MESHUGGAH

Obzen

2008 - Nucleat Blast

A CURA DI
FABRIZIO IORIO
15/05/2018
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

Tre anni. Questo è il tempo trascorso dall'ultimo album in studio dei Meshuggah dal titolo Catch Thirtythree. Un lavoro a dir poco monumentale che vedeva la band di Umea cimentarsi in qualcosa di mostruoso e sicuramente ambizioso. La scelta di proporre un unico brano (cosa già accaduta con l'ep del 2004 dal titolo I dove i Nostri erano riusciti a creare un monumento alla loro carriera ripercorrendo le varie tappe della stessa) era sicuramente una cosa a dir poco azzardata, ma dato che ai nostri ragazzacci non frega praticamente niente il dover seguire schemi o regole, avevano azzardato forse più del dovuto. Il risultato era comunque ottimo anche se non eccelso come i precedenti lavori. Il fatto poi di ricorrere ad un software per ricreare le parti di batteria avendo comunque in casa un mostro sacro dello strumento rispondente al nome di Tomas Haake, aveva per certi versi fatto un po' storcere il naso. Eppure questo disco è considerato per alcuni un vero e proprio capostipite della loro carriera, mentre per altri rappresenta l'album più debole della loro discografia. Il fatto è che considerare debole un lavoro dei Meshuggah è alquanto azzardato. Diciamo che a mio avviso è quello meno ispirato, ma sicuramente ottimo sotto molti punti di vista. Tre anni più tardi dicevamo, esce sempre per Nuclear Blast il nuovo Obzen, il quale è carico di aspettativa. Nel frattempo però, non crediate che Kidman e soci siano stati con le mani in mano. Tour promozionali a parte, nel 2007 ai Nostri viene in mente di ri-registrare per intero Nothing, disco pubblicato precedentemente nel 2006 e riproposto questa volta con chitarre a otto corde per dare ancora un ulteriore spessore ad un disco già di per sé pesantissimo sotto ogni profilo. Il suddetto si era già rivelato essere il più lento e pesante della loro discografia, e qui viene reso ancora più devastante e pericoloso. Già la cover mostrava segni di cambiamento, passando dall'arancione caldo ed acceso dell'originale ad un freddo e tetro azzurro. Diciamo che effettivamente alcuni brani hanno avuto un appesantimento ulteriore rispetto alla propria controparte, mentre altri forse hanno perso quel qualcosa che lo rendevano unico. Un pezzo su tutti che mi viene in mente è la conclusiva ed ossessiva Obsidian, la quale in questa nuova versione subisce praticamente un raddoppiamento del minutaggio, perdendo così un po' di quella carica dirompente che la caratterizzava. Dopo questa parentesi, arriviamo dunque a quello che è effettivamente il nuovo parto in casa Meshuggah, ovvero Obzen. La cosa che balza subito all'occhio leggendo la line up, è finalmente l'entrata ufficiale in pianta stabile del bassista Dick Lovgren (ex Cromlech fino al 2000 e rientrato ufficialmente nel 2016), il quale aveva partecipato alle registrazioni dell'ep "I" ma non a quelle del successivo "Catch Thirtythree". Formazione dunque che vede ovviamente Jens Kidman alla voce, Marten Hagstrom e Fredrik Thordendal alle chitarre e Tomas Haake che torna ad occuparsi personalmente delle parti di batteria. Ma cosa si cela dietro questa cover malata che vede un individuo a tre braccia meditare silenziosamente su di un piedistallo? Ma soprattutto, cosa vorrà mai dire la parola Obzen? Ve lo spiego subito. Obzen è l'insieme di due parole, ovvero "Obscene" e "Zen". Due parole decisamente contrapposte che vanno a simboleggiare il raggiungimento della pace tramite atti violenti ed appunto osceni. La copertina quindi, non è nient'altro che il simbolo di queste due parole rappresentate proprio da un essere che cerca la pace definitiva compiendo azioni disumane, raffigurate perfettamente dalle macchie di sangue presenti sui suoi arti e dalla relativa pozza su cui è adagiato. Al suo interno troviamo nove brani che ora andremo a scoprire insieme, uno dei quali, Bleed, ha goduto anche di una trasposizione video per promuovere il disco stesso. Il mio consiglio come sempre, è quello di tenersi ben saldi per non rischiare che i Meshuggah ci travolgano nuovamente con la loro valanga incandescente di riff e soluzioni articolate; perché il rischio di essere sbalzati violentemente da qualche parte è assai reale.

