra loro speculari, la centrale contenente accelerazione e assolo, per quello che risulta essere uno schema classico del songwriting della band di Seattle.  

Temples of the Sea

L'attacco arpeggiato in chitarre acustiche impreziosito da elementi orchestrali apre la suggestiva Temples of the Sea (I templi del mare), prima composizione sulla lunga distanza nella carriera della band statunitense, con i suoi quasi dieci minuti di durata. Nonostante le proporzioni e la mole, la traccia appare sin da un primo ascolto tutt'altro che monotona, men che meno banale. Il che è un pregio di cui tener notevolmente conto nei pezzi di questa tipologia. La noia è un nemico infingardo che incombe minaccioso, ma fortunatamente non è questo il caso. Si parte su ritmi piuttosto blandi, in cui a farla da padrone, oltre alla session acustica, è il timbro evocativo della voce di Munroe, un vero e proprio cantastorie pronto a narrarci di una civiltà remota e probabilmente scomparsa, le cui vestigia e testimonianze si perdono nelle pieghe del tempo. Il tono narrativo incute al pezzo un fascino ancestrale, mentre serpeggia lieve un certo gusto per sonorità retrò, precisamente settantiane. Il singer racconta in prima persona, come se vicende ed esperienze fossero state vissute direttamente, ma quel che appare poco chiaro è se le sue siano semplici reminiscenze oppure frutto di un sogno. Civiltà antichissime, misteriose, forse antecedenti al cosiddetto mondo civile, dedite a culti primordiali, e che nascondono chissà quali segreti. Dal racconto si ha la percezione che si tratti di una civiltà che aveva eretto templi sulle rive del mare, i cui adepti vengono letteralmente spazzati via dalle onde dello stesso, probabilmente durante una sorta di tempesta. Assieme ad essi, l'oceano si è portato via per sempre anche la memoria storica di un popolo, ma il compito di riesumarla e tramandarla ai posteri spetta proprio ai Metal Church. I toni, sin qui lievi e delicati, si inaspriscono repentinamente. Le chitarre di Vanderhoof e Reynolds ruggiscono, Plate percuote i Tom e Unger emette possenti vibrazioni col suo basso. Il brano ora acquisisce in toto i crismi della composizione metal, con la voce di Munroe a completare l'ensemble. Si viaggia sempre su un costante quattro quarti, ma è l'intensità ad essere considerevolmente aumentata, investendo tutti gli ambiti strutturali del pezzo, che sfociano nel refrain dai tratti mistici. "Sono mito o memoria questi templi del mare... siamo ancora in cerca di una risposta". Subito dopo il refrain, ripetuto due volte, la narrazione riprende. I ritmi restano serrati, e Munroe si ritrova a camminare da solo lungo una strada buia e deserta, tormentato da pensieri e cercando una risposta ai misteri di questo popolo sconosciuto e dimenticato. "Il nostro futuro" - egli afferma - "rivive nei nostri occhi tramite il passato, ed è impossibile ignorare la verità". Non viene però precisato di che natura sia la fantomatica verità, avvolgendo le lyrics in un alone di ancor più fitto e spesso mistero. È a questo punto del brano che risiede il vero prodigio compositivo. La chitarra acustica di Vanderhoof e il basso di Unger producono un delicato tappeto di note, su cui Reynolds, con la chitarra elettrica, emette flebili e quasi impercettibili suoni. L'incedere pacato si altera nella misura in cui tutti gli strumenti, a fasi alterne, danno vita ad un eclettico intreccio, i cui accordi rimandano la mente alla maestosità e alla leggiadria dei Deep Purple di "Child In Time". Pochi attimi, sia chiaro, ma più che sufficienti a produrre nell' ascoltatore sentimenti di nostalgia pura, proiettandolo di colpo più di trent'anni indietro nel tempo. Il che, per un brano che rievoca un passato, sia pur fantastico o leggendario, appare come uno strumento espressivo di sicuro impatto. Passato il momento onirico, i ritmi tornano rudi e muscolari, mentre, a livello narrativo, con uno schema ad hoc, giungiamo al culmine del pathos, con il dramma raccontato da Munroe che si consuma inesorabile davanti ai nostri occhi. "Imperversa una tempesta... fulmini infuocati cadono dal cielo, bruciando ogni cosa. Nessun luogo viene risparmiato all'ira degli elementi... si odono milioni di grida disperate". E qui Reynolds ci delizia con un assolo dei suoi, impetuoso e rabbioso quanto basta per sottolineare la tragicità del momento, il momento della disfatta, il momento della distruzione, il momento della cancellazione totale e definitiva di una civiltà dalle spoglie della terra, quasi avessimo a che fare con una Atlantide alternativa, rea di aver raggiunto chissà quale livello di conoscenza, accusata di ignominie e indicibili blasfemie, e proprio per questo punita da Dio. "Mentre cadiamo per sempre, insieme alle nostre conoscenze, diamo il nostro addio alla vita, con il terrore dipinto negli occhi, mentre la nostra terra viene inghiottita dal mare". È l'epitaffio agghiacciante di un popolo, e, insieme ad esso, di questo fantastico pezzo.  

