MESHUGGAH

The Violent Sleep Of Reason

2016 - Nuclear Blast

A CURA DI
FABRIZIO IORIO
29/12/2016
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Registrato presso i Puk Studio, mixato presso gli Antfarm Studio in Danimarca, e masterizzato in quel di Stoccolma, il sette di ottobre vede la luce l'ottavo album in studio degli svedesi Meshuggah; "The Violent Sleep of Reason", questo il titolo del disco in questione, deve il proprio nome nientemeno che al famoso quadro di Francisco Goya"Il Sonno della Ragione Genera Mostri", capolavoro esposto al museo Biblioteca Nacional de Espagna Madrid. Abbiamo detto che questa opera d'arte è un quadro, ma in realtà è una incisione realizzata nel 1797 e facente parte di ben ottanta realizzazioni racchiuse in un volume dal nome I Capricci. In questa opera viene raffigurato un individuo (molto probabilmente lo stesso autore) addormentato sulla propria scrivania con attorno delle creature appartenenti al regno animale, quali gufi, pipistrelli e gatti, creati dalla mente stessa ma resi in maniera grottesca, i quali vanno a simboleggiare in vari modi i punti deboli dell'essere umano. Con questa opera, Goya voleva far riflettere (mediante un impatto forte e violento) circa ogni tipo di male incombente sulla società del proprio periodo. La follia, la perdita di raziocinio, la mancanza di lucidità. Ma perché raffigurare le paure attraverso il sogno? Semplicemente, perché il corpo umano (inteso esattamente come fisico) agisce perfettamente in maniera meccanica, ricevendo ordini, elaborandoli e dunque eseguendoli; mentre la ragione non sempre riesce ad agire in maniera "computeristica", dato sì che la mente umana è quanto di più complesso esista al mondo. Capace, quest'ultima, di farci impazzire, di andare dove vuole lei, senza lasciarci alcuna possibilità di avere anche un minimo di controllo su di essa. Il sogno è questo: un momento in cui il nostro cervello continua a funzionare, benché il nostro corpo sia fermo, benché siamo noi insensibili a tutto ciò che ci circonda, assopiti. Immagini che non possiamo controllare, situazioni che non possiamo lenire o diminuire.. in quel preciso momento, la mente si sbizzarrisce, bombardandoci di luci, suoni, ombre, dalle sfumature impalpabili e sfuggenti. Un po' come la musica dei Meshuggah del resto; la cui proposta, anche in quest'ultimo lavoro, lascia decisamente attoniti e stupefatti. La cover del disco (illustrazione affidata, com'è dal 2012, all'artista Luminokaya) è maledettamente malata come da tradizione, constando in un uomo avvolto in delle spire tentacolari, addormentato. Spire vagamente rimandanti ad animali quali serpenti e scolopendre, proprio per creare una sorta di parallelismo con le bestie di Goya. Una trovata particolare, sui generis: i nostri, dopo tutto, non hanno mai nascosto il fatto di voler catturare l'ascoltatore anche solo visivamente. Una figura inquietante attorniata da tentacoli meccanici i quali, come nell'incisione appena descritta, sembrano voler simboleggiare quelle paure generate dalla mente che si manifestano attorno a noi, minacciose ed avvolgenti. Il disco, dicevamo, arriva dopo quattro anni dal precedente ed ottimo "Koloss", il quale godeva di una pesantezza disarmante in termini musicali, in grado di lasciarci annichiliti per potenza e profondità strutturale. "The Violent Sleep of Reason", dal canto suo, non si rivela essere da meno. Esce nuovamente sotto "Nuclear Blast", la quale sin dal lontano 1991 aveva già capito l'enorme potenziale che poteva esprimere la band di Umea. Diciamo subito che per la registrazione di questo nuovo album, la band ha cambiato un po' la propria natura nonché le proprie abitudini. Se Infatti in passato i Nostri si sono avvalsi di nuove tecnologie per far in modo che il tutto risultasse e risuonasse al meglio (come per esempio la stessa batteria di Haake, la quale in "Catch 33", sostituita da una drum machine), in questo preciso caso i Meshuggah decidono di registrare tutto l'album in presa diretta, cercando di donare un sound più fresco ed estremamente schietto. Un lavoro che per certi versi segna una svolta, un nuovo corso per la band di Kidman e soci. Considerando poi il fatto che l'attesa per una nuova release (dopo il grandissimo "Obzen" del 2008, e l'eccellente "Koloss" del 2012) era diventata per i fan a dir poco spasmodica. Cosa dovremmo aspettarci, dunque? E' una domanda che non trova una vera e propria risposta, almeno in prima battuta. Il perché risiede dal fatto che i Nostri sono a dir poco imprevedibili e ci hanno abituato, ad ogni loro uscita, ogni volta a delle corpose e decisive novità. Disco pesante? Tecnico? Devastante? Imprevedibile? Potremmo pensare a dischi quali "Nothing""Catch 33" o lo stesso "Koloss", estremamente tecnici e mostruosi nel loro proporsi; oppure a "Destroy, Erase, Improve" od "Obzen", capolavori musicali di difficile classificazione, saldamente serbati nel cuore di ogni appassionato. Sono tutti motivi validi per approcciarsi a questo nuovo lavoro con assoluta curiosità. Piccola annotazione, è il fatto che tutti i componenti della band hanno scritto e partecipato al processo di songwriting, tranne proprio il singer Jens Kidman. Come antipasto, sono usciti due lirycs video per i brani "Nostrum" "Born In Dissonance", seguiti dal primo videoclip dell'opener  "Clockworks". C'è da dire, infine, che il nostro ensemble ha abituato i propri seguaci molto bene. La loro discografia, del resto, parla chiaro: dischi di assoluto valore, magari un paio di episodi leggermente sottotono, ma sempre di grandissima qualità. Insomma, fino ad ora i Meshuggah non hanno praticamente sbagliato un colpo, e poco importa se per dare forma alla loro arte hanno impiegato diverso tempo. Conoscendo la cura maniacale espressa prima di ogni uscita, siamo sicuri che anche questa sarà di grande qualità. Anche dal punto di vista più fisico e "vezzeggiativo", se vogliamo. Il disco, oltre al classico formato cd, cd digipack e vinile, viene infatti immesso sul mercato anche in un formato box set limitatissimo a solamente mille copie, contenente la maschera in latex raffigurata in copertina, poster ed amenità varie. Soprattutto, ogni copia è arricchita da un certificato di autenticità. Gli elementi insomma per raccontarvi il nuovo disco ci sono tutti; un'ora di musica che ora andremo a  narrarvi.

