MESHUGGAH

Nothing

2002 - Nuclear Blast

A CURA DI
FABRIZIO IORIO
08/01/2018
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Sono passati quattro anni dall'uscita di Chaosphere, un disco che era riuscito nell'impresa di eguagliare, e per certi versi superare, Destroy, Erase, Improve pubblicato tre anni prima. L'impresa non era certo di quelle facili, ma i Nostri erano riusciti a partorire un qualcosa che risultasse magari meno "fresco" ed immediato, ma dotato di una pesantezza mai sentita prima. Come dicevamo poc'anzi, per ascoltare un nuovo album di inediti sono dovuti trascorrere quattro anni, ma diciamo immediatamente che in questo lasso di tempo i Meshuggah non sono certo stati a guardare con le mani in mano. Oltre a partecipare ovviamente a numerosi tour promozionali, nel 2001 diedero alle stampe una curiosa ed anche un po' rischiosa compilation dal titolo Rare Trax. Una raccolta di dieci brani mai pubblicati o rilasciati in vecchie demo od ep che andavano in sostanza a ripercorrere una carriera che fino a quel momento ha si riservato sorprese non indifferenti, ma soprattutto è una dimostrazione su disco dell'evoluzione del loro sound, che iniziò con le forti contaminazioni thrash presenti nell'ep Meshuggah e con il primo ed ottimo full length Contradiction Collapse, fino al cambiamento quasi radicale con un Destroy..., per poi arrivare con Chaosphere alla definitiva consacrazione grazie ad un suono spesso come l'acciaio e soprattutto personalissimo e non certo adatto a chiunque. L'anno successivo la Nuclear Blast riunisce in uno split cd dal titolo Nothing/Reroute To Remain, due band del proprio roster provenienti entrambi dalla terra di Svezia. Parliamo ovviamente dei Meshuggah, i quali andarono a fare compagnia ai connazionali In Flames. E' chiaro che la sua uscita è per lo più un'operazione commerciale, ma se guardiamo bene il suo contenuto possiamo scoprire che dietro c'è molto di più. Al suo interno troviamo due brani ciascuno, e le song di casa Meshuggah sono Razional Gaze e Straws Pulled and Random, mentre per la band di Anders Friden sono Reroute to Remain e Cloud Connected. In entrambi i casi stiamo parlando di due pezzi che andarono a far parte nei due nuovi rispettivi album e quindi questo split funge da singolone apripista per entrambe le band. Ma torniamo a parlare di Nothing, che è l'album che andremo oggi a prendere in considerazione. Iniziamo con il dire che il bassista Gustaf Hielm, subentrato al defezionario Peter Nordin dopo le registrazioni di Destroy, Erase, Improve, lascia la band e di conseguenza il chitarrista Fredrik Thordendal si vede costretto ad imbracciare anche il basso per registrare questo nuovo lavoro in attesa di un nuovo membro. La formazione quindi torna momentaneamente a quattro elementi. La band era in cerca di novità piuttosto importanti a livello di strumentazione e si accordò con la Nevborn con sede proprio in Svezia, per la progettazione di chitarre ad otto corde dotate di un manico decisamente più lungo anche se il disco fu pensato per le "classiche" sette strings della Ibanez, prontamente detonate per la registrazione. In definitiva, la casa di produzione di chitarre non fece in tempo a completare il progetto e la band suonò con delle Ibanez sintonizzate per ospitare l'ottava corda. Solo quattro anni più tardi i Meshuggah decisero di ri-registrare l'intero album con i definitivi strumenti, dando un maggiore spessore al sound, rendendolo più compatto e più pesante. Nel 2006 infatti, Nothing versione remaster vide la luce, ed anche a livello visivo si decise di cambiare colore alla cover. Se in origine avevamo dei colori accessi grazie ad un arancione predominante ed un viso che sembra perso in una sorta di nuova dimensione, (che a detta della band può tranquillamente simboleggiare sia una sorta di nuova rinascita sia la definitiva morte dell'uomo) successivamente andiamo ad osservare il medesimo soggetto, ma anziché trovare un bel colore caldo, si optò per l'esatto contrario: ovvero un azzurro freddo che volle far capire che il contenuto in sostanza era il medesimo, ma l'impatto totalmente diverso. I brani presenti sono dieci di cui l'ultima track interamente strumentale. Dieci sassate che ora andremo ad analizzare per vedere se i Nostri ragazzi sono riusciti a mantenere quel livello di qualità che fino a questo momento ha contraddistinto i lavori precedenti. Certo non è semplice ripetere per la seconda volta consecutiva quanto fatto con i due platter precedenti, ma sono sicuro che ci troveremo davanti l'ennesimo esempio di cosa sono i Meshuggah. Tasto play, si parte.  