Pill for the Kill

Con la settima traccia, Pill for the Kill (Pillola per uccidere), si ritorna su binari decisamente più thrash. Dopo esserci infatti lasciati alle spalle le suggestive divagazioni stilistiche del precedente brano, la band torna a colpire in pieno volto con un brano d'impatto, dal piglio diretto e dalla struttura semplice. Il riff portante posto in apertura di brano è di quelli rocciosi, mentre l'urlo mefistofelico di Munroe ci introduce nel tema delle lyrics, ossia quello della pazzia. La perdita di senno qui trattata è quella però derivante dall' abuso di medicinali antidepressivi, che recano con sé ingannevoli illusioni e traumatici stati d'ansia. Non è la prima volta nella loro carriera che i Metal Church insorgono contro il lato più oscuro e ambiguo della classe medica e della farmacopea (si pensi ad un brano come "Fake Healer", su "Blessing In Disguise", che metteva alla berlina i falsi guaritori), e qui tornano a trattare un tema sempre assai in voga negli USA. Ovviamente lo fanno a modo loro, con una bella mazzata vecchio stile, fatta di riff taglienti e ritmi serrati, con in più una certa predilezione per le linee di basso, qui più presenti e marcate che altrove. Ecco che allora vengono passate in rassegna nottate intere trascorse nella solitudine e nel vuoto interiore. Un vuoto che al protagonista pare di poter colmare in un solo modo: ingerendo dieci capsule colorate che regalano l'illusione della felicità, ma che in realtà non fanno che condurre alla follia. Un concetto mestamente sottolineato nel ruggente refrain che si serve di immagini cupe e fosche. "I Demoni si elevano implacabili dopo che si è cercato disperatamente di farli naufragare. Giusto il tempo di ingoiare una pillola... la pillola che uccide". Fuor di metafora, l'uccisione va senza dubbio interpretata non in senso reale ma figurato. Essa incarna la morte dello spirito, della volontà, della coscienza interiore. Una sconfitta, un palese atto di debolezza sottolineato in maniera eccelsa dall'enfasi interpretativa di Munroe. Il tutto assume tratti talmente drammatici da risultare quasi beffardi e grotteschi, allorché, colto dall'improvvisa sensazione di riuscire a fare a meno del venefico ausilio del farmaco, il Nostro, come in preda ad una sorta di raptus, inizia a urlare propositi di vendetta, con buona probabilità all'indirizzo di chi lo ha iniziato all'uso di simili espedienti. E lo fa con un inquietante sorriso dipinto sul volto. È il preludio alla pazzia, il dramma che si consuma imperterrito dinanzi agli occhi del patetico protagonista. Il pathos del momento è straordinariamente messo in risalto da un intermezzo strumentale di chiara impronta thrash. Power chord a manetta e sfuriate di basso e batteria in simultanea, per una galoppata distruttiva che sfocia nel funambolico assolo di Reynolds, zeppo di vibrati e distorsore, subito seguito dal tocco più classicheggiante di Vanderhoof, che ci mette ancora una volta al cospetto della più grande caratteristica compositiva dei Metal Church, ossia la sapiente fusione/alternanza di passaggi thrash e più spiccatamente heavy. Gli acuti di Munroe sul finale di strofa poi, non fanno che rendere il quadro ancor più sinistro e morboso. L'ultimo, agghiacciante verso dissipa definitivamente i veli dell'illusione, mostrando il protagonista ormai in completo balìa della più allucinante follia: "prendi queste, e tutto andrà per il miglio... credimi!" 