Clockworks

Ad introdurci in questo nuovo capitolo ci pensa il brano più lungo del lotto, ovvero "Clockworks (Orologeria)", con i suoi sette minuti e quindici di durata. Una volta iniziato il pezzo, veniamo letteralmente inondati da una tempesta sonora che definire devastante sarebbe a dir poco riduttivo. Il drumming è al solito tecnicissimo e chirurgico, ma basso e chitarre sono un qualcosa di tremendo ed estremamente violento. Una pesantezza messa subito lì, sparata in pieno volto con il solo scopo di stordire immediatamente. Ad un certo punto, in questa introduzione strumentale, si aggrega la seconda chitarra, la quale estremizza ancora di più il suono con una impostazione aliena e disturbante. Il tutto dura un minuto esatto, un minuto in cui la band mette subito le cose in chiaro, un minuto che basterebbe a far rimanere stordito chiunque. Dopodiché arriva giustamente il momento di ascoltare la voce malata e monocorde del singer Kidman, il quale ci narra il processo di modernizzazione dell'essere umano, abbandonando quest'ultimo la carne a favore di una nuova tecnologia. Il corpo umano viene visto come un macchinario assolutamente da smontare, gli occhi devono necessariamente essere riprogrammati, e devono essere in grado di vedere ben oltre quello che solitamente si è abituati a vedere. A sottolineare questo passaggio, la band dà libero sfogo di sé con un passaggio chitarristico e ritmico impetuoso e durissimo, in grado di far saltare dalla sedia chiunque. Come in una catena di montaggio, il corpo viene etichettato e depositato, smontato e bruciato per essere sicuri che ogni singola ed obsoleta parte precedente non possa mai più venire utilizzata. Gli ultimi resti, infatti vengono letteralmente sradicati, e dunque l'io che conoscevamo ed abbiamo sempre conosciuto viene sepolto e distrutto. In questo preciso momento la ritmica si fa più sostenuta, Haake inizia a pestare veramente duro sul rullante, per non parlare della doppia cassa che viene martoriata tramite un lavoro disumano per quanto riguarda tecnica e potenza. Arriviamo dunque alla parte dell'assolo, se così vogliamo chiamarlo; sì, proprio perché la chitarra di Thordendal risulta pazzesca con quel suo suonare stonato. Un utilizzo stralunato della sei corde, propedeutico al creare una situazione talmente fuori dal comune che probabilmente solamente i Meshuggah avrebbero potuto immaginare. Quella a cui eravamo abituati è sempre stata una macchina ingannevole, eravamo in un corpo antiquato e vivevamo in una situazione piena di menzogne. Kidman dà proprio per questo il meglio di sé, sfoderando delle urla laceranti, squarciando ogni tipo di pensiero, mentre i compagni appesantiscono ancora di più la proposta sonora con delle soluzioni articolate e massacranti, che non lasciano scampo. Il temporeggiare al minuto 3:56 ci lascia sulle spine, avvertiamo successivamente un brevissimo stacco che fa ripartire la band con una deflagrazione esagerata ed un cantato che definire aggressivo sarebbe un eufemismo. La foga è disarmante, la violenza è sempre lì, pronta a colpire duramente l'ascoltatore. Ed appunto questo corpo viene visto non più come una parte viva di noi, ma semplicemente uno strumento, un aggeggio antiquato e mal funzionante che ad un certo punto ci porta a credere che la soluzione migliore sia proprio quello di cambiarlo, di cambiare la propria vita. Torniamo a sentire quelle tempistiche distopiche di inizio brano, ed Haake gioca molto sul suo tom e sul proprio timpano, per concludere un primo brano allucinante che evidenzia la crudeltà umana nel farsi del male pur di migliorarsi a qualsiasi costo. Arrivati alla fine dell'ascolto della prima traccia, non vi nascondo che un senso di timore mi ha pervaso per qualche minuto. Una presentazione così terremotante capita raramente, e vi devo dire che questi primi sette minuti lasciano piacevolmente storditi. Un senso di smarrimento generale, che però risulta essere piacevolissimo. Ad ogni ascolto "Clockworks" migliora, rende al meglio e si avvertono delle sfumature particolari. C'è anche da dire che ad ogni ripetizione la song sembra pesare sempre di più, e si apprezza tantissimo il lavoro individuale nel ricercare delle soluzione sempre più incredibili ed uniche. Questo brano ci presenta i Meshuggah del 2016 con un cazzotto in faccia da prognosi riservata. 

