MESHUGGAH

None

1994 - Nuclear Blast

A CURA DI
FABRIZIO IORIO
12/05/2016
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Proseguendo nella nostra analisi attraverso la discografia degli svedesi Meshuggah, ci imbattiamo in un EP pubblicato nel 1994 (ovvero dopo tre anni dalla pubblicazione del loro primo album Contradictions Collapse), dal titolo "None (Nessuno)". Se il primo EP omonimo emanava segnali di particolarità, riscontrabili da un sound comunque ancora ancorato a stilemi tipicamente thrash, ed il primo full length proseguiva su questa strada (con la particolarità di un drumming molto più personale grazie all'entrata in formazione di Tomas Haake), questo breve lavoro riesce a dare una svolta significativa alla proposta dei Meshuggah, gettando di fatto le basi per quello che sarà poi il sound definitivo del gruppo di Umea. Basi che passano per un cambio di line-up: dobbiamo infatti annotare un ingresso in formazione, che trasforma il quartetto iniziale in un quintetto. Parliamo ovviamente dell'arruolamento di Marten Hagstrom, il quale prende in carica la chitarra ritmica inizialmente di proprietà del singer Jens KidmanHagstrom non era totalmente estraneo ai membri della band, infatti aveva già suonato insieme ad Haake durante gli anni trascorsi al liceo. Il frontman, dicevamo, da qui in avanti decide di occuparsi solamente delle parti vocali, lasciando di fatto la chitarra ritmica in altre mani. Con questa integrazione e conseguente "spostamento", quindi, la formazione risulta essere la seguente: Jens Kidman alla voce, Fredrik Thordendal alla chitarra, Marten Hagstrom alla chitarra ritmica, Peter Nordin al basso, ed il grande Tomas Haake a maltrattare la batteria. Cosa troviamo in questo dischetto, quindi? Cinque tracce per un totale di ventisei minuti di pura follia devastatrice che, come detto in precedenza, pone le fondamenta per ricreare un sound unico ed inimitabile, a volte lento e pesante ed a volte più veloce e disturbante. La cover è particolarmente curiosa, con questo volto serio e quasi sofferente, totalmente immerso in queste tonalità di verde (per lo più scuro)e "sbarrato" da una linea obliqua che molto ricorda un segnale di divieto. Il titolo dell'EP, scritto a caratteri cubitali in basso, risulta essere di un colore tendente al marrone, proprio per accentuare l'idea di "oppressione" e di sostanziale "oscurità". Stranamente, la scritta Meshuggah viene relegata quasi ai margini e scritta in piccolo (posta in alto a destra), come a non voler distogliere l'attenzione del pubblico dalla copertina stessa. Un artwork che sembrerebbe quasi una raffigurazione "normale" (per così dire), ma che nasconde un qualcosa di malsano e malato, un qualcosa che rispecchia totalmente il contenuto del disco. Questo EP fu quindi rilasciato per la "Nuclear Blast" e registrato nei "Tonteknik Recordings" di Umea, mentre il lavoro di mastering venne eseguito presso il "Cutting Room" di Stoccolma. "None", successivamente, venne incluso nel 1998 come bonus incompleto (senza note di copertina e senza i testi delle canzoni) proprio nella ristampa del primo disco dei Meshuggah, il già citato "Contradictions Collapse"; non solo, non venne nemmeno inclusa l'ultima traccia "Aztec Two-Step", stranamente omessa in questa ristampa. Anche a livello puramente visuale, la copertina di None viene relegata ad un verde quadratino posto in basso a destra e sovrapposto alla splendida cover del primo disco. Un accostamento il quale, a livello cromatico, risulta essere un pugno nell'occhio; pestando letteralmente i piedi ai colori caldi del full length precedente. Fatte le dovute premesse, non resta quindi che addentrarci nuovamente nel mondo dei Meshuggah, per scoprire quali sono queste famose novità a livello di sound, accingendoci ad ascoltare questo EP, lasciandoci letteralmente trasportare da sonorità che iniziano a pesare seriamente.