Son of the Son

L'ottava traccia, Son of the Son (Il figlio del figlio), è un pezzo in pieno U.S. Power/Speed style, dalle ritmiche travolgenti e rapide e dalle melodie acri. Si viaggia su binari ritmici davvero sostenuti, il main riff scolpito nel granito è incessantemente accompagnato dal basso pulsante di uno Unger davvero straordinario, così come micidiali risultano i potenti pattern di Jeff Plate dietro le pelli. Chitarre compatte e impostate sulla modalità "macchina da guerra" innalzano un solidissimo muro sonoro, su cui Munroe agisce agile e intraprendente, pur non toccando mai picchi vocali eccelsi. La struttura si articola su tre strofe intervallate da due refrain e un assolo suddiviso in tre parti, seconda uno schema piuttosto classico e comunque assai collaudato dai Metal Church. Il testo sembra invece essere il vero mistero di questo brano, come impone la tradizione della band. Esso si sviluppa infatti in un contesto narrativo che viaggia sospeso a metà tra realtà e invenzione fantastica, in cui facciamo la conoscenza di una sorta di eroe in grado di viaggiare a ritroso nel tempo, capace di occupare luoghi diversi in momenti diversi. Il suo straordinario potere lo pone dunque dinanzi a un bivio: farsi dominare dal delirio di onnipotenza che lo porta addirittura ad equipararsi a Dio, o convogliare tutte le sue forze per adempiere ad una nobile missione, quale quella di aiutare i deboli e gli uomini senza valore? L'incertezza sulla strada da seguire è sottolineata dal refrain, in cui, con l'incessante rullo compressore dato da chitarre e basso, Munroe lo esorta a "pulire le ferite della mente, certo che il suo nome verrà un giorno ricordato nello spazio e nel tempo come quello del figlio del figlio". Un eroe senza nome, dunque, le cui gesta saranno la sola testimonianza del suo passaggio sulla Terra. Egli dovrà spezzare le catene della prigionia ed ergersi a leader per poter condurre il genere umano alla salvezza. In un mondo senza ormai più regole, dovrà acquisire le conoscenze necessarie per aiutare gli oppressi. Il bridge strofa /refrain è immediato e rapidissimo, e ci conduce ad un sensazionale assolo in cui Reynolds apre le danze con estrema velocità, pulizia d'esecuzione, oltre che con grande perizia tecnica, mentre Vanderhoof, dopo un break dai forti richiami classici, inanella una serie di accordi cimentandosi in pentatoniche e distorsore a profusione. Il brano possiede davvero un bel tiro, come sottolineato del resto dalla ripresa del roccioso power chord che ci reimmette di fatto nell'ultima strofa. Il Nostro ha evidentemente ceduto alle lusinghe del Male, il figlio del figlio altro non si è rivelato che un ingannevole e debole emissario di morte e di dolore, poiché Munroe ci esorta a pregare fino al giorno della nostra morte, non rinunciando tuttavia mai a combattere la nostra personale battaglia. Ha sì tentato di ingannarci, ma non è impossibile sottrarsi alle sue mistificanti lusinghe, rimanendo fedeli a noi stessi. Un pezzo dai contenuti davvero criptici, non c'è che dire, in cui è lecito dare adito ad interpretazioni più o meno fantasiose, ma di certo mai banali. Una lieve variazione al riff portante, in concomitanza con una leggera accelerazione, conclude dunque la traccia in fade, con Munroe che ripete per l'ultima volta in che maniera verrà ricordato il temibile figlio del figlio. Una fama sinistra e ambigua che pare perpetrarsi e tramandarsi di padre in figlio, in un ciclo generazionale che non avrà mai fine, una sorta di minaccia perpetua con la quale il genere umano sarà eternamente costretto a misurarsi.

