MARDUK

Warschau

2005 - Blooddawn Productions

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
27/03/2015
TEMPO DI LETTURA:
9

Recensione

Eccoci in un altro anno della lunga discografia dei Marduk, il gruppo svedese di punta del black metal più veloce e violento, attivo nel 2005 ormai da quindici anni; i nostri hanno appena pubblicato l'anno precedente un disco, "Plague Angel", che presenta una nuova line up che vede Evil (Morgan Steinmeyer Hakansson) accompagnato ora dal rientrante Devo (Magnus Andersson), ora bassista e produttore, dal batterista Emil Dragutinovic e dal nuovo vocalist Mortuus (Daniel Rosten) conosciuto anche come Arioch dei Funeral Mist. L'album ha un buon riscontro, superando le paure di molti dopo l'abbandono dello storico cantante Legion (Erik Hagstedt)  e del bassista B. War (Roger Svensson) grazie ad uno stile che unisce la violenza di "Panzer Division Marduk" con alcuni brani più controllati memori di "La Grande Danse Macabre" e "World Funeral"; un lavoro che per ora non sconvolge del tutto gli abitudinari della band, ma che incomincia ad accennare alcuni elementi, la voce imponente e drammatica di Mortuus e la collaborazione martial/industrial con gli Arditi in primis, che in futuro andranno ad ampliarsi e ad unirsi ad uno stile ancora più sperimentale. Al momento comunque i nostri si lanciano sull'attività live, proseguendola anche nel nuovo anno, prima in Europa, poi in Sud America; è durante le prime tappe che viene registrato il live qui recensito "Warschau - Varsavia" presso proprio l'omonima capitale polacca. Esso si va ad aggiungere ai precedente "Live In Germania" e "Infernal Eternal", celebrando il quindicesimo anniversario dell'istituzione del black svedese e presentando su disco le performance della nuova formazione; la scaletta da molto spazio agli ultimi lavori, indicando la volontà di spingere il loro sound odierno, ma allo stesso tempo non mancano classici del passato, reinterpretati secondo il nuovo gusto del gruppo, e soprattutto con il cantato dell'inquietante Mortuus, vero e proprio predicatore dell'Inferno. Quest'ultimo non si perde in molte parole, lasciando parlare la musica e la sua esibizione, piuttosto che lunghi discorsi introduttori che non gli appartengono di certo; ogni elemento è inoltre valorizzato giustamente dal mixaggio che riesce ad essere morboso, ma privo di sbavature, dando luce tanto agli strumenti, quanto all'intensità della voce da orco del cantante. Il risultato è il loro live più potente e devastante, testimonianza dell'assalto fornito dai nuovi Marduk, ora più oscuri e violenti che mai, ma allo stesso tempo con una dimensione atmosferica e seriosa che ne amplifica il fascino; volendo anche una dichiarazione d'intenti, mostrando una band che nonostante il suo imponente passato guarda avanti e non si lascia per nulla intimorire dal cambiamento, fiduciosa nei propri mezzi. Per molti versi siamo di fronte ad un nuovo gruppo, ma Evil mantiene sempre un certo riffing inconfondibile che lega tra di loro i lavori vari e le varie formazioni che si sono succedute nel tempo, e il songwriting è qui rispettoso della forma originale dei brani più vecchi; viene concessa qualche variazione per adattare il cantato di Mortuus, abbastanza diverso da quello di Legion o Af Gravf, puntando meno sull'estensione, e più sulla profondità. Come sempre il pubblico è udibile all'inizio e alla fine dei pezzi, mentre durante le esibizioni viene tutto concentrato sul palco, senza distrarre così l'ascoltatore; qualcuno potrebbe lamentare una mancanza di genuinità, ma la scelta è d'obbligo per un suono brutale e solenne come quello dei nostri, che richiede la massima attenzione.

Si parte con una delle "hit" di "Plague Angel", ovvero "The Hangman Of Prague - Il Boia Di Praga" e con i suoi suoni sinfonici campionati che si accompagnano ad applausi e versi del pubblico; ecco dei rullanti e suoni improvvisi di chitarra che elettrizzano l'attesa, mentre le persone invocano i nostri. Al cinquantottesimo secondo un colpo di batteria da l'incipit per la partenza di una corsa devastante in doppia cassa, delineata da solenni fraseggi oscuri circolari; Mortuus s'immette con un incitamento rauco, mentre la strumentazione prosegue con un loop continuo. Al minuto e quindici ci si lancia in un vortice ossessivo dai giri imperanti e solenni, creando una tempesta sonora greve; nel frattempo il cantante si da ad un'esibizione altrettanto adrenalinica e lanciata, completando l'andamento della strumentazione alternata tra bordate dirette e i giri precedenti che fanno da aperture epiche. Al minuto e trentotto il songwriting si fa ancora una volta più serrato con un drumming assassino e riff distorti; ecco poi impennate fredde che stabiliscono un'atmosfera ieratica, mentre il crudele Mortuus ripete il ritornello. Si prosegue quindi con i bombardamenti di batteria e i giri solenni, che poi lasciano spazio nuovamente ad attacchi diretti e dissonanti; le vocals sgolate vengono scolpite da una batteria in doppia cassa e fraseggi improvvisi, mentre ci si apre ancora a parti più evocative e severe. Ecco che al terzo minuto e dodici si aggiunge anche un assolo melodico in sottofondo tetro e dalle scale prolungate, il quale accompagna la ripetizione del ritornello; subito dopo riparte il bombardamento di doppia cassa, grida infernali e chitarre stridenti, il quale si ferma all'improvviso, lasciando spazio a brevi ringraziamenti gutturali di Mortuus mentre il pubblico esulta, e si parte già con il prossimo pezzo. Il testo verte sulla figura di Reinhard Heydrich, gerarca nazista protagonista dell'invasione e repressione sanguinosa della Cecoslovacchia, instaurando il così detto Protettorato Della Boemia E Della Moldavia nella parte occidentale del paese; in particolare si tratta del suo ultimo giorno di vita, ucciso nel 1942 in un attentato da parte dei partigiani cecoslovacchi che poi furono uccisi dai suoi soldati presso la Chiesa Di San Cirillo e Metodio. Nello splendore gotico della Cappella Di San Venceslao I si trova una porta dorata con sette lucchetti, mentre sette chiavi stanno nelle mani del protagonista (indicandolo come Angelo Dell'Apocalisse); l'antica corona della Boemia è ora sulla sua testa (facendo riferimento al suo ruolo di governatore), ed egli affila la sua lancia pronto a portare la morte con la sua disciplina da boia. Un potere assassino il suo, che irradia odio e porta sofferenza, mentre la malignità supera la benevolenza; colpisce i suoi nemici per ucciderli, spargendo sangue nei cieli, un vero è proprio architetto del genocidio, che prende orgoglio nella morte. "The shape of things to come - Allegoria di ciò che verrà" annuncia il testo varie volte, mentre poi si continua nella mitizzazione della figura come un angelo della morte dai mille occhi e dalla spada fiammeggiante, che annuncia il massacro aprendo le sue ali; ma ecco che il cacciatore diventa preda, perché anche i boia muoiono, e la rossa mattinata splende annunciando la sua imminente morte. Un nuovo spargimento di sangue quindi con risposte violente, in un massacro dove si immagina un mare di sangue rosso come il cielo; viene ripetuto poi ancora il testo qui incontrato, ripresentando il paragone con l'Angelo Dell'Apocalisse e ritoccando il giorno del suo omicidio. Un testo decisamente evocativo e dalle immagini grandiose e solenni, che segnano l'abilità del nuovo arrivato nell'andare oltre blasfemie o banalità e di creare affreschi oscuri con versi ben congegnati; parte anche il filone che commenterà le gesta di personaggi oscuri della storia, esaltandone la potenza, ma anche la loro inevitabile caduta nel trionfo della morte su ogni cosa. "Seven Angels, Seven Trumpets - Sette Angeli, Sette Trombe" ci accoglie con un feedback stridente di chitarra, dopo il quale Mortuus annuncia il brano con la sua voce da orco; ecco quindi dei battiti di batteria dopo i quali abbiamo un riffing roccioso accompagnato da un drumming cadenzato. Il cantante avanza serpeggiante e sgolato con le sue vocals, accompagnato da giri dilatati di chitarra, dall'oscura natura doom, mentre blast controllati si dispiegano nella composizione; alcuni rullanti fanno da breve pausa rallentando ancora di più la marcia mortifera. Al quarantaduesimo secondo ci si ferma con una digressione prolungata, sulla quale Mortuus prosegue con le sue urla; ecco che dei nuovi battiti segnano al ripresa dell'andamento precedente, sempre roccioso e oscuro. Al minuto e otto troviamo un fraseggio dalla melodia solenne e ammaliante, tempestato da blast cadenzati; si riaccende quindi la processione sonora, ora più incalzante sia nella batteria, sia nei toni da predicatore satanico di Mortuus. Al minuto e ventinove ci si blocca ancora con una digressione che fa da cesura, distorta e prolungata; ecco quindi una parte evocativa con cori ambient in sottofondo e urla demoniache del cantante, come in un sermone satanico. Per l'ennesima volta quindi riparte con colpi di batteria la marcia nera come la pece, ricca di giri grevi e rullanti, ma anche di alcune aperture epiche ed ariose; si prosegue quindi così fino al finale, che vede un feedback che lascia posto ad effetti vari che sfociano nel pezzo successivo. Il testo è un altro affresco medioevale ed apocalittico che rappresenta lo scoppio del Giorno Del Giudizio tramite la Peste Nera, riportando i temi dell'epoca dove la piaga che ha sconvolto l'Europa era vista come la fine del Mondo annunciata nella Bibbia; l'agnello apre i sette sigilli mentre in cielo vi è silenzio, e i sette angeli si preparano a suonate le sette trombe dell'apocalisse. Dio ha mandato la sua punizione, e tutto morirà nella Peste Nera, quindi dobbiamo sapere che questa può essere la nostra ultima ora; la Morte è dietro di noi con la sua corona scintillante e la sua falce, che risplende mentre la alza dietro le teste, mentre sarcastico il narratore si chiede "Who among you will he strike first? - Chi tra voi colpirà per primo?".  