Born In Dissonance

"Born In Dissonance (Nato nel Dissenso)", al contrario, si presenta come il brano di minor durata dell'intero album, ed è anche il pezzo a beneficiare del primo liryc video usato per la presentazione di "The Violent Sleep of Reason". L'inizio non si discosta poi molto dalla traccia precedente, ed infatti troviamo sin da subito un assalto sonoro sincopato che si presenta subito così, in your face, senza nemmeno un minimo preavviso. Le chitarre di Thordendal Hagstrom sono pesantissime, così come del resto l'ottima e sempre demolitrice sezione ritmica composta dal duo Haake/Lovgren. Chiaramente aspettiamo il cantato di Kidman, il quale non si fa attendere molto, prima di conferire udienza. Ci spiega l'origine di esseri che incarnano ogni elemento violento presente nell'umanità, i quali fondono violenza e carne per creare un qualcosa di unico ed estremamente malvagio. Tra il termine della prima strofa e l'inizio della seconda, dove troviamo la frase "Puoi chiamarci avanzi, poiché siamo tutto ciò che sarà lasciato", facendoci intendere che ogni cosa perduta non potrà più essere riacquisita e donerà forza estrema a queste creature, sentiamo un passaggio di basso ed un generale riffing work che pian piano sembra volerci spingere verso un abisso infinito, con una partitura che man mano tende a scendere di tono fino allo sfinimento. Una trovata assolutamente geniale, in cui i Nostri riescono a rendere al meglio quell'idea apocalittica che si respira leggendo il testo. Testo che prosegue narrando le origini di queste creature, esse dislocate in soli differenti "Per catturarne la creazione" e renderla incompleta. Una sorta di preparazione, di unione se vogliamo, di un qualcosa di estremamente pericoloso che molto lentamente sta cercando di prendere una forma definitiva prima di colpire duramente. Il lavoro di doppia cassa è imponente, è talmente preciso che non fa altro che confermare le eccezionali qualità tecniche del batterista, sempre monumentale ed imponente. Stanno arrivando, arrivano per farci scontare tutte le nostre colpe con questa energia nata appunto dal dissenso prima ancora della comparsa della primissima stella. A questo punto sentiamo un assolo; ma si sa, gli assoli dei Meshuggah sono un qualcosa di strano e particolare. La sensazione di pazzia resa in musica è palpabile, ed un senso di disturbo nella mente di chi ascolta inizia veramente ad emergere. E' questo l'obbiettivo della band, quello di portarci alla pazzia prima ancora di aver assestato il colpo finale. E' giunto il momento di svelare l'identità di questi individui, che sanno di essere un'entità sacra; "Nella lingua umana siamo l'apocalisse perché portiamo con noi la distruzione": eccola, così implacabile nel suo essere, così violenta nel suo proporsi e così delicata ma allo stesso tempo ruvida nello spazzare via ogni cosa. Il cantato anche in questo caso è molto monocorde e non si discosta molto dalle ultime produzioni della band, risultando bene o male sempre molto simile ma oltremodo deciso ed aggressivo. Il riffing anche qui è devastante ed incarna il senso di distruzione imminente che si sta per abbattere su di noi, mediante un incrocio spaventoso da parte delle due asce, uno scambio che mette veramente i brividi. Il brano si conclude magistralmente con un ultima strofa, la quale sa tanto di minaccia poiché annuncia la venuta di questa apocalisse, nonché la realizzazione di ogni nostra intrinseca paura. Quindi sono le nostre paure, a generare questa energia negativa che si ritorcerà contro di noi, con una violenza di tale portata da non riuscire alcunché più a fermarla. Per quanto riguarda invece la parte conclusiva prettamente musicale, siamo di fronte ad una delle più belle conclusioni mai eseguite dalla stessa band, con una batteria che "sacrifica" tom e timpano come solo Tomas ci ha da sempre abituati, e delle chitarre splendide; con la ritmica che sembra quasi rassegnata nell'imporre il proprio incedere, e quella solista che ricama distorsioni disperate e mortifere. Un brano bellissimo che trova i suoi punti di forza attraverso la graduale scoperta di queste creature, tenendo di fatto l'ascoltatore sempre sulle spine, e soprattutto in un finale molto atmosferico ed avvincente. 

MonstroCity

"MonstroCity (Città di Mostri)" si apre, come di consueto, con una raffica di riff incredibile ed incessante che vede le due chitarre di Thordendal e Hagstrom intersecarsi alla perfezione, creando un muro sonoro avvincente ed esaltante. Il tutto è "sistemato" da una sezione ritmica come al solito precisissima e perfetta, la quale si destreggia in maniera egregia per sostenere quell'ultimo tassello che serve a sorreggere un qualcosa di gigantesco ed imponente. L'ascolto si fa piacevolissimo, ed al diciannovesimo secondo il brano sembra voler decollare, ed invece si ripete questa parte bellissima che prosegue imperterrita disorientando un po' l'ascoltatore, il quale ora si aspetta il cambio di rotta pur non sapendo effettivamente quando questo possa arrivare. Ecco che al secondo 37 succede qualcosa: il drumming inizia a frenare e le chitarre si contorcono leggermente, e sentiamo una ritmica solistica impostata sulla prima corda che graffia ed affonda per un breve momento tutti i propri artigli fino a voler raggiungere la tromba di eustachio del nostro orecchio, per sradicarla via con estrema violenza. Un inizio fantastico che ci consegna sicuramente i migliori Meshuggah del periodo. Arriva giustamente il cantato di Kidman, il quale manco a dirlo, è di una pesantezza infinita, ma in questo caso sembra avere una marcia in più e ci narra di una città del terrore dove la capitale di questa Totalitarianopolis è puro terrore e rovina. Qui viene sacrificato l'uomo e la sua autonomia, qui vige l'adorazione del tiranno il quale impone la sua legge e le sue regole. Il riff a questo punto sembra voler correre leggermente più veloce del cantato stesso, e la sensazione generata è fantastica. Una rincorsa continua verso la perfezione sonora dove ogni elemento diventa indispensabile per l'altro, andando a completarsi in un puzzle disumano di elevata pazzia. La batteria di Haake si rivela come sempre fondamentale, ed anche se può apparire discretamente semplice, il lavoro di doppia cassa è davvero incredibile. Si scappa da questa città per abbracciarne un'altra, ovvero questa Monstrocity dove tutto è illusione e dove si conosce il nome di ogni abitante residente in questo posto. Non ci sono segreti, e mai ci saranno. Con questa parte si arriva ad un ritornello affascinante e maestoso dove la band esplode letteralmente in tutta la sua furia disumana, e dove possiamo trovare quelle chitarre in sincrono di inizio brano che vogliono raccontare da sole un po' la sofferenza umana, ed un po' la speranza riposta in questo posto. Alla sua conclusione sentiamo un assolo chitarristico che viene esibito con un tapping furioso e disumano, come solamente la nostra band ormai ci ha abituato a sentire. Questa non è una semplice città, è un regno, un impero di fantasmi immaginari dove ognuno conosce la propria verità, e dove intolleranza e pregiudizio riempiono l'adempimento del proprio dovere. Quella che in definitiva doveva essere l'ancora di salvezza, si rivela nient'altro che lo specchio perfetto della vita precedente, facendoci ripiombare nel più buio e terrorizzante degli incubi. Siamo costretti ad essere sottomessi per l'eternità e non esiste alcuna via di scampo. Qui il lavoro delle chitarre si fa ancora più pesante, ed utilizzando una scala totalmente in discesa, i Meshuggah riescono a donarci la sensazione tangibile di essere letteralmente trascinati verso l'abisso. Un lavoro studiato sicuramente nei minimi dettagli, e dobbiamo dire che l'effetto ottenuto è incredibilmente "reale". A questo punto il brano non si sposta più da queste coordinate, ed un ultimo suono di amplificatori lascia concludere sicuramente uno dei pezzi forti del disco. Un inizio grandioso che sfocia in un qualcosa di terrificante e violento, senza però essere mai banali (avete mai sentito i Meshuggah esser banali?), dove sale una tensione indescrivibile durante l'ascolto. Un pezzo fantasioso che mette di fronte una realtà inquietante, ovvero quella che in un modo o nell'altro saremmo sempre schiavi di qualcuno assetato di potere, il quale ci ridurrà in catene per il resto della nostra vita. Già vedo il cartello in fondo alla strada: "Welcome to Monstrocity",  la quale ha tanto il sapore di una Elm Street qualsiasi. 


