MARDUK

Obedience

2000 - Blooddawn Productions

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
06/03/2015
TEMPO DI LETTURA:
6

Recensione

Continua la nostra analisi della discografia dei Marduk, ormai sulla cresta dell'onda del loro successo come band più estrema e blasfema del panorama black mondiale; mentre altri gruppi si fanno più raffinati, il black sinfonico e commerciale prende piede in forme mansuete, loro si fanno feroci come non mai, celebrandosi con il loro disco più violento, il precedente "Panzer Division Marduk". Come sempre i nostri non stanno sugli allori, e intraprendono dei tour trionfanti in Scandinavia, Grecia e Giappone, e partecipando d'estate a diversi festival come headliner, tra cui il Dynamo; grazie ad essi ora possono portare in scena la furia dei nuovi pezzi insieme ad altri classici del repertorio, avvicinando nuovi fan alla ricerca di suoni estremi e attratti anche dalla loro immagine senza compromessi. Come spesso accade comunque i Marduk durante il periodo dei live rilasciano un EP che anticipa quanto verrà, offrendo del nuovo materiale e una cover (tre nella riedizione della Regain del 2008), ovvero  "Obedience - Obbedienza" il lavoro qui recensito; esso è il primo disco della band ad uscire per la nuova etichetta personale del leader Evil (Morgan Hakansson), la Blooddawn Productions, sancendo la fine della lunga collaborazione con la Osmose Productions. I due inediti sono versioni leggermente diverse di due brani che compariranno poi nel finale della trilogia satanica "Le Grande Danse Macabre", mentre la prima cover è uno storico pezzo dei Celtic Frost contenuto nell'importantissimo EP del 1984 "Morbid Tales", che molto ha influenzato il black scandinavo e non solo; vengono poi aggiunte nella nuova versione due altre cover meno ovvie, ovvero una dei Rolling Stones, il classico dei classici "Paint It Black", tratto dalla versione statunitense di "Aftermath" risalente al 1966 e l'altra dei Misfits tratta dall'album "Earth A.D." del 1984 (presentato l'anno prima, con tre tracce in meno, come "Earth A.D./Wolfs Blood"), l'ultimo prima dello scioglimento della formazione con Danzig come cantante e frontman. La formazione vede oltre al chitarrista - leader il bassista B.War (Roger Svensson), il cantante Legion (Erik Hagstedt) e il batterista Fredrik Andersson, mentre Peter Tagtgren (HypocrisyPainWar, etc.) ancora una volta si occupa della produzione nel suo Abyss Studio; le due tracce iniziali mostrano due lati dei nostri, la prima giocando sulla velocità ossessiva, pur conservando un ritornello a medio - tempo, la seconda invece su andamenti decisamente più lenti, anticipando la tendenza che dominerà nel lavoro futuro. Esso quindi fa da collegamento tra l'album del 1999 e ciò che verrà nel 2001, ancora però senza sconvolgere più di tanto chi si aspettava un continuo del precedente, dato l'esiguo numero di pezzi; per quanto riguarda le cover, seguono il corso di quelle  presentate in passato, dando una versione più furiosa alla Marduk degli originali mantenendone comunque le linee portanti in modo da mantenerle riconoscibili. Quella dei Rolling Stones è naturalmente la più curiosa, dando una versione black 'n' roll del classico della band che onestamente non fa strappare i capelli, ma non fa nemmeno gridare allo scandalo (se non odiate il black, ovvio) svolgendo il suo ruolo come riempi spazio; ennesimo mini album quindi più dedicato agli irriducibili che vogliono tutta la discografia degli svedesi, ma che tutto sommato si fa ascoltare, senza naturalmente avere lo stesso valore dei dischi interi. Nota: la versione canadese di questo EP, sempre risalente al duemila, verrà arricchita a sua volta di ben tre bonus tracks: "Baptism by Fire""Funeral Bitch" "Dracole Wayda", tutte eseguite live. 

Si parte con la Title Track e con il suo rifting vorticante tempestato dalla doppia cassa, in un loop ossessivo e tagliente; al quindicesimo secondo Legion s'introduce con le sue vocals distorte e rocciose, mentre la strumentazione prosegue crudele e serrata. Al trentaduesimo  secondo troviamo il ritornello cadenzato a media velocità, giocato su contrazioni di riff e batteria, in un andamento sincopato ripreso dalla performance del cantante; esso avanza nei suoi giri rocciosi ed incisivi  sottolineati da rullanti trascinando l'ascoltatore. Al cinquantacinquesimo secondo le chitarre tornano a farsi più serrate e cacofoniche, mentre poi riparte la corsa in doppia cassa sulla quale Legion ruggisce maligno; essa avanza tra loop a moto sega e drumming assassino, stordendoci. Al minuto e sedici si torna su toni più cadenzati in un ritmo ammaliante dove vocals, rullanti e riff si uniscono in una marcia esaltante; poi verso il minuto e trentotto i toni si fanno più serrati aumentando la velocità raggiunta. Al minuto e quarantatre tutto si ferma con una digressione tagliente, sulla quale poi s'instaura una cavalcata di doppia cassa accompagnata da un assolo stridente, raggiungendo un'alta intensità sonora; le scale lasciano poi posto alla voce maligna di Legion sdoppiata tra screaming e growl, il cui è andamento è ripreso dai loop circolari costanti. Al secondo minuto e sedici il motivo portante è ripreso da un tetro fraseggio, n un crescendo appassionante squillante; la scena è poi dominata ancora da colpi veloci di drumming, giri in tremolo e gorgheggi del cantante, in una tempesta sonora lanciata e serrata come non mai, scolpita dai blast. Al secondo minuto e quarantatre si torna per l'ennesima volta su toni più cadenzati in un marcia fatta di chitarre rocciose e rullanti battaglieri, mentre Legion grida sgolato il ritornello; ecco quindi rullanti e piatti, in movimento in galoppo che prosegue fino allo stop improvviso che chiude di sorpresa il brano. Il testo introduce nel mondo dei Marduk una nuova tematica con la quale scioccare tutto ciò che è puro e casto: la sessualità estrema e il sadomaso, curiosamente qui non legati a risvolti satanici o blasfemi, in una descrizione esplicita di un rituale di dominazione. Il protagonista si rivolge alla schiava, descrivendo come stringerà le corde stringendo i lacci, mentre lei è bendata e imbavagliata, tagliata fuori dalla vista e dall'udito, senza controllo e con i sensi disorientati, concentrata sulla sua pelle rossa e bruciante; "Dominated, humiliated, hear my command - Dominata, umiliata, ascolta il mio comando" intima il padrone, mentre lei è immobilizzata e sedata, pronta all'obbedienza. Egli la dominerà, giocando con il suo corpo e provocando la sua anima, e quando avrà finito non la lascerà legata, bensì si darà all'atto sessuale vero e proprio (chi ha seguito le nostre recensioni dei Dark Funeral penserà ad un certo collegamento tra questo testo, e alcuni pezzi creati poi sul tema da quest'ultimi, per molti aspetti "fratelli più commerciali" dei nostri); "Bound to kiss the masters hand, To satisfy my every demand - Destinata a baciare la mano del padrone, A soddisfare ogni mia richiesta" continua il nostro, mentre la frusta colpisce la schiena di lei, legata ad un gancio. La schiava si dimena nei suoi lacci crudeli per sopportare il dolore, mentre lacrime rigano il suo volto, rendendo l'orgoglio un lontano ricordo; un testo che forse oggi non scandalizza più di tanto, ma che mostra il nuovo interesse dei nostri, i quali cercano sempre di introdurre nuovi temi mantenendo un'immagine estrema, anche se a volte cadendo un po' nel banale e nel pacchiano. "Funeral Bitch - Troia Da Funerale" è il secondo inedito, introdotto da un solenne rifting arioso accompagnato da batteria dilatata e rullanti di pedale; al ventunesimo secondo Legion parte con il suo cantato maligno e rauco, il quale completa perfettamente il suono roccioso e monolitico della strumentazione. Le chitarre creano vortici dissonanti in loop, ricchi di un'atmosfera mortifera che poi si apre al quarantaduesimo secondo a suoni ariosi ed evocativi, mentre in sottofondo percepiamo leggermente i giri grevi del basso; la batteria rimane divisa tra colpi dilatati e muri di rullanti, dando un tono marziale all'andamento. Al minuto e quattordici ci si ferma con un feedback squillante che lascia posto ad un fraseggio effettato dal sapore lisergico; il suo andamento viene ripreso da un motivo strisciante e ieratico dai connotati doom, nel quale s'inseriscono anche arpeggi melodici. Legion torna  a ruggire, mentre un assolo sinistro completa l'atmosfera tetra con un grande effetto; al secondo minuto e dieci si accelera leggermente con il ritorno alla struttura cadenzata dominate, la quale si trascina potente e monolitica. Si riprende poi al secondo minuto e trentuno con il fraseggio solenne, stabilendo ancora una volta un'atmosfera sinistra che poi si fa ariosa mentre Legion ricompare con le sue grida stridenti; notiamo come tutto il pezzo si mantenga controllato, mostrando un lato inedito dei Marduk che riprende le lentezze evocative di gruppi quali i Celtic Frost e i Samael. Si prosegue quindi tra giri sommessi e batteria incalzante, mentre la composizione va man mano sparendo in dissolvenza, segnando la conclusione del brano, foriero dello stile che verrà usato maggiormente nell'ultimo capitolo della loro trilogia. Il testo prende coordinate decisamente più perverse mischiando il concetto di sesso e morte, anticipando meglio il tema dell'ultima parte della trilogia; le piccole campane suonano, e la grande campana grugnisce in una città santificata fatta di tombe, dove morte e sconforto fioriscono. Desideri feroci prendono forma umana in vestiti di pelle, mentre "poeticamente" viene descritto un nero velo che si dispiega nel vento, accompagnato da suoni di tacchi alti all'ingresso del cimitero; "Death among the dead, haunting mausoleums - Morte tra i morti, infestando i mausolei" viene descritta la figura conturbante, la quale prova gioia di fronte al macabro spettacolo che si trova davanti. Ora è nuda su un altare di pietra, bagnata dall'eccitazione, la stessa cara al protagonista, legata alla paura e alla morte; la morte e la vita si uniscono come i versi taglienti e le lingue infuocate che si toccano piene di desiderio violento. Il bisogno è forte e la notte è lunga, mentre si consuma questo perverso accoppiamento dai toni necrofili, una sorta di rituale osceno che lega la sessualità e l'oblio in una descrizione piena di suggestioni che vogliono creare un certo tipo d'immaginario macabro e allo stesso tempo sessuale; ancora una volta niente diavoli o imprecazioni, il soggetto è totalmente spostato sulla Morte, nuova musa dei nostri e del loro black, che qui si fa propriamente più lento e mortifero completando l'atmosfera qui delineata. "Into the Crypts of Rays - Nelle Cripte Di Rays" si apre come nell'originale con un grido effettato che si prolunga (praticamente lo stesso identico), mentre in sottofondo compaiono versi baritonali inquietanti; al trentaquattresimo secondo parte il montante di chitarra tagliente che riprende l'andamento dell'originale in una versione leggermente più serrata, ma sempre ricca di giri. Al quarantaquattresimo secondo un fraseggio distorto fa da breve cesura, dopo la quale riprende la corsa ritmata; la batteria si mantiene controllata nei tempi del brano dei Celtic Frost, con un songwriting che non modifica la struttura, ma semplicemente presenta una maggiore intensità roboante. Al cinquantesimo secondo troviamo la più grande differenza tra le due versioni: qui partono le vocals di Legion, rauche e inumane, ben diverse dal tono ieratico, ma decisamente umano, di Thomas G. Warrior; intanto la batteria si apre in blast che sottolineano i riff circolari di chitarra in un effetto dalla grande presa. Ecco che al primo minuto le chitarre si fanno leggermente più stridenti, in un gioco di accelerazioni improvvise che amplifica quanto fatto nell'originale; ed anche qui in concomitanza con il ritornello abbiamo una serie di contrazioni ritmate che segnano l'andamento vocale del cantante. Al minuto e diciassette si riprende con le chitarre in buzz mentre il drumming prosegue incalzante nel suo galoppo continuo, ma presto riprendono i montanti improvvisi e i giri accelerati insieme alla voce di Legion, riproponendo il ritornello precedente; al minuto e quarantotto si ritorna dunque alla tirata segnando l'alternanza tra i movimenti che caratterizza la composizione. Al minuto e cinquantatre dopo alcuni piatti abbiamo una nuova cesura con fraseggio vorticante, dopo al quale parte un rifting roccioso ed accattivante sul quale si staglia lo screaming in riverbero di Legion, dai toni decisamente più malevoli rispetto all'originale; si prosegue quindi con giri controllati mentre la batteria si manifesta con rulli dilatati e piatti, andando man mano a farsi più strisciante così come le chitarre. Si riprende poi con la marcia solenne, in un momento doom con giochi ritmici e montanti esaltanti; al secondo minuto e trentotto tutto si ferma e parte un ennesimo suono distorto, dopo il quale riprende la corsa  portante fatta di riff e batteria movimentata. Percepiamo in sottofondo ora un assolo stridente, il quale riprende quello più presente della versione originale; ecco poi la riproposizione dei momenti contatti con blast e giri accelerati, con il ritornello trascinate riproposto come in precedenza. Il pezzo prosegue quindi con tutte le alternanze che già abbiamo incontrato finora, concludendosi poi con la corsa lanciata che negli ultimi attimi si lascia ad una digressione squillante. Il testo tratta del maresciallo di Francia Gilles de Rais, divenuto famoso come simbolo di estrema crudeltà e perversione al pari di Elisabeth Bathory o Vlad Tepes, se non addirittura peggio; egli era un militare che, secondo la tradizione, aveva sperperato in modo irresponsabile la fortuna ereditata dal nonno che l'aveva cresciuto dopo la morte dei suoi genitori quando era bambino. Per questo si rivolse all'occultismo, incaricando il suo cappellano Eustache Blanchet di procurargli personaggi loschi come evocatori di demoni e negromanti; con il tempo venne a contatto con l'ex prete toscano Francesco Prelati, il quale era esperto in materia esoterica, e che lo convinse di poter creare la Pietra Filosofale grazie ad un demone chiamato Barron. La leggenda (oggi alcuni credono che come nel caso di Bathory le accuse fossero legate al desiderio di disfarsi del personaggio, avverso al clero) vuole che i nostri abbiano sacrificato più di 140 bambini seviziandoli in modo atroce; in ogni caso Gilles venne processato e condannato  amorte, passando alla storia come un mostro disumano. Il testo dei  Celtic Frost segue il filone tramandato, immaginando uno degli empi rituali commessi dal nostro; urla di terrore si dipanano oltre le mura, scene da spavento avvengono nelle camere e nelle segrete, come parole non dette che raccontano di dolore e morte, di centoquaranta vite passate per le sue mani. Egli attirava i bambini per le sue messe nere, derubando e comprando le loro anime sacrificandoli a demoni perversi soddisfacendo la sua sessualità perversa; "So this is for the morbid ones, the braveless and sick - Quindi questa è per i perversi, i codardi, i malati" dichiarano, mentre una risata agghiacciante vagano tra le tombe, mentre avvengono violenze sessuali e riti perversi, dopo i quali Gilles guarda le sue vittime morire, in sogni oscuri fatti di stregoni e tenebre, mentre è a metà del suo obbiettivo. Un misticismo estremo andato oltre unito a satanismo disperato costituiscono per lui solo un piccolo passo verso un aldilà in cui non esistono volontà umane; testo evocativo che non va troppo nei particolari, ma lascia intendere ciò di cui parla, mettendo in evidenza anche il ritratto del mostro in forma umana, e della sua mancanza di qualsiasi moralità. 

Canadian Bonus Tracks:

La versione canadese ci presenta, come "surplus", tre brani presi dai lavori precedenti, eseguiti live. Il primo, "Baptism by Fire(tratta dal precedente "Panzer Division Marduk") parte con una presentazione fatta da Legion con screaming in riverbero, mentre il pubblico esulta in sottofondo; ecco quindi un botta e risposta breve, dopo il quale si parte con il pezzo. Il suono è un po' lo - fi, dovuto ad una registrazione in presa diretta, nella quale sentiamo un brusio di chitarre e batteria fuse insieme sovrastando le grida di Legion; riconosciamo comunque i cambiamenti di direzione segnati dalle chitarre ora più serrate, ora più ariose e solenni. I blast tempestano di continuo il tutto, in una caos accentuato dalla già citata produzione cruda; al quarantaquattresimo secondo le chitarre si fanno ancora più vorticanti, mentre poi parte il  ritornello trascinante sottolineato da fraseggi solenni. La ritmica è sottolineata da rullanti e piatti incalzanti in una marcia solenne; si torna poi alla velocità serrata, in una centrifuga sonora dove chitarre e drumming si fondono, mentre Legion prosegue con le sue grida rabbiose. Ritroviamo quindi tutte le alternanze della versione da studio, con un'esplosione d'intensità al minuto e otto, tra blast incisivi e giri in loop taglienti, i quali sia prono poi a corse serrate; riecco quindi al minuto trentanove il ritornello imperante segnato dal fraseggio solenne. Abbiamo poi della bordate cadenzate, le quali fanno ad cesura prima della ripresa del vortice di chitarre e doppia cassa; ecco al secondo minuto e diciotto parte un fraseggio circolare intervallato da colpi potenti e bordate, il quale ogni tanto  si apre in suoni ritmati. Ecco che torna poi al secondo minuto e ventotto la parte più solenne e diretta, la quale prosegue serrata e tagliente mentre Legion prosegue nelle sue esclamazioni rabbiose. Ritornano poi le solite alternanze incalzanti, mentre la ritmica si mantiene elevata; ancora una volta il solenne ritornello si alterna con  il finale affidato a rullanti e chitarre contratte, fino al finale che lascia spazio alle esultanze del pubblico e a feedback e fraseggi di chitarra casuali, così come un pestaggio di batteria improvviso. Il testo, come da titolo, ci presenta un "battesimo nel fuoco", invitandoci a provare la furia della fiamma senza sosta di Satana, mentre i desideri demoniaci regnano e Dio è perduto in un mondo dove regna il fuoco infernale; un signore della guerra fa il suo richiamo mentre la morte scende dal cielo, in una grandinata di bombardamenti che ucciderà i poteri divini in un pandemonio infuocato. "Death from above - The hellfire will soon be unleashed, Death rips the sky - Domination gives praise to the beast - Morte dall'alto - il fuoco infernale vedrà presto rilasciato, La Morte apre il cielo - Il dominio celebra la bestia" è il ritornello che non fa altro che reiterare quanto prima detto; nel cielo si hanno presagi fatali, mentre i soldati infernali bruciano le "bugie sacre" e dall'alto arriva la risposta del caduto, e i nemici soffocano nel fuoco con grida deboliE' una punizione divina per coloro che vanno in guerra contro chi ha sconfitto la linea nemica, dimezzando ancora di più il destino della cristianità; la morte viene dall'alto con esplosioni che dilaniano l'anima, mentre il bombardamento sta raggiungendo il suo obiettivo. "Hear the bombs falling, The devil is calling  - Senti le bombe che cadono, Il diavolo sta chiamando" esultano i nostri, mentre la creazione divina viene annientata; nell'ora finale i nemici proveranno il potere del loro contrattacco e della morte e della dominazione. Tutta la vita sarà un ricordo, ma la fiamma ancora splende, e l'ombra della morte è negli occhi del satanico narratore, alto sacerdote  del sacrificio demoniaco; tramite l'Inferno che brucia nella notte, viene mostrato il proprio  potere in un battesimo di fuoco continuo. La seconda track live, "Funeral Bitch", viene scherzosamente dedicata dal cantante alle ragazze presenti, e dopo dei colpi di piatti parte con un muro di batteria e chitarre sul quale si stagliano le urla di Legion; anche in questa versione troviamo una batteria cadenzata e chitarre che creano vortici dissonanti in loop, ricchi di un'atmosfera mortifera e solenne. Al cinquantaquattresimo secondo riprende il galoppo controllato,  alternato ancora una volta con giri più serrati  e blast incalzanti; al minuto e venti tutto si ferma con una digressione, la quale si dilunga in un tetro movimento doom sul quale riparte il drumming cadenzato insieme a stridenti scale ieratiche. Al secondo minuto la batteria torna più incisiva, e poi dopo un breve rullante si riprende con l'andamento più serrato e monolitico, ricco di loop stordenti; ma anche quest'ultimo poi vede il ritorno di suoni più ariosi ed atmosferici, che crescono d'intensità mentre Legion recita il ritornello con il suo screaming distorto. Al secondo minuto e cinquantotto parte un galoppo potente di drumming, supportato da giri rocciosi; esso avanza fino al terzo minuto e diciassette, dove un colpo di piatto segna una digressione con rullanti e fraseggio vorticante. Essa ferma il brano, lasciando spazio alle esultanze del pubblico e agli applausi, che vanno avanti per alcuni secondi; un'altra ripresa dal vivo molto cruda, ma qui meno cacofonica anche grazie alla natura più controllata del brano. L'ultima traccia, "Dracole Wayda" (tratta dall'album "Nightwing") è sempre presentata da Legion che ne illustra la natura "transilvana"; dopo alcuni piatti cadenzati parte il fraseggio roboante tempestato da blast cadenzati. Esso prende poi velocità in un galoppo incalzante mentre Legion scandisce il testo in modo enfatico; otteniamo quindi una fredda melodia atonale ammaliante ricca d'atmosfera. Le chitarre si fanno nel ritornello più rocciose e solenni, sottolineando così glia andamenti del cantante; tornano poi incalzanti insieme ai balst, in una continua alternanza ripetuta più volte. Abbiamo così un andamento contratto ed epico, nel quale abbiamo una marcia a media velocità mantenuta a lungo; al minuto e cinquantasette parte una cesura con rulli cadenzati e chitarre grevi, il cui andamento è delineato da blast organizzati. Ecco poi dei giri ad accordatura bassa che creano un vortice sonoro, che poi si apre in una lunga sessione dove il cantante incalza l'andamento; si prosegue poi ancora con i venti taglienti ricreati dallo strumento a corda. Al terzo minuto si torna an un andamento più diretto, con giri rocciosi e cantato ritmato, ricreando l'enfasi narrativa che poi lascia spazio ai rulli con ritornello  ripetuto da Legion; ecco quindi il finale, prima con alcuni arpeggi lenti, poi con una digressione con rullanti. Seguono le ultime esultanze del pubblico e i ringraziamenti distorti e gridati di Legion, che saluta a suo modo il pubblico invitandolo ad insultare la figura di Cristo, cosa che viene prontamente fatta. Il testo si focalizza su di un episodio della vita di Vlad Tepes; tornato in Transilvania Dracula apprende la notizia che sta sconvolgendo come un fuoco il mondo cristiano, ovvero la caduta di Costantinopoli nelle mani dei turchi e la morte dell'imperatore Costantino. La paura verso l'invasore cresce, ma la spada di Dracula mostrerà ai turchi la faccia della mietitrice; prende poi riparo a Sibiu, in modo che gli ottomani non possano prendere la sua testa. Si sottolinea poi la contraddizione della sua natura: "A servant of god in league with Satan - Un servo di Dio in alleanza con Satana" viene definito, un crociato che fa piangere gli angeli, un difensore della fede e della morale dalla natura infernale, che guidato da forze demoniache sconfigge sia i musulmani, sia i cristiani rivali. Quattro anni dopo egli ritorna in città, massacrando, saccheggiando e torturando con le sue truppe della Valacchia Sibiu; come demoni feroci spargono terrore, e diecimila uomini delle sue terre vengono impalati, lasciando pochi sopravvissuti che fuggiranno nella notte ricordando quel terribile momento. Saltiamo avanti, dove il nostro ripara il suo castello che secoli prima i tartari avevano reso luogo di schermaglie, facendo lavorare gli schiavi "fino a che i vestiti caddero dai loro corpi"; inoltre regnerà con ferocia sanguinolenta, ingannando i boiari con una riunione, durante la quale verranno impalati. Nella sua ipocrisia, temendo l'Inferno e la punizione divina per le sue atrocità, e per accontentare le anime dei suoi sudditi, Dracula aiuta la Chiesa come un segno di devozione, offrendosi al volere divino; ma in realtà rese chiaro ai mortali tramite spargimenti di sangue e torture, che dovevano adorare prima di tutto a lui, come una divinità. Morte eterna quindi per chi avrà il coraggio di non temere il principe ed inquisitore della Valacchia; si stabilizza quindi qui il regno di Dracula e la sua immagine di un tiranno che formalmente segue la volontà del mondo cattolico per convenienza, ma che in realtà compie azioni demoniache in nome della sua natura bestiale e sanguinaria.

Bonus Tracks 2008 version:

Ecco invece le due bonus track della versione datata 2008, il già citato pezzo dei Rolling Stones e quello dei Misfits: la prima, "Paint It Black - Dipingilo Di Nero" parte con colpi di batteria ritmati come nell'originale, sui quali poi si aggiunge una chitarra solenne insieme alla voce strisciante e crudele di Legion. Inutile dire che quest'ultima è totalmente diversa ad quella di Mick Jagger, dando tutta un'altra impostazione al brano; si parte al ventesimo secondo con la famosa melodia, qui in chiave atonale meno struggente e delicata, dai toni quasi "punk". Al trentesimo secondo abbiamo una breve pausa con verso rauco del cantante prolungato, dopo la quale ripartono i battiti come di tamburo con gli arpeggi taglienti; riprende quindi l'andamento precedente, che va poi ad intersecarsi ancora con rallentamenti ritmati. L'enfasi dei Rolling Stones viene un po' persa in un esercizio di stile che traduce il tutto in uno stile minimale che non riesce del tutto a tradurre in chiave estrema quello che è un pezzo probabilmente non molto adatto a questo stile; comunque si prosegue così, e al minuto e ventitré tutto rallenta lasciando spazio alle vocals distorte di Legion, mentre la chitarra si prodiga in giri dilatati. Ricompare poi la batteria che riprende un po' di velocità, sottolineando con piatti le impennate rocciose di chitarra; al minuto e quarantanove finalmente il motivo melodico viene riadattato in modo più presente grazie ad un fraseggio struggente, il quale continua nelle sue note elaborate in un'enfasi tecnica non presente nel brano dei Rolling Stones. Esso si esaurisce lasciando poi posto al drumming ritmato e alle chitarre distribuite, mentre Legion si da a versi rauchi ripetendo il ritornello; si continua così ad oltranza, in un mantra ipnotico dove la marcia si dilunga scomparendo poi in dissolvenza; si chiude così quella che probabilmente è la cover meno convincente tra quelle qui presenti, incapace sia di conservare il fascino dell'originale, sia di proporre una propria visione, facendo sospettare che più che altro l'interesse fosse verso il facile gioco di parole tra il titolo, e il genere proposta dagli svedesi. Il testo dei Rolling Stones è molto astratto ed evocativo, e negli anni ha attratto diverse interpretazioni: c'è chi ha parlato di riferimenti alla droga e ai viaggi psichedelici, chi del Vietnam, chi dell'occulto, etc. In realtà sembrerebbe che esso sia riferito alla perdita di un'amata morta e alla sofferenza che il protagonista ora patisce; egli vede una porta rossa (il suo cuore) che vuole dipingere di nero in segno di lutto, eliminando ogni colore, mentre la visione delle altre ragazze risvegliano il dolore e il lutto in lui, costringendolo a voltare lo sguardo. Si passa alla descrizione del funerale, con una fila di macchine tutte nere, con fiori che rappresentano l'amore perduto, che non tornerà più; la gente non ha il coraggio di guardarlo, in una scena ormai quotidiana come la nascita di un bambino. "I look inside myself and see my heart is black, I see my red door and I must have it painted black - Guardo dentro me stesso e vedo che il mio cuore è nero, Vedo la mia porta rossa, devo averla dipinta di nero" riflette il protagonista, pensando che forse scomparirà non dovendo affrontare la realtà, la quale è dura in un mondo ora tutto nero; si passa ad immagini poetiche, dove il verde oceano non diventa più blu, e dove egli si auto accusa per non aver potuto evitare ciò che è successo, e solo nel Sole che tramonta rivede la risata del suo amore. Ora vule solo vedere tutto in nero, come la notte e il carbone, come se il Sole fosse spazzato via dal cielo, lasciando un nero eterno; è probabile che i Marduk diano qui una valenza meno romantica al brano, interessati più che altro all'idea di sofferenza oscura e di visione nera, in una sorta di interpretazione blackster che celebra il genere da loro suonato. "Earth A.D. - Pianeta Terra A.D" è una brevissima cover che non raggiunge i due minuti di durata: si parte direttamente con il suono sinistro di chitarra dalle tinte horror, che riprende naturalmente quello proposto da Danzig e compagni, accompagnato da rulli di batteria. All'undicesimo secondo Legion compare con un grido rauco, il quale propone a proprio modo quello del pezzo dei Misfits; in concomitanza la ritmica si fa più incalzante con doppia cassa lanciata e loop taglienti di chitarra sottolineata da grevi giri di basso. Il cantante intanto si da agli esaltanti ritornelli dell'originale, mantenendo in questo caso il songwriting di essa in maniera rispettosa; la differenza è anche qui dovuta più ad un discorso d'intensità e distorsione nelle chitarre, e naturalmente nelle vocals black di Legion. I giri in tremolo e la batteria fanno da protagonisti, modulando al trentesimo minuto stop e riprese tramite bordate dilatate; quest'ultime poi crescono di frequenza in una sezione cadenzata che va ad esaurirsi al quarantottesimo secondo in una cesura. Essa lascia subito spazio a rullanti come di tamburo, in un crescendo marziale il quale poi evolve nella solita corsa tagliente con ritornello improvviso; ci si lancia quindi riprendendo anche gli improvvisi stop ritmati, riproponendo quanto fatto dai Misfits in chiave più black. Si ripropone il rallentamento cadenzato con bordate, il quale questa volta si apre in un digressione vorticante che va  a chiudere la cover in modo simile all'originale, che però presentava un feedback più lungo e squillante; termina quindi una cover veloce fatta decisamente per divertimento e reverenza, che ci mostra una volta tanto dei Marduk fuori dal personaggio, pur conservando connotati decisamente black. Il testo non segue un filo logico, buttando insieme disparati riferimenti a film horror come "Le Colline Hanno Gli Occhi" di Wes Craven del 1977, o "Daleks: Invasione Della Terra 2015 A.D" del 1966, il tutto in un formato punk a tutta birra; "quando senti che stai andando troppo lentamente, ti piacerà nell'A.D" dichiarano i nostri, e la gente parlerà di questo A.D, e ci saranno sacrifici infernali. Le teste degli ascoltatori saranno in mostra, ed ironicamente si dice che piacerà loro nel A.D, e che l'Inferno vivente non è così male; si può scommettere sulla propria vita che ci saranno lotte, e che le colline hanno gli occhi (riferimento al film), e poi si minaccia di morte in modo folle. Ecco che si riparte da capo ripetendo di nuovo tutto il testo, in un ritornello che in realtà non narra una storia coerente, ma è fatto per essere cantato a squarcia gola; una canzone tipica del horror punk della band di Danzig, probabili miti dell'adolescenza di Morgan che omaggerà in seguito anche il loro "spin off" Samhain, per una volta discostandosi dall'immagine sempre estrema dei Marduk concedendosi un minimo di divertimento.

Tirando le somme, un lavoro che come gli EP recenti ha più che altro uno scopo promozionale, fatto uscire durante i vari tour per mantenere vivo l'interesse per la band, mostrare in parte ciò che verrà, e offrire del materiale  "secondario" che non avrebbe trovato spazio negli album interi. Di certo i Marduk non si sono mai fatti problemi sulla quantità delle loro pubblicazioni, producendo anche come in questo caso lavori riservati più che altro ai fan sfegatati e ai collezionisti; i due brani originali sono interessanti, soprattutto il secondo che si discosta dalla velocità continua che spesso li caratterizza, le cover lasciano un po' il tempo che provano, soprattutto quelle della versione bonus che non sono orribili, ma nemmeno necessarie. Nel frattempo quindi i nostri proseguono nella loro attività live, che li porterà ad un nuovo tour autunnale di circa sette settimane, e poi ad uno primaverile con Deicide e Cannibal Corpse, sancendo ancora di più il loro legame con la scena estrema anche fuori dal black metal; senza sosta vanno pure in Messico per due settimane, e per l'estate non fanno mancare la loro partecipazione a vari festival, tra cui il Wacken Open Air. Come anche i cugini Dark Funeral i nostri comprendono l'importanza della dimensione live per il loro tipo di black meno intimo e cerimoniale, e non hanno problemi ad esporsi ad un pubblico di diversa provenienza; questo li porterà ad avere un grosso riscontro diventando una delle band estreme più in voga, e di conseguenza attireranno sempre di più le ire dei puristi legati al concetto elitario di underground. Ma i Marduk hanno un progetto preciso in mente e proseguono per la loro strada: ora hanno raggiunto dieci anni di esistenza, e per celebrare suoneranno durante Halloween un lunghissimo concerto presso la loro città natale, Norrkoping in Svezia. Questa esibizione monumentale verrà accompagnata nella notte stessa con la pubblicazione del secondo live "Infernal Eternal", l'ultimo del periodo con Legion come front man, il quale immortala il loro "The World Panzer Battle Tour" tenutosi in Francia; anche qui il gruppo dimostra trionfante di non temere l'eccesso, e anzi di ricercarlo sotto ogni punto di vista per distinguersi da tutto e tutti, arrivando a pubblicare ben due live nel giro di soli tre anni. Arriviamo così all'inizio del nuovo millennio, il quale segnerà progressivamente una nuova svolta per i nostri, che prima concluderanno al trilogia satanica con l'ultimo capitolo dedicato alla Morte, poi tireranno le somme della loro carriera finora con "World Funeral"; fatto ciò, vi saranno cambiamenti fondamentali che proietteranno i Marduk in una necessaria rinascita che ancora una volta li presenterà come la band più decisa e costante della scena black più estrema. Ma questo è il futuro prossimo, ora tocca alla recensione dell'album dal vivo, secondo episodio ad uscire sotto l'etichetta "Blooddawn Productions" e consacrazione della carriera dei nostri, incentrato soprattutto sugli ultimi lavori, ma non solo.

1) Obedience
2) Funeral Bitch                     
3) Into the Crypts of Rays
(Celtic Frost cover)  

Bonus Canadian Version:

4) Baptism by Fire (live)
5) Funeral Bitch (live)
6) Dracole Wayda (live)  

Bonus Regain Records 2008:

4) Paint It Black (Rolling Stones cover)
5)Earth A.D. (Misfits cover) 

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