MATAKOPAS

Coming Out Ahead

1987 - World Records

A CURA DI
LORENZO MORTAI
05/10/2017
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Nel microcosmo del nostro adorato Heavy Metal, esiste una parola, inglese, che ogni tanto viene fuori, e se siamo metalheads incalliti diventerà ancor più frequente nei nostri discorsi, parliamo del digging. Si tratta sostanzialmente della ricerca strenua e continua di vinili, oggettistica, fanzine, dischi, CD e tutto quello che può riguardare la storia dei nostri gruppi preferiti, ma anche la commistione di ricerca per band misconosciute, o veri e propri Santo Graal della musica. Nel Metal come in tantissimi altri generi, i dischi "pregiati", quelli che vogliono tutti, esistono eccome, e non sono neanche pochi. Oltre ad essere un numero considerevole, vengono ovviamente venduti a cifre da collezionismo, alcune più, alcune meno. Tutto questo ovviamente finché non arriva (ed ultimamente sta succedendo sempre più spesso, una sacrosanta label che rimetta in circolazione una ristampa pregiata del disco in questione (me ne vengono in mente almeno tre, che vi consiglio caldamente: No Remorse Records, HR Records ed Hells Headbangers Records, le seconde due teutoniche, la prima ellenica). A patto che questa cosa prima o poi avvenga realmente però, e ripetiamo, negli ultimi anni sta accadendo con una regolarità sconcertante, complice anche il ritorno in massa del vinile nei mercati mondiali, perfino in edicola, se si vuole essere veri "diggers", la ricerca della copia originale è prima o poi un obbligo. Volessimo ad esempio citare tre LP che necessitano di una strenua ricerca prima di essere trovati, sicuramente andremo a cadere sull'omonimo EP dei Medieval Steel, che in condizioni decenti viene valutato almeno 100/150 euro (al cambio attuale), così come la prima versione della Metal Massacre (la storica compilation di Brian Slagel che esce ancora oggi grazie a Metal Blade), con Hit The Lights suonata da Mustaine, ed un piccolo errore di battitura risolto nella seconda versione, che viene valutato attorno ai 200/250 euro se in condizioni ottimali. In ultimo, e forse questo è uno dei più folli in circolazione, il primo ed unico disco degli X-Caliber, band Heavy/Speed/Power americana, il cui Warriors Of The Night può arrivare a costare anche 400 euro ed oltre se tenuto in condizioni eccellenti. I tre dischi che abbiamo citato sono tutti disponibili in versione ristampa, peraltro ristampe di un certo prestigio (soprattutto i Medieval e gli X-Caliber), ma esiste ancora un sacco di altro materiale che non è mai stato ristampato, ed il disco che andremo a recensire oggi ne è uno dei capostipiti, ma prima di raccontare lui, raccontiamo la storia di chi lo ha realizzato. La band in questione si forma nel 1985 a Rome, una piccola zona che fa capo a New York. In quegli anni nella Grande Mela stava esplodendo il fenomeno Hardcore Punk, con centinaia di bands pronte a seguire i dettami dei Black Flag e dei Crass dall'oltremanica, eppure c'era ancora chi continuava a fare Metal. Erano gli anni del Thrash, i primissimi anni di questo genere, la sua golden age, eppure nonostante questo c'era ancora chi credeva nell'Heavy classico, che aveva toccato i propri picchi un paio di anni prima. E' il caso dei Matakopas, argomento odierno ed una delle band meno conosciute del panorama americano. Il loro nome potrebbe far pensare quasi ad origini elleniche, ed invece la spiegazione è ancora più semplice: si tratta semplicemente di un acronimo che racchiude le prime due lettere di ogni membro della band, un sodalizio di sangue e fratellanza, come è norma nell'acciaio, tranne che per la "s" finale, aggiunta per dare un senso. Un patto che porta i nostri metallers newyorkesi a scrivere musica insieme, a mettere in un enorme calice le proprie idee e soggiogarle finché non ne fosse venuto fuori qualcosa di unico, qualcosa di irripetibile. Passano circa due anni da quel sodalizio iniziato mettendo insieme i propri nomi, ed i nostri hanno ormai pronto un disco, ma nessuna label vuole produrlo. Forse perché roba che suonava come "già sentita", forse perché in quel momento nella dorata New York il genere prodotto dai Matakopas non andava minimamente, rimane il fatto che i nostri non riuscirono a trovare nessuno che li lanciasse davvero. La voglia di suonare però era tale, che la band decise per una mossa "molto Punk", ovvero affidarsi al DIY (Do It Yourself). Trovarono una catena di distribuzione vinilica che avesse anche una casa di stampa per creare il loro disco, e la scelta ricadde sulla World Records. Una label canadese, che nel proprio roster di Heavy Metal aveva ben poco; tuttavia, il fondatore e presidente Robert J. Stone accettò di buon grado di produrre il primo disco dei nostri amici, e così fu. La band ovviamente, senza poter avere il supporto di alcun manager né tantomeno quello di un etichetta che li aiutasse nella distribuzione, fece stampare il disco in sole 1.000 copie, ed ecco che Coming Out Ahead venne alla luce. Uscito ufficialmente nel 1987 e mai ristampato fino ad oggi, questo disco è divenuto una delle pietre miliari della storia del collezionismo musicale (nel Metal ovviamente), e chi vi sta scrivendo qualche anno fa ha avuto l'enorme fortuna di divenire uno dei 1.000 fortunati possessori di una copia. La band infatti non riuscì, complice la prematura scomparsa ed il poco successo accumulato, a distribuire tutte le copie che aveva fatto stampare. Esse, chiuse in scatoloni di cartone, finirono ai vari angoli del mondo, venendo piano piano dimenticate finché qualcuno non ebbe la brillante idea di mettersi a venderle come oggetto da collezionismo. Motivo per cui si trova a cifre abbastanza alte, ed anche perché è così difficile da reperire, e molto spesso viene venduto ancora avvolto nel cellophane originale (o "sealed", come si suol dire in linguaggio specifico), copie che non erano mai state aperte, esattamente come quella che arrivò a casa di chi vi sta parlando. Vi posso assicurare che scartare qualcosa che nessuno aveva mai aperto dal 1987 ad oggi, da una sensazione che difficilmente si può descrivere, e che ho provato poche volte nella vita (successe anche con Betrayer Of Kings dei Salem's Wych, altra band misconosciuta e con una triste storia). La copertina, disegnata dallo sconosciuto S.Costello (che disegnò solo questa grafica in vita sua) ritrae il volto di un uomo il cui cranio viene attraversato da un pugno bionico, che gli perfora la fronte, e che stringe fra le mani il logo della band in caratteri metallici. Al di sopra troviamo il nome del disco in font molto essenziale, mentre sul retro le foto dei nostri amici, ed una piccola dedica al babbo del batterista Mark Madonia, scomparso poco prima dell'effettiva uscita del disco. Venne prodotto da Bob Acquaviva, che ritroviamo anche nelle produzioni di Coalition e dei Sacred Death di Syracuse. Come dicevamo il disco non è mai stato ristampato fino ad oggi, per cui l'unico modo di ascoltarlo è con il sacro vinile; estraiamolo dunque dalla propria busta di cartone, osserviamo le liriche che sono stampate direttamente sulla inner sleeve, poggiamo il cerchio nero sul piatto, ed osserviamo la puntina che scorre lentamente sul solco vuoto, signori, benvenuti nella storia.