Humiliative

Il brano scelto per aprire le ostilità è "Humiliative (Umiliante)" ed è introdotto da suoni di frequenze molto disturbate, nonché da una chitarra distorta al limite del sopportabile. Questo rumore malsano viene raggiunto da una batteria che scandisce a colpi secchi di tom e pedale, atta a fornire una sensazione maggiore di disagio e pesantezza, con l'aggiunta quasi immediata di una chitarra ritmica che segue questo incedere in maniera chirurgica. Dopo questo breve momento si può sentire solamente un basso distortissimo con un flebile sottofondo di charleston, ensemble che non lascia presagire niente di buono, preparandoci per un attacco sonoro che si preannuncia devastante. Una volta "preparati", ecco che arriva una splendida, piccola parte ritmica bella pesante, raggiunta dalla voce di Jens che si presenta a noi con una rinnovata grinta. Infatti, la prima strofa è una piccola mazzata di piacere che mette subito in chiaro le cose: il ritmo diventa sincopato all'inverosimile, l'incedere è lento e minaccioso e le vocals sono particolarmente aggressive e disturbanti. Il rullante di Haake non viene maltrattato a causa di una velocità che effettivamente non c'è, anzi: esso viene letteralmente devastato tanta è la forza impressa sulla pelle dalle bacchette del nostro drummer, a prescindere dal ritmo tenuto. I tempi diventano dispari e la confusione nella mente dell'ascoltatore viene a galla con tanto di destabilizzazione mentale a causa di suoni bassissimi e ritmi ossessivi fino allo sfinimento. Kidman sembra non volersi fermare mai e continua con il suo timbro vocale a prenderci a calci. Dopo un urlo gracchiante, ritroviamo quel suono disturbato che era presente ad inizio brano con tanto di colpi secchi di tom e cassa, ed una chitarra sempre più pesante. Quando però sembra che l'evolversi sia sempre lo stesso, ecco che ci si presenta davanti una bella cavalcata tipicamente thrash, ed anche se di breve durata, risulta essere una buona variante per non cadere nella troppa staticità. Altro punto a favore, dopo una brevissima strofa troviamo un assolo da parte di Thordendal semplicemente schizzato, pazzo ed alienante, il quale lascia subito il posto ad una sezione ritmica veramente pesantissima con tanto di voce aggressiva. Di lì a poco il chitarrista si lascia nuovamente andare, finalmente senza stoppare più la sei corde, con tanto di arpeggio appena distorto che arricchisce notevolmente la proposta qui presentataci. Piccolo cambiamento però, perché si ritorna a ritmiche sempre lente ma non come in precedenza; quel tanto in più che basta, che serve a dare un ultimo scossone ad un brano pazzesco. Il lavoro della band è imponente, con una sezione ritmica da brividi, due chitarre molto interessanti (dove quella ritmica si vede protagonista) ed una voce che non smette mai di esprimersi lasciando poco spazio alle parti prettamente strumentali. Nel testo parliamo di malattie, precisamente di lebbra (o malattia di Hansen). Una malattia infettiva cronica causata dal Mycobacterium Leprae, che colpisce principalmente pelle, nervi periferici, le mucose respiratorie e gli occhi. Un tempo era una malattia molto diffusa in tutto il mondo, mentre ora fortunatamente si registrano solo sporadicissimi casi in quei paesi per così dire "sviluppati"; di contro, in molte zone dell'Asia e dell'Africa diverse persone sono ancora soggette (in maniera tristemente importante) a questo terribile morbo. Dicevamo che si tratta di un batterio molto contagioso, che può tuttavia essere debellato tramite antibiotici; se trascurato, però (magari da chi non può permettersi cure adatte) esso può causare danni piuttosto gravi e soprattutto permanenti. Nel testo viene presentato il punto di vista di un malato, il quale vuol spingerci quasi verso l'essere attratti dal provare tali sofferenze. "Si potrebbe stare con me nella sporcizia", come a voler dire che non è poi così male ritrovarsi in una situazione di scarso igiene, provando a crogiolarsi nella spazzatura per trovare una sorta di piacere. La lebbra, infatti, viene in questo senso "accettata" proprio perché viene rappresentata come punizione per i nostri peccati: "Sono la vostra corona di spine", ora a parlare è direttamente Lei. Nel senso che la malattia viene descritta come ultima punizione per non aver ammesso le nostre colpe: di conseguenza, siamo costretti a portarne il peso fino alla nostra morte. Come l'oscura mietitrice, ha visto scorrere il sangue di intere generazioni, ha visto interi sistemi crollare per colpa di una ignoranza quasi giustificata, ed intere vite "lobotomizzate". Essa rappresenta quindi quella punizione necessaria per espiare ogni tipo di colpa e liberarci da tale ignoranza. Non esistono parole per descrivere quel nostro silenzio verso questo tipo di atteggiamento che ci sta crocifiggendo solamente perché vogliamo essere e rimanere ignoranti. La punizione estrema è dunque l'unica soluzione. Essa si sta abbattendo su di noi ed è qui per punirci. 