Stengah

"Stengah" è il brano che da il via a Nothing. Se inizialmente sentiamo solamente la chitarra di Thordendal in modalità mono, successivamente andiamo a trovarci di fronte ad un'esplosione sonora vera e propria dettata dal fatto che basso e batteria vanno ad innescare un'esperienza sonica decisamente d'impatto. Il tempo non è mai veloce, ma è di una pesantezza a dir poco disarmante. Questa lentezza soffoca, opprime, annienta, ma più che una sofferenza sembra essere una piacevole sensazione. Improvvisamente avviene uno stop improvviso dove possiamo ascoltare solamente il charleston di Haake che funge da sottofondo per un riff di oscura concezione. La chitarra sembra prendere vita, e succede un qualcosa a livello emotivo che tiene sulle spine in maniera preoccupante. Bellissimo questo intermezzo, potentissimo nel suo proporsi così lento ed a tratti Doom, spietato nel suo avanzare e così maledettamente avvincente da far tentare l'ascoltatore a mettere in loop questi pochi secondi di follia. Arriva finalmente il momento di ascoltare le vocals di Jens, il quale si rivela sempre grintoso ed affidabile come pochi altri. Veniamo trasportati in una sorta di esperimento dove il primo passaggio, purtroppo, è quello di dover sopportare un dolore esageratamente atroce. L'obbiettivo è quello di raggiungere un conforto, ma non il nostro, bensì quello del sintetico mietitore. Non importa il risultato, non importa quanta sofferenza bisognerà sopportare e quanto dolore occorrerà per arrivare alla morte. Non importa nemmeno il costo di tutto ciò, l'importante è sperimentare ed andare avanti con le proprie idee anche a discapito della vita altrui. L'uomo che si è sempre elevato ad essere superiore dietro alla propria fortezza di carne, si vede costretto ad inchinarsi e ad inginocchiarsi dinanzi alla scienza. A sottolineare la sofferenza ci pensano delle bordate vere e proprie di chitarra stoppata e dal continuo maltrattare, da parte del drummer il proprio china. Una volta l'uomo si credeva superiore a tutto ed a tutti, ma ora si trova a dover piegare le proprie certezza davanti al coas. Un caos che ti mette il guinzaglio ed inizia a tirare con tutte le forze, trascinandoti verso il punto più doloroso della tua vita. I sogni improvvisamente svaniscono, la mente sbiadisce mentre le tue vene chiedono di essere nutrite. Un demone inizia a crescere dentro di noi, ed è pericolosamente affamato. Una fame incontrollabile che annienta la carne, uccide la psiche e termina l'anima. Il continuo iniettare sostanze per questo esperimento ne alimentano la forza a discapito però, della nostra vita. Le urla di Kidman sono atroci, mentre la base sonora si concede un brevissimo attimo di rilassamento per poi introdurre un assolo di chitarra estremamente interessante ma non esageratamente elaborato come ci si può aspettare. L'effetto generato è assolutamente vincente e quel senso di stordimento generale viene espresso a meraviglia. Al termine, la sezione ritmica diventa improvvisamente protagonista, con un basso decisamente ficcante ed una batteria a dir poco pregevole per perizia tecnica. Le chitarre diciamo che si limitano ad appesantire il tutto per poi salire in cattedra assecondando perfettamente le voclas di Jens, il quale annuncia il contagio proprio tramite sostanze iniettate contro la nostra volontà. Eppure combattiamo fino alla fine, e come dei bravi soldati lottiamo fino allo sfinimento. Una guerra interiore che molto lentamente andrà a farci morire. Le ultime battute vedono il solito Haake cimentarsi con il proprio drum set in un qualcosa di veramente incredibile per precisione e raffinatezza. Ultimi colpi e va a concludersi un primo brano di assoluto valore che nella sua lentezza di esecuzione riesce a colpire veramente duro.

