MESHUGGAH

Destroy Erase Improve

1995 - Nuclear Blast

A CURA DI
FABRIZIO IORIO
18/08/2016
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione Recensione

Torniamo ad occuparci dei Meshuggah, i quali dopo aver rilasciato un primo album molto interessante caratterizzato da un suono di matrice thrash metal ma che denotava già una spiccata personalità, e soprattutto dopo aver dato alle stampe due ep ("None" del 1994 e "Selfcaged" esattamente un anno dopo), tornano sul mercato con il loro secondo album ufficiale di inediti, dal titolo "Destroy, Erase, Improve", rilasciato come i precedenti lavori dalla "Nuclear Blast". I due ep che abbiamo appena citato non sono stati menzionati per caso: infatti, se il primo iniziava a marchiare un sound molto personale e mostrava una band in procinto di mutare pelle in maniera inevitabile, è proprio con il secondo ep che i Meshuggah compiono la maturazione definitiva sfornando un dischetto potentissimo e quasi clamoroso, per via del suono ivi concentrato. In quel lavoro, uscito un mese prima di questo full lenght, si potevano trovare ben tre song che sarebbero entrate a far parte di questo nuovo disco. Ed è proprio da questi primi tre assaggi che si intravedeva quella volontà di sperimentare e di forgiare un sound unico nel suo genere, il quale avrebbe poi avrebbe dato il via ad un movimento (il Djent) facendo di fatto nascere numerose band che ne avrebbero interiorizzato i dettami, partendo e traendo proprio ispirazione dal gruppo di Umea. Tornando al secondo full length ufficiale, il disco è stato registrato e mixato presso gli "Soundfront Studios" di Uppala in Svezia, e masterizzato nei "Cutting Room Studios" in quel di Stoccolma; esso gode una formazione ormai consolidata, e vede in parte due piccole ma significative novità: troviamo Jens Kidman alla voce, mentre Fredrik Thordendal, oltre occuparsi della chitarra, si vede anche e soprattutto coinvolto nell'utilizzo dei sintetizzatori, con i quali viene arricchito un sound già di per sé particolare, con l'aggiunta di suoni artificiali atti a dare una spinta ancora più considerevole alla proposta sonora dei Nostri. Marten Hagstrom lo ritroviamo chiaramente alla seconda ascia, e Peter Nordin ad imbracciare il suo basso. Altro discorso particolare bisogna farlo per il batterista Tomas Haake che oltre ovviamente a stare dietro le pelli, si vede coinvolto anche nelle parti vocali di questo disco. Non solo, gran parte delle liriche contenute sono proprio opera dello stesso Haake, che da praticamente ultimo arrivato, si è calato perfettamente in questa nuova realtà, non solo dando un apporto fondamentale per il progredire di questa splendida incarnazione, ma dando un supporto concreto ai fini di far risultare i Meshuggah stessi un qualcosa di estremamente diverso ed originale. "Destroy, Erase, Improve" non passò certo inosservato, ed addirittura il critico e scrittore musicale Kevin Stewart (scrittore che ha lavorato per le maggiori testate giornalistiche quali: "Metal Hammer", "Terrorizer" e "Decibel") descrisse questo disco come una delle novanta opere definitive in campo metal. Non solo, anche Martin Popoff, altro critico musicale canadese di enorme livello, capì immediatamente (grazie all'ascolto di questo disco) sia le grandi potenzialità della band, ma soprattutto descrisse l'album come la prima e chiara dimostrazione di quello che i Meshuggah sarebbero diventati. Martin ha scritto numerose biografie di band molto importanti quali Ufo, Dio, Black Sabbath, Rainbow e Judas Priest, quindi il suo apprezzamento verso questi ragazzi assume un'importanza ancora maggiore, descrivendo appunto la loro proposta come un qualcosa di quasi assurdo, e che solamente questa band ha avuto il coraggio di proporre. Dando uno sguardo alla cover del disco, come da tradizione, siamo di fronte ad un qualcosa di molto particolare e "malato". Il disegno venne concepito dalla band stessa, dove inizialmente si era optato per mettere in primo piano un cervello umano; alla fine, idea rimasta come bozza e chiamata semplicemente "promo 121", dove il numero 121 non è altro che il numero di produzione ed il primo numero di catalogo. Disegno poi sostituito con queste tre rappresentazioni di uno scheletro umano (nelle prime due foto) e da una sagoma del corpo umano posta come ultima immagine. Vengono usati dei colori forti e contrastanti fra di loro, e possiamo notare dei colori caldi posti alle estremità con in mezzo però un bianco e nero che si scontra letteralmente con i resto della cover. La prima immagine vede questo scheletro avvolto dalle fiamme, la seconda sembra essere un'immagine dello stesso con forti interferenze, mentre la sagoma è poggiata su di uno sfondo elettrico, nello specifico una scheda elettrica. Non è un caso che i Meshuggah puntino molto anche all'impatto visivo nei loro lavori, e la conferma la si può trovare anche nelle precedenti uscite. Ora non resta che raccontarvi questa nuova release analizzandola come sempre scrupolosamente come solamente noi sappiamo fare.

