MENTAL SLAVERY

Point Of No Return

2017 - Indipendente

A CURA DI
FABRIZIO IORIO
20/07/2017
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Immaginate solo per un istante di essere soli, all'aeroporto. Attendente di partire, aspettate qualcuno, vi guardate intorno, ma ancora non sapete per dove, dato che non avete nessun biglietto tra le mani. Ed è proprio in questo momento che arriviamo noi di Rock & Metal In My Blood a consegnarvi il lasciapassare per la Russia. Si, avete capito bene; in questa occasione vi daremo la possibilità di sfruttare un biglietto di sola andata per la nazione più grande d'Europa, in nostra compagnia. Un paese con una grande storia alle spalle e di grande tradizione, che ha visto nascere nel corso dei suoi anni delle band interessanti, molte delle quali, forse (e purtroppo!) non hanno mai avuto il giusto riconoscimento. Numerose infatti sono le formazioni che meriterebbero più attenzione, ma che per un motivo o per l'altro, rimangono troppo spesso circoscritte nella loro terra. Prendiamo per esempio gli Illidiance, band nata inizialmente come progetto black metal per poi trovare la giusta dimensione proponendo un industrial/cyber metal di sicuro impatto, genere che ha permesso al gruppo di pubblicare tre album decisamente validi. Oppure potremmo parlarvi degli Abdication ed il loro death metal melodico, dei blacksters Decadence, degli ottimi Sacrificia con il loro black ambient, oppure del progressive dei Lux Eterna. Insomma, il panorama preso in considerazione è estremamente interessante e non mancano di certo band di valore. La appena nata realtà di cui abbiamo il piacere di parlarvi in questa sede sono i Mental Slavery, i quali ci propongono del caldo thrash metal con sfumature groove. Una giovane band che si affaccia sulla scena con grande entusiasmo e soprattutto mossa dalla passione che vede come influenze principali band quali: MetallicaSodomJudas PriestTestamentExodus Motorhead. Per alcuni di loro non è la prima esperienza all'interno di un gruppo, e se Arseni Svegici ed il batterista Ivan hanno condiviso l'esperienza nella hardcore band Broforce, l'amico Vladimir milita tutt'ora nella punk/hardcore/rock band chiamata The BarberArseni ed il chitarrista Valeri Vokhanson sono anche degli ottimi tatuatori e si sono conosciuti proprio nel negozio dello stesso Arseni (avuto per quattro anni) grazie ad un appuntamento fissato da quest'ultimo per farsi fare appunto un tatuaggio. Da allora, i due sono diventati inseparabili; un'amicizia fortissima che ha certamente aiutato la nascita di questa band. I Mental Severy , come dicevamo, sono una formazione appena nata, non avendo pubblicato fino ad ora nessun full length. Nonostante ciò, si apprestano ad incendiare i padiglioni auricolari con il loro primissimo ep, intitolato (in maniera piuttosto eloquente) "Point of no Return". Quattro brani a dir poco diretti, atti a dimostrare quanto la band possa e sia in grado di dire effettivamente la sua in un panorama decisamente affollato, e non solo a livello solamente russo. Penso, o meglio, sono sicuro del fatto che, soprattutto in questi tempi, il Thrash metal (e derivati) sembri aver trovato nuova e preziosa linfa proprio grazie all'improvvisa nascita di numerosissime giovani band a livello mondiale; gruppi intenzionati  a riprendere le gesta dei loro idoli passati, per fare in modo che la scena sia ancora pulsante e vivida, senza che questa rischi di perdere nemmeno un quarto dell'energia accumulata in tutte queste decadi. E' vero, altrettanto, che il rischio di cadere in un revival fine a sé stesso è comunque altissimo, vista proprio la "saturazione" del panorama Thrash: certamente, vivente una seconda giovinezza, ma forse troppo affollato da band revival, con poco o nulla da offrire, parlando di personalità. Vedremo quindi se sarà o meno il caso dei nostri. La cover di questo EP è piuttosto interessante; osserviamo un dipinto a tratti minimale, dove possiamo vedere il volto di un uomo con l'espressione decisamente affranta, con delle mani che cercano di staccarsi dalla sua testa. Sembra il proprio subconscio intento a cercare di scappare dalla sofferenza umana, ma che si ritrova ingabbiato nella mente di ognuno di noi a causa dell'ignoranza generale e da mentalità decisamente errate, purtroppo instauratesi senza possibilità di tornare indietro. I presupposti per ascoltare un qualcosa di interessante sembrerebbero esserci tutti; forte risulta soprattutto la curiosità di ascoltare una formazione valida proveniente dalla Russia, fattore che ci spinge ulteriormente ad approfondire un contenuto come solamente Rock & Metal In My Blood è in grado di fare. Tuffiamoci dunque a capofitto in questo mini lavoro, sperando vivamente di non superare questo punto di non ritorno.

Rotten Souls

Il brano affidato ad aprire questo ep porta il titolo di "Rotten Souls (Anime Marce)": ci viene presentato da un ottimo arpeggio iniziale dal sapore alquanto desolante, disfattista per alcuni versi. Immaginiamo quasi è di trovarci spaesati , persi in qualche luogo imprecisato, in un posto abbandonato da tutto e da tutti. Una leggera brezza che accarezza viso e capelli, lo sguardo che si alza ormai privo di profondità. Il brano si sveglia da questo torpore iniziale, e le chitarre iniziano a dare dimostrazione di assoluta potenza ed eleganza. La sezione ritmica è impostata su di un mid tempo classico, ma risulta essere un perfetto accompagnamento per un primo assolo atto a rallentare ulteriormente l'incedere generale. Il tutto prosegue per un buon minuto e mezzo , per poi trovare la sei corde ritmica abbandonata a se stessa in procinto di inanellare un riff affilatissimo, il quale dà effettivamente il via alle ostilità. Il thrash nudo e crudo viene spinto al massimo, la band si ritrova quindi a narrare del male più profondo; quello residente proprio nelle nostre menti. Questa piaga trova dimora nelle radici più profonde del nostro essere uomini, e neanche a farlo di proposito il suo manifestarsi viene a galla molto più velocemente in quelle persone che si ritrovano essere insoddisfatte della propria vita, nonché di tutto ciò che li circonda. Il cantato è ruvido quanto basta per essere un perfetto strumento di comunicazione di disperazione e rovina, mentre la band continua il suo percorso di distruzione di massa proponendo un suono terrificante in quanto a velocità e tecnica. Il mondo, il nostro mondo è totalmente impazzito, ma sembra che questo fatto non interessi a nessuno. Nessuno si preoccupa di ciò che sta accadendo intorno a noi, nessuno si prende la briga di cercare una soluzione che possa far star meglio l'essere umano. Anzi, sembra quasi che chi si dovrebbe preoccupare di queste situazioni abbia in qualche modo il cuore intrappolato in una lastra di ghiaccio, tanto spessa quanto invalicabile. Guardando questi esseri negli occhi si può intravedere quel marcio che ormai si è insidiato troppo in profondità, contaminandone l'anima; ed una volta che questo "cancro" prende possesso di loro, niente potrà scalfirlo. Si cerca quindi di distogliere lo sguardo, ma vogliamo capire fino a che punto l'uomo è diventato corrotto ed insensibile. Il sound rallenta proponendoci una bellissima cavalcata thrash di stampo old school, la quale viene accentuata da un assolo che richiama moltissimo quel "Kill em' All" citato proprio tra le maggiori influenze della band. Ottima anche la parte conclusiva, dove ritroviamo quella spinta corposa che permette ai Mental Slavery di trovare una soluzione per lavare via questo male. Sette pugnali creati appositamente per "Guarire i cuori neri" infettati, un'infezione tale che solamente la morte potrà guarire, strappando una volta per tutte questi zombie  dalla faccia della terra. In questa prima song troviamo un po' tutti gli stilemi classici del genere, dove assalti, arpeggi, assoli e soprattutto grande carica emotiva vengono a galla in maniera prepotente e sfacciata. Il bello è che "Rotten Souls" funziona, è un ottimo esempio di sonorità classiche che riaffiorano con grande convinzione grazie ai Nostri russi, messisi in gioco senza preoccuparsi troppo di essere per forza originali. 

Answers

Si prosegue con la seconda traccia delle quattro presenti, ovvero "Answers (Risposte)". Il brano si fa subito interessante, e questa volta il riff iniziale ha dei richiami sicuramente più moderni, ma che strizzano l'occhio ancora una volta al thrash di vecchia scuola partorito dalla band di Megadave. Il charleston viene pizzicato leggermente ad una velocità sostenuta, ed il tutto prelude ad un inizio scoppiettante. Un brano che non tarda dunque a detonare, il ritmo non è velocissimo ma è di assoluto spessore. Il tutto è ragionato nei minimi dettagli e la potenza sprigionata è spettacolare. Per farvi capire meglio, è un inizio che potrebbe tranquillamente far tremare i muri di casa: e se ciò non bastasse, ci pensereste proprio voi ad abbattere le fondamenta dandogli delle testate allucinanti. Il tutto è di una goduria impressionante, ed ascoltare nel 2017 un brano impostato inizialmente in questa maniera è solamente da applausi. Ma in cosa consistono, queste "risposte"? Sono quelle che da anni l'uomo cerca di trovare in se stesso circa l'essere e ciò che ha dato inizio a tutto. Se ci immergiamo nel discorso, ci ritroveremo a vagare nei luoghi più assurdi e sconosciuti in cerca di chiarimenti, provando a chiedere consiglio a quelli che di esperienza nella loro vita ne hanno accumulata eccome. "Cosa mi aspetta alla fine? Sarà la vera fine o l'inizio di qualcos'altro?": sono effettivamente dei quesiti che, al giorno d'oggi, non hanno una reale e razionale risposta, ma sono anche domande che ci dobbiamo e possiamo porre legittimamente. Dopo moltissimo tempo non conosciamo ancora la verità dell'essere umano, e tutto quello che sappiamo è così sfocato ed a tratti confuso. Ci si domanda anche del perché molte persone vengono continuamente uccise, così come successe molto tempo fa; perché l'uomo improvvisamente diventa una furia e non riesce più a controllarsi? Sembra che da tutto quello che sia successo tempo addietro nessuno abbia imparato granché. Solitamente si impara dai propri errori, e le atroci guerre del passato dovrebbero insegnarci che mai e poi mai un conflitto recherà con sé qualcosa di buono, se non morte e sofferenza. Eppure, è presente in noi, ancora, questa voglia di primeggiare a tutti i costi. Proprio per questo la band spinge veramente sull'acceleratore schiacciando ogni cosa gli si paia dinnanzi. Un breve momento di follia che viene ridimensionato da una seconda parte molto più cadenzata ma di grande spessore. Al secondo minuto la band prepara il terreno per l'ennesimo assalto strumentale, dove un assolo (molto ma molto somigliante, nella seconda parte, a quello ipresente in "One" dei Metallica) ci consente di capire una volta per tutte che la gente è accumunata da un solo scopo, ma che non siamo sicuri corrisponda a quello della ricerca della verità. Passiamo gran parte della nostra vita a trovare un senso, ma invece di trovare delle risposte, troviamo solamente altre domande che disturbano continuamente le nostre menti, impedendoci di vivere con serenità questo breve periodo di transizione su questo pianeta. Ultimo sussulto sonoro, e si chiude un ottimo esempio di nuovo che incontra la tradizione. Anche se effettivamente in un paio di occasioni alcuni rimandi a band che hanno fatto la storia del genere sono palesemente messi in bella mostra, siamo di fronte ad un brano spettacolare che, tra velocità folli e potenza cristallina, sa destreggiarsi benissimo mediante un sound roccioso in grado di sostenere un cantato quasi esasperato e soprattutto convincente, dall'inizio alla fine. In tre minuti la band mette in mostra quello che realmente sa fare e, lo dico senza troppi problemi, "Answers" è una di quelle canzoni che non smetteresti di ascoltare troppo facilmente.

Point Of No Return

Arriviamo alla title track di questo ep, e parliamo dunque di "Point of no Return (Punto di non Ritorno)".Una chitarra rovente accompagnata da crash stoppati, di chiara slayeriana memoria, e si parte alla grande con una ritmica serrata dove la parte più feroce della band viene a galla in maniera propositiva e senza troppi fronzoli. La velocità di esecuzione è terrificante nel suo incedere, ed il tutto serve a spiegare in maniera anche un po' veemente che la vita non perdona gli errori compiuti. Assistiamo all'ascesa di un ipotetico individuo che potrebbe tranquillamente essere ognuno di noi, dove una volta arrivato in cima al successo vede il celebrarsi in pompa magna della sua vittoria. Giustamente direi, anche perché (sicuramente) egli avrà compiuto chissà quanti sacrifici per arrivare fin lassù... eppure: siamo sicuri che sia tutto meritato? Se il nostro avesse usato qualche sotterfugio pur di raggiungere i propri scopi? Il problema è che non si è mai sazi di potere e se arriviamo sino ad una vetta altissima, è come se scattasse automatico il voler sempre di più; il voler arrivare dove nessun' altro è fino ad ora giunto. Ed è proprio lì, sul tetto del mondo, che superiamo questa linea, questo punto di non ritorno. Una volta varcata questo confine immaginario ci ritroveremo a cadere inesorabilmente nella sporcizia e nella miseria. La vita, dicevamo, non perdona passi falsi, e saprà rimettere le cose al suo posto, punendo chi troppo vuol sfidare la sorte. La voce del singer gode di un leggero effetto eco, che ha comunque un ottimo impatto sul brano proposto. La sezione ritmica è decisamente sugli scudi, mentre le chitarre svolgono un lavoro distorto davvero interessante. Ad un certo punto i suoni si fermano per un attimo, per poi riprendere in una maniera decisamente più controllata abbassando notevolmente il ritmo del brano. Questa sorta di introduzione musicale non fa altro che permettere ad un primo assolo di fare la sua bella comparsa, dove tutto è perfettamente ragionato e studiato in funzione della song. Terminata questa parte ritroviamo il cantato meno aggressivo che in precedenza, con la chitarra ritmica che questa volta si diletta a macinare pesantezza a profusione, accentuata da un basso incredibilmente convincente. L'unica maniera per cercare di superare determinati limiti, è quella di essere consapevoli di quello che si fa e soprattutto di capire quando fermarsi e quando poter continuare la propria ascesa. E' un grosso problema, dato che la voglia continua di avere sempre di più è come una droga. Non si riesce a fare a meno di desiderare, e se esistesse un modo anche insignificante di poter accumulare maggiormente, il pensiero delle possibili conseguenze svanirebbe magicamente. Solo con il senno di poi, a giochi fatti, sentiamo quella voglia irrefrenabile di tornare indietro per correggere i nostri errori. Ormai è troppo tardi e il punto di non ritorno è purtroppo alle nostre spalle. Il brano dunque si avvia alla sua conclusione con quest'ultima riflessione, condita da cori leggeri che lasciano infine il compito alla strumentazione di avviarsi verso un finale molto lento ma allo stesso tempo dotato di una buona dose di groove. Diciamo che "Point of no Return" è un brano a due facce; la prima è caratterizzata da una irrefrenabile voglia di correre e di frantumare ogni cosa, mentre la seconda (dall'assolo in avanti) è più controllata e ragionata. Il tutto sembra essere perfettamente in linea con le liriche, dove una prima sezione evidenzia la voglia di correre e di andare chissà dove, mentre successivamente si va a riflettere sul perché abbiamo osato così tanto, facendoci cadere in un vuoto senza fine. 

Judges

Arriviamo all'ultimo brano presente, e nello specifico parliamo di "Judges (Giudici)". Veniamo accolti da tre colpi di tom e da uno di charleston, per poi ritrovarci ad ascoltare una chitarra lenta e feroce, la quale attende solamente di sfogarsi. Infatti, il riff che ne segue è affilatissimo e la band segue a ruota con ritmiche serrate e precise. Il tutto in chiave old school, in maniera altrettanto efficace. Anche il cantato sembra un treno in corsa e non accenna a risparmiarsi nell'assalire l'ascoltatore. Proviamo ad essere coinvolti in prima persona, cercando di essere i protagonisti delle liriche. Siamo di fronte ad un giudice, che per l'appunto, è li per giudicarci. "Chi sei tu per giudicarmi?"; è la prima domanda che ci viene in mente in questo fantomatico processo, e soprattutto vogliamo capire il perché dobbiamo rispondere ad un estraneo per le scelte fatte della nostra vita. Perché dovremmo essere lì per essere ricoperti di vergogna, quando ogni giorno della vita stessa rappresenta il nostro giorno del giudizio? Solo perché abbiamo un qualcosa in più degli altri, non significa che in ogni momento dobbiamo avere qualcuno che ci metta i bastoni tra le ruote. In ogni momento è così, in pubblico, in privato, tutti vogliono vederci inciampare da qualche parte per poter dire "te l'avevo detto". No, non daremo mai soddisfazioni a questa gente, dobbiamo avere la consapevolezza di quello che facciamo, giusto o sbagliato che sia. La band è sempre velocissima nel raccontare la propria musica, e solamente dopo due minuti assistiamo ad una boccata di aria fresca. Infatti, le ritmiche si spostano a quelle sentite ad inizio brano, con una esecuzione cadenzata ed un assolo sempre interessante,  che vuole essere la classica ciliegina sulla torta ad una conclusione arrivata forse fin troppo in fretta. Conclusione / giudizio secondo il quale dobbiamo essere disprezzati, a prescindere. E quando il suono del martello, così fastidioso ed irritante, conclude una sentenza a nostro sfavore, promettiamo che un giorno avremo la nostra rivincita. Il tutto sembra infatti essere architettato per vedere il nostro volto affranto e disperato, ma non l'avranno mai vinta. Risorgeremo e ci vendicheremo di queste ingiustizie. Anche in questo caso siamo di fronte ad un brano ben fatto che racchiude un po' le varie influenze citate dal gruppo. Pezzi interessanti sotto molti punti di vista, e soprattutto (punto a favore) capaci di non stancare l'ascoltatore.

Conclusioni

In conclusione, possiamo dire di trovarci di fronte ad una buona prova. Certo, avendo a disposizione un numero così esiguo di tracce, non possiamo sbilanciarci più del dovuto ed in un certo senso è meglio restare "cauti" nei giudizi. Anche e soprattutto in vista del rilascio di un full-length, luogo e tempo in cui i Mental Slavery avranno modo di dimostrare il loro reale valore. Quattro pezzi non sono pochi, ma nemmeno troppi o tanti: immediati e racchiudenti "il meglio" delle loro possibilità. Starà a loro spalmare queste ultime lungo un minutaggio "standard" o comunque tipicamente medio di un LP, mostrandosi in grado di reggere situazioni ben più corpose. Non dobbiamo, però, far pesare il tutto ai nostri ragazzi, i quali dimostrano di aver realmente qualcosa da dire. Sinceramente importa poco che alcuni (chiamiamoli spezzoni) di song assomiglino forse un po' troppo ad alcuni brani storici del passato. La cosa importante è il risultato finale, ed è un risultato che personalmente ho apprezzato molto volentieri, senza bisogno di "farmi andar bene" situazioni ad ogni costo. Aiutati sicuramente da una produzione direi professionale, i suoni nel complesso sono belli corposi per la proposta dei Mental Slavery e risaltano le qualità individuali e complessive di ogni singolo membro. Sembra proprio che il thrash metal stia vivendo un nuovo periodo di splendore, per merito di band emergenti che hanno ritrovato la voglia di suonare questo genere. I Nostri, neanche a dirlo, lo fanno per passione e non per vendere qualche disco agli appassionati irriducibili. Ovviamente non è tutto rose e fiori questo lavoro, ma nel complesso funziona molto bene. La sezione ritmica è massiccia come è giusto che sia, e le chitarre trovano il giusto equilibrio tra l'essere devastanti e travolgenti nei momenti di maggior impatto e l'essere grezze come vuole la tradizione. A Livello vocale direi che la prova del singer è decisamente interessante, anche se forse l'avrei valorizzata maggiormente in fase di produzione. Dettagli in fondo, che non vanno ad intaccare una qualità generale decisamente elevata. Ascoltando i quattro brani presenti non possiamo rimanere indifferenti dinnanzi (per esempio) ad un pezzo come "Answers", il quale credo che racchiuda al meglio tutta la qualità e tutte le caratteristiche della band. Anche gli altri brani - in sostanza - sono molto piacevoli da ascoltare, anzi, direi che risultano decisamente capaci di trasmettere una bella carica fin dal primo ascolto. Tornando però al discorso "cardine" circa il giudizio, ovvero il minutaggio risicato, fattore che fondamentalmente non ci consente d'esser troppo di manica larga (ma neanche troppo avari di lodi, per lo stesso principio)... direi che la promozione, nonostante tutto, è meritata. Per quello che abbiamo ascoltato, non possiamo far altro che incoraggiare i Mental Slavery nel proseguire questo loro percorso appena intrapreso, e soprattutto di riuscire a pubblicare il prima possibile un intero album che racchiuda magari anche i brani presenti in questo EP. Di certo il coraggio non manca a questi ragazzi, e di certo hanno tutte le qualità per produrre e proporre qualcosa di interessante. A livello di songwriting non siamo di fronte a nulla di originale, alla fine, anche se risulta molto interessante come i concetti vengano rappresentati con estrema veemenza e grinta. Sinceramente sono rimasto piacevolmente colpito da questo lavoro, e dico la verità, non mi aspettavo di ricevere una bella scarica di adrenalina ascoltando questo "Point of no Return". L'unico consiglio che mi sento di dare, a questi giovani ed arrembanti russi, è quello di proseguire su questa strada, magari pescando meno dai grandi classici, ma sicuramente di continuando a trarre ispirazione dalle radici più profonde di questo genere. Sono convinto che troveranno il sentiero giusto riuscendo a personalizzare il proprio sound in maniera da essere subito riconoscibile. Ad alcuni di loro l'esperienza non manca, ad altri serve invece un "rodaggio" giusto atto al raggiungimento di livelli che di per sé sono già comunque interessanti. La giovane età è un'ottima amica e sono sicuro che presto ci ritroveremo tra le mani un debut album con i fiocchi, in grado di farci scatenare in un headbanging intenso come quello dei tempi d'oro.

1) Rotten Souls
2) Answers
3) Point Of No Return
4) Judges