Rational Gaze

"Rational Gaze (Sguardo Razionale)" si presenta subito alla grandissima tramite una sezione ritmica imponente e a chitarre splendidamente ruvide. Quello che colpisce fin da subito, nemmeno a dirlo, è il lavoro certosino di Tomas con la doppia cassa, il quale riesce con estrema semplicità ad elevare il suono a livelli inauditi. Brevissimo stop e si prosegue con meno pesantezza dovuta all'inserimento della seconda chitarra che traccia una linea melodica molto interessante ma oltremodo disturbante. L'effetto finale è desolante, una sorta di illusione che non fa distinguere la realtà dalla finzione. L'ingresso del vocalist è perfetto e vuole farci strizzare gli occhi più e più volte per poter comprendere quella che è la realtà, e non quello che qualcuno vuole farci credere. Gli occhi ingannano, e se non stiamo più che attenti potremmo ritrovarci in situazioni spiacevoli e non vedremmo mai il lato nascosto della verità. Si perché qualcuno ci nasconde un sacco di cose, ed il perché non ci è dato saperlo. Sta a noi cercare di scovarle e di fare luce su tutto ciò che ci viene negato. Con il passare del tempo siamo stati tutti accecati tramite una disinformazione a livello mondiale senza precedenti. Ci vogliono informare solamente come vogliono loro, e questo con lo scopo di poter manipolare l'uomo a proprio piacimento. Bisogna cercare di trovare e leggere quelle parole nascoste che potrebbero rivelare verità probabilmente scomode. Se fino a questo momento il brano viaggia su linee piuttosto lineari ma decisamente marcate, intorno al secondo minuto gli strumenti sembrano liberarsi da invisibili catene per esprimere tutta la potenza possibile in quanto d impatto. Anche la voce sembra sciogliersi, con urla disumane e sicuramente di grande effetto. Inizia così una sezione strumentale grandissima con tanto di quella sensazione disturbante dettata dalla chitarra di Thordendal di cui facevamo menzione precedentemente. Come non notare poi (nuovamente) il perfetto lavoro su rullante di Haake che conferisce ancora una volta quel qualcosa in più al brano grazie a tempi dispari ed incalcolabili. Una macchina da guerra incredibile che sembra proprio non voler sbagliare un colpo. Per un attimo proviamo a chiudere gli occhi; la luce che filtra attraverso essi sembra distorcere la realtà, e più guardiamo in profondità e più corriamo il rischio di venire disintegrati dalle menzogne. Riapriamo gli occhi, cerchiamo di focalizzarci su ciò che ci circonda. Iniziamo a vedere qualcosa con prospettive distorte e non più lineari come una volta. "Il serpente a due teste nascosto per sempre, dov'è la vera conoscenza?" ci si interroga sul fatto che ormai qualcosa abbiamo inteso, qualcosa abbiamo intuito e ci chiediamo a questo punto quale sia la verità, quella reale. Si fa anche riferimento al serpente a due teste, un simbolo mitologico citato anche da Dante nella divina commedia (precisamente nel canto 24 dell'inferno). Secondo la mitologia greca, l' Anfisbena (questo il nome di questa creatura), fu generata dal sangue che gocciolò dalla testa mozzata di Medusa mentre Perseo volò stringendola sopra il deserto libico. Un essere dunque capace di mordere in qualunque occasione, e come tale, chi ci inculca menzogne a ripetizione sembra proprio voler avvelenare chiunque lo si ascolti. Sembra semplice distinguere cosa è giusto e cosa no, ma se ci pensiamo bene è un continuo conflitto tra mente sana e follia, i quali si fondono fino a creare il caos più totale. Altra grandissima prova del drummer, e veniamo catapultati in una situazione che vede le chitarre essere tirate per il collo, provocando per un momento Jens e permettendo ad un assolo, questa volta alieno, di fare capolino nelle nostre orecchie. Con il ritorno delle vocals il suono si fa ancora più duro, e quando sembra che la song sembri indirizzata verso la conclusione, un ultimo sussurro disperato fa ripartire le ostilità strumentali che vanno a sfumare lentamente fino a concludersi. Le ultime considerazioni sono che viviamo in una realtà che deve essere intoccabile e trasparente, eppure siamo come posseduti e controllati da quel qualcosa che sembra avere una influenza devastante sulle nostre menti. Questo qualcosa ci impone di camminare insieme all'ignoranza senza mai poterci allontanare da queste linee comuni. Rational Gaze è un pezzo fenomenale, non c'è altro da dire. Seguendo la medesima linea del brano precedente, ovvero sempre lento ed ossessivo, riesce a stravolgere la mente grazie a soluzioni magari non esasperate come in altre occasioni, ma dal sicuro risultato finale.

Perpetual Black Second

"Perpetual Black Second (Secondo Nero Perpetuo)" inizia potentissima nel suo incedere così violento e pesante. Basso e batteria sono autentiche mattonate nello stomaco, mentre le due chitarre vanno a perforare ogni singolo neurone umano. Un inizio sempre lento si, ma dotato di una pesantezza incredibile. Il sound si riassesta per qualche istante presentandoci un mid tempo di grande spessore tecnico, per poi permettere a Jens di cimentarsi con la sua ormai iconica voce grintosa sorretta da un monolitico muro sonoro. Il tema portante è quello della continua ricerca del perdono, un perdono che fatica ad arrivare a causa di un malessere interiore a cui ci si trova a far fronte. Alcune azioni capite bene che non sono facili da perdonare, e se trovati magari in una certa situazione sono pressoché prive di ogni alibi. Immaginiamo di trovarci in un momento di rabbia e catturati da in questo momento di imperdonabile furia, ci viene praticamente scattata un'istantanea che solo a guardarla trasuda odio. Increduli nello scorgere questa immagine così assurda e a tratti irriconoscibile, si cerca di rimettere le cose a loro posto, ma il giudizio di chi ha visto nei nostri occhi il male, difficilmente potrà dimenticarlo. Il sound è stoppato, frenato a causa di una eccessiva violenza lirica che non permette agli strumenti di esprimersi come meglio potrebbero fare. Non è un male, ma magari una soluzione meno elaborata avrebbe probabilmente esaltato la qualità complessiva. Cosa che avviene nel momento in cui lo stesso singer si sfoga con tutta la propria grinta, ed è allora che la song prende il volo verso la direzione giusta. Un leggero eco sulla voce enfatizza moltissimo la disperazione dei Nostri, ed è altrettanto esaltato il sound che finalmente trova la dimensione ideale. Cerchiamo di tornare noi stessi, digrignamo i denti che scintillano di furia emotiva, ma la disperazione non vuole proprio fare sconti e veniamo divorati in questo vortice di rimorsi che fa scorrere velocemente il sangue al cervello per poi esplodere senza permettere di poterlo controllare. Siamo in sostanza intrappolati in un inferno, il nostro inferno. Un abisso che dimora in ognuno di noi e che aspetta solamente il momento propizio per esprimere tutta la propria grandezza. La song fila liscia senza troppi tecnicismi di sorta fino ad arrivare al momento dell' assolo, il quale si rivela essere ben costruito e schizofrenico al punto giusto da essere immediatamente riconoscibile. Un marchio di fabbrica che spezza per un brevissimo istante un brano pesantissimo che va a riprendersi la scena non appena questo solo va a concludersi. Ormai questa violenza ci appartiene, ed il continuo replicare azioni indicibili riesce anche a contaminare la nostra anima, la quale si rivela essere dispiaciuta per tutto ciò ma non può fare altro che soccombere a questo inferno da noi stessi creato. "Per favore perdona il male che c'è in me" è l'estrema richiesta di aiuto di chi sa di non avere una via di uscita, di chi si rende conto di aver fatto del male e che capisce benissimo che continuerà a farlo perché questa è la sua natura. Il suo subconscio si sente minacciato da un demone feroce che cresce di volta in volta ed è alimentato da quella adrenalina che ogni azione malsana produce nel suo corpo. Trova un piacere indescrivibile nel fare del male, ma al contempo si rende conto che non è una cosa giusta ma non riesce proprio a frenare quell'istinto omicida che, anche per un breve momento, riesce a provocare un senso macabro di appagamento. Il brano termina con un rallentamento improvviso di tempo e lascia alle due chitarre il compito di trascinare nell'abisso l'ascoltatore, il quale non può fare altro che seguire la band fino ad arrivare alla pazzia. Un episodio questo, molto ben riuscito ma probabilmente non così assurdo come i brani precedenti. Le soluzioni vincenti ci sono, ma forse la troppa linearità ne mina giusto quel tanto che basta per non fare eccellere la song come in altre occasioni. Forse ci si aspetta sempre troppo dalla band di Umea, ma la colpa è la loro nell'averci abituati fin troppo bene. 