More Than Your Master

Giungiamo dunque alla nona traccia, More Than Your Master (Molto più del tuo controllo), brano che mette in risalto la componente più melodica e, perché no, anche epica dei Metal Church. Dagli atmosferici arpeggi acustici iniziali, ai furiosi palm mute successivi, il passo è davvero breve, e l'impostazione stessa del pezzo, unitamente all'interpretazione eccezionale di Munroe, riporta alla mente il British Heavy di maideniana memoria, con parti robuste e corpose che si alternano a fraseggi più ragionati. La struttura metrica, alquanto semplice e schematica, consta di due quartine seguite da due refrain e divise al centro da uno straordinario assolo, ma è il generale feeling del brano che, lungi dall'apparire scontato, lascia invece ottime sensazioni emotive. Il comparto lirico mette in luce le consuete visioni catastrofiche e semi apocalittiche tanto care ai cinque, condite da quel tanto di eroismo che emerge dalla loro concezione dell'uomo. Bella la strofa, bello il refrain. In un'epoca fuori dal tempo, il nostro protagonista si rende improvvisamente conto che vi sono delle voci che lo chiamano e lo invitano ad affrettarsi. Qualcosa di disastroso sta per accadere. "Qualcosa che è molto più forte del tuo controllo". Munroe pare fare il verso al Dickinson più teatrale dell'era post reunion, come testimoniano sia i bei vocalizzi iniziali che la potenza espressa nell'intonazione dei refrain. A metà dei quasi cinque minuti di durata, ecco sopraggiungere il succitato assolo, prova esemplare di tecnica, rapidità esecutiva ed estrema passionalità palesata dai due axemen, che si inseguono e si doppiano, come impongono i più rigidi e genuini dettami di un modo di concepire l'heavy mai del tutto estintosi, soprattutto alla luce del fatto che parliamo di una release datata 2006. Certe tradizioni sono dure a morire, in un mare di contaminazioni stilistiche. Per fortuna! Il brano riprende le sue trame drammatiche e visionarie: palazzi in fiamme, coltri di denso fumo nero che si ergono nel cielo durante l'incendio, il terrore che pian piano cresce e si impossessa degli animi di uomini, donne, bambini, che, correndo in preda alla paura, si chiedono sgomenti il perché di tutto il disastro che si vedono costretti a vivere. Un incubo, un delirio, uno psicodramma, di quelli a cui il buon Vanderhoof ci ha abituati, e che rimangono, nonostante il trascorrere del tempo, un suo costante cliché compositivo. Gli arpeggi acustici di inizio brano, sono anche quelli che, mestamente, lo chiudono.