Strangers

Ad aprirci le porte troviamo Strangers (Sconosciuti). Partenza al vetriolo per il brano grazie ad una intro di batteria suonata da Mark, mentre la chitarra di Ray Abel inizia a ricamare forsennatamente, man mano che i secondi scorrono. All'intro così aggressivo segue un piccolo inframezzo di chitarra suonato sempre da Ray, che inanella una serie di combo al solo scopo di farci sgranare gli occhi. Poi tutto tace, la musica diventa molto più melodica, ed il successivo ingresso della voce di Shane Perry ci fa capire che la band stava aspettando solamente lui. Il suo tono di voce è aulico, pulito e molto trascinante, ricorda band come Mindless Sinner, Black Death et similia, vocalists che mettevano al servizio del pubblico la propria ugola. Il pezzo procede a spron battuto, ed assume toni sempre più vicini al Power, prima di esplodere totalmente in un primo ritornello in puro stile Heavy Metal. Avete presente quelle storie d'amore che sembrano eterne, pensate a quegli innamorati che non aspettano altro che sfiorarsi con le mani, per potersi veramente desiderare per tutta la vita. Nella storia che viene raccontata in questo primo pezzo, si narra di due persone che si sono incrociate una sera, nei vicoli bui di una città; i due sguardi si sono incatenati fra loro, gli occhi hanno intrecciato pensieri di passione, di notti focose e violente da finire con il fiato corto ed una bottiglia di vino mezza vuota sul comodino, ma tutto questo non accadrà mai. I due sconosciuti continueranno a guardarsi e basta, poi passeranno oltre, le loro vite riprenderanno esattamente come prima, come se niente fosse successo. Al ritornello il tono viene ulteriormente alzato mentre Shane ci racconta di come l'amore ogni tanto possa grandemente farti del male, di come possa spaccarti in due ed allo stesso tempo darti una soddisfazione che niente al mondo può darti nello stesso modo. I due "strangers in the night" (riprendendo le parole del testo), continuano ad incitare il proprio cuore, mentre la canzone assume nuovamente i toni calmi che avevamo sentito qualche secondo prima. La costruzione è magistrale, il brano risulta trascinante e pomposo al punto giusto, senza mai divenire banale, anzi, più che andiamo avanti e più che vogliamo assolutamente ascoltare cosa ci sarà dopo, ed i Matakopas certo non se lo fanno ripetere due volte. Una bellissima sezione centrale con stop & go sfocia in un enorme assolo di chitarra, dal sapore antico, quasi settantiano, coadiuvata da un ritmo tribale delle pelli di Madonia. Sormontato a questo continuiamo imperterrito a trovare il ritornello, che come un incubo su gambe continua a farci visita. Gli amanti passeggeri sanno che forse si rincontreranno prima o poi, ma non sanno se il loro cuore sarà forte abbastanza da fare quel passo; quel passo secondo il quale debbano avvicinarsi, debbano realmente sfiorarsi con le mani e non solo con lo sguardo, quel passo che li porterebbe ad amarsi davvero come non mai, come nessuno forse ha fatto fino a quel momento. Il brano continua la sua corsa alternando momenti di calma supportati dalla sola voce e dalle pelli, che rullano come disperate, all'aulico ritornello che torna sempre sulla scena per scuoterci dalle fondamenta. Si tratta di una canzone che forse è stata leggermente tirata un po' per i capelli, i suoi cinque minuti possono spaventare, eppure il saliscendi che viene messo in atto soprattutto sul finale, diviene un vero e proprio anthem. Un veloce cambio di tempo spazza via i due amanti per la strada, consapevoli che niente e nessuno se non loro stessi potrà mai riportarli sulla retta via, anzi, saranno solamente loro ad essere artefici del proprio destino. L'ultima accelerata prima del silenzio ci viene data dalla batteria stessa, che con un ultimo colpo di reni spacca il pezzo a metà e ci fa sanguinare le orecchie. Un brano di apertura davvero particolare, le sue liriche sono melanconiche, cariche di sentimento come molti pezzi provenienti dal Power americano, ma la sua musica alterna momenti come questo ad altrettanti che invece sono soltanto maledetto Heavy Metal di fattura americana. Pomposo, veloce, tecnico e pulitissimo nella sua resa, il brano di apertura riesce bene a farci intendere quello che la band ci proporrà in questa mezz'ora di musica. Una alternanza folle ed un po' sconsiderata di momenti calmi ad altri tutt'altro che tranquilli, una selezione di tecniche, di assoli e cambi di tempo che raramente si trova nella musica alternativa. I due amanti continueranno a percorrere la stessa strada, ma ai due lati opposti, senza mai sfiorarsi neanche con un dito, finché il cuore non dirà basta e si allontanerà definitivamente.