Grandine e fuoco si fondono con il sangue, mentre la stella più grande (il Sole) sta per cadere, e forse prima della sera la nostra bocca sarà distorta in un ultimo sbadiglio a metà; come vacche a bocca aperta, con desiderio di vita rigoglioso, ci viene chiesto se abbiamo un anno o un'ora per continuare ad insozzare la terra con i nostri escrementi, mentre l'Angelo Della Morte scende e le tombe si aprono al suo passaggio. Un fulgido esempio dell'abilità di Mortuus di mantenere toni apocalittici che ricreano un'atmosfera oscura e medioevale ricca di severo disprezzo misantropo, senza però sfociare in infantili offese  o blasfemie grossolane; una serietà che farà rivalutare la band prima vista come tipico gruppo black metal con testi sui generis, e che dimostra la progressiva rinascita sotto nuova forma. "Slay The Nazarene - Ammazza Il Nazareno" si apre con un Mortuus sardonico che recita "Jesus saves - Gesù salva", prima di annunciare il titolo del brano in modo maligno;  un battito di batteria fa strada quindi ad un riffing vorticante con doppia cassa assassina e loop taglienti. Al venticinquesimo secondo il cantante si aggiunge con un cantato altrettanto isterico, mentre prosegue la tempesta sonora violenta; ecco quindi vortici dissonanti oscuri e taglienti, mentre poi parte il ritornello diretto e caotico ripetuto in modo esaltato. Si riprende con i gorghi di chitarra, alternati ancora con parti più dirette, in una corsa furiosa; essa viene delineata da alcuni rullanti brevi, che lasciano poi di nuovo posto alla doppia cassa lanciata e alle vocals feroci di Mortuus. L'effetto generale è quello di una centrifuga sonora che ci investe, rallentando leggermente in concomitanza dei ritornelli ripetuti, mentre Il drumming si prodiga in un'unione reiterata di blast e doppia cassa e le chitarre si dividono in riff circolari e parti più "orchestrali" e solenni; si continua quindi con i vortici sonori, mentre al minuto e undici percepiamo un feedback stridente lasciato nella mixaggio, dando una sensazione di autenticità brutale alla ripresa dal vivo. Si torna quindi con gli andamenti precedenti, tra aperture ariose e cavalcate serrate, dove i giri taglienti e la doppia cassa tempestata dai blast fanno da protagonisti; al minuto e quarantotto partono una serie di bordate squillanti che fanno da cesura, accompagnate da blast incisivi. Ecco quindi che riprende il ritornello incalzante, mentre poi i toni si fanno più aspri con riff taglienti e doppia cassa spietata; ci si alterna quindi con i giri ariosi che sottolineano la ripetizione veloce del ritornello reiterato con furia. Al secondo minuto e trentacinque si prosegue dritti con al doppia cassa contornata da blast e fraseggi circolari; riecco quindi le impennate con rulli che le delimitano, e grida rabbiose e distorte di Mortuus, in un effetti contratto che si chiude all'improvviso . Il pubblico acclama i nostri, mentre sinistri rumori oscuri si delineano in sottofondo; rimangono poi solo le voci mentre si sfocia nel pezzo successivo. Il testo è un tipico attacco blackster alla figura di Cristo: era stato predetto che i romani avrebbero portato  a lui dolore con ogni mezzo, mentre le persone nei suoi piani dovevano essere condotte a Dio, e le truppe infernali sconfitte; egli quindi dovrebbe essere Re sulla Terra, insultato dal narratore come il figlio bastardo di una vergine. Si esorta poi ripetutamente e in maniera ossessiva ad ucciderlo, nel ritornello che riprende il titolo; "On your command man should do what god wilth - Al tuo comando gli uomini dovrebbero fare ciò che dio vuole" riprende, parlando della glorificazione della feccia e melma cristiana con sarcasmo, così come delle fiere crociate atte a liberare gli impuri,  ripetendo che dovrebbe essere il Re dei re, ma ora invece sente le ali di Lucifero. Ora è inginocchiato innanzi ad esso, contemplando i suoi sogni distrutti nel mare delle possibilità perdute, mentre si continua ad esortare al suo massacro; viene definito umiliato come nessun altro mentre cerca conforto nel suo debole padre, crocifisso e deriso come un ratto. Si continua poi ossessivamente ad incitare al suo massacro, fino al finale; senza molte sorprese un testo blasfemo che disprezza e deride la figura cardine del concetto di salvezza ed espiazione, definendo il suo sacrificio inutile e godendo del suo dolore. Una malvagità quindi grossolana e a tratti da macchietta tipica dell'immaginario black del periodo, comune a molti gruppi e non certo originale, ma che inseriva ai tempi della sua concezione i nostri pienamente nel genere. "Azrael" è introdotta in modo imperante da Mortuus, mentre subito dopo parte una chitarra prorompente accompagnata da una doppia cassa martellante; si aggiungono quindi le vocals aspre che completano le dissonanze dei loop in una corsa tempestosa. Quest'ultima alterna parti più ariose ed altre più lanciate, mentre al quarantacinquesimo secondo si aggiunge un fraseggio melodico vorticante, il quale si sviluppa nelle sue note avvolgenti; intanto la doppia cassa prosegue bombardante, in un grande effetto. Al minuto e uni si prosegue poi dritti e serrati riproponendo i riff circolari taglienti alternati da rulli tempestanti; ecco che un urlo greve di Mortuus segna al minuto e sette segna un rallentamento con batteria cadenzata e rullanti di pedale, dove s'innestano fraseggi solenni dalla melodia atonale. Si prosegue quindi su queste coordinate incalzanti, con suoni distorti e freddi, mentre il cantante si da a vocals ruggenti e cadenzate; si ottiene quindi una marcia ieratica con aperture ariose e rullanti. Essa si ferma al minuto e quarantuno con un fraseggio spettrale, il quale poi avanza insieme alla doppia cassa e ai blast organizzati; riecco quindi la corsa vorticante con loop assassini e i toni crudeli del cantato, mentre il drumming segue devastante mettendo sotto tutto quello che incontra. S'instaura quindi la cavalcata iniziale con le sue alternanze tra parti più dirette ed ariose, mentre al secondo minuto e diciotto parte un fraseggiò vorticante ripetuto, il quale completa il tripudio di grida gracchianti  e colpi continui; ecco quindi un loop ammaliante che crea come un vortice nero, il quale si esaurisce al secondo minuto e trentacinque. Il pubblico esulta mentre Mortuus ringrazia, e seguono nuovi suoni minacciosi che sfociano nel brano successivo. Il testo è dedicato all'angelo della morte, rappresentato con una serie di immagini sinistre ed evocative; egli è accumunato alla sabbia delle dune desertiche e al freddo vento della notte, nonché alle onde di un oceano di sangue, e alle spade e ai coltelli che fanno a pezzi i giusti. "I am the time, the withering and the withered, as well as the thorns, burning and sharp - Io sono il tempo, ciò che deperisce e ciò che è deperito, così come le spine, brucianti e affiliate" continua il testo, portando avanti la tenebrosa presentazione del terribile simbolo della Morte; esso è anche la pioggia di desiderio che bagna i casti, e la torcia che termina vite, il cui nome ferma cuori e il respiro. Richiama il nostro nome e ci accompagna nella caduta nelle sue fredde braccia, "Just waiting for that kiss of my scythe - Mentre aspettate il bacio della mia falce"; per saggi ed idioti, una sola cosa è certa, ovvero che la vita scorre, e i fiori che una volta fiorivano, muoiono in eterno. Egli sta sopra tutti, sospirando piano parole sconosciute