Future Breed Machine

Il disco si apre con "Future Breed Machine (Futura Razza Meccanizzata)" la quale viene introdotta da rumori artificiali che inizialmente si sentono molto in lontananza, ma che via via aumentano di intensità fino a sfociare in un drumming chirurgico ed una parte sintetizzata freddissima. Al momento di introdurre tutta la strumentazione, quindi sezione ritmica e chitarre, veniamo colti da una deflagrazione impressionante per intensità, la quale introduce a sua volta il cantato che si dimostra subito affilato ed aggressivo. I continui stop and go si rivelano una fucilata vera e propria, mentre la batteria continua imperterrita a macinare con la sua doppia cassa ed i suoi tempi precisi. Jens ad un certo punto decide letteralmente di sfogarsi, ed inizia ad urlare con una foga pazzesca, coadiuvato dallo stesso Haake che si dimostra accompagnatore perfetto e carburante essenziale anche a livello vocale. La chitarra ritmica imbracciata da Hagstrom è uno schiacciasassi, mentre il basso è consapevole di essere un'arma di distruzione con quel suo incedere quasi "meccanico" e pesante. Il ritornello è caratterizzato, oltre ad una voce maniacale, da tempi dispari e disturbanti a tal punto da riuscire a confondere l'ascoltatore, trasportandolo in un universo disperato e disumano. Ad un tratto la doppia cassa inizia a martellare incessantemente, e sulla strofa posta in essere, udiamo ancora una volta quel suono sintetizzato che tramuta il tutto in un qualcosa di artificiale; tuttavia, non si riesce ad avvertire un senso di distacco, bensì viene innescata una sorta di magia, un qualcosa che arricchisce il sound in maniera tanto evidente quanto funzionale. I Meshuggah, si sa, sono imprevedibili ed è lecito aspettarsi un cambio di rotta, o per lo meno un colpo di scena che spezzi la song letteralmente in due. E difatti al minuto 2:27 ecco che ci viene proposto un arpeggio leggermente distorto ma molto delicato ed inquietante, che viene accompagnato da un breve momento di ritmica la quale sembra voler presagire una ripartenza al fulmicotone. Ed invece ecco che questo arpeggio si fa delicato, con Haake che gioca con il bordo del suo rullante ed il suo ride. Questa parte potrebbe venire paragonata ad un animale feroce che aspetta la propria preda facendogli credere di non essere interessato ad essa, per poi sferrare l'attacco decisivo. Ed è quello che avviene in questo preciso istante con colpi di tom improvvisi ed un inizio di doppia cassa violenta aiutata da una chitarra ancora basata su stop and go pesantissimi, che attendono solamente il vocalist per un breve ma letale attacco al collo. Mentre il brano si assesta su un piccolo momento strumentale, ascoltiamo dei suoni campionati altamente disturbanti e "crazy", che denotano un'attitudine ed una voglia di sperimentare come mai accaduto prima d'ora. Altra strofa sempre cantata in maniera aggressiva e potente, ed il brano sembra voler volgere al termine. Potremmo effettivamente pensarlo, ma ci sbaglieremmo ed anche di grosso. Difatti, dopo aver assistito a battiti di piatti prontamente stoppati, si scatena una furia pazzesca con una sezione ritmica devastante, una chitarra fulminea ed un cantato che rasenta la pazzia. Si torna su binari decisamente normali per poi ascoltare un urlo disumano con tanto di campionamenti uguali a quelli di inizio brano. Al termine dell'ascolto, un senso di smarrimento ci avvolge; uno stordimento incontrollato che però risulta essere piacevole. In fin dei conti, è un pezzo che rispecchia appieno quello che è diventata la band, ed è anche la maniera migliore di presentare un disco che si preannuncia decisamente avvincente. Il brano parla di un inizio di cambiamento generazionale, ma non un cambiamento della nostra specie in maniera naturale. Si inizia a trattare l'argomento uomo - macchina, dove si tratta di questa nuova intelligenza che sorge in corpi vuoti. Questi corpi sono i nostri, svuotati e testati per poter accogliere una nuova tecnologia atta a sostituire l'animo umano. Per il protagonista di questa storia però (il quale non è altro che il pensiero di Haake, autore del testo, che si domanda quale possa essere il prossimo passo evolutivo), questa evoluzione ha un procedimento inverso, ed inizia a cambiare la sua personalità per combattere questi nuovi umanoidi. Le menti di questi androidi che una volta erano uomini, vengono controllati in remoto per far si che ubbidiscano e si facciano trasportare come animali al guinzaglio in modo che non si possano ribellare in alcun modo. Inizia insomma questa produzione di esseri che vogliono essere la copia artificiale dell'uomo, e vogliono che siamo noi ad adattarsi alle macchine e non viceversa. Il racconto di questa storia arriva ad un punto in cui l'essere umano non è più carne ed ossa ma fibre e acciaio, ma nonostante tutto prendiamo coscienza di quello che siamo stati prima di questa trasformazione. Forse ormai è troppo tardi, ma si cerca comunque di non venire sopraffatti totalmente da questa nuova macchina. Interessante notare il tono fantascientifico presente in questo testo, che prende spunto sicuramente da film del genere, ma vuole essere un chiaro avvertimento a non spingersi troppo in là con la tecnologia per poi rendersi conto troppo tardi di aver fatto un danno enorme da cui non si può tornare indietro, soprattutto se la cosa dovesse veramente sfuggire di mano.