Combustion

Con un inizio di chitarra decisamente calmo e rilassato, i Meshuggah ci allietano per un breve istante preparandoci a quella che potrebbe essere una mattanza sonora di proporzioni epiche. Il perché di questa considerazione è da ricercarsi sul fatto che i Nostri sono talmente imprevedibili che ci si può aspettare di tutto. "Combustion (Combustione)" infatti non delude le aspettative, e dopo dieci secondi ecco che il sound deflagra in maniera impressionante, mettendoci in sella ad un cavallo a dir poco imbizzarrito. Una leggerissima pausa atta a farci riprendere fiato, ed ecco che si riparte con una furia devastante che non lascia via di scampo. Le chitarre sono pesantissime, la sezione ritmica martella come in poche altre occasioni e la voce di Kidman è come sempre ruvida come carta vetrata. Questo inizio così terremotante è dato dal fatto che l'uomo, l'essere umano in generale, è sempre e costantemente intriso di odio. Un odio che brucia al suo interno e che prima o poi deve per forza di cose venire fuori. Un'immagine che di certo non fa ben figurare la nostra razza, e la cosa più assurda di tutto ciò e proprio la consapevolezza di essere così maledettamente violenti e primitivi. Un istinto primordiale che con il tempo abbiamo imparato in qualche modo a controllare ed a tener nascosto dentro di noi, ma che è sempre li pronto a scatenarsi; sta solamente attendendo il momento giusto per farlo. La cattiveria e la rabbia sono parte fondamentale del nostro essere, ma bisogna avere anche la capacità di sapersi controllare. Quando però succede l'irreparabile, ecco che gli occhi si dilatano pericolosamente nel tentativo di afferrare ogni singolo momento di violenza. "Così vivido, così privo di esitazione e brillante nel suo malefico splendore". Non conosce esitazione quando il sangue scorre velocemente al cervello, così come non conosce un minimo di esitazione nel compiere atti osceni e terribili per liberarsi di un peso. Un peso che inizialmente ci farà stare bene, ma che porterà sicuramente a delle orribili conseguenze. La band picchia durissimo, è veloce e spietata e non accenna a diminuire di intensità azzannando l'ascoltatore tagliandogli la gola senza un benché minimo rimorso. L'assolo proposto è di buona fattura ma non è cervellotico o particolarmente elaborato come accaduto nei precedenti lavori. La resa è comunque ottima per come è strutturato il brano ed il risultato finale è veramente convincente. Le grida del singer si rifanno sentire con una potenza tale da destabilizzare per un momento l'animo, sottolineando perfettamente questo odio crescente che prende la forma di un fuoco che aumenta sensibilmente di temperatura fino a farci bruciare. I demoni presenti in ognuno di noi delineano una voracità umana che ha dell'incredibile. Potremmo stare qui a discutere sul fatto che ognuno di noi è diverso dall'altro e che non tutti hanno quell'istinto violento capace di scatenare il caos. Invece vi dico che chiunque, ha dentro di sé questo demone che non vede l'ora di scatenarsi con tutta la propria furia distruttiva. C'è chi brucia più velocemente di altri questo è vero, ma anche coloro che "cuociono a fuoco lento", prima o poi arriveranno al punto di ebollizione ed esploderanno, rivelando quello che sono realmente. Inutile stare qui a sognare, a fare progetti, perché tutti questi bellissimi propositi verranno inceneriti e divorati da noi stessi. Diciamoci la verità; l'uomo non ha mai avuto rispetto né per se stesso né tanto meno per gli altri. Siamo una razza di egoisti, di violenti e di approfittatori e probabilmente un giorno ci estingueremo solamente per causa nostra. Questo dovrebbe far riflettere, ma come la storia ci insegna, probabilmente non abbiamo ancora capito come affrontare la vita. L'egoismo, il voler essere a tutti i costi superiori agli altri e il cercare sempre e costantemente il confronto, ci ha sempre portato a farci del male da soli. Non abbiamo dunque imparato nulla nonostante tutto quello che è successo e che succede tutt'ora? Bhé forse allora ci meritiamo di morire; tutti quanti. Il brano fila via liscio senza avere quella variante particolare o ricercata, ma proprio il suo essere così semplice e pesante fa di Combustion un ottimo brano di apertura.