Closed Eye Visuals

"Closed Eye Visuals (Imaggini ad Occhi Chiusi)" è il quarto brano presente in Nothing e si presenta con una buona dose massiccia di sonorità pesanti come il marmo. Ottimo il solo ritmico offertoci dalla sette corde, la quale si lascia alle spalle basso e batteria producendo uno stacco netto prima dell'entrata in scena del singer. La grinta espressa dalle voclas è sempre la solita ruvida e sgraziata e ci permette di entrare in una dimensione astratta dove andiamo a trovarci in una giornata pallida e priva di vita. Il colore a cui siamo abituati nella nostra quotidianità ad un tratto sfanisce nel nulla e ci troviamo a dover superare ed accettare una realtà che improvvisamente risulta essere obsoleta. Siamo al cospetto di una sorta di purificazione, dove attaccati ad un generatore, viene soffiata via ogni tipologia di minaccia cerebrale. La mente genera un segnale e la macchina reagisce di conseguenza. Questa trasmissione però ad un certo punto raggiunge il picco di onde, distorcendo e piegando ogni singola conoscenza. Il ricevitore neurologico va in cortocircuito ed i parametri di sistema crashano irreparabilmente. In questo frangente, il sound delle chitarre riprodotto dalla band va a richiamare (seppur con le dovute distanze) un po' quello dei texani Pantera, e la cosa non è che sia un male anzi, perché sembra essere integrato perfettamente in un contesto che tutto sommato ci può anche stare. Le urla di Kidman assumono una importanza principale nell'economia del brano, rendendolo più "cattivo" di quello che in realtà è. Il lavoro dietro le pelli di Tomas è come sempre ineccepibile, ma anche qui non viene mai ricercato quel guizzo a cui ci aveva tanto abituato. Ad un certo punto addirittura la voce diventa sussurrata, ed il sottofondo musicale si fa leggermente più flebile. L'assolo che ne segue è sempre di ottima fattura, mentre la sezione ritmica questa volta riesce a cimentarsi in qualcosa di più ricercato e tecnico, proponendo soluzioni magari un pochino macchinose ma di grande effetto stilistico. L'arpeggio che ne segue è da pelle d'oca. Il solo sentire pizzicare le corde da una sensazione di abbandono ed inquietudine che paradossalmente rilassa, ma tende a far rimanere allerta in attesa che succeda qualcosa. Ed infatti arriva un'esplosione vera e propria che fa sobbalzare dalla sedia e ci conduce in una autostrada mentale che ad un certo punto si fa tortuosa e piena di tornanti. L'energia settica scaricataci addosso entra in collisione con le cellule ormai infette del nostro organismo, scatenando una malattia video-batterica letale. Sembra un sogno, ma la disintegrazione umana ha iniziato il proprio corso. I nostri occhi bugiardi iniziano a staccarsi dalle cuciture, esplosioni di terrore e bellezza avvengono nel nostro sistema demolendo questa illusione ingorda a cui avevamo nutrito speranza. Tutto sta cambiando, qualcosa di tremendo sta per succedere e questa frenesia nel lasciarsi alle spalle questa realtà ormai considerata antica, dà fuoco alle neuro-autostrade della mente. Un sogno infranto prima ancora di nascere insomma, dove tutto ciò che avrebbe dovuto essere "nuovo" e tecnologico si è invece rivelato essere la nostra fine. L'ultima a cedere è la nostra anima, ma ahimè anch'essa deve piegarsi al fallimento e dichiarare la resa. Diciamo che questo brano nei suoi oltre sette minuti di durata si trascina un po' in certe soluzioni, e se da un lato si trovano tranquillamente espedienti assolutamente fantastici e geniali, dall'altro a volte sembra che alcuni momenti siano forse fin troppo forzati. Magari una diminuzione di minutaggio avrebbe giovato complessivamente, ma forse va bene così. 