By the Ton

E' il turno di "By the Ton (A Tonnellate)", la cui introduzione è a dir poco alienante. Le due asce ricamano un suono in grado di disorientare, mentre la sezione ritmica è sin da subito minacciosa e truculenta. Un avvio mostruoso che si tramuta in una prima strofa dai toni sincopati e bassissimi, in cui la pesantezza vera e propria la fa da padrone. Una prima strofa ci racconta la visione del nostro sub conscio attraverso lo specchio d'acqua di una piscina, dove nel riflesso si intravede una sorta di bestia che va a simboleggiare le nostre paure più remote. Non tutto però è da prendere nel senso più negativo del termine, dato che si può per lo meno vedere la realtà delle cose, anche se in maniera decisamente estrema. Verità bruciante e sconvolgente, sempre meglio però di rassicuranti bugie. Il cantato è come di consuetudine cattivo, ruvido, violento e penetrante, mentre la ritmica viaggia sempre in maniera lenta e soffocante. I Nostri cercano un modo per stringere il collo dell'ascoltatore, il quale si sente intrappolato in una morsa di dolore e disperazione, in una sezione strumentale (non troppo avvincente per la verità), ma di sicuro impatto e violenza. Ognuno di noi pensa di aver visto ogni tipo di verità, si pensa in generale di conoscere ogni cosa e di conseguenza crediamo di sapercela cavare in ogni situazione. Eppure regna un mondo di ignoranza, e l'incredulità che si stampa nei nostri volti ad ogni smentita rischia di farci passare notti insonni per cercare di capire dove stiamo sbagliando, nonché come affrontare determinate situazioni. Qui la band mostra i muscoli sfoggiando un sound bello corposo, ma che al tempo stesso risulta essere un po' troppo fine a se stesso nel tentativo di riempire un brano molto lento e forse fin troppo prolisso. Le meccaniche sono sempre le stesse, ovvero, chitarre belle pompate, voce potentissima e basso incalzante. La batteria in questo caso è fin troppo statica, e nonostante la grande maestria espressa, non riesce a conferire quel tocco di classe che forse avrebbe potuto far apprezzare meglio questo episodio. Si prosegue comunque a narrare di questa voce maligna dentro ognuno di noi, la quale ci comunica a chiare parole: "Se tu sapessi come il vostro modo di vivere mi sostiene", proprio per farci capire quanto l'odio e la superficialità umana non facciano nient'altro che alimentare questa negatività infinita, accrescendone continuamente il potere. Dal canto suo, la nostra volontà di reagire (anche minimamente) non fa altro che accrescere quella voglia di morte e sterminio che istintivamente risiede nel nostro profondo. Arriva anche una promessa, una inquietante promessa: "La promessa di spargere rosso a tonnellate"; sangue, morte e tanta, tanta sofferenza. E' questo l'essere umano liberato delle proprie catene, è questa la sua natura. Sopravvivere sterminando i più deboli per essere il migliore. In questo finale non ci sono purtroppo delle grosse variazioni, e difatti il muro sonoro (seppur imponente) non riesce del tutto ad essere convincente. La bravura dei singoli membri non si discute, ma sinceramente mi sento di dire che a questo pezzo manca qualcosa. Un qualcosa che possa far sobbalzare dalla sedia come per esempio nella traccia precedente, una qualche situazione in cui far vedere di cosa i Meshuggah siano capaci (non che ce ne sia bisogno sia chiaro). Un pezzo troppo, troppo lineare, in sostanza. Il testo è piuttosto breve ma pieno di sostanza, ed è sicuramente la parte migliore di questa "By the Ton".