Electric Red

Parte potentissima "Electric Red (Rosso Elettrico)" grazie ad una sezione ritmica imponente ed a delle chitarre che dire pesanti è alquanto riduttivo. Le cose fin qui potrebbero anche essere "normali" per chi è abituato ad ascoltare Meshuggah, ma non appena subentrano le vocals di Kidman, il sound diventa soffocante grazie ad un'azione cadenzata che toglie letteralmente il respiro. Sembra di essere chiusi in una stanza, un locale chiuso ed asettico, dove osserviamo e constatiamo che ormai l'umanità non ci appartiene più. Si è in qualche modo staccata dalla nostra pelle, in maniera anche dolorosa. Il processo di rinnovamento, se così possiamo chiamarlo, è ormai in atto. Il nostro organismo viene privato di quel rivestimento che ha la funzione di proteggere gli organi, la carne si stacca dal nostro corpo mentre cadiamo in ginocchio in una pozza di sangue. C'è qualcuno che prova piacere e soddisfazione nel vedere queste nuove creature prendere forma, ma purtroppo, anche nel vedere la sofferenza che riesce ad infliggere ad ognuno di noi. Ormai spogli della nostra pelle e dei nostri organi, veniamo condotti di fronte a dei dispositivi così sofisticati ed obbedienti che sembrano essere dei burattini pronti ad eseguire ogni tipo di comando. Non hanno niente di vero od umano, sono l'uno la copia esatta dell'altro. La sensazione che proviamo grazie a quel briciolo di lucidità che ci rimane, è quella di essere arrivati ad un punto in cui o si accetta il progresso consentendo di attuare questi esperimenti, oppure si muore atrocemente sotto l'effetto di terribili sofferenze. Un tipo di sofferenza che i Meshuggah ci esprimono mantenendo una linea pesantissima nel loro sound, ma che grazie ad un leggero aumento di intensità, ci si trova realmente a fare i conti con il dolore, quello vero. Feroce è la prova dietro al microfono di Jens, preciso come un chirurgo mentre esegue l'operazione più delicata della sua carriera è il lavoro di Haake, mentre gli strumenti a corda sembrano essere quelle macchine atte a questo cambiamento. Il brano rallenta, e finalmente tiriamo un po' il fiato trovando un leggerissimo sollievo dopo questo strazio fisico. Questo momento di speranza dura veramente poco, perché non appena la band tira fuori ancora gli artigli, ecco che il processo di rinnovamento continua per la propria strada. "Siamo il tessuto che nasconde le macchine" quello che possiamo vedere al di fuori ormai non rispecchia più quello che siamo veramente. Dentro di noi si nasconde ora una macchina, perché di umano ormai non c'è rimasto più niente. Siamo praticamente irriconoscibili, il processo di alterazione degenerativa di organi e tessuti ci ha portato ad essere dei mostri. I testimoni che hanno assistito ed hanno dato una mano alla creazione di questa nuova specie, non fanno altro ora che asciugare tutto il sangue versato sul pavimento e questo anche con estrema soddisfazione perché consci di aver contribuito a creare un qualcosa di comunque unico. Facendo questo però, lo scopo dell'uomo, delle sue intenzioni, della sua mente e delle sue convinzioni, viene insultato pesantemente, mentre l'eterna ignoranza trova la sua via di uscita. Ora la band si diverte nel creare un certo pathos tramite leggeri echi chitarristici che accompagnano una sezione ritmica molto ben impostata che non fa per niente presagire niente di buono all'orizzonte. Infatti poco dopo il sound esplode nuovamente per un breve momento per poi tornare ancora una volta ad essere lento e disperato. Questa volta però la differenza la fa Thordendal, il quale ricama un leggero suono che ha dell'abissale. Un momento spettacolare che ci fa aprire gli occhi per vedere se veramente tutto questo orrore sia vero o solamente un brutto incubo. Tutto questo disastro umano in fondo, è potuto avvenire grazie alle nostre menti indifese ed ai nostri pensieri impotenti. Ma perché siamo così? Perché siamo sempre stati riempiti di menzogne, e quando è arrivato il momento propizio di colpire ci siamo fatti trovare impreparati. Electric Red termina in maniera massiccia, sfumando fino a non sentirne più le sue note. Sfumando...come la nostra vita che osserviamo scivolare via dalle nostre mani per permettere a chi vuole divertirsi sperimentando, di trarre giovamento nel vedere soffrire gli altri. Anche questo è un ottimo brano, un bell'esempio di come si siano evoluti i Meshuggah, proponendo non per forza di cose soluzioni esageratamente complicate e tecniche, ma anche espedienti più "tradizionali" ma che sono funzionali al brano creato.

Bleed

Si parte subito fortissimo con "Bleed (Sanguinante)" grazie ad un riff mostruoso ma soprattutto grazie ad una batteria che dire allucinante è poco. Il lavoro di Tomas Haake alla doppia cassa è un qualcosa di estremamente sofisticato e spaventosamente impressionante. Qui ogni tipo di logica musicale viene spazzata via da una prova devastante e tecnica sotto ogni punto di vista. Con un cantato sempre ruvido ed accattivante, ci troviamo nel bel mezzo di una sofferenza psicofisica che fa provare al nostra aguzzino una sensazione di liberazione e di pace assoluta. Nel vederci soccombere in maniera atroce, prova quel brivido che fino ad ora non aveva ancora provato. Il dolore si fa sempre più insostenibile, ogni nostro recettore sensoriale soccombe fino a farci diventare il signor nessuno. L'agonia avanza, assurda, tremenda ed atroce. Inesorabile nel suo progredire così maestosa e fiera. La ritmica non è molto sostenuta, ma la differenza ovviamente la fa solo ed unicamente il drummer, il quale distrugge fisicamente ogni tipo di concezione di tecnica. Thordendal dal canto suo si cimenta con la sua chitarra in una "lagna" che sfianca la mente umana e la porta alla follia. Il liquido "cremisi" di cui siamo fatti assume una tonalità ancora più marcata del solito rosso a cui siamo abituati, e viene versato così freneticamente da svuotarci velocemente. Qualsiasi cosa tentiamo di fare per allentare questa sofferenza si rivela inutile, così come futile è provare a fare resistenza a tutto ciò che ci sta accadendo. Un meccanismo indotto che non fa altro che accrescere la potenza della morte, la quale trova giovamento ad ogni nostra goccia di sangue versata. Ormai il destino è segnato e la nostra rovina è li ad attenderci al varco. Anche in questo frangente il lavoro della band si rivela a dir poco mostruoso, le vocals sono assurde e malate, le due chitarre evocano tensione e sofferenza e la sezione ritmica ha il ruolo di dare il colpo di grazia e di finire il lavoro di distruzione. Ora il sound si fa più cupo e solido, mentre la voce di Kidman diventa sempre e costantemente più devastante. Ecco che ora questo individuo maligno si rivela a noi mostrandoci il suo volto, sgranando gli occhi e concludendo questo rituale malato provocandogli assoluta esaltazione. Lui è come un dio, è li seduto e comanda ogni cosa. Se ordina di sanguinare voi lo farete, se ordina di morire morirete. In sostanza, è colui che decide il nostro futuro, decide di farci vivere o morire, o nelle migliori delle ipotesi servire. Servire, obbedire ogni sua volontà, ogni sua voglia di veder soffrire e contorcersi dal dolore. La song ad un certo punto si arresta, facendoci ascoltare solamente un arpeggio malatissimo che ci porta direttamente in una stanza faccia a faccia con lui. Improvvisamente il suono esplode nuovamente consegnandoci un buon assolo ed un'ultima potentissima sfuriata che vede non solo un comparto sonoro di prim'ordine, ma risulta essere una vera e propria mazzata sulla spina dorsale che colpisce per fare del male. Una volta a terra non sentiremo più le gambe, e ringrazieremo i Meshuggah per non averci ucciso. Che cos'è Bleed in definitiva? E' un brano che con il tempo è diventato uno dei cavalli di battaglia della band, un pezzo che ci consegna Thordendal e soci in uno dei loro momenti di forma migliori. La "leggenda" narra che lo stesso drummer abbia impiegato quasi sei mesi per perfezionare le proprie parti di batteria solamente per questo brano, ma a giudicare dal risultato dobbiamo dire che sono stati sei mesi molto ben spesi. Bleed ha anche avuto il proprio videoclip, il quale nemmeno a dirlo, oltre ad essere di un malsano allucinante, riesce a far intendere perfettamente l'intero contenuto del disco. Il raggiungimento della pace interiore attuando atti osceni. Questa specie di santone seduto su di un piedistallo in grado di comandare ogni cosa, è talmente allucinante da riuscire a disturbare psicologicamente. Possiamo dire anche che la prova della band sia meravigliosamente spettacolare, ma come avrete capito, l'oscar per questo pezzo va all'unanimità a Tomas Haake, autore appunto di una prova disumana. Uno di quei brani insomma, che vale da solo il prezzo dell'intero lavoro.

