MESHUGGAH

Catch Thirtythree

2005 - Nuclear Blast

A CURA DI
FABRIZIO IORIO
18/03/2018
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

Sono passati tre anni dall'uscita di Nothing, album con il quale i Meshuggah avevano in un certo qual modo cambiato nuovamente le carte in tavola, senza però stravolgere del tutto la loro proposta. Un album che aveva una pesantezza assurda, molto più lento dei suoi illustri predecessori ma dannatamente pesante. Ora i ragazzi di Umea si apprestano ad uscire con il nuovo lavoro dal titolo Catch Thirtythree. Niente di strano verrebbe da pensare, in fondo è un altro album da scoprire per vedere in quale modo questa volta i Meshuggah abbiano voluto sorprendere i propri estimatori. Per capire però che cosa abbiano in serbo per noi, dobbiamo andare indietro di un anno, ovvero in quel 2004 quando fecero uscire l'ep dal semplice titolo I. Un lavoro di ventun minuti contenente un solo ed unico brano capace di mutare forma quando meno lo si aspetta, ma soprattutto un lavoro in grado di sorprendere in maniera esagerata che ripercorreva a suo modo, l'intera evoluzione della band. Tutto questo discorso serve per spiegare il contenuto di questa loro nuova fatica. Se andiamo a guardare le tracce contenute in essa, troveremo tredici titoli in cui il minutaggio varia dal minuto e mezzo scarso fino ad arrivare ai tredici minuti di ascolto. Ma non dovete farvi ingannare dai titoli delle tracce perché si tratta, come nel caso di I, di un solo ed unico brano diviso in sezioni. Diciamo immediatamente che i Meshuggah avrebbero voluto usare solamente un titolo per questo lavoro, ma la Nuclear Blast decise ed impose, che era meglio dividere in canzoni la canzone stessa. E così ecco spiegate le tredici tracce presenti, ricordando però che si tratta di una soltanto. Ci sono cose piuttosto interessanti riguardanti Catch 33, e la prima è che se è vero che il ruolo di bassista dopo la dipartita di Gustaf Hielm venne affidato a Dick Lovgren, è anche vero che compare fino a questo momento solo nella line up di I e non in questo nuovo lavoro. Come accaduto in occasione delle registrazioni di Nothing dunque, anche per questo disco andiamo a trovare ad occupare il ruolo di bassista per la composizione lo stesso chitarrista Fredrik Thordendal. C'è anche una enorme novità per quanto riguarda le parti registrate di batteria. No, non pensate subito male; il bravissimo Thomas Haake è ancora presente in formazione, solamente che la band ha preso la decisione di registrare le parti di batteria tramite un software che, a detta degli stessi Meshuggah, avrebbe consentito di inserire delle soluzioni che l'essere umano non sarebbe stato in grado di effettuare per via della ricercata complessità. C'è da rimanere un po' sconcertati di questa scelta e detto sinceramente, non riesco a capire il motivo di questa decisione, dato che avendo tra le fila uno, se non il miglior batterista in circolazione, non vedo del perché non sfruttare tutta la sua abilità tecnica. Comunque la decisione finale spetta solamente a loro e se hanno deciso in questo modo avranno sicuramente avuto i loro motivi. Alla programmazione di questa batteria virtuale hanno partecipato tutti i componenti della band, ed il risultato andremo chiaramente a raccontarvelo nella nostra analisi. C'è anche da considerare il titolo stesso dell'album: Catch 33 è una esagerazione dell'articolo 22 del codice americano, il quale recita: "Dilemma assurdo in cui ogni scelta porta all'impossibilità di risolvere il problema". Diciamo pure che il sunto di questa definizione la si può ricercare attraverso la cover stessa dell'album, dove possiamo osservare tre serpenti intenti a mordersi a vicenda, creando così un vortice che sembra non avere né una fine né un vincitore. Che cosa tratteranno questa volta i Meshuggah tramite un singolo brano? Ecco, diciamo che vogliono spiegarci a modo loro quel paradosso che appunto si evince tramite il Catch 22 appena descritto. Certo è che di elementi a nostro favore per poter cercare per lo meno di capire che cosa possa passare per la testa di questi folli svedesi ce ne sono parecchi, e sinceramente sono veramente curioso di ascoltare cosa questa volta siano riusciti a tirare fuori dal cilindro. L'unica cosa che mi lascia un po' perplesso è appunto il fatto di non poter sentire fisicamente il lavoro di Haake, il quale sicuramente avrebbe dato una spinta probabilmente differente all'intero album. Sono comunque solamente delle ipotesi, magari il risultato finale è un qualcosa di mostruoso ed assolutamente innovativo, e considerato quello che fino a questo momento i Nostri sono riusciti a fare non mi sorprenderei se dovessi trovarmi di fronte all'ennesimo capolavoro, ma per saperne di più dovete ovviamente seguire la nostra recensione.