Violent Sleep of Reason

"Violent Sleep of Reason (Il Violento Sonno della Ragione)" viene introdotto da brevi suoni inquietanti, che immediatamente fanno partire una sezione ritmica incostante e cervellotica, con tanto di virtuosismo chitarristico molto ben studiato, il quale risulta essere meno pesante del solito. Questa sensazione viene letteralmente spazzata via in un secondo momento, ovvero quando nella seconda parte di questa introduzione la otto corde di Thordendal inizia a tirare dei fendenti allucinanti con una potenza incredibile e devastante. Il drumming è meno cervellotico ma è sempre molto personale ed allucinante per esecuzione ed interpretazione. Dopo un bel minuto di follia musicale, arriva il momento di assaporare le grida disumane di Jens , il quale inizia a raccontarci di una personalissima visione e contestualizzazione dell'uomo, inteso quest'ultimo come essere pensante, in grado di acquisire attraverso i propri sogni dimensioni ogni volta diverse. In questa fase, quella onirica, avviene un qualcosa: viene applicato ai nostri occhi una sorta di velo che gestisce il nostro pensiero, facendolo concentrare su quella che è la realtà che noi tutti cerchiamo di nascondere o di far finta di non vedere. L'ignoranza generale alimenta una guerra che poi, in fin dei conti, non è nemmeno la nostra guerra; e la qualsivoglia forma di vergogna che si manifesti attorno ai nostri ideali, non fa altro che fare da lubrificante per continui inganni e menzogne. Questa prima strofa è sostenuta in maniera esemplare dalla band, mediante tempi assurdi, lenti ma cervellotici, scanditi da chitarre stoppate allo sfinimento. Al termine, la seconda ascia di Hagstrom immette delle sonorità disorientanti, semplici ma dotate di una atmosfera terrorizzante ed assurda. Haake dal canto suo inizia a tormentare i propri crash, così come il proprio rullante che viene assalito senza farci avere la benché minima percezione di quello che stia accadendo. I colpi infatti sono talmente inaspettati che risulta quasi difficile capire quando il prossimo verrà assestato. Seconda parte, e si continua spiegando che qualsiasi forma di tradimento non fa altro che sostenere il più terrificante tradimento umanitario. L'uomo, in poche parole, non tradisce solamente se stesso, non tradisce solamente l'individuo, ma tradisce l'intero genere che di conseguenza tradisce a sua volta rivoltandocisi contro. Una catena infinita fatta di menzogne, terrore e morte. E' una inclinazione mortale che da sempre contraddistingue l'uomo, e la decadenza di un' intera specie è sotto gli occhi di tutti. L'unica soluzione, o meglio, una soluzione plausibile a detta della band, potrebbe essere il sacrificio di anime innocenti che purifichino in un certo senso l'intero modo di esistere e di vivere la vita. Alla conclusione di questa seconda strofa ritroviamo quella chitarra aliena e disarmante che riesce a suscitare un senso di squilibrio psicofisico, che destabilizza a livello sensoriale e motorio. Sicuramente un gran tocco di classe che ormai non ci sorprende nemmeno più di tanto dato la caratura della band e dalle esperienze passate ascoltando i loro lavori precedenti. Eppure riescono sempre a sorprendere con delle trovate assurde e geniali. In questo frangente il drumming si fa più sostenuto, sempre caratterizzato da soluzioni disumane, ma alzando l'asticella verso un livello superiore di estrosità. Ora si inizia a sentire il dolore fisico che scorre molto lentamente attraverso la nostra schiena, e che penetra con assoluta facilità fino a disintegrarne l'interno. In sostanza siamo una parodia di noi stessi, perché siamo forgiati dalla nostra ignoranza e dalla nostra immoralità, modi d'essere i quali inesorabilmente ci porteranno a picco con loro. Ora il suono si "ammorbidisce" leggermente creando un alone di mistero intorno a sé, ma ci pensa la solita grinta del singer a mettere subito le cose a posto. Infatti il sound riprende potentissimo a macinare riff bassissimi in attesa di un finale a mo' di cesoia. Il nostro destino è già segnato ancora prima di nascere, dove la sofferenza è l'effetto causato da questa ignoranza persistente. Atto finale che vede i Meshuggah proseguire in maniera grintosa fino ad arrivare ad una conclusione di brano dove viene lasciata sfumare una chitarra imponente che si riprende inaspettatamente con un aumento disorientante di volume distorto. Il brano gode di numerose variabili ed è estremamente particolare, ma al tempo stesso riesce a trasmettere perfettamente l'essenza del tema trattato, ovvero il completo declino dell'uomo. Il quale passa proprio attraverso alla sua immoralità ed alla propria ignoranza. Il confronto con la realtà di tutti i giorni e la realtà veritiera che si manifesta mentre noi siamo inermi ed immersi nei nostri sogni, non regge il confronto. Il nostro subconscio cerca di metterci in guardia, cerca di farci ragionare sui motivi del nostro fallimento come essere viventi. Ma niente, una volta svegliati si dimentica tutto, e si continua questo processo giunto ormai al punto di non ritorno.

Ivory Tower

"Ivory Tower (Torre D'Avorio)" è introdotta da una sezione ritmica imponente e da una chitarra minimale e devastante. Il suono sembra volerci far sprofondare in un abisso tanta è la pesantezza espressa in questo inizio. Il lavoro di doppia cassa è come sempre impeccabile ed inesorabile, ed anche se la ritmica iniziale non è mai veloce, risulta comunque decisamente penetrante ed efficace. Un frangente che, a tratti, può ricordare il brano "Demiurge" inserito nell'album "Koloss", per impostazione e meccanismo. Il cantato questa volta arriva praticamente nell'immediato, ed anche qui la grinta espressa è a dir poco disumana. Il degrado che siamo costretti a subire ed a veder crescere giorno dopo giorno, è la conseguenza delle nostre azioni sconsiderate, e non serve più a niente piangere per questa situazione perché siamo ormai diventati la parodia di noi stessi. Ci isoliamo per perseguire i nostri interessi, noncuranti di quello che ci accade attorno e delle conseguenze che le nostre gesta possono avere per l'intero sistema. La band continua a mietere vittime con una proposta allucinante ma semplice, e nonostante la semplicità l'effetto è incredibilmente assurdo. Chiudersi in se stessi dovrebbe servirci per comprendere realmente la verità, la verità che noi tutti andiamo cercando, senza doverci aggrappare a considerazioni esterne che possano influire il nostro pensiero. In questo momento arriva a sentirsi anche la seconda chitarra, la quale di soppiatto tenta di farsi strada attraverso l'intricato sistema ritmico proposto dalla band. L'assolo che viene integrato perfettamente da Fredrik è breve ma intenso, ed ha un sapore decisamente particolare, caratterizzato da una bellezza disarmante in grado di esaltare il genio compositivo del singolo. Il tutto è sostenuto dalla ritmica di Hagstrom e dalla batteria sempre cervellotica dello stesso Haake, il quale si conferma ancora una volta come uno dei migliori batteristi in circolazione. Il successivo progredire con un leggero stop da parte del gruppo, con solamente una pizzicata di charleston, fa ripartire l'intera struttura; a questo punto ci chiediamo cosa sia veramente vero, e se il tutto non sia in effetti tutta un'architettura atta a deviarci la mente. Affiora dunque la paura, che viene lubrificata per scorrere meglio, attraverso le nostre lacrime. La paura non dorme mai ed è pronta a prendere il sopravvento in ogni istante. Qual è dunque la strada giusta da percorrere? Dobbiamo cercare di trovarla dentro noi stessi valutando se vale la pena calpestare ogni singola mattonella che ci porterà dritti a percorrere la nostra vita. Sul finale il sound si fa decisamente più caotico ed intricato, ma come i Meshuggah ci hanno sempre abituato, è un caos piacevole che non destabilizza in alcun modo una prima metà assolutamente controllata. Ottimo brano anche questo, improntato sul tema del confronto con noi stessi. La torre d'avorio del titolo è il perfetto simbolismo di questa resa dei conti: una espressione che indica sprezzante solitudine, designante proprio la voglia di voler sfuggire alla realtà di tutti i giorni per rinchiudersi nel proprio mondo interiore, cercando il proprio senso di esistere personale. Da un lato potrebbe essere una soluzione per evadere da un mondo corrotto che non ha più niente da offrire in termini "vitali", ma dall'altra è sicuramente una mossa pericolosa che può portare alla pazzia ed alla paranoia chi non è già di per sé sicuro dei propri mezzi. 