Lethargica

Con un inizio pesantissimo che ricorda molto da vicino quanto fatto sull'album del 2002 Nothing, parte "Lethagica", quarto brano presente in questo Obzen. L'andamento è lento e soffocante, e nulla è lasciato all'immaginazione. Il riff è potentissimo, il basso è un martello pneumatico che si insidia nel nostro cervello fino a perforarlo da parte a parte, e la batteria è il solito schiacciasassi da cui non si può sfuggire. Anche il singer quando attacca è una macchina di distruzione, e ci conduce nel vuoto più assoluto della nostra anima dove andiamo a fare la conoscenza a nostro malgrado, di una specie di dio/macchina che inizia con i suoi molari a masticarci letteralmente dall'interno. E' un essere mostruoso, ed è totalmente indifferente nel vedere il nostro volto sofferente. La sua bocca frantuma e macina in continuazione, ma seppur continuando a lacerare, non ha fretta nel suo intento. Vuole che la sofferenza lo appaghi totalmente, vuole e deve vedere la nostra vita spegnersi in maniera lenta, così da poterne assaporare ogni singolo momento di agonia. E' una macchina pura ed immacolata, e noi siamo i primi a dover sottometterci alle sue volontà. Sembra non essere turbata minimamente dalle nostra urla di dolore interminabili, anzi, fa in modo che queste siano sempre più strazianti e violente. Una macchina di morte che vede nella band di Umea il proprio esecutore materiale di morte, e quando il sound si fa più penetrante ecco arrivare puntuale l'assolo di Fredrik ad accentuare ancora di più il nostro dolore. Al termine, veniamo a trovarci come per incanto in una sorta di dimensione spirituale, dove possiamo ascoltare solamente un arpeggio delicato ma sinistro che ci fa letteralmente galleggiare in questo vuoto insostenibile per la nostra anima e per la nostra mente. L'ascoltatore viene come paralizzato momentaneamente in attesa che qualcosa succeda, in attesa che si compia l'atto barbarico finale. E se forse ci fosse un minimo di speranza di salvezza? No, proprio non ci siamo. Puntuale arriva l'ennesima mazzata, un massacro che troverà la propria fine una volta terminato il lavoro. I sogni crollano all'improvviso, il nostro gemito viene soffocato e quello che rimane di noi diventa freddo e decomposto. Non esistono purtroppo compromessi che ci possano in qualche modo salvare, si arriva direttamente alla morte senza poter nemmeno barattare. Estinzione e rovina, questa è la sua missione. Nel momento in cui anche l'ultimo respiro verrà esalato, allora la sua missione sarà compiuta. L'ultimo atto di Lethargica è un susseguirsi di caos musicale molto ben strutturato e caratterizzato, dove trova la propria fine sfumando lentamente, proprio come questo ultimo respiro. Interessante è vedere che la band sembra aver preso quanto fatto negli ultimi lavori, ed abbia cercato di metterli fin qui in una versione più matura e ricercata. Ottimo brano anche questo, che seppur non raggiunge la qualità dei suoi predecessori riesce ad essere ferale ed allucinante.