Thoughts

Prossimi minuti invece sono occupati da Thoughts (Pensieri); aperta anche essa da una possente rullata di batteria, questo pezzo è leggermente più aggressivo del precedente nella sua parte iniziale, ma ben presto si trasforma anche esso in un omaggio al Metal melodico e malinconico. Sia chiaro, niente a che vedere con generi come Hair o Glam, tutt'altro, qui si parla di acciaio puro, eppure i Matakopas decidono per queste linee così soffuse come una luce coperta da un foulard, il che però non guasta assolutamente l'ascolto. E non lo guasta semplicemente perché ogni singolo brano viene ampiamente trascinato sia dalla sei corde di Ray, che con le sue sapienti mani continua a ricamare come un disperato, sia dalla stupenda voce di Shane, che con i suoi toni alti, che non toccano mai il falsetto ma rimangono comunque molto squillanti, riesce benissimo a catturare la nostra attenzione. Un uomo e la sua mente, albergata da pensieri di ogni tipo, questo il messaggio di fondo del secondo pezzo; un uomo seduto sul proprio letto, la testa che si sta per spaccare in due, forse un richiamo alla grafica della copertina, con il malcapitato che si ritrova il cranio sfondato da quel pugno di ferro. Pugno che può rappresentare ampiamente i sentimenti ed i pensieri in generale che possono abitare la mente di una persona: avete mai avuto la sensazione che qualcosa non vada intorno a voi, che per quanto possiate sforzarvi, alla fine non riuscite mai ad arrivare  a niente di concreto? Ecco, il nostro uomo è nella medesima condizione. Si sta consumando la mente ed i nervi pensando a quello che dovrebbe fare, a quello che soprattutto esiste nella sua vita, si sta consumando dietro alle bollette, al mutuo, al lavoro che non va, si sta consumando dietro alla donna che non lo ama. Ed in tutto questo i Matakopas continuano ad alternare momenti melodici ad altri molto più aggressivi e diretti, complici anche azzeccati cori ed un meraviglioso assolo di Ray che squarcia il cielo in due senza lasciare molti dubbi alla sua tecnica. Notiamo che la band fa un largo uso delle backing vocals, strumento che negli anni '80 specialmente diventò di gran moda fra i gruppi; se i cori sono messi nel punto giusto, danno quella scudisciata in più di energia, senza minimamente influire sulla beltà del brano, ma anzi, innalzandolo ancora di più. L'assolo nella parte centrale è tecnico, veloce, alterna picking e tapping come se non ci fosse un domani, e Ray si sente padrone del mondo, come dargli torto del resto. Un solo che racchiude dentro di sé ogni maledetto pensiero del nostro protagonista, ogni singolo pezzo che gli si conficca nel cranio come una scheggia, ogni elemento che può alternare la sua vita come una enorme partita a scacchi. Le ispirazioni sono molte, i pensieri altrettanti; forse la paura di fallire, quella sensazione alla bocca dello stomaco che niente è andato come doveva andare, niente è riuscito come doveva riuscire; eppure il nostro uomo certo non si tira indietro, anzi, continua ad andare avanti imperterrito, convinto assolutamente che quella sia l'unica cosa da fare. Nel mentre il brano si avvicina alla sua parte i Matakopas alzano leggermente il tiro continuando ad inserire momenti di coralità ad un finale molto calmo e quasi aulico nella sua resa completa. Un enorme pezzo che si conclude con parole di diniego, "non temiamo mai le nostre lacrime". Una frase molto importante, una dichiarazione di intendi meravigliosa per un brano che, a discapito di ciò che si può pensare è davvero bello nella sua resa totale; l'alternanza di momenti aggressivi con altri molto melodici crea una sorta di pendolo sonoro che quasi ti costringe a metterti con attenzione ed ascoltare tutto ciò che viene suonato. Ray fantastico con la sua sei corde fra le mani, produce forse pochi soli, ma quelli che vengono suonati sono ampiamente considerabili come da professionisti; una cascata di note breve ed intensa che ti arriva in pieno petto, alternata poi alla melanconia delle parole ed al ritmo della batteria, che non perde alcuna occasione per fare sfoggio delle proprie abilità compositive. 

