MAX SMERALDI & FREDDY RISING

Strada Maestra

2017 - Indipendente

A CURA DI
ANDREA ORTU
09/02/2018
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Ricordo un vecchio film in bianco e nero, un poliziesco cupo e drammatico incentrato su personaggi ai margini, due fratelli italo-americani e il loro camion, una donna e un omicidio. Il film s'intitolava "They Drive by Night", da noi "Strada Maestra", e per certi versi anticipava quel filone letterario romantico e tutto americano reso iconico da Jack Kerouac e dal suo On the Road. "They Drive By Night" era tuttavia qualcosa di diverso, un semplice film di genere che, sullo sfondo di un contesto sociale ai margini, inconsapevolmente andava ad accarezzare la filosofia che ruota intorno al Viaggio, alla strada intesa come percorso umano intimo e individuale, un viaggio intrinsecamente solitario che, tuttavia, preferiamo affrontare facendoci forza gli uni con gli altri. Contrariamente alle atmosfere cupe di quel vecchio noire, l'On the Road inaugurato da Kerouac avrebbe vissuto di luce e di spazio, di vita nella sua accezione più pura, divenendo così parte di quella che la storia chiama Beat Generation: la generazione del rifiuto delle regole predefinite, della sessualità libera, della denuncia pura e cruda dei recessi dell'animo umano; la generazione, in una parola, del Rock 'N' Roll. Non so se Max Smeraldi e Freddy Rising, due musicisti vecchia scuola tra i più radicati, nel rock underground romano, si siano ispirati o meno al titolo italiano di "They Drive by Night", ma ho trovato affascinante come in un certo qual modo il loro percorso musicale, una strada lastricata di Roccia e di Metallo, li abbia riportati all'origine di un linguaggio che proprio sull'idea stessa di viaggio affonda le proprie radici. Tanti musicisti, da Morrison a Lemmy, hanno inteso quel viaggio come una sorta d'esperienza mistica sul filo della mortalità, la droga e la musica come mezzi ideali per viaggiare. Tanti altri hanno girato il mondo cercando qualcosa o qualcuno che gli illuminasse la via, continuando a suonare, lasciando che fosse il rock a esprimere l'insopprimibile pulsione della continua ricerca di sé. Strada Maestra è un album che cerca di descrivere il lungo percorso del Rock attraverso quello, artistico e individuale, dei musicisti che ne fanno parte: un intento tanto arduo quanto ammirevole, specialmente se arriva da un paese come l'Italia e da Roma in particolare. Entrambi gli autori dell'opera sono parte integrante e radicata del tessuto rock underground nostrano, benché molta della loro attività artistica goda di un respiro internazionale che ne impreziosisce il curriculum. Massimiliano "Max" Smeraldi, classe 1960, ha iniziato a suonare a dodici anni presso il maestro Lorenzo Pietrandrea, assimilando pian piano gli artisti più disparati a cominciare da Jimi Hendrix, e poi ancora Santana, Deep Purple, Dokken, Def Leppard, Van Halen e soprattutto Malmsteen, andando orientandosi sempre di più verso quel sound heavy metal che oggi lo contraddistingue. Tra varie collaborazioni nell'ambito di un'attività musicale a trecentosessanta gradi, Max approda agli Alter Ego di Marco Nocente, incidendo con loro un mini EP. La band si ritrova così  in tournee prima in nord Italia,  poi in Svezia assieme agli Europe, all'epoca ancora astri nascenti del rock. Le splendide performance del Chitarrista non passano inosservate ad un Richard Benson ancora sulla cresta dell'onda, che lo chiama alla realizzazione di una compilation heavy metal quasi pionieristica, per il mercato italiano. Seguono altre collaborazioni, tra cui spicca quella del 1994 col Banco del Mutuo Soccorso sull'album "Il 13", esperienze che porteranno Max a realizzare il suo primo disco solista, intitolato forse non a caso "Strade Roventi". Ormai esperto del suo settore, nel 1999 è primo classificato all'Heavy Metal Guitar War, e nel 2000 si classifica secondo alla Notte Mondiale dei Chitarristi. Arrivando fino ad oggi, la lista di attività, progetti e partecipazioni è ancora lunga, una carriera pluridecennale che porta Max Smeraldi alla sua più recente collaborazione, quella col singer Federico Giuntoli, alias Freddy Rising. Anch'egli classe 1960, Freddy fonda la sua cover band nel 1989, gli Acting Out, e collabora con artisti ben piantati nel nostro panorama come Rudy Costa, Fabio Capulli, Titta Tani e Paolo Caucci. Nel 2012 sostituisce Rick Anderson nei Martiria, gruppo fondamentale della scena heavy metal capitolina in cui hanno militato musicisti come Vinnie Appice, drummer su due dischi dei Black Sabbath, e il già citato Anderson (ex Warlord), e con loro incide l'ottimo "Roma S.P.Q.R.". Nel 2013 suona con i Bible Black e gli Anno Mundi,  collabora su tre canzoni di Alessio Secondini Morelli e infine, dopo altre collaborazioni di vario genere, incide il singolo "Altro di Me", contenente due brani cantati in italiano: "Perdenti Mai" e "Vecchio Blues". Quest'ultimo vede alla chitarra proprio Max Smeraldi. I due musicisti condividono passioni musicali comuni che vanno dai Deep Purple a Gary Moore, dai Whitesnake ai Rainbow passando per i Van Halen, una sinergia umana e artistica che finalmente, nel 2017, si concretizza in questo "Strada Maestra", opera che oltre ai due frontman vede la partecipazioni di musicisti di comprovato valore: alla batteria Luca "The Animal" Federici, noto per la sua militanza nei Messershmitt; al basso Emiliano "Eme" Laglia, anch'egli, come Freddy, attivo in passato negli Anno Mundi; alle tastiere Eric Corrado, attivo nei Witches of Doom e nei Tripping Flowers. A completare il quadro, la partecipazione di artisti dai talenti poliedrici: in primis Fabio Lanciotti, coautore delle composizioni insieme a Max Smeraldi e presente su chitarra ritmica e tastiere, poi Hessam Entezar Gohfran al tar, strumento a sei corde di origine persiana simile all'indiano sitar, ed infine Daniele Zangara alle percussioni. Una squadra di tutto rispetto che, in decenni di attività, ha definito il panorama hard rock ed heavy metal romano, trovandosi finalmente riunita sull'asfalto di questa Strada Maestra, un album che fin dalla copertina dedica amore al suo genere di riferimento, il rock in tutte le sue sfumature e radici. Immortalati nello scatto di Luca Tulli, illuminati da un sole californiano, Max e Freddy aspettano pazienti su "una panchina al lato di una polverosa highway", simbolo di un percorso e un obiettivo chiamati "Sogno Americano". Il loro è un viaggio dall'esito incerto, ma tornando a Kerouac è solo essere "Sulla Strada", tutto quello che conta: il percorso, e non la destinazione. Quel percorso, decennale e pieno d'amore per la musica, è sintetizzato nelle otto tracce di "Strada Maestra".

Stramaledetta Città

Il sipario si apre con una chiave che gratta il metallo, il gas che rimbomba e infine il motore che parte, lasciando esplodere una strumentale di pura energia. Stramaledetta Città è un pezzo che concettualmente cavalca l'eterno rapporto tra rock e motori, un matrimonio celebrato in nome di un senso di libertà più astratto che reale, idealizzato da una nutrita e vasta letteratura. La città è dunque un non-luogo, generica metafora di una realtà che tutto appiattisce ed uniforma, ma come romano, non riesco a non percepire un legame più concreto tra questo brano e la mia città - anzi, la nostra città. Perché in definitiva ci sono solo due modi con cui noi romani viviamo l'Urbe, senza sfumature di sorta: amiamo Roma, e odiamo Roma. Fine. Roma è una città che ti entra dentro in maniera strana, quasi violenta, noi l'amiamo e ne andiamo fieri come se l'esserci nati ci rendesse una razza a parte, e tuttavia non c'è romano che almeno una volta nella vita non abbia pensato "basta, me ne vado da 'sto casino maledetto", a maggior ragione in un'epoca come questa, in cui, ormai, la città sembra abbandonata a se stessa. Dopotutto, chiunque suoni a Roma sa benissimo quanto questa città appaia priva di possibilità, di seri sbocchi professionali, o anche solo di semplice vivacità artistica. Insomma, per degli artisti romani, il classico tema della fuga dall'opprimente city alla ricerca dell'avventura, può essere davvero sentito e reale. Come già detto, tuttavia, per Freddy l'abbandono della "stramaledetta città" non è semplice richiamo alla più stringente attualità, ma rimane soprattutto intima allegoria del sentimento On the Road alla base dell'intera opera, parte essenziale della narrazione del Rock. Nel definire la pulsione vitale di cui un pezzo del genere si nutre, la band costruisce una sinergia tanto essenziale quanto ben strutturata, in cui basso e chitarra concorrono a formare un muro di suono su cui spicca un riff elettrizzante ed efficace. La tensione, e con essa il tiro della canzone, è delineata invece dai frequenti fills del batterista, in un continuo dialogo coi compagni alle asce, mentre il sound subliminale delle tastiere completa abilmente il quadro. Più che le band storiche citate sull'introduzione, il brano sembra omaggiare una tradizione rock tutta italiana che trova il suo culmine in artisti come Pelù e i primissimi Negrita, ma con una più marcata attitudine verso l'heavy metal ottantiano, perfetta a mettere in risalto il feeling tra Max e Freddy; mentre il primo dà vita a tutti gli elementi più creativi e fuori schema della canzone, il secondo lascia vibrare alte le sue parole, abbracciando la strada al suono del motore, abbandonando la vecchia, statica vita alla ricerca dell'avventura e di nuove possibilità, e di un sogno "americano" che per lui si chiama "Musica", senza rimorsi né valige, portando con sé unicamente "qualche foto di amori sbiaditi e frammenti di me". Il finale desta ancora piccole sorprese con un breve virtuosismo solista di Max ed un'ultima ripartenza, come a dire che il motore di quest'auto si sta solo scaldando. 

Venditore di Sogni

Il secondo brano sembra rallentare, ma è solo un abile finta per sottolineare l'incedere possente e granitico di Venditore di Sogni, pezzo smaccatamente figlio dell'amore per i Black Sabbath, ma non privo di sfumature a cavallo tra l'hard rock classico e stilemi più nostrani. Concettualmente siamo nel bel mezzo del viaggio intrapreso nel brano precedente, un percorso alla ricerca di sé e della propria affermazione artistica costellato di pericoli ed insidie. I "venditori di sogni" di cui parla Freddy sono una vecchia conoscenza di ogni musicista avveduto, specialmente chi, come ogni singolo artista coinvolto su Strada Maestra, abbia alle proprie spalle anni e anni di esperienza nel settore: parliamo di impresari musicali, agenti artistici, produttori discografici... insomma, di tutta quella fauna suburbana che nutre l'arte e si nutre d'artisti, e che per ogni elemento realmente affidabile, professionale e competente, nasconde mille serpi pronte a sfruttare, "venditori di nulla in agguato" e "creatori di sogni impossibili", come li descrive Freddy tra le sue strofe. Una tematica del genere non poteva mancare in un'opera come Strada Maestra, narrativa e sottilmente autobiografica, ma ancora una volta non siamo distanti da un linguaggio già radicato, già parte integrante di quel percorso musicale che quest'album vorrebbe omaggiare. Per restare sullo Stivale, senza scomodare realtà socialmente ed economicamente lontane dalle nostre, il tema di "Venditore di Sogni" era stato già sdoganato da brani come "Il Gatto e la Volpe", di Edoardo Bennato, e l'irriverente "Vincenzo", di Alberto Fortis, ma questa potrebbe essere la prima volta che ne ascolto la narrazione attraverso una sintesi testuale smaccatamente hard rock. Ad affasciarmi, tuttavia, è una contrapposizione stilistica che si risolve in inattesa armonia. La matrice della poetica di Freddy tende alle antiche radici blues, nella predisposizione a dare maggiore importanza alla voce e al suo suono, piuttosto che alle parole in sé, accentuando l'enfasi del canto fino alla pura catarsi; dall'altra parte, tuttavia, la band costruisce un suono duro e corposo, perfino minaccioso, nel suo incedere lento ma inesorabile, carico di un'esperienza decisamente più contemporanea. La pesantezza dei Black Sabbath di Dio, più che quelli del vecchio Ozzy, sposa soluzioni estremamente ruvide tipiche di band come Deep Purple , Led Zeppelin e soprattutto Rainbow, non a caso altra band capitanata dal Sommo Ronnie James, dando vita ad una convivenza stilistica curiosa, ma non innaturale, trovando in essa la sua unicità. La sezione ritmica rimane fondamentale non solo nel determinare il passo, ma anche l'atmosfera e la personalità del brano, ma è la chitarra di Max a definirne lo spirito, offrendo all'ascoltatore prova di creatività e virtuosismo in perenne "competizione" col cantante, fino a sfociare in un assolo mozzafiato e in un finale del tutto inaspettato, malinconico come può esserlo la durezza di una vita "sulla strada", esposta alle serpi in giacca e cravatta di cui parla Freddy e a cui noi, insieme lui, urliamo il nostro "NO!".

Fine dei Giochi

Tra le tematiche del caro vecchio blues, spicca quella antica quanto il mondo della femme  fatale, di una donna tanto affascinante quanto cattiva, sfruttatrice ed ammaliante, celebrata con tale parossismo da portarne la figura su di un piano più astratto, piuttosto che reale. Il rock, nella natura libertaria che lo caratterizza, ha colto l'eredità di questa poetica ribaltandone le conseguenze, lasciando alla femmina fatale il ruolo di simbolo d'un passato dal quale fuggire, abbracciando un futuro che profuma di autodeterminazione. D'altronde, il prezzo di un viaggio come quello di Strada Maestra consiste proprio nel lasciarsi il passato alle spalle, ed è su questo classicissimo presupposto che si basa Fine dei Giochi, brano a metà fra soluzioni "malmsteeniane" e sonorità a la Van Halen, pensate ed eseguite per imprimersi fisse nel cervello e rimanerci un bel po'. Qui, la sinergia tra basso e chitarra è particolarmente decisiva, ma come in ogni pezzo dal sound decisamente catchy, è la voce a dominare i momenti di slancio, caricata dai robusti fills del batterista. Freddy canta appunto di una donna e dell'esigenza di lasciarsela alle spalle, senza dirci se questa donna esista realmente, se sia lo spettro di un canone letterario o se, piuttosto, rappresenti semplicemente il simbolo d'un passato ormai stretto. A me piace pensare ci siano tutte queste cose insieme. La "fine dei giochi" è la resa dei conti d'una vecchia storia d'amore, fine che in questo caso rappresenta anche e soprattutto un nuovo inizio, una determinazione personale da urlare in faccia alla nostra controparte. Freddy non si risparmia certo l'autodafé, ma si compiace sapendo che il suo antico amore rimpiangerà le sue scelte e, soprattutto, rimpiangerà lui. Ogni rivendicazione urlata dal singer trova conferma in questo riff permeante e corposo, insaporito da un lavoro di tastiere quasi invisibile eppure decisivo, mentre l'appuntamento con l'assolo di Max, ormai canonico, trova il suo spazio ideale come perno centrale della canzone, propedeutico a un finale lasciato in extremis, inaspettatamente, ancora all'abilità del chitarrista. Un lavoretto, Fine dei Giochi, che sa vendersi bene senza per questo svendere nulla, riuscendo a rimanere sui binari stabiliti dagli altri brani ma regalando comunque la sua dose di sorprese.

Quello Sbagliato

Quello sbagliato porta a termine la prima metà dell'opera, e con essa del viaggio. Particolarmente ricercato sul piano compositivo, il brano pare concettualmente legato a quello precedente, ad un rapporto difficile e fallimentare, ad una critica che si fa sfogo emotivo e catarsi liberatoria. In realtà, Freddy stavolta gioca su una sintesi tanto essenziale quanto criptica, almeno a tratti, dando all'ascoltatore la piena libertà di determinare i ruoli e la natura dei soggetti narrati, siano essi gli "amori sbiaditi" di cui cantava la traccia d'apertura, o piuttosto figure più indefinite e complesse. La relativa semplicità del testo, fatta di pochi ma salienti punti decisivi, serve a dare spazio ad un canto che vive del suo stesso suono e della sua intima lacerazione emotiva, sullo sfondo di una strumentale ricca di trovate e raffinatezze, oltre che della consueta potenza di un sound decisamente heavy.  Il pezzo è letteralmente incorniciato tra sonorità orientaleggianti, dissonanti e vagamente psichedeliche, a sottolineare la natura di una canzone tendente alla sperimentazione, ennesimo tassello di grande quadro rock che, stavolta, accarezza gli antichi lidi del prog. Nonostante le trovate creative e le numerose raffinatezze concorrano a inserire il brano in un determinato ambito, "Quello Sbagliato" rimane tuttavia un lavoretto duro, cattivo al punto giusto e raffinato, sì, ma senza la pretesa di fare "musica intellettuale" o roba del genere. È hard rock, puro e semplice. Parlando di "bugie", "colpevoli silenzi" e "ipocrisia", Freddy allude al tradimento, alla delusione, al tempo perduto e all'abbandono del passato, tematica ricorrente dell'intera opera. L'intimismo del cantante si conclude come sempre in un pragmatico riscontro dei fatti, nell'accettazione di sé e nella semplice constatazione della propria diversità, inadatta al suo luogo e al suo tempo, e quindi alla fuga e al Viaggio, essenziale leitmotiv di Strada Maestra. Senza troppe sorprese, il culmine arriva come sempre con l'esibizione personale di Max, protagonista principale della gran parte delle soluzioni stilistiche del brano. Il chitarrista tende il suo stile su quelle sfumature orientali che incorniciano la canzone, delineando la coda del brano in totale sinergia col tar di Gohfran, accompagnando "Quello Sbagliato" alla sua conclusione e sigillando il tal modo il cardine dell'opera.

Non Pensare a Me

La panchina sul ciglio d'una strada assolata, quella da cui il viaggio era iniziato, è ormai lontana, i conti col passato sono stati fatti e la nostra macchina è in piena corsa. Non Pensare a Me è una traccia che corre e fa correre, diverte e dà la carica, riportando l'ascoltatore ai Deep Purple più sfrenati e primordiali, quelli di Speed King e Highway Star: Musica che viene dalla strada e che la strada richiama. Chitarra, basso e batteria svolgono un appassionato lavoro corale sul quale spiccano, di quando in quando, gli exploit chitarristici di Max Smeraldi, ma stavolta è il tastierista a definire l'anima dell'opera, in un pezzo che lo vede decisamente protagonista. A farci correre all'impazzata sono infatti i suoi exploit anni '70, ancora una volta evidente richiamo ai Deep Purple delle origini, un lavoretto a suo modo disimpegnato e spassoso che trova il suo apice nel rumoroso dialogo col batterista, martellante e forsennato, sostenuto da un solido e grezzo giro di basso. Freddy, dal canto suo, ricama un "vestito di parole" adatto a mettere in piena luce la velocità e la ruvidezza dei compagni, usando espressioni secche e lapidarie, prive di particolari velleità poetiche ma capaci d'essere parte integrante del sound, forti di un'altra, lanciatissima prova vocale. Il cantante urla rivolto a un interlocutore che non conosciamo, intimandogli di lasciarlo stare e di pensare alla sua vita. Non sappiamo se la persona cui si rivolge Freddy sia un altro "amore sbiadito", un famigliare o magari un amico, o perfino un collega, sappiamo solo che i suoi "sporchi piani" sono falliti, così come i tentativi di cambiare la testa e imporre le sue visioni al cantante, sobillandolo in un rapporto destinato al fallimento. Le tastiere, presenti dall'inizio alla fine della folle corsa, vengono usate con mirabile equilibrio compositivo: il tastierista esplode il suo talento subito prima del perno del brano, consacrato alla sinergia tra ritmica e voce, mentre la chitarra di Max esplode nel suo canonico solo subito dopo, esattamente come in gran parte della nostra scaletta. L'energica andatura di questa traccia mette in luce non solo l'attenzione all'equilibrio dei singoli pezzi, ma, come vedremo alla prossima canzone, dell'intero "Strada Maestra".

Chi Può Sapere

Jimmy Page, leggendario leader dei Led Zeppelin, concepiva gli album del Dirigibile sulla base della sua personale filosofia, ovvero su uno schema da lui definito a "luci e ombre", accostando tra di loro brani apparentemente antitetici, studiando le assonanze fra le varie sezioni della scaletta e lavorando sull'alternanza di somiglianze e contrasti, sia sul piano poetico che musicale, dando così alle sue opere lo stesso equilibrio che esiste tra il giorno e la notte. A lui dobbiamo una relativa canonizzazione di determinati standard, ma non fu certo il primo a ricercare questo genere d'equilibrio, né di certo sarebbe stato l'ultimo. Dopo un pezzo travolgente come "Non Pensare a Me", intrinsecamente solare pur nella sua ruvidità concettuale, Max e Freddy trovano il loro equilibrio nella notte di Chi Può Sapere, ballad acustica che mette sul piatto nuove abilità, competenze ed emozioni. Com'è ovvio, buona parte del brano regge sugli arpeggi intessuti da Max, nonché sulla sinergia tra quest'ultimo e la carica emotiva delle parole di Freddy. La morbida e graduale catarsi è invece determinata dal crescendo d'archi e dalle altre sonorità elettroniche del tastierista, unico elemento "esterno" alla dualità tra voce e chitarra, in un sound che gioca tutto sull'alternanza tra momenti d'estasi crescente ed altri, invece, di grande raccoglimento emotivo. Il testo, pur narrato con quel piglio autoriale caratteristico di molta musica leggera, non tradisce lo stile e la poetica di Freddy, offrendo all'ascoltatore il tassello più astratto e intimo di tutto il disco. La grande road da cui è partito il nostro viaggio non è più solo la strada di alcuni musicisti, della loro arte e della musica in generale, ma è la nostra personale, unica Strada Maestra: un percorso già tracciato, un destino già scritto ricolmo d'incertezze, da vivere giorno dopo giorno "al meglio, finché si può". Una malinconia contemplativa, semplice constatazione della natura stessa dell'esistenza, si fonde con l'amore per la vita tanto nella musica quanto tra le parole, nell'assenza di certezze e nel dolore delle ferite accumulate, perché "siamo la somma di tutti gli sbagli", eppure, "senza saperlo avrai dato anche amore, anche se non lo sai". E così, inevitabile, il bisogno di dare di più, di dare un senso più alto alla propria vita: un bisogno, quello del cantante, che si riflette su tutti noi. 

Cambia Prima Tu

Il disco torna alla sua sfrenata solarità  con Cambia Prima Tu, una svirgolata lunga meno di tre minuti e mezzo che sa dosare ironia e serietà, problematiche sociali e dialettica individualista. Parte il chitarrista con un suono squillante e acidulo, classicissimo, seguito a breve distanza dall'intervento antitetico del tastierista. Eric Corrado, infatti, contrappone al sound settantiano di Smeraldi sonorità più moderniste, dando vita ad un concitatissimo sottofondo che ricorda vagamente il post punk dei primissimi U2, ma in un quadro complessivo non facile da inquadrare ed etichettare. Nel complesso, questo come altri brani dei Nostri  mi riporta ad alcuni dei lavori più dinamici e sfrontati di Gary Morre, ma con quel tocco di personalità in più che in questo caso vive nelle soluzioni elettroniche e nelle percussioni, onnipresenti e martellanti, seppur subliminali. Fra le righe, Freddy incasella uno degli ultimi elementi del suo puzzle meta-testuale. Esiste un momento in cui il Viaggio, il percorso che chiamiamo vita, esce dai binari dell'individualismo, dell'intimismo, per farsi esperienza collettiva, ed è in momenti del genere che, comunicando con il singolo individuo, possiamo di fatto comunicare con l'intera collettività. "Cambia Prima tu" è un appello tagliente, senza peli sulla lingua, insieme sarcastico e serissimo, in cui Freddy si rivolge all'ascoltatore, a sé stesso e alla società tutta. Pur senza rinunciare alla sua poetica diretta e priva di fronzoli, il cantante ricama lo spaccato di una cultura ipocrita e addormentata, di "geni da testiera", "parolai" e "visionari senza gloria", in un mondo che dà l'impressione di essere al collasso fra terremoti, guerre, carestie e disuguaglianze sociali. La Strada Maestra della nostra vita in questa canzone non è più esperienza solitaria e personale, ma assume l'aspetto di una tragica austostrada con milioni di macchine imbottigliate, e noi dentro, a finestrini ben chiusi e preferibilmente oscurati. Alla gente piace giudicare, si sa, e più di ogni altra cosa gli piace giudicare i potenti, ma Freddy chiede: "sapresti fare di meglio, tu"? Ed è tutto qui: in un mondo sull'orlo del baratro, la salvezza parte da noi, non dall'attesa passiva di un cambiamento politico, sociale o economico, ma da una rivoluzione che deve iniziare da dentro in ogni singolo individuo. Il cantante delinea tutto questo con un sarcasmo secco e ruvido, mentre la chitarra di Max raggiunge il suo apice nel canonico assolo, ulteriore elemento "metallico" in un pezzone già piuttosto heavy, preludio di un finale coi fiocchi.

Strada Maestra

Chiude l'album proprio la title track: Strada Maestra, quasi a significare che la fine del percorso intrapreso con quest'album non è davvero la fine del Viaggio, che la vita continua e soprattutto continua il Rock, immortale come nessuno di noi sarà mai, musicisti o semplici ascoltatori, perché il rock è per sempre: scolpito nella Pietra Dura. Strada Maestra è una strumentale in cui basso e batteria sono al totale servizio della sei corde di Max, che qui può finalmente esprimere senza alcun freno tutta la sua energia creativa, il suo virtuosismo e il suo amore per la chitarra. In questo brano dal sound decisamente figlio del decennio ottantiano escono fuori tutti i riferimenti del guitar hero: fra i tanti spicca Gary Moore e il periodo intorno al capolavoro "Victims of the Future", ma anche il tardo Blackmore, la scuola di Satriani, la classe di Malmsteen e la spiritualità di Vai, e in generale l'eredità di quarant'anni di grandi nomi tra i quali Smeraldi non sembra affatto sfigurare, facendo sua la loro lezione e portandola a compimento in questa canzone, fine di un'opera che vuole ripercorrere la lunga strada del rock attraverso le sue sonorità, i suoi riferimenti, la sua poetica e, in definitiva, l'esperienza personale dei suoi musicisti. Vagamente malinconico, il pezzo parte con atmosfere soffuse ed arpeggi corposi ma delicati, caricandosi pian piano d'elettricità, di maestosità e sentimento, soffermandosi in contemplazione per poi partire al galoppo, sempre più forsennato, quasi disperato, in un crescendo inarrestabile che diviene urlo sonoro, grande esempio di virtuosismo tecnico mai fine a se stesso, ricolmo d'un anima che parla attraverso le corde e si fa corsa, disperazione, riscatto e infine vittoria, degna conclusione di un on the road fra le montagne più rocciose che ci siano da queste parti. Ma l'auto non rallenta, la strada non finisce, e qualcosa mi dice che il Viaggio sia ancora lungi dal finire veramente.

Conclusioni

È il Rock la strada maestra che abbiamo percorso in tutti questi anni. È il Rock che ha riempito le nostre vite e le nostre anime. È il Rock che suoniamo con caparbio entusiasmo ancora oggi con intatta energia.

Alla fine è tutto qui il senso di quest'album, perfettamente sintetizzato nelle parole scelte dagli stessi musicisti; perché ognuno di noi percorre una "strada maestra", una via piena di paure, incertezze, amori sbiaditi e ostacoli d'ogni genere, ma la loro via - quella di Freddy, Max, e degli artisti che li circondano - non è una strada qualsiasi: è la grande strada chiamata Rock. Questo disco, Strada Maestra, ottiene due obiettivi di non poco conto: il primo è riuscire ad essere un sentito e sincero omaggio nei confronti della musica e del rock in particolare, ma non un omaggio fatto di compiaciuto citazionismo, che di quella roba ce né fin troppa in giro, bensì delineato attraverso il lungo percorso artistico dei musicisti, forti di quarant'anni di carriera alle spalle, gente che il rock - e tutte le sue più estreme conseguenze - l'ha visto crescere e l'ha fatto suo, contribuendo a portarlo all'ingrato pubblico di quest'antiquato Stivale. Fra le otto tracce dell'album vi sono certamente riferimenti, omaggi, la palese influenza di artisti divenuti leggendari, ma nessuna di queste influenze suona isolata, ruffiana ed ingombrante, perché ogni singola canzone possiede fra i suoi riferimenti l'impronta caratteristica dei Nostri, la loro personalità, le loro esperienze uniche e individuali. Il secondo obiettivo centrato, quello più difficile, è l'aver confezionato un gran bel lavoro. Perché al di là di ogni altra considerazione, Strada Maestra è soprattutto un album notevole, divertente, ricco di carica in ogni suo elemento lirico e sonoro, mai banale, talvolta perfino inaspettato. E non è per niente cosa da poco. Quest'album non è propriamente il frutto di un background poliedrico, anzi, è ben inquadrato in una precisa direzione, ma contrariamente a quanto avviene sempre più spesso anche e soprattutto in ambito mainstream, nel rock come nel metal, gli schemi seguiti non sono mai del tutto prevedibili e scontati, pur giocando quasi sempre su cliché per così dire d'obbligo, come ad esempio il canonico assolo centrale ed un'impostazione sfacciata ed aggressiva, tipica dello stile di Freddy come di una larga fetta di rock. Quasi ogni brano è infatti forte di una qualche trovata, variazione o sfumatura, piccoli elementi di contrasto che concorrono a rendere uniche le otto composizioni, complice anche l'interpretazione plastica di un cantante esperto. Come da tradizione fin dal caro vecchio blues, Freddy Rising mette in campo il proprio stile anteponendo la forma ai contenuti, la voce alle parole: i testi hanno il loro peso, chiaramente, ma sono sempre e comunque al servizio di un'ugola che è strumento essa stessa, mai il contrario. Non a caso, la poetica del cantante tende inevitabilmente a una sintesi il cui scopo è mettere in evidenza l'emotività intrinseca delle parole, dando forma a testi essenziali, non propriamente disimpegnati ma in fondo innocui, privi di grandi pretese letterarie, intimisti senza voler essere confessioni, di critica sociale senza per questo essere di denuncia. Questa caratteristica, se da una parte rappresenta un vantaggio, garantendo una facile e genuina fruizione dell'opera, dall'altra rappresenta una relativa debolezza: sebbene non sia difficile riuscire a rispecchiarsi nella forza delle parola di brani come "Cambia Prima Tu", o nell'intima lacerazione di "Quello Sbagliato", non c'è un tema che rimanga davvero impresso nel profondo, a tormentarci lo spirito, a far quasi male. Il fatto è che non ce n'è bisogno: il valore della poetica di Freddy non è nel singolo brano, ma nell'insieme definito dalla successione "cronologica" delle canzoni, un insieme che descrive un percorso umano e professionale fatto di un inizio, uno svolgimento e una fine, per sua natura estraneo a sensazionalismi o voli poetici, ma sufficientemente energico, tagliente ed incisivo da mettere in risalto la voce, e con essa il valore degli altri musicisti: il come prima del cosa, imprescindibile attitudine portata alla perfezione dai primi Led Zeppelin e da Frank Zappa. La base del blues e dell'hard rock più primordiali. E tra i musicisti di quest'album, inutile dirlo, a spiccare è Max Smeraldi. Se dovessi trovare un limite al sound di Strada Maestra, lo troverei nella sua natura per così dire "chitarrocentrica", ma quando hai un musicista con questa passione e questa esperienza, il limite si fa valore aggiunto e diviene il cardine dell'intera opera. Opera che, in ogni caso, non mette minimamente in ombra l'abilità degli artisti coinvolti, il cui spessore sonoro e le continue sfumature di colore donano a Strada Maestra il suo valore aggiunto, quell'unicità che caratterizza ogni canzone della scaletta. Non so se Max Smeraldi & Freddy Rising siano riusciti nell'ambizioso intento di omaggiare il lungo, travagliato, glorioso cammino del rock, o anche solo a rappresentare in un'unica opera quasi trent'anni d'onorata carriera tra blues, rock, hard rock e metal. Quello di cui sono certo, invece, è che Strada Maestra sia un album importante, che fa bene al panorama del rock made in Italy, e lo dimostra il fatto che oltre all'influenza di Huges, Dio, Purple e quant'altro, esca fuori tutta l'eredità di decenni di musica italiana - rock e non solo - perfettamente concretizzata nella scelta, oggi rara e coraggiosa, di cantare in italiano. Max & Freddy riescono a dimostrare che l'Italia, nonostante tutto, può ancora mettere in campo artisti capaci di rivaleggiare con quelli anglosassoni, e che il nostro rock, forte dell'unicità di radici tanto diverse, può dare vita a progetti di grande qualità, perché la vera, essenziale caratteristica del Rock e dell'arte in generale è una soltanto: l'universalità, a prescindere dal tempo e dallo spazio.  

1) Stramaledetta Città
2) Venditore di Sogni
3) Fine dei Giochi
4) Quello Sbagliato
5) Non Pensare a Me
6) Chi Può Sapere
7) Cambia Prima Tu
8) Strada Maestra