Sickening

"Sickening (Nauseante)" ha un inizio di chitarra intermittente, a tratti molto "lontana". Il suo avvicinarsi è un qualcosa di minaccioso, ed inizialmente quest'avanzata è scandita da un riffing work bello potente, raggiunto da una breve rullata. Il tutto si ferma improvvisamente per poi ripartire, con tutta la sezione ritmica ed una chitarra (anch'essa) ritmica bassissima e penetrante. Il cantato arriva dopo qualche secondo e come di consueto sembra non volersi fermare per nessun motivo. La voce è si un po' monocorde, ma estremamente efficace. Haake alterna sapientemente charleston e ride per esaltare i colpi in mid tempo di rullante. Basso e chitarra diventano sempre più pesanti e sembrano perforare il cervello dell'ascoltatore andando sempre più a fondo fino a tramortirlo. Le strofe si susseguono in maniera esagerata, mentre la strumentazione è chiamata ad uno sforzo roccioso ed a tratti inumano. Arriviamo ad ascoltare il chorus, il quale (se possibile) risulta essere ancora più pesante di quanto sentito fino ad ora. Al termine di questo frangente ascoltiamo quindi una doppia cassa intermittente ed il duo chitarra/basso che picchiano i nostri padiglioni, sfondandoli senza troppi complimenti, stoppando notevolmente le note e colpendoci (non paghi) ai fianchi con mazzate dolorosissime. Il solo da parte di Fredrik è quanto di più allucinante si possa ascoltare, e seppur di breve durata riesce comunque a dare un'impronta marcata al sound generale. Con grande sorpresa, dopo aver assistito ad un nuovo assalto frontale, ci troviamo di fronte ad un bell' arpeggio molto malinconico, presto raggiunto da una batteria che alterna tre colpi di tom ed uno di rullante, per poi iniziare a picchiare in simultanea lo stesso tom con il timpano e dare ogni tanto qualche altra legnata di rullante. Il sound torna a prendere forma e si tramuta in furia devastante con un Kidman che non si cura più delle corde vocali e si lascia andare ad un urlo lacerante. Il brano termina con un altro arpeggio leggermente distorto ed una strumentazione lasciata libera, senza restrizioni di alcun tipo. Altro brano a dir poco incredibile, dove quella poca melodia che si può trovare risulta essere dannatamente vincente, mentre le parti tipicamente metal sono di una incisività pazzesca. Vocalmente il singer si spinge verso territori estremi per quanto concerne la sua dote vocale, dato che non possiamo parlare di "estensione" vera e propria; ma tant'è, il frontman vuole pigiare sul pedale il più possibile, fino quasi a sputare le tonsille. Strutturalmente, poi, la song risulta talmente d'impatto da farci rimanere spiazzati, per la potenza e la precisione che possiamo udire; e se la canzone in sé non risulta essere mai veloce, al contrario sfrutta la lentezza per far di essa un'arma di distruzione sonora. Le liriche vogliono insegnarci e spronarci, contemporaneamente, spingerci a scegliere noi stessi il nostro futuro, per non arrivare al punto di strisciare nel caos e nella stupidità. Esattamente, perché siamo talmente accecati da tale stupidità di massa che confidiamo nella menzogna (paradossalmente) e nel falso paradiso. Continuiamo a viaggiare attraverso finte nuvole fra le quali si cela unicamente il nulla, cercando di raggiungere una convinzione folle ed inutile. Ci allontaniamo sempre di più dalla lucidità e siamo continuamente in bilico tra l'inganno e la realtà. Non c'è modo di essere liberi, perché non riusciamo a vedere al di là del nostro naso, cercando disperatamente un cambiamento che non avverrà mai per colpa di innumerevoli bugie alle quali crediamo ciecamente. Le nostre vite sono stampate in una determinata maniera, e solamente noi possiamo cambiare il corso del nostro destino. Perché tutte queste menzogne? Perché tutte queste falsità a danno della nostra esistenza? Bisogna prendere quel poco di coraggio che ci rimane e costruire il nostro futuro come noi lo vogliamo e non come lo vogliono gli altri. Non saremo mai liberi di esprimerci o di inseguire i nostri sogni, se ogni volta ci facciamo plagiare da qualcun' altro; bisogna essere coerenti con noi stessi ed andare dritti per la propria strada, in modo da dare un senso vero e proprio alla nostra permanenza su questo Terra.

