MARDUK

Heaven Shall Burn.. When We Are Gathered

1996 - Omose Productions

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
16/02/2015
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Recensione

Continua senza indugi il nostro viaggio nella discografia dei blackster svedesi Marduk, capitanati dal chitarrista Morgan Steinmeyer Hakansson, ormai nel pieno della loro produzione, e completamente affacciati nel mondo del black metal. Freschi del successo di "Opus Nocturne" la domanda nei loro confronti cresce sempre di più, anche grazie alla bontà dei pezzi in esso contenuti, epici e allo stesso tempo violenti, e permette loro di imbarcarsi in un tour personale in Europa, il "Winter War", arrivando poi a suonare per la prima volta oltreoceano in Messico. Nello stesso anno viene ristampato come EP "Fuck Me Jesus", in modo da renderlo disponibile e di dare del materiale al pubblico crescente dei loro fan, mentre poi visitano per la prima volta l’ Abyss Studio di Peter Tagtgren  per remixare “Those Of The Unlight”; Hakansson sembra molto soddisfatto del lavoro, e decide di affidarsi a lui per le future produzioni. La ricerca della massima ferocia è per lui costante, avendo in mente un suono sempre più blasfemo e violento, in grado di imporre il black come genere estremo al pari livello del death più brutale e del grind. Ecco quindi che nel 1996 i Marduk tornano al lavoro presso il nuovo punto di produzione, ma con un altro cambiamento fondamentale: Joakim Gothenberg (Af Gravf) lascia la band, sostituito come cantante dal nuovo arrivato Legion (Erik Hagstedt), dotato di un registro vocale più crudele e rabbioso, perfetto per le intenzioni del leader, votate ad una costante estremizzazione del suono dei nostri. B War (Roger Svensson)  e Fredrik Andersson continuano ad occuparsi rispettivamente di basso e batteria, completando insieme al leader chitarrista e al nuovo cantante la formazione. Il risultato è "Heaven Shall Burn... When We Are Gathered - Il Paradiso Brucerà... Una Volta Riuniti", lavoro che vede di nuovo la partecipazione di It (Tony Sarkka) degli Abruptum, (questa volta ai testi del quinto e settimo brano) e che lancerà definitivamente I Marduk sulla scena mondiale, presentando il loro marchio di fabbrica: un susseguirsi di blast spacca ossa, ritmi assurdi in doppia cassa e urla feroci, in una tensione costante che vuole assaltare e tramortire l’ascoltatore. E’ la base del black svedese definito “norsecore”, il quale adatta la produzione del metal più brutale agli stilemi del black, velocizzati fino al parossismo; questa sarà la svolta che identificherà questa variante dai cugini norvegesi, più atmosferici e sempre più sperimentali nella loro proposta. Una variante che farà presto proseliti, influenzando i Dark Funeral che nello stesso anno produrranno presso lo stesso studio il loro capolavoro “The Secrets Of The Black Arts”, così come faranno i Setherial con "Nord.." , e poi più avanti band come i Lord Belial, stabilendo quindi un filone con diversi rappresentanti; un nuovo inizio quindi, sia per i nostri, sia per la scena, con il quale guadagneranno fan accaniti e detrattori avversi a quella che vedono come una banalizzazione del loro suono preferito. In realtà si tratta semplicemente di una diversa intesa del suono oscuro: se per i norvegesi spesso essa è legata ad atmosfere ambient e malinconie lo - fi, gli svedesi preferiscono, probabilmente anche condizionati dalla loro tradizione death metal, estremizzare la lezione degli Immortal  ricercando l’oscurità nella saturazione del rumore e delle ritmiche, creando un muro costante gelido e tagliente, che evoca tormente senza fine e assalti da tregenda, in un contesto violento e belligerante. I fatti sembrano dare ragione, almeno a livello di popolarità, alla decisione di Hakansson, e il gruppo riuscirà ad imporsi come simbolo di estremismo totale, e di ottenere sempre più show dal vivo dove poter esprimere la propria brutalità, suonando negli anni con grossi nomi come i Mayhem e continuando con il loro suono anche in anni in cui il black incominciava a non essere più una novità, e viveva una crisi d’identità che per fortuna lo spingerà a rinnovarsi; ma per i Marduk bisogna attendere il nuovo millennio per dei cambiamenti sostanziali, anche se nel frattempo non mancheranno sorprese che, va detto, non saranno ben prese da un pubblico che ormai aspettava da loro solo un assalto senza sosta. Ma questo verrà dopo, per ora siamo pronti a vivere l’assalto blasfemo ai cancelli del Paradiso, in una dichiarazione di guerra che segna gli intenti della nuova nera fiamma che arde nel suono dei “lupi” svedesi.  