Glints Collide

Passiamo ora a "Glints Collide (Scontro di Riflessi)" dove troviamo un'apertura ritmica esemplare in quanto evidenzia tutta la tecnica dei nostri. La batteria sembra essere una tigre appena liberata, mentre basso e chitarre radono al suolo ogni cosa. Dopo un leggerissimo stop si parte con la voce molto ben assestata da parte del singer che si fa accompagnare a meraviglia dai propri compagni. Assistiamo ad un processo di auto-eliminazione nel tentativo disperato di una nuova vita, dove si nasconde una ferocia che momentaneamente sembra dormire nel nostro interno. E' un processo dovuto alla fame di progresso, ma questo progresso sembra ad un certo punto essere ad un punto di stallo. La corrosione interna inizia a farsi sentire fino ad arrivare a toccare la pelle. Gli occhi e la mente brillano, un ultimo luccichio che si scontra con se stesso prima di morire, perché la morte è viva. Un leggero filtro vocale viene applicato all'ugola di Jens rendendo il tutto più assurdo e cervellotico. La ritmica è impressionante, così come il lavoro dei Nostri nel produrre un suono particolarmente malato ed inconcepibile. L'atmosfera si fa rarefatta, il drummer è una macchina da guerra invincibile ed inscalfibile, mentre basso e chitarra caricano di pesanti e letali munizioni questa macchina assassina chiamata Meshuggah. Pesantissimo il sound proposto, assurdo il voler cercare di destabilizzare l'ascoltatore con tanta ferocia esecutiva. E se tutto questo non dovesse bastare a farvi perdere la bussola, ecco che ci pensa Thordendal con il suo immancabile assolo fuori da ogni schema e percezione. Il tutto mentre la doppia cassa di Haake continua a martellare ad intervalli regolari quel poco di cervello che ormai ci è rimasto. Siamo ad un punto dove sentiamo dei dolori che mandano dei brividi di benessere lungo tutta la schiena, mentre udiamo dei suoni di guarigione che lentamente spaccano le ossa. Ecco, questo è quello che in sostanza la band riesce a ricreare con il proprio suono sprigionato, dove la bellezza ed il piacere durante l'ascolto viene accompagnata dal dolore provocato dalla band stessa. Una volta terminato il processo di distruzione interna ed esterna del nostro corpo, vengono eseguite delle incisioni che andranno a riparare i danni interni, violando così ancora una volta, la superficie della nostra pelle. Se prima dicevamo che la morte è viva, paradossalmente possiamo dedurre che la vita è morta. Arrivati alla fine, siamo al cospetto di una reincarnazione che però è a sua volta intrappolata in una vita, una vita precedente che sembra non volersene andare definitivamente. Alla fine questi non sono più esseri umani, ma cadaveri che si muovono che vanno ad inondare il nostro mondo tramite la loro oscurità. In questa nuova versione "zombie" proviamo a guardarci allo specchi per vedere il risultato di tale scempio, ma il nostro riflesso volta le spalle ai nostri occhi, non accettando ciò che ormai siamo diventati. Siamo ormai arrivati al punto della follia senza fine, e sprofondiamo nell'inferno della mente dove i riflessi, le luci che un tempo amavamo, si scontrano per un' ultima volta. La song si chiude con un tripudio di tom e doppia cassa accompagnati dalla solite sette corde distorta all'inverosimile. Una conclusione perfetta per un brano pazzesco sotto molti punti di vista. In primis quello prettamente musicale, dove ritroviamo tutti gli elementi vincenti che la band ha ormai fatto propri grazie ad una tecnica individuale sopraffina, e secondariamente quella continua ricerca della perfezione umana che si rivela sempre essere uno sbaglio più che un azzardo, con risultati sempre fallimentari. Sicuramente Glints Collide è tra i migliori episodi di questo lavoro; un pezzo spettacolare in qualsiasi maniera lo si voglia vedere, cervellotico al punto giusto e malato fino a rasentare la pazzia. 

Organic Shadows

E' il turno di "Organic Shadows (Ombre Organiche)" la quale si presenta con un colpo secco di crash e pedale e da un accordo potentissimo di chitarra. Niente di più. Un inizio che lascia quasi di stucco, dove assistiamo dopo nemmeno due secondi, ad una travolgente lentezza sonora con tanto di tempi dispari, vocals al limite dell'umano e chitarre che a tratti si fanno stonate. Anche in questo frangente parliamo di una emozione che, in un modo o nell'altro, è presente ogni giorno in tutti noi: la paura. Una sensazione orribile che in questo caso viene accentuata dal fatto di trovarsi incatenati, e quindi completamente immobili, sempre e solo per uno scopo, e cioè quello di sperimentare e di trovare un nuovo sistema anche non organico, che ci possa far vivere senza troppi pensieri. Il problema principale è la fase iniziale di questi esperimenti, ovvero quella di dover sopportare del dolore fisico atroce e di dover far fronte alla quasi certezza di morire in maniera cosciente. La realtà per come la conosciamo ci sfugge velocemente dalle mani, un senso di estremo terrore arriva al cervello minando proprio la sanità mentale. Si vorrebbe urlare aiuto, si vorrebbe gridare tutta la sofferenza, ma questo terrore così enorme non permette alla nostra bocca di emettere alcun suono. Nel momento in cui viene acceso l'interruttore, delle onde martellanti attraversano tutti i nervi mandando in sovraccarico tutto il nostro sistema nervoso. Mille pensieri attraversano la nostra mente, ma nessuno riesce a completarsi o a diventare concreto. Sono rimasugli di esperienze, di emozioni e di dolore che vanno in conflitto tra di loro, fino al momento della definitiva separazione. La band si muove monolitica ed imponente, e se il sound è praticamente sempre il medesimo fino all'immancabile assolo sempre efficace ed interessante, è il drumming a colpire per precisione e grande consapevolezza dei propri mezzi. Una prova superlativa quella di Haake così come quella dietro al microfono di Jens che riesce a dispensare angoscia ogni volta che gli viene permesso. Un senso di angoscia profonda che vede il suo apice nel momento in cui si viene smembrati dall'interno per poi vederne questa ombra organica che nient'altro sono che le nostre viscere li riversate sul pavimento. Qualcosa ci tiene comunque in vita, e con gli occhi né chiusi, né aperti, anche la paura ormai viene messa a tacere. Si è arrivati addirittura al superamento del limite della soglia del dolore, dove si viene proiettati quasi in un'altra dimensione, facendo dimenticare ogni tipo di sofferenza e piacere. Con quel poco di lucidità rimasta guardiamo nello spazio vuoto intorno a noi, come a voler cercare a tutti i costi un qualcosa che possa salvare questa atrocità. Niente da fare, si sprofonda in una sorta di inferno abbandonati da tutto e da tutti, e dove anche il silenzio più totale riesce a fare un baccano insopportabile. Nessun suono, tanto rumore, nessun dolore, tanta sofferenza. La song si conclude con la solita pesantezza, ed anche se difetta di una eccessiva linearità la prova dei Nostri è mostruosa sotto tutti i punti di vista. L'impostazione generale è stupefacente, la tecnica disumana è ancora una volta il fiore all'occhiello, e le sensazioni che riesce a regalare sono sempre di grande spessore. Un ottimo brano sicuramente ma che non ha quel guizzo che avrebbe meritato.