Ritual

Passiamo ora al brano "Ritual (Rituale)" e subito veniamo investiti da un arpeggio molto bello e delicato, raggiunto da una batteria interessante che gioca molto sul "fattore" doppio pedale. Il sound esplode in un tripudio di distorsioni che attendono solamente i primi vocalizzi del singer; voce che risulta essere molto filtrata e particolare, mentre la sezione ritmica svolge un lavoro sopraffino e soprattutto esegue il tutto mediante una tecnica "chirurgica", a dir poco pazzesca. Le chitarre, per un breve momento, si sfogano lasciando perdere quelle stoppate iniziali, per poi riprendere con una seconda parte di brano molto pesante e lenta. Al minuto 2:05 tutto si ferma eccetto quell'arpeggio melanconico e triste già udito, che viene esaltato da un solo chitarristico di ottima fattura ma che, al contrario dei precedenti, non risulta essere pazzoide o schizofrenico, ma piuttosto molto ragionato e flessibile. La voce di Kidman è molto più espressiva rispetto alle song precedenti, nelle quali si denotava una certa staticità; anche se il Nostro non sembra volersi smentire troppo, lasciandosi presto andare ad un breve urlo di sfogo, per poi lasciare spazio nuovamente ad un assolo più elaborato e ad una sezione ritmica molto più pesante, con una chitarra ritmica che svolge il lavoro "sporco" di accompagnamento. Haake si diverte a spaziare tra tempi dispari e soluzioni decisamente particolari e vincenti, mentre la voce viene nuovamente condotta nel vortice tecnologico di filtri ed effetti, risultando particolare e comunque piacevole. Altro arpeggio con tanto di vocals incisiva e si riparte con piatti che volano da ogni dove, e sound che si fa sempre più oscuro e cupo. Ritroviamo con piacere sul finale quel suono estremo che aveva caratterizzato i brani precedenti, quindi parliamo di una lentezza spasmodica e di un martellamento da parte soprattutto di un basso che pare una lama affilata, che molto lentamente affonda nella carne fino a lacerarla per poi estrarne un lembo con particolare violenza, lasciandoci tramortiti. "Ritual" è un brano se vogliamo un po' atipico e particolare, che posto a metà di questo EP fa da perfetto spartiacque miscelando sapientemente melodia e distorsioni estreme con quel tocco tecnologico che non guasta affatto. Il suono risulta essere tremendamente freddo, ma è proprio questa la peculiarità di questa traccia. Il protagonista di questo testo viene sottoposto appunto a questo "rituale" (al quale fa riferimento il titolo del brano) e viene catapultato nel bel mezzo della propria identità. Una identità che era all'oscuro della sua esistenza e che gli mostra il lato per così dire "oscuro" di sé stesso. "Io sono l'odio che hai fatto di carne e sangue", il Nostro si rende conto di essere stato in balia di questo lato ancora inesplorato e di essere stato uno strumento vulnerabile, portatore di terrore. Piano piano e senza rendersene conto, viene consumato da questo alterego esattamente dall'interno, ma non lo reputa un nemico perché sa di essere fatto così, di avere in lui questa parte che ormai ha finito con l'accettare. Il Nostro, in fin dei conti, sa che è lui il responsabile delle proprie azioni. In fondo, questo suo aspetto l'ha sempre conosciuto ma ha fatto finta che tutto fosse normale e che non fosse mai stato fonte di influenza. "Sei tutto quello che ho e chiedo i tuoi sentimenti". Un uomo che sa molto bene di essere rimasto solo, senza nessuno su cui contare, ed allora si tiene stretto questo spirito quasi fosse un amico immaginario, un compagno di avventure malate che ora reclama sentimenti benevoli, facendo leva sulla fragile testa del suo "ospite", la quale cerca di non essere violata per non rivelare a nessuno i suoi oscuri segreti. Una volta avuto accesso alla propria mente, l'uomo si rende dunque conto che è legato da un amore verso la propria personalità in maniera quasi viscerale, e poco importa se questa strana entità è intrisa di odio, perché ormai è tutto quello che ha; è tutto quello che gli rimane e rimarrà legato a Lui per l'eternità. 