Blinded by Life

Che i Metal Church siano una band che dà garanzie di affidabilità oltre gli schemi, oltre i trend, oltre le regole, lo dimostra una volta di più un brano come Blinded By Life (Accecato dalla vita). Niente che faccia gridare al prodigio dell'innovazione, sia chiaro, ma il classico pezzo tirato, abrasivo e diretto, con un refrain non eccessivamente memorabile, ma con un assolo da far drizzare i capelli. Tre minuti e mezzo di adrenalina, annunciati da un riffing tagliente e roccioso, oltre che da un lancinante acuto in falsetto del buon Munroe. Come tutti i brani di breve durata, punta tutto o quasi sulla ritmica sostenuta, andando però ovviamente alquanto a scapito della imprevedibilità. Quel che la band doveva dimostrare lo ha dimostrato, e anche bene, quel che in realtà abbiamo davanti è semplicemente esercizio di mestiere. Di ottima fattura, ma nulla più. Il testo reca in sé una delle tante lezioni che la vita può impartire, soprattutto quando ci si intestardisce nella difesa a oltranza di comportamenti sbagliati. È l'amara legge della vita, essere accecati, come recita il refrain, da circostanze che non fanno che allontanare dalla verità perché confondono le idee. Agire nella convinzione di far bene, ma ottenere in realtà il risultato opposto, è una di quelle situazioni che ti conducono con un piede nella fossa, se non sei bravo a riconoscerle. I Metal Church paiono sapere fin troppo bene quello di cui parlano ma, in tutta sincerità, a chi non è mai capitato? Basso, chitarre e batteria galoppano all'unisono, in un vortice ritmico che fa della potenza la sua arma migliore. Soprattutto le chitarre ruggiscono a meraviglia, mentre i possenti scream di Munroe rendono il tutto ancor più corposo e travolgente. Metà brano, ed ecco sopraggiungere un formidabile assolo, articolato, veloce, tagliente, il consueto duello chitarristico tra le due asce, come vuole la tradizione. Le dita di Reynolds scorrono rapide sul manico della Gibson, Vanderhoof distorce e prolunga le note in ripetuti vibrati, Unger frusta implacabile col suo basso, mentre Plate alterna magistralmente Tom, bassi e doppia cassa, non facendo per nulla rimpiangere Kirk Arrongton. Heavy/Power /Speed allo stato puro, in questa traccia sembra essere condensato quasi l'intero repertorio del combo di Seattle. È tempo di rientrare, ecco allora riprendere le fila del discorso nell' ultima delle tre quartine che compongono il brano. Munroe pare instancabile, davvero ottima la prova offerta dall'ex Rottweiler. Ottenebrati dalla ingannevole certezza di agire sempre nella giusta maniera, non riusciamo a vedere altro che le nostre ragioni, rifiutando anche l'aiuto che ci viene offerto da chi ha a cuore la nostra sorte, e tiene alla nostra incolumità. Quando ci rendiamo conto che abbiamo clamorosamente sbagliato, è davvero troppo tardi: non vi è più tempo per redimersi, il gioco perverso che abbiamo sin qui condotto, ora mette a nudo tutte le nostre colpe. "Ma siamo ormai con un piede nella fossa", sentenzia Munroe come terrorizzato, e gli striduli acuti finali non fanno che acuire le sensazioni di angoscia e disperazione.