Obzen

Con un avvio ancora più feroce rispetto al brano precedente, "Obzen" si rivela come un mostro di proporzioni immense. Il riffing è di una pesantezza inimmaginabile, dove la sofferenza diventa la linfa vitale per raggiungere lo stato di pace assoluta. Le nostre cattive condizioni sono puro zen, ed un nuovo sistema di credenze trova il proprio suo essere nel dolore. Vomito, sangue, privazioni di ogni genere, bugie, corruzione e guerre sono ora il nuovo Dio. Una nuova concezione di essere onnipotenti che mina ogni tipo di equilibrio esistente sulla Terra. Il voler diventare degli esseri così spregevoli senza provare un benché minimo sentimento o rimorso, fanno in modo di avere proprio l'intenso bisogno di voler vedere le cose morire. Ogni tipo di vita ha un proprio ciclo che prima o poi ovviamente si conclude, ma il cercare di farlo terminare prima del previsto sembra diventare motivo di soddisfazione. Una goduria estrema nell'osservare quanto male può provocare essere mutilati, bruciati vivi, scarnificati o decapitati, che sembra catapultarci in una totale dimensione di pace. Una volta svanita questa sensazione allora giunge il momento di cercarla altrove, magari in maniera ancora più efferata ed atroce. Come una droga, si cerca sempre un dosaggio maggiore per poter raggiungere quello stato di zen a cui facevamo riferimento poco sopra. Pace che però la band non cerca di far raggiungere al proprio ascoltatore tramite la musica, anzi, vuole farlo soffrire, vuole torturarlo con urla allucinanti ed una base che si rivela essere sempre più tritaossa. Perché chi deve trovare la tranquillità non siamo noi, ma la band che qui diventa il nostro carnefice. Spettacolare la ritmica imposta dai Nostri; un macchinario perfetto che avanza inesorabile e che non conosce sosta, ma soprattutto non conosce la parola fermarsi. Le parole chiave che portano dunque ad essere superiori ad ogni cosa sono: decadimento, disonore e disgusto. Il decadimento di un'intera razza, la quale ha sempre cercato di primeggiare su ogni tipo di forma di vita presente intorno ad essa, una razza che in un modo o nell'altro ha cercato anche di essere superiore a se stessa. Il disonore, il voler privare ad ogni costo a qualcuno del rispetto e della stima verso gli altri. Ed infine il disgusto, verso qualsiasi cosa, ma soprattutto verso gli altri. Sono cose che a pensarci non sembrerebbe possibile attuare tutte insieme, soprattutto verso le persone. Eppure è proprio questa la chiave che porta questo nuovo dio a ritrovare la propria pace interiore. Il brano ad un certo punto si arresta, lasciando solamente Hagstrom con la sua otto corde a preparare il terreno per un ultimo assalto corazzato che si manifesta con una sezione ritmica come al solito imponente e massacrante. Il disprezzo e la degenerazione sono ormai arrivati al culmine, ed il tutto diventerà un circolo vizioso che non avrà mai fine. Obzen termina con un'incursione di chitarra da parte di Thordendal che riesce anche solo per un momento a dare la propria impronta senza essere però cervellotico come ci aveva abituati nei lavori precedenti. La title track è un episodio veramente disturbante; siamo sempre al cospetto di una song potentissima in pieno stile Meshuggah, ma la malsanità che trasuda in ogni passaggio è un qualcosa di estremamente malato. Si ha proprio la sensazione che prima o poi tocchi a noi ad essere massacrati per far provare del piacere a qualcuno, ed in sostanza è quello che succede dato che è proprio la band a farci provare sulla nostra pelle questo esperimento. Alla sua conclusione infatti, si rimane con una tristezza e con una disperazione tali da farci incontrare di persona la disperazione di chi ha a suo malgrado provato questa esperienza.

This Spiteful Snake

Con la solita irruenza di chi vuole fare terra bruciata intorno a sé, inizia "This Spiteful Snake (Questo Serpente Dispettoso)". Un'introduzione dicevamo terremotante, arricchita però da una leggerissima melodia dai toni macabri ed oscuri. Andiamo dunque a parlare di una creatura che fin dai tempi più remoti viene considerata come l'incarnazione del male. Il serpente infatti viene citato anche nella bibbia, quando nel giardino dell'Eden tentò Adamo ed Eva con la mela del peccato. Ecco, questo rettile è la personificazione del male più assoluto. Lo troviamo di fronte a noi, alza la sua testa e gronda veleno dalla bocca. Ci guarda negli occhi, e con un sogghigno ci lancia l'ennesimo ostacolo della nostra vita. E' un essere immortale, ed ha avuto tutto il tempo a lui necessario per poter elaborare il suo piano diabolico per portarci con lui nei meandri oscuri dell'inferno. Non riusciremo mai a comprendere appieno la sua voracità, ed ogni tentativo di ribellione sarà vanificato in un istante. E' come giocare ad una partita a scacchi con chi conosce già in anticipo le nostre mosse. Capite benissimo che non ci sarebbe partita, non esisterebbe una benché minima possibilità di sorprenderlo o di metterlo in difficoltà. I Meshuggah invece riescono benissimo a metterci alle strette con un drumming devastante, ma soprattutto grazie alle grida furibonde di Kidman e alle mazzate vere e proprie dei due chitarristi che spingono l'ottava corda del proprio strumento riuscendo ad indebolirci fino a che la partita non finisca per sfinimento sia mentale che fisico. Proprio come un serpente, ci avvolgono nelle loro spire in un abbraccio così spietato da togliere letteralmente il fiato. Continua a stringere non curante del dolore provato, ma è solamente l'inizio di una lenta agonia. Una volta aperte le fauci sentiamo il suo ardente respiro avvicinarsi, iniziando così a mordere non solo la nostra carne ma anche la nostra speranza. Eppure anche noi avevamo dei sogni in cui credere, sogni che si sgretolano in tutta la loro struttura ed abbandonandoci per sempre. Ora il sound prende per mano l'ascoltatore tramite un mid tempo imponente ed estremamente coinvolgente, sicuramente una delle parti migliori dell'intero brano per intenderci, per poi lasciare posto questa volta ad un assolo fuori di testa che ci riconsegne un Fredrik Thordendal in pieno possesso delle proprie facoltà da malato mentale. Una volta compiuto il suo scopo, la serpe inizierà a spargere il proprio veleno soffocante ovunque ne abbia la possibilità, il tutto per poter sradicare e sterminare chiunque si opponga al proprio volere. Siamo stati dunque sconfitti e superati, e la verità assoluta ora viene rappresentata dal puro terrore. E' interessante aver usato questo animale, anche mitologico, per ricreare l'animo umano. Un animo che è sempre stato contraddistinto dall'impulsività e dall'istintività. L'uomo ha sempre provocato male a se stesso provocando guerre ed uccidendo senza pietà i propri simili. Una lotta alla sopravvivenza che in tutta sincerità non ha un vero e proprio scopo, ma che si ritrova proprio come un serpente che sparge veleno ed odio non appena si sente minacciato. E noi in fondo siamo così, siamo degli esseri che se sentiti in pericolo, o semplicemente privati anche della cosa più insignificante iniziamo a mietere violenza fino a che non raggiungiamo il nostro obbiettivo, ed a volte anche solo per raggiungere una sorta di soddisfazione personale. Dovrebbe far riflettere molto questo fatto, ma se con tutte le atrocità che nel tempo si sono compiute ancora non si è imparato nulla, allora credo che l'unica soluzione sia proprio l'estinzione. Il brano dunque termina come aveva iniziato, con questo retrogusto melodico dal sapore apocalittico.