Gods Of Rapture

"Gods Of Rapture (Dei Del Rapimento)" riporta la band su binari rocciosi dopo la parentesi "interlocutoria" (ma ottimamente riuscita) del brano precedente. L'inizio è terremotante per via di suoni bassissimi e ritmiche lente che tendono a stringere il nostro collo, causandoci quasi il soffocamento. I tempi sono abbastanza articolati e si va da il consueto mid tempo a soluzioni dispari ed imprevedibili. Le chitarre ad un certo punto entrano in simbiosi, con un accompagnamento da parte della sezione ritmica a dir poco devastante. Arriva giustamente il momento di ascoltare una prima strofa che, come al solito, non si perde in preamboli inutili ma ci spara subito in volto una cattiveria esecutiva incredibile. Le urla sono impressionanti, mentre gli strumenti continuano imperterriti a macinare chilometri di colate laviche. Quando la voce dello stesso Kidman arriva a sussurrarne le parole, ecco che la chitarra ritmica diventa intermittente e spiazzante per poi essere raggiunta da una batteria anch'essa discretamente elaborata e da un assolo (per così dire) a tratti strano ma funzionale e convincente. Il riffing diventa più ossessivo e le atmosfere si fanno rarefatte, con un sottofondo artificiale leggerissimo che innalza un'aurea di smarrimento totale. Al termine si riprende con un ritmo molto più sostenuto ed una voce esasperata e sofferente, ma al tempo stesso decisa ed aggressiva. La doppia cassa svolge un lavoro essenziale con quel suo utilizzo chirurgico e macchinoso, mentre basso e chitarra alzano ulteriormente un muro sonoro invalicabile e privo di falle. Si va verso un finale letteralmente oscuro e cupo per quanto concerne il modus operandi della band, continuando a martellare molto lentamente con risultati disturbanti e decisivi per la riuscita della song. Questo brano può essere paragonato ad una lenta agonia a cui siamo sottoposti, che con quel suo retrogusto di sofferenza musicale non annichilisce subito il malcapitato ma lo fa soffrire lentamente, portandolo a morte certa. Una morte lenta e dolorosa, dove noi siamo ovviamente le vittime. Diciamo che la song in sé è sicuramente ben fatta, ma forse l'eccessiva ripetitività dei riff e questo continuo procedere lentamente non fanno decollare del tutto questo pezzo. L'individuo protagonista del pezzo, in conformità a quanto espresso musicalmente, si sente risucchiato in questo vortice di dipendenza, una dipendenza che lentamente lo sta uccidendo. Ormai è troppo debole per combatterla e per respingerla, si sente come un verme indifeso e sa che tra poco il suo cadavere sarà esposto alla natura. Sa di aver abusato di sé stesso ma non riesce a farne a meno, non può non prender più ciò al quale è assuefatto, non può sottrarsi alla dipendenza cronica. Con un briciolo di lucidità rimasta riesce a chiedersi come fare per sopravvivere ma ovviamente non riesce a darsi una risposta concreta; infatti, viene pervaso da un senso di soffocamento globale che cresce nei suoi polmoni e via via si espande verso tutto il corpo, fino a portarlo alla morte. Ecco spiegato il significato di questi "Dei" del rapimento, che intervengono su di noi per portarci via e per succhiarci ogni goccia di vita. Chi è vittima di queste dipendenze cerca di nascondere il malessere interiore, anche perché inizialmente ci offusca gli occhi e la mente e non ci fa pensare alle conseguenze. Quando però ci si rende conto del male che abbiamo inflitto a noi stessi è troppo tardi, ed una volta superato il punto del non ritorno, possiamo solo continuare ad abusare di ciò che ci schiavizza fino alla morte. O in alternativa lasciarci andare in atroci sofferenze fino al compimento del nostro destino.