Si parte con la strumentale "Summon the Darkness - Invoca Le Tenebre" che non è nient’altro che un effetto di chitarra in salire, in una digressione atmosferica che crea scale sonore, le quali si avvicinano sempre più, lasciando poi posto alla successiva "Beyond the Grace of God - Oltre La Grazia Di Dio", il vero primo brano dell’album; esso ci accoglie con un rullante di batteria, a cui segue un rifring freddo e tagliente bombardato dalla doppia cassa. Ecco quindi un muro di suono costante dove la batteria serrata è immobile nel suo andamento, sottolineato da alcuni colpi di piatti appena percepibili e dai rulli di pedale, mentre le chitarre sono lanciate in giri forsennati e stridenti ripetuti in un loop massacrante; in tutto questo si percepisce comunque una melodia atonale portante, resa ultra veloce e frenetica nel suo movimento vorticante. Al trentaduesimo secondo parte Legion con il suo cantato rauco e “disgustoso”, in uno screaming malvagio e rabbioso che potenzia il caos graffiante della strumentazione, disposta in un assalto inumano dove le chitarre tagliano la composizione e il drumming la tempesta come grandine; se prima i nostri evocavano tormente, ora ricreano veri e propri assalti meteorologici dal cielo, che distruggono ogni cosa. Al cinquantunesimo secondo le chitarre si fanno più solenni, continuando però nella loro corsa feroce, sempre delineate da una batteria che non ha quiete, ma presto al minuto e sei tornano con i loro giri circolari in tremolo ossessivi e stridenti, mentre il cantante prosegue con la sua declamazione ringhiante, ricreando  a tutti gli effetti i toni di un demone infernale; alcuni rullanti e digressioni veloci creano attimi di rallentamento, i quali però nulla possono di fronte al vortice generale, creando solo dei contrappunti che per contrasto rafforzano la sensazione di essere spinti a mille all’ora. Legion grida il ritornello con enfasi esaltata accentuata dal riverbero, creando un atmosfera nera come la notte, mentre la strumentazione prosegue con il massacro senza fine. Il basso è ora poco udibile, e per quel poco che si percepisce segue fedelmente i giri di chitarra, mutuati sempre in fredde melodie atonali spigolose e taglienti; la batteria è naturalmente sempre un continuo di doppia cassa, dimostrandosi l’elemento volutamente più monotono e ossessivo. Al minuto e quaranta parte un fraseggio ieratico ed altisonante, sul quale presto tornano le raffiche di batteria e le grida mostruose di Legion, riportando il torrente sonoro, mentre le chitarre si aprono in glaciali giri tetri; ecco al secondo minuto e tre un nuovo stop con blast cadenzati e digressione roboante di chitarra. Essa prende velocità dopo un rullo di batteria al secondo minuto e quattordici, proseguendo in una marcia incalzante e totalitaria dove il loop di chitarre è ora più controllato, e il basso si sviluppa meglio nei suoi giri grevi, pur rimanendo nelle retrovie; su di essa tornano le grida distorte del cantante, mentre il drumming rimane al momento cadenzato con colpi organizzati e rullanti di pedale più veloci. Al terzo minuto e nove esso si fa più serrato, in colpi vicini che creano un ritmo marziale sempre più combattivo, il quale cessa di botto al terzo minuto e diciassette; il silenzio dura qualche secondo, dopo il quale esplode una cavalcata in doppia cassa e loop a motosega, in un vortice dove le vocals in riverbero di Legion si perdono come una voce trascinata nel vento. Ecco quindi che al terzo minuto e cinquantadue riprende con il suo cantato veloce, il quale diventa tutt’uno con il muro di suono tramortente della strumentazione; al quarto minuto e due interviene un fraseggio altisonante e solenne, mentre in sottofondo prosegue la cascata di colpi serrati. Esso si fa poi più stridente sottolineando gli andamenti vocali del cantante, in una furia costante senza quiete; si continua quindi su queste coordinate mentre compaiono attimi dove la chitarra è in solitario senza la batteria, che poi però subito riprende nella sua folle corsa. Il torrente in piena ci trascina con se fino al quarto minuto e cinquantotto, dove tutto si ferma con un ringhio basso di Legion e una