Straws Pulled At Random

"Straws Pulled at Random (Paglie Tirate a Caso)" si presenta con un ottimo lavoro di batteria e chitarra dove la band sembra voler tenere l'ascoltatore sulle spine prima di azzannarlo mortalmente. Passati questi primi trenta secondi, ecco che i Meshuggah mostrano i muscoli proponendoci ancora una volta un sound lentissimo e pesante come una montagna che si riversa sulle nostre teste. Anche il singer contribuisce in maniera attiva ad appesantire il tutto con la propria voce ed il risultato finale è eccezionale. Molti di noi credono al destino, credono che qualsiasi azione compiuta sia frutto di un disegno già completato da tempo. Venire avvolti tra le braccia del destino dovrebbe dare sollievo immediato, ma c'è chi a queste cose non crede e quindi non le reputa più delle braccia confortanti ma bensì dei veri e propri artigli da cui scappare il più veloce possibile. Molti appunto rinnegano il fato cercando di vivere la propria vita al meglio o rimediando a certe situazioni complicate. Diciamo che viene considerata più una sentenza che un atto benevolo e quindi molti non accettano certe situazioni svantaggiose. "Una calamita respinta dalla polarità della vita" è l'esempio perfetto per descrivere ciò appena descritto. Se si accetta il fatto che ognuno di noi abbia il proprio destino già segnato sin dalla propria nascita allora questa polarità andrà ad attrarre, e quindi ad accogliere a braccia aperte tutti coloro che accetteranno il proprio destino. Se di contro si è riluttanti all'idea di avere già un percorso segnato e di conseguenza si è consapevoli del fatto che ognuno avrà la vita per come se la è costruita, allora ecco che il significato di quella frase prende forma. Il brano assume connotati molto più pesanti, la voce è assurda, le chitarre martellano senza fine e la sezione ritmica è meravigliosamente... meravigliosa. Ognuno insomma, ha il proprio modo di vedere le cose, ma se chi non crede a tutto ciò avesse in qualche modo ragione? Se neghiamo questo auto-controllo del destino stesso, non saremmo per caso abbandonati e sospesi in una specie di semi-vita fino al giorno in cui l'oblio non verrà a reclamare? Non morti, ma nemmeno vivi, semplicemente in attesa che si compia la fine del nostro ciclo vitale. Nessuno può dirlo con certezza, e se il modo migliore per sfuggire da tutto ciò forse proprio la morte? La velocità aumenta, la doppia cassa fa venire la pelle d'oca, ed il duo Hagstrom/Thordendal è da lacrime agli occhi. Pensate che gli elogi siano finiti qui? Non sapete quanto vi state sbagliando. Superata la metà dei questa splendida song, udiamo una bellissima parte strumentale che alleggerisce la proposta, la rende più accessibile e quasi "orecchiabile". Ma il vero colpo di scena arriva quando troviamo una linea melodica splendida con tanto di arpeggio leggermente distorto ed un basso che diventa protagonista nel tracciare la linea che successivamente andrà a percorrere l'assolo. Un solo splendido per un pezzo da applausi a scena aperta. Sicuramente siamo al cospetto di uno dei brani più belli di questo disco, ma anche di uno dei migliori mai scritti dai Meshuggah per intensità ed emotività.