Pineal Gland Optics

Un'introduzione anch'essa che ricorda molto da vicino quanto fatto su Nothing, ovvero con una ritmica pesantissima ma molto ben sostenuta e soprattutto molto piacevole, andiamo a trattare uno stato di allucinazione che non consente di distinguere la realtà dalla finzione. E' proprio questo che "Pineal Gland Optics (Ghiandola Ottica Pineale)" vuole trattare. Rabbrividiamo, e sanguiniamo ma non riusciamo a capirne il motivo. Siamo in uno stato di allucinazione che non è reale, ma il solo fatto di trovarsi al proprio interno provoca in noi uno stato di confusione. Questa ghiandola, anche chiamata Epifisi, ha proprio la funzione di rilevare lo stimolo luminoso e registrare il cambiamento ambientale in alternanza tra buio e luce. L'Epifisi reagisce a questi stimoli producendo la melatonina la quale nelle ore diurne ha valori molto più bassi, mentre nelle ore di buio ha un picco di rilascio molto più alto, regolando così il ritmo del nostro organismo. Dunque se qualcosa però dovesse andare per il verso sbagliato, ecco che in uno stato di sonno ci troveremmo magari ad essere in un mondo non reale, magari privo di menzogne facendoci sentire quasi onnipotenti. Tutto il nostro sistema viene in qualche modo compromesso, improvvisamente i nostri occhi diventano affamati e cercano nutrimento attraverso la violenza. Violenza espressa tramite le vocals di Kidman, il quale si presta nel condurci in questa nuova dimensione fatta di finta realtà e dal resto della band che fa diventare tutto ciò che abbiamo intorno artificiale. Le plettrate sono micidiali ed il punto di risveglio da questa situazione sembra essere ancora più lontano. L'assolo che ne segue è molto meno articolato del solito ma arricchisce la song in maniera spropositata dandole un sapore vagamente tetro ed angusto. Proprio come nella dimensione in cui siamo in questo momento, dove una nuova genesi ottica prende totalmente il posto di quella che solitamente siamo abituati ad intendere. Queste nuove visioni ordinano i nostri i nostri sensi collettivi ed abbiamo una sorta di "Sindrome di Giuda" verso tutto e tutti. Siamo in qualche modo pronti a tradire ogni tipo di credenza, siamo pronti a far del male anche a chi fino a quel momento ci ha voluto bene e ci ha sempre sostenuto. Ma siamo anche pronti a rinnegare noi stessi, a cambiare totalmente la concezione di persone e di tutto ciò che ci sta intorno. Haake in questo frangente si limita a condurre tranquillamente le sorti della band, fino a quando anche lui non decide di pestare duro fino alla conclusione dell'ennesimo pezzo da novanta presente in questo album. I nostri occhi dunque, vengono in qualche modo purificati, spazzando via l'agonia, il dolore e la paura. Non importa quindi se quello che stiamo vivendo in questo momento sia vero oppure no, lo spirito di adattamento dell'uomo è impressionante e forse per causa di una disfunzione che va a scombussolare il nostro organismo siamo giunti in una nuova dimensione più consona, dove tutto è il contrario di tutto, dove non si riesce a capire e a distinguere cosa sia bene e cosa sia male. Certo è che molto probabilmente non ci sarà più un risveglio, non esisterà più la persona intesa come carne ed organi. Ma forse è meglio così, sospesi nel tempo in una nuova realtà che potrebbe si nascondere delle insidie, ma che in fondo ci permette di trovare quella pace interiore che tanto stavamo cercando.