For Your Life

Prossimo slot invece è occupato da For Your Life (Per la Tua Vita). Ormai sembra un vizio abbastanza assodato per i Matakopas, considerando che anche questo brano parte esattamente come i due che l'hanno preceduto, ovvero con una possente rullata di batteria. Alla batteria sussegue poi un ritmo davvero aggressivo rispetto a ciò che abbiamo sentito fino a questo momento, un up to power che viene introdotto dalla chitarra di Ray, qui in forma più che mai nel mostrare le sue beltà come compositore. La sei corde impazzisce, ricama e sembra una disperata, sembra che stia letteralmente urlando nelle nostre orecchie, mentre le pelli vengono lentamente deflorate da Mark con i suoi colpi potenti. La voce entra dopo pochi secondi, aiutata grandemente da alcuni azzeccati cori, e mentre la tempesta continua ad infuriare, i toni cominciano ad abbassarsi, mantenendo comunque il loro status mentale di aggressività intrinseca, senza alcuna remora per l'ascoltatore. Un susseguirsi di hammer on da parte della chitarra, che ogni tanto svicola anche su qualche piccolo principio di legato, fanno da contralto alla voce squillante di Shane, che con il suo tono molto pulito ed assolutamente fuori dagli schemi, aiuta la composizione in grande stile. Parliamo di incubi stavolta in questa oscura composizione, che trasborda un alone di nero su tutto il disco; parliamo di quei personaggi che albergano nella mente dei folli, di tutti gli psicotici del mondo, quelle creature mistiche e diaboliche pronte a tutto pur di mostrare la propria natura. Mettete al sicuro i vostri bambini, ci dice la canzone, metteteli al sicuro dal loro mangiatore, da un mostro senza alcun ritegno che altro non farà se non cercare di rapirli per mangiare la loro anima. Ed è bellissimo vedere come, cambiando radicalmente argomento rispetto a quelli sopraggiunti fino a questo momento, la canzone muti i propri toni di conseguenza. I Matakopas mettono in auge un vero e proprio spettacolo per il pubblico, fatto di momenti mai banali, ma una continua corsa contro il tempo alternando un saggio compositivo melanconico ad una traccia come questa, molto Doom nella sua resa finale. La notte comincia, e con essa il terrore, e mentre la band prende le redini di un brano che sembra uscito direttamente da un album dei Black Sabbath, i toni si fanno decisamente più scuri, più cattivi, il solo di chitarra iniziato da Ray poco dopo l'intro del disco sembra non volersi minimamente arrestare, anzi, continua imperterrito la sua corsa senza alcuna remora, mentre la voce continua a fare il suo sporco lavoro, ovvero quello di riuscire a farci drizzare i capelli. Un'altra notte è iniziata, il mostro continua a girellare per le strade della città, i bambini continuano ad essere in pericolo, niente fermerà la sua insaziabile fame. Come un lupo in preda alla schiuma della bocca si aggira per i vicoli, per i fumi ed i miasmi provenienti dai tombini, in cerca della sua prossima vittima; le rullate di batteria sul finale, che vengono ripetute fino allo stremo dalla band, continuano a farci sanguinare le orecchie. I toni polverosi di questo pezzo esplodono letteralmente nella nostra testa, e la vita non ci sembra più la stessa. Ci sembra di camminare dentro ad un incubo vero e proprio, con questa immonda creatura alle calcagna che cerca di ghermirci per il sangue. Le urla gridano e spaccano la nostra testa, le strazianti richieste di aiuto da parte dei bambini che ha già rapito ci fanno scendere la temperatura del sangue sotto zero, brividi freddi solcano la nostra schiena, è già arrivato, è già alla porta. Un brano che si fa ampiamente apprezzare proprio per i suoi toni più oscuri; ricorda molto alcuni pezzi che possiamo trovare nei dischi dei Sacred Steel o dei Salem'q Wych, ma anche svirgolate alla Heavy Load, col loro carico di Power. Un brano che al primo ascolto ci fa già palpitare; il terrore che riesce a suscitare dentro la nostra testa è realmente palpabile, si tocca con mano e si taglia con un coltello, possibilmente ben affilato. Una canzone che funge anche da spezzatura del disco: dopo due brani più melanconici, che conservano comunque la loro matrice Heavy classica, i Matakopas mettono in piedi questa sorta di Proto Heavy/Doom di pregevole fattura; anche la registrazione ha risentito di questi elementi, ed infatti se prestiamo bene attenzione, notiamo che il tono dei mixer è stato abbassato di alcune lineette, così da permettere un suono più corposo. E' stato anche alzato il basso dell'unico membro non ancora citato, Boog Taylor, al secolo Jim, un virtuoso delle corde spesse che, nonostante rimanga molto in sordina, non perde occasione per dire "ci sono anche io". 

Cruel Cruel You

Prossimo passo è intitolato Cruel Cruel You (Tu, Crudele Crudele). Le schitarrate iniziali ci fanno subito capire che siamo di fronte ad un altro anthem, eppure subito dopo l'ingresso della voce, capiamo ulteriormente che siamo in mezzo ad un altro brano aulico, pieno di energia e malinconia. Il ritornello arriva quasi immediato, considerando anche la breve durata del brano che non supera i tre minuti. La sei corde, che nel brano precedente aveva dato bello sfoggio di sé, qui decide di intraprendere la strada della ripetizione, dandosi a ritmi direttamente a ritmi estrapolati dagli anni '80. Pomposo, pieno di energia e frizzante al tempo stesso, la canzone si dimena come una matta mentre procede nel suo minutaggio, continuando a ricordarci che questi ragazzi hanno le carte in regola per andare avanti. Qui si parla di nuovo, ed i ritmi di fondo ci aiutano a capirlo, di amori infranti; si parla di un uomo che ha lasciato una donna, e lei si sta disperando per la enorme perdita. La loro storia era perfetta, ogni mattina era uguale alle altre, ma improvvisamente il nulla. L'amore è come una partita a scacchi, se fai le mosse giuste puoi arrivare in fondo, ma se non imposti bene la tua strategia, perdi miseramente. Ed ecco che infatti, grazie anche ai toni basici della canzone, che un enorme assolo di Ray irrompe sulla scena, per descrivere in pieno lo straziante sentimento provato dalla donna. Essa è in preda alla malinconia, a quella tristezza mista a rabbia per ciò che ha perso. Chiama il suo amato nella nebbia, ma ormai lui se ne è già andato, è crudele, così crudele che non si può neanche descrivere, e lei lo amava così tanto. Una storia intensa che così intensamente è finita, ti lascia un vuoto dentro che non si può spiegare, si deve soltanto sopravvivere: la canzone continua inarrestabile la sua corsa, alternando i toni malinconici della sei corde, a possenti scivolate sul fondo del barile, senza preoccuparsi minimamente delle conseguenze. Questo forse è il punto più debole del disco, questa canzone intendo, un altro momento corale di grande impatto emotivo certo, ma forse un po' fiacco dal punto di vista compositivo. Una canzone che sicuramente fa grande leva sul sentimento che lascia mentre ascoltiamo le liriche, ma che non brilla per composizione generale, se non per quegli sprazzi di genialità dati dalla sei corde di Ryan. Shane dal suo punto di vista continua ad utilizzare questo vocalizzo molto pulito e lineare, che non stanca anche se viene ascoltato moltissime volte, e nel frattempo la batteria di Mark continua ad essere malmenata senza alcun ritegno, pur mantenendo salda una tecnica invidiabile. Eppure la canzone accende anche un filo di speranza, forse l'uomo tornerà da lei; ha versato lacrime amare, ma in cuor suo lei sa che il cuore torna sempre nel posto dove è stato meglio in vita sua, e mentre l'ennesimo assolo/intermezzo irrompe sulla scena, Shane ripete allo stremo il titolo della canzone, dandogli una connotazione ancor più aggressiva sul roboante finale, accelerato e scoppiettante, con tutta la band in spolvero che si dedica al medesimo tono. Una canzone dunque che oscilla fra tristezza e felicità, fra la speranza che l'amore comunque vinca su qualsiasi cosa (concetto vero peraltro), e sulla sensazione di abbandono che una storia finita può dare. Un pezzo che, nonostante i difetti che abbiamo elencato, si fa ampiamente ascoltare; una canzone composta, seppur banalmente o per meglio dire linearmente in molti punti, discretamente bene, o comunque in linea con le prime due che ci hanno aperto il disco. I Matakopas forse non hanno mai ottenuto, anzi, togliamo il mai, il tanto agognato successo, sono stati gettati nella polvere e nel dimenticatoio, finché un gruppo di nerd musicali non li ha tirati fuori dal cilindro. Eppure Coming Out Ahead è un grande disco, ma ne riparleremo in fondo a questa recensione; per il momento viene solo da chiedersi dove sarebbero potuti arrivare se qualcuno si fosse veramente accorto di loro. 

Time Of Day

Il quinto pezzo si intitola Time Of Day (Il Tempo Del Giorno). Inizio in medias res per questo quinto brano, con una cadenzata sequenza di sei corde e batteria, che ben presto diviene davvero veloce in attesa dell'ingresso della parte lirica. I ritmi si fanno ancora più forsennati mentre Shane entra sul palco con un tono pulito, ma stavolta leggermente più aggressivo di quanto ascoltato fino a questo momento. La velocità del pezzo aumenta leggermente finché non si arriva al primo ritornello, i controtempi della batteria si sprecano mentre come sempre ottime backing vocals fanno da contrasto alla voce stessa. Un ritmo continuo e quasi ipnotico mentre il testo scorre veloce, esplodendo successivamente in una sequenza dai toni spaziali della chitarra, che improvvisa un grande solo grazie al tapping ed a note suonate a cascata, senza alcuna paura né tantomeno remora. Cos'è esattamente il tempo del giorno di cui parla il titolo? Beh, qui si fa riferimento ad un uomo che è stato ingiustamente rinchiuso in un manicomio, senza una apparente ragione, dato che la sua mente è ampiamente sana come un pesce. Eppure il nostro protagonista vede solamente le sbarre della sua cella, pareti di gomma e di stoffa che lo circondano; nonostante tutto però, trova ancora il tempo di sognare, sa che prima o poi si accorgeranno dell'errore e lo lasceranno andare, sa che uscirà da quella porta. Ed una volta uscito, sa che riuscirà a godersi ogni singolo attimo come se fosse l'ultimo al mondo, sa che riuscirà ad andarsene e divenire una persona quasi migliore, sa che il tempo di ogni giorno sarà prezioso. E ce lo dice mettendoci in scena un altro ritmo musicale che sa di libertà di espressione, sa di voglia di rivalsa, voglia di vincere ed andare avanti; un ritmo che sembra essere stato estrapolato direttamente dall'acciaio britannico, un cadenzato danzare sulle note che diviene magia nelle mani di questi ragazzi. Capiamoci, non siamo di fronte a niente per cui si debba gridare al miracolo, ma stiamo realmente parlando di uno dei migliori dischi US Power in circolazione. Le sue ritmiche sono trascinanti oltre ogni limite, la sua composizione tocca picchi comunque alti, viene solamente da chiedersi perché la band non abbia potuto continuare, o meglio, perché non gli è stato concesso di salire realmente sul palco dei vincitori assieme a tutti gli altri, un mistero che rimarrà irrisolto. Continueremo a chiederci per quale motivo un gruppo come questo sia stato lasciato nel dimenticatoio, ma se riflettiamo un attimo sul background della città che albergava nelle loro vite, forse ce ne rendiamo conto. New York nel 1987 era in preda alla febbre della protesta, il Punk ed il Thrash ormai la facevano da padroni, e forse il mondo che li circondava li additò semplicemente come "l'ennesimo gruppo Power/Heavy che annoia dopo due pezzi". Una testimonianza invece di quanto ciò non fosse così, la abbiamo sentendo questo pezzo; le note si mischiano fra loro creando un ibrido davvero particolare, una commistione di generi pregevole e scritta come dio comanda, una collimazione di stili, di idee, di fratellanza, il solo aver fuso i propri nomi per la band da la prova di quanto questi ragazzi volessero farcela. Come vuole farcela del resto il nostro protagonista, chiuso nella sua cella a pensare ad un futuro che arriverà senza dubbio anche per lui, e mentre la chitarra continua la sua corsa imperterrita verso i lidi che l'hanno resa celebre, la voce continua ad arringare la folla senza alcun problema, Shane non sembra neanche stanco, mentre Mark e Boog neanche si preoccupano di quel che sta succedendo, danno il ritmo creando anche qualche scivolata di classe per far capire la loro bravura. Un brano che ti prende letteralmente alla testa, da ascoltare e riascoltare, i testi sono semplici da imparare, vanno a ruba nella nostra mente, e quando li ascoltiamo ci immaginiamo a cantarli con le braccia alzate. 

Night Stalker

E' il momento di girare il vinile sul piatto, il solco centrale lo segnala con un fruscio sordo ed ormai riconoscibile da lontano. In prima posizione sul lato B troviamo un brano davvero particolare, che all'apparenza del titolo può far pensare ad un argomento ormai trattato ed ancora trattato nelle canzoni di mezzo mondo, ma che qui copre un risvolto interessante. Si chiama Night Stalker (Stalker Notturno), e viene aperta da un altro spiralico ritmo della sei corde, che da subito improvvisa un intro accompagnato da sonore sirene della polizia, la batteria viene mondata dalla sei corde stessa, ed allo stesso tempo la voce entra senza troppi complimenti. Shane qui adotta un vocalizzo ancora diverso, molto Sleaze nella sua resa, inteso come Rock stradaiolo, mentre le pelli danno il ritmo la chitarra continua la sua corsa. Un ritmo cadenzato e che prende ispirazione nuovamente dalle tradizioni albioniche. Sembra in alcuni frangenti di ascoltare i Judas Priest, ovviamente a livello di musica, neanche ci metteremo a paragonare Rob a Shane, nonostante anche il ricciolo americano se la cavi alla grande. Parliamo di un altro Power metal con i fiocchi, che forse a molti potrà sembrare noioso, ma che senza alcun dubbio riesce a catturare la mente degli appassionati e dei metalheads con ritmi serrati, continui e semplici, senza problemi o parti di stanca di alcun tipo. Avete presente che cosa è uno stalker? Un argomento che, soprattutto recentemente, è venuto fuori con sempre più prepotenza, complice anche le sanzioni e le condanne che molti governi del mondo hanno messo in atto per questa orribile pratica. Si tratta di chi letteralmente "stalkerizza" o per meglio dire ossessiona, un'altra persona; una persona che segue qualcun altro per motivi che spesso e volentieri partono con una semplice infatuazione o innamoramento, ma che ben presto possono divenire pericolosi. Lo stalker non guarda in faccia a nessuno, chiama in continuazione la propria vittima, la ossessiona ad ogni ora del giorno e della notte, si apposta vicino casa sua e la segue ovunque essa si dirige, fino a farla impazzire. Ovviamente questo tipo di comportamento è punito dalla legge, ma solamente da pochissimo tempo è stato riconosciuto come reato penale vero e proprio, soprattutto perché la burocrazia mondiale ha dovuto cambiare le proprie regole, ammettendo che una azione come questa, anche se non porta ad alcuna conseguenza fisica come aggressioni o uccisioni, è comunque considerabile alla medesima stregua. Nel 1987 ovviamente tutto questo ancora era ben lontano anche solo dall'essere pensato, ed ecco che allora i Matakopas mettono in scena una storia anche divertente, che però riguarda un personaggio diverso da ciò che ci aspettiamo, parliamo infatti di una donna. Una donna sinuosa, capelli lunghi, sguardo ammaliatore: ella girella per i locali notturni, stesse facce, stessi volti che come sempre rimangono incantati dalla sua bellezza. Ed essa non se lo fa ripetere due volte; come una pantera nella giungla indiana comincia a cercare la sua preda, e la musica come sempre accompagna questi momenti, facendo divenire il brano davvero sensuale, nonostante si parli di Power Metal. La curvilinea donna sa che cosa vuole, brama la carne, brama il sangue della propria vittima sulle labbra, vuole morderle il collo e farla sua. Fin qui non sarebbe niente di male, anzi, come abbiamo detto diviene qualcosa di macabramente sensuale, ma ecco che i Matakopas spezzano l'equilibrio rivelandoci che la nostra donna è una fredda omicida, ha una pistola sempre nascosta con sé, e la userà, possiamo stare certi che lo farà senza ritegno. Per sottolineare questo tragico momento di rivelazione, la canzone diviene ancora più aggressiva, una power ballad quasi mielosa si trasforma in un ritmo d'acciaio armato che si conficca nella pelle come un proiettile silenzioso nella notte. La band tutta conclude il roboante finale assolutamente con i fuochi d'artificio, accompagnando le proprie dichiarazioni sulla protagonista con un enorme assolo di Ray, che come sempre prende spunto dall'ottantiana tradizione metallica ed imperversa come una furia sulle proprie corde e sui propri chords, agendo sui pick up della chitarra. Una canzone che si conclude come era iniziata, con le sirene della polizia, che ora solamente capiamo perché sono lì, stanno inseguendo una fuggitiva, la nostra fuggitiva, che ha appena fatto un'altra vittima.

Dreamer

Settima posizione viene occupata da Dreamer (Sognatore). Aperta da un forsennato ritmo di sei corde e batteria, parte anche essa quasi in sincrono con la voce, che grazie all'ausilio delle sempre presenti backing vocals, fa grande sfoggio di sé presentandosi al pubblico. Un ritmo che ricalca in larga parte forse più il Thrash che il Power vero e proprio, questa canzone prende alla testa da subito, e da subito inizia a martellarla come una disperata, cercando di trapassare il cranio come il malcapitato della copertina. Il ritornello arriva in pochissimo tempo, complice anche un ritmo che si fa sempre più pressante, i solo di chitarra sul retro della canzone si sprecano mentre la batteria procede a tutta velocità verso la sezione centrale. C'è chi dice che la vita di tutti è solamente un sogno, scrivevano gli autori di Dylan Dog, e come dargli torto? Quante volte nel corso della vostra vita, vi è capitato di pensare la medesima cosa? Quante volte vi è successo di pensare che il mondo non sia altro che una sequela di eventi prestabiliti, atti solamente a volerci far vedere una realtà che non è la stessa che vediamo tutti i giorni. Film della televisione e del cinema, libri e trattati di psicologia, sono molti gli avvenimenti storici che alimentano questi pensieri, e la band americana ha ben deciso di dedicare un pezzo proprio a questo. Per  cui il sognatore non diventa certo un concetto positivo, quanto invece sottolinea grandemente il feroce inganno dell'uomo sull'uomo; esiste un mondo sotto al mondo che nessuno è in grado di controllare, esistono fenomeni che non si possono spiegare se non con l'ausilio della follia. Per dare una connotazione ancora più drammatica alla canzone, i Matakopas inseriscono al centro del pezzo un inframezzo malinconico e salubre al tempo stesso, quasi una chiave di volta che riesca a farci ben capire cosa stiamo respirando. Il momento è ovviamente affidato alla chitarra di Ray, che con il suo tono alto e possente ricama come un sapiente artigiano sul manico della chitarra, ne avvolge le dita attorno come un famelico serpente, senza preoccuparsi di nulla, senza preoccuparsi di nessuno, solamente lui e lo strumento. A questo momento così corale sussegue nuovamente una parte veloce, con il main theme che abbiamo avuto modo di ascoltare in apertura di canzone. Un ritmo che prende a piene mani dalle tradizioni Heavy di matrice americana, e le mischia con le nascenti ondate Thrash, che nell'anno di uscita di questo disco stavano vivendo la loro seconda fase, quella meno dorata ma comunque pregevole. L'accelerazione riprende sul finale, con l'intera band in prima linea che ci spara in faccia i propri sogni e le proprie disgrazie, con una ferocia melodica che difficilmente si ritrova. Il mondo forse non è quello che stiamo vedendo, forse davvero tutti noi abbiamo una visiera di fronte al volto, come il Vic dei Megadeth, forse tutte le mattine ci alziamo in un pianeta falso, in un mondo che nasconde qualcos'altro. Shane conclude la sua arringa ricordandoci però che non dobbiamo assolutamente smettere di sognare, non dobbiamo farci fermare da niente e da nessuno, anche se l'inganno potrebbe essere dietro l'angolo, non possiamo permettere a nessuno ed a niente di ostacolare il nostro cammino, in alcun modo. La canzone va a concludersi con uno stop brusco ma efficace al tempo stesso, una piccola pausa prima del prossimo pezzo, anche se ormai siamo immersi a piene mani in questa piccola perla dello US Metal. 

Matakopas

Il prossimo pezzo invece è l'unica strumentale di tutto il disco, e considerando la brevissima carriera del gruppo, anche l'unica mai scritta da questi ragazzi. Si tratta di un regalo che la band ha voluto farsi da sola, auto-intitolandosi una canzone. Se si guarda infatti, non esiste alcuna traccia dentro a questo album che ne porti il nome, cosa che invece molto spesso accade negli album, al suo posto troviamo Matakopas. Un ritmo dispari e molto cacofonico ci apre a questa strumentale, ritmo che ben presto diviene corale e molto muscoloso, con l'ampio ausilio degli effetti alla sei corde, soprattutto nei primi secondi. Ray da fondo a tutta la sua tecnica mentre la batteria di Mark urla nella notte come un lupo famelico; forsennatamente la canzone prende la piega di un saliscendi continuo, niente voce, niente cori, solamente un duro duello fra le pelli e le corde della chitarra. In questa manciata di minuti si sente tutto, si sentono le influenze di questi ragazzi, si sentono i loro gusti ed il loro sogni, sembra quasi di ascoltare un enorme introduzione della durata di tre minuti tondi. I controtempi ed i velocissimi cambi di ritmo si sprecano nella parte centrale, prendendo a piene mani dall'acciaio classico, di matrice USA ma anche albionica. Un momento intimista del gruppo che si trasforma ben presto in una sorta di jam session con il demonio seduto sul proprio trono di teschi; ed ecco che infatti la seconda parte della canzone cambia completamente faccia, si ha la netta impressione di trovarsi dentro ad un disco Thrash o Speed Metal. I ricami della chitarra si fanno complessi e molto tecnici, tapping e legato la fanno da padrone, niente alternate picking, ma soltanto una enorme cascata di pull off ed hammer on, che vengono sparati direttamente in faccia al pubblico. Dal canto suo invece la batteria pesta come una dannata sui tamburi e sui piatti, Mark da mostra di sé mettendo in piedi un vero show per il pubblico, senza minimamente sembrare stanco. E' un momento in cui la band vuole presentarsi, nonostante siamo ormai alla fine del disco, ed infatti una canzone del genere, per come solitamente sono strutturati gli LP Heavy Metal, andava forse posizionata come traccia numero uno, considerando il suo ritmo di base. Si tratta infatti probabilmente di una sequela di stralci che la band ha messo insieme quasi improvvisando, andando a foraggiare stilemi che provenivano dai loro gusti personali e dalle loro aspettative. Ed ecco infatti che ci troviamo fra le mani una canzone meravigliosa, che ad ascoltarla fa venire voglia di alzare le corna al cielo; unico fatto che contestiamo è la sua posizione, sembra quasi sprecata, così a fine del disco, mentre come prima posizione, sarebbe stata una dichiarazione di intenti non indifferente. Elucubrazioni da fissati a parte, il pezzo è davvero ben fatto, veloce e di durata giusta, lo si ama al primo ascolto, come si ama questa band, ragazzi giovani ma con tanta voglia di fare, che purtroppo la vita ha fermato prima che potessero effettivamente dire qualcosa di ancora più concreto.

Insane

La conclusione del disco è affidata ad Insane (Pazzo). Ascoltando la sua introduzione, soprattutto nella sua versione vinilica originale, forse capiamo il perché del pezzo precedente; infatti, se prestiamo bene attenzione alle prime note suonate, ci accorgiamo che altro non sono che lo strascico del pezzo auto dedicato della band, che faceva da intro a questo. Quindi la posizione non è a caso, anche se i discorsi sopracitati continuano ad essere valevoli; a questo piccolo collegamento segue un inframezzo melodico ed aggressivo al tempo stesso, con la chitarra che urla come un pazzo, ed infatti di pazzia si parla in questo ultimo frangente. Parliamo della follia che alberga nella mente di chi è pazzo davvero, e non degli ingiustamente condannati come nel caso di un pezzo precedente; qui il protagonista ha la mente nella quale albergano demoni di ogni sorta, non ci sono remore nella sua follia, solamente la voglia di distruggere tutto. E la sua pazzia si riflette grandemente anche nella musica, che assume fin dai primissimi battiti un sound viscerale e molto psicotropo, quasi fastidioso in certi punti: la band si mette come sempre in prima linea per foraggiare la propria forza, e ci riesce grandemente dando pane alle false illusioni che cominciano a formarsi nella mente del protagonista. Il ritornello ce lo ricorda senza troppi problemi, egli è pazzo, completamente pazzo, la mente si sta slegando dalla realtà, e mentre il ritmo continua a farsi vorticoso, partiture di chitarra continuano a squarciare il brano in due, senza preoccuparsi di ciò che stiamo ascoltando. Shane torna sulla scena con il tono nel quale gli abbiamo sentito aprire il disco, azzeccati come sempre i cori con i quali i Matakopas si fanno strada attraverso i minuti. Quando la follia del nostro uomo raggiunge il suo apice, ecco che Ray tira fuori il suo solito assolo tecnico e molto veloce, che prende a piene mani dalle fiere tradizioni americane. Il nostro uomo sa benissimo di essere pazzo, sa che lo sta divenendo sempre più, sa che ad un certo punto smetterà di vivere nella realtà e comincerà a vivere nella menzogna, in un mondo che gli sembrerà sempre più assurdo, e mentre il pezzo arriva al suo solco esterno, la voce di Shane si mette quasi a gridare per farci ancor meglio intendere che cosa stiamo vivendo, i cori si fanno aulici e squillanti sul finale, un momento di vera rivalsa per la band che chiude il disco in maniera egregia. Non sappiamo assolutamente se il nostro uomo riuscirà mai ad essere sano di mente, o a tornarci, per ora sappiamo solo che è completamente pazzo. Il dolore lo taglia come una lama affilata dice lui, ma si deve preparare a ciò che sta per succedere, si deve preparare all'inevitabile. Deve rendersi conto di ciò che sta accadendo, deve assolutamente ricordarsi di tutto ciò che può succedere, particolarmente della sua follia dilagante, che ormai sta prendendo sempre più piede. Una conclusione di disco davvero degna di nota, un pezzo che segna la fine di un album che ci prende sempre alla testa ogni volta che lo ascoltiamo; difficile dire se con il disco successivo avrebbero fatto meglio, quel che è certo è che queste nove trace hanno ampiamente dimostrato che Ray, Shane, Mark e Boog avrebbero avuto le carte in regola per sfondare sul serio. Insane è solamente l'ultima perla di un disco che ha ben poche sbavature, se non le pochissime che abbiamo sottolineato, di cui almeno una è semplicemente una fissazione da nerd. Il viaggio è concluso, siamo usciti dal guscio ed abbiamo guardato il mondo con occhi diversi, ora non ci resta che tirare le fila del nostro lungo discorso.