digressione di chitarra, la quale sfuma in dissolvenza chiudendo il pezzo. Il testo ripropone il nuovo argomento preferito dei nostri: il vampirismo, raccontato dal non morto stesso. Dove egli cammina, ogni cosa appare in grigio, e sotto la sua ombra, i fiori appassiscono; egli ha bevuto il sangue di Gesù, e il suo riflesso è solo un’ombra, mentre viaggia sotto forma di pipistrello o lupo, annunciato al suo arrivo dai topi che scappano. “I'm a slave under my eternal hunger - Sono schiavo della mia fame eterna.” dichiara, nella sua continua brama di sangue, che lo rende un abominio, progenie terrena di Satana; egli richiama la sua prossima vittima uscendo dal sarcofago sotto forma di nebbia, annunciandone il funerale prossimo dopo il suo “abbraccio”. Egli vola nella notte sulle sue ali, come un sovrano del cielo notturno, “Invisible - I haunt the night, and my cold breath is all you can feel – Invisibile – caccio nella notte, e il mio freddo respiro è tutto ciò che puoi sentire.” annuncia poi con malvagia delizia; egli è risorto dai morti, ma ha lasciato la sua anima nel fuoco sulfureo, ed è quindi ben oltre la grazia di Dio, ormai perduto. E’ il vagabondo della tenebra sconosciuta, il dimoratone dell’ombra del diavolo, colui che non ha più un’anima. Chi lo affronta deve quindi abbandonare ogni speranza, affrontando un essere terribile e senza scrupoli; un testo semplice e diretto che presenta i vampiro qui non come una figura drammatica, bensì come una potenza demoniaca che gode della sua maledizione e dei suoi poteri, cacciando nella notte i viventi in nome del Male e delle forze infernali a cui è affine. "Infernal Eternal - Eternamente Infernale" parte con un fraseggio distorto, sul quale subito partono le grida di Legion e la doppia cassa furiosa, mentre si converte in un loop di giri di chitarra stridenti; si stabiliscono quindi subito i toni massacranti, sui quali il cantante rilascia il suo screaming quasi gutturale delineando il blasfemo testo in tutta la sua furia, e lanciandosi poi in gorghi rauchi in riverbero. La ritmica è serrata, mentre le chitarre instaurano mura di rasoi che non lasciano scampo a nulla; un Maelstrom musicale che ci attanaglia e trascina con se. La melodia atonale feroce  si dipana glaciale, mentre i giri di basso appena percettibili si sviluppano in sottofondo; al quarantanovesimo secondo in concomitanza con la ripresa del cantato l’andamento si fa più incalzante con un galoppo di batteria accompagnato dai rullanti veloci di pedale e da un rifting più arioso, ma sempre distorto. Ecco che al minuto e quattordici si riprende con la doppia cassa, in una nuova corsa folle e isterica dove le chitarre si danno a scale squillanti ed altisonanti, in un grande effetto nervoso e martellante delimitato dai colpi di piatti; al minuto e quarantuno riprende la dissonanza di chitarre, in una bufera continua fatta di turbini veloci e cascate di beat ossessivi. L’effetto schizofrenico è amplificato dallo screaming rauco e maligno di Legion, vero e proprio demone urlante  dalle profondità infernali; al secondo minuto e uno tutto si ferma con una digressione squillante, sulla quale poi riparte la batteria in un ritmi incalzante, mentre il cantante si da ai suoi solitivi vocalizzi malsani. Presto riparte la doppia cassa, mentre le chitarre si rifanno taglienti, aumentando nuovamente l’adrenalina  raggiunta verso alte vette; al secondo minuto e ventuno tornano più udibili anche i giri di basso, i quali come sempre seguono l’andamento delle chitarre. Al secondo minuto e trentuno le grida di Legion segnano una chitarra in fraseggio tagliente e veloce, mentre il drumming rimane lanciato nella sua corsa; ecco giri altisonanti dalla gelida melodia atonale, che creano un’atmosfera tetra e solenne. Si continua su queste coordinate fino al secondo minuto e cinquantuno, quando le chitarre si danno ad un suono più tenebroso e sommesso, e il cantante ad una performance più recitata e greve, salvo poi riprendere il loop massacrante di chitarre e doppia cassa; avanti quindi con i maestosi muri di chitarra e i giri imperanti, in un torrente in piena che non vuole smettere di assalirci. Al terzo