Pravus

Velocissima l'introduzione che annuncia "Pravus (Male)", caratterizzata da una batteria fuminea e da un comparto distorto decisamente accattivante. Dopo trenta secondi esatti però, accade che improvvisamente tutto si arresta, lasciandoci solamente in balia di una singola chitarra che si cimenta con un leggero pizzico di corde per poi riprende con un sound ancora più furente e deciso. Il brano si appesantisce ulteriormente con l'entrata in scena del singer Kidman che ci mette nei panni del male puro, quello violento ed intento a fare una carneficina. Pronto a fare fuoco con una violenza inaspettata, procurandosi munizioni e sputando nelle nostre menti. Deve riuscire in qualche modo a placare la sua sete di farci sanguinare. La lacerazione della carne non è nulla al confronto dello squartamento dell'animo. E' un vile ed è sempre minaccioso. Nel suo volto si intravede un qualcosa di estremamente violento che non conosce emozioni. Emana disprezzo da tutti i pori, odia tutti meno che se stesso. Ostenta orgogliosamente la depravazione di una razza ormai condannata a morte, una razza che è malvagia nel suo profondo, malata nel suo volere essere perfette ad ogni costo. E' una punizione quella che ci sta infliggendo e lo sta facendo nella maniera più brutale possibile. Brutale come le rasoiate inferte dai Meshuggah che tagliano la pelle e successivamente gli organi ad ogni loro affondo. Si percepisce il dolore, ci si fa male, malissimo. Ti taglia le gambe in maniera tale da non farti più muovere per poi esercitare su di noi ogni tipo di crudeltà immaginabile. L'urlo che accompagna questa fase è tremendo e terrificante e lascia spazio al gruppo di sperimentare delle sonorità disumane con tanto di effetti campionati posti in sottofondo che sanno terrorizzare. Il lavoro di doppia cassa è chirurgico, e come un bisturi va a lacerare il tessuto cerebrale del malcapitato. Ormai bisogna abbandonare qualsiasi buon proposito, per poter sopravvivere bisogna compiere atti osceni. Bisogna iniziare a corrompere e danneggiare, uccidere e sacrificare, travolgere ed umiliare. Solamente così si avrà la soddisfazione di aver finalmente tirato fuori il lato primitivo di ognuno di noi. Sopravvivere è la parola d'ordine, in una giungla popolata da gente indegna che non ha gli attributi e che non merita di calpestare lo stesso suolo di chi invece è superiore. Le nuove anime nasceranno con intendi odiosi, e sarà concesso loro di di ferire e di seminare morte. Una sentenza senza speranza che trova nella sezione ritmica un alleato inesorabile. Un martello atto a schiacciare il cranio anche quando sembra che la band voglia tirare un attimo il fiato. Nulla di tutto ciò, perché in quel caso sta solamente affilando le lame del male che continuano ad oscillare sulle nostre vite e non esiste possibilità di poterle fermare. Il loro moto oscillatorio è inesorabile e si avvicinano sempre di più fino a quando non ci faranno a pezzettini e ci smembreranno, facendo uscire ogni liquido che abbiamo in corpo. Pravus è cattiveria, è un brano assassino che non conosce ostacoli. Probabilmente è la song più violenta per esecuzione presente in questo album, ed è sicuramente tra le più grintose mai prodotte dalla band di Umea. La cosa bella è che una volta terminato il suo ascolto si rimane storditi ed inermi per un momento, ma come una sostanza stupefacente invoglia al riascolto ripetuto.

Dancers to a Discordant System

Arriviamo dunque all'ultimo brano presente in questo ottimo album, e andiamo a parlare di "Dancers to a Discordant System (Danza di un Sistema Discordante)". L'arpeggio che andiamo ad ascoltare in fase di introduzione è piuttosto sui generis della band, ma la parte di chitarra che viene immediatamente dopo è talmente fuori di testa che sembra essere messa li quasi per caso. Ora tutta la strumentazione fa la propria comparsa proponendoci un buon mid tempo caratterizzato da suoni leggeri campionati e dalla solita tecnica mostruosa dei singoli musicisti che riescono a far sembrare semplice anche il passaggio più complicato. Un continuo percuotamento di tom da parte del drummer ci fa scoprire con sorpresa un parlato quasi sottovoce che impersonifica una identità che ci consiglia di ascoltare una melodia nascosta, dove nelle note si può scovare l'essenza delle menzogne che ogni giorno dobbiamo sorbire. Davanti a noi viene innalzata una coreografia raffinata dalla quale spuntano delle catene che hanno la funzione di sottomettere l'ignoranza che ormai si è amplificata a dismisura. In questo valzer di dolore, delle mani insanguinate guidano la musica intrappolandoci in un turbinio fatto di stonature. Lo spettacolo ha così inizio, ma non avrà mai una fine perché viene impostato su una modalità continua che non si può fermare. Accettiamo così ogni tipo di bugia, perché sono così affinate da farci tacere. Ed allora iniziamo questa macabra danza in silenzio, in silenzio dai dolori a noi provocati e con nessuna possibilità di lasciare questo ballo. Non ne conosciamo i passi e non sono ammesse domande a riguardo. Chiudiamo dunque gli occhi ed impariamo nel disagio più totale questi maledetti passi. E' un gioco in fondo, un gioco segreto che viene condotto da mani di cui ci fidiamo ma che rimangono pregne del sangue appena versato. Forse se ci fidiamo comunque di queste mani allora vuol dire che in fondo contiamo pur qualcosa? Concetto totalmente errato, dato che non riusciamo a capire che siamo solamente polvere. Il riff è sanguigno così come il comparto ritmico tira queste catene e ci fa danzare come fossimo dei burattini. Le grida di Kidman sono assurde, la doppia cassa non è veloce ma è inesorabile nel suo incedere, con il basso di Lovgren che ne rimarca la sua pericolosità. Ottimo il ritornello il quale cerca di prenderci a schiaffi per non farci perdere conoscenza prima del dovuto. L'assolo successivo è come al solito l'incoronamento di questo ballo pericoloso, dove la platea non aspetta altro che il riversare di altro sangue. Siamo impregnati da bugie che non possiamo vedere e di conseguenza non possiamo nemmeno comprendere, e siamo messi dunque in fila come degli asini pronti al macello. L'umiliazione pubblica è il vero intento di questa folle danza, e veniamo messi in ginocchio schiacciati dal peso delle nostre colpe. Continuiamo a ballare appesi a queste maledette catene, in balia ormai della nostra stupidità. La nostra colonna vertebrale è ormai allo stremo, è liquefatta per lo sforzo immane che deve sopportare. Eppure siamo sempre li in fila per il prossimo spettacolo. Eppure nutriamo ancora un po' di fiducia verso qualcuno, ma se crediamo veniamo ingannati, se confidiamo veniamo traditi, se parliamo veniamo uccisi. Il brano di per sé è piuttosto lineare ma ha giusto quei momenti particolarmente interessanti che lo rendono molto intrigante nonostante i quasi dieci minuti di durata. Anche questo è un brano piuttosto crudo e violento ed è dotato di una potenza che qui però viene controllata benissimo dalla band e non sfocia mai nel caos se non volutamente. Il testo poi è molto intenso e ci ricorda che viviamo in una società fatta di pecore che vanno dietro alla massa senza uno scopo preciso. Quindi l'essere visti come delle marionette controllate da chi vuole godere delle nostre disgrazie e di conseguenza diventare potente alle nostre spalle, dovrebbe far capire molte cose sulla nostra mentalità e sul nostro stato culturale, ma soprattutto sulla nostra idea di vita e del non riuscire mai a pensare con la nostra testa.

