MARDUK

Viktoria

2018 - Century Media Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
16/07/2018
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Si aprono di nuovo le oscure porte del suono più nero e tagliente, e ancora una volta i Marduk tornano con il loro black metal di scuola svedese. Avevamo lasciato i Nostri con "Frontschwein", del 2015, disco che aveva messo da parte l'immaginario satanico con derive nichiliste degli ultimi anni a favore di un ritorno delle tematiche legate alla Seconda Guerra Mondiale, e in particolare ai suoi protagonisti. Tematiche che avevano fatto la fortuna dello storico "Panzer Division Marduk", ma illustrate con uno stile decisamente più maturo e complesso che evitava le incursioni in commistioni sataniche, tipiche dell'album appena menzionato, rappresentando invece battaglie e fatti storici sotto una luce "poetica", ma piena di violenza, dove la vittoria ultima è sempre della Morte, vista come sovrano di ogni cosa. Dal punto di vista sonoro si trattava di un lavoro dove riff incalzanti e melodie nere prendevano il sopravvento rispetto alle dissonanze, e dove le doti teatrali della voce del cantante Mortuus (Daniel Rosten, già Arioch dei Funeral Mist) avevano modo di risaltare nella loro cadenza narrativa che passava da gorgoglii rantolanti a ruggiti feroci. Ora tornano con "Viktoria" (Vittoria), album che sembra proseguire su questa strada, ma adottando musicalmente uno stile ancora più minimale e asciutto, in alcuni casi quasi punk, guardando alle radici del black metal e anche a gruppi contemporanei della scena svedese quali i Watain, soprattutto nelle parti più lente e melodiche. Non bisogna però pensare ad una rivoluzione in toto o a un allontanamento dei Marduk dal loro suono più congeniale: attacchi di doppia cassa e vocals veementi hanno sempre il loro posto, tra i solchi di questi nove brani, i quali spesso passano veloci come proiettili. Rispetto a dischi come "Wormwood" o "Serpent Sermon" si sperimenta molto meno, limitando l'ingerenza stilistica di Mortuus avvertita molto nei suddetti lavori, e non è difficile ricollegare certi passaggi e modi al passato dei Nostri, tra riferimenti al passato della band e al black metal in generale. L'ultimo arrivato, ovvero il batterista Fredrik Widigs, si dimostra ancora una volta competente e più che adatto per lo stile dei Marduk, così come il basso di Devo (Magnus Andersson), mentre il lavoro di chitarra di Morgan Hakansson (Evil) costituisce il perno dell'impianto melodico, tra attacchi taglienti veloci come bufere di rasoi e rallentamenti più evocativi. Il cantato non rinuncia allo stile particolare di Mortuus, ma rispetto al passato percepiamo passaggi più lineari che concordano con il suono più asciutto e diretto dell'opera, con uno screaming corrosivo e graffiante. Per quanto riguarda i temi, come preannunciato, proseguiamo con i racconti legati alle battaglie e ai protagonisti del Grande Conflitto, con un'attenzione nei confronti del versante tedesco che più di una volta in passato ha portato problemi alla band, recentemente più volte attaccata dai cosiddetti "Antifa" perché considerata di idee filo-naziste. In particolare, il presunto acquisto di materiale propagandistico da parte di F. Widings e Mortuus presso i sito del movimento neo-nazista svedese Nordic Resistance Movement, prontamente negato dalla band, ha creato un forte fermento contro il gruppo; molti quindi si sarebbero forse aspettati una retromarcia o un ritorno a tematiche anti-religiose, ma i Marduk hanno sempre dimostrato di non tenere molto conto dell'opinione altrui nei loro confronti, e di proseguire dritti per la loro strada sotto ogni punto di vista. Largo quindi a riferimenti a scontri armati storici, alle famigerate SS, alle truppe impiegate durante il conflitto e alle divisioni di carri armati, nonché ai luoghi del conflitto e all'amaro finale dove la gioventù tedesca venne sacrificata negli ultimi istanti della caduta di Berlino pur di non ammettere una sconfitta ormai conclamata. Sicuramente il fatto che i Nostri riportino gli eventi senza prendere parti, ma sottolineando gli aspetti più epici e a volte il punto di vista dei protagonisti, lascia spazio ad interpretazioni basate sull'agenda di chi legge, ma come sempre la cosa partirebbe da un errore di fondo. L'essenza tematica della band è la glorificazione della Morte, e di conseguenza della violenza che porta ad essa, guardando il "dramma umano" con distacco e tratti derisione, pur ammirando in qualche modo il coraggio dei soldati coinvolti e il loro sacrificio vano, ma inevitabile, destinato a nutrire la "Grande Madre" che attende tutti. Di certo quindi non una visione moralistica o vicina al liberalismo, ma neanche un'esaltazione suprema degli ideali di superiorità razziale della razza germanica: nel mondo dei Marduk c'è ben poca pietà per il debole, ma prima o poi chiunque finisce per esserlo difronte alla ferocia dell'oblio. Anche in questa occasione, come con "Frontschwein", la produzione è totalmente interna, essendo affidata a Devo, e gli unici interventi da componenti esterni si hanno con le tre coriste usate nella prima traccia, "Warewolf" (Moa AspTuva EkstrandElla Thornell); quindi un lavoro concepito totalmente dai Marduk secondo i modi da loro decisi, confermando dei veterani del genere che, nonostante il successo commerciale incontrato negli anni, continuano a mantenere un approccio allo loro musica lontano da logiche da mercato e facili strade politically correct.