minuto e trenta s’inserisce di nuovo il tagliente fraseggio epico, in un crescendo turbinante e ossessivo; esso si ripete in continue reiterazioni bombardate dalla batteria assassina, fino al terzo minuto e cinquantanove. Qui le chitarre si fanno più acute, mentre Legion vomita le sue vocals inumane e veloci; si prosegue con una vera e propria grandinata di drumming, mentre la composizione scema in dissolvenza fino ad evaporare nel nulla con tutta la sua costante violenza. Il testo riprende un tema caro tanto al black scandinavo in generale, quanto ai nostri, ovvero la ricerca della morte e della dannazione viste come purificazione dalla prigionia della vita; il protagonista racconta di come, guardando nello specchio e vedendo sbiadire la sua immagine, egli salpa per un viaggio mistico dove naviga le oscure acque della sua anima su una nave di odio cocente, diretto verso la “The land of the damned - La terra dei dannati”. I freddi venti dell’oscurità soffiano potenti, mentre un cimitero risplende nell’oscurità; da oltre il confine della vita mille voci urlano altrettante volte di dolore, mentre figure senza volto marciano nella tenebra. La vita sta scemando lentamente, avvelenata dal peccato e dalla colpa, mentre “Embraced in Black I lie - Avvolto dall’oscurità rimango immobile”; l’attesa della morte è considerato il momento più grande della vita, in una mortifera ossessione che vede l’evento come l’inizio del vero viaggio. Le mani di personaggi di maggiore potere dispiegano i veli del Mondo, e il protagonista si collega con lo spazio e il tempo, mentre la sua “prigione” perisce, e il Mietitore purifica la sua  anima; ora egli si trova nella Perdizione e nella Morte, in epoche oscure e lontane, in cui dimorerà in eterno. Un viaggio mistico quindi dai connotati satanici ed occulti, dove il malvagio credente accetta e richiede la morte, desideroso di raggiungere i mondi infernali ed oscuri che lo attendono. "Glorification Of The Black God - Gloridicazione Del Dio Oscuro" ci accoglie con un campionamento di Una Notte Sul Monte Calvo di Mussorgsky, poema sinfonico che ispira, a grandi linee, anche il testo del pezzo dedicato alla rappresentazione di un sabba, e i cui andamenti ritorneranno nella musica, che si conferma come una sorta di sua elaborazione in chiave black metal; ecco quindi le inconfondibili linee tirate di archi, che si avvicinano minacciose mentre gli strumenti a fiato creano  un ritmo non meno solenne. Al tredicesimo secondo un colpo potente di batteria introduce il feroce giro di chitarra distorto che da il via alla parte dei nostri, sviluppandosi in un fraseggio roccioso e lento, altisonante nei suoi toni ampliati dal basso greve e sferragliante; ecco poi un colpo di piatto con digressione a seguire, mentre un rullo in riverbero si dipana. Si prosegue con le bordate taglienti e con blast distribuiti, in un lento incedere carico di tensione, dove torna anche il basso a farsi sentire;  al trentottesimo secondo il ritmo si fa più incalzante con una marcia esaltante sottolineata da rullanti di pedali e dove le chitarre frastornanti proseguono in un loop strisciante. Il tutto si ferma al cinquantaduesimo secondo con un fraseggio veloce, sul quale presto parte la doppia cassa insieme alle grida grevi di Legion, in un assalto che è ormai familiare; scariche continue di chitarre e batteria investono quindi l’ascoltatore, in una sequenza ossessiva e stridente segaossa. Al minuto e diciassette si riprende più diretti, mentre il cantante declama sgolato il ritornello, potenziato dai continui attacchi di doppia cassa e giri in tremolo; al minuto e trentuno le chitarre si fanno più solenni e drammatiche, con aperture oscure che creano un’atmosfera trionfante ed oscura ripetuta. Si ritorna al secondo minuto al drumming spacca ossa e alle raffiche di riff assassini, completate dallo screaming gorgheggiante di Legion; tutto prosegue fino all’improvvisa cesura con digressione del secondo minuto e venti, la quale si dipana squillante in un assolo distorto e stridente. Su di esso si aggiunge una chitarra tiratissima, accompagnata dalla doppia cassa belligerante, in un tripudio serrato e ammaliante di