Conclusioni

Era una prova importante per i Meshuggah questo nuovo disco, perché dopo l'esperimento con il precedente Catch Thirtythree a conti fatti non si sapeva cosa aspettarsi. La band nella propria carriera ha sempre fatto centro, pubblicando dei lavori sempre qualitativamente eccelsi. Che sia stato un album, un singolo od un ep, a livello di contenuti non ha mai deluso le aspettative. Anche la compilation Rare Trax, pur essendo una produzione contenente vecchi demo o tracce mai finite su un album ufficiale, si era rivelata un ottimo prodotto. L'evoluzione dei Nostri non si è in pratica fermata mai. Hanno sempre cercato di creare quel qualcosa che potesse differenziare un nuovo disco da quello precedente, e ci sono sempre riusciti. Già di per sé la loro proposta è molto particolare ed estremamente interessante, certo di non è adatta a tutti chiaramente, ma se ragioniamo in certi termini possiamo tranquillamente dedurre che i Meshuggah avrebbero potuto benissimo andare avanti a fare lo stesso disco per tutta la durata della loro carriera. Ed invece Haake e soci hanno sempre cercato di stupire in maniera positiva i propri fan e tutti gli addetti ai lavori, mettendoci sempre quel qualcosa in più che differenziasse ogni loro uscita. Prendiamo per esempio il debut Contradictions Collapse il cui contenuto era dalle forti tinte thrash ma dotato già di una forte personalità. I successivi Destroy, Erase, Improve prima e Chaosphere poi, erano si in qualche modo simili ma se il primo era una sorta di fulmine a ciel sereno grazie a tracce incredibilmente ispirate, il suo successore era dotato di una pesantezza che risaltava la qualità tecnica dei Nostri e li proiettava direttamente nell'olimpo dei grandi. Nothing segnò un ulteriore indurimento del suono, un sound spesso come il cemento armato con brani a tratti eccezionali. Catch Thirtythree invece, come dicevamo, si è rivelato un esperimento piuttosto ben riuscito, di proporre un unico singolo brano diviso in tredici parti solamente per volontà della casa discografica. Un lavoro che viene considerato da alcuni un vero e proprio capolavoro ma da altri anche quello meno riuscito, soprattutto per la decisione di non avvalersi dello stesso drummer Tomas Haake ma di affidarsi ad un software per programmare le parti della batteria. Programma che è stato comunque curato dallo stesso batterista così come da tutti i membri della band, ma che non riesce a dare quella marcia in più che lo stesso Tomas riesce sempre e comunque a dare quando si siede dietro il proprio drum set. Questo Obzen dunque come lo si può considerare? Diciamo che a tratti riesce a trarre spunto un po' da tutto il percorso evolutivo della band, ma probabilmente è la perfetta continuazione di Nothing. Il suo sound duro e spesso è preso proprio da quell'album, ma qui viene reso in una versione diciamo più matura. I riff sono pesantissimi, le vocals allucinanti come sempre, ed il ritrovato Tomas dietro le pelli conferisce quella marcia in più che nel precedente album purtroppo si percepiva poco. Che sia un cambio di tempo repentino o semplicemente l'accompagnare la band in maniera più semplice possibile, quel tocco umano (o disumano se preferite) si sente veramente molto. Solitamente andiamo a vedere quali sono i brani più riusciti e quelli magari che non riescono a tenerne il passo qualitativo, ma in questo caso non mi sento di fare delle distinzioni. Potrei citare la devastante Bleed, oppure la terrificante title track, ma farei sicuramente un torto agli altri pezzi perché meritano tutti di essere lodati. Un album insomma tutto da ascoltare che non può fare altro che confermare quanto detto poc'anzi, ovvero che i Meshuggah non hanno mai sbagliato un colpo, ed anche questa volta sono riusciti a sorprenderci confezionando un lavoro a dir poco eccellente.

1) Combustion
2) Electric Red
3) Bleed
4) Lethargica
5) Obzen
6) This Spiteful Snake
7) Pineal Gland Optics
8) Pravus
9) Dancers to a Discordant System
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