Stifled

Passiamo a "Stifled (Soffocato)": come da copione, si parte alla grande con una ritmica pesantissima ed oscura. Il lavoro di chitarra è come sempre mostruoso, e la sezione ritmica sempre incalzante e precisa. Quando giunge la voce di Jens il brano cambia leggermente a favore di stop and go imponenti e ben assestati, mentre il drumming è più lineare rispetto al solito ma sempre interessante. Non ci sono soluzioni particolari in questo frangente e quindi si picchia duro per cercare di far esplodere la testa all'ascoltatore, il quale ormai non troppo ignaro, si trova a dover fare i conti nuovamente con una violenza inaudita. La morte non fa sconti a nessuno, ed anche se una volta chi era in vita risultava essere un re, o comunque una persona di grande influenza e potere, una volta sotto terra diventa come tutti gli altri. Giù nelle profondità della terra nessuno lo può sentire urlare le proprie bugie che tanto hanno causato danni. Era un tiranno, una persona senza scrupoli che una volta si faceva temere con tono altisonante; ora, le sue grida si perdono nel silenzio più totale. Il suono si fa ancora più pesante cercando, e riuscendoci, di trasportarci proprio sotto terra per farci capire come ci si possa sentire una volta finiti li sotto. La voce del singer è sempre grintosa ed assassina, ma forse un po' troppo monocorde per questo pezzo. Riesce comunque sempre a ben caratterizzare le proprie liriche, ma l'assenza totale di qualsivoglia minima variazione può risultare in questo contesto un po' forzata. Ci pensano però i propri compagni ad ergere un muro sonoro impressionante, e l'assolo posto a metà brano è come sempre stranissimo e particolare, ricordando molto i primi lavori della band, in cui si cercava di dare stabilità alla proposta. Al termine, il drumming diventa protagonista con un bel gioco di tom e crash che sorreggono praticamente da soli il cantato di Kidman. Altra parte strumentale e si ritorna a riassaporare quelle colata di lava fumante che le due asce riescono ad immettere in ogni singolo accordo. con una violenza "delicata" che ci fa apprezzare notevolmente una proposta non certo di facile assimilazione. Una volta il defunto era abituato a comandare, ma ora tutte le sue glorie vengono soffocate dal terreno. Il suo dominio e la sua influenza si perdono nel nulla e l'unico motivo per poter continuare ad urlare è solamente quello per scacciare i vermi che sono venuti a decomporre il suo corpo. Come tutte le vite che ha spezzato ed ha fatto soffrire, ora è giunto il suo momento.. quello di diventare polvere e concime per i campi. Il finale musicale di questo episodio è molto particolare; infatti assistiamo ad un bel minuto e mezzo di suoni ambient molto delicati, che vanno a decretare la fine della vita, ed al tempo stesso concludono un brano bello corposo e per certi versi "maturo". Se pensiamo che la natura di "Stifled" è assolutamente pesantissima, qui ci troviamo invece ad assaporare il lato più sperimentale e rilassato di un gruppo che non smette mai di sorprendere. Nelle battute finali, il defunto sembra proprio aver lottato come un ossesso per rimanere attaccato alla vita, ma successivamente si lascia andare abbandonandosi al proprio destino, in attesa che la morte faccia la sua visita. Una volta arrivata, tutti noi troviamo una senso di rilassatezza che sconvolge considerando quello che abbiamo sentito in precedenza, il terrore descritto, l'ansia della sepoltura. Ma è una soluzione tanto geniale quanto non troppo sorprendente, visto quello che i Nostri sono capaci di inventarsi. 

Nostrum

Ora passiamo al brano "Nostrum (Toccasana)" il quale risulta essere il secondo liryc video rilasciato come anticipazione dell'uscita del disco. Il brano ha un inizio particolare, e differisce (per forza di cose) molto dalle introduzioni terremotanti delle song precedenti. Infatti si viene avvolti da un suono quasi delicato che si rivela subito essere però piuttosto minaccioso con il progredire dei secondi. Un presagio di un qualcosa di assurdo e potente che arriva puntualmente con una batteria schizofrenica e da una chitarra bassissima e pesantissima. Arriviamo senza troppi fronzoli alla prima strofa, e subito ascoltiamo un ulteriore appesantimento del sound con basso e chitarra monolitici che martellano costantemente e non lasciano sicuramente via di scampo. Prima strofa, si vede fortunatamente il ritorno all'aggressività ed alla furia cieca esecutiva del singer Kidman, il quale riprende a parlare di menzogne universali sacre, quasi divine. Il riff iniziale, impostato praticamente su di una singola nota, ha in sé un qualcosa di infernale, un qualcosa di tanto misterioso ed affascinante quanto estremamente pericoloso ed allarmante. L'inganno a cui dobbiamo far fronte ogni giorno sembra essere escogitato appositamente per mandare in confusione le persone, in modo da poterle soggiogare a proprio piacimento. Dopo questa parentesi nel denunciare ancora una volta quanto l'uomo sia un essere spregevole e pronto a tutto pur di avere il potere, parte una bellissima sezione ritmica, la quale colpisce sia per l'esecuzione spettacolare da parte di Haake (capace di rendere le cose semplici quando effettivamente non lo sono) sia soprattutto per un lavoro di chitarra impressionante che, possiamo dirlo senza troppi dubbi, risulta essere tra i più devastanti e spettacolari mai prodotti dalla band di Umea. La ritmica viaggia in una situazione al limite dell'umana concezione, e ci viene spiegato quanto le numerose ed innumerevoli promesse di guarigione da questo mondo marcio fino al midollo, si perdano inesorabilmente sotto un mucchio di terra. Ora ci troviamo al cospetto dell'immancabile assolo da parte di Thordendal dove possiamo aspettarci solamente delle invenzioni fuori dal comune. E difatti vuole presentarsi, questo, come un solo "normale", ma sfocia in un tapping furioso che più alienante non si può; il tutto condito da una batteria che di umano non ha proprio niente. Assolutamente geniale ogni singolo passaggio, assolutamente incredibile come delle persone normali riescano a tirar fuori il meglio spingendosi al limite delle proprie capacità. Parliamo anche dell'accompagnamento ritmico, dove il riff portante di questo passaggio ha un sapore death metal, con quella sua velocità nello spremere le corde. Come simbolo di una ipotetica guarigione viene menzionata la panacea, ovvero un insieme di piante naturali (quindi un rimedio naturale ed universale) che servirebbe a curare ogni tipo di male; ma il tutto si rivela ovviamente inutile, non avendo alcuna efficacia. "A te gridiamo e supplichiamo, nel tuo inferno cadiamo": sembra voler essere una supplica, una speranza rivolta a colui che in un modo o nell'altro ha la facoltà di salvare le nostre vite, ma nonostante i nostri sforzi, finiremo in un inferno senza fine. Tornano le sonorità di inizio brano, così particolari e lente che in un ceto qual modo servono a tirare un po' il fiato fino ad una conclusione che ha il tanto il sapore di una liberazione, con una chitarra lasciata sfumare via con tanto di leggero inserto di synth. Non ci resta che alzare gli occhi al cielo nella speranza di assistere ad un qualsiasi evento che possa cambiare le sorti di un mondo in continua decadenza. Si conclude così uno dei brani migliori di questo The Violent Sleep of Reason, dove si può trovare tutta l'energia, l'estrosità e la grinta di una realtà assolutamente unica. 