Watch the Children Pray 2006

Solitamente non amo i remake, né in ambito cinematografico, né in quello musicale: il rischio che l'opera originale, nella trasposizione, perda quel quid di specifico che la caratterizza, è sempre molto alto. Devo però ammettere che la versione 2006 di un super classico storico della Cattedrale Metallica come Watch the Children Pray (Guarda i bambini pregare), uno dei tanti gioielli che compongono la tracklist di "The Dark", mi diede sensazioni più che positive già al primo ascolto. Il brano venne confezionato dalla band per celebrare e ricordare in maniera indelebile la morte del collega/amico David Wayne, avvenuta, come sappiamo, un anno prima della pubblicazione del full in esame. Quale brano se non questo dunque, poteva prestarsi meglio di qualunque altro alla causa commemorativa? Un pezzo dal feeling oscuro, plumbeo, denso di atmosfere crepuscolari, in cui il compianto frontman si rese protagonista di una prestazione vocale da brivido, oltre che di un appeal interpretativo di enorme spessore. Il buon Ronny Munroe ce la mette tutta per far rivivere all'ascoltatore la medesima intensità espressiva dell'indimenticato Wayne, e, francamente, riesce appieno nel suo intento. Il pezzo non perde un minimo di quel fascino evocativo che lo contraddistingue, anzi: se possibile, la veste produttiva moderna non fa che giovargli, unendo ai tratti cupi e un po' grezzi della versione madre quella pienezza e quella corposità sonora tipica del sound più moderno, ricreando una miscela sonora di sicuro fascino e di grande presa. Gli arpeggi sinuosi, sinistri, sensuali ci catapultano in un testo che, lo sappiamo, narra di un uomo che osserva, attratto da una flebile luce, come in preda ad un sogno malsano, schiere di bambini intenti a pregare tra le spoglie di un cimitero. Egli produce subito una serie di riflessioni riguardanti la vita ed alcune azioni insulse e malvagie compiute dall'uomo, come ad esempio la guerra. In seguito, in una sorta di accorato appello a Dio, non privo di un velato nichilismo ("attendiamo la nostra fine"), egli invoca la redenzione. I bambini assurgono allora a emblema stesso dell'epurazione, quasi fossero agnelli sacrificali deputati al riscatto dell'umanità dal peccato. Un testo molto forte, soprattutto per i tempi in cui fu concepito, reso ancor più inquietante dal videoclip girato appositamente per il pezzo, un estratto dai toni drammatici e al tempo stesso intrisi di una macabra poesia. I cinque musicisti sono calati appieno nelle atmosfere lisergiche del brano, che, attraverso la chitarra di Reynolds ma soprattutto di Vanderhoof, l'unico superstite del monumentale "The Dark", ci proiettano in una dimensione onirica. Munroe è un istrione, eccezionale nell'imbastire trame vocali dense di pathos. Pare quasi, ascoltandolo, di toccare con mano la sua riverenza nei confronti dello sfortunato collega. Il suo trasporto emotivo rende il brano suggestivo, ammaliante, e perché no, forse ancor più malinconico di quello originale, forse proprio in ragione del suo doversi relazionare con il cantante passato a miglior vita, ricalcandone le gesta canore, ma con la sua timbrica più calda e assai meno acre. Non c'è che dire, una vera e propria chicca che non può non commuovere i fans più attempati, quelli che hanno vissuto in prima persona i magici eighties, ma che riesce ad accostare al passato della band anche le più nuove leve. Il tutto, tenendo sempre nel dovuto conto il fatto che ci troviamo al cospetto di un gruppo da sempre colpevolmente ed estremamente sottovalutato.