Beneath

E' il turno di affrontare la seconda traccia, ed andiamo a parlarvi di "Beneath (Al di Sotto)" la cui introduzione è affidata ad un arpeggio molto soft e delicato. Improvvisamente viene innescata un'esplosione pazzesca, con un riffing generale impetuoso ed una sezione ritmica a dir poco impressionante. Successivamente la scena viene lasciata solamente ad una batteria che si muove in maniera "normale", per così dire, e fa praticamente da accompagnamento ad un assolo di basso, il quale viene distorto al limite della percezione. Il bello deve ancora venire, ed infatti eccoci di fronte ad una parte strumentale bellissima per impatto e costruzione, che dà il via definitivo al brano con l'ingresso vocale di Kidman, sempre attento in questo caso a non assalire immediatamente l'ascoltatore. La ritmica di Marten è impressionante, precisa e coinvolgente. Il resto della squadra in questo caso svolge un lavoro per così dire canonico, impostato su di un mid tempo regolare senza strafare, con doppia cassa o virtuosismi vari. La svolta però arriva con la conclusione di questa sezione, dove dopo un urlo (per la verità non particolarmente esagerato da parte del singer), ecco che Haake mostra i muscoli ed infarcisce di tecnica la proposta. Anche la chitarra di Thordendal trova la sua dimensione ideale con un suono ipnotico che da lì a breve introduce un aumento di velocità con conseguente martellamento irregolare di rullante, ed una voce che si fa decisamente più aggressiva. La doppia cassa inizia a farsi sentire, e così anche tutti gli strumenti che convogliano in un vortice misterioso di sonorità a tratti psichedeliche e stordenti. L'ugola dello stesso Kidman ne subisce le conseguenze risultando ancora più malata ed ipnotica. Il tutto viene eseguito, in questo frangente, senza una benché minima variazione sonora, come un loop continuo che vuole ipnotizzare l'ascoltatore. Ovviamente, quando il brano cambia rotta, riesce sempre e comunque a trovarci impreparati; ed è così che ci risvegliamo da un incubo solamente per un momento, per poi ripiombarci nuovamente grazie alle sonorità particolari di cui gode questo brano. Altro colpo di scena a spiazzare ulteriormente lo si può trovare nel finale indecifrabile, dove sembra di sentire un individuo alle prime armi imbracciare la chitarra, sparando note a caso basandosi su una tonalità decisamente media. Siamo di fronte all'ennesima prova ed all'ennesima testimonianza di un pezzo molto particolare, pesante ed incredibilmente affascinante. La forza sta proprio nel far credere di ascoltare una song che sia molto simile dall'inizio alla fine, ma conoscendo la band ci si può e ci si deve aspettare quella sterzata che riesca a farle cambiare volto. Le soluzioni adottate sono tanto semplici quanto funzionali, e riescono sicuramente a colpire nel segno. Per quanto riguarda il testo, siamo di fronte ad una riflessione molto profonda, compiuta da chi capisce di essere piombato in una sorta di abisso. Sente come una presenza dentro se stesso che cerca di governarlo dall'interno, sputandogli odio nella propria mente. Inizia a chiedersi non tanto chi è, ma che cosa è, e cerca di capire cosa si celi dentro di lui. Un qualcosa che è diventata una malattia incurabile, una sostanza che si muove attraverso i suoi occhi e che cerca di trasmettergli la propria vita. E' un qualcosa che si nasconde al di sotto di lui, non può controllarlo, non può contrastarlo, il protagonista è praticamente succube di questa "cosa" e non può farci nulla. Rimane immobile, e si inchina davanti a questa orribile realtà. La sua mente si ritrova in uno stato di assoluta calma apparente, la vista riesce quasi a spegnere quelle ustioni che lacerano piano piano la sua anima, ma poi ecco un' altra caduta verso l'abisso che lo porta direttamente a sprofondare in un pozzo gelido che vorticosamente risucchia la sua anima per poi non farla riemergere più definitivamente.

Soul Burn

"Soul Burn (Anima che Brucia)" parte duro con un batteria lenta, soffocante ed impetuosa. L'aggiunta di chitarra e basso non fa altro che aumentare questa sensazione di strangolamento, che continua per quasi cinquanta secondi i quali sembrano non finire mai. Sembra di assistere ad una morsa mortale che lentamente si stringe attorno a noi fino a toglierci il respiro. Fortunatamente ci pensa il singer ad allentare questa morsa con una prima strofa che smuove il brano verso un mid tempo decisamente convincente, caratterizzato come sempre da una pesantezza di fondo che rende il tutto molto compatto e particolare. L'aggiunta di un breve momento di chitarra solista rende il tutto molto più appetibile, ma successivamente si torna con un'altra strofa per poi sentire nuovamente quella parte lenta e distruttiva che si era udita all'inizio della song. Questa volta, però, ci mette lo zampino anche Kidman; il quale, con le sue urla disperate, rende il tutto ancora più disturbante e malato. Successivamente, "Soul Burn" prende una piega diversa, con una batteria che sembra una scheggia impazzita ed un suono assai schizofrenico. Un espediente questo che ovviamente non può far rimanere indifferenti, e come di consueto, la band gioca molto sul fattore imprevedibilità confondendo alla grandissima l'ascoltatore. L' assolo proposto ha un sapore dannatamente Jazz-Fusion, il che funziona a meraviglia per fare da collante ad una sezione che subito dopo si lascia trasportare da una ritmica veramente ben sostenuta. Dopo questa parentesi, torniamo momentaneamente ad una strofa sostanzialmente in linea con quello proposto fino ad ora, fino ad una impennata musicale con una batteria decisamente sugli scudi ed una voce ruggente, la quale dà il via libera ad una ritmica decisamente più sostenuta, con un riff impetuoso in sottofondo, con tanto di urla disperate che di fatto concludono un pezzo fantastico per inventiva e genialità. La percezione interiore dell'uomo viene intrappolata in una gabbia nei meandri remoti dell'anima. La mente viene offuscata ed il corpo umano viene considerato un rottame, e sovviene una disperazione che non vuole far distinguere ciò che è reale e ciò che non lo è. Si viene avvolti da un senso di vuoto totale e ai nostri occhi si manifestano lampi di gioventù e di memorie che ormai non appartengono più al nostro passato. Le immagini dei nostri ricordi iniziano a sfilacciarsi ed i sentimenti svaniscono lentamente. Oramai siamo incatenati per sempre ad un qualcosa che non possiamo controllare, e non potremmo mai più distinguere la verità dalla menzogna. Non ha senso vivere in questo modo, perché non è più una vita vera e propria. L'animo brucia inesorabile fino a consumarci dentro. Qui ritorniamo sull'argomento della sostituzione dell'uomo con un qualcosa di più sofisticato e performante che però annienta definitivamente il lato umano e quelle sensazioni che si provano nella vita di tutti i giorni. Diventare un qualcosa di artificiale significa annullare definitivamente non solo la carne, gli organi e tutto quello che c'è di vivo in noi, ma soprattutto viene cancellato ogni singolo attimo di vita. Più nessun ricordo, più nessuna emozione, e questo processo è altamente doloroso e frustrante. 