Our Rage Won't Die

"Our Rage Won't Die (La Nostra Rabbia non Morirà)" ha un inizio decisamente thrasheggiante, con chitarre e batteria che si muovono in cerca di una identità vera e propria. Il tiro viene assestato con un ottimo lavoro di doppia cassa da parte di Tomas, mentre le otto corde si cimentano in un riffing meno pesante del solito, ma pur sempre di notevole impatto. Jens ci mette poco ad entrare in scena, e lo fa con una cattiveria estrema. Viene descritta la rabbia come un qualcosa dalle mille sfaccettature, che provoca reazioni diverse a seconda dell'individuo preso in esame. Il pianto è sicuramente una di queste, una forma di sfogo che serve a liberarsi di un peso, ma che non sempre si rivela efficace. Il ritmo assume connotati decisamente più controllati, mentre il solito Thordendal arricchisce con prepotenza il sound creando suoni come da copione molto particolari. Il rullante viene massacrato e funge da perfetto spartiacque per permettere una seconda strofa di esprimere tutto il dissenso verso tutto il male ed i torti che ogni giorno dobbiamo sopportare. Non importa se perderemo questo battaglia, non importa se moriremo, la nostra rabbia non morirà mai e vi perseguiterà per l'eternità. Ecco che questa volta "tornano" i Meshuggah che tanto conosciamo, ovvero con delle chitarre pesantissime e ribassate ed una sezione ritmica lentissima e soffocante. Un mid tempo esasperato dove il tempo sembra volersi fermare. Non esiste un modo per sfuggire alla nostra punizione, e pagheremo il prezzo più alto per le vostre malefatte. Non importa il tempo che ci vorrà, sapremo aspettare pianificando la nostra vendetta in ogni minimo dettaglio, in modo da non avere più scampo. Il cantato, in questa seconda fase del brano, è inoltre decisamente cattivo e trasuda quella rabbia che il testo necessita. Si continua senza cambi sostanziali, quindi con il solito guitar work schiacciasassi che non vuole conoscere alcun cedimento. Se pensate che con il tempo la nostra determinazione possa in un certo qual modo svanire od affievolirsi, vi sbagliate. Non sapete quanto vi state sbagliando. Diciamo che vige un po' la regola dell'occhio per occhio, dove quello che fino ad ora è stato fatto a noi si ritorcerà contro all'ennesima potenza. Sul finale la band tira un po' il fiato con una armonizzazione finale di un certo rilievo, la quale si integra perfettamente in un contesto che inizialmente parte carico ma non si rivela disumano, per poi schiacciare l'ascoltatore e successivamente fargli tirare giusto una boccata d'aria. Il tutto per coinvolgere totalmente ogni singola frase, e per far capire che se vogliamo giustizia, se vogliamo una realtà migliore, l'unico modo è quello di combattere. Diciamo che in sostanza è un pezzo lineare (se mi passate il termine) se confrontato con gli altri brani presenti in questo lavoro, ed anche se troviamo qualche variabile interessante e soprattutto riuscita, in sostanza Our Rage Won't Die fila via liscia che è un piacere.