Spasm

Ottava traccia, e parliamo di "Spasm (Spasmi)" dove troviamo un' ottima impostazione batteristica e due chitarre che, nella loro pesantezza esecutiva, cercano di ricreare una buona linea melodica. La vera sorpresa arriva quando Kidman inizia a cantare. L'effetto applicato alla sua voce tramite filtri è inquietante ed al tempo stesso azzeccatissimo. Non troviamo le consuete urla, ma più che altro delle strofe recitate. Torniamo sotto i ferri dunque; una luce acceca momentaneamente gli occhi e dei codici di rigenerazione vengono introdotti nei nostri tendini facendoli collassare. Le onde d'urto sono accecanti, distorcono gli occhi e martellano ogni pensiero moltiplicandone il dolore. I muscoli ed i tessuti si intrecciano in uno spasmo violento, ed immobile a causa di dolori crescenti, vengono procreate atroci sofferenze al sistema umano. Il corpo inizia ad oscillare come a voler mescolare le sostanze a noi introdotte. Al nostro interno, movimenti indecifrati attraversano la carne ed il nostro corpo va a perdersi in queste onde magnetiche. Le radiazioni a cui siamo soggetti provocano disturbi epilettici e sentiamo che sia la mente che il corpo se ne stanno andando lentamente. Purtroppo sembra che il controllo stia sfuggendo di mano, ed ecco che qualcosa inizia a non andare come avrebbe dovuto. La carne strappata viene in qualche modo riassemblata, la pelle sciolta viene recuperata in qualche modo non garantendone però l'efficienza. Ci si chiede il perché di tutto ciò, perché tutta questa sofferenza? Gli dei sembrano averci condannato e questi sono i segni che dobbiamo portarci per il resto dell'eternità. Le articolazioni sono frantumate e lacerate, la colonna vertebrale non è più allineata come dovrebbe. Si prova in tutti i modi di rimediare, ma ormai quello che rimane di noi è un essere deforme che non avrà mai più un futuro davanti a sé. La song è lineare praticamente fino alla fine, ma diciamo che è più un esperimento della stessa band. Un esperimento anche riuscito in fin dei conti con soluzioni particolari, come per esempio un assolo dal sapore quasi orientaleggiante, ma sempre e comunque in pieno Meshuggah style. Il lavoro dietro le pelli è come sempre da elogiare, ma come detto, la vera particolarità sta nelle linee vocali che sono inusuali ma funzionali alla struttura del brano. 

Nebulous

"Nebulous (Nebuloso)" ha un inizio soffocante fin dalle prime battute. Se la sezione ritmica svolge un lavoro tutto sommato semplice e funzionale, la sette corde polverizza l'asfalto procedendo inarrestabile con il suo modus operandi devastante. Una quarantina di secondi di pura pesantezza psicologica messa in musica. Improvvisamente ci veniamo a trovare in un luogo strano, dove l'occhio non riesce ad intravederne l'orizzonte. Tutto intorno a noi un silenzio quasi inquietante ci circonda, permettendo di ascoltare attentamente delle urla strazianti provenienti chissà da dove. Lo stato in cui ci troviamo rispecchia una realtà ormai bruciata, dove le ombre abbracciano il nostro essere e vaporizzano ogni nostro pensiero, anche quello più banale ed insignificante. Ogni cosa che cerca di nascere o di venire fuori allo scoperto viene uccisa ancor prima che questa veda la luce, ed una quella tremenda sensazione claustrofobica nel vedere tutto ciò ci spinge a rinchiuderci in noi stessi, o meglio, a rintanarci nell'oscurità più buia per cercare quell'attimo di respiro che potrebbe salvarci la vita. Dicevano che esisteva un futuro, un futuro che va a fondersi con il passato, ma che purtroppo risulta avere un sapore amaro e sconfortante. No, non esiste un futuro vero e proprio, tutto è stato macchinato a dovere per illuderci e per portarci dove non avremmo mai voluto. L'uomo è malvagio, e le continue sperimentazioni hanno fatto si che i cosiddetti "nati morti" iniziassero a muoversi. Tutto questo potrebbe essere solamente un sogno, ma ricordate... i sogni a volte rispecchiano la realtà, e la realtà è verità. Un testo decisamente corto che ci viene sparato quasi tutto d'un fiato con solamente un breve intermezzo strumentale assassino ed un assolo in sostanza senza infamia e senza lode. Il tutto viene praticamente espresso nei primi tre minuti di song, mentre i restanti tre e mezzo sono totalmente musicali dove si va a momenti di rilassatezza grazie a qualche leggerissima soluzione melodica, a momenti decisamente più concitati se analizzati nel contesto. L'ultima frase viene espressa in modo molto flebile, quasi si fa fatica a sentirla. Il resto è un tripudio di lentezza corrosiva, un macigno disumano dove chitarre e basso ricreano un oblio mistico e desolante che mette quasi depressione. Devo dire che ho trovato questo Nebulos di non facile assimilazione. Non che i Meshuggah lo siano di natura sia chiaro, ma nonostante non sia una song particolarmente articolata o ricca di spunti, risulta per certi versi faticoso ad un primo ascolto assorbirne la sua malvagità. Con svariati ascolti invece ti cattura, ti trascina per le gambe in una dimensione impensabile, dove tutto è il contrario di tutto. La disperazione mentale che affiora è un qualcosa che i Nostri sono maestri a far venire a galla ed anche in questo caso sono riusciti nell'intento di mettere ansia all'ascoltatore. 