Transfixion

 "Transfixion (Trasfissione)" è aperta da un'incalzante batteria che parte da lontano a livello sonoro, ma che dal momento in cui si avvicina, pare un uragano intento a spazzare via ogni cosa. La prima strofa parte immediatamente con la regolazione volumetrica del suono.. e come da copione, non lascia alcuno scampo. Il ritmo è vertiginoso, il riffing devastante nel suo procreare accordi roventi come lava, e la sezione ritmica è a dir poco imponente. Un inizio pesantissimo, oserei dire violento, per quanto viene riversato nei nostri padiglioni in questo primo minuto di ascolto. Mentre il ritmo si assesta momentaneamente con tempi dispari ma mai esageratamente sostenuti, Thordendal ricama delle note che sono messe si a fare da contorno, ma risultano essere dannatamente inquietanti. Altra strofa, e l'ugola del singer diventa ancora più grintosa, cattiva e graffiante, per poi lasciare spazio ad una lead guitar stranissima che mette sul piatto tutto l'estro creativo della band; il tutto mentre la sezione ritmica in toto (chitarra compresa) erge un muro sonoro spettacolare. Si riprende con uno stop and go che pesa sulla spalle come una montagna, per poi rallentare vistosamente per favorire una voce che rasenta il growl, ma dotata quell'enfasi particolare che caratterizza il cantato di Kidman. Il brano si conclude con uno svanire lentamente di suoni, e seppur il pezzo in questione risulta essere di breve durata, è una vera e propria mazzata sui denti. In così poco tempo (si parla di tre minuti e mezzo), ci viene sparato addosso un intero caricatore di pura violenza mista a genialità. La "Trasfissione" del titolo vuol indica letteralmente l'essere trafitti, ma è anche un termine usato in chirurgia, il quale si lega per significato all'abilità sezionare i muscoli dall'interno verso l'esterno. Termine ricorrente soprattutto nei casi di amputazione. Il brano, però, raggira l'argomento di stampo puramente medico per descrivere una situazione in termini metaforici. Si parla di una persona totalmente disillusa dalla vita, in preda a depressioni continue a causa di innumerevoli delusioni. Dice infatti che i suoi occhi non sono altro che un altro paio tra milioni già presenti su questa terra. Si ritrova mentalmente svuotato da una sanguisuga che continua a crescere intorno a lui e che viene alimentata continuamente da quel nostro desiderio maniacale di allevare l'essere umano tramite le menzogne. Gli occhi sono così troppo aperti cercando di vedere il giusto delle cose, che non si accorge che tutta questa vanità lo sta affondando lentamente in un oceano di acque luride che il protagonista crede essere un qualcosa che possa lavare le nostre menti, ma che invece non fa altro che infettarle ed annientarle. Forse il rimanere cieco dinanzi a certe cose può probabilmente fare solo bene, perché vedendo queste falsi immagini che vogliono farci credere essere quelle giuste, verremmo inghiottiti da un qualcosa che probabilmente non saremmo nemmeno in grado di capire, ed una volta realizzata la vera entità della situazione, sarà tristemente la fine. Arriveremo ad essere ingabbiati in un universo crepuscolare, noioso, dove la vita stessa non ha più uno scopo ben preciso, diventando così banale ed inutile.

Vanished

"Vanished (Scomparso)" gode di un inizio interessantissimo, complice una batteria insistente e continua ed un riffing work a dir poco impazzito. La voce di Kidman sopraggiunge praticamente nell'immediato senza un benché minimo preavviso, e ci riversa contro una rabbia incontrollata che non accenna a fermarsi nemmeno per un secondo. La sette corde ritmica svolge un lavoro incredibile con degli accordi che sono letteralmente devastanti. La prima strofa lavora appositamente per sfiancarci, e ci riesce benissimo, dato che la sensazione di annichilimento è un qualcosa di veramente assurdo. Alla conclusione di quest'ultima sentiamo un leggero arpeggio leggermente distorto, il quale riesce nell'intento di trasmettere una inquietudine a dir poco pazzesca. Il sottofondo di chitarra ritmica riesce a rendere il tutto ancora più tenebroso e profondo, mentre il charleston maltrattato da Haake, accompagnato da qualche piccolo accorgimento di pedale, ne scandisce l'incedere. Ad un certo punto riusciamo a sentire solamente la chitarra ritmica, la quale stoppatissima, spezza letteralmente in due il brano in questione. Quasi viene fatto a "pezzi" per permettere al cantante di iniziare una seconda strofa con tanto di ritornello leggermente differente dal precedente, ma di uguale impatto devastante. Le due asce si rincorrono in maniera molto lenta ma oltremodo perfetta, e l'assolo che ne segue è un qualcosa di "malatamente" ben congeniato, una sezione sicuramente degna per un gruppo alla continua ricerca di personalità. Il lavoro dietro le pelli è un qualcosa di sempre particolare che colpisce per tecnica e tenacia, ed anche se non viene ricercata per forza di cose la velocità (salvo sporadici momenti di doppia cassa), lo strumento ritmico risplende di luce propria grazie a tempi dispari e ritmi distruttivi, ma sempre e comunque dannatamente eleganti. Terza parte di brano, e questa volta è proprio la velocità a farla da padrone con un drumming a tratti furioso; ma una menzione speciale fa fatta sicuramente alle due chitarre di Thordendal e Hagstrom, i quali spingono al massimo con un incedere efficacissimo in grado si spazzare via ogni cosa. Il brano termina, e quello che ci rimane è la momentanea voglia di tirare per un attimo un lungo respiro, dato che il brano in questione riesce a risucchiarci anche quello. Un pezzo che ti stringe al collo e tenta di soffocarti, ma è talmente piacevole questa sensazione che invoglia a farsi un altro viaggio all'interno delle note appena udite. In questo testo, l'incoscienza viene descritta come "Una nuova peste". Le nostre menti vengono intrappolate all'interno delle nostre lacrime, ma nonostante questo nostro malessere cerchiamo di andare avanti obbedendo però alle nostre paure. Siamo di fronte a delle vere e proprie paranoie, e la realtà viene drenata dalle continue bugie. Ogni nostro pensiero diventa sterile, e non trova nessuna veridicità di fondo nonostante le ultime forze a noi concesse. Anche gli stessi sogni che ognuno di noi rincorre, vengono catapultati all'inferno perché ci rendiamo conto di trovarci in una realtà fantasma dove tutto diventa vano ed inutile. Siamo così inghiottiti dalla nostra fame che non ci rendiamo conto del fatto che, così facendo, siamo destinati a morire lentamente sotto i colpi di queste menzogne dette "divine" e "religiose". Ci troviamo in uno stato di degrado tale, che questa nostra incoscienza ci porterà dritti all'inferno senza nemmeno rendercene conto. La differenza sostanziale tra istinto ed incoscienza potrebbe essere minima, ma se il primo è un impulso che vuole spingerci per raggiungere un determinato obbiettivo, la seconda risulta essere proprio una mancanza di consapevolezza e responsabilità. Quindi veniamo a trovarci in una fase per così dire di stallo, dove lasciamo chi per noi si prenda delle responsabilità senza capire però se queste scelte siano fatte per il nostro bene, oppure come purtroppo spesso succede, per mandarci letteralmente in rovina.