Into Decay

Arriviamo dunque alla fine di questo viaggio, di questo percorso dalle mille insidie, e lo facciamo con l'ultimo brano dal titolo "Into Decay (In Rovina)". Suoni distortissimi al limite del sopportabile ci accolgono in questa introduzione dal sapore quasi Doom, dove anche la sezione ritmica è inesorabilmente lenta. Lentezza che aumenta ancora di più con il passare dei secondi, ed anche se sentiamo un leggero sottofondo melodico dettato dai synth, la sensazione generata è quella di una spirale senza fondo. Jens ci accoglie con rinnovata cattiveria e ci dice che, alla fine, il mutamento avvenuto nella nostra vita è solamente una rovina. Le chitarre ed il basso di Lovgren hanno il sapore di una sentenza, sembra che la morte si avvicini sempre di più ad ogni nota presentata. Ed è giusto che sia così, perché la nostra esistenza si può tranquillamente riassumere con atti di violenza, tradimento ed obbrobri di vario genere. Il sound cerca di emergere, ma viene schiacciato dalla potenza vocale di Kidman che frena l'ascesa sonora perché deve essere lui il protagonista dell'ultimo brano. Quandoil frontman decide di lasciare spazio ai compagni, questi non fanno altro che calpestarci sempre più energicamente fino a farci sprofondare nella terra più lurida. Non esiste soluzione, non esiste scampo, il nostro equilibrio è compromesso così come i nostri occhi trasudano miseria. Si riparte con l'incessante martellamento musicale che non vuole sentir ragioni di accelerare minimamente, ma la sorpresa arriva con la comparsa della chitarra di Thordendal, il quale si stacca dal compagno Hagstrom per lasciarsi andare ad una soluzione melodica disperata. In questo frangente viene decisamente abbandonata qualsiasi forma di speranza, con un ultimo saluto prima di lasciare questa misera esistenza. E' la resa definitiva, si getta la spugna perché si è inteso che il ciclo deve andare in quella direzione e non c'è alcun modo di poter cambiarne il tragitto. Come giusto che sia, il brano si chiude con un tentativo da parte delle otto corde di risalire attraverso una palude che si fa sempre più ostica e difficile da scavalcare. L'ultimo abbraccio sonoro prima di lasciare il nostro mondo, è dettato dal fatto che il suono generato viene lasciato sfumare fino alla fine, come se la band avesse messo a terra i propri strumenti ed abbandonato la sala registrazione con ancora gli amplificatori accesi. Descrivere un ultimo brano così statico e monolitico non è facile; è vero che il suono è sempre quello praticamente dall'inizio alla fine, sembra proprio essere una marcia funebre da intonare per la nostra sconfitta. Il decadimento della razza umana avviene in sostanza così: dopo mille battaglie inutili, dopo raptus di rabbia e di sconforto, dopo aver visto anche seppur brevemente un piccolo barlume di salvezza. Niente da fare, la gente che ci vuole morta avrà i suoi caduti, quelli che vorranno spremerci fino allo sfinimento avranno le loro vittime. E' così, non si può cambiare un qualcosa che sta andando in declino da intere generazioni. Bisogna solamente farsene una ragione.

Conclusioni

Devo ammettere che ho trovato non poche difficoltà nel analizzare "The Violnt Sleep of Reason". Non tanto perché sviscerare attentamente un qualsiasi disco dei Meshuggah sia un impresa non da poco, ma soprattutto perché per metabolizzare questo lavoro ci vogliono numerosi ascolti. Prendiamo per esempio l'opener "Clockworks" o la stessa title track; sono due brani che ad un primo e superficiale ascolto potrebbero risultare un po' monotoni o fini a loro stessi. Invece, nascondono un'aurea malatissima che ascolto dopo ascolto viene fuori, facendoti letteralmente del male fisico. Ogni ascolto è un qualcosa di tremendo, di innaturale, ed i Nostri riescono a farcelo capire solamente imponendoci di andare oltre l'apparenza. Se si è disposti a superare le difficoltà iniziali, quelle naturalissime che un disco del genere presenta, per forza di cose. Ci sono brani invece, come nel caso di "MonstroCity""Born in Dissonance" o il brano "Nostrum", che si fanno amare subito, immediatamente. Ci sono anche degli episodi meno riusciti o forse troppo particolari (come nel caso dell'ultima traccia "Into Decay"), nei quali si fa effettivamente fatica a capire appieno la struttura e le sfumature in sé. A favore però, dobbiamo dire che ogni singolo testo è studiato nei minimi particolari, ed i Nostri cercano di svegliare la gente intorpidita da tutta questa falsità e cattiveria. Abbiamo detto in fase di introduzione che questa volta la band ha optato per la prima volta per una registrazione in presa diretta, e dobbiamo dire che si, il sound risulta essere più dinamico e fresco. Il termine fresco prendetelo con le pinze ovviamente, stiamo pur sempre parlando di un disco dei Meshuggah. E' tutto sistemato nel dettaglio, dalla batteria sempre ultra tecnica dove Tomas Haake quasi si diverte nel cercare soluzioni al limite delle proprie possibilità, il basso di Lovgren, perfetto gentleman d'accompagnamento anche nei momenti più concitati e furiosi, le due chitarre di Thordendal Hagstrom che riescono a tirare giù un muro di cemento armato con la sola forza dei propri strumenti. Fredrik in certi momenti ci regala degli assoli veramente ispirati, e questo è un bene in una proposta così statica. Riesce a dare, in certi momenti, quella varietà di cui tanto il brano necessita per non risultare troppo "casinista". In ultima battuta, le vocals di Kidman; aiutato in certi frangenti dallo stesso batterista, sul frontman dobbiamo per forza di cose fare un discorso particolare. Se infatti in alcune song ben si integra con una cattiveria disarmante, in alcuni frangenti avrebbe fatto bene un minimo di variante. Non fraintendetemi, so benissimo che il timbro di Jens è un marchio di fabbrica, ma un leggero azzardo secondo me non avrebbe fatto male. La produzione ha aiutato tantissimo la buona riuscita del prodotto finale, e difatti troviamo un suono pieno, anzi pienissimo, che come di consueto la band ha cercato di sistemare con una cura a dir poco maniacale. Qui non si sta parlando di un genere particolare, non possiamo parlare semplicemente di Djent, perché i Meshuggah sono ad un livello superiore. Sono presenti anche un po' tutti gli elementi che hanno caratterizzato il proprio percorso da "Nothing" in avanti, e che strizzano pesantemente l'occhio al precedente "Koloss" di ben quattro anni prima. Non siamo di fronte ad un capolavoro come lo è stato "Destroy, Erase, Improve" o lo stesso "Caosphere", oppure il più recente "Obzen", ma siamo al cospetto sicuramente di un ottimo album. Dato che credo di trovarmi di fronte ad una band che è sempre stata forse troppo avanti per il periodo delle proprie uscite, volevo concludere questa recensione con una frase che credo incarni benissimo quanto appena detto. La frase è presa dal primo film della saga "Ritorno al Futuro", in un frangente che vede il buon caro Marty Mc Fly esibirsi negli anni cinquanta con il brano "Johnny B. Goode" di Chuck Berry, intento a recitare queste parole dinnanzi ad un pubblico stupefatto: "Penso che ancora non siete pronti per questa musica, ma ai vostri figli piacerà".  

1) Clockworks
2) Born In Dissonance
3) MonstroCity
4) By the Ton
5) Violent Sleep of Reason
6) Ivory Tower
7) Stifled
8) Nostrum
9) Our Rage Won't Die
10) Into Decay
correlati