Aztec Two-Step

Arriviamo dunque all'ultimo brano presente in questo Ep, ovvero "Aztec Two-Step (La Maledizione di Montezuma)". Il brano si apre con la parola "Listen" appena accennata dal singer, dando il via ad una esplosione sonora impressionante, azionata da un urlo disumano. La ritmica è pesantissima, una valanga di riff "da una tonnellata" che si riversa sull'ascoltatore senza un minimo di pietà. Il cantato è filtratissimo, ma non si può parlare di un vero e proprio cantato, dato che non esistono strofe o ritornelli in questo brano. Solamente tante parole messe una dietro l'altra ed a volte ripetute. Le urla di Kidman sono come detto in precedenza, estremamente cariche di effetto mentre l'accompagnamento è quanto di più disturbante e pesante si possa sentire. Ogni singola nota, ogni singolo passaggio è una legnata pazzesca che mette costantemente a dura prova il proseguo dell'ascolto, ma non perché il brano in sé risulti brutto od inascoltabile.. proprio per il fatto che il sound è così esasperato da far tremare veramente le onde cerebrali. Possiamo anche trovare un assolo che spezza (seppur per un breve momento) questa atmosfera surreale, anche se si ritorna presto a dare sfogo ad una doppia cassa a martello e ad una chitarra sempre più fumante e penetrante. Il brano di per sé sembrerebbe finito, ed effettivamente viene riportata una durata di tre minuti e trentasei; ma la sorpresa è li dietro l'angolo ed infatti, dopo alcuni secondi di silenzio totale, si viene risucchiati nuovamente in queste urla strazianti e da una brevissima parte sonora che di fatto chiude totalmente questo episodio stranissimo, particolare e molto personale; una sorta di traccia nascosta che non aggiunge poi molto a questo EP ma che riesce a dare quell'effetto sorpresa molto gradito. Ora arriviamo alla parte più complicata da analizzare, di questo brano, ovvero il testo. Non troviamo strofe o ritornelli ad attenderci, ma solamente una serie di parole messe a caso e molte volte ripetute, che non seguono nessun filo logico. Possiamo dire di per certo che il titolo della song, nel gergo americano, vuole indicare la cosiddetta maledizione di Montezuma, ovvero quel disturbo gastrointestinale che colpisce i viaggiatori che si recano nei paesi caldi (soprattutto il Messico). Un disturbo che viene chiamato anche volgarmente "Diarrea del viaggiatore", la quale si manifesta durante i primi attimi di permanenza e che di solito sparisce dopo qualche giorno senza la necessità di assumere farmaci. L'unico pericolo può essere l'eccessiva disidratazione, ma con i dovuti accorgimenti è un problema che si risolve facilmente. Queste parole urlate fino allo sfinimento, oltre ad essere gettate lì come scarti di dissenteria, sembrano anche essere dei deliri di un pazzo depresso; e questi deliri vengono espressi molto bene anche nella forma prettamente musicale. Una piccola curiosità sta nel fatto che esiste una band folk/rock americana nata nel 1971 che porta lo stesso nome di questo pezzo e che ha avuto anche dei numerosi riconoscimenti quali il New York Music Award nel 1986 per l'album "Living In America", votato come miglior album folk del suo periodo. Difficile comunque che i Meshuggah abbiano voluto rifarsi a tale complesso.