Acrid Placidity

Il brano numero sei di questo lavoro è "Acrid Placidity (Acre Placidità)" ovvero una sorta di tranquillità dal retrogusto aspro, amaro. E' un brano interamente strumentale il cui inizio è affidato ad un arpeggio che si ode da molto lontano. Quando una leggerissima incursione di batteria sopraggiunge, questo arpeggio affiora mutando sostanzialmente la forma e risulta essere veramente piacevole ma molto malinconico. Arriva anche la seconda chitarra a dare man forte alla struttura del brano, muovendosi con un solo anch'esso leggero ma particolarmente evocativo. La batteria svolge solamente il compito di dare una impronta ritmica al pezzo, ma non vuole essere minimamente invasiva, anzi, viene messa quasi in secondo piano per valorizzare il lavoro dei due chitarristi. Lavoro che fila liscio senza stravolgimenti di sorta fino alla conclusione di un buon episodio spartiacque, in attesa di farci immergere nuovamente nelle atmosfere terremotanti che la band fin qui ci ha voluto proporre con grandissima maestria.

Inside What's Within Behind

"Inside What's Within Behind (Che cosa si cella all'interno)" parte con un riffing pesantissimo, il quale viene raggiunto da colpi di timpano sferrati dal drummer, i quali si fanno dapprima udire in lontananza e di seguito si avvicinano in maniera prepotente. La prima strofa propostaci è accompagnata da uno stop and go oscuro da parte della chitarra ritmica, mentre il lavoro di batteria rimane momentaneamente fermo su binari lenti e claustrofobici ma soprattutto preoccupanti. La ritmica aumenta vertiginosamente ed anche il cantato stesso risulta essere più incisivo e penetrante, mentre il basso svolge in questo caso un lavoro da vero protagonista, effettuando un vero e proprio accompagnamento disumano per potenza erogata. Altro leggerissimo calo di tono con la sette corde stoppatissima, ed i Nostri ripartono decisi a livello musicale ed ovviamente letteralmente devastanti a livello vocale. L'ugola di Kidman raggiunge tonalità assurde, arrivando a rasentare l'urlo vero e proprio, riuscendo al contempo a scandire perfettamente le parole rendendole non solo comprensibili, ma conferendogli quella forma e quell'espressione di sofferenza che merita sicuramente una menzione particolare. Ad un primo e disattento ascolto infatti, le vocals potrebbero sembrare troppo simili fra di loro, ma se si riesce a capirne le numerose sfumature, riusciamo a cogliere quel qualcosa che riesce a catturare l'attenzione e soprattutto a coinvolgere. In tutto questo contesto ovviamente non può mancare l'apporto fondamentale del resto della band, la quale sorregge perfettamente le liriche sparate senza pietà dal vocalist. Arriva il momento dell'assolo, immancabile, preceduto da un aumento ritmico di grande spessore; la doppia cassa emerge quasi dal nulla per poi tornare su binari iniziali, rimanendo sempre e comunque incredibile per tecnica ed esecuzione. Al minuto 2:47 arriva puntuale il momento per così dire "riflessivo" del brano con il classico arpeggio delicato e suadente che non promette certo nulla di buono. Una voce leggerissima e qualche carezza di crash, affiorano inconsapevolmente, e sarebbe a questo punto lecito aspettarsi una bomba sonora di immensa portata, ma dato che di prevedibile nei Meshuggah non esiste praticamente nulla, arriva una leggera distorsione che vuole solamente chiudere il brano; l'ennesimo colpo vincente. Il testo, come analizzato precedentemente nell'ep "Selfcaged", sembrerebbe fare riferimento all'individuo posto in copertina nel suddetto ep. Ovvero una sorta di autoingabbiamento in una specie di sfera protettiva che vuole essere un rifugio per poter sfuggire a qualcosa od a qualcuno. Ad un certo punto, il protagonista sente una voce che gli dice che non potrà in alcun modo scappare da lui, perché proprio questo lui vive dentro il Nostro ed è collegato direttamente al suo cervello. In maniera lenta ma inesorabile, si sta appropriando delle sue profondità e cerca in tutti modi di convincerlo ad ascoltarla, lasciando perdere chi cerca continuamente di assecondarlo con le menzogne. A questo punto, il protagonista delle liriche va letteralmente in tilt: si chiede come possa fare per evitare che questo essere o questa "cosa" prenda totalmente il sopravvento su di lui, e capisce forse troppo tardi, che la sua vita rischia di non essere mai più quella di una volta. Questa sfera protettiva da lui creata per sfuggire da se stesso, ma anche e soprattutto per sfuggire ad un nuovo innesto che lo sta praticamente portando alla pazzia, diventa purtroppo il suo tempio di dolore, distruzione e disperazione, ed il suo corpo viene inevitabilmente trafitto da tutte queste sensazioni negative. L'unico modo per poter avere un minimo di speranza è quello di scavare dentro le sue profondità, per poter trovare quella verità e quella voglia di essere che possano dare una reale scossa definitiva verso la risalita di questo infinito abisso mentale. In poche parole, l'unica soluzione è solamente quella di ritrovare quella pace mentale che ci possa permettere di continuare a vivere e limitare le sofferenze.  

