MASTODON

Emperor Of Sand

2017 - Reprise Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
05/08/2017
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Sette album in studio, più live, EP e singoli, una carriera lunga quindici anni a cavallo tra metal progressivo, stoner, sludge e derive alternative: insomma, parliamo dei Mastodon, formazione di Atlanta che vede ad oggi tra le sue fila Brann Dailor (batteria e voce), Brent Hinds e Bill Kelliher (chitarre, anche voce per il primo) e Troy Sanders (basso, voce). Abbiamo analizzato la loro discografia partendo dal debutto "Remission", con le sue tinte progressive e dilatate, passando per il più strutturato "Leviathan" ed il suo suono che è stato la conferma della band, così come per quello che molti considerano il loro capolavoro, ovvero "Blood Mountain". Anche "Crack The Skye" ottiene grandissimi consensi, mentre i pur buoni "The Hunter" e "Once More 'Round The Sun" mostrano una svolta verso lidi più commerciali e di fattura rock, deriva che deluderà alcuni fans della prima ora, ma guadagnerà vendite e riconoscimento a livello "mainstream". Una storia di successo, insomma, che vede degli appassionati di rock progressivo e psichedelico e di suoni sludge e stoner creare un suono che si rifà agli anni settanta, ma va anche oltre risultando moderno ed ammantato, almeno per buona parte della loro carriera, di una certa "patina lisergica" tipica di certi elementi. Storia che ci porta oggi ad analizzare quella che per ora è la loro ultima opera, ovvero il settimo disco della band: "Emperor Of Sand - Imperatore Delle Sabbie", pubblicato quest'anno dalla Reprise Records, ormai loro etichetta di fiducia; un concept album che ci racconta di una persona persa nel deserto, con una condanna a morte sulla sua testa. Il tema è ispirato a varie vicende vissute dai membri del gruppo, i quali hanno visto parenti ed amici ammalarsi di cancro, in alcuni casi arrivando alla morte (come per la madre di Bill Kelliher). Musicalmente siamo sempre nei territori intrapresi negli ultimi dischi, quindi verso lidi marcatamente più rock e leggeri, arrangiati sotto l'ottica di una narrazione musicale univoca, ma allo stesso tempo molto varia nelle sue emanazioni e singoli episodi. Se nei primi tre dischi il concetto spesso diventava articolato e machiavellico, qui il tutto si mantiene molto scorrevole, e la storia rimane uno sfondo sul quale si stagliano i suoni, votati alla melodia ed al ritornello dalla facile presa. Un songwriting dunque snello che, viene da sé, ci consegna un lavoro che prosegue sulla buona scia dell'ultimo periodo dei Nostri, ma che non raggiunge i livelli del passato. I testi, come preannunciato, seguono la narrazione, presentandoci il protagonista mentre cerca di sfuggire dal suo destino, con varie derive legate anche a contatti psichici con tribù di vari e differenti periodi storici (probabilmente allucinazioni dovute al caldo), mantenendo sottile, ma presente, la metafora con il cancro (spoiler: il protagonista morirà/risorgerà a causa di radiazioni). Come da prassi ormai per la band, Scott Kelly dei Neurosis compare come ospite in una traccia ("Scorpion Breath") mentre il tastierista-chitarrista Mike Keneally (ex collaboratore di Frank Zappa) apporta il suo contributo a "Jaguar God" e Kevin Sharp dei Lock Up canta in "Andromeda". Per il resto il cantato viene gestito alternativamente da Dailor, Hinds e Sanders, creando anche su questo aspetto una certa varietà. Brendan O'Brien, già produttore di "Crack The Skye", si occupa di produzione e missaggio, proponendo un suono chiaro che dà enfasi ai vari strumenti con un occhio di riguardo per la melodia e l'attenzione dell'ascoltatore, lontano quasi del tutto (salvo alcuni sporadici casi) da qualsiasi pesantezza ormai legata al passato, per quanto la band sostenga che questo disco sia una summa di tutta la loro produzione artistica.

Sultan's Curse

"Sultan's Curse - La Maledizione Del Sultano" si apre con un suono soave di campanelle, evocativo e soffuso, ben presto però sostituito da un riffing accattivante e roccioso, coadiuvato da evoluzioni poliedriche. Le vocals ariose s'introducono nel tessuto sonoro mentre ci narrano dell'inizio della storia, ovvero della maledizione lanciata dal sultano, il quale esilia il protagonista della storia narrata nell'album, dando così inizio al suo vagabondare. Stanchi e perduti, non abbiamo nessuno di cui fidarci, ci chiediamo chi c'è che possa spingerci, tutto quello che abbiamo imparato fa una curva per tornare indietro. I montanti si ripetono, portandoci al ritornello dal gusto radiofonico, impreziosito da movimenti psichedelici e ritmi ben presenti: un lungo abbraccio, l'odore di sporco e rose, sotto al sole non c'è segno di respiro o acqua, e ci addormentiamo sotto ad una costellazione di stelle. I suoni retrò e sognanti ci accompagnano sul cantato nasale, mentre di seguito riprendono i giri rocciosi ed il cantato epico; il ghiaccio ci gela, una sorpresa, ma le menti piegate non capiscono che la fede è in noi, riusciamo a vedere la fine, e le lacrime sono forti come diecimila lingue. La sequenza non dura molto, poiché il ritornello è dietro l'angolo, sempre con suoni vintage e linee vocali intense. "My sweet mirage, I bathe in sacred waters. I kiss the sky, floating in sultan's daughters. Memories of loved ones are passing me by, memories of loved ones are passing me by - Mio dolce miraggio, m'immergo in acque sacre. Io bacio il cielo, fluttuando nelle figlie del sultano. Memorie di persone amate mi attraversano." declama il testo, presentandoci visioni tra il ricordo ed il profetico, scenari rituali d'iniziazione all'inizio di un percorso duro e sofferto. Ora la struttura si fa ancora più psichedelica e dilatata, tra fraseggi intricati e cori trascinanti: oceani di sabbia e ruggine "danno via e mantengono il risveglio". Una bella sequenza ci offre riff decisi e taglienti, uniti ad un drumming scolpito nel songwriting ben articolato; ci attendono dentro, aspettano di lavarci via gli occhi, le loro mani sono vive, con una rabbia fervente, i nostri piedi sono stati legati ed abbiamo la nostra lingua tra le mani, la morte di mille corvi ci fa inginocchiare, ed eccoci ciechi come il regno antico dal quale siamo stati esiliati. Il tutto delineato dalle solite vocals nasali che ricordano non poco Ozzy Osbourne, così come da una musica molto anni settanta che ci riporta ai Black Sabbath, una delle principali influenze dei Nostri. Riviviamo le epoche della luna, portando l'acqua vicino a noi con le mani: intanto la musica si è lanciata in assoli dalle scale articolate e sezioni dal gusto progressivo, creando un finale sul quale le ultime parole si stagliano in un'eco interrotto all'improvviso, firma di un brano ben fatto, ottima introduzione al disco. 

Show Yourself

"Show Yourself - Mostrati" ci accoglie con un riffing diretto e ripetuto, sul quale si delineano le belle vocals dal gusto "pop", melodiche ed armoniose, le quali proseguono la storia del disco mostrandoci presagi di pericolo, segni cosmici e premonizioni. Intimiamo di mostrarsi agli altri, vogliamo vedere di cosa sono fatti, vogliamo farli a pezzi e strapparli; diciamo loro di strapparsi la pelle e di gettarla nel fiume, perdendosi mentre cavalli selvaggi ci guidano attraverso la valle, diventando vivi e viaggiando nel vuoto senza preoccupazioni. La musica si mantiene su connotati rock piacevoli, ma dotati di abbastanza grinta e decisione da non suonare banali. Dopo la rullata entra in scena un ritornello appassionato dalla voce quasi teatrale, segnato da colpi di batteria regolari e chitarre ben presenti. Non siamo così sicuri come pensiamo, e chi lo dice lo sa molto bene, solo noi possiamo salvarci, presto tutto questo sarà una memoria distante, e ci chiediamo se tutto questo sia reale o, piuttosto, se sia tutto un sogno. Ritornano i ritmi piacevoli e trascinanti, segnati da una ritmica costante e da un cantato arioso: "Stars align, stars align, stars can fall and get you into trouble. Be afraid. Don't be afraid. Speak the ancient wisdom of the desert - Le stelle si allineano, le stelle si allineano, le stelle possono cadere e darti problemi. Sii preoccupato, non essere preoccupato. Parla come l'antica saggezza del deserto" ci narra il testo, presentandoci visioni contraddittorie in divinazioni apocalittiche dove le stelle sono sia simbolo di possibile fortuna, sia di possibile rovina. Riecco ora il ritornello incontrato poco prima, ma non senza una lunga sezione dagli assoli elaborati, il quale degenera in una gioco ritmico e sincopato, ripetuto fino alla ripresa del bel cantato arioso e delle chitarre appassionanti; la verità ci darà una scossa nel corpo e vedremo il nostro destino, la morte verrà e ci ruberà dai vivi, saremo morti e sepolti, e ci vedranno dall'altra parte del fuoco. Ed è così, su un'ultima corsa ritmata e lanciata, che si chiude verso il terzo minuto il brano, breve ma ricco di emozioni , caratterizzato come detto da una certa leggerezza che può ammaliare diversi ascoltatori, anche quelli più legati ad un contesto rock e non prettamente metal. 

Precious Stones

"Precious Stones - Pietre Preziose" parte con un bel riffing cadenzato da blast sparsi e partiture esaltanti; ecco che dopo dei rullanti parte una cavalcata melodica con voce nasale sempre legata allo spettro di Osbourne, la quale ci narra di come il protagonista ora cerchi dei modi per sopravvivere ed andare avanti, qualcosa di prezioso, anche se i pericoli e le voci dentro di se continuano a perseguitarlo. Egli spera che il sole mostri la via, e chiede che il suo spirito non venga distrutto oggi, che le pietre preziose vengano rivelate in modo tale che si possa aiutare da solo. I toni si fanno più tirati, con chitarre dissonanti, ma ecco subito un ritornello arioso ed evocativo, coadiuvato da rullanti e vocals eteree: non dobbiamo sprecare il nostro tempo, non dobbiamo farlo scivolare via da noi, anche se fosse l'ultima cosa che facciamo. Riprendono quindi le corse melodiche ed energiche, mentre scaviamo tra ossa e teschi, ed immaginiamo smeraldi neri, coperta da teste e piedi da diamanti ancora grezzi. Si ripetono le evoluzioni predenti, tra suoni squillanti ed esplosioni evocative, sequenza progressive che danno spazio ad arie leggiadre dominate dal cantato nasale che ci invita a non buttare il ostro tempo. L'atmosfera viene potenziata da un assolo elaborato dalle scale altisonanti, dilungato poi in fraseggi e rullanti incisivi, dandoci una sezione esaltante dal gusto vecchia scuola; nuove dissonanze e piatti cadenzati fanno da cesura, preparandoci per il ritorno verso la corsa diretta e piacevole. "These snakes have nothing to say, I want their heads right away. I sharpen every blade, and I give them all to you. Yeah I give them all to you - Questi serpenti non hanno nulla da dire, voglio le loro teste. Affilo ogni lama, e le do a te. Si, le do tutte a te." declama il testo, presentandoci visioni di rivalsa e rinascita, prese di posizione in una situazione disperata. Pestoni ossessivi ed assoli rock si librano in una coda dalla grande presa, destinata a chiudersi con un ultimo riffing e parti ritmiche. Si conclude così un pezzo che, ancora una volta, si basa su soluzioni melodiche legate al suono progressivo e psichedelico meno astruso e più "di facile presa", con molta componente hard rock. 

Steambreather

"Steambreather - Respira Vapore" inizia con un feedback gratinante, presto però sostituito da un riffing robusto dalla sana struttura doom, il quale instaura un loop scolpito da cimbali cadenzati e colpi costanti; ecco quindi le vocals ariose di Brann Dailor, le quali ci mostrano una visione di un altro tempo ed un'altra vita, un'avventura misteriosa avvenuta nel deserto di Nazca, in Perù. Corriamo fuori dalle linee di Nazca, ed abbiamo visioni di una persona in bianco, sperando che farà crescere i vigneti fruttosi, pronti a piovere per dare vita ad entrambi (una metafora elaborata e divinatoria). Assoli sgraziati e notturni si liberano nell'aria, mentre i riff circolari lenti ed ossessivi proseguono senza cessare: la violenza nasce nella nostra mente, e sappiamo che richiede il suo tempo, scalando l'occhio cosmico e perdonando il nemico. Dopo una serie di rullanti, prende piede una cavalcata veloce dove il cantante sia accompagna in duetto con il bassista-cantante Troy Sanders, instaurando un ritornello rock pieno di emozione ed energia, giocato sulle linee vocali melodiche e sulle chitarre sognanti; ci chiediamo chi siamo, i riflessi non ci danno risposta e non sappiamo dove siamo, impauriti da noi stessi. Ecco ora toni strisciatati e fraseggi squillanti, mentre ritornano i movimenti precedenti dalla natura più oscura e rallentata. "Watching you crumble to the ground, made me want to run away. Helping you find the golden crown, made it easier to stay - Guardandoti crollare sul terreno, mi fai voler scappare via. Aiutarti nel trovare la corona dorata, ha reso più facile il rimanere." ci dice ora il testo, continuando la visione onirica legata ad avventure in altri luoghi e tempi, tra desideri di fuga e voglia di partecipare agli eventi. Ritroviamo il duetto di poco prima, sempre per contrasto lanciato e pieno di atmosfere quasi orchestrali, ricche di melodia. Una cesura sincopata ci regala chitarre altisonanti ripetute e rullanti ritmici, creando una coda progressiva destinata a sconfinare in una nuova sezione dove è il chitarrista Brent Hinds ad usare i suoi toni nasali: all'inizio della montagna, ben consci di ciò che ci circonda, siamo separati dallo spirito, lasciamo che l'albero cada sulla radura. Riff taglienti e drumming incalzante creano una marcia destinata ad esplodere in assolo elaborati ed armonie evocative di tastiera, mentre di seguito ritroviamo per l'ultima volta il duetto ispirato dalla grande potenza. Il finale viene lasciato a giri rocciosi e batteria pestata, creando una coda conclusiva ripetuta varie volte fino alla chiusura definitiva. 

Roots Remain

"Roots Remain - Le Radici Rimangono" si apre con suoni elettronici dal sapore curiosamente sci-fi, sormontati presto da una chitarra onirica e da fraseggi cadenzati. Ecco all'improvviso un riffing duro accompagnato da voce nasale, la quale ci mostra ulteriori visioni e portenti, con moti di rivalsa tra immaginari oscuri ed enigmatici; il cielo si apre e ci divora, rimangono solo il tempo ed il guarire sottoterra, mentre sotto di noi l'alba cosmica della guerra inizia, e noi decidiamo di guardare il tutto mentre crolla. Arpeggi notturni e rullanti ripetuti creano un ritornello ricco di vocals ariose ed appassionate: la bellezza svanisce e la morte decade, i fuochi salgono raggiungendo i cieli e i rami si spezzano, le radici rimangono forti nella mente, nella bellezza. Riprendono di seguito i toni più tirati ed esplosivi, con riff ruggenti e drumming incalzante, ed il testo ci narra che "Your adventure is dark and it hides beyond the cells, all I feel alive, the hearts will prevail. The stolen eye was found and given to the lost soul, while the moon sets far and the milestones seem low - La tua avventura è oscura e si nasconde oltre le celle, mi sento del tutto vivo, I cuori vinceranno. L'occhio rubato è stato trovato e dato ad un'anima perduta, mentre la luna tramonta lontana e le pietre portanti sembrano profonde." , proseguendo con le metafore divinatorie dalla non certa interpretazione. Riviviamo le evoluzioni di poco prima, con il ritornello leggiadro e rallentato, dove è la ritmica a mantenere un'ossatura decisa e costante, dando appoggio alle melodie di chitarra e voce. Ora segue una sezione rumorosa di chitarra e batteria, la quale rilascia l'energia finora trattenuta con un gusto da jam session drammatico; all'improvviso ci fermiamo per dare posto ad un fraseggio sognante, sul quale torna la voce altrettanto pacata e riflessiva. Tutto ciò che abbiamo perduto, è sparito da così tanto tempo che non importa, e tutto ciò che abbiamo ottenuto, rimarrà con noi fino alla triste fine, e mentre gli altri seduti ci immaginano, devono ricordare quando stavano nel sole e danzavano nella pioggia, e che la fine non è la fine, solo il ricordo di una memoria. L'impatto emotivo raggiunto è quasi plateale, in un crescendo narrativo dalla facile e grande presa; ecco ora rullanti marziali, suoni diafani, e sorprendenti vocals in growl, le quali ripetono le parole "gli occhi, le facce, le labbra, la lingua, la mano, la fine". Seguiamo fraseggi appassionati ed elaborati, dalle scale altisonanti e dalle strutture progressive, mentre piatti cadenzati e melodie in sottofondo e tastiere completano il quadro: il finale viene lasciato ad un pianoforte evocativo, unito a brusii appena percettibili, in una conclusione malinconica perfetta per il brano qui ascoltato. 

Word to the Wise

"Word to the Wise - Parola Ai Saggi" ci accoglie con riff roboanti e rullanti ripetuti, creando un suono sincopato destinato ad esplodere con un cantato ispirato, il quale i offre una nuova visione, molto criptica e dalle tinte futuristiche; un altro tempo e luogo? Un viaggio interiore tra verità e menzogne? E' difficile dirlo, probabilmente la strada onirica e dalla rivelazione tramite visioni è quella più sicura. Un diamante si trova nel pozzo dei desideri, mentre cadiamo sotto un incantesimo, e vogliamo essere salvati dalle onde malate, le quali ci trascinano con il loro peso. Le parole si alternano veloci, mentre in sottofondo prosegue la marcia rocciosa e veloce di chitarre e batteria combattiva, per uno degli episodi più vivi di tutto il disco; sopra la linea argentata, volando sopra il terreno che brucia, squillano i campanelli delle catene dorate, ripetendo il suono che avvertono. All'improvviso si libra un ritornello breve, ma sognante, con voce filtrata e nasale, adagiata su riff corposi e ben presenti: la sirena suona, ma noi non la sentiamo. Riprende quindi la cavalcata dominante, sempre dai tempi frenetici e lanciata. "Traveling within the mind, no one across the line - Found the one I'd never sell, one I thought I'd never find - Viaggiano nella mente, nessuno supera I confini - Trovato una che non venderei mai, una che non pensavo di trovare." ci dice ora il teso, tra viaggi mentali e speranze di aver trovato qualcosa di prezioso a cui non possiamo rinunciare. Cerchiamo tra i campi laser, sentendo da dove viene la luce, sempre raccogliendo un osso, mentre entrano nelle nostre case; parole enigmatiche, legate più ad immagini, piuttosto che a significati concreti, coadiuvate come sempre da un suono robusto e da un songwriting che, pur mantenendosi melodiche, spinge il piede sull'acceleratore. Riecco il ritornello arioso con chitarre epiche, ora ripetuto ad oltranza su toni classici ammalianti: la sirena suona ancora, ma non la sentiamo, le voci si legano, e nascondono senza curare. Toni orchestrali alzano di molto l'epicità dell'atmosfera, con tanto di ritmica pulsante, tastiere e cantato pieno di pathos; siamo caduti in una fossa di menzogne, e cerchiamo di scavare per andare dall'altra parte, e con nostra grande sorpresa, siamo noi la colpa per tutta la pioggia che è venuta (ricollegandosi, forse, con questa frase, alle visioni del brano "Steambreather"). Ecco ora giochi roboanti con falcate ripetute, seguiti da fraseggi notturni ed assoli appassionanti dalle scale elaborate, supportati da un basso ben udibile ; largo ora a sequenze più ritmate e a nuovi assoli, consumati in un feedback arioso. Inevitabile il ritorno del movimento epico già vissuto, ricco di battiti metallici e tastiere: un climax potente e di ottima fattura, completato da chitarre taglienti librate in esercizi tecnici e progressivi, ripresentando un gusto vecchia scuola insito nella band. Il tutto si conclude quindi con un ultima digressione, la quale lascia la sensazione della calma dopo la tempesta con la sua pace improvvisa. 

Ancient Kingdom

"Ancient Kingdom - Regno Antico" prende piede con un motivo ruggente di chitarra, delienato da rullanti ripetuti, il quale va poi a lasciar posto ad un riffing severo con vocals ariose: esse riprendono la trama principale del disco, rievocando l'esilio da parte del sultano, e la lotta sia esteriore, sia interiore del protagonista, opposto all'antico regno che l'ha abbandonato ed allontanato da sé. Quando il sultano diede l'ordine di prendere la nostra testa, siamo dovuti scappare veloci come il vento, altrimenti saremmo morti, tenendo testa tra il male e le tenebre, e solo gli scheletri della guerra ci guideranno per mano. Ora suoni contratti trovano posto nela composizione, mentre il cantato si fa ancora più maestoso, enunciando come il silenzio stia crescendo, mentre il fallimento non ci è permesso. L'epicità si arricchisce di giri di chitarra sostenuti ed arie melodiche: "The battle that rages before my eyes, is no different than the one that is inside my head - La battaglia che avviene davanti ai miei occhi, non è diversa da quella nella mia testa." narra ora il Nostro, ritrovando una corrispondenza tra il suo stato interiore ed il mondo che lo circonda. Il ritornello creatosi prosegue con le parole precedenti, ma le sorprese non finiscono qui, infatti all'improvviso una linea malinconica di chitarra domina la scena, con suoni di campana e vocals sognanti: l'antico regno rimane, mentre crolla lentamente, cavalcando oltre la mortalità e lasciando ora la bellezza. Si aggiunge la parte vocale dai toni nasali, mentre la strumentazione passa a toni più sommessi, ma in qualche modo oscuri; la pioggia cade sentendo il dolore della mente, ed il silenzio continua a crescere mentre il fallimento non è permesso. Assoli elaborati fendono l'etere, contornati da effetti di batteria e fraseggi notturni in sottofondo, creando un movimento destinato poi ad esplodere nuovamente nelle connotazioni maestose già incontrate; si continua fino ad una cesura rocciosa, la quale non può che riportarci alle alternanze iniziali, propense ad una nuova angelica coda dai suoni onirici e malinconici, terminante con un ultimo messaggio di speranza: le faville esplodono nell'aria e vivono in eterno, suoni senza tempo non muoiono mai, ed anche noi rimarremo. Si chiude così, in una digressione piena di sottintesi celati, uno dei pezzi più emotivi di tutto il disco, una sorta di apice narrativo, e di conseguenza sonoro. 

Clandestiny

"Clandestiny - Clandestinità" parte con un fraseggio circolare sovrastato ad intervalli d a un riffing metal possente e combattivo; su questa struttura alternata si dispiegano vocals piene di effetti in echo, pronte a narrarci di un'apparente offerta di riparo ed aiuto per il protagonista, la quale però sembra nascondere insidie e malevoli sottintesi, pericoli di una clandestinità condotta in luoghi nascosti. In silenzio per tutta la nostra vita, abbiamo corso senza una visione, svuotati dentro, danneggiando tutto ciò che è giusto. Ora si passa a suoni più distesi e dilatati, conditi da voce nasale ed atmosfere pompose: non c'è motivo di essere allarmati, e nemmeno di scappare, nessuna malattia o dolore, e nessun pensiero di sofferenza. Torniamo ai suoni di poco prima, nervosi e pieni di un'energia coadiuvata da scariche tempestive, ma senza eccessi che neghino la melodia insita nel songwriting; la strada è scura e spoglia, nessuna chiarezza o luce, il momento è arrivato e ci ha inghiottiti, accecando la nostra vista. Riprendiamo ora i motivi dal ritornello più pacato, proseguendo i giochi di alternanza che esprimono perfettamente l'ambiguità narrativa che qui si vuole raggiungere: "We will keep you free from harm, all you have to do is stand with us. I will mend your wounded heart, and restore the trust that you have lost - Ti manterremo libero dal dolore, devi solo stare con noi. Curerò il tuo cuore dolorante, e riparerò la fiducia che hai perso." prosegue il testo, con promesse di protezione che nascondono l'ombra dell'inganno. I toni orchestrali esplodono in un'estasi epica, tra canti maestosi e chitarre coperte da tastiere oniriche; veniamo invitati a dare la nostra vita così che qualcuno d'altro possa respirare, a salvare delle vite che necessitano ciò. All'improvviso note molto anni settanta, notturne, ma non inquietanti, prendono posto con toni progressivi dalle connotazioni appassionanti, con una progressione elettronica che ha sicuramente aspetti sperimentali; ma siamo destinati a tornare verso riff più corposi, propedeutici alla ripresa del ritornello arioso. Possono portarci sottoterra, e divorare la nostra umanità, seguendo il calore ed i suoni, fino alla fine della nostra follia: finalmente la reale minaccia viene rivelata, ma forse è troppo tardi, l'ennesima speranza diventa l'ennesimo inganno ed incubo. Le chitarre proseguono insieme al drumming, collassando in un'esplosione epica che fa da peretta firma al brano, non mancando di assoli elaborati dalle scale tecniche destinate a fermarsi con un ultimo riff che pota il tutto al silenzio. 

Andromeda

"Andromeda" ci accoglie con riff nervosi e cantato aggressivo, con connotati robusti di matrice metal, possiamo dire groove, Il cantato ci parla di un momento di riflessione e pausa, pieno di disperazione e considerazioni su una fuga che sembra essere eterna ed aver perso il suo senso, un circolo senza fine che prosegue all'infinito. Non finisce mai appunto, il gioco non è compiuto, sentiamo lo strisciare e possedere, su di noi, fino a che veniamo ascoltati. Non finisce mai, l troppo è troppo, prendiamo la nostra essenza e la usiamo, per rafforzare la nostra carne ed il nostro sangue. Gli assoli prendono posto nella composizione, con toni squillanti supportati da un drumming costante e vocals melodiche ed ariose: il tempo ci guarda mentre la sabbia scorre nel vetro, e la luce ci chiama dal futuro e dal passato. Ora le vocals passano a motivi più sospiranti, ed il suono vede connotati più orchestrali; il fatto di sapere che non possiamo imparare ci uccide. Di corrispondenza al passaggio verso uno stato emotivo ben meno tranquillo, ritornano riff graffianti e movimenti più robusti: non finisce mai, l'inchiostro non è asciutto e "The great consolation has written a second lease on your life. The great consolation has granted a second lease on your life - La grande consolazione ha scritto un secondo contratto sulla tua vita. La grande consolazione ha scritto un secondo contratto sulla tua vita." enuncia beffardo i testo, creando immagini di un destino che non possiamo eludere. Riprendono ora i suoni melodici, ripetendo i passaggi di poco prima, contornato questa volta però da assoli baritonali e ritmi di cerchio, in una lunga sessione che si consuma tra scale ripetute e melodie sottintese, andando poi a scontrarsi con un trittico di riff severi. Suoni squillanti si ripetono, alterandosi con il movimento poco prima enunciato; riecco quindi il ritornello arioso dai toni progressivi, breve e presto sostituito da nuove aggressività lente e macilenti. Inedite parti vocali rabbiose, quasi death metal prendono posto: illusioni croniche confondono le conclusioni, dobbiamo favorire la cultura e prevenire l'inganno, sono delusioni croniche con soluzioni caustiche. Le bordate ritmiche e di chitarra si ripetono, fino alla conclusione affidata ad un feedback in digressione. Le strutture finora incontrate si ripetono ad alternanza, tra attacchi imperanti e giochi concentrici, e non mancano lunghi esercizi d'equilibrio che non si fanno mancare effetti da studio, per quanto non abusati. Riecco quindi che d'un tratto torniamo alle delicatezze iniziali, come in un loop esistenziale contornato da assoli appassionanti e fraseggi delicati, con un drumming cadenzato e sospeso. Si genera una coda piena di pathos, destinata a proseguire fino all'improvvisa chiusa lasciata ad una digressione che va a chiudere tanto la canzone, quanto il lavoro qui recensito.

Scorpion Breath

"Scorpion Breath - Il Respiro Dello Scorpione" inizia con una melodia medio orientale, creata da un arpeggi ripetuto, dove si distendono giochi ritmici che ne danno ossatura; ecco ora la voce di Scott Kelly, il quale presenta la parte della narrazione vicina alla fine, caratterizzata dall'accettazione imminente del proprio destino, del respiro dello scorpione che si avvicina, pronto ad avvelenarci e mettere fine alla nostra vita. Il mistero elusivo determinato dalle stelle è uno stigma valido, fatto di verità e terrore, il quale è reale. Le vocals e le chitarre salgono d'intensità, tra riff taglienti e scream aggressivo: ci libererà, così come ha preso nostro padre, aspettiamo la liberazione, attendendo la distruzione nel sangue. Le scale si fanno severe, pronte però a passare verso sessioni più ariose, ma con un drumming serrato completato da riff destabilizzanti. "The awakening moment arrives, returning you at will. The midnight hour prepares for truth. The truth is real. The truth is real - Il momento del risveglio arriva, ridandoti a piacimento. L'ora della mezzanotte si prepara per la verità. La verità è vera. La verità è vera." prosegue il testo, in un momento di rivelazione cosmica che cala il sipario sulla scena. Ritroviamo gli sviluppi aggressivi ed ossessivi, con grida quasi disgustate; è fuori dalla nostra portata, la maschera rossa diventa nera, l'ultimo sole che tramonta sarà visto nella nostra mente polverosa. Bordate combattive e suoni dissonanti si ripetono, in una cesura esplosiva destinata a piombare verso un bel fraseggio progressivo e sognante, sul quale si stende il cantato liberatorio: seppelliamo costantemente i nostri amati, nella trincea della nostra disperazione misteriosa, e ci lascia vuoti, strisciando dentro. Nuove evoluzioni violente dal sapore groove prendono piede, portandoci verso trotti serrati e vocals ancora una volta ispirate ed altisonanti, ed ecco all'improvviso un'esplosione vulcanica che finalmente raccoglie e libera tutta la violenza raccolta, in una coda che potremmo definire thrash, ma con una marcata essenza quasi epocale. Essa mette all'improvviso fine al brano, uno dei più robusti e risoluti di tutto il disco. 

Jaguar God

"Jaguar God - Il Dio Giaguaro" parte con un fraseggio delicato e progressivo, dalla melodia semplice e basata sulla chitarra, cui segue una ritmica soave ed una voce sognante ed altrettanto dolce, piena di pathos. Essa ci offre una visione finale, forse una metafora di rinascita per il protagonista, le cui vicende sono ambientate ancora una volta in un altro luogo e tempo, lontano ed allo stesso vicino, dove ora egli è una divinità sfuggente delle foreste, decisa a vivere e lottare. Siamo dei poco di buono e viviamo nella foresta, ma dicono che non siamo male, e siamo in effetti nel periodo migliore che abbiamo mai avuto, ma sappiamo che qualcosa non torna. Nonostante ciò combatteremo per tutta la nostra vita, per provare che avevamo ragione. I toni si mantengono distesi, proseguendo in loop con il fraseggio e le vocals con effetti, e l'unica accelerazione, veramente minima, viene data dalle rullate di batteria; il giorno in cui è successo eravamo nel nostro appartamento, sentendoci niente male, ora siamo dei sospetti, dei vagabondi che vivono con un arto solo. I toni assumono connotatati ancora più malinconici, con toccate in sottofondo, mentre si ripetono i versi iniziali . Giungiamo così ad una cesura improvvisa dai vortici diafani e baritonali in sottotono, la quale poi lascia posto ad un trotto che si mantiene costante ma non violento: "Terrestrial fire ascending from underground. Godspeed divine. So we control the mound, shape shifter spirits whisper, guide me through this black sorcery - Fuoco terrestre sorge da sottoterra. Velocità divina. Così controlliamo il tumulo, spiriti che cambiano forma sospirano, mi guidano tramite la magia nera." prosegue il testo, con visioni misteriose e rituali che si ricollegano ai temi di divinazione tipici dell'album. Non mancano parti vocali leggiadre ed epiche, così come chitarre ora dritte, ora aperte a giri, sempre però controllati. I denti mostrano tendenze aggressive, nascosti dietro a redenzioni argentate, e specchi distorcenti di colore nero ossidiana ci dicono dove trovare il midollo. All'improvviso passiamo a trotti rocciosi di ben altra fattura, ed a toni vocali ben più aggressivi con doppia voce in growl: la profezia si realizzerà, in nome del signore di ciò che è vicino ed alto, possessore di terra e cielo. Le due nature del pezzo si alternano, con spaccati raggianti ed aggressività più oscure; dobbiamo difendere i templi dalla distruzione, e fare in modo che nessuno vi entri. I duetti ed i riff taglienti si ripetono, portandoci ad un assolo che in solitario taglia il pezzo, portando poi un trotto ritmico con chitarre magistrali e giochi progressivi dalle scale ben gestite, ripetendo di seguito la natura devastante della traccia, con tanto di piatti pestati e cantato altisonante e graffiante: è davanti a noi, il trono delle malattie, la malignità altrui. 

Conclusioni

Un disco che da un punto di vista tematico vuole rilanciare le tendenze iniziali della band, ma che come accennato plasticamente, per lo più, segue la scia degli ultimi dischi, con connotati altamente rock e progressivi, votato alla melodia ed al ritornello. Naturalmente, questo non significa che siamo davanti a qualcosa di suonato male, o mal prodotto; anzi, il tutto fila egregiamente, con una varietà non eccessiva, ma nemmeno un loop continuo di pezzi tutti uguali, sapendo anche usare una certa aggressività in frangenti selezionati, specie verso fine disco. La tecnica non viene bandita, ma il tutto rimane funzionale al formato canzone, senza lunghe sperimentazioni fini a sé stesse od un minutaggio da maratona; anche qui è ben chiara l'intenzione di mantenere il tutto legato a canzoni riconoscibili e con melodie chiare. Una certa pacata malinconia s'intravede in vari pezzi, ben adatta al tema del disco, e le spinte di velocità e toni ben rappresentano i moti di rivalsa e rinascita che si vogliono esprimere nell'album. Il confronto con il passato non può che far uscire quest'ultimo vincitore, poiché di sicuro l'essenza dei Mastodon si trova in dischi come "Leviathan", "Blood Mountain" e "Crack The Skye", e quanto qui espresso è stato spesso già detto in modo ancora più elaborato e coraggioso proprio in questi lavori. Se farne una colpa o meno alla band, sta al singolo ascoltatore, certo è che se si vuole iniziare ad ascoltare il gruppo, il punto migliore da cui iniziare non è questo. Chi già conosce invece i Nostri, troverà qui una loro emanazione melodica, capace di appassionare e farsi ascoltare, ma non certo di stupire i fan di vecchia data, smaliziati o meno. Se ora prendiamo in considerazione il mondo sludge/progressivo/doom/sperimentale etc., sia moderno, sia nel suo complesso, il discorso verte su un altro punto: ormai la band non ha più chiaramente nulla a che fare con esso, se non in alcuni stilemi formali e soluzioni usate comunque in un impianto che vuole essere essenzialmente rock. Ancora una volta, va detto, la cosa non è per forza un crimine, ma viene a mancare una parte del mondo musicale che ha caratterizzato uno dei progetti di maggior successo negli anni post duemila, il quale è stato capace di coniugare l'anima vintage e psichedelico/progressiva con quella più dura sorta a fine anni ottanta ed anni novanta. Rispetto agli ultimi due lavori, comunque, i toni si fanno un attimino più oscuri, ma è tutta questione di vestito esteriore, perché la sostanza rimane quella dell'ultimo periodo, ovvero un'essenza che non si vergogna di perseguire nel formato canzone di facile presa, anche senza scadere nell'approssimazione. Forse siamo davanti ad una nuova evoluzione in atto, e forse nel futuro prossimo i Mastodon sapranno riprendere il loro passato e fonderlo con quest'anima, processo forse già in atto proprio con questo disco. Per ora possiamo solo giudicare il presente, e quello che abbiamo davanti è un buon disco di rock progressivo e melodico, moderno, con connotati hard rock e progressivi, e qualche tratto metal ben misurato; questo è tutto quello che dobbiamo sapere nel momento in cui ci approcciamo all'ascolto.

1) Sultan's Curse
2) Show Yourself
3) Precious Stones
4) Steambreather
5) Roots Remain
6) Word to the Wise
7) Ancient Kingdom
8) Clandestiny
9) Andromeda
10) Scorpion Breath
11) Jaguar God
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