Obsidian

L'ultimo brano che andremo ad analizzare è "Obsidian" ed è appunto quella che va a chiudere un lavoro per certi versi "diverso" rispetto alle uscite precedenti. Come detto in fase di introduzione siamo al cospetto di una song totalmente strumentale della durata di quattro minuti abbondanti. Ci avviciniamo con molta curiosità a questo ultimo tassello, dato che i Meshuggah hanno sempre dato dimostrazione di concludere i propri album in maniera decisamente atipica e fuori da ogni tipologia di schema strutturale. Un arpeggio si avvicina in sordina e prosegue accompagnato da suoni campionati anch'essi leggeri e rilassanti. Attenzione però, con la band di Umea bisogna sempre stare sul chi va la perché è probabile che quando meno lo si aspetti salti fuori qualcosa di inaspettato. Passa il primo minuto e siamo ancora indenni, in attesa che qualcosa succeda. Dopo altri trenta secondi ecco che qualcosa di tremendo si manifesta all'orizzonte. Quella sensazione di tranquillità apparente si disintegra a causa di un'improvvisa chitarra che continua a martellare la prima corda vuota accompagnata dal rintocco del basso e dal pedale all'unisono con il crash che terrorizza, spaventa, uccide. Assurdo, è veramente assurdo come un sound semplice e diretto come questo riesca a demolire ogni certezza. Si viene trascinati fino alla conclusione del brano in un vortice di disperazione musicale dove il senso di annegamento è palese e lo si può quasi toccare con mano. Una mazzata incredibile che non lascia scampo, non fa superstiti, non si limita a portarti alla morte, ma vuole farti soffrire. Un'atroce sofferenza psichica e mentale che non lascia scampo, un tunnel in cui la band ti porta nel suo interno fino a non farti più vedere nessun tipo spiraglio di luce ne tanto meno la fine di questo tunnel. Non siamo ai livelli di Elastic (traccia conclusiva dello splendido Chaosphere) la quale pur non essendo totalmente strumentale risultava disturbante in ogni suo passaggio. Eppure Obsidian ha un qualcosa di oscuro, di macabro e violento che non può e non deve lasciare assolutamente indifferenti. 

Conclusioni

Siamo dunque arrivati alla fine del nostro viaggio attraverso Nothing, quarto parto discografico di questi pazzi Meshuggah. Diciamo subito che non arriva ai livelli qualitativi dei precedenti Destroy, Erase, Improve e Chaosphere, ma parliamo sempre e comunque di un qualcosa di estremamente affascinante, travolgente ed unico. I brani che compongono questo lavoro sono veramente pesanti, forse ancora più pesanti che in precedenza. E' anche il disco più lento mai partorito dalla band, ma ciò non toglie il fatto che la potenza sprigionata non sia un qualcosa di spettacolare. Tutto in questo disco ha un sapore misterioso ed inquietante, a partire dalla cover analizzata in fase di introduzione, dai titoli dei brani non presenti sul retro del cd ma direttamente stampati sul disco stesso, fino ad arrivare all'interno della cover. Si perché una volta tolta la copertina dalla custodia ed aperta, non troveremo i testi o le foto della band o dei singoli membri. No, scopriamo lentamente che al suo interno è presente la scritta "Ingenting" in grigio appoggiata su di uno sfondo nero, dove questa parola in lingua svedese si traduce proprio in "niente". I Meshuggah portano la loro proposta ad un livello superiore, magari non eccelso come precedentemente fatto ma a modo loro. E lo fanno alla grande. Brani come l'opener "Stengah", "Razionel Gaze" (da cui è stato girato un videoclip ufficiale ed uno amatoriale dallo stesso Jens Kidman), "Straws Pulled at Random" e la conclusiva "Obsidian" sono arte incontaminata e avvolta in una malsana purezza, dove niente viene lasciato al caso. Anche questo lavoro per essere assaporato totalmente necessita di numerosi ascolti, ed ogni volta che il disco gira nel nostro stereo ci si rende conto di essere arrivati ad un punto sempre più basso dalla disperazione. I singoli membri poi sono autentiche macchine, o alieni se preferite, ed il continuo elogiarne le gesta è ormai diventato quasi scontato. Vi avevo accennato che nel 2006 venne risuonato totalmente con chitarre ad otto corde, e la differenza principale nel suo contenuto ovviamente è l'ulteriore appesantimento di un sound che già di per sé non scherza affatto. Una menzione particolare va proprio all'ultima traccia, la quale troviamo nella sua versione originale della durata di quattro minuti, mentre in quella remaster raggiunge il doppio del proprio minutaggio, mentre la velocità di Nebulous venne ulteriormente abbassata. In questa sua nuova veste ovviamente i Nostri tornano con un bassista in pianta stabile (in realtà dal successivo ep I del 2004) rispondente al nome di Dick Lovgren, musicista precedentemente appartenuto alla death metal band svedese Cromlech. Tornando a Nothing, ho apprezzato anche l'esperimento con il brano Spasm dove il gruppo ha dimostrato ancora una volta di più (come se ce ne fosse bisogno) che possono fare qualunque cosa gli passi per la mente. E' vero che sono presenti episodi magari un po' troppo lineari a cui manca giusto quella scintilla che avrebbe elevato l'album a livelli eccelsi, ma se guardiamo nel complesso non possiamo proprio lamentarci di niente. Ovviamente anche questo disco ha permesso alla band di calcare numerosi palchi ed uno in particolare, il Download Festival del 2005, venne immortalato e offerto come dvd bonus nella versione del 2006. Potrei concludere con la classica frase "se amate la band, con Nothing continuerete a farlo e viceversa", ma io vi dico solamente una cosa ed una soltanto: se amate la musica, quella vera, quella fatta da artisti con la A maiuscola che vi sappia dare delle emozioni, bhé, avete capito no? 

1) Stengah
2) Rational Gaze
3) Perpetual Black Second
4) Closed Eye Visuals
5) Glints Collide
6) Organic Shadows
7) Straws Pulled At Random
8) Spasm
9) Nebulous
10) Obsidian
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