Terminal Illusions

"Terminal Illusions (Illusioni Terminali)" inizia con dei suoni campionati che vanno e vengono in un crescendo e decrescendo di volume, i quali cercano di spaesare subito l'ascoltatore non facendogli capire che cosa possa aspettarsi dopo questa strana e particolare introduzione. In effetti si potrebbe fantasticare sull'arrivo di chitarre stoppate, di arpeggi, o di qualche trovata magari anomala, per introdurre effettivamente la song. Ed invece si parte a cannone con ritmiche forsennate e violentissime. Il drumming è esasperato, veloce ed impetuoso, le chitarre si fanno subito assassine ed il cantato arriva immediatamente a mettere le cose in chiaro con quelle urla disumane e laceranti. Un inizio pesantissimo che non lascia scampo, che prosegue imperterrito con l'aggiunta di una chitarra stranissima ad arricchire il sound, il quale prosegue violentissimo salvo un leggero cambio di registro che rallenta leggermente, ma appesantisce il tutto con una sezione ritmica incalzante e leggermente macchinosa. Questo però non influisce minimamente sull'impatto vero e proprio del brano in questione, ma fa aumentare di gran lunga una esasperazione sonora atta inevitabilmente a stordire. Una leggerissima incursione della seconda chitarra ne aumenta l'intensità, mentre il drumming è preciso e mentalmente instabile nella sua progressione precisa e assassina. Le vocals che ne seguono sono un tripudio alla pazzia vera e propria, con tanto di urla disperate che vengono accompagnate da un'altra accelerazione che chiude un brano breve per la sua durata, ma diretto come un pugno in pieno volto. Questo è forse il pezzo più vicino al genere thrash (ancora leggermente presente in alcuni contesti) rispetto agli altri episodi presenti, ma è infarcito seppur di poco, di quelli elementi cardine che vanno a forgiare quel sound particolare di proprietà Meshuggah. Violentissimo nel suo procedere inesorabile, granitico nel suo proporsi ed annichilente nella sua natura. Il testo, nella sua seppur brevità, viene sparato a mille senza un minimo di sosta, e quindi di carne al fuoco ce né parecchia. L'apertura lirica è affidata a questa frase: "Non ho bisogno di religione, Dio benedica nessuno. Le mie opinioni sono scritte da me". Questo è il pensiero di chi è ancora umano e reale, e non si vuole arrendere a questa ipnosi di massa legata ad innumerevoli illusioni. Il protagonista del brano sa benissimo di essere fedele solamente a se stesso, e la sua integrità e convinzione lo lascia in pace con se stesso. Vede purtroppo la cecità nel volto delle persone con la mente vuota, anzi svuotata, e pronta a ricevere e credere a qualsiasi menzogna gli venga propinata. Non esiste nessun Dio, la vita è solamente una trappola che mette continuamente alla prova ogni essere umano e non; il protagonista dunque capisce che l'unica maniera di distinguersi e capire veramente le situazioni è solamente quella di credere in se stessi. In questa evoluzione dobbiamo essere noi quei leader che devono avere il controllo sulle circostanze e sulla nostra vita, e se questa genetica vuole modificare certi nostri parametri allora non esiste più un dio che veglia su di noi, anzi, probabilmente questo dio ci odia talmente tanto da mettere una pressione mostruosa verso tutta l'umanità. Questa purtroppo è la realtà a cui stiamo andando in contro, e sembra volere essere una specie di punizione verso una esistenza, la nostra, diventata ormai inconsistente e priva di senso.