Conclusioni

Si spera grandemente che qualcuno in un futuro non troppo lontano, si prenda la briga di stampare nuovamente questo disco, magari anche in versione CD per tutti coloro che non vogliono prendersi la briga di avere un giradischi in casa. Tuttavia, è bene ricordare che con i recenti sviluppi nella vendita di questo LP, i prezzi si sono notevolmente abbassati, e con una cifra inferiore ai 100 euro si trova senza problemi. Per molti sono comunque tanti soldi, ed hanno pienamente ragione, considerando che si tratta di un album di cui, a livello di storia musicale, si può fare totalmente a meno. Ma non si può fare a meno del suo contenuto, e  chiunque abbia avuto la fortuna di ascoltarlo anche online tramite i portali che sono riusciti a caricarlo per intero, sa di cosa sto parlando. Coming Out Ahead è un disco di fattura ottima, con una band in grande spolvero che purtroppo non ha avuto il successo sperato, o almeno non quello che avrebbe meritato. Sono stati piuttosto destinati ad essere una delle tante meteore dello US Metal, dimenticate in un calderone enorme nel quale militano così tante band che alle volte, anzi quasi sempre, è praticamente impossibile riceverle tutte ed impararle. I Matakopas misero insieme in quel lontano 1987 qualcosa di assolutamente bello da ascoltare, ed oggi che sono esattamente 30 anni dalla sua uscita, tutto ciò appare come ancora più vero. Prendete le tradizioni Heavy americane, aggiungete un pizzico di tecnica, di sagacia e di quella giovanile voglia di stupire, ed avrete forse una idea completa di cosa sia questo disco; per chi come il sottoscritto ha la fortuna di possederlo in casa e poterlo mettere sul piatto ogni volta che vuole, questo LP va ascoltato. Per chi non lo sapesse, da qualche anno circola un bootleg, ma anche esso di difficile reperibilità, distribuito dalla effimera Revenge Of True Metal Records, in CD. Per chi invece non riesce a trovare niente, non vi resta che buttarvi su qualche fortunata asta ebay come successe al sottoscritto, oppure aspettare che qualche etichetta magnanima lo ristampi, magari correlandolo anche del poco materiale redazionale che si trova su questa band, dato che la sua storia è durata davvero come un battito di ciglia. Parlando del disco in sé per se, le nove tracce che lo compongono sono una lode vera e propria allo US Power, una lode enorme alla tecnica ed alla composizione, ma anche una lode agli argomenti trattati: al band horror ed argomenti molto più scherzosi, presenti solamente storie melanconiche, analisi sul mondo e su ciò che lo circonda, fino ad elucubrazioni davvero particolari come accade in Dreamer. Perla finale sicuramente rappresentata anche dalla traccia strumentale che la band ha voluto regalarsi, un enorme momento di soli tre minuti, ma che racchiude in sé tutto lo spirito del Metal americano. Un genere che ha sempre cercato di distinguersi dal proprio padre albionico, condendo le proprie ritmiche con suoni molto più alti e molto più cacofonici, a molti annoia, personalmente io non mi faccio problemi e li ascolto con enorme piacere entrambi, portando enorme rispetto a quello albionico (che forse occupa sempre la prima posizione nel mio cuore assieme a quello canadese), ma ascoltando con grande attenzione anche quello americano, considerando che oltre al Thrash ha dato i natali a band superbe come i Riot, i quali vennero come molti contagiati dalla fiamma del Power nel loro Thundersteel. Altra menzione d'onore va sicuramente alla registrazione; per essere un primo disco, peraltro registrato da una label che si occupò solo di produrlo, mr Biancaviva ha fatto davvero un ottimo lavoro sul primo disco dei Matakopas. I suoni sono cristallini, si riesce bene a distinguere ogni nota, e soprattutto nei momenti in cui si fa ampio riferimento a generi molto più cattivi, si è cercato di far seguire il mixer alle linee che venivano suonate, dandogli più corpo e più polverosità. In conclusione un album che si piazza assolutamente fra i voti alti, sfiorando di un pelo il 9 pieno. Ci sono tante storie così nel nostro sacro Heavy Metal, storie di band durate un soffio, storie di gruppi che avrebbero potuto fare molto ed invece sono finite nel buio, sta solo a noi andare a riscoprirle, ed in un mondo così digitalizzato come quello moderno, in cui ogni cosa è a portata di mano, diviene quasi un dovere morale. 

1) Strangers
2) Thoughts
3) For Your Life
4) Cruel Cruel You
5) Time Of Day
6) Night Stalker
7) Dreamer
8) Matakopas
9) Insane