Warwolf

"Werwolf - Lupo mannaro" è il pezzo che apre il disco, nonché il primo singolo ad essere stato mostrato al pubblico con non poco scalpore: questa volta non per le sue tematiche (nonostante in pratica parli del Progetto Werwolf, ovvero della creazione da parte delle SS di un commando, destinato durante l'ultimo periodo della guerra, a combattere in territorio nemico contro l'avanzamento degli alleati), bensì per lo stile musicale adottato che vede una scheggia di appena due minuti dai suoni incalzanti e minimali, molto punk, sottolineati da campionamenti di sirene e cori inquisitori ripetuti con ossessione. In molti non hanno qui ritrovato quanto si aspettavano, addirittura parlando di una band senza più idee e già condannando l'album nel suo complesso. Naturalmente, il pezzo non è assolutamente rappresentativo di tutta l'opera, rimanendo anzi un episodio a sé stante, e inoltre non si tratta assolutamente di una canzone brutta o fatta male: qui ondate black vecchia scuola, legate ad un elemento corrosivo e greve, si promulgano in giri avvincenti e loop freddi e taglienti, come da tradizione. La scarsa durata può effettivamente lasciare l'amaro in bocca e dare un senso di incompiutezza, ma è probabile che i Nostri volessero evocare l'idea di "toccata e fuga" legata alle azioni di guerriglia apportate dai protagonisti del brano. Ecco quindi un inizio con chitarre dalle bordate decise, rullanti militanti e sirene da guerra, che investe subito l'ascoltatore preparandolo per l'esplosione che segue. Un riffing tagliente dallo stampo vecchia scuola si unisce ai colpi veloci della batteria, mentre Mortuus versa il suo veleno con toni stridenti potenziati da effetti di riverbero: abbiamo un'ultima pallottola, un ultimo scontro, e anche un solo motto, ovvero conquistare o morire: la nostra bandiera sanguina sul terreno. La musica prosegue ossessiva nei suoi modi scarni ed essenziali, dove batteria e chitarra la fanno da padrone, mentre il basso rimane praticamente inudibile nel substrato sonoro, ma necessario per la composizione. La nostra sola speranza è il Werwelf, incalza ora Mortuus, in un'esaltazione che ricrea quella propagandistica dell'esercito tedesco, che spesso gonfiava le gesta e le piccole, spesso inconsistenti, vittorie ottenute, a fronte di una guerra in pratica ormai persa da parte dell'esercito tedesco. Il ritornello dura in questa sua prima emanazione molto poco, proseguendo poi con la cavalcata senza sosta con i suoi toni feroci e veloci: cavalchiamo la fine dei tempi, siamo il lupo mannaro dietro alle linee nemiche, mentre fiamme improvvise danno il benvenuto a muscoli e ossa, ed ecco che tutto ciò di cui abbiamo bisogno è il werwolf. Questa volta il ritornello viene ripetuto dopo una cesura di alcuni secondi, potenziato dalle grida del coro femminile, dando toni epici ed imperanti al tutto, anche grazie alle chitarre a motosega e ai colpi di piatti senza sosta. Ora rullanti di pedale e suoni di sirena riempiono l'etere, mentre gli strumenti a corda conoscono brevi inflessioni più ariose. Siamo pronti per l'ultima parte di questo attacco nero, e Mortuus torna a gridare con foga: siamo i guerrieri della disperazione, strisciamo come serpenti, ma emergiamo come lupi, senza più nulla da conquistare, ma solo da distruggere. Ancora una volta la nostra ultima speranza è il werwolf, evocato ad oltranza dal cantante. Parte adesso una sessione sconvolta dai blast di batteria, con un attacco ritmico sottolineato dalle ormai familiari sirene da battaglia, un'ultima coda punk. L'accerchiamento è completato, e una nuova alba irrompe mentre la sconfitta viene respinta e le fiamme improvvise danno il benvenuto ai muscoli e alle ossa. La conclusione è naturalmente lasciata ad un'ultima reiterazione del ritornello, gridato prima con veemenza rantolante, e poi dopo una cesura celebrato in coro da Mortuus e dalle voci femminili.

June 44

"June 44 - Giugno 44" tratta delle battaglie del Giugno 1944 in Normandia durante lo storico sbarco avvenuto il 6 del mese, concentrandosi sui scontri aerei e soprattutto su quelli tra carri armati e tra le truppe. Una ricostruzione che richiama lo stile adottato nel precedente "Frontschwein", tra riferimenti dettagliati e gergo militare dell'epoca e incursioni sulla morte e sulla caduta verso la rovina. Un gelido riffing scandinavo ci accoglie insieme ad un drumming lanciato e spacca ossa, creando ondate epiche dall'anti-melodia coinvolgente e ben strutturata. Dopo la parte preparatoria iniziale, partono chitarre dissonanti dalle arie squillanti, quasi medio-orientali, sulle quali i toni gracchianti ed infernali di Mortuus trovano terreno fertile: cacciabombardieri determinati sconvolgono i cieli, volando su ali infernali nel caos, mentre sul campo di battaglia ci sono offerte immolate nel fuoco (sottintendendo sacrifici, consci o meno, alla morte) e soldati che affogano nel sangue a ripetizione, e sul mare le navi bombardano facendo riunire morti e vivi in un flusso di agonia. Il movimento sonoro vede sottolineature cadenzate al testo, ottenute tramite brevi, ma incisivi, rallentamenti ben calibrati, che donano una certa dinamicità alla struttura. Non mancano addirittura ritornelli con parti vocali che potremmo definire melodiche, con cori incitanti che hanno il sapore di un canto da battaglia epico. Ecco che all'improvviso la ritmica si fa ancora più serrata, tra doppie casse lanciate e chitarre dalla sana essenza fredda ed ammaliante, chiamando ancora una volta in causa uno stile vecchia scuola. Il cantato si da ad esclamazioni umane, concitate e improvvise, dove si parla di danze nella sabbia, un waltz tra le fiamme. Il suono si mantiene qui arioso ed esaltante, con uno stile giocato sui giri circolari di chitarra e sulle vocals che danno un passo marciante insieme alla batteria cadenzata. Seguono altri percorsi di chitarra, ricchi di una melodia maestosa e trascinante, bloccata però all'improvviso. Dopo un breve silenzio, riesplode la furia, tra un Mortuus sbraitante e colpi di drumming tempestanti, mentre ci accomodiamo tra le fertili pianure della Normandia, confondendoci nel terreno, e una morte veloce avviene tra le siepi, grazie ai carri armati Panzer che avanzano tra luoghi bruciati. Il pezzo si sviluppa ancora una volta con attacchi veloci e rallentamenti improvvisi, mentre le linee evocative di chitarra proseguono in sottofondo accompagnando il tutto. Raggiungiamo quindi un nuovo fraseggio vecchia scuola, sempre ammaliante e nero come la notte, tempestato dalla doppia cassa e dai cimbali battaglieri. Si riaprono le parti dissonanti, con i loro vortici segnati dai blast sferraglianti: giardini di rose senza fine sono regni di morte, così come le fosse che si perdono in un'infernale vista d'occhio, un insieme di volti senza speranza che aspettano la morte improvvisa in un mare di fiamme, santi che cadono dalla grazia sanguinando profondamente dalle ferite dell'aldilà. Riecco i ritornelli esaltanti, così come le digressioni più ariose ed epiche, segnate dai toni esaltati di Mortuus che ripete la sua narrazione su danze nella sabbia e tra le fiamme, e poi aperte da nuovi passaggi evocativi di ottima fattura. Nel testo succede una cosa molto rara per i Nostri: un accenno ad un giudizio, per quanto in chiave poetica, verso la battaglia, tramite la citazione di una giravolta nella vergogna di una guerra tra persone con la stessa identità. Difficile che si tratti di una deriva sul concetto di umanità e pace universale, più probabile che si riferisca alle comuni radici europee delle parti coinvolte in una guerra che ha devastato il continente. Ed ecco che all'improvviso la traccia si spegne, lasciando solo il silenzio, così come la battaglia ha lasciato solo morti.

Equestrian Bloodlust

"Equestrian Bloodlust - Sete Di Sangue Equestre" ci offre un'interessante diversione narrativa che si riallaccia anche al passato della Germania, ricollegando un evento del medioevo alla Seconda Guerra Mondiale e all'unita di cavalleria dell'esercito, definite spesso ussari dal termine derivato dall'ungherese. Si ricostruisce infatti il massacro della resistenza partigiana russa e polacca tra le Paludi del Pryp"jat' (Pripet) proprio da parte di esse, citando però anche Florian Geyer, personaggio ritenuto da Hitler e dal partito nazista come un eroe, tanto da nominare l'Ottava Divisione di Cavalleria delle SS (ovvero la divisione militare protagonista del brano) proprio con il suo nome. In realtà, per ironia della sorte, Geyer si era ribellato nel 1524 alla Chiesa Romana, creando un gruppo di cavalieri che combatterono insieme ai contadini protestanti guidati da Thomas Müntzer, personaggio tanto radicale da essersi distaccato da Martin Lutero, definendolo un traditore perché non voleva arrivare alla lotta armata. Questo gruppo, chiamato La Compagnia Nera, era composto da contadini inesperti e addestrati malamente, e da cavalieri dissidenti di basso grado, e alla fine venne sconfitto, mentre Geyer fu tradito e ucciso dai servitori del suo fratellastro Wilhelm von Grumbach. Un riferimento quindi che sarebbe stato forse più adatto per i partigiani massacrati con atrocità dalle truppe tedesche, ma che viene invece usato proprio dai carnefici con il semplice pretesto della comunanza nell'essere cavalieri. Un drumming galoppante ci accoglie insieme a fraseggi di chitarra subito epici ed ammalianti, poi commutato in un attacco in doppia cassa veloce e senza tregua. I climi black raggiunti si bloccano con un verso gridato di Mortuus, il quale annuncia il titolo del brano in modo altrettanto demoniaco, esplodendo poi nel vortice fatto di chitarre taglienti e colpi ritmici forsennati. Cavalli sbavanti corrono nella notte, cavalcati da ussari che dispensano morte senza rimorso, in un tripudio di genocidio e latte acido, sottolineato da baionette e timpani. Un motivo martellante s'instaura, trascinandoci con sé verso alternanze tra melodie squillanti ed improvvise digressioni più dirette; ecco che la sete di sangue equestre trova sfogo, in un attacco che lascia alcuni secondi di cesura, prima di tornare ai vortici deliranti sui quali Mortuus delinea il suo screaming gracchiante e maligno. Gli squadroni a cavallo cavalcano ad est, e gli zoccoli tuonano sulle paludi di Pripet, attratti dalla musica del festino che giunge, mentre c'è sangue sulle lame e sulle croci. La musica mantiene le sue qualità cacofoniche, mostrandoci un episodio in pieno stile Marduk, dalla velocità disorientante che compone un robusto black metal di scuola svedese con doppia cassa e chitarre dissonanti. Non mancano naturalmente melodie gelide e taglienti, capaci di richiamare alla mente tempeste gelide e battaglie improvvise, maestose e contornate dai colpi duri di batteria. Ecco che rallentiamo in un'evocazione diretta proprio a Geyer, immaginato mentre suona il timpano, araldo di preghiere e di morte. Abbiamo qui una sessione strisciante e dal gusto metal classico, che richiama i primissimi lavori dei Nostri ancora legati ad una commistione tra death e nascente scena black scandinava. Alla sua conclusione riprendono i blast in doppia cassa e i riff segaossa, riempiendo l'etere di movimenti maestosi e ruggenti. Riprende il movimento di inizio brano con il suo galoppo ritmato, poi commutato in un attacco spedito dai venti neri: i partigiani si abbassano pieni di terrore, privi di coraggio e pronti alla morte, e nessuno dei nostri conoscenti sopravvivrà alla notte, mentre la resistenza esala gli ultimi respiri. Si ripetono i modi a noi conosciuti, tra vortici di chitarra e drumming forsennato che non conosce quiete o calma. L'impatto sonoro è sconvolgente, anche quando una cesura rallenta il tutto con giri circolari distorti ripetuti e bacchette cadenzate che suonano come tamburi che attendono. S'innalzano le grida di Mortuus, che annuncia l'arrivo della morte su briglie e staffe. Liberando così un un ultimo vortice dissonante che scolpisce gli ultimi secondi dell'episodio.

Tiger I

"Tiger I" torna ad una delle ossessioni dei Marduk che spesso ha fatto capolino nei testi dei loro lavori rivolti alla guerra e alla battaglia: i famosi carri armati tedeschi, i Panzer, nello specifico del caso il Panzer VI Tiger I (abbreviazione di Panzerkampfwagen VI Tiger I) famoso veicolo da battaglia progettato in parallelo dalla Henschel & Sohn e da Ferdinand Porsche, il fondatore della celebre casa automobilistica e creatore della Volkswagen, anche se poi solo la versione della prima società venne prodotta. Il mezzo era molto temuto e dall'alta potenza distruttiva, ma a causa degli alti costi solo 1300 esemplari ne vennero prodotti. Un simbolo quindi sia della potenza tedesca, sia degli ingenti costi che la guerra ha avuto per l'economia della Germania, una delle varie cause ultime della sua disfatta. Qui comunque i Nostri si concentrano sugli aspetti più epici del mezzo, paragonandolo agli antichi cavalieri teutonici e ad un predatore di acciaio che caccia tra le siepi della Normandia. Un riffing strisciate e potente si libra nell'etere, presto raggiunto nel suo incedere pachidermico da colpi cadenzati e vocals rauche dopo una brevissima cesura di piatti cadenzati; gli antichi cavalieri teutonici marciano ancora, questa volta con cavalli di acciaio e spade di fiamme, mentre il terreno trema sotto il peso di un immenso apparato della morte fatto da 58 tonnellate di odio, che senza remore avanza per sancire il nostro destino. La abse sonora prosegue tagliente e controllata, mentre il cantato di Mortuus conosce alcune delle sua famose modulazioni demoniache ottenute tramite, anche, effetti in studio, dandoci l'idea di una disumanizzazione che insieme al suono volutamente monolitico e lento ricrea l'immagine di questi portatori di morte pesanti che avanzano sul campo di battaglia. Ritroviamo qui uno dei modus operandi usati da sempre dai Marduk, ovvero quello dai connotati più doom e cupi, rappresentati da suoni grevi e ripetuti che invece di investire con la velocità, generano un'atmosfera mortifera ed ossessiva. Arpeggi taglienti riempiono i solchi lasciati dal drumming strisciate, mentre la voce da demone del cantante prosegue nella sua nera lezione. Carri di fiamme schiacciano i semi della pace, mentre avvengono duelli tra le nebbie, in un attacco che è come un pugno. L'ultima parola viene pronunciata con vocals più umane, ma ecco che subito dopo un effetto in levare domina un breve stop, mentre di seguito il songwriting si fa più concitato, mantenendo però una bassa velocità, acquisendo così toni che potremmo definire "rock" con tutti i distinguo del caso. I fraseggi distorti accompagnano le iterazioni rauche di Mortuus, che paragona i carri a guardiani del Reich, stelle di ferro che bruciano splendendo come un glorioso sole di ferro, ovvero il Panzer VI - Tiger I. Il movimento si mantiene ossessivo, dai loop ripetuti ad oltranza, segnati da brevi stop seguiti dalla continuazione dei suoni fumosi, ricordandoci quanto fatto in passato in dischi come "La Grande Danse Macabre". Non mancano comunque ritornelli segnati da improvvisi attacchi di rullanti, i quali scolpiscono con veemenza lo strato sonoro. Un gioco di lasciate e riprese che si consuma con fraseggi evocativi e cimbali cadenzati, tra assoli dissonanti e ritmi sospesi; ecco che riprende quindi la marcia massacrante, rocciosa e granitica. Il mezzo è come un predatore di freddo acciaio su cingoli da caterpillar che porta la voce della guerra nel territorio, un vorace carnivoro, cosa provata dal suo numero di uccisioni, la cui sola forma dovrebbe portare terrore in eterno. Ancora una volta il cantato conosce variazioni dall'enfasi narrativa, mentre il suono si mantiene monotono in sottofondo, base per quanto avviene sopra di esso. Tuonando sui terreni ghiacciati della lontana Russia, provando durezze e bombardamenti nella sabbia tunisina, passando per l'inferno e sui monti italiani, è in Normandia che verrà la fine della speranza per l'esercito e epr i suoi gloriosi carri armati. Ritroviamo le evoluzioni già viste, le quali collimano di nuovo con un effetto in levare; troviamo di seguito i ritornelli dalla ritmica assassina alternata a chitarre grevi, ma ecco che finalmente la velocità s'innalza in un galoppo senza freni che devasta il piano sonoro con i suoi vortici black. Questa coda va a fermarsi poi lasciando spazio ad un fraseggio secco che prosegue perdendosi nell'etere, portandoci con sé verso l'oblio.

Narva

"Narva" ci parla della battaglia avvenuta nel 1944 in Estonia per la conquista della città così nominata, famosa perché parteciparono allo scontro, oltre alle regolari truppe tedesche, anche molti volontari e coscritti delle SS provenienti anche da Norvegia, Svezia, Paesi Bassi, Belgio, Danimarca, e dall'Estonia stessa. La battaglia rientrava nel processo di contrattacco da parte dei soldati russi, i quali però non ebbero qui vita facile a causa del terreno, attraversato da molti corsi d'acqua e foreste. Nonostante questo, essa portò anche molte perdite ai tedeschi, e alla conquista dell'Estonia da parte dei Russi, comportando un'altra grave perdita territoriale per il regime nazista. Un riffing roboante, contornato da doppia cassa e fraseggi dissonanti, prende piede nella composizione, ripetendo le sue maestose melodie gelide con decisione, fermandosi solo con un verso di Mortuus, seguito da una cesura serpeggiante con cimbali e chitarre imperanti nei loro motivi. Parte ora una cavalcata selvaggia, sulla quale si stagliano i versi striduli del Nostro: ricoperti di sangue e dalla polvere sottile, che non appartiene più ad una pittoresca città barocca, nella danza della morte vediamo Narva andare in fiamme, mentre si risveglia la furia e il fato giunge sulle ali della guerra. I temi bellici vengono perfettamente tramutati in musica da giri circolari taglienti come motoseghe, delineati da suoni altisonanti che rendono il tempo contratto. Ora i toni si fanno ancora più ieratici ed esagitati, con chitarre urlanti e schegge black metal che creano tempeste dissonanti scolpite dai blast veloci. Le budella dei soldati belgi, provenienti dalla Vallonia, mentre i corpi dei fiamminghi vengono ammassati sul terreno, e le ceneri dei russi si perdono nel vento. Gli arti degli estoni sono cosparsi per la piazza della città, ora un luogo di dolore. Gelide trame sonore e campionamenti di bombe ci offrono spaccati epici in un songwriting semplice, ma dagli elementi feroci. Ora abbiamo una cesura dal ritmo lento e pesante, che segue il modo in cui vengono scandite le parole maligne: c'è un continuo martellare da parte di bombe e proiettili, che si ripete ancora ed ancora in modo ossessivo. Le chitarre creano un mare distorto in tempesta, seguendo un gusto nordico ben riconoscibile. La tensione sale, esplodendo poi di nuovo nella corsa a doppia cassa dai riff taglienti e dai fraseggi magistrali: tutte le nostre speranze sono state ridotte in polvere sottile, tutti i nostri sogni sono solo un cumulo di resti bruciati, possiamo solo proseguire verso le colline infernali, e sia gli orfanotrofi, sia i granatieri, sono ora senza una facciata. I tempi rallentano, dandoci spaccati esaltanti dove i suoni di chitarra diventano protagonisti, scanditi dai piatti, lanciandosi anche in nenie ritmate dal sapore malinconico. Largo a nuovi muri di chitarra e batteria, mentre di seguito un'ennesima cesura ci riporta alle alternanze a noi già note. Il sangue norvegese è come un dipinto sulle mura, mentre le interiora tedesche coprono le strade fatte di ciottolati e i corpi danesi vengono bruciati fino ad essere arrostiti, infine i resti degli svedesi vengono ammassati lungo le vie della Morte. Nuove tempeste sonore ed attacchi ci trascinano verso torrenti sonori neri come la notte e suoni di battaglia, e ancora una volta la cesura martellante si palesa, ora contornata da cori demoniaci, che proseguono fino alla conclusione improvvisa.

The Last Fallen

"The Last Fallen - L'Ultimo Caduto" tratta questa volta in maniera più generale della situazione al fronte durante la fine della guerra, quando ormai le truppe tedesche stavano perdendo mentre il nemico russo avanzava inesorabile, e nonostante questo continuavano a combattere disperate non accettando che il loro sogno di conquista fosse andato in frantumi. Un loop secco di chitarra apre le danze, e dopo una serie di cimbali riprende scandito da rullanti di pedale, con toni esaltanti dal gusto quasi black 'n' roll., delineati da belle melodie. Ecco quindi che dopo un'altra cesura esplode una tempesta sonora che segue il leitmotiv dell'album, ovvero consegnandoci chitarre dissonanti ed assalti ritmici dove s'incastrano le vocals da creatura infernale di Mortuus. Egli ci narra di come, cavalcando i venti di sangue, i soldati appoggiano passi pesanti sulla linea tra la vita, la morte, e l'inferno, una marcia veloce tra le strade di spade e foglie di quercia. La furia non vuole arrestarsi, aprendosi però a spaccati ariosi carichi di un'evocativa ed epica atmosfera elettrica. Il cantante declama la sua nera lezione scandendo con vigore le sue parole urlate: c'è un solo credo sopra il fango, ovvero che il sudore risparmia sangue, concetto reiterato diverse volte. Notiamo movimenti di chitarra più controllati, pronti però ad esplodere nuovamente in vortici neri che avvolgono e stordiscono l'ascoltatore. Incatenati ed ingabbiati, i predatori del fronte hanno le piume bruciate, con dolori agli artigli e per la fame, undici estati sono trascorse evitando di morire, ma ormai le ali degli ultimi caduti sono tagliate. Strutture black veloci e cariche di oscura e gelida malinconia si stagliano insieme ad una batteria bombardante e decisa, portandoci a climi old-school dai tratti scandinavi; tornano poi i montanti dal gusto rock, appassionanti e ben strutturati. Rallentiamo verso i climi ariosi già incontrati, con punte epiche che offrono un'insolita malinconia, almeno per i canoni dei Nostri, mostrando elementi vicini a band quali i Watain. La morte invita dolcemente i soldati, mentre ormai i loro lanciafiamme si sono scaricati da tempo, e le ombre cantano a squarciagola. Si concedono un'ultima tazza di tè, attendendo il fuoco, poiché la corona dell'ultimo caduto è maledetta. Riecco quindi le digressioni epiche ormai familiari, così come gli attacchi in doppia cassa martellanti, in un'ultima cavalcata che si ferma per lasciare posto ad un fraseggio che si perde nell'oblio in dissolvenza. Si palesa qui quello che è forse l'unico difetto dell'album, che lo tiene a qualche gradino sotto al precedente "Frontschwein": spesso i modi si ripetono per tutta l'opera, e anche se i brani hanno una propria identità e sono ben suoni e strutturati, manca quel minimo sperimentalismo che donava all'altra opera, pur abbastanza "tradizionale", delle alternanze e ritornelli accattivanti, o parti militanti come il finale in chiave industrial del disco.

Viktoria

"Viktoria - Vittoria" è l'ennesima esaltazione della figura dei soldati nei momenti più prossimi alla loro disfatta, servi della morte che presto incontreranno la loro padrona, predatori veloci e snelli con una volontà d'acciaio, affamati di gloria e pieni di orgoglio. Una visione ambivalente, dove da una parte c'è ammirazione epica per queste figure, dall'altra quasi una derisione di questa vana sicurezza, quando ormai il tempo della sconfitta è alle porte, ironia sottolineata dal titolo della canzone. Un riffing veloce e sulfureo ci investe, bombardato da una doppia cassa assassina, promulgando le sue arie taglienti e fredde; eco che turbini dissonanti fanno da sfondo per le voclas stridule di Mortuus, un vero e proprio messaggero degli inferi. Magri e leggiadri, veloci come levrieri, resistenti come la pelle e duri come l'acciaio Krupp (famosa acciaieria usata durante la Seconda Guerra Mondiale a scopo bellico), i soldati giurano fedeltà alla morte oltre alla luce delle torce, marciando spediti al suono dei tamburi da guerra. La corsa forsennata prosegue, piena di chitarre a motosega e di un drumming spaccaossa e veloce. Ben forniti, portano munizioni di ferro da fianco a fianco, attendendo la gloria e bramando un orgoglio maledetto, troppo giovani per aver paura della morte, ma abbastanza grandi per morire, marcianti velocemente al suono dei fucili. Viene ora ripetuto, come un'evocazione disperata, il nome della dea conosciuta anche come Nike, quasi a voler richiamare a sé quanto nei fatti si sta sempre più allontanando. Il songwriting è qui senza compromessi, lanciato in un galoppo che non vuole sentire ragioni, costituito da loop di chitarre taglienti e colpi di batteria ossessivi e sparati. Il vortice dissonante ci trascina ancora una volta con sé: i soldati coltivano il sangue per ottenere onore nella trincea del diavolo, scegliendo con decisione di combattere fino alla fine dei tempi. Ecco che dopo una nuova evocazione della vittoria, i tempi rallentano, portandoci ad una cesura serpeggiante con cimbali, dove i versi demoniaci di Mortuus quasi vomitano le proprie rauche parole. Si striscia quindi tra suoni distorti, poi calibrati in improvvise ed ammaliati anti-melodie terse e malinconiche, sottolineate dal suono sghembo e da fraseggi quasi delicati, con contrazioni disorientanti ben calibrate. Questo momento che potremmo definire progressivo, s'infrange contro una nuova evocazione ritmata, destinata ad esplodere in un nuovo turbine dalle note in levare, articolate in scale che sfociano in muri di chitarra possenti e decisi. La disciplina accompagna i soldati, un'obbedienza che raggiunge il cieco sacrificio, troppo giovani per morire, ma vecchi abbastanza per uccidere, i Nostri guadano in modo fervente il sangue del sole. Colpi martorianti e cesure ruggenti sono il cardine della sequenza finale, lanciata con la sua marcia verso il fraseggio conclusivo, squillante e ripetuto per alcuni secondi.

The Devil's Song

"The Devil's Song - La Canzone Del Diavolo" è un'esaltazione della Morte e dei soldati che uniti la portano nel mondo, dei moderni predoni che nel loro cuore portano il marchio del Diavolo e compiono la sua volontà, e che sognano un'eternità fatta di guerra. Un campionamento di una marcia, non a caso, apre il pezzo portandoci in un clima marziale. Ecco dopo il caricamento di un fucile e lo scoppio dello sparo, un fraseggio freddo e tagliente, protratto fino all'esplosione della doppia cassa e delle vocals in riverbero di Mortuus: la Morte è un nostro commilitone, noi siamo la sua nera squadra, uno sciame che porta il teschio come effige, siamo sempre uniti, mai soli, e continuiamo a cantare l'inno del Diavolo. Intanto il suono prosegue, ossessivo, su note vecchia scuola che ancora una volta ci riportano alle radici del black metal scandinavo: suoni distorti ed ariosi vengono scanditi da blast pressanti, mentre il cantato conosce inflessioni demoniache. Portiamo il marchio del Diavolo, inciso nella nostra anima, e sulla parte superiore del nostro braccio sinistro; le arie epiche, ma feroci, amplificano il senso di drammatica tragedia che si va consumando, pronte a sfociare di nuovo nei torrenti ipnotici. La Morte è sempre nostro commilitone, e noi siamo dei segugi da guerra, i porci del fronte, beviamo assieme, raramente da soli, mentre fischiettiamo la canzone del diavolo. Tornano i suoni più pomposi, contornati da malinconiche melodie algide e tetre, le quali completano perfettamente l'atmosfera nera, ma evocativa. Doppia cassa e piatti scolpiscono l'etere, mentre andiamo ad infrangerci contro una cesura ritmata sulla quale Mortuus ruggisce il suo veleno: il nostro paradiso è la Grande Guerra, è sulla terra che viviamo in battaglia, in una vita percepita come eterna. Un motivo roccioso segna il passo tra chitarre dissonanti, drumming spaccaossa ed impennate improvvise, in una struttura contratta che ci guida verso il ritorno di quello che, con tuti i dovuti distinguo, possiamo intendere come il ritornello del brano. La Morte è sempre il nostro commilitone, e noi siamo i cavalieri del sangue, con la pelle come il sole, e cadiamo insieme, a volte da soli, mentre mormoriamo la canzone del Diavolo. Un'altra cesura ci prepara per la ripresa delle arie epiche e nordiche, lanciate tra i versi demoniaci di Mortuus, ed arricchite da movimenti pieni di una triste melodia dal gusto classico, prolungata poi in modo rallentato tra blast sparsi, fino alla fine dell'episodio. Una traccia che svela chiaramente l'istanza filosofica dei Marduk, ovvero l'esaltazione della guerra come manifestazione della Morte e del Diavolo, due facce della stessa medaglia che viene adorata dai Nostri nel loro nero suono infernale.

Silent Night

"Silent Night - Notte Silenziosa" è la conclusione del disco, un brano strisciante e monolitico che parla della caduta di Berlino e del sacrificio di migliaia di giovani vite in nome di un regime ormai caduto, ma che non voleva ammettere la propria sconfitta. Un ronzio in levare introduce il pezzo, allungandosi fino ad essere accompagnata dal suono in salita di una batteria cadenzata con riff circolari taglienti e potenti. Si va così a costituire un clima metal contornato da assoli squillanti, tra i quali s'incastrano le vocals rauche di Mortuus. Vediamo il sangue e il ferro di tremila persone armate fino ai denti, pronte come cani da guerra in posizione, presto rilasciati dai loro guinzagli. Le chitarre proseguono con i loro suoni lenti e distorti, mentre il drumming si mantiene dilatato e cadenzato, in una sorta di ballad nera piena di malignità controllata. È una notte silenziosa e sacra, dove tutto è calmo e lucente, mentre le truppe avanzano al chiarore dei ponti che bruciano. Ecco che i fraseggi conoscono inflessioni leggermente melodiche, pur non perdendo la loro natura ossessiva, aperti da falcate rocciose e scolpiti da piatti ben sentiti. Drammatiche trame notturne di chitarra creano assoli dal gusto classico, mentre la voce del cantante si fa stridula: nella notte silenziosa condividiamo la promessa della morte, una sacra notte dove insieme esaleremo l'ultimo respiro. Nuovi montanti rocciosi si stagliano sullo strato ritmico minimale, portandoci con loro verso ulteriori evocazioni ruggite con nera devozione. Nella notte silenziosa e santa abbiamo una neve rossa, che vediamo come la pura luce dell'amore, il giovane sangue è come una stella lucente, ma ancora non è venuto il nostro tempo di cadere. Ritroviamo gli assoli in solitario, altisonanti e squillanti come sirene d'allarme: ora il sangue e il ferro sono manifesti in soli ottocento soldati costretti a ritirarsi, la vittoria è perduta, ma non si tratta comunque di una sconfitta. I movimenti lenti e sospesi si aprono a nuove costruzioni trascinanti e drammatiche, sempre sorrette dai versi demoniaci di Mortuus., i quali ripetono la promessa di morte precedentemente illustrata, musicalmente espressa dagli andamenti quasi doom degli strumenti, ossessivi nella riproposizione della struttura ciclica del pezzo. Ecci quindi che tutto si ferma, riportandoci all'effetto statico iniziale, che discende nel limbo così come le vite dei soldati cadevano nel nulla. Un finale quindi severo e questa volta controllato, per il disco, epitaffio delle truppe naziste e del sogno del regime , in una mancanza di vittoria che però non è una sconfitta, dal punto di vista dei Nostri: il sangue è stato sparso, la Morte nutrita, ennesimo dramma della razza umana consumato nella violenza assassina.

Conclusioni

Viktoria è un disco che parte da quanto fatto con il precedente "Frontschwein", raggiungendo però lidi più raw e vecchia scuola, con uno stile ancora più minimale e feroce, mantenendo però il gusto lineare per melodie gelide. Questa volta il basso non ha molto posto nella produzione, che invece dà spazio a chitarre distorte e blast veloci, mentre Mortuus segue uno schema vocale succinto e privo di molte delle caratteristiche teatrali da lui usate in passato. Allineandosi, quindi, a quanto fatto a livello di songwriting. Qualcuno ha parlato di elementi accomunabili ai primissimi lavori della band, ma in realtà questo non è esatto. Se infatti il primo suono dei Marduk spesso conservava elementi death e cambi di tempo continui, e quello successivo si dava alla pura velocità continua in nome di doppia cassa e riff distorti, qui ora troviamo tratti che ci riportano tanto al black metal vecchia scuola, quanto a certe derive punk e black 'n' roll toccate dai Nostri in dischi come "Word Funeral" ad inizio anni duemila, e anche ai momenti lenti vicini a "La Grande Danse Macabre". Un lavoro quindi fatto di brani che suonano in puro stile Marduk, ma con un'essenza ancora più selvaggia che, in questo, risulta quasi inedita. C'è però un rovescio della medaglia, che non fa raggiungere al disco le vette di quello precedente: una certa monotonia nei modi e nelle soluzioni adottate che rende simili i vari brani, salvo alcune eccezioni più atmosferiche, tuttavia molto rare. Sicuramente una scelta, così come la breve durata, per dare al pubblico un'opera il più possibile vicina allo spirito black originario, ma è impossibile non chiedersi a volte cosa sarebbe uscito con un po' più di varietà e con qualche accorgimento in più. In ogni caso, il risultato è un insieme di pezzi che rendono giustizia al nome dei Marduk, una band che continua dopo più di vent'anni di carriera a portare alto lo stendardo del black metal senza compromessi, e sostanzialmente a fare quello che vuole, lontani da ogni aspettativa di pubblico. Per questo alcuni li criticheranno sempre accusandoli di immobilismo, accusa che chiunque conosca un minimo la loro discografia sa essere infondata, altri invece di tradimento ad ogni passo diverso da quanto precedentemente immaginato. Una storia partita nell'ormai lontano 1992 con quel "Dark Endless" ancora debitore del death svedese, poi proseguita con le evoluzioni più black di "Those Of The Unlight" e "Opus Nocturne" e con le derive definite norsecore dai detrattori con "Heaven Shall Burn... When We Are Gathered" fino al tanto amato ed odiato "Panzer Division Marduk". L'entrata in formazione di Mortuus nel 2004 con "Plague Angel" ha poi rivitalizzato la band offrendo un impianto lirico più solido, poi sviluppato in chiave orthodox in dischi come "Rom 5:12", "Wormwood" e "Sepent Sermon", dove vengono adottate anche soluzioni sonore prese dalla scena moderna, e in particolare dallo stile personale e dissonante del rpogetto solista di Mortuus/Arioch, ovvero i Funeral Mist. Una tendenza che sembra invece ora essersi fermata già a partire dal disco precedente a questo, a favore di un ritorno ad attacchi black scarni ammantati di gelide anti-melodie classiche, processo che come prima detto ora vede le sue più estreme conseguenze. Una visione estrema che non si ferma alla musica, ma anche all'estetica e ai temi dell'album, che alla luce dei fatti menzionati nell'introduzione, fa capire quanto i Nostri conservino quel modus operandi in antitesi con le regole del liberalismo, pur essendo da anni materia per le grandi etichette; la copertina rimanda alla propaganda tedesca dell'era nazista, così come lo schema di colori basato su nero, rosso e bianco, nonché i caratteri gotici. Se uniamo a tutto questo testi che non condannano quanto descritto, ma a volte ne danno anche una visione epica, non è difficile intuire che interpretazione daranno di tutto questo coloro che li aspettano al varco su questioni politiche, antifa in primis. Semplicemente, i Marduk sono un gruppo black metal nato nei primi anni del genere, dove l'estremismo totale era norma, e dove qualsiasi cosa che andasse contro la morale comune era incorporata e ben accetta. La glorificazione della guerra e della morte, e di chi nella guerra l'ha dispensata, è sicuramente un obbiettivo a loro congeniale, argomento topico in questo album che suona proprio come una sfida sprezzante tanto nel nome, quanto nel suono intransigente e sparato. Per i Nostri il black metal è un suono che non può essere domato o asservito a logiche di mercato, anche al prezzo di censure, attacchi continui, e in generale un'opposizione che, in questi tempi di azioni continue contro i gruppi sospettati di certe inclinazioni, può anche avere risvolti violenti. Ma i lupi svedesi non ne vogliono sapere, e continuano la loro guerra sonora seguendo per l'ennesima volta la loro strada. Vedremo dove li porterà in futuro, se ad una nuova svolta, o ad un proseguimento di questo discorso musicale all'insegna delle radici del metallo nero.

1) Warwolf
2) June 44
3) Equestrian Bloodlust
4) Tiger I
5) Narva
6) The Last Fallen
7) Viktoria
8) The Devil's Song
9) Silent Night
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