Suffer in Truth

Ci avviamo purtroppo verso la conclusione di questo splendido lavoro con la penultima traccia dal titolo "Suffer in Truth (Soffrire nella Verità)". L'inizio è dettato da suoni lontanissimi che molto lentamente si avvicinano fino ad esplodere con una chitarra che, con un suono molto particolare, ricorda vagamente un allarme. Questo singolare momento viene raggiunto da basso e chitarra, ma soprattutto da una batteria che si muove splendidamente con una doppia cassa assolutamente da infarto. Arriva la prima strofa, e come di consueto, essa non vuole fare superstiti colpendo con estrema cattiveria e rinnovata efficacia. La sezione ritmica si distingue per precisione e devastazione vera e propria, la quale sembra essere un caterpillar che non guarda assolutamente ciò che gli si para davanti, spazzando via qualsiasi cosa gli si presenti nel suo cammino. La chitarra di Thordendal rischia di appiccare un incendio di proporzioni esagerate a causa di accordi roventi e distruttivi. La batteria di Haake dal canto suo, sembra essere costruita per distruggere qualsiasi cosa. Improvvisamente però, arriva il momento tanto inaspettato tanto imprevedibile, ovvero quello di ascoltarci un bell'arpeggio (ormai tratto distintivo di questo lavoro), che ha un qualcosa di spaventosamente delicato e rilassante, il tutto accompagnato magistralmente dal batterista che accarezza con le bacchette il bordo del rullante. Il tutto puzza un po' di farsa (nel senso buono ovviamente), un qualcosa studiato alla perfezione per far rilassare e non pensare ad un dopo; un passaggio successivo che si sprigiona con una veemenza tale, complice anche una chitarra particolarissima e psichedelica, che sembra una esplosione in volto di un fucile a pompa. Al minuto 4:50 il brano prende una piega piacevole se vogliamo, e sembra voler concludere appunto in questa maniera tranquilla e spensierata. Niente di più sbagliato; la band accelera improvvisamente ed il cantato quasi urlato sembra provenire da una belva furiosa. Un passaggio assassino con tanto di ritmica costante e feroce. Il brano in questione si conclude con un ritornello interessantissimo per esecuzione con tanto di quelle grida disumane che destabilizzano a priori. Un brano eccezionale che vuole mettere a dura prova non solo i nostri padiglioni auricolari, ma soprattutto la nostra stabilità mentale. Se da una parte troviamo delle ottime parti lente e "rilassate", dall'altra viene emanata una potenza incredibile che non lascia scampo e lascia attoniti ed agonizzanti, piegati su se stessi. La nostra anima è continuamente torturata; accecata dal dolore delle menzogne ed ormai priva di quella luce ed intensità che dovrebbero caratterizzarne l'esistenza. Inizia inconsapevolmente una sorta di danza mortale, sepolta in un oblio costante, in continua ricerca di sostanza e di nutrizione. Le ferite del nostro animo in pena si lacerano sempre di più e fungono da specchio della vita diventata forse troppo sofferente. Giunti a questo punto, anche i sogni perdono di credibilità, e diventando in egual modo sintomo di sofferenza e dolore. Eppure nel nostro inconscio, capiamo quello che ci sta accadendo intorno, solamente che abbiamo perso la facoltà di ascoltare; di vedere si, di sentire anche, ma ormai tutto intorno a noi è diventato invisibile ed impalpabile. Concludendo, possiamo parlare di una vita talmente contaminata da un'aurea malsana, violenta e maligna, che è in grado di intaccare anche le profondità più remote della nostra esistenza, corrodendoci dall'interno fino a lasciarci senza speranza ed in balia di noi stessi.

Sublevels

Ed eccoci giunti all'ultimo brano di questo "Destroy, Erase, Improve"; stiamo parlando di "Sublevels (Sottolivelli)" e subito veniamo accolti da una chitarra ritmica pesantissima. La batteria ed il basso arrivano in soccorso per appesantire ulteriormente questo stop and go iniziale, mentre la voce un po' a sorpresa si presenta semplicemente con un parlato piuttosto soffuso e molto basso, come tonalità. I tempi dispari proposti da Haake con la complicità di suoni campionati leggeri ma provocanti, conferiscono al tutto un'aurea malsana, e la progressione avviene lenta ma incalzante. Il singer continua con la sua parlata sottotono ed i compagni non fanno altro che accompagnarlo in questa strana avventura, molto oscura. Ad un tratto il sound esplode, come fosse stato relegato per qualche istante in una stanza chiusa ed avesse trovato la maniera di uscire. L'atmosfera si fa devastante, il cantato riprende quella foga disumana, e la sezione ritmica pare trasformarsi in uno schiacciasassi. Questo breve momento di pura furia omicida si ferma improvvisamente a favore di un suono ancora una volta leggero e semplice, dove le due asce tra arpeggi e solos psichedelici ci regalano dei bei momenti di tranquillità. La batteria assume un ruolo da protagonista anche se ovviamente il contesto non sollecita la spinta violenta, ma ne esalta la tecnica del singolo con soluzioni tanto ricercate quanto ricercate, ed il drummer si eleva a maestro di tecnicismo e precisione. A quanto pare il brano sembra voler seguire queste "tranquille" coordinate fino alla conclusione dello stesso, e dato che si tratta dell'ultima traccia ci potrebbe anche stare benissimo. Ma ecco che come un fulmine a ciel sereno i Nostri si scatenano letteralmente in una corsa forsennata caratterizzata da chitarre bassissime, pesanti, distruttive ed annichilenti, con tanto di vocals al limite dell'umano ed una sezione ritmica spaventosamente ispirata. Una mazzata senza precedenti, un cazzotto sui denti da far perdere i sensi. Incredibilmente sentiamo ancora quella voce parlata e subito le sonorità tornano ad essere placate, come incatenate. Piccoli rintocchi di ride e crash avvolgono il sound di mistero e successivamente la chitarra di Thordendal si esprime con qualche piccolo accordo distorto ed un sottofondo misterioso che svanisce inesorabilmente verso un finale di song decisamente fuori dagli schemi. Ascoltando questo episodio l'unico pensiero che affiora dalla nostra mente può essere riassunto in una sola frase: Oh my god. Si, perché è una cosa pazzesca; inizialmente pare essere una specie di suite conclusiva di una leggerezza incredibile, poi una prima stoccata per stordire ma tenere cosciente l'ascoltatore, per poi tornare su vie sospese nel tempo e dare una seconda scarica che questa volta vuole essere una sorta di colpo di grazia. Il testo del brano sembra strutturarsi su di una riflessione, un pensiero ricorrente che tormenta il protagonista. Infatti, ogni volta che esso chiude gli occhi, entra in un sogno dove sente che un qualcosa torna sistematicamente dentro di lui. Improvvisamente vede con luce diversa la propria vita e capisce che quest'ultima non è nient'altro che polvere. Gli vengono mille pensieri, mille dubbi, e si trova a viaggiare nel proprio subconscio come se questo fosse fosse "Un labirinto di vetro frantumato dai pensieri". Quindi si trova a vagare nella propria mente, la quale è così fragile che rischia di comprometterne la sua stabilità, rischiando di rompere il proprio equilibrio a causa di mille pensieri che lo attanagliano. Viene tentato da un qualcosa di non umano, di misterioso, e rischia di ritrovarsi senza più la propria anima perché risucchiata da queste tentazioni. Quello che sta succedendo dentro di lui, è un cambiamento radicale del proprio essere da parte di un qualcosa più grande di lui, che egli non può combattere. Vede questa cosa come una malattia che arriva vestita di nero per trasmettere a lui e successivamente a tutti noi, un nuovo mondo ed un nuovo modo di essere.