Conclusioni

Siamo arrivati dunque alla fine di questo viaggio attraverso l'Ep "None". Si, perché possiamo tranquillamente parlare di un "viaggio", il quale deve essere necessariamente intrapreso per meglio capire la mente contorta di questa band. Settare la nostra mente in modo tale che essa possa muoversi e spaziare attraverso il folle ed oscuro universo che i Meshuggah hanno voluto descriverci, mediante questa mezz'ora scarsa. Possaimo innanzitutto ribadire come la mutazione verso un suono più pesante e duro, soprattutto personale, qui si faccia decisamente più consistente. Uno stacco quasi netto dal passato, se pensiamo difatti al primo EP autointitolato ed al primo disco "Contradictions Collapse",i quali erano si in qualche modo già piuttosto personali, ma ancora strettamente attaccati a quelle sonorità tipicamente thrash. Sonorità da non disprezzare, dato che comunque hanno rappresentato la fonte di ispirazione primaria per questa svolta, spronando i Nostri ad iniziare a suonare e dunque ad arrivare sino a questo frangente. Il discorso di "None" è quindi diverso: le fondamenta atte a sostenere l'originalità e la personalizzazione di un suono estremamente ricercato (ed a volte difficile da interpretare e da assimilare) sono ben salde ed aspettano solamente che la struttura portante inizi a prendere forma. La scelta di Jens Kidman di abbandonare la chitarra ritmica per concentrarsi esclusivamente sulla voce, inoltre, è risultata convincente. Il suo cantato è incessante, forse non troppo vario (tranne che nella song "Ritual", dove riesce ad essere più malleabile) ma sa decisamente come colpire ai fianchi per stancare "l'avversario", capendo contemporaneamente quando è il momento di tirare fuori il diretto per stordirlo del tutto. Il lavoro delle due chitarre è veramente ottimo, il basso è incredibilmente penetrante ed il lavoro di batteria è semplicemente eccezionale. Anche il songwriting pare essere più fresco e pazzoide rispetto al debut e non manca ovviamente, come accaduto per la song "Erroneous Manipulation", il testo quasi inconcepibile e totalmente libero di interpretazione presente nell'ultima traccia. Ora non ci resta che aspettare che questa mutazione faccia il proprio corso consegnandoci possibilmente un gruppo unico nel genere, che riesca a distinguersi dalla massa per creatività e per quel pizzico di follia che sembra essere diventata una costante dei Meshuggah. Il fatto poi che sia stato ristampato più volte insieme al loro disco di esordio la dice lunga sull'importanza che questo EP possa aver avuto, sui nostri ragazzi di Umea.

1) Humiliative
2) Sickening
3) Ritual
4) Gods Of Rapture
5) Aztec Two-Step
correlati