Autonomy Lost

"Autonomy Lost (Autonomia Persa)" parte potentissima con una drum machine pesantissima ed un riff di chitarra veramente terrificante. Un minuto di pura devastazione in pieno Meshuggah style che vuole e riesce a mettere immediatamente le cose in chiaro. Con queste premesse si ha il via definitivo alla completa assimilazione di questo lavoro monumentale che vede nelle urla di Jens una sorta di raggiungimento di una pace interiore, la sua, e la destabilizzazione nostra mentale. Il sole è il simbolo di luce, di luminosità, di speranza e di felicità. Emotivamente una giornata di sole riempie il cuore di gioia e a beneficiarne non è solamente l'umore ma anche mentalmente si percepisce un benessere che ha pochi eguali. Tutto sembra più bello, ogni cosa, anche la più insignificante, la si vede con una luce diversa e positiva. Qui però troviamo la prima contraddizione, o il primo paradosso se preferite; questa presunta felicità è guidata da una paura di fondo che trova le proprie radici nel nero perfetto, nell'oscurità. In questo caso il buio è la base per il raggiungimento della luce, e non è per forza una cosa negativa nonostante sia uno l'opposto dell'altro. La band è un martello che non accenna a diminuire di intensità, solamente una piccola parentesi dove possiamo ascoltare unicamente la chitarra di Thordendal prima che subentrino le vocals che riescono a smorzare, seppur brevemente, i toni.

Imprint of the Un-Saved

Imperterrita, la band continua il proprio percorso distruttivo con ulteriore pesantezza prima che ancora una volta in "Imprint of the Un-Saved (Impronta del non Salvato)" il buon Kidman sparga la propria voce disumana per metterci davanti un puzzle, ma non un puzzle qualunque. E' quello della nostra vita, tanti piccoli pezzettini da ricomporre per poter raggiungere la redenzione. Ed è li, proprio davanti ai nostri occhi. Ogni singolo pezzo è senza una chiara configurazione ed è privo di qualsiasi caratteristica ben definita. Iniziamo con difficoltà a dare una forma a questa vita, ma presto ci accorgiamo che qualche pezzo è mancante. Qualcuno è ancora da definire, e si aggiungerà man mano che il nostro ciclo vitale continuerà il suo percorso, altri invece non hanno forma e non si incastrano con nessun altro elemento. Cerchiamo di capire il perché alcuni di questi pezzi non abbiamo una reale forma, e dopo vari tentativi riusciamo a capire che ad ogni elemento informe corrisponde una menzogna da noi pronunciata. Se ci pensiamo attentamente la nostra vita è proprio così. In continua costruzione, è un puzzle lunghissimo che vede il suo completamento proprio tramite la nostra morte. I Meshuggah sembrano aver messo in loop il proprio sound, proponendo di continuo lo stesso medesimo riff pesantissimo che tramortisce per intensità. E pensare che sono appena passati due minuti abbondanti, e quello che rimane ancora da ascoltare è tutto da scoprire.