Conclusioni

Arriviamo dunque alle battute finali esprimendo l'ultima e definitiva considerazione riguardo questo album. Potremmo tranquillamente chiudere facilmente il discorso dicendo di trovarci davanti ad un disco incredibile, praticamente sotto ogni punto di vista, ma sarebbe scontato e soprattutto indecoroso liquidare così tale gioiello. Partiamo dal presupposto che su questo "Destroy, Erase, Improve" riponevamo alte aspettative, forse altissime. Si, perché dopo un primo disco molto godibile che ci presentava una band "nuova", per alcuni momenti particolari inseriti nel proprio sound, ma ancora forse troppo legato al Thrash dell'epoca, i due EP successivi furono di una qualità incredibile che nemmeno album di adesso si sognerebbero di poter eguagliare. Il suono si presentava decisamente più potente e per certi versi macchinoso, ma non era un voler cercare un qualcosa di per forza di cose ipertecnico o chissà ché; il tutto consisteva, semplicemente, nella naturale evoluzione che la band di Umea stava presentando agli addetti ai lavori. Abbiamo detto più volte che l'ingresso di Tomas Haake ha dato quel qualcosa in più (e forse anche più di un qualcosa) alla causa del gruppo, ma che sfornassero una "bestia" del genere era quasi impensabile. Eppure, i tre brani presenti nell'EP "Selfcaged" e qui contenuti facevano ben sperare, ma forse non a questi livelli. Siamo di fronte ad un lavoro impeccabile con un sound unico e personale, e poco importa se alcuni passaggi sono ancora legati in qualche modo alla scena thrash, qui si sta parlando di un qualcosa totalmente fuori dall' "ordinaria" prassi compositiva. Andiamo con ordine: Kidman non si limita ad urlare contrariamente a quanto si può udire ad un ascolto disattento. La prova del vocalist è incredibile, perfetta in ogni sua parte, aggressiva al punto giusto e quando serve, inumana e senza forzature quando deve spingersi oltre perché la struttura del brano lo richiede, e (come nell'ultima song) particolarmente leggera ed opprimente. Le due chitarre di Thordendal e Hagstrom sembrano essere un macchinario che gira con ingranaggi molto ben oleati, e quindi non c'è un benché minimo cedimento nell'accompagnamento. Il basso di Nordin è semplicemente fantastico nell'appesantire il tutto e porre delle fondamenta su cui costruire tutta una serie di vagonate di cemento armato. Il drumming di Tomas non è mai stato così efficace come in questo caso, con le sue partiture a volte lineari ma sempre marziali, ed a volte assolutamente imprevedibili; praticamente stiamo parlando del motore vero e proprio su cui ruota tutta la personalità dei Nostri. Troviamo anche dei sporadici suoni espressi dai sintetizzatori che arricchiscono alcuni brani in maniera mai, e dico mai, invasiva; al contrario, fanno si che si crei a volte quella atmosfera surreale che le liriche stesse vogliono raccontarci. Le liriche appunto, sono dei veicoli di fantascienza che raccontano a volte di questa ipotetica evoluzione che trasforma l'uomo in macchina. Sarà un caso, ma lo stesso anno dell'uscita dei questo disco, un'altra band dai contenuti decisamente futuristici che narravano l'eterna lotta tra uomo e macchina, fece uscire un altro disco a dir poco monumentale, rispondente al nome Demanufacture; ovviamente stiamo parlando dei californiani Fear Factory. Un'annata felicissima, dunque, il 1995, che ha regalato alcune delle migliori produzioni fin qui mai rilasciate. La band di Dino Cazares non è stata citata solamente per i contenuti prettamente lirici, ma anche perché i Meshuggah iniziarono a venire accostati ai Fear Factory anche per la particolarità del suono e per l'inserimento di questi campionamenti. Bisogna però fare delle sostanziali distinzioni, perché effettivamente ce ne sonom, e di grosse, aggiungerei. Mentre il gruppo di Burton C. Bell e soci fecero di quei suoni uno dei loro tratti caratteristici, la band di Kidman invece puntò (come abbiamo visto) su di una pesantezza di impatto inarrivabile, con soluzioni a volte assurde che però fungono da carta vincente per personalizzare ogni singoli brano. Qui non troviamo una voce pulita od il classico growl per valorizzare in generale la pesantezza del tutto, qui ci troviamo ad ascoltare un pazzo maniaco della perfezione che con il suo timbro esasperato è perfetto per una proposta altrettanto esasperata, senza tralasciare una grande tecnica di esecuzione che migliora di album in album. Se partiamo dal primo brano "Future Breed Machine", diventato poi con il tempo il loro cavallo di battaglia immancabile ad ogni spettacolo live, il resto dell'album è un susseguirsi di emozioni, un continuo attentato alla nostra mente, ed una rincorsa verso quella boccata d'aria che sembra non voler arrivare mai ma che riesce ad essere appagante. Non resta dunque che schiacciare nuovamente il tasto play del nostro stereo e re-immergerci in questa spirale di pazzia che solo i Meshuggah riescono a creare, e riescono a trasmettere.

1) Future Breed Machine
2) Beneath
3) Soul Burn
4) Transfixion
5) Vanished
6) Acrid Placidity
7) Inside What's Within Behind
8) Terminal Illusions
9) Suffer in Truth
10) Sublevels
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