Conclusioni

Onestà, coerenza, attaccamento alla tradizione, fedeltà, rispetto per i fans. Sono alcune delle parole che più mi vengono in mente quando penso o parlo dei Metal Church. E più passano gli anni, più mi corroboro nella convinzione di reputare questa straordinaria band uno dei più grandi esempi di coerenza musicale a trecentosessanta gradi mai esistiti. Analizzando il periodo di uscita di questa release (siamo nel 2006, ricordiamolo) possiamo facilmente constatare che, una volta passata l'ondata distruttiva e deleteria del nu metal, le tendenze espressive si reindirizzano verso una lenta ma progressiva normalizzazione degli standard. La riacquisizione dei canoni di classicità pare esser nuovamente e improvvisamente diventato il cruccio non solo delle numerose band che fanno capo ai cosiddetti generi "classici", ma delle stesse case discografiche, pronte nuovamente a investire in nomi altisonanti ma dal rendimento quantomeno altalenante. Il tutto poi acquista ancor più valore se si pensa alla vita professionale della band a dir poco travagliata, stretta nella micidiale morsa di split, drastici cambi di line up, minacce di scioglimento, liti furibonde con le etichette e chi più ne ha più ne metta. Tutte caratteristiche che l'accompagnano e la contraddistinguono praticamente da sempre. Pare fin troppo chiaro, dunque, come seguire un percorso improntato alla trasparenza e all'onestà intellettuale sia sempre stato, per i Metal Church, più una questione di etica che di arruffianamento di quella fetta di fanbase che pretende che le proprie band del cuore si ergano a unici e imperterriti baluardi del true metal. Come già accennato, la band ha già ampiamente dimostrato in epoche precedenti quello che è il suo reale valore, oltre che le proprie direttrici teoriche. Anzi, anche nella cosiddetta epoca d'oro del Metal, ossia i tanto osannati anni ottanta, riuscivano sempre e comunque ad essere la voce fuori dal coro, la band che, pur seguendo un iter segnatamente delineato e, mi si passi il termine, alla moda, era artefice di una proposta piuttosto di nicchia se paragonata ai veri e propri plebisciti di altri illustri moniker. Ovviamente in buona compagnia, se si pensa a nomi come Manilla Road, Virgin Steele, Anvil, Riot o Vicious Rumors, tanto per fare qualche nome. Tutti gruppi che mai e poi mai si sono piegati alle lusinghe del denaro, e non si sono fatte fagocitare dalla voracità del music business. Questo "A Light In The Dark" è dunque il tipico prodotto figlio del suo tempo, né più né meno che una lodevole ostentazione di coerenza e di amore smisurato per la musica, per ciò che si è sempre suonato, a prescindere dalle tendenze e da imposizioni di svariata natura. Un disco che, a mio giudizio, si assesta una spanna sopra alla precedente release, la quale rappresentava una vera e propria incognita, visto l'ennesimo stravolgimento di formazione che l'aveva preceduta. Questo disco ha, se possibile, di aggiuntivo, una velata malinconia e una sorta di riverenza percepibile tra le righe, sicuro strascico della dipartita del collega/amico David Wayne, avvenuta proprio mentre la stesura dei pezzi era in fase di divenire. Al tempo stesso è un album suonato con disarmante dimestichezza e fervore semi adolescenziale, quasi come se i Nostri si fossero rinchiusi in cantina o in garage qualche giorno prima della pubblicazione dello stesso. Un entusiasmo che ha del commovente, non riscontrabile nemmeno in band anagraficamente più giovani, e sfido chiunque a sostenere il contrario. Jeff Plate non è certo l'ultimo arrivato, vista la sua militanza nei Savatage, così come Jay Reynolds, ex mitica ascia dei sottovalutatissimi Malice, chitarrista dall'immenso bagaglio tecnico e dalle indubbie doti in fase di songwriting. Di Vanderhoof, autentica bandiera della band, vero e proprio dinosauro del Metal sopravvissuto al Giurassico, non credo di dover poi argomentare più di tanto. Un artista capace, di volta in volta, di rimettersi in discussione, nonostante un curriculum strepitoso. Quanto avrebbero da imparare in termini di umiltà taluni altezzosi rappresentanti di nuove leve, da gente che ha fatto la storia! Chi vuole trascorrere un'ora del proprio tempo ascoltando dell'ottimo power/thrash di vecchia scuola, è pregato di entrare e di accomodarsi, ancora una volta, tra le navate della Cattedrale Metallica, e poco importa se non vi è spazio per l'innovazione o la sperimentazione. Dopotutto, solitamente, in chiesa ci si reca per espletare la propria fede. Io, dal canto mio, non posso che caldeggiare l'ascolto di questo fruibilissimo e onestissimo full, e urlare fieramente a pieni polmoni: onore ai Metal Church!

1) A Light in the Dark
2) Beyond All Reason
3) Mirror of Lies
4) Disappear
5) The Believer
6) Temples of the Sea
7) Pill for the Kill
8) Son of the Son
9) More Than Your Master
10) Blinded by Life
11) Watch the Children Pray 2006
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