violenza, dove s’inseriscono melodie atonali grandiose; ecco che parte un recitato dalla voce cinematografica modificata, la quale ricrea un tono sovrannaturale, mentre in sottofondo i loop di chitarra proseguono massacranti, sottolineati da alcuni giri più ariosi. Al terzo minuto e ventisei tutto si ferma con un nuovo fraseggio dalle scale struggenti, ma ha vita breve: infatti subito parte la cavalcata demoniaca di doppia cassa e muri di chitarra stridente, in un marasma sonoro glorioso dove Legion torna con le sue grida. Verso il terzo minuto e cinquanta troviamo parti più solenni ed ariose sempre però sparate, le quali creano un minimo di modulazione nell’altrimenti costante bombardamento senza respiro, alternandosi con i giri più tirati; si continua senza alleggerire il carico sonoro oppressivo fino al quarto minuto e sedici. Qui una serie di piatti di batteria e giri grevi fanno da pausa, la quale si ripete alcune volte, presentando poi dei rullanti, e una digressione con bordate rocciose, la quale nel finale lascia spazio a campane sinistre in sottofondo, che chiudono la composizione in un’atmosfera propriamente tetra. Il testo è un’altra rappresentazione blasfema e satanica di fantasie occulte e cerimoniali, in un sabba medioevale dove il protagonista è naturalmente il Maligno; la glorificazione del dio nero ha inizio dunque, con il diavolo stesso che presiede il banchetto sotto forma di un capro nero. Demoni, streghe, spiriti oscuri attendono, osservando con piacere le vergini sottomesse e le anime innocenti, pronte ad essere sacrificate; “The only light is the gleam of the torches from the inverted women wombs -  La sola luce è il bagliore delle torce proveniente dagli uteri delle donne invertite.” viene detto, mentre in un calderone grasso umano viene bollito, e l’aria si riempie di risate diaboliche e grida. Gli incantesimi propagano, mentre l’odore dell’inferno si espande intorno, e appaiono spiriti delle tenebre dal cuore dell’Inferno, in una unione di magia nera che infesta la notte; i cristiani fuggono, paragonati a maiali, pieni di terrore, mentre le nuvole bloccano al luce permettendo solo a bagliori lunari di passare, e la terra trema sotto i passi degli zoccoli accompagnati dai colpi dati su pelli umane, il tutto sotto il nero cielo. “Noone dares to tread the mountain on this night - Nessuno osa passare nella montagna in questa note.” annunciano i discepoli trionfanti, mentre da lontano i fuggiti osservano con occhi sgranati pieni di terrore, mentre i lampi si aggiungono alla perversa danza demoniaca sulla spoglia montagna. Un testo quindi che riprende come abitudine del black dell’epoca gli stereotipi cristiani delle cerimonie sataniche e le fa proprie, in un processo dove si diventa il nemico così come è sempre stato presentato, in una ricerca di ribellione e blasfemia che ha come riferimento la cultura popolare; immagini che possono sembrare grossolane ed ingenue, e non senza ragione, ma che donano una semplicità nera e maligna ben adatta per la musica diretta e violenta dei nostri. "Darkness It Shall Be - E Tenebra Sarà" ci getta nell’azione già inoltrata, con un giro di chitarre distorte sopportato dalla doppia cassa lanciata e dalle grida rauche di Legion: non abbiamo nemmeno tempo di realizzare quindi, che veniamo investiti dalla tormenta caotica. Al ventesimo secondo un grido dilungato accompagna l’intensificarsi del muro distorto di chitarre, in un movimento al calore bianco (si passi il termine forse inappropriato in questo gruppo) che presto però lascia di nuovo spazio all’andamento precedente, mentre i giri taglienti richiamano l’enfasi del cantato sincopato; al minuto e cinque l’intensità possibilmente sale, mentre tutto rimane dritto nella sua cavalcata senza controllo, votata alla distruzione di ogni cosa. Al minuto e venticinque le chitarre tornano a essere più ariose ed epiche per qualche secondo, prima che riparta ossessivo il loop stridente fin qui incontrato, in un brano dal songwriting semplice e tirato che non vuole darci sorprese, bensì distruggere i nostri sensi; ecco poi uno schizofrenico movimento dove le chitarre modificano velocemente i propri