nelle orecchie, sconosciute perché non esiste un linguaggio che possa definire veramente il terrore; un testo quindi apocalittico che ben si adatta alla figura qui rappresentata. "Burn My Coffin - Brucia La Mia Bara" è introdotta come sempre da Mortuus con il suo tono ringhiante, a cui seguono  alcuni colpi cadenzati di batteria; ecco quindi una cavalcata vorticante con doppia cassa e riff distorti. Essa rallenta brevemente con dei rullanti creando delle contrazioni, riprendendo poi subito con i bombardamenti continui; concorrono anche dei fraseggi sinistri e freddi dall'atmosfera solenne. Al ventiseiesimo secondo le grida del cantante accompagnano un'ulteriore accelerazione dei toni, dove la corsa continua viene delimitata da alcuni rulli, proseguendo però ossessiva senza tregua o sosta; ritroviamo anche i loop glaciali ricchi di melodia atonale in un suono oscuro ed evocativo, mentre Mortuus si da ad un cantato feroce e mostruoso. Al quarantaseiesimo secondo ci si ferma brevemente con un fraseggio che fa da cesura, tagliente ed accompagnato da colpi ritmati; subito dopo si riparte con il loop ossessivi, instaurando nuovamente una tormenta sonora fatta di riff ossessivi, doppia cassa folle e grida isteriche ed altisonanti. Al primo minuto il drumming si fa più incalzante, in una galoppata feroce sotto al quale si sviluppa una struggente melodia atonale in tremolo; essa prosegue dritta mentre il cantante grida in modo disperato il ritornello con screaming in riverbero, in un grande effetto teatrale che da forma alle parole tetre del testo. La cavalcata da tregenda, solenne e trascinate prosegue poi in doppia cassa fino al minuto e ventisei dove rallenta all'improvviso; ecco quindi una cesura di piatti di batteria e fraseggi solenni, la quale poi sia per in una parte controllata dal drumming cadenzato dove Mortuus parte con un cantato altrettanto strisciante e declamante. Prosegue quindi il bel motivo epico e solenne nei suoi giri ammalianti, fermandosi solo al minuto e cinquantasei con un grido e blast prorompenti; piatti di batteria e bordate fanno ad cesura rantolante in digressione, bloccando di nuovo l'andamento. Ecco che una corsa in doppia cassa e loop di chitarre in tremolo riportano la composizione su velocità adrenaliniche lanciate con motoseghe e bombardamenti ritmici; si riprende quindi con il ritornello lanciato  e violento. Al secondo minuto e ventuno possiamo percepire in bella vista un fraseggio pieno di melodia atonale, mantenendo nella violenza costante un'atmosfera tetra prettamente black; nel frattempo l'andamento si fa più cadenzato con batteria trascinate e loop ripetuti. Al secondo minuto e quarantaquattro una serie di rullanti e giri squillanti fanno da digressione; essa si dilunga marziale supportata dai giri grevi in un andamento ieratico ripetuto. Si arriva quindi al terzo minuto e cinque dove tutto si blocca con una nuova digressione; segue un assolo struggente ed altisonante dai toni doom, il quale si sviluppa in scale solenni mentre la batteria si mantiene cadenzata. Mortuus interviene su di esso con i suoi toni rauchi e mortiferi, mentre in sottofondo percepiamo i giri di basso; una coda desolata e più controllata quindi, che va consumandosi al quarto minuto e tre con una serie di rullanti protratti. Si chiude all'improvviso il tutto con un grido, mentre il pubblico esulta chiamando i nostri, e rumori di guerra come tamburi si espandono con piatti che ogni tanto fanno al loro comparsa; ecco che si prosegue a lungo così in una coda ambient, che sfocia nel pezzo successivo. Il testo è insolitamente introspettivo e malinconico, se non addirittura depressivo: un animo sconfortato si sente morto dentro, ed anela il rilascio da una vita che è per lui un peso; esso si esprime con toni quindi tetri e "poetici", come nella frase "The blood inside my veins is poisoned by funerals and dreams - Il sangue nelle mie vene è avvelenato da sogni e funerali." Che ci accoglie chiarendo come il protagonista sia sfiduciato, stanco delle sue paure e illusioni. La bellezza della vita è per lui distrutta, ora solo la morte è il suo destino e ragione di essere, in una notte senza sonno che sembra eterna, così come il suo dolore; egli invoca la liberazione della sua anima, tramite la metafora della bara bruciata, il dispiegare del velo che copre ormai la sua esistenza. Ecco che mentre bruciano nere candele, la sua anima vola oltre il velo d'oscurità che si abbassa, viaggiando nella notte in una sorta di proiezione astrale. Ma non è ancora il suo ultimo viaggio: infatti sorge l'alba con i raggi del sole che colorano di rosso la stanza, raggiungendo il terreno. Il nostro leva uno sguardo verso l'inevitabile domani, ma ormai il suo cuore e la sua anima sono bruciati dal dispiacere; troviamo quindi dei Marduk decisamente inediti, riflessivi e tristi, che anche in questa occasione si distaccano da qualsiasi facile blasfemia, creando anche tematicamente un'atmosfera tetra e piena di dolore che mostra un lato decisamente umano che poche volte avrà modo di uscire così allo scoperto nella loro discografia. "Panzer Division Marduk - Divisione Corazzata Marduk" è introdotta da un'esplosione e colpi di batteria, dopo al quale parte il riffing vorticante, il quale si blocca all'improvviso; ecco che Mortuus annuncia rantolante il titolo provocando l'esaltazione del pubblico. Nuovi battiti reintroducono quindi la cavalcata mentre il cantante si da ad uno screaming isterico e veloce; si prosegue con loop vorticanti delineati da alcuni rullanti improvvisi con contrazioni; i toni poi s'inaspriscono in un'atonalità totale che segna la bufera tagliente instaurata. L'effetto generale è caotico, e al cinquantunesimo secondo torna il cantato folle di Mortuus mentre riprende il suono serrato e ossessivo ricco di giri a motosega e doppia cassa; s'inseriscono alcuni fraseggi taglienti, mentre poi troviamo sezioni più aperte, ma sempre violente. L'andamento è prorompente, con loop ad oltranza che non lasciano scampo all'ascoltatore; all'improvviso al minuto e quarantanove ci si ferma con una digressione tagliente che prosegue con rullanti che vanno rallentando, mentre il cantante recita ieratico il testo. Mortuus ringrazia il pubblico, mentre al secondo minuto e cinque un breve fraseggio roccioso e distorto anticipa suoni empii dark ambient che avanzano con toni minacciosi, accompagnati da un improvviso feedback; anche questa volta si prosegue così, sfociando nel pezzo successivo, dopo una versione breve e diretta della hit dei nostri che passa veloce come un raid improvviso. Il testo è una dichiarazione di guerra satanica: oscura, terribile, tetro e potente viene definita la Divisione Corazzata Marduk mentre cigola nei campi nemici, colpendo velocemente e duramente le linee avversarie, distruggendo il loro bastione. "The victory is Satan's but the battle is ours - La vittoria è di Satana, ma la battaglia è nostra" ci fa capire come questo non sia comunque un serio trattato storico, bensì una sorta d'interpretazione blasfema della Seconda Guerra Mondiale reinterpretata come una sorta di guerra satanica;  una vendetta contro secoli di omicidi, furti e stupri in nome della cristianità, compiuta da una potente macchina assassina, che dopo la sua opera lascerà solo avanzi per gli avvoltoi. Essa è stata forgiata nella fiamma blasfema, dall'angelo caduto in persona (chiaro riferimento a Lucifero), ed è seguita dai mastini da guerra infernali che non possono essere fermati nella loro marcia, dedita all'estinzione di menzogne e bontà. Continua quindi la sua crociata trionfante, contro la cristianità e l'umanità ritenuta inutile; crociata che non è altro che tutto il disco qui affrontato, un assalto continuo. "Blutrache - Vendetta Di Sangue" prosegue i suoni precedenti evocativi mentre Mortuus introduce il brano;  al tredicesimo secondo un motivo tagliente e distorto si dipana prendendo posto sulla scena con i suoi toni altisonanti e severi. Ecco piatti di batteria che introducono le grida del cantante e rulli incalzanti, mentre poi ci si lancia in doppia cassa;  si crea quindi una cavalcata sferragliante accompagnata dai freddi loop taglienti di chitarra, scolpiti dai blast organizzati. Al cinquantacinquesimo secondo  abbiamo una serie di giri in tremolo ossessivi, sui quali partono le grida rauche di Mortuus, ampliando al tempesta sonora ottenuta. Il movimento è caotico e martellante, in una corsa brutale a sega elettrica; al minuto e dodici si aggiunge un fraseggio solenne ed oscuro il quale si dilunga bombardato dal drumming possente, ampliando l'atmosfera severa. Al minuto e ventisei si torna su coordinate più dirette e serrate, con tanto di grida folli da parte del cantante; riecco quindi i loop vorticanti con doppia cassa, protagonisti del pezzo. Al minuto e quarantatre un riffing distorto fa da cesura tagliente sulla quale incontriamo rullanti sincopati in una marcia contratta; si prosegue quindi così con chitarre taglienti come rasoi fino al secondo minuto e sette. Qui si riprende con la cavalcata caotica dove voce, batteria, e chitarre si fondono in un vento nero sottolineato da tetri fraseggi distorti; essi poi rimangono mentre si rallenta con un drumming cadenzato e vocals crudeli, il quale avanza poi prendendo velocità in una nuova corsa vorticante in doppia cassa. Il movimento s'inasprisce in toni grind massacranti e continui dove naturalmente rimangono chitarre altisonanti, doppia cassa e blast tempestosi; al secondo minuto e cinquantacinque tornano i fraseggi veloci e oscuri, ampliando l'adrenalina raggiunta. Al terzo minuto e dieci ripartono poi i loop a motosega freddi e taglienti bombardati dalla doppia cassa e dalle urla ormai deliranti di Mortuus; ecco poi nuove fredde melodie atonali epiche, mentre la batteria prosegue bombardante. Ci si alterna quindi con l'andamento più diretto e lanciato, fino al terzo minuto e cinquantasei dove si ripropone il fraseggio solenne con colpi cadenzati, il quale avanza strisciante insieme alle esclamazioni drammatiche del cantante; la batteria si apre quindi a rullanti di pedale, in un proseguo severo e solenne che si fa roccioso e cerimoniale, mentre  Mortuus prosegue con il suo ritornello incalzante. Otteniamo un loop ipnotico che va avanti supportato dal disgusto vocale del cantante fino al quarto minuto e cinquantasette; rimane solo la voce con il fraseggio corrosivo, il quale va consumandosi lasciando posto a una digressione e rullanti di batteria. Ecco che tutto si blocca lasciando ancora una volta spazio a suoni oscuri e alle esultanze del pubblico che invoca i nostri; si prosegue quindi sfociando nel brano successivo come di consueto. Il testo  presenta un inno alla guerra dai toni apocalittici, in una marcia gloriosa verso al morte; sorge la grande cattedrale dell'umanità dalle cui porte spalancate marciano cantando le nazioni, dirette verso al sconfitta e la morte mentre il Giorno Del Giudizio si avvicina alla sera. Carri armati come tuoni e morte, un Sole nero e sacro dalle dodici braccia che sorge, mentre si gode alla luce di un Armageddon fatto dall'uomo; un inferno umano dove si è mano nella mano con angeli di ferro e di furia. Si prosegue poi a lungo ripetendo i versi finora presentati, con le immagini del Sole dalle dodici braccia, della cattedrale umana, e dell'assalto dei carri armati; un'unione tra guerra e tratti apocalittici biblici, sottolineando però la natura ben poco divina del tutto, provocato dall'uomo e dal suo innato desiderio di auto distruzione. Una cremazione di massa dove gioire, una luce scintillante che deriva dalla morte di massa,  in un caos e in un inferno di carri armati, mentre ogni nazione marcia, e anche i bambini, fino alla fine; una guerra globale che rappresenta una "Sacred dance of death - Sacra danza della morte" da venerare in un ennesimo esempio di nichilismo estremo, in un testo che rappresenta perfettamente il connubio di guerra e morte apocalittica, in un'unione dei temi più cari ai nostri. Ora più che mai i Marduk sono il gruppo che glorifica la Morte in ogni sua forma, superandole facili blasfemie di un tempo, accogliendo un tono severo e più colto che usa immagini bibliche ed altisonanti, e disquisizioni ragionate per confutare l'odiato nemico; tendenza che andrà sempre più espandendosi nelle loro nuove opere con Mortuus. "Bleached Bones - Ossa Imbianchite" è introdotta dal cantante come da abitudine, mentre poi dei colpi di batteria introducono il suono roccioso e strisciante di chitarra il quale si espande insieme ai colpi cadenzati e controllati di batteria; si ottiene così un loop ipnotico e lento dall'atmosfera marcia. Ecco che al trentatreesimo secondo un fraseggio solenne contornato da rullanti  anticipa l'esplosione delle vocals di Mortuus, controllate e cadenzate come la strumentazione; i giri taglienti proseguono in un groove ammaliante che alimenta insieme alla voce l'atmosfera tetra e solenne, mentre al voce assume connotati in growl vicini ad un certo gusto death. Riprende quindi il fraseggio squillante, mentre la strumentazione si mantiene in una ritmica serpeggiante e controllata; parte poi un motivo arioso, mentre Mortuus si da ad uno screaming crudele che anticipa il ritornello. Esso è incalzante, segnato da loop di chitarra appassionanti e rullanti uniti a piatti, instaurando una marcia funerea, ma allo stesso tempo trascinante; otteniamo quindi un'atmosfera solenne e malinconica, per uno dei pezzi più evocativi della loro carriera. Le chitarre rocciose proseguono con i loro giri taglienti, mentre il cantante continua rabbioso nelle sue declamazioni; i fraseggi tornano a farsi striscianti, mentre poi riprende il ritornello con voce gutturale e blast cadenzati. Al terzo minuto e diciotto un motivo melodico freddo e struggente, giocato prima su suoni ariosi e piatti incalzanti, poi su rullanti tecnici; al terzo minuto e trentadue il drumming rallenta insieme ai loop in un suono ancora una volta strisciante. Ecco poi rullanti di pedale e colpi tecnici, anticipando l'ennesima esplosione rabbiosa del ritornello conturbante con giri circolari devastanti e i piatti distribuiti; il finale è riservato ad una sezione progressiva con rullanti e giri rallentati di chitarra, mantenendo il suono strisciante e roccioso che va sempre più esaurendosi fino alla conclusione in digressione. Il testo propone dei temi mortiferi in una chiave morbosa e necrofila; il protagonista ama i morti, siano essi interi, o in pezzi come una mano, un torso, una testa, perché le ragazze morte non possono dire no, e quando sono troppo marcite, i loro scheletri gli vanno bene. Si aggira nelle ombre con noi in mente, estasiato dalla bellezza delle sue vittime, tanto da esserne accecato; egli osserva una preda che si muove graziosa nella notte, anticipando la lotta quando la catturerà, odorando i suoi capelli mentre usa il coltello per prendere la sua vita, adorando le sue grida. "How I love your pale white skin, And the emptiness in your lifeless eyes - Come adoro la tua pelle pallida e Bianca, e il vuoto dei tuoi occhi senza vita" incalza in toni sempre più morbosi, passando al sangue caldo che spruzza quando lei smette di gridare; egli adora poi il suo corpo nudo e morto, paragonandolo al tramonto. Ma sono le ossa bianche a togliergli il fiato; si prosegue poi con l'ammirazione, anticipando i piacere che gli sarà dato prima che le si decomponga, fino a che le tenebre scendono e si fanno le dieci di sera, quando le tenebre lo chiamano e lui si accomiata dal suo "tesoro". Si prosegue poi con la ripetizione del testo in una follia necrofila dai connotati perversi abbastanza inediti per i nostri, con un testo che sembra più legato normalmente all'immaginario death più brutale; ma esso rientra comunque nella volontà di rappresentare tutto ciò che è male e avverso alla normalità e al bene, con una morbosità horror ben rappresentata nelle immagini esplicite qui riportate. "The Black... - L'Oscurità..." è tratta, come annunciata da Mortuus, dal primo album del gruppo "Dark Endless"; essa si apre con un riff incalzante dalla linea melodica solenne sul quale prendono posto colpi di batteria che si aprono in doppia cassa. Al ventiduesimo secondo ci si ferma con una cesura distorta dopo la quale si continua su toni più taglienti; il drumming riprende veloce e lanciato con i suoi colpi ossessivi delineati da rullanti. Al trentasettesimo secondo parte il cantato feroce, mentre la strumentazione instaura una tempesta sonora ieratica alternata da alcuni brevi rallentamenti; al cinquantacinquesimo secondo una sere di piatti possenti anticipa una nuova digressione. Essa prosegue con giri tetri, i quali poi prendono velocità in una nuova cavalcata in doppia cassa; la varietà dell'andamento conserva i connotati più death e tecnici d'inizio carriera, elementi che da li in poi compariranno ancora nei nuovi lavori dei nostri. Ecco quindi al minuto e undici un assolo  solenne che crea una sezione rallentata, sulla quale le vocals distorte di Mortuus accompagnano giri doom; ma l'esplosione è dietro l'angolo, con nuovi colpi velocissimi e loop taglienti. Ci si blocca quindi ancora con un fraseggio evocativo, per un songwriting irregolare fatto di stacchi e riprese continue; esso prosegue con piatti cadenzati in un'energia trattenuta, che poi trova sfogo in una corsa lanciata. Al secondo minuto e dieci torna l'assolo tetro e malinconico, che ancora una volta poi crea una sezione strisciante con blast e colpi controllati, mentre Mortuus si da ad un cantato maligno; un grido poi introduce un loop tagliente, sul quale riparte la doppia cassa massacrante. Il suono è quindi devastante, con giri taglienti dove s'introduce poi un assolo vorticante che all'improvviso rallenta con rulli; inaspettatamente il pezzo si chiude con i ringraziamenti del cantante senza dare il tempo di realizzare, lasciando spazio ai soliti suoni ambient oscuri e alle declamazioni del pubblico, mentre parte un riff roccioso di chitarra casuale. Le parole del testo raccontano di una riunione infernale, durante la quale si glorifica il Male, e si preannuncia la caduta dell'odiata Cristianità, nemico giurato di sempre;  "Thou who rejoice and bring terror to mortals - Tu che provi gioia nel portare terrore ai mortali" mostra il capo della cerimonia che si rivolge ai compagni (in un errore grammaticale viene usato il thou per dare un'enfasi epica, non sapendo che si usa solo con la seconda persona singolare) apostrofandoli con le loro doti malvagie, naturalmente qui viste come aspetti positivi. Non abbiamo un vero e proprio racconto di eventi, bensì una sorta di evocazione durante al quale si parla del "The black goat of the woods with a thousand young - Il nero capro della foresta con mille cuccioli."; notiamo come i nostri, in maniera comune agli altri rappresentanti del genere all'epoca, traggono più dall'immaginario fantasy, piuttosto che da serie conoscenze occulte, il riferimento a Lovecraft e alla sua divinità immaginaria Shub-Niggurath è lampante. Una sorta quindi di "satanismo fai-da-te" che oggi fa sorridere, ma che in un'epoca senza internet e dove certi argomenti non erano certo alla portata delle masse, creava un'atmosfera oscura convincente per molti appassionati del nuovo metal oscuro, esaltati dalla promessa della distruzione del nemico cristiano, per loro simbolo di ogni oppressione e ipocrisia sociale, qui preannunciata in immagini di un Paradiso dannato e di una fede totalmente distrutta. "Steel Inferno - Inferno D'Acciaio" è velocemente introdotta da Mortuus, mentre dopo dei colpi di batteria e un breve fraseggio esplode una corsa in doppia cassa violentissima, accompagnata da loop glaciali e urla distorte. Al ventitreesimo secondo parte il cantato isterico, mentre la strumentazione si da a giri sconvolgenti e beat pestati, i cui andamenti sono ripresi nelle cadenze veloci ed imperanti di Mortuus; s'inseriscono anche assoli vorticanti, accompagnati dai piatti e dal vortice sempre più dissonante che si va creando. Quest'ultimo si accompagna ad un grido rauco prolungato mentre poi si converte in una marcia fatta di bordate squillanti e drumming con colpi cadenzati; si riparte quindi con la doppia cassa lanciatissima, riaprendo la corsa senza sosta e pietà, dove le chitarre si aprono in giri ariosi proseguendo poi con loop taglienti e diretti. Tornano quindi i fraseggia oscuri, mentre Mortuu assume toni sempre più sgolati, che completano il marasma sonoro ottenuto, pesante e frenetico; la follia è ormai totale, e solo le minime variazioni nei riff ci danno respiro, mentre troviamo poi la ripresa della marcia con bordate e blast potentissimi cadenzati. Quest'ultima prosegue dissonante fino allo stop improvviso, che lascia spazio al pubblico esultante; il brano più vicino alla versione da studio del repertorio, il quale passa velocissimo come un bombardamento da guerra, riportando alle atmosfere di "Panzer Division Marduk" in parte riprese nell'ultimo lavoro in studio dal quale è tratto l pezzo. Il testo riprende il tema della Seconda Guerra Mondiale riallacciandosi agli scenari di guerra di "Panzer?"; è come se i pretoriani romani fossero rinati, in una spirale di morte con lancieri in armatura. E' tempo della prova, del cerchio di fuoco, in un accerchiamento che sfocia in un'irruzione nelle città di Rostow, Charkow, Kursk, Tarnapol, con l'invasione della Russia in un terreno zuppo di sangue; momenti di gloria dunque nella cavalcata mortale dei carri armati, portando Inferno e morte in ogni parte. Dalla gioventù sotto il controllo d'acciaio, i soldati vanno pezzo per pezzo verso la vittoria, usando il Camouflage per non farsi trovare, e continuando a spillare sangue; i mitra sparano in una dose letale, mentre loro strisciano sul campo di battaglia. E' uno scontro tra "Black cross - red star - Croce nera - stella rossa", dove vi sono delle ultime lodi mentre un Sole nero splende, sotto il quale dei soldati di Dio senza un dio, la guardia nera, muoiono senza sosta; fedeli fino alla fine, si muovo in alte onde nell'est, in un diluvio rosso di sangue mentre la morte scende su ali nere. La cavalcata mortale dunque dei carri armati prosegue in un Inferno di acciaio in tutta la sua gloria che porta morte ovunque; un testo quindi che ci presenta una versione più elaborata e legata alla storia di quelli dell'album prima citato, mostrando anche in questo caso lo stile più raffinato ed epico improntato dal nuovo vocalist. "On Darkened Wings - Su Ali Nere" si apre con una digressione squillante che si traduce in un suono  di chitarra spettrale dove si immettono fraseggi solenni; si torna poi alla digressione, sulla quale Mortuus annuncia il pezzo con grida altisonanti. Piatti di batteria annunciano quindi l'inizio vero e proprio, promulgato da galoppi di batteria sottolineati dai loop taglienti di chitarra in un andamento incalzante; ecco che al cinquantatreesimo  la strumentazione si fa più incisiva mentre entra in campo il cantato disprezzante e rauco del front man dalle punte stridenti. Si crea un motivo ossessivo ed ipnotico ripetuto in loop con chitarre a motosega; si prosegue così, supportati dal drumming cadenzato fino al minuto e sette, dove un fraseggio distorto fa da cesura. Esso sviluppa in scale tetre, mentre interviene poi la batteria con blast ritmati ed incalzanti aprendosi  poi a rulli roboanti; al minuto eventi si accelera mantenendo i giri vorticanti, ora supportati dalla doppia cassa e dalle vocals taglienti di Mortuus. Al minuto e ventotto i riff si fanno ancora più claustrofobici, presentando anche questa volta alcuni aspetti più tecnici ed elaborati tipici del primo periodo dei Marduk; si torna poi all'andamento feroce e diretto, il quale si alterna con la parte precedente in un gioco dinamico. Al minuto e quarantacinque tutto si blocca con una digressione squillante, la quale presto lascia posto ad un fraseggio solenne dalla melodia ammaliante; esso poi prosegue in arpeggi sentiti, accompagnandosi al secondo minuto con colpi  di batteria cadenzati, riff rocciosi ed esclamazioni potenti, in un movimento imperante, ma lento. Il ritmo accelera poi in un galoppo incalzante dal grande effetto dinamico, sul quale Mortuus si da  atoni gutturali; si aggiungono presto anche rullanti di pedale completando l'andamento solenne. Al secondo minuto e trentuno tutto rallenta in uno stop improvviso, che segna un falso finale;  subito dopo infatti prendono piede suoni taglienti sui quali prende posto nuovamente la doppia cassa. Riecco quindi la corsa potente, delineata da alcuni rullanti improvvisi; ritroviamo poi anche le melodie atonali tradotte in giri ossessivi e freddi dal grande effetto. Al terzo minuto e tredici i toni tornano più serrati e vorticanti, prima di una nuova cesura con fraseggio altisonante; ecco quindi piatti cadenzati e urla striscianti. Si riprende poi il galoppo incalzante per qualche secondo, prima di uno nuovo stop con digressione; riprende il fraseggio ammaliante prima incontrato, il quale poi si sviluppa fino ad essere bombardato da una cascata di doppia cassa e muri di chitarra, mentre Mortuus grida come un ossesso. Abbiamo quindi un finale rallentato con un verso gutturale a cui seguono colpi  cadenzati su una digressione che si conclude chiudendo del tutto il pezzo. Il testo parla di oscuri guerrieri, probabilmente riferito ancora una volta ai Nazgul di Tolkien; essi cavalcano su veloci cavalli brandendo spade d'acciaio, facendo "cantare" quest'ultime infrangendo gli scudi nemici. Continua lo s 'contro, con armi rotte contro gli scudi e morti inevitabili, che fanno parte del corso della battaglia; il cielo stesso sembra sanguinare ("The sky is filled with red - I cielo è ripieno di rosso."), mentre l'anima del protagonista grida la sua dannazione, e desira solo l'Inferno. Avviene un incontro, o meglio una riunione con un nemico conosciuto, il quale viene invitato a guardare negli occhi dei nostri; "In the sky that is our mind, The dark clouds are gathering - Nel cielo che è la nostra mente, Le nubi oscure si raccolgono." mostra quindi il terribile mondo interiore che si cela dietro essi, dove il loro odio è tutt'uno con la loro anima. S'innalzano i pugni al cielo, rinnovando un rito antico, durante il quale gli spiriti sbiaditi (probabile riferimento al loro stato a metà tra vita  e morte) gridano il loro disprezzo; essi "Rising from the soul as a united force, Carried by darkened wings - Sorgono dall'anima come una forza unita, Guidati da ali nere." In un'immagine epica e maestosa, dopo al quale raggiungono una porta nelle tenebre del tempo, dove possono arrivare al luogo del riposo; ennesimo testo dunque evocativo sempre pregno di malevole oscurità, ma legato ad un contesto fantasy che usa non demoni, ma creature vagamente definite e misteriose. "With Satan And Victorious Weapons" è come d'uso introdotta da Mortuus con grida altisonanti; ecco quindi che parte un riffing vorticante accompagnato da piatti cadenzati. Un grido del cantante annuncia la corsa in doppia cassa dove proseguono i loop alternati ad impennate che ne delineano gli andamenti; ecco quindi alternanze tra digressioni rocciose e parti più dirette in un gioco di riprese e stacchi. Al quarantesimo secondo parte una cavalcata in doppia cassa accompagnata dai toni crudeli di Mortuus, i quali completano i loop freddi di chitarra; si aggiunge poi un fraseggio solenne e veloce, il quale si dipana stridente alternandosi a suoni più diretti. Si riapre quindi al corsa devastante, la quale presto ripropone glia andamenti precedenti, in un songwriting adrenalinico e schizzato; la batteria si apre a blast e colpi martellanti, mentre è al chitarra a sottolineare con minime variazioni le svolte intraprese. Mortuus torna poi con grida piene di disgusto, alle quali segue un inasprimento dei toni con riff freddi e doppia cassa ossessiva; al minuto e cinquantasette un fraseggio che riprende la melodia portante fa da cesura insieme a piatti ritmati, mentre poi si apre a giochi di rullanti e digressioni taglienti.  Il tutto accelera di nuovo insieme ad un grido prolungato di Mortuus, configurando un nuovo tripudio di doppia cassa e loop, alternato da alcune impennate con rullanti; ecco che al secondo minuto e ventisei partono scale altisonanti dai vortici tenebrosi, le creano insieme alla doppia cassa e ai blast una cacofonia trascinante. Al secondo minuto e cinquantuno riprendono piede i fraseggi stridenti sottolineati da digressioni improvvise che creano un andamento dinamico; il cantante riesplode con i suoi versi corrosivi e isterici, accompagnato dai loop e dai bombardamenti ritmici continui. Il gran finale è lasciato ad un rallentamento con rullanti accompagnati da un verso rauco di Mortuus e una digressione; esso si consuma lasciando spazio alle esultanze del pubblico presente. Il testo delinea immagini suggestive e diaboliche che preferiscono comunque versi "poetici" alle blasfemie oscene a volte usate dai nostri; un pugno in faccia per un angelo che svanisce ne tempo, mentre si evoca Satana per atterrare con una falce tutto ciò che è santo, e si prospetta un terreno coperto di sangue, mentre in nome del maligno si versa lava in delle gole. "Come ghostfaced hungry shadows of shadows, By Satan I drink the darkness they drewl  - Venite ombre affamate dale face di fantasma, Per Satana io bevo l a tenebra che esse rilasciano"  si continua, mentre con armi vittoriose le ali degli angeli verranno sciolte; un trionfo della volontà suprema, pronta ad uccidere. Ecco quindi che la terra viene ricoperta da mille notti e miliardi di morti, mentre i satanici discepoli brindano e bevono dai calici pieni di strascichi di vita; ma dobbiamo sapere che gli occhi del narratore sono come coltelli, atti a fare a pezzi la luce cristiana. Un testo quindi come detto non propriamente logico o narrativo, più adatto ad una sorta di inno blasfemo per una guerra contro la cristianità, promulgato tramite immagini continue piene di nichilistica ed oscura violenza. "Throne Of Rats - Trono Di Ratti" è introdotta da un discorso solenne di Mortuus in riverbero; ecco che il pubblico indovina il titolo, ripetuto gorgogliante dal nostro. Parte quindi  un suono roccioso di chitarra che presto prende velocità insieme alla doppia cassa annunciata da alcuni battiti di batteria; ecco che anche il cantante, inumano più che mai, prende posto con le sue esclamazioni ultra distorte mentre il loop ossessivo prosegue. Al trentanovesimo secondo i toni s'inaspriscono ancora di più con scale altisonanti e stridenti dal crescendo solenne; essi poi si alternano con l'andamento precedente in un gioco di contrazioni dinamico, mentre il cantante declama il ritornello veloce e violento. Notiamo come le chitarre creino modulazioni con la variazione dei riff, mentre la batteria prosegue devastante e lanciatissima in una doppia cassa frenetica; questo fino al minuto e trenta quando tutto rallenta in un galoppo dalle chitarre tetre e dal drumming cadenzato, organizzato in rullanti di pedale in sottofondo e piatti. Esso prosegue incalzante fino al minuto e cinquantuno, quando un fraseggio solenne fa da cesura con un grido rauco di Mortuus, espandendosi nelle sue scale insieme alla batteria aperta a rulli e piatti improvvisi; ecco che il cantante si dà a declamazioni feroci, creando una marcia ritmata ed ammaliante prima della ripresa della centrifuga di doppia batteria  e loop in tremolo. Si torna quindi con le alternanze iniziali, in una contrazione trascinate sulla quale Mortuus si da alle sue grida disgustate contornate da blast, in un movimento lanciato che non conosce tregua; riecco il ritornello battagliero, accompagnato da loop taglienti e doppia cassa infernale, dalle onde sonore continue. Il finale è segnato da un grido prolungato, dopo il quale proseguono i riff a moto sega e i piatti potenti; un altro verso blocca tutto all'improvviso, lasciando posto come sempre al pubblico che applaude. Il testo è una lugubre esaltazione delle piaghe e della peste nera, immaginando un trono dei ratti simbolo della malattia; piaga su piaga, la redenzione bolle di nero, e in un mare di ratti il protagonista siederà sul suo trono con un'aureola di mosche, annunciando una sardonica salvezza tramite la morte per vomito. Solo il fuoco è pulito abbastanza per poter toccare ora le anime degli appestati, mentre si prefigura una spada che porta malattie, mentre i corpi si contorcono e gli arti diventano un cappio di follia (notiamo le vivide figure create abilmente da Mortuus, capace di raggiungere immagini pregne di una malevola poetica), e allo stesso tempo un cappio del pentimento; "Older than time am I, and yes I am for evermore - Più vecchio  del tempo sono, e si sarò in eterno" dichiara la personificazione della piaga, la quale cambia se stessa continuamente per adattarsi ai peccati altrui, in una morte su morte, una redenzione della Peste Nera, dove in un mare di morte essa reclamerà la sua corona. La giustizia è fatta, e solo la morte è ora così pura da poter perdonare, sarcasticamente, i peccati dell'uomo, osservato dal trono della morte fatto di ratti e contornato da un'aureola pestilenziale. Un testo dai toni gotici che mostra un altro nuovo lato legato ad atmosfere medioevali apocalittiche ed oscure, severe e piene di disprezzo nei toni in una sorta di sermone inverso, dove la redenzione è data dall'annientamento e dalla sofferenza; iniziano quindi ad entrare temi orthodox più seriosi che esprimono meglio quanto sviluppato nei testi degli ultimi album dei nostri. "To The Death's Head True" vede subito un fraseggio distorto che avanza arioso e solenne nelle sue scale vorticanti dalla melodia atonale; ecco che si aggiungono colpi di batteria ritmati e le grida di Mortuus, in un andamento incalzante ed epico. Al quarantatreesimo secondo parte un marcetta marziale sulla quale il cantante interviene con vocals cadenzate e rauche,  le quali seguono i rulli ritmici e gli arpeggi in tremolo di chitarra; al primo minuto incontriamo suoni plumbei che mantengono un suono funereo molto doom, ripetuti in modo ossessivo mentre la batteria si da a piatti cadenzati. Si prosegue su queste coordinate fino al minuto e trentaquattro, dove viene ripresa la sezione iniziale,  sempre caratterizzata dalle arie taglienti ed ieratiche; riparte quindi la marcia esaltante con vocals suggestive e declamatorie, seguita nuovamente dagli arpeggi spettrali ripetuti in un suono strisciante. Si ripete l'alternanza già incontrata sempre dall'atmosfera marziale, dove il ritornello è accompagnato da toni ariosi e funerei; al secondo minuto e quarantaquattro  riparte per l'ennesima volta la marcia solenne, al quale poi sfocia in un fraseggio ammaliante. Quest'ultimo segna il finale bloccandosi d'improvviso, e lasciando posto a suoni dark ambient e al pubblico; una riproposizione live molto fedele all'originale anche in questa occasione, dove Mortuus riesce ad adattare a se il brano dalla velocità non spinta. Il testo molto breve  torna ai temi bellici e storici cari a Morgan, raccontando degli Ussari della morte del Regno di Prussia, i primi ad usare il così detto Totenkopf poi divenuto tristemente famoso come simbolo nazista; un ordine fatto di riti nascosti nel crepuscolo, sospeso sopra tutto in una copertura misteriosa, il quale genererà una leggenda  che verrà narrata poiché rimarranno fedeli al loro simbolo, la Testa Della Morte. "Core of our being to our commitment we brought - Centro del nostro essere, portato al nostro impegno" viene descritto, per il quale uccidere o essere uccisi senza un secondo pensiero, una morte scarificale, per la quale le loro forze saranno rinnovate, mentre vivi o morti si rimane fedeli al simbolo; continua quindi la fascinazione con l'esaltazione militare dove la morte non fa paura. Follemente spinti alla violenza in nome del proprio esercito nient'altro ha importanza, glorificando volontariamente o meno  la Morte stessa, adorata in ogni sua forma dai Marduk come distruttrice demoniaca di ogni cosa; tema che tornerà spesso in futuro, continuando la visione oscura e mortifera da tempo portata avanti dai nostri. "Sulphur Souls - Anime sulfuree" ci riporta ai tempi di "Opus Nocturne", introdotta da suoni d'organo oscuri e sacrali che si protraggono mentre il pubblico intona cori blasfemi ispirati al famoso primo demo dei nostri; Mortuus ci invita dunque ad adorare il maligno, mentre subito dopo parte  un muro di chitarre veloce in doppia cassa. Troviamo quindi una corsa tagliente e devastante nei suoi blast ripetuti, dove i giri di basso e chitarre creano una moto sega lanciatissima; si ripetono ad oltranza i loop stridenti in un tono ossessivo e freddo dal grande effetto. Al cinquantunesimo secondo il tutto si fa più diretto con una doppia cassa bombardante e cantato dalle grida sgolate; la tempesta sonora prosegue in un turbine vorticante che prosegue fino al minuto e dieci. Qui tutto si ferma con un fraseggio solenne e roccioso sul quale si distribuiscono bordate cadenzate e dilatate in un effetto incalzante; Mortuus recita le sue declamazioni maligne su di esso, mentre s'intromettono anche parti più ariose in contrappunto. Al minuto e trentanove dopo un rullo breve di batteria le chitarre si aprono a esuberanti giri altisonanti, i quali si alternano poi in un andamento schizofrenico con veloci accelerazioni di doppia cassa e grida, creando un'onda sonora dal grande effetto; il clima ottenuto è assolutamente violento e travolgente, dai connotati decisamente black metal. Al secondo minuto la batteria si apre in un galoppo, mentre le chitarre proseguono in un freddo loop, sempre accompagnate dalle maligne vocals di Mortuus; il tutto accompagnato da rullanti di pedali e blast ossessivi. Al secondo minuto e nove le chitarre si fanno più ariose in un suono ieratico ed imponente; il drumming si fa cadenzato in colpi secchi e costanti, mentre il cantato drammatico viene potenziato dalla melodia atonale glaciale e malinconica. Un nuovo stop con colpo di batteria segna un fraseggio distorto e serrato sul quale esplode la doppia cassa; Mortuus parte con toni vorticanti e feroci completando al corsa glaciale ottenuta, ricca di riff atonali e colpi ritmici. Al terzo minuto tornano i fraseggi solenni e veloci, creando un'impennata che prosegue fino allo stop del terzo minuto e dieci; qui una digressione si sviluppa in note ammalianti mentre il cantante incalza il pubblico che accompagna il riffing solenne con cori. Riparte poi dopo un colpo di piatto il vortice di doppia cassa, piatti tempestanti e loop distorti di chitarra in tremolo; ci si lancia ancora in un vortice sonoro che tutto investe nei suoi loop taglienti. Al quarto minuto e tredici all'improvviso abbiamo un galoppo di batteria, dove le chitarre si mantengono feroci, ma anche evocative; ecco che torna poi il  motivo solenne ed altisonante di chitarra, dai connotati struggenti e spettrali , prodigato in un assolo dalle scale vorticanti. Al quarto minuto e quarantatre un urlo di Mortuus segna al ripresa del motivo da parte dei giri ariosi ed epici, i quali proseguono insieme al drumming imperante delineato da rulli; al quinto minuto e due tutto si blocca con un fraseggio ieratico. Su di esso riparte il galoppo di batteria insieme alle declamazioni del cantante, creando una sezione ritmata; essa va quindi a chiudere il brano con le grida in riverbero di Mortuus, lasciando spazio nel finale a rulli e digressioni squillanti, a cui  seguono i ringraziamenti del cantante. Il testo delinea un immaginario prettamente satanico dai toni combattivi e blasfemi, ricordando quelli che poi saranno anche i testi caratteristici dei discepoli/cugini Dark Funeral, improntati su immaginarie battaglie sataniche che vedono il trionfo delle forze del Male; un seguace del diavolo lo saluta, minacciando poi Dio stesso anticipando la furia demoniaca che verrà riversata su di lui, lasciando solo una vasta memoria nera sulla sua tomba. Dalla loro "Sinagoga di Satana" essi chiamano il popolo black metal ("Black metal warriors of northern lands, Lift your swords up high - Guerrieri black metal delle terre del nord, Alzate in alto le vostre spade.") aizzandolo alla lotta e all'adorazione del diavolo, "Signore delle anime sulfuree"; s'immagina la città di Babilonia, simbolo del peccato, con le mura decorate con i corpi dei cristiani, definiti deboli, i quali supplicano pietà, scatenando però l'odio dei nostri. Si incita ancora "Do never lower your heads in awe, For a god so good and mild - Non abbassate mai la vostra testa in sgomento, Per un dio così buono e mansueto." in una malvagità a tutti costi che raggiunge livelli un po' difficili da prendere sul serio nei suoi stereotipi, ma tipica del black metal più diretto e meno elaborato; il "dio decaduto" viene deriso e disprezzato, così come i suoi discepoli impiccati nudi sulle mura insanguinate di Babilonia. Ora il sole bianco li sorprende, ma essi non hanno paura, perché la "lucente stella del mattino" (chiaro riferimento a Satana) oscura tutto, mentre il regno di Dio è distrutto, e il narratore con delizia si definisce il suo Giuda, il suo traditore. Una sorta di inno black metal quindi, che unisce una seria blasfemia (almeno nelle intenzioni dei nostri) con esaltazioni da "cerchia" che richiama, in maniera un po' furbesca, gli ascoltatori (spesso adolescenti o nei loro vent'anni) come dei devoti in una setta. "Warschau - Varsavia" è il penultimo brano, presentato da Mortuus con toni feroci; dopodiché alcuni colpi di batteria introducono un riffing roccioso che prende velocità con la doppia cassa, accompagnata da vocals crudeli e riff glaciali a motosega, i quali poi si configurano in un loop ossessivo e continuo. Mortuus si apre in grida altisonanti e rauche, mentre poi si prosegue con il motivo serrato, fatto di chitarre circolari devastanti e drumming massacrante, violento, ma ricco anche di tremolo ammaliante; parte poi un fraseggio vorticante ed epico, il quale poi cresce d'intensità. Ritroviamo quindi i riff devastanti con le urla del cantante, mentre i loop s'inaspriscono bombardati dalla batteria in doppia cassa; freddi fraseggi taglienti si configurano di seguito in una bufera gelida e potente. Tornano quindi i riff inconfondibilmente metal e tetri, i quali creano un'atonalità incalzante; partono poi i giri errati con rullanti omicidi,  i quali sia prono a nuove corse squillanti, mentre Mortuus mantiene il suo tono inumano. E' un tripudio di violenza serrata e continua, al quale si apre a loop taglienti alternati brevemente a fraseggi oscuri che crescono d'intensità, lasciando poi posto alla ripresa dell'attacco di drumming, chitarre e voce sgolata; il pezzo alterna fredde tirate vorticanti e parti più evocative, mantenendo però toni feroci e lanciati, i quali si aprono a doppie casse devastanti e giri a sega elettrica sui quali Mortuus si da a grida isteriche. Al secondo minuto e cinquantasette tutto si fa serrato, scandito però da brevi contrappunti con rullanti; ecco che riesplode la furia isterica, ampliata dai versi rauchi del cantante; il crescendo apocalittico si ferma improvvisamente al terzo minuto e trenta mentre sentiamo feedback di chitarra ed acclamazioni del pubblico che chiamano i nostri. Si prosegue così a lungo, in attesa dell'inevitabile encore; i Marduk tornano sul palco, applauditi dalle persone mentre si sfocia nel pezzo successivo. Il testo riapre i temi marziali legati alla Seconda Guerra Mondiale; la resistenza viene schiacciata e il dolore inflitto in nome di una profonda devozione per un regno del terrore, mentre misure drastiche segnano il fato dei combattenti, che mostrano con orgoglio monumenti di sangue. Siamo in Varsavia, la capitale della Polonia al centro dell'occupazione nazista e il conseguente sterminio di ebrei, la quale poi si ribellò in una lotta sanguinosa al nemico; un massacro supremo e spargimento di sangue,  un sacrifico dove il liquido rosso è il prezzo per la vittoria. "Iron claws descend, ruling with supremacy - Artigli d'acciaio discendono, dominando con supremazia" in una dichiarazione di morte, e in dannazioni dell'orgoglio dove vale l'occhio per occhio, e i carri armati reagiscono  con annientamento, obliterazione e cremazione, in un genocidio trionfante che è una dichiarazione di morte; vengono poi ripetute le immagini iniziali, continuando con le gesta dei mezzi pesanti che schiacciano i nemici, in un regno del terrore e massacro che non ha fine, portando l'Inferno nella città polacca; un testo quindi evocativo che qui non da molti riferimenti storici, giocando più sulla glorificazione della battaglia e dei mezzi protagonisti, in una versione esaltata delle vicende belliche che hanno caratterizzato uno dei momenti più oscuri dell'umanità. "Wolves - Lupi" è il gran finale tratto da "Those Of The Unlight" (per la cronaca l'album dei nostri preferito da Mortuus, loro fan prima di diventarne il vocalist); il pubblico acclama a grande voce mentre partono tetri suoni. Mortuus annuncia il pezzo con un tono da sermone in riverbero; parte quindi il fraseggio solenne accompagnato dal drumming incalzante, dando velocità alla bella melodia portante del pezzo insieme agli incitamenti del nostro. La batteria delimita l'andamento con alcuni rullanti, rimanendo però mediamente concisa nel suo spingersi in avanti; al cinquantaquattresimo secondo parte una cesura che fa da collegamento con la parte successiva. Essa arriva al primo minuto  dove un grido di Mortuus segna la ripresa del movimento iniziale accompagnato dalle sue declamazioni striscianti; intanto la strumentazione prosegue nel suo loop costante, sottolineata dagli acuti feroci del cantante. Ecco che al minuto e ventotto  esplode la doppia cassa, velocizzando il tutto in una corsa piena di chitarre taglienti in tremolo e grida lanciate; ma al minuto e quarantanove si torna all'andamento precedente, in una dinamica alternanza dal grande effetto. Si prosegue quindi sulle coordinate ormai familiari arricchite dalle urla in riverbero del cantante, fino secondo minuto e quindici qui un fraseggio roccioso rallenta il tutto, espandendosi nei suoi giri grevi e distorti, sottolineati da rullanti di batteria. Al secondo minuto e quarantadue esso accelera leggermente facendosi più incalzante nei suoi loop taglienti e distorti; si continua poi con le alternanze precedenti, dove s'inseriscono le grida rauche di Mortuus. Al terzo minuto e otto ci si assesta su un fraseggio solenne supportato dai rullanti di batteria; ecco che con sorpresa parte un assolo stridente, il quale poi prosegue poi in scale ben elaborate, prendendo velocità in un vortice assassino. Al terzo minuto e cinquantadue tutto rallenta con un suono lento e roccioso, il quale striscia con  un drumming cadenzato, mentre Mortuus si da a vocals velenose; si prosegue su queste coordinate fino al quarto minuto e trentatré, dove una cesura presenta una digressione con rullanti. Partono poi i rullanti di pedali con fraseggi ieratici, ripetuti in loop circolari; all'improvviso uno stop con feedback squillante ferma ancora l'andamento, il quale riprende con una nuova cavalcata in doppia cassa. Ecco quindi nuovi vortici freddi con blast e grida furiose, il quale si esaurisce presto concludendo il concerto in modo fulmineo; rimangono le esultanze del pubblico che applaude e chiama i nostri, sfocando poi in dissolvenza. Il testo racconta di un gruppo di guerrieri definiti come lupi, i quali percorrono molte miglia ricercando qualcosa di perduto "Before the first rays of light - Prima dei primi raggi di luce", in un terribile tormento; essi disperati dedicano tutta l'esistenza a questa ricerca, seguendo tracce ed esplorando di continuo. L'eternità, la tenebra, l'oscurità sono per loro pezzi di un puzzle, mentre confusi continuano a trovarsi in un labirinto mentale; essi odiano la propria vita, perché ogni volta che stanno per raggiungere il loro obbiettivo, ritornano da capo con "Yet so many lifetimes to go - Ancora molte vite da condurre". Il significato è astratto e non molto chiaro, ma si può pensare alla figura dei Berserker nordici, guerrieri posseduti dal fervore di Odino spesso associati a lupi o orsi mannari; diversi significati possono essere dati alla loro ricerca, forse la loro identità atavica pagana, mentre notiamo i connotati tragici del loro destino avverso, che li condanna in un rivivere costantemente la ricerca, senza che questa abbia mai fine. Questa volta quindi niente attacchi satanici, offrendo a discapito degli intenti della band di "essere la più blasfema al mondo" uno spazio tematico molto più evocativo e fantasy rispetto alla loro norma; elemento non inedito comunque, dato che sia gli Immortal, sia Burzum hanno nei loro testi diversi punti mitologici e fantastici lontani dal satanismo più spinto.

Il loro live definitivo dunque, e fino ad oggi l'ultimo della loro produzione, il quale da una parte celebra quindici anni di carriera, dall'altra consacra la nuova formazione dei Marduk legittimandola come il nuovo, importantissimo, tassello della storia loro, e del black metal scandinavo; Mortuus è protagonista con i suoi toni empi e solenni, i quali si accompagnano perfettamente alle chitarre tirate di Morgan e alla batteria di Dragutinovic, mentre anche in questa occasione il basso è inevitabilmente sacrificato in molti frangenti, coperto dal resto della strumentazione. Un'atmosfera oscura e pressante pervade tutto il lavoro, rappresentando perfettamente i toni dei loro concerti e quello che significa la loro esperienza live; la scaletta è abbastanza lanciata su pezzi vorticanti, anche se non manca qualche mid - tempo ben posizionato. Un ottimo disco live quindi in un genere che non ne ha moltissimi, il quale fa da punto della situazione per i blasfemi berserker svedesi; essi come sempre sono lanciati nei concerti, vero perno e sostentamento della loro fama e carriera. Ecco quindi che superato il 2005 suonano addirittura su un traghetto in crociera tra la Svezia e la Finlandia, il "Metalboat", mentre poi partecipano all' Inferno Festival in Norvegia; non contenti iniziano un nuovo tour in Europa, chiamato Imago Mortis con ben venti date, mentre nel frattempo ristampano i loro primi quattro lavori facendo conoscere il loro passato ad un nuovo pubblico. Mai fermi, partecipano al Nummi Rock Festival in Finlandia e a diversi festival in Europa, pubblicando poi verso fine anno il loro secondo DVD "Blood Puke Salvation"; arriva quindi il momento di chiudersi di nuovo in studio, perdendo poi ad inizio 2007 l'attuale batterista, che raggiungerà Legion presso la sua band Devian, sostituito da Lars Broddesson. Quest'ultimo però non parteciperà ancora al lavoro in studio, il quale produrrà "Rom 5:12", album che vede diversi ospiti e che rappresenta l'evoluzione di quanto iniziato su "Plague Angel"; un disco che avrà forti reazioni positive  e negative, ampliando e dando nuova forma a certe atmosfere tentate con "La Grande..." unite con un songwriting ora fortemente influenzato da Mortuus e dai suoi Funeral Mist. Un vero  e proprio punto di svolta sonoro che aprirà definitivamente il nuovo corso dei Marduk, perdendo alcuni fan oltranzisti, ma attirando tutta una nuova schiera di ascoltatori affascinati dal loro black allo stesso tempo tradizionale e diverso; l'inclusione di Rosten si dimostra vincente, rinvigorendo il gruppo e dandogli una dimensione ulteriore che gli guadagna considerazione da parte della comunità estrema. Il primo vero capolavoro dunque della nuova forma dei Marduk, ed uno dei migliori dischi black metal del nuovo millennio; la marcia della morte dunque continua gloriosa, mietendo vittime e riservando molte altre sorprese.

1) The Hangman Of Prague
2) Seven Angels, Seven Trumpets  
3) Slay The Nazarene           
4) Azrael        
5) Burn My Coffin    
6) Panzer Division Marduk 
7) Blutrache  
8) Bleached Bones   
9) The Black...           
10) Steel Inferno      
11) On Darkened Wings      
12) With Satan And Victorious Weapons 
13) Throne Of Rats   
14) To The Death's Head True        
15) Sulphur Souls     
16) Warschau           
17) Wolves     

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