Disenchantment

Il solito riff monolitico e potentissimo accompagna ancora una volta l'ascoltatore in territori impervi. La sezione ritmica è come sempre devastante, e se anche l'andamento risulta sempre lento e soffocante, la sensazione di avere di fronte una macchina in continuo avanzamento che fa tabula rasa di ogni cosa al suo passaggio diventa praticamente palpabile e quasi visibile. Una macchina infernale che molto lentamente vediamo avvicinarsi imperterrita e che sappiamo benissimo non esista un modo per poterla fermare. L'unica cosa da fare è quella di aspettare che arrivi e che ci schiacci sotto il proprio peso. "Disenchantment Disincanto)" continua il percorso tracciato fin qui dalla band dove il nostro io diventa la sintesi della paura. Come uno specchio che rivela le reali fobie che ad un occhio poco attento sembrano nascondersi, o forse, siamo proprio noi stessi a non volerle tirare fuori proprio per paura delle conseguenze. E' una tortura interiore quella che dobbiamo affrontare, e seppur confinata negli angoli più remoti del nostro sub-conscio, riesce a farsi strada fin troppo facilmente, uscendo fuori più terrificante che mai. Siamo schiavi di noi stessi in fondo, ma alla fine per questa nostra personalità così terribile è giunto il momento di uscire dal torpore e risvegliarsi per affrontare questo mondo pieno di insidie. Jens è potentissimo con la propria voce, ma ad un certo punto, grazie ad un leggero sottofondo chitarristico, la sua performance assume connotati da narratore tramite un effetto vocale discreto ma efficacissimo per sottolineare una lotta che inizia a farsi sempre più ardua verso le restrizioni che ci vengono continuamente imposte. Restrizioni che il nostro io non vuole e non riesce più a sopportare, innescando così un conflitto interiore che avrà risvolti terribili.

The Paradoxal Spiral

A questo punto il brano cambia registro. Un suono martellante, schizofrenico e continuo, permette alla sezione ritmica di penetrare a fondo nelle nostre menti, mentre la chitarra di Thordendal va a lubrificare questa punta di trapano che entra inesorabilmente nel cervello. Ad un certo punto ci sentiamo soffocare, ma non è un soffocamento di tipo fisico, ma bensì mentale. Alziamo lo sguardo e quello che vediamo è un bel colore azzurro di un cielo che non ha mai fine. Tutto molto bello inizialmente, ma nel giro di un'istante tutto questo "infinito" ci attanaglia la gola e rischia seriamente di farci annegare. "The Paradoxal Spiral (La Spirale Paradossale)" ci porta ad immergerci in un liquame di indecisione, e questa immersione totalmente in discesa, ci nega la visione della superficie, la quale è la nostra unica via di salvezza. Nessun alito di ossigeno ci è permesso di ricevere, anzi, per porre fine alle nostre speranze ci pensa un vortice impetuoso che vuole spingerci sempre più in profondità, facendoci annegare per sempre nella nostra coscienza; perché è proprio lei ad averci trascinato in questo abisso. Jens si cimenta in una prova vocale di tutto rispetto, facendosi portatore di sana follia decretandone la nostra fine. La band dal canto suo trafigge l'ascoltatore, lo pugnala senza un benché minimo rimorso; eppure nel suo essere così lineare e spietato è presente una eleganza malsana che piace, seduce e tramortisce.

Re-Animated

Si rimane annichiliti da tanta potenza scandita da altrettanta lentezza. E' come se i Meshuggah volessero far soffrire mentalmente i propri ascoltatori per poi annientarli definitivamente provocandone del dolore fisico. Questa volta in "Re-Animated (Ri-Animato)" la voce del singer assume una piega distorta, profonda ed inquietante. Rivolgiamo il nostro sguardo fiero fissando l'oblio. Ora è lontano, ma sappiamo benissimo che prima o poi la strada verso di esso terminerà e ci ritroveremo al cospetto dell'oscurità. Cerchiamo quindi di assaporare ogni singolo istante prima di dover fare i conti con la fine. Potremmo anche essere morti, essere diventati (o tornati) un'entità, un tipo di materia non sensoriale come è la terra, il vento, il fuoco od il mare. Tutti elementi vitali per la sopravvivenza del nostro pianeta, ma soprattutto tutti elementi fondamentali per la nostra sopravvivenza. Anche qui, la band è inesorabilmente lenta nel proporsi feroce e spietata, proseguendo in questa sua linearità di fondo con l'unica variante vocale carica di spaventoso effetto. Le chitarre sembrano lasciarsi andare un po' di più in questo minuto, e dobbiamo anche dire che la drum machine svolge piuttosto bene il suo lavoro, non facendo pensare anche solo per un attimo, che il bravissimo Tomas non sia dietro il proprio drum set. Eppure funziona; funziona dannatamente bene. E' chiaro che la parte del leone la fanno le vocals di Kidman, bravissimo interprete di sofferenze, il quale ci prende per mano, ci consola, ci conforta, per poi accompagnarci direttamente in questo oblio spirituale per poi abbandonarci a noi stessi.

Entrapment

Martellano duro i Meshuggah; una continua corsa lenta ed inesorabile verso la distruzione mentale che non vuole proprio lasciare scampo. Con "Entrapment (Intrappolato)" si varcano i confini della follia, attraversando un ponte che va proprio a separare la ragione e la lucidità dalla pazzia. Una sorta di punto di non ritorno il quale una volta varcato, il proprio destino viene segnato senza aver una minima possibilità di poterlo cambiare. E' una sorta di scelta quella che dobbiamo compiere e solo la nostra coscienza sarà in grado di decidere se varcare questo confine oppure no. Thordendal ci propone uno dei suoi ormai classici assoli schizofrenici, malati e fuori di testa. Ottima l'esecuzione generale ed altrettanto coinvolgente sono le vocals di Kidman. Cerchiamo il nostro ego, cerchiamo di capire la nostra vera natura. Osservando questa nuova realtà, così surreale ed insolita, ci troviamo di fronte mille personalità differenti. La nostra capacità di pensiero viene meno dinanzi a tutto questo e circondati da mille ego ci sentiamo come ammutinati e traditi proprio da noi stessi. Ad un tratto sentiamo dentro di noi una miriade di risate che sembrano prendersi gioco di noi, ma non riusciamo a capire da dove provengano. Probabilmente la nostra testa è in completa confusione e ci chiediamo se queste risate in realtà non sia solo una: la nostra.

Mind's Mirrors

Il brano sembra detonare inesorabilmente e possiamo ascoltare un rumore costante che trasuda desolazione da tutti i pori. Il vuoto pervade la nostra testa e "Mind's Mirrors (Specchi Mentali)" non fa altro che alimentare questa sensazione ingigantendola e portandola ad un livello mai visto prima. Questa porzione di song gode di un inaspettato stop, e la band per un momento non vuole più attaccare l'ascoltatore con sonorità pesanti atte a destabilizzare il nostro corpo. Questa volta Kidman e soci si concentrano esclusivamente a distruggere la poca sanità mentale che ci rimane, e lo fanno con un effetto vocoder veramente impressionante e riuscitissimo. Non è un cantato, è una frase che viene direttamente dalla nostra coscienza. La nostra anima affamata sta lentamente rosicchiando le nostre ossa, il nostro esoscheletro vuole in qualche modo proteggere il nostro pensiero, ma il nostro io, quello che si nasconde nelle profondità più remote di noi stessi, vuole attaccare questo guscio che in qualche modo lo imprigiona, impedendone la sua uscita, la sua libertà. Ci riflettiamo in questo ipotetico specchio, e quello che vediamo è proprio l'azione distruttiva che questo nostro ego sta per compiere. Ora non vuole più vivere nella nostra ombra, è arrivato il momento per lui di liberarsi e prendere vita. Una volta uscito definitivamente, quello che rimane a noi è solo una sensazione di tremendo vuoto. E noi stiamo li immobili, ad ascoltare senza riuscire a dire e a pensare a nulla. Lasciamo che il nostro io interiore ci parli nonostante una sensazione di terrore inizia a pervaderci. Un vuoto che viene amplificato da un arpeggio tristissimo e desolante, anticipato da un ultimo fragore rumoroso che lascia poi spazio ad una terra bruciata in continua espansione. E' tremendo ascoltare questa solitudine a livello cerebrale. Un viaggio a testa bassa verso la disperazione più assoluta, dove veniamo accompagnati dalla band con estremo terrore. Il sound ad un certo punto esplode, sembra che ormai siamo giunti alla meta e la nostra condanna sia li, pronta ad attenderci.

In Death is Life

Il sound torna ad essere imponente e pesante, e quando subentrano le voclas di Kidman le chitarre aumentano di spessore, così come la sezione ritmica assume un ruolo fondamentale per l'economia del brano stesso. Le urla sono assurde, malate e tremendamente soffocanti. Siamo condannati ad una vita immersa nel caos e "In Death is Life (Nella Morte è Vita)" la nostra anima, il nostro sub-conscio è innocente e colpevole di tutto ciò. Circondati da folle di solitudine veniamo calpestati come inutile terra sotto i piedi. Cerchiamo di assorbire la nostra stessa morte, e dove una volta vedevamo un mondo pieno di colori vivi e pulsanti, ora dobbiamo affrontare gli spasmi monocromatici improvvisi che gli dei ci presentano nel loro personale mondo. La morte è vita e la vita è morte. Essa non è la fine di tutto, è solamente un passaggio da un tipo di esistenza all'altro. Una forte contraddizione questa, mettere insieme due parole diametralmente opposte come morte e vita sembrerebbe essere una cosa a dir poco assurda. Eppure non è tutto così scontato, non è detto che la morte cancelli una volta per tutte la nostra esistenza. Può essere invece che realmente esista una seconda vita fatta di spiritualità, di dimensioni parallele e totalmente diversa da come possiamo immaginare. I Meshuggah picchiano duro in pieno volto, e lo fanno con una maestria così naturale che non sembra quasi vera.

In Death is Death

Il continuo perseguire di sonorità potentissime, fa si che "In Death is Death (Nella Morte è Morte)" sia la perfetta contrapposizione di quanto scritto in precedenza. E sebbene le urla di Jens siano sempre e costantemente sull'orlo della follia, ci troviamo in questo mondo così grigio a risplendere di un colore vivido ed accecante. Siamo così facilmente individuabili, così facilmente rivendicati in un dominio dove tutti sono una facile preda. La sezione ritmica rallenta vistosamente e le chitarre di Thordendal e Hagstrom ci introducono in un vortice malato nel quale i nostri pensieri così accesi e luminosi, diventano un faro per il dio-cacciatore, diventando così il responsabile per la sua eccitazione e portatore inconsapevole di uccisioni. Una sezione strumentale potentissima ci accompagna per buona parte della durata di questo spezzone con risultati veramente devastanti, ma chiaramente non aspettatevi che tutto fili via liscio come se niente fosse. Chiaramente i Nostri ci danno dentro in quanto a pesantezza e ferocia, ma ad un certo punto, proprio quando il sound inizia a farsi caotico, accade qualcosa: Il basso si ritrova improvvisamente solo ed isolato, e traccia una via disperata che viene arricchita da un leggero arpeggio di chitarra con tanto di altrettanta leggera incursione di drum machine. Sembra che il tutto sia studiato un po' per allentare un minimo la tensione, ma essendo un album che fa della contraddizione il fulcro centrale anche a livello sonoro, questa tensione riesce anche ad aumentare. Immaginate per un attimo di sentirvi salvi da qualche pericolo, ed immediatamente dopo vi rendete conto che questo pericolo vi ha solamente fatto credere quello che voi volevate credere per poi darvi il colpo di grazia. Ecco, in sostanza succede proprio questo e la band è abilissima nello stravolgere le regole e le vostre menti. Siamo abituati a vederci in un unico modo, ma una volta risucchiati nel vortice infinito della vita si viene catapultati nel mondo dei morti, e qui capiamo che la nostra origine deriva proprio dalla fine della nostra esistenza. Non crediate ovviamente che le sorprese a livello sonoro siano finite qui; no perché andiamo a trovarci ancora una volta in un mondo, quello dei Meshuggah, dove si riprende a picchiare duro, ma improvvisamente accade l'impensabile. Gli strumenti si fermano, lasciando solamente qualche nota di basso e l'ennesimo arpeggio desolante a fare da guida in questa nuova e terribile realtà. La sensazione di paura che pervade il nostro corpo è allucinante ed i Nostri, con semplici note, riescono a trasformare le nostre paure in un qualcosa di reale e terrificante. L'attacco più tremendo è quello che avviene nella nostra testa, ormai destabilizzata e pronta ad esplodere. Una lunghissima nenia che rievoca i nostri peggiori incubi è li, pronta ad afferrarci; e lo sappiamo bene, non si può evadere da questo labirinto mentale chiamato trappola. La chitarra si affievolisce lasciando spazio ad un suono digitale che rimbalza da una cassa all'altra come una scheggia impazzita. Ascoltando questo ultimo passaggio con le cuffie il nostro cervello rischia veramente di essere compromesso.

Shed

Come un fulmine a ciel sereno, il brano diventa più minaccioso, colpendo duro con un sound caotico e potentissimo. "Shed (Capanno)" si rivela infido nel suo proporsi strisciante e pericoloso. Le parti di batteria sono molto interessanti, così come particolarmente avvincenti sono le chitarre, le quali riescono quasi in sordina, a riversare una sensazione di abissale abbandono. Jens questa volta non vuole cantare con la solita rabbia che gli compete, ma si limita a sussurrare lo stato di galleggiamento mentale che la nostra anima si trova ad affrontare. Fissando in questo abisso di sogni organici, volgiamo a tutti i costi vedere se il nostro io si è definitivamente staccato da noi stessi. Inquietante l'uso della voce, capace di farci immaginare questo distacco sofferente e doloroso. Il sound prende una forma decisamente più corposa, con gli strumenti a corda che creano un sussulto sonico prima di tornare ad ascoltare nuovamente queste soluzioni di grande effetto. Il suono si fa decisamente più pesante, l'aria che si respira diventa sempre più rarefatta e l'ossigeno inizia veramente a mancare. Il colpo di grazia ce lo danno i musicisti producendo inizialmente una melodia che va a smorzare quel tanto che basta una proposta che inizia seriamente ad assumere una violenza incredibile, per poi lasciarsi andare ad un boato infernale che chiude il discorso e polverizza ogni nostra singola cellula. Una parte che tramortisce non facendoci capire più nulla. Si passa dall'apnea per poi ricevere una boccata di ossigeno, il quale ci viene tolto all'improvviso sperando poi in un'altra bolla d'aria che non arriverà mai.

Personae non Gratae

Proseguendo con questa efferatezza sonora, si arriva a "Personae non Gratae (Personaggio)" che prosegue con la sua inesorabile spinta verso un regno, un regno ormai morto che trova dimora nel nostro ultimo sogno e che per poterci rimanere bisogna solamente usare la menzogna. Le vocals questa volta sono efferate, violenti e rabbiose, ma la parte del leone la fa la musica questa volta. Una proposta potentissima che lascia ben poco spazio all'immaginazione e che trova un comparto ritmico di assoluto spessore. Qui forse si sente un po' la "meccanizzazione" dettata dalla drum machine, facendo risultare il tutto forse un po' troppo freddo ed appunto meccanico. Ma in fin dei conti è un passaggio che riesce a coinvolgere senza essere oltremodo forzato. Un minuto abbondante che vuole azzannare, vuole sbriciolare quel poco di lucidità che c'è in noi, ed il risultato ovviamente è pienamente riuscito.

Dehumanization

Improvvisamente la band ingrana la quarta spingendo fortissimo sia a livello musicale che vocale. Un assalto devastante dove si viene totalmente "Dehumanization (Disumanizzato)". Il nostro alter ego ormai definitivamente separatosi da noi, raggiunge un nuovo livello di esistenza, dove la totale assenza di aria gli fa permettere di respirare. Si trova in una situazione, o meglio, in una dimensione dove tutto è la contraddizione di tutto. Gli impulsi elettrici sono invertiti, il codice di morte diventa vitale, e tutte le cose che si trova davanti una volta senza vita e senza senso iniziano a vivere ed a voler significare qualcosa. La scienza dei significati destinati ad essere definiti da parole, da nozioni o da azioni, si libera da ogni schema logico conosciuto. "Niente è tutto" è il sunto principale di tutto ciò, dove ogni singola cosa anche quella più insignificante, assume un'importanza rilevante per la sua sopravvivenza. La band avanza senza sosta proseguendo con un andamento distruttivo e terrificante. Thordendal da ancora una volta dimostrazione di uscire fuori da ogni schema logico con una sorta di solo malatissimo, lasciando poi per un attimo tutto in sospeso in attesa di un ulteriore cambio di tempo. Devastante è la programmazione della batteria che martella imperterrita con l'ausilio di un basso profondissimo e pesantissimo. La voce di Kidman vuole per un momento tornare su lidi sussurrati, ma lui stesso non riesce ad ingabbiare tutta la propria furia e così riversa su di noi malcapitati una danza malata di materia "Malignamente benigna". Una voragine senza fine a cui assistiamo senza poter fare nulla per evitarla, una situazione insopportabilmente... sublime. I Meshuggah arrivano così al momento più "incazzato" del brano grazie ad un sound spaccaossa che trita senza pietà, ma che si rivela anche una morsa che piano piano stringe il nostro cervello fino a farlo scoppiare.

Sum

Gli ultimi sette minuti ci portano a "Sum (Somma)" e troviamo nuovamente una band furiosa che attacca immediatamente senza fare sconti. Arriviamo alla conclusione trovando una verità che prima sembrava assurda: tutte le verità in fondo sono bugie, così come tutte le menzogne sono verità. Il suono da terremotante prende per un momento le sembianze più rilassate ma minacciose, per poi riprendere con meno foga ricamando delle sonorità molto piacevoli con in sottofondo le urla di disperazione di Kidman che riecheggiano prima di fermarsi bruscamente. Tutto si arresta, e per un attimo si rimane sospesi nel tempo accompagnati solamente da un arpeggio di una desolazione pazzesca. E' tutto molto tranquillo e rilassato, forse troppo. Nessun altro suono, nessun altro rumore. Solamente questa chitarra che addolcisce gli animi e che improvvisamente cambia un po' pelle inserendo delle variazioni molto ben riuscite. L'arpeggio continua, e grazie alla collaborazione di Hagstrom, il tutto inizia a diventare più inquietante. La cosa che colpisce è che rimane sempre e comunque quella sensazione di leggerezza nonostante questo inasprimento emotivo. Una lunga marcia che pone fine alle ostilità, facendo così concludere un viaggio allucinante e non privo di sorprese.

Conclusioni

Diciamolo chiaramente: fin qui i Meshuggah non hanno mai sbagliato un colpo, ed anche in questo caso sono riusciti a fare centro costruendo un disco di grande spessore basato unicamente su di un'unica traccia. Non è però una novità, dato appunto che i Nostri avevano già sperimentato questa soluzione con l' ep I uscito giusto un anno prima. Un lavoro grandioso che mostrava mille sfaccettature che sapeva coinvolgere dall'inizio alla fine, facendo risultare tutti i suoi ventun minuti sempre interessanti e mai privi di momenti di stanca. Catch Thirtythree è anch'esso un disco monumentale, che però non ha forse quel guizzo che ha reso la band di Umea unica nel suo genere. Non fraintendete; qui possiamo trovare un sound originale e particolare che nessuna altra band sarebbe in grado di simulare, ma ascoltare tutto d'un fiato questo lavoro non è certo un'operazione semplice. Eppure per poterlo apprezzare appieno bisognerebbe assaporarlo in tutta la propria interezza, e non una volta soltanto. Non è infatti facile resistere per tutti i suoi quarantasette minuti, perché a volte si ha la sensazione che certe soluzioni si ripetano forse un po' troppo spesso rischiando di stancare anche il fan più accanito. E' chiaro che al suo interno si posso trovare delle parti di assoluto valore, come per esempio la spettacolare Mind's Mirrors o le successive In Death-Is Life/In Death-Is Death, ed è anche evidente che la band abbia messo molta della esperienza fin qui accumulata. Se da una parte troviamo delle ottime e pesantissime parti di chitarra offerte dal duo Thordendal/Hagstrom e dalla grandissima interpretazione vocale di Jens Kidman, dall'altra non possiamo non ripetere della scelta poco felice di non avvalersi del talento disumano del batterista Tomas Haake. Le parti di batteria non sono un problema derivato dall'uso della drum machine, ma dato che non ho trovato particolari difficoltà nel credere che un mostro dello strumento non potesse sostenere, capite anche voi che la scelta della band di avvalersi di un software anziché dell'estro e del genio dello stesso batterista non trova effettivamente un senso logico. Raramente si riesce a percepire un sound freddo e "meccanico", ma purtroppo a volte capita. La band, come detto, ha voluto proporre un brano unico per realizzare questo loro nuovo album, ma anche qui, la scelta della casa discografica di voler a tutti i costi separare in tredici sezioni lo stesso non si è rivelata troppo vincente. Il motivo è subito spiegato: a volte tra una sezione e l'altra si avverte quella brevissima pausa che non riesce a legare il tutto, anzi, cerca proprio di separarlo sapendo benissimo che dovrebbe essere un'unica entità. Ottimo il songwriting, così come nel complesso è ottima (come al solito) la prova dei Meshuggah. Perché loro, pur sapendo di rischiare dando in pasto ai propri fan un qualcosa di estremamente complesso e di non facile assimilazione, non si curano di seguire le mode, non si siedono sugli allori proponendo un lavoro uguale al precedente e bisogna dare atto loro, che hanno dimostrato di avere un coraggio ed una creatività fuori dal comune. Ogni uscita è caratterizzata da un qualcosa di diverso, da un qualcosa in più che li rende inimitabili. Che sia una maggior pesantezza, una maggior complessità, una ricerca tecnica certosina o semplicemente un attacco ai nostri timpani, riescono sempre e comunque a tirar fuori qualcosa di nuovo e sorprendente. Detto questo, c'è chi considera Catch Thirtytree un capolavoro partorito da menti malate o non umane, e chi lo considera il lavoro più debole (che poi debole non sarebbe nemmeno il termine corretto, perché nessuno è in grado di fare o pensare ad un album del genere) della loro intera discografia. Personalmente io credo che la verità come in moltissimi casi stia proprio nel mezzo. Ho preferito di gran lunga Nothing, ritenendolo uno schiacciasassi nel quale si possono trovare tra i migliori riff mai partoriti, oppure il già citato I che a suo modo ripercorreva l'intera carriera dei Nostri, mostrando uno stato di forma a dir poco eccezionale. Destroy, Erase, Improve e Caosphere sono di un altro pianeta e quindi non fanno testo, essendo dei veri e propri capolavori ed assolutamente geniali. Detto questo, ritengo questo album un ottimo esempio di cosa sono i Meshuggah, ovvero dei pazzi scatenati che riescono a trasmettere questa follia direttamente nella testa dell'ascoltatore, facendolo viaggiare in territori mentali inesplorati e portandolo in una dimensione che mai avrebbe pensato esistesse. Se ci pensate bene non è nemmeno proponibile dare in pasto al pubblico una versione live di tale lunghezza, ed infatti vengono proposte solo alcune parti, quelle diciamo più significative e di maggior impatto. Mind's Mirrors infatti è perfetta come introduzione per l'apertura dei loro show, e viene usata praticamente sempre ad ogni loro esibizione. Purtroppo dopo l'uscita di The Violent Sleep Of Reason tale compito spetta alla grandiosa Clockworks, ma questa è un'altra storia. Concludendo, siamo al cospetto di un qualcosa di estremamente sofisticato che per certi versi mette anche un po' di timore. La grandezza di una band si vede anche da queste uscite, e che siano riuscite o meno, riescono sempre e comunque a trasmettere quel qualcosa che molte altre realtà non riescono nemmeno nell'arco di tutta un'intera carriera. Loro ad ogni nuovo lavoro ci riescono. Non resta dunque che toglierci il cappello e prepararci ad intraprendere un ulteriore viaggio con le prossime uscite.

1) Autonomy Lost
2) Imprint of the Un-Saved
3) Disenchantment
4) The Paradoxal Spiral
5) Re-Animated
6) Entrapment
7) Mind's Mirrors
8) In Death is Life
9) In Death is Death
10) Shed
11) Personae non Gratae
12) Dehumanization
13) Sum
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