andamenti sterzando in base alle modulazioni vocali veloci di Legion. Al secondo minuto e undici abbiamo una brevissima cesura con piatti e rulli, dopo al quale ancora una volta riprende la doppia cassa martellante, senza voler sentire ragione alcuna; si prosegue così, con solo la chitarra che ogni tanto offre delle brevi digressioni a segnare il passo, salvo poi ributtarsi nel loop a motosega continuo. Ritorna verso il secondo minuto e cinquantotto la modulazione già incontrata, riproponendo la sequenza di andamenti finora usata; Legion è ormai libero da ogni freno e controllo, diventato lui stesso un tifone nero come la strumentazione. Siamo quindi sempre massacrati dai beat di batteria e dalle motoseghe di chitarra, ora più aspre, ora più circolari, ma sempre sega ossa; il vortice si lancia quindi dritto verso il finale, dove dei colpi di piatti e una digressione segnano l’ultima frase pronunciata in dissolvenza, la quale chiude il pezzo. Il testo scritto da It, torna alle tematiche sataniche, in una sorta di proclama demoniaco; il protagonista ha sognato le promesse di Satana, delle arti oscure e dei poteri che gli conferiscono, di mondi brucianti insieme alla Cristianità, ritenuta senza valore. “I and you are all that is dark of the world - Io e voi siamo quanto c’è di oscuro al mondo.” incita il nostro, in un’unione satanica dove i discepoli del Male sono gli unici a detenere la conoscenza e ad accogliere la notte eterna con orgoglio, prescelti per portare le persone alla loro fine; si prosegue poi ripetendo il sogno nefasto, fatto di oppressione nei confronti degli altri, e di sterminio totale condotto sia contro i nemici, sia contro gli alleati, in un nichilismo assoluto. “A new age will come, and a new King will be crowned - Una nuova era arriverà, e un nuovo Re sarà incoronato.” sentenzia, mentre i discepoli stessi affogheranno nel loro sangue, in una nuova era infernale in nome del diavolo; egli è un prescelto di Satana, e reputa gli orrori sognati cose meravigliose, e la pace, la bontà, l’amore, la felicità come cose che lui ha la possibilità di distruggere. Il protagonista e i suoi compagni hanno il potere del fuoco maligno, con il quale dominare il Mondo con i loro oscuri desideri, artisti satanici che dipingeranno tutto bagnandolo con il sangue; le gesta del passato sono rimembrate, ma nessuna sarà grande come ciò che verrà,  “When I shall wear the black crown, and rule with Satanic might - Quando indosserò la nera corona, e dominerà con potenza satanica.” trionfa il nostro. Seguono dichiarazioni di fratellanza satanica, dove il Mondo è nelle loro mani, pronto ad essere distrutto, in una visione che diventerà realtà, come ciecamente crede il nostro. Un testo lungo che non ci sorprende certo ormai, familiari con l’immaginario estremo della band, che vuole esprimere un satanismo brutale e malvagio che glorifica la Morte e tutto ciò che è sofferenza, ricercandole anche su di stessi; anche su questo i Marduk sono l’estremizzazione dei canoni del black scandinavo, resi sempre più brutali. "The Black Tormentor Of Satan - Il Nero Tormentatore Satanico" ci avvolge subito in una fredda tormenta nordica, con giri di chitarra in tremolo ricchi di melodia atonale, epici e scolpiti dalla doppia cassa frastagliante; al ventesimo secondo i suoni si fanno ancora più struggenti, mentre prende piede il cantato in riverbero di Legion. Notiamo già rispetto ai pezzi precedenti un’atmosfera più delineata, molto vicina a quella dei pezzi degli Immortal, dove la velocità costante non preclude una sorta di pathos oscuro; al quarantanovesimo secondo i toni s’intensificano ancora di più, mentre poi ‘instaura un riff altisonante e solenne dal grande effetto. Anche questa volta i cambiamenti sono legati agli andamenti di chitarra, mentre la batteria rimane costante nella sua ritmica forsennata; al minuto e venti la corsa cessa con una digressione sottolineata da un grido prolungato del cantante, sulla quale si organizzano piatti di batteria e rullanti. Essa si sviluppa poi in un motivo squillante, sul quale il drumming si delinea cadenzato; con sorpresa al minuto e quarantadue s’inserisce un assolo struggente e dