MEGADETH

Cryptic Writings

1997 - Capitol Records

A CURA DI
MICHELE MET ALLUIGI
13/04/2017
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Una copertina monocolore, prima a fondo grigio e successivamente (nella ristampa seguente) a fondo nero, un veve della cultura vodoo scelto come disegno principale dell'immagine ed in rosso vivo le due informazioni principali, nome del gruppo e titolo dell'album. Così si presenta "Cryptic Writings", il settimo album in studio dei Megadeth, uscito esattamente una decina di anni fa, e più precisamente nel giugno del 1997. "Cryptic Writings", ovvero "scritture criptiche"; perchè quello che abbiamo di fronte non è semplicemente un disco, bensì un sigillo, un portale... una soglia da varcare per accedere non solo alla metamorfosi artistica di una delle band più influenti del panorama Metal mondiale, ma per andare oltre, ad insinuarci nei meandri più reconditi della mente del frontman e leader indiscusso Dave Mustaine. All'epoca della pubblicazione, questo lavoro venne accolto in maniera particolarmente complessa dalla critica, sia dei fan che dei giornalisti di settore; chi lo amò immediatamente, come grande prova di talento compositivo fresco e rinnovato e chi, in maniera più grossolana, lo accostò ai già mal digeriti "Load" e "Reload" dei Metallica: "Anche i Megadeth hanno ceduto alle lusinghe del mercato" era la sentenza pesante e superficiale che etichettava alla veloce una nuova proposta che, invece, scendeva ancora più a fondo nelle tenebre interiori del rosso thrasher, scandagliandone le acque putride che dal degrado della droga toccavano adesso temi ben più ampi, come la meccanicizzazione dell'uomo, ormai soggetto alle tecnologie, o la rottura degli schemi delle relazioni interpresonali che ognuno di noi stringe ogni giorno. Megadave ormai è cresciuto. Dopo la pubblicazione di dischi colossali come il debutto acido e graffiante "Killing Is My Business..." si giunge ai successivi e più maturi "Countdown To Extincion" e "Youthanasia", passando sempre per l'imprescindibile "Rust In Peace", vero e proprio cardine di un'evoluzione stilistica complessa, diamica e, imprescindibilmente, fenomenale. Mustaine ormai è un uomo, è arrivato ad essere padrone della sua vita, ma non come fa la maggior parte delle persone comuni, ovvero attraverso una maturazione fatta di esperienze positive e negative costituenti il "rito di passaggio" dalla gioventù all'età adulta; egli è giunto a questo attuale paradiso, condizione comunque sempre instabile e fragile, dopo una vera e propria marcia attraverso l'inferno della sua personalità complessa, dove l'eroina, da iniziale anestetico, ha successivamente assunto il ruolo di dominatrice indiscussa del suo corpo e del suo cervello. Più volte infatti egli è caduto, o meglio, è stato schiacciato a terra, sormontato dal peso di quel dolore indescrivibile che lo ha successivamente gettato nell'oblio, nella catatonica indifferenza verso ogni emozione, giungendo infine ad una momentanea ma consapevole presa delle redini. Questo machiavellico ciclo di alba e tramonto dell'anima è stato via via raccontato dalle canzoni scritte dai Megadeth, attraversando ogni emozione e stato d'animo: rabbia, frustrazione, rassegnazione, frenesia esplosiva e desiderio di vendetta, per poi giungere, in maniera molto stoica, all'osservazione a posteriori di tutto questo trascorso. Per ogni atto di questa "saga eroico-romantica" la musica del gruppo ha assunto diverse forme, che dallo Speed Thrash degli albori sono giunte fino all'Heavy Metal più classico e all'Hard Rock. Da un lato vi è stato quindi il cambio stilistico, dall'altro, in parallelo, anche uno studio attento da parte dei musicisti di quella che era la realtà dei tempi correnti per il loro nuovo album: gli anni Novanta hanno segnato dei cambiamenti profondi per il Metal ed essi andavano compresi ed assorbiti, onde evitare il fallimento della propria musica e lo scadere in quegli stereotipi che già dopo un ventennio erano in grado di cancellare quanto fatto da una band. "Il nostro managment ci ha educati su come studiare i cambiamenti dei gusti del pubblico in questi anni senza perdere la nostra integrità, è questo ciò che conta adesso". O adattarsi o gettare la spugna dunque; in pentola bolliva ormai del materiale ben più denso e profondo del solito clichè di "sangue, fiamme e budella", basato su dei concetti per i quali lo stesso Thrash Metal old school si rivelava inadatto. Per quei messaggi e quelle liriche serviva ora qualcosa di più elevato, eloquente e raffinato, ma che al tempo stesso non snaturasse l'essenza della band. Il tutto dunque si rivela criptico ed oscuro, difficile da capire, ma profondo e necessario per farci crescere spiritualmente e come ogni percorso di formazione, il risultato si ottiene solo dopo un lungo ed arduo lavoro su sè stessi. Megadave è giunto al termine di questo cammino, rivedendo nuovamente le stelle dopo essere stato sormontato dall'oscurità. Non ci resta che calarci anche noi in questo antro le cui gallerie ci conducono nel buio di un'anima tormentata e risorta.  

Trust

In apertura troviamo "Trust" ("Fidarsi"), brano il cui incipit è lasciato totalmente all'estro e alla precisione del drummer Nick Menza: il tutto si muove ora su un disegno ritmico incentrato sui fusti del set, i colpi delle bacchette risuonano infatti densi e potenti costruendo una successione dall'incedere quasi tribale, supportati a loro volta dall'ingresso del basso di Ellefson, che con le sue note secche e precise crea il passaggio conclusivo di questo crescendo. La tensione aumenta sempre di più, in sottofondo sentiamo infatti le chitarre prepararsi al loro sontuoso ingresso e con l'arrivo della battuta conclusiva del giro di batteria ecco lo start. Il main riff si presenta subito orecchiabile e travolgente; gradevole, ma ben diverso dalle sfuriate Speed Thrash a cui i Megadeth ci avevano abituati. Ora ci troviamo di fronte quattro narratori di storie ben più evolute e dunque anche l'accompagnamento deve condurci in questo racconto senza scrollarci più di tanto. "Sono perso in un sogno - racconta Megadave - e nulla è come sembra". Egli è alla ricerca di una chiave nella sua testa per quelle parole così oscure che gli ha detto qualcuno, una persona che dopo avergli dimostrato una iniziale fiducia lo ha tradito ed abbandonato. Al momento dell'abbandono le lacrime hanno iniziato a sgorgare sul volto del rosso thrasher, segno che questo tradimento ha letteralmente dilagnato il suo animo, lasciandolo privo di qualunque punto di riferimento e la scena di quell'andare via così cinico ed incurante del dolore che ha causato gli si ripete in testa come un malsano cinematografo. Con l'arrivo del ritornello, il pezzo amplia il proprio respiro, dando spazio al protagonista per urlare il suo dolore a pieni polmoni e tentando così di trovare una minima valvola di sfogo: "Il mio corpo soffre per gli errori commessi, tradito dalla sua stessa lussuria, ci siamo mentiti vicendevolmente così tanto che alla fine abbiamo capito che non c'è assolutamente niente in cui poter riporre la nostra fiducia". Con il proseguire nella seconda strofa, Mustaine lascia intuire che la misteriosa figura che lo ha tradito è una donna: più volte ella gli ha ripetuto che potevano essere amici, tendendogli così una mano che presto sarebbe stata ritratta; lui, ingannato, sorrise ed accettò quell'offerta, ma in cuor suo sapeva che quella verità sarebbe presto stata piegata. Tuttavia, quell'illusione fu così dolce che Megadave lasciò correre; quell'amicizia illusoria era un balsamo talmente inebriante per il suo dolore che nonostante sapesse che gli inganni sarebbero continuati all'infinito accettò di crederci, andando incontro al tradimento finale. La disperazione quindi è consapevole e nel secondo ritornello, alla amara constatazione, si aggiunge una preghiera rivolta al padre eterno: "Dio ti prego aiutami, sono qui in ginocchio, tradito dalla bramosia di un amore impossibile. Ci siamo mentiti così tanto l'un l'altra, che alla fine non è rimasto più niente di cui fidarsi". Arriviamo ora allo snodo del brano. La musica si ferma, lasciando solo un sottofondo campionato: siamo nella mente di Mustaine, il quale, si interroga su come questa atrocità sia potuta accadere proprio a lui ed immediatamente la sua stessa coscienza lo ammonisce, recitando le vere parole di colei che lo ha illuso "Ho mentito quando ti dissi di fidarti di me", il botta e risposta continua poi con l'incredulità di Megadave, che non riesce a credere che tutto ciò gli stia accadendo davvero e qui arriva la stoccata finale: "fidarsi fa male", ma perchè ciò debba essere equiparato al soffrire? Non ci è dato saperlo. La traccia riprende ora con una splendida suite di chitarra acustica di Marty Friedman, che accompagna questo senso di stordimento verso un successivo crescendo. Il protagonista è attonito, in lui la rabbia sale in parallelo all'energia delle chitarre, che ora eseguono un riff in distorto scandito dagli stacchi accentati della batteria. Nuova pausa fulminea e poi via di nuovo verso l'ultima cavalcata finale. Il riff della strofa funge ora da base ritmica per l'assolo del riccioluto axemen, il quale, ci regala una perfetta concatenazione di note fluide, limpide e ricche di pathos, una performance diversa dalle mitragliate dei dischi del passato, ma comunque lodevole e assolutamente ad hoc per la maturità della composizione. I quattro si riuniscono ora per un'ultima ripresa del ritornello: il corpo di Megadave è ancora martoriato dalla delusione psicologica subìta, egli è stato tradito e chiedere l'aiuto di Dio non basta, il cinismo ha infatti preso il sopravvento e l'ultimo passaggio della batteria di Menza scandisce l'amaro finale: non c'è assolutamente niente di cui potersi fidare.

Almost Honest

Di seguito troviamo "Almost Honest" ("Quasi Onesto"), che prosegue il cammino all'interno dell'animo tormentato di Dave Mustaine. Sul suono di un campionamento digitale prende avvio il main riff di chitarra, fatto da una serie di pennate decise intervallate da una pausa netta ed incisiva. Immediatamente esplosivo è il successivo ingresso di Menza ed Ellefson, che lanciano così lo sviluppo per questa nuova stoccata che il rosso thrasher tira di nuovo a colei che lo ha tradito, sostenuta inizialmente dal basso per poi far entrare in maniera dirompente le sei corde. Ancora una volta, Megadave si rivolge all'interlocutore attraverso il discorso diretto, abbattendo così ogni velo che potrebbe alleggerire il messaggio: "Ho mentito giusto un po' quando dicevo di avere bisogno di te, ma tu hai stravolto la verità dicendo che lo sapevi"; questa delusione non può che lasciare il protagonista nel silenzio, amareggiato a tal punto da non aver nulla da dire, riconoscendo solo di non essere stato del tutto sincero. Dal quattro quarti della strofa, la struttura si apre ora verso uno sviluppo più ampio, con le chitarre che distendono i propri accordi unendoli ad un limpido inciso arpeggiato. Ormai Dave è da solo, e non riesce più a vivere nel luogo che per tanto tempo ha condiviso con quello che riteneva essere l'amore della sua vita; sono le quattro del mattino, e lui, insonne, non riesce a dormire perchè tormentato dall'immagine del viso di lei. La strofa riprende ora arricchita dal palm muting delle chitarre e mentre la traccia procede, possiamo apprezzare inoltre degli incisi di Friedman piazzati in maniera precisa e rapida tra una frase e l'altra. Megadave rincara la dose verso colei che gli ha spezzato il cuore: "Ero quasi totalmente puro quando dicevo di amarti, ma tu non eri sincera quando mi risposi che avresti sanguinato per me". Ad una purezza di intenti ha quindi corrisposto un'ipocrisia inevitabile, che faceva dei due una coppia di carta che presto sarebbe stata bruciata dal fuoco del tradimento; lei ora se ne è andata, lasciando di sé solo il ricordo di una persona che è stata quasi onesta. La musica riprende la precedente apertura, regalandoci un passaggio di maggior respiro: il numero di giri questa volta è raddoppiato e Megadave può così sviluppare la sua espressione di dolore: egli è da solo, amareggiato e devastato come se fosse caduto da un palazzo di venti piani sulla cui cima vi era l'amore felice, vorrebbe espiare questo dolore ma si trova rinchiuso in uno spazio vuoto in cui la sua sofferenza non farebbe altro che riverberarsi, il domani è un avversario troppo grande da affrontare ed ora che lei se ne è andata via nella notte, a Dave non resta altro che il ricordo di colei che ha amato. Giungiamo così all'intermezzo del brano, momento nel quale gli altri strumenti si arrestano per lasciare spazio unicamente alla chitarra acustica; la voce ora si stende con un parlato chiuso e roco, come se fosse proferito da un uomo che ha ormai perso ogni speranza, e nel mentre si crea così il crescendo per la ripartenza finale. L'amante ormai è ossessionato, le telefona per sentire ancora una volta il tono della sua voce e pur sapendo che dovrebbe riagganciare non ne ha la forza. A chi dei due bisogna dare la colpa di questa strana e paradossale situazione? Dave non sa dircelo e su questa rassegnazione parte incalzante l'assolo di Friedman, una suite di note sostenute e sentite in pieno stile Hard Rock, per poi lasciare lo spazio per un ultimo ritornello. Il brano va a chiudersi con un finale in fade out in cui echeggia in maniera ossessiva la frase "I was almost honest" ("sono stato quasi onesto"), che grazie ai cori di sottofondo ci accompagna alla fine del pezzo con una voluta ridondanza che ricrea l'ossessività con la quale un deluso in amore continua ad autoconvincersi che è stata colpa sua e lentamente l'audio si abbassa di volume fino allo zero.

Use The Man

Proseguiamo con "Use The Man" ("Usa l'Uomo"), canzone attraverso cui Dave Mustaine racconta senza troppi peli sulla lingua la sua dipendenza dall'eroina. Come accennato, il frontman dei Megadeth è cresciuto e si è fatto una famiglia e volle essere lui stesso a raccontare ai suoi figli questo oscuro passato, consentendo loro di sentire i fatti da fonte diretta invece che dalle voci distorte della massa o dei giornali. L'apertura del brano viene affidata ad uno struggente sviluppo di chitarra acustica, che vede il rosso thrasher impegnato ad avviare la sua narrazione in solitaria con il tono malinconico e rassegnato con cui un ex tossicodipendente racconta il proprio vissuto. Da buon cantastorie egli premette di aver sentito dire ciò di cui sta parlando, ma in realtà non è difficile scovare in questa fittizia persona un rimando diretto al personaggio narrante: gli è giunta voce di qualcuno che fosse morto proprio quel giorno, in maniera talmente rapida, un overdose appunto, da non avere nemmeno il tempo di lasciare una lettera d'addio. La sua voglia di vivere è stata spazzata via e questo qualcuno è diventato polvere in un attimo, il defunto ha lasciato incompiute, tra le altre cose, delle canzoni, dei brani da lui scritti che non potranno essere cantati o ascoltati da qualcuno ed ecco che con questa frase conclusiva si intuisce il rimando diretto a Mustaine stesso. Le chitarre distorte, il basso e la batteria entrano all'unisono nel ritornello, incalzandoci con un tempo cadenzato che sostiene una serie di accordi pesanti e marziali; la prima frase di questa nuova sessione si rivela immediatamente essere la chiave della lirica intera: "Ho visto l'uomo usare l'ago, ed immediatamente dopo ho visto l'ago usare l'uomo". Con una semplice inversione sintattica, viene espresso pienamente il rapporto di schiavitù dal quale ogni tossicodipendente viene soggiogato, si inizia sempre in maniera casuale, giusto da provare, convinti di poter smettere in ogni momento (ed avere quindi il controllo della droga), ma senza accorgerse, ben presto è proprio l'ago della siringa ad assumere la leadership, trascinando il malcapitato in un tunnel da cui non è semplice uscire vivi. Essi infatti strisciano dalla loro culla, immagine posta a simbolo della purezza primordiale dell'essere umano, al marciapiede del proprio degrado, con le mani insozzate da quella lordura che non vedono l'ora di iniettarsi. Chi si droga quindi combatte una guerra persa in partenza, un messaggio semplice ma al tempo stesso difficilissimo da capire per chi si trova nel fuoco incrociato della propria assuefazione. Mustaine ci parla di questo tema con cognizione di causa, perchè lui ha visto l'uomo usare l'ago, ma immediatamente dopo ha visto quell'ago nelle sue stesse mani dopo essere caduto nell'abisso dell'eroina. Conclusa questa prima sterzata di energia, il pezzo ritorna alla calma, sulla coda delle chitarre infatti riprende il parlato di Mustaine che intraprende un nuovo sviluppo narrativo. Basta un solo colpo per dire addio, è questa frase può avere un doppio significato: il colpo infatti può essere quello di un'arma da fuoco che un suicida si spara alla testa per liberarsi definitivamente da questa schiavitù oppure può trattarsi di un colpo dato allo stantuffo della siringa: basta una sola iniezione per intraprendere un cammino dal quale non si torna più indietro. Una volta fatta quell'iniezione infatti l'uomo vede le luci della sua vita spegnersi, è sufficiente una sola spinta ed egli sarà gettato in un baratro dal quale difficilmente riuscirà ad uscire fuori. Questo tossico immaginario, nel quale riconosciamo sempre Megadave, dondola la propria testa poco prima di infilarla nel metaforico cappio, chiedendosi come mai la scimmia (termine gergale per indicare l'assuefazione) abbia sempre mentito, facendolo sentire invincibile appena assunta la dose, illudendolo quindi di stare bene, per poi farlo a pezzi a poco a poco. Il crescendo strumentale nel mentre ha preso forma, l'energia aumenta e siamo ora accompagnati verso un nuovo ritornello, dove dalla culla i tossici strisciano direttamente nella loro bara, perchè andando avanti, col tempo, la droga diventa sempre più letale e li getterà dalle fasce alla tomba con una violenza inaudita. Passato il secondo ritornello ecco che Menza intraprende una rullata marziale scandita dai colpi della cassa, un nuovo crescendo prende forma accompagnato dal campionamento degli archi che scandiscono questo nuovo passaggio; l'atmosfera è ossessiva, quasi soffocante, perfetta per ricreare la velocità e la frenesia con cui l'eroina si diffonde nelle vene stritolandoci dall'interno. Il trip inizia, accompagnato dall'assolo di Friedman steso su un quattro quarti energico e coinvolgente, il pezzo ha assunto ora una forma decisamente più heavy ed anche la voce di Mustaine si fa più decisa. Le frasi del ritornello ora sono recitate da un soggetto disperato, che in preda alla droga ripete ossessivamente che dopo aver usato l'ago ora è la siringa a dominarlo come uno schiavo. Il frontman ha visto la scena da fuori per poi vedere quello stesso ago nelle sue mani e proprio questo cambio diventa l'elemento ossessivo del finale, l'iniezione ora è nelle sue vene e l'ago è nelle sue mani, la droga scorre in lui ma la traccia si chiude improvviamente, come se l'organismo non avesse retto quella dose fatale.

Mastermind

Di seguito troviamo "Mastermind" ("Mente Dominatrice") avviata da una decisa serie di stacchi scanditi dal rullante di Menza; ogni colpo delle sue bacchette suona nitido e squillante come un colpo di mitragliatrice, ma è il successivo ingresso del basso di Ellefson a metterci subito sul chi vive: il suo quattro corde infatti ci regala un riff semplice ma al tempo stesso dinamico, perfetto per far aumentare in noi la suspence fino all'arrivo delle sei corde, le quali, ci trascinano in uno sviluppo catchy ed energico fin dalle prime note. Ancora una volta siamo ben lontani dall'aggressività graffiante del Thrash dei primi album, ma tuttavia i Megadeth dimostrano nuovamente quanto la loro vena compositiva si sia evoluta e stratificata, rendendosi in grado di toccare orizzonti anche paradossalmente lontani dal loro solito terreno di gioco. Con fare quasi profetico, e voce da maniaco sadico, Mustaine ci racconta il senso di subordinazione dell'essere umano verso le nuove tecnologie digitali da lui stesso create. Quest'entità anonima, identificata solo da un codificativo del software, ha ormai reso inutile l'essere umano, abbattandone e ridisegnandone i confini della mente per poi assumerne subdolamente il controllo. È un dato di fatto, siamo completamente schiavi dei computer (e degli smartphone), i quali ci hanno reso una massa ipnotizzata e priva di ogni scopo che marcia verso il proprio baratro perfettamente a tempo con il ritmo dei click che diamo ogni giorno e post dopo post si compie così il crimine atroce e contemporaneamente perfetto che ci distruggerà. La mente dominatrice digitale ormai controlla ogni nostra azione, ci dice che cosa pensare, di che cosa abbiamo bisogno e persino che emozioni provare, non siamo più padroni di noi stessi, ormai è quello che troviamo in rete ad indurci a comportarci di conseguenza. La struttura ritmica stessa del brano si modula su una serie di schemi cadenzati e ripetitivi, ideali per sostenere la meccanicità obbligata con cui la società si è ormai piegata al volere del web: i continui stop and go delle chitarre, del basso e della batteria, uniti ad una metrica distesa del testo, fanno sì che il nostro ascolto sia volutamente zoppicante, alla stregua del buffering di un video su Youtube che si inchioda continuamente per via della lentezza della nostra connessione. Senza che ce ne rendiamo conto, questa sequenza di codici binari si impossessa lentamente del fulcro della nostra anima, lasciando quindi defluire ogni linfa vitale dal nostro corpo per lasciare solo delle sagome amorfe e vuote, sedute davanti a degli schermi luminosi, e saranno proprio questi fantocci ad acclamare, con fare inebetito, i nuovi dominatori elettronici del mondo. Sul finire della seconda strofa, la caduta dell'umanità e la successiva presa di potere della macchina viene descritta attraverso un'efficace metafora informatica: un nuovo codice viene inserito e la psiche umana viene così sovrascritta con quella digitale, tutto ciò che c'era prima viene cancellato e formattato, ormai il mondo è pronto per l'installazione del Mastermind, che afferma nuovamente la sua supremazia con l'arrivo del nuovo ritornello, incentrato sempre sul groove del main riff: "Sono io che vi dico che cosa pensare, io vi dico ciò di cui avete bisogno, io vi dico che emozioni provare, ora sono io che vi dirò che cos'è reale!" Ed è proprio sulla parola reale che la voce si ripete attraverso un delay, nel mentre, il brano giunge ad un break, dove la chitarra si lancia in un nuovo riff in solitaria, una sequenza decisamente più energica e decisa, pronta a far precipitare l'umanità nel mare di calcoli cibernetici che presto la inghiottirà. A livello stilistico siamo sempre sull'Hard Rock ricco di groove, l'assolo di Friedman infatti si stende su una base in mid tempo che si riallaccia al tema principale del pezzo, consentendo così ai due axemen di lanciarsi in un botta e risposta che ci condurrà all'atto finale. La supremazia digitale ormai è compiuta, l'essere umano è stato definitivamente inghiottito da ciò che lui stesso ha creato ed ogni minimo tentativo di resistenza viene violentemente schiacciato dalla mente dominatrice. "Io ti dico che cosa pensare, non mi interessa che cosa pensi tu, io ti dico che cosa avere, non mi interessa ciò che hai già" e sulla voce nasale e maligna di Mustaine, l'umanità viene così definitivamente "formattata".

The Disintegrators

Con la successiva "The Disintegrators" ("I Disintegratori"), i fan del sound old school dei Megadeth possono tirare un sospiro di sollievo: fin dai primi secondi infatti il brano parte diretto ed immediato senza esclusione di colpi. L'atmosfera quindi si fa decisamente più trascinante, la batteria di Menza infatti ci getta in un vortice che dalle larghe spire stringe sempre di più la presa, conducendoci al cospetto di un imperioso main riff che affonda le proprie radici nella tradizione speed thrash della quale i nostri possono considerarsi a pieno titolo degli alfieri. La dinamica serie di fraseggi di note alternata alle mitragliate in palm muting rende a dir poco funambolico il nostro ascolto, ricreando perfettamente quel senso di panico che può prendere la popolazione di un villaggio preso d'assalto da un'orda di invasori: la scena infatti si svolge in un fittizio centro abitato la cui quiete viene turbata dall'arrivo dei disintegratori, degli esseri che si presentano, devastano, saccheggiano e distruggono lasciando sul loro cammino solo sangue e macerie. Immaginiamo quindi di sentire un boato stagliarsi all'orizzonte, la cui eco giunge fin tra le case della suddetta cittadina, il rombo delle due ruote si fa sempre più assordante ed immediatamente si diffonde il panico. Il registro usato da Mustaine si rifà molto ai clichè dell'Heavy Metal più classico: questi assassini infatti giungono a noi a cavallo di alcune motociclette, descritte come dei neri cavalli d'acciaio, la tempesta sta arrivando ed il vero e proprio inferno viaggia appunto su due ruote. Di fronte a questa temibile minaccia, la popolazione ha solo due opzioni tra cui scegliere: nascondersi ed aspettare che il tutto passi senza che vengano catturati oppure imbracciare le spade e combattere fino all'ultimo per difendere la propria libertà. Parliamo tanto della punizione per i politici corrotti e di come essa sarebbe la benedizione per liberarci dai mali di un sistema sempre più opprimente, ci imbeviamo di parole rivoluzionarie e constatiamo quanto sarebbe necessario il pugno di ferro con chi prende il potere ma poi non è in grado di governare. Tutte parole bellissime che però restano tali, uscendo dalle nostre bocche mentre restiamo inermi invece di reagire; la situazione non cambia perchè non vogliamo sforzarci troppo, i disintegratori invece sono quelli che si muovono, che prendono una decisione e la portano avanti, sfondando a calci le porte dei palazzi di governo e prendendo ciò che spetta loro. Ecco perchè terrorizzano le città in cui vanno, perchè a differenza dei tanti inetti loro sono quelli che hanno preso in mano le redini della situazione, diventando parte attiva nella rivoluzione necessaria per cambiare il sistema. La doppia cassa allarga ulteriormente il pre ritornello, lanciato anche grazie ad una sequenza di accordi tenuti atti a dare una maggiore distensione; il tiro tuttavia resta sempre incalzante, perchè senza freni è l'anarchia che si diffonde per le strade: anche seguendo gli schemi e votando, la situazione politica della società non cambia, l'unico modo per cambiare davvero le cose è lasciare che i disintegratori ci invadano e che spazzino via tutti i resti del nostro sistema corrotto. Particolarmente efficace a livello atmosferico sono inoltre le note di chitarra discendenti che accompagnano la parte vocale di Megadave, le quali, grazie ad un pesante riverbero, sembrano ricreare le urla disperate delle persone ormai travolte dalla furia di queste figure oscure e purificatrici: i disintegratori passano e distruggono e tutto il resto è solo anarchia, ma sulle macerie di una società ormai devastata potrà risorgere una nuova era. Rispetto alle tracce precedenti, l'approccio compositivo è quindi decisamente più diretto; l'alternanza sistematica tra la strofa serrata e la crescente apertura che accompagna al ritornello fa di "The Disintegrators" un brano a la vecchia maniera ma tuttavia fresco ed energico, capace di farci scuotere la testa e di ribadire al tempo stesso che i Megadeth non hanno assolutamente perso la loro attitudine originale. A dettare legge in fatto di tonalità è il basso di Ellefson, che come vero e proprio centro tonale impone le direttive per passare da una nota all'altra sempre sostenuti dalla batteria inarrestabile di Menza, la quale, invece, non molla un colpo dal principio fino alla netta e improvvisa chiusura del pezzo. Il tutto si chiude in un lampo, i disintegratori quindi sono arrivati, hanno distrutto tutto ciò che l'umanità ha costruito ed hanno ripreso il loro cammino, sempre a bordo dei loro neri destrieri d'acciaio.

I'll Get Even

La successiva "I'll Get Even" ("Lo Otterrò Comunque") cambia decisamente tono: se nella traccia precedente Mustaine e soci avevano sperimentato un registro più abituale rispetto ai loro canoni stilistici, con questa sesta canzone i quattro si cimentano in qualcosa di più calmo e fluido. A scaldare l'atmosfera sono adesso le quattro corde di Ellefson, delle quali riusciamo a percepire il calore ed il pathos grazie all'esperto tocco del braccio destro di Mustaine; non siamo però difronte ad un riff serrato o velocissimo, i passaggi al contrario sono distesi e ricchi di corpo, suonati in maniera da metterci nell'attesa di un qualcosa che arrivi ma non in maniera irruenta bensì morbida e graduale. I primi due giri creano quindi una breve suite ambient ed è con il successivo ingresso della batteria che la traccia si sviluppa in maniera sinuosa ed organica. Un rapido passaggio sui fusti e poi via con un tempo lineare dal retrogusto quasi funky. Le chitarre però sono ancora in stand by ed iniziano la loro esecuzione in pulito unicamente con una serie di rapidi passaggi arpeggiati, resi ancora più leggeri dal riverbero applicato su di esse. L'attesa di fondo è funzionale per l'introduzione di quello che nuovamente torna ad essere il punto focale della lirica: il tradimento. Megadave è stato nuovamente abbandonato dalla donna che credeva sarebbe stata per sempre la sua compagna ed è rimasto attonito nel deserto delle sue disillusioni. Ormai è solo ed abbandonato, inzuppato dalla pioggia di un temporale che quasi ironicamente irrompe a rendere il suo universo ancora più tenebroso. Questa volta però il senso di abbandono viene lasciato a macerare in un animo ribollente di rabbia: Dave ha incassato il colpo ed è caduto a terra, ma mentre lei si allontana abbandonandolo al suo destino egli è lì, inginocchiato e piegato sul pavimento, che rimugina ancora pensando a tutte quelle dolci parole che nuovamente sono svanite in un'illusione e come un reattore nucleare o una carica esplosiva sta accumulando la propria tensione in vista dell'esplosione ormai prossima. Tutti i pensieri e le fantasie sul futuro non erano altro che delle esche appese all'amo di una pescatrice che voleva solo disfarsi di un tonno e Dave non è stato altro che l'ennesimo nome sul suo libro nero degli uomini da comandare come burattini. Ma questa volta il frontman del gruppo non subirà il tutto passivamente, anzi, sul pezzo che continua a scorrere egli medita sul come vendicarsi e lancia delle minacce che arrivano puntualmente con l'arrivo del ritornello. "Otterrò comunque la mia vendetta, stai attenta, sono amaro e contorto e non immagini che cosa potrei fare, a causa di questo dolore sono affamato e non dormo da giorni, sono come una bomba il cui timer continua a tickettare e preparati perchè presto esploderò!". Fedele alleata del rosso thrasher è inoltre la sua rinomata follia: le voci nella sua testa gli dicono di prendere quella bambola e di usarla come un vodoo, infilzandola con una marea di aghi sperando che la sua ex compagna possa sentire ogni singola puntura. Passata l'apertura del ritornello infatti il brano ritorna alla quiete, come a rappresentare simbolicamente il protagonista che dopo aver prima dichiarato la sua futura rivincita si ritira per escogitare un modo per raggiungere il suo obiettivo. Il basso continua con le sue plettrate nette e stoppate, la batteria tiene il tempo sempre con un quattro quarti preciso e ricco di groove e a condurre Megadave verso un nuovo lampo di pazzia subentra una rapida serie di note alte, le quali creano un efficace crescendo prima della serie di stop and go che ci conduce alla svolta tematica della lirica. Dave è schizofrenico e non può far altro che ascoltare cosa gli ordinano le voci nella sua testa: una gli dice di usare il vodoo, un'altra ancora gli da ragione, una terza gli dice di prendersi la giusta rivincita ed un'altra ancora lo sprona ad ottenere ciò che gli spetta. L'amante tradito dunque combatterà ancora una volta con questa donna malsana e demoniaca ed otterrà comunque la sua vendetta, non importa come, non importa quando, l'unica cosa sicura è che Megadave presto vedrà il volto della sua bella sprofondare nel fango, in quella stessa melma dove prima è stato costretto a marcire lui. Beati dunque della tua supposta superiorità ed intelligenza cara perchè Mustaine, grazie a tutti i suoi alter ego, otterrà comunque ciò che gli spetta.

Sin

Il tachimetro torna a salire di giri con "Sin" ("Peccato"), le cui sonorità vertono nuovamente su un Hard Rock di altissima fattura, ancora lontano dallo Speed Thrash che eravamo abituati ad associare ai Megadeth ma comunque coinvolgente e trascinante. Su un accordo effettato in delay parte il main riff di chitarra, modellato come accennato su una sequenza di note più lenta ed incentrata sul pathos delle note tenute. Il basso e la batteria iniziano la loro inarrestabile marcia, concatenandosi sinergicamente con gli accordi stoppati delle due chitarre e regalandoci così uno sviluppo ricco di dinamismo, che nonostante gli stop and go non risulta assolutamente zoppicante ma al contrario mantiene sempre sostenuto il tiro. Per la prima volta ci troviamo di fronte ad un testo in cui Mustaine non ricopre il ruolo di protagonsta narrante in prima persona; egli ora è infatti un'osservatore, un soggetto esterno, che dalla sua posizione in disparte osserva il dissiparsi dell'essere umano che viene divorato dai sensi di colpa per aver ceduto alle tentazioni peccaminose. La prima parte di strofa procede secondo lo sviluppo regolare ed è su questa impalcatura ritmica che Megadave inizia a scrivere questa sua nuova sceneggiatura lirica: immaginate dunque un uomo che nonostate sia cresciuto in una famiglia benestante non è mai stato in sintonia con il proprio nucleo familiare, un disadattato quindi, un avaro che nonostante potesse ottenere tutto ciò che voleva con uno schiocco di dita desiderava sempre più ricchezza, annegando totalmente nell'ebbrezza di potere. Conclusa la prima quartina il ritmo del brano inizia a spezzarsi, modellandosi su un disegno ritmico a stacchi che cade proprio in coincidenza dell'inizio del declino del protagonista immediatamente conseguete alla sua descrizione iniziale, che ci viene puntualmente descritto dal leader dei Megadeth: "Improvvisamente l'ho visto andare ancora oltre, le sue azioni erano sempre più magniloquenti e pompose ma contemporaneamente prive di un qualsiasi scopo". Quasi come se fosse la testimonianza giornalistica di un testimone che ha assistito al fatto, il rosso thrasher ci conduce alla prima tappa del degrado del protagonista e sgomento e quasi disperato per questo sconvolgente cambiamento si rivolge ad un'entità irrazionale, il proverbiale specchio delle favole, che possa guardare dentro di lui e dentro di noi alla ricerca della radice di questo male: "Specchio, specchio, guarda dentro di lui e rivelaci quali sono le ragioni per cui cadiamo così in basso dandoci al peccato, riesci a vederle?". Strumentalmente, i quattro si riallacciano alla loro struttura bipartita iniziale: Menza ed Ellefson riprendono ad avanzare inarrestabili, mentre Mustaine e Friedman intervengono ora con degli incisi di accordi ora con delle stoccate soliste, lasciando inoltre al moro axmen del Maryland lo spazio per un fluido assolo dallo stile quasi neoclassico. Le scritture dicono che nessuno dei sette peccati capitali deve essere lasciato impunito e prontamente giunge il riferimento a Cristo: egli fu marchiato con il suo sacrificio sulla croce per salvare tutta l'umanità, solo un determinato numero di uomini lo punì e lo torturò ma la sua morte dovette compensare per uno spropositato numero di peccatori. "Un solo uomo morì per tutti" si è soliti dire, ma questo sacrificio sarà servito a qualcosa? L'essere umano continua a ricadere sempre nelle tentazioni, ergo la risposta sembra essere negativa. A questo punto della traccia la tensione arriva all'apice: chitarre, basso e batteria si lanciano in una serie di stacchi accentati dal tiro travolgente, dove la malvagità peccaminosa sembra affermare la propria supremazia, condannando così l'umanità a bruciare per sempre tra le fiamme dell'Inferno. La linea vocale di Mustaine è seguita dalle note delle sei corde che, seguento un fraseggio discendente, creano un senso di malvagità grazie al timbro squillante dei semitoni. Anche il rosso thrasher, in qualità di umano, è corroso dal senso di colpa per i propri peccati quanto gli altri; la pressione sanguigna diminusce facendo defluire da lui tutte le forze e dentro di sé sente un qualcosa che lo brucia e lo dilania dall'interno; nel tentativo di lenire questo fastidio egli si lacera via la pelle dal viso, grattandosi come se avesse il fuoco di Sant'Antonio, fino a quando le unghie stesse non gli si strappano via dalle dita per il forte attrito. L'esitation lascia ora spazio allo sviluppo finale, Dave è sempre più in preda a questo delirio: gli istinti peccaminosi rimbombano nella sua testa con un unico imperativo: "please us!" ("Soddisfaci!") ed egli implora clemenza chiedendo che lo lascino vivere libero, ma le voci si fanno sempre più insistenti e non c'è modo di placarle. Sono loro le ragioni per le quali pecchiamo, ce lo ordinano dal nostro profondo e non siamo in grado di zittirle.

A Secret Place

Proseguiamo il nostro ascolto con "A Secret Place" ("Un Posto Segreto"); l'apertura è lasciata ad un basilare riff di chitarra, che dopo un'iniziale alternanza di nota alta e nota bassa di tonalità, sotto la quale si sentono le pennate in ottavi a dare il crescendo, si chiude in maniera ciclica. Gradualmente entrano poi in scena la batteria ed il basso, ai quali si accompagna inoltre la chitarra ritmica. La sequenza di note iniziale diventa ora la melodia conduttrice della strofa, sostenuta dalla batteria in quattro quarti lineare. Su questo incedere Megadave racconta ora un nuovo capitolo del suo viaggio attraverso le sue tenebre personali, tornando ad interpretare il ruolo di protagonista narrante in prima persona. C'è un posto segreto dove gli piace andare, una destinazione sconoscita nel quale egli trova rifugio da tutte le vicissitudini che continuamente vessano la sua esistenza nella quotidianità. Di questo luogo, per l'appunto, non sappiamo nulla, come sia fatto, se sia un luogo fisico oppure uno spazio metaforico all'interno della sua testa, sappiamo solo che qui Megadave torna ogni volta con piacere poiché vi trova riparo da tutte le difficoltà che lo assillano. Lui qui non è da solo, anche gli altri si recano in questo posto segreto ma a differenza del leader dei Megadeth, che non si vergogna di palesarsi, i loro volti restano celati nell'ombra. Questo rifugio segreto è buio ma non è minaccioso e Mustaine qui ormai veste i ruoli del padrone di casa, che con educazione e cortesia accoglie ogni nuovo viandante, ammonendolo che una volta varcata quella soglia non si può più tornare indietro. La traccia procede spedita, sempre sostenuta dalla batteria di Menza, e lentamente l'imponenza del muro delle chitarre si amplia attraverso la parte che costituisce il pre ritornello, un rapido inciso solista, accompagnato da un vocalizzo di Mustaine, che rende il tutto catchy e di facile impatto. Sul ritornello, le sei corde riprendono la sequenza di note iniziale, suonata però adesso con maggiore enfasi e ripetitività quasi a simboleggiare la monotonia con cui il protagonista torna ogni volta nel proprio rifugio, trasmettendoci quindi il meccanismo abitudinario con cui questo gesto si ripete. L'accoglienza in questo posto misterioso ci viene cantata con una metrica incalzante e serrata, quasi fosse una cantilena che il rosso thrasher ripete ad ogni nuovo arrivato: "Benvenuto nel mio posto segreto, non so spiegare come sono giunto fin qui, ma se vuoi rimanere sei il benvenuto, sappi però che di solito tutti fuggono via". Restando sul senso letterale, il posto segreto può essere un nascondiglio fisico in cui Dave corre a cercare riparo dall'aggressività del mondo esterno ma, in senso più metaforico, questo posto segreto può simboleggiare nuovamente la dipendenza dall'eroina: la droga infatti è ciò in cui un disperato cerca un appagamento dal dolore di ogni giorno, tentando di anestettizzare con lo stupefacente un disagio che in realtà dilania ancora di più iniezione dopo inizezione. Lo sviluppo ritmico si rivela avvincente proprio in questo passaggio, dove da questa nuova soluzione i quattro musicisti si riallacciano all'iniziale struttura della strofa. A condurre il tutto resta comunque il main riff, le cui note scandiscono con fare quasi ridondante la puntuale ricaduta del protagonista in quel tunnel profondo in cui sembra stare così bene. Proprio come un abisso infatti, ad avvolgere Dave ci sono solo le tenebre; egli avverte la presenza di altre persone, altri dannati che come lui sono precipitati nel baratro della droga, ma mentre lui ha il coraggio di ammettere questa sua dipendenza, gli altri preferiscono restare nell'anonimato, avvolti dal buio, lasciando unicamente che dall'oscurità escano le loro lancinanti grida di dolore. A questo punto della traccia, le chitarre passano dal main riff ad una serie di powerchord distesi, sempre sostenuti dalla batteria e dal basso lineari; qui avviene la svolta dove Megadave decide di prendere una posizione: o dentro o fuori, non si può continuare a fare avanti e indietro. La sua anima scompare dalla realtà senza lasciare traccia per poi essere ritrovata solo nel posto segreto, come ad indicare che solo con la droga Megadave può sentirsi se stesso, ma ad ogni dose la sua essenza vitale muore senza un minimo di grazia. Ecco quindi che Dave ci è cascato ancora una volta, egli è nuovamente nel baratro pronto ad accogliere la prossima vittima di questo flagello. "Benvenuto nel mio posto segreto, non so spiegare come sono giunto fin qui, ma se vuoi rimanere sei il benvenuto sappi però che di solito tutti fuggono via", la routine si ripete sempre all'infinito ed il posto segreto continuerà ad essere il rifugio dell'anima traviata di Mustaine.

Have Cool, Will Travel

Passiamo ora alla successiva "Have Cool, Will Travel" ("Calmiamoci, Passerà"), con la quale i Megadeth lanciano una nuova stoccata verso le ipocrisie della società statunitense. L'inizio della traccia si compone di una rullata secca di Menza, puntualmente seguita dalle pennate delle chitarre e del basso alle quali segue poi una scala cromatica di note; questo sviluppo ci giunge all'orecchie immediato quanto una raffica di mitragliatrice ed è proprio della liberalizzazione delle armi negli Stati Uniti che Megadave dipinge nuovamente un cinico ed agrodolce ritratto istantaneo della realtà. La strofa viene lanciata attraverso un efficace mid tempo, ricco di un groove ed un'energia che ci istigano subito a muovere a tempo la nostra testa; sorge un nuovo giorno sulla quiete di una qualunque cittadina americana: le mamme sono tutte indaffarate a prepare le borse del pranzo per i loro pargoli prima che passi il pulmino della scuola a prelevarli, ignare che, nel mentre, i loro frugoletti stanno riempiendo i loro zainetti con delle armi da fuoco oltre che con i libri scolastici. Il tempo della batteria di Menza è costruito con un quattro quarti deciso usando solo cassa, rullante e charleston, ma è il basso di Ellefson a dettare legge con le sue note profonde e corpose che sostengono perfettamente le movenze ritmiche delle sei corde. Comprare un'arma da fuoco in America è abbastanza semplice: anche se in un'armeria la legge richiede che prima di vendere una pistola si debba attendere che vengano effettuati i dovuti controlli sulla fedina penale dell'acquirente, ci sono altri canali in cui un'arma di piccolo calibro si può comprare immediatamente per pochi dollari, senza contare che per un giovane è relativamente semplice entrare in possesso di quella bocca da piombo che papà tiene nascosta nel cassetto per difendersi dai ladri. La giornata di scuola ha inizio, ed il ragazzino, girando armato per i corridoi, si sente protetto dalle minacce dei bulletti. Tutto ad un tratto però, le strade della cittadina vengono pervase dal suono di uno sparo, uno dei tanti, ai quali seguono immediatamente le sirene delle ambulanze e delle auto della polizia di pattuglia. È morta una mamma a seguito di un colpo accidentale partito dalle mani del bimbo? Uno scolaro si è finalmente liberato dal classico bullo? Poco importa, la gente resta attonità e subito punta il proprio dito rimprveratore, ma è tutto normale, basta calmarsi e passerà anche questa. La quotidianità ti offre solo due alternative: o imbracciare il ferro e difenderti oppure vivere per sempre rintanato con la coda tra le gambe, ecco quindi che la violenza ed i bagliori delle pistole torneranno ad illuminare la vita come il sole che sorge ogni giorno; gli omicidi casuali si susseguono, ancora una volta la società ben pensante sfodererà i suoi moralismi a mo di placebo, la verità è un'altra, ma nessuno ha il coraggio di dirla. Questa inquietante rivelazione viene cantata su uno sviluppo più soft, dove le chitarre passano dagli accordi distorti ad un arpeggio pulito e leggero, quasi assumendo quindi la leggerezza con cui i cittadini affrontano qualcosa di agghiacciante ma al quale ormai sono abituati. Intanto ecco che riparte la strofa, sempre scandita dal quattro corde che assume nuovamente il ruolo di motore del pezzo; nella scuola della vita non ci sono né promozioni né bocciature, è una giungla nella quale per sopravvivere bisogna avere l'orecchio talmente fino da avvertire lo sparo prima che venga premuto il grilletto, solo così ci si può salvare evitando di finire in un sacchetto di plastica. È un fatto a dir poco aberrante, ma calmiamoci e passerà anche questa. Sul finale del brano, Mustaine ci offre la sua visione di questo delicato tema: egli rimane incredulo di fronte a questo fatto, ma la gente è ormai talmente inebetita che anch'egli è costretto ad amalgamarsi in quel mare di indifferenza: "Dico tra me e me che non può essere vero, non riesco proprio a capire, perchè la gente non prenda una posizione? Ma anche io me ne sto tranquillo e presto tutto questo passerà". L'inquieto senso critico del rosso axemen è dunque destinato a scontrarsi contro un muro di indifferenza: le raccolte firme, le proteste e le mobilitazioni contro la libera circolazione delle armi sono sempre andate a finire nell'oblio, lasciando l'America in mezzo al fuoco incrociato dei criminali e dei pistoleri innocenti e inconsapevoli, ma tranquilli, col tempo passerà.

She-Wolf

In decima posizione troviamo un grande classico dei Megadeth, "She-Wolf" ("Lupa"), ancora oggi ritenuta una delle tracce più riuscite dell'intero album. Protagonista della canzone è la femmina di uno degli animali più affascinanti della natura, di cui Megadave, attraverso un riff di chitarra in shredding serratissimo, inizia a descrivere il misticismo, tenendo sempre in parallelo il paragone tra la lupa e l'immagine di una femme fatale che seduce e schiavizza l'essere umano. Questa figura infatti è la madre di ogni male e le sue labbra sono come un veleno che si insinua nelle nostre vene una volta morsi. Ora il riff si arricchisce con degli accordi tenuti a scandire il passaggio tra una pennata serrata e l'altra, creando così una maggiore tensione prima che avvenga lo start esplosivo della strofa, la lupa è una tentatrice da cui non ci si può sottrarre, una sacerdotessa che ci inizia ad un culto esoterico, di fronte alla quale siamo obbligati ad inginocchiarci umilmente. A sostenere il riff adesso entra decisa la batteria, il tempo si presenta subito incalzante e travolgente, riportandoci nuovamente all'orecchio i Megadeth "vecchio stile"; la struttura del pezzo alterna il riff contratto nelle parti strumentali con gli accordi sul cantato, in modo che la nostra attenzione sia sempre desta e che il nostro orecchio sia sempre incuriosito e desideroso di percepire i prossimi cambi. La lirica intanto ha assunto i toni di una vera e propria celebrazione, come la mantide infatti congiungiamo in preghiera le nostre mani, ormai assuefatti da questo intenso potere. Non abbiamo via di scampo, solo a fissare negli occhi la lupa veniamo colti dal panico ma è troppo tardi, ormai questa creatura ci morde e sentiamo i suoi canini dilaniarci la carne del collo e le chitarre, con le loro pugnalate soliste, sembrano quasi ricreare nelle nostre orecchie il suono dei denti aguzzi affondare in noi, è il morso della lupa. La strofa riprende con la sua imponente cavalcata, dove le sei corde marciano imponenti a forza di shredding unite agli incisi solisti di Friedman, che con il wah wah fornisce il giusto colore ad uno sviluppo particolarmente oscuro. Ora siamo completamente assoggettati a questo potere mistico, Mustaine, usando sempre la narrazione in prima persona, si fa ora portavoce della schiavitù umana che cade sotto il potere di una magia oscura. Anche noi adesso siamo affamati di carne e la nostra fame non si placherà fino a quando non avremo messo sotto i denti qualcosa di vivo, ancora caldo dopo essere stato azzannato, è l'istinto primordiale della lupa che adesso vive in noi; nel nostro petto infatti battono due cuori: quello umano, il cui compito è semplicemente mantenere attivo il flusso sanguigno e quello ferino, che ci guida nella nostra caccia notturna. Per la prima volta troviamo nelle liriche di questo album il sovrannaturale. La particolarità di "She-Wolf" è infatti quella di rompere provvisoriamente gli schemi del quotidiano per dare modo a Megadave di cimentarsi con un tema diverso rispetto al solito, che gli consenta di toccare anche l'ambito dell'occulto e dell'esoterico; un fragente nuovo quindi, ma nel quale il nostro si muove tuttavia con grande maestria compositiva. Ad arricchire inoltre una parte musicale abbastanza standard troviamo poi una avvincente suite strumentale, che prende forma dopo l'ultimo bridge: pur essendo caduto sotto il potere della lupa, il rosso frontman lancia un monito agli ascoltatori: "Attento a ciò che ti attende nella notte, stai in guardia dalla lupa e dal suo morso, le sue labbra mistiche sono bugiarde ed il suo unico desiderio è quello di uccidere sotto mentite spoglie". Da questo avvertimento possiamo dunque tornare al parallelo iniziale tra la lupa e la donna traditrice: diffidiamo di colei che, pur dormendo abbracciata a noi nella notte, può ucciderci in qualsiasi momento, le sue parole sono delle criptiche bugie e le sue lusinghe non fanno altro che nascondere qualcosa che vive con noi sotto le mentite spoglie di una compagna innamorata. Dall'esoterico animalesco si compie un metaforico traslato verso il tema del tradimento e su questo affascinante passaggio prende avvio la danza delle due chitarre soliste, le quali, si avvinghiano in un travolgente esecuzione solista in tandem sempre sostenute dalla sezione ritmica. Su una base energica e vibrante, Mustaine e Friedman eseguono un'epica cavalcata con gli strumenti armonizzati, un'ultimo assalto da cardiopalma prima che il drumming di Menza giuga a chiudere il tutto con un rapido passaggio sui fusti.

Vortex

Il tutto si spegne rapidamente, lasciando che la coda delle note soliste si dissolva dolcemente cullata dal delay. Sulle note di "Vortex" ("Vortice") prende avvio uno dei pezzi più sperimentali del disco dal punto di vista compositivo. La prima cosa che udiamo sono le chitarre intente a ringhiare con un fischio stridente, quasi fosse il ruggito di una belva pronta a mordere o lo stridore di due lame che si sfregano tra loro prima di iniziare a fendere la carne. È con l'ingresso della batteria che iniziano però a prendere fuoco le polveri: una serie di stacchi di Menza scandisce infatti l'inizio di un main riff fluido e dinamico, le cui note costituenti sono articolate tra loro grazie al tocco morbido e sinuoso dei due axemen; con l'avvio della strofa il pezzo si presenta subito serrato ed incalzante, per poi lasciare spazio ad una sequenza ad accordi aperti atta a fornire a Megadave lo spazio necessario per distendervi sopra le frasi del testo. Ci accingiamo dunque ad una nuova incursione nei meandri della mente di Mustaine, dove il quadro si presenta subito inquietante ed oscuro; il rosso thrasher è infatti arso da una combustione interna, un incendio che divampa dentro di lui incenerendo anche tutte le sue multiple personalità dissociate, il terrore subito lo coglie ma il suo volto disteso, come una maschera, cela un'agonia terribile e silenziosa. Ancora una volta l'immagine della pioggia torna a rendere più buio l'ambiente intorno al protagonista, dentro al quale si sta letamente sprigionando il vortice del dolore; le pennate della chitarra scandiscono con il palm muting i passaggi tra una frase e l'altra, facendo quindi crescere la potenza musicale assieme a quella della lirica. L'origine di questo dolore è ancestrale, come un patto siglato tra un mago e la sua magia o come quello che legò Lucifero alle tenebre, è qualcosa di remoto e primitivo, è il vortice del dolore. Passato il secondo ritornello, i quattro cambiano radicalmente strada, compiendo uno sperimentale ma al tempo stesso interessantissimo cambio: il tempo di batteria si dimezza, il main riff viene contratto alle sue sole note basse eseguite in palm muting ed il tutto assume così un impatto decisamente più granitico; Megadave ora è come se fosse colto dalla furia improvvisa, una rabbia incontrollabile dovuta al fatto che, come un malato che non sa descrivere al medico i propri sintomi, sembra non essere capace di trovare metafore abbastanza eloquenti per descriverci il suo disagio. La voce si richiude attraverso i denti digrignati, il tono si fa più acido, la metrica più contratta e le frasi si riducono in lunghezza susseguendosi rapidamente: "Un messaggio telematico, scritto nel tormento, si lamenta con cantilene, come i corni di Gerico, facce distorte, si contorcono con furia, le mura del purgatorio, cadono a terra, morte infinita, i gioielli di una corona". Nella strofa finale le immagini si concatenano con fare quasi delirante, come se il vocalist fosse in preda ad un delirio mistico ed elencasse casualmente le immagini che una dopo l'altra gli si creano nella mente. Gli strumenti intanto continuano ciclicamente la loro sequenza in mid tempo, per poi andare a confluire nella parentesi solista conclusiva. Su quest'ultima parte il ritmo rapidamente torna in quattro quarti, regalando a Friedman una solida base per la sua stoccata finale, che da una iniziale serie di note in bending passerà ad una vera e propria colata di note creata con un funambolico saliscendi di scale, Menza ed Ellefson continuano però a spingere ed ecco allora la seconda sequenza per un nuovo assolo di Mustaine, più standard a livello stilistico, ma complementare nel più ampio disegno di un brano che, a conti fatti, con poche semplici ma allo stesso tempo efficaci soluzioni, si rivela essere uno dei più trascinanti della tracklist.

FFF

Il disco si chiude con "FFF" (ovvero "Fight For Freedom", "Combatti Per La Libertà"); Megadave sigilla il suo settimo disco con un'altra corrosiva critica verso la società, quell'informe massa di persone che ora lo ama ora lo odia ma nella quale lui non si è mai sentito integrato. I fan dei primi lavori della band resteranno entusiasti di qesta ultima traccia, essa infatti parte immediatamente senza tanti fronzoli con un tempo incalzante, dove il rullante di Menza scandisce il tempo con delle vere e proprie martelate; ad amalgamare tutto è sempre il basso di Ellefson, le cui note plettrate conferiscono ancora più corpo e sostegno ad un main riff di chitarra semplice e fieramente ispirato all'old school Thrash Metal. Il gruppo marcia quindi inarrestabile in un vero e proprio assalto all'arma bianca e con l'inizio del cantato ecco prendere forma un'altra colata di acido solforico sul perbenismo imperante. Primo bersaglio dei bigotti sono i poveri e i senzatetto, una cancrena per la civiltà che deve essere estirpata anche attraverso la violenza, l'incoraggiamento di Mustaine è quanto mai cinico e volutamente scorretto politicamente: bruciamo le tendopoli e facciamo sì che la razza umana venga purificata da questi parassiti. Sterminiamoli e non dimentichiamoci di sorridere con fare alcigno mentre assaporiamo questo sadico momento. Lo sviluppo dinamico e quasi schizofrenico di questa prima parte di canzone ci getta metaforicamente nella frenesia e nel caos di una rappresaglia verso un gruppo di clochard, i quali vengono vessati e torturati in una scena che farebbe invidia persino a Staley Kubrick. Ecco però il primo passaggio chiave di questa lirica: prendercela con chi è inerme e "più debole di noi" è un balsamo che cura ogni nostro male, ci fa sentire dei giustizieri, ci fa sentire potenti, ma quanto ancora potremo sopportare questo paradosso? È con l'arrivo del ritornello che Megadave ci incoraggia a prendere una posizione ferrea e rompere gli schemi: "Combatti per la libertà, combatti l'autorità, combatti per qualsiasi cosa, il mio paese non mi sopporta più". Combattiamo per la nostra libertà, per essere liberi da ogni preconcetto della massa, combattiamo l'autorità, affinchè nessuno ci possa imporre delle regole che nessuno rispetta, il nostro paese ormai ci rifiuta perchè "pensiamo troppo", possiamo quindi combattere per tutto ciò che vogliamo. Questo inno alla rivolta viene accompagnato con una base strumentale ampia, piena di corpo e sostenuta con un fraseggio di chitarra quasi epico, ma proprio perchè bisogna mobilitarsi subito, la seconda strofa riprende a martellare serrata con un tupa tupa da pogo assicurato. Bisogna prendere in mano le redini della nostra esistenza e combattere con le unghie e con i denti per essere liberi, ergo gettiamoci nella mischia e facciamo fuori più oppressori possibile. Megadave getta ulteriore benzina sul fuoco, affermando che morirà da uomo libero perchè non si piegherà mai a chiedere clemenza prima della pena capitale, non vuole un perdono all'ultimo minuto o una riduzione della pena, perchè non lo prenderanno mai vivo. La vita del dissidente è una vita solitaria, si combatte per contro proprio senza arruolarsi in nessun esercito, è una lotta millenaria tra il singolo e il sistema, che solo combattendo da uomo libero si può vincere. A livello compositivo, siamo di fronte ad una canzone abbastanza standard, che si sussegue secondo l'alternanza di strofa e ritornello per poi regalarci un'ultima ondata di potenza grazie ad un encore finale. Nonostante questa semplicità di fondo comunque, "FFF" è forse la canzone che più di tutte, tra quelle incluse in "Cryptic Writings", esalterà i fan della vecchia guardia Thrash; con poco meno di tre minuti infatti i Megadeth dimostrano di non aver perso lo smacco di un tempo, anzi, essi sanno ancora spaccare teste come hanno fatto con i capolavori degli anni Ottanta, vi è però al tempo stesso la necessità di evolvere e continuare l'arte di questa creatura, di modo che sappia dare una musica sempre fresca e di qualità. Vi basterà schiacciare il tasto play per far iniziare immediatamente l'headbanging.

Conclusioni

Come accennato in apertura, "Cryptic Writings" è un disco complesso, articolato, criptico se vogliamo. Il settimo capitolo di una storia che dopo aver gettato verso l'esterno del mondo la rabbia di un metalhead dotato ma al tempo stesso instabile, ci prende ora per mano e ci conduce nei meandri più intimi e nascosti della sua psiche. Il 1997 è un anno particolare per i Megadeth: con gli anni Novanta si sta per concludere la prima decade che il gruppo ha vissuto per intero con la stessa formazione, il periodo di stabilità più lungo della storia della band, che ha consentito che il legame tra Mustaine e i suoi fedeli soldati Nick Menza, Marty Friedman ed il fedelissimo David Ellefson si consolidasse sempre di più, dando vita a quel vortice artistico che ci ha regalato i lavori migliori della discografia marchiata da Vic Rattlhead. Nel complesso, viene proseguita l'evoluzione sonora che i nostri avevano iniziato con il leggendario "Rust In Peace", masterpiece che metaforicamente chiude l'era speed thrash vecchia scuola dei Megadeth per avviare la successiva era "della maturità", costituita da un songwriting più completo e variegato. Dopo i primi tre album, con cui i thrasher americani ci hanno deliziosamente affettato le membra attraverso delle raffiche supersoniche di tempi in quattro quarti e riff al vetriolo, è giunto il momento che essi continuino a deliziarci con i dischi seguenti, dove alla grinta thrash si unisce ora l'estro e l'abilità tecnica sopraffina dei nuovi membri in forze alla macchina da guerra di Megadave. In questa seconda fase di vita del gruppo inoltre, il settimo lavoro rappresenta un ulteriore punto di svolta: esso infatti sancisce il divorzio tra i quattro musicisti e lo storico produttore Max Norman, dietro al banco mixer nei precedenti tre dischi, per iniziare la collaborazione con Dann Huff. I Megadeth avevano bisogno di una rivoluzione completa del loro sound, guidata da un orecchio esperto che potesse tirar fuori dai loro strumenti il non plus ultra della creatività; i tempi erano ormai cambiati e l'orecchio stesso del pubblico era diventato assai esigente: anche i metalhead più oltranzisti, vista l'enorme mole di gruppi giunta alla ribalta, ha "abituato" il proprio ascolto a determinati ed imprescindibili standard, ecco perchè, per spiccare davvero in mezzo all'enorme oceano del mercato musicale, era necessario tornare a far parlare di sé con un disco che facesse letteralmente cadere le mandibole dei fan dallo stupore. Come altri generi, abbiamo accennato che anche il Metal ormai possedeva determinati stereotipi, Megadave dunque scelse la via dell'estrema sincerità per i suoi testi, esulando quindi dal solito "sangue, morte e teschi" divenuto alquanto obsoleto. Il giovane thrasher astiato con il cosmo lasciava ora posto al musicista maturo e sapiente, giunto al termine di quel duro percorso di formazione che la vita gli ha riservato ed interpretando ora il ruolo di cantore universale di quel passato oscuro, come un metaforico Omero intento a narrarci la sua personale Odissea. Apriamo dunque dinanzi a noi questa antica pergamena ed iniziamo a leggerne i testi accompagnati dalla musica di queste dodici tracce, solo così, dopo un ascolto meditato ed attento, arriveremo a scoprire il significato di queste criptiche scritture.    

1) Trust
2) Almost Honest
3) Use The Man
4) Mastermind
5) The Disintegrators
6) I'll Get Even
7) Sin
8) A Secret Place
9) Have Cool, Will Travel
10) She-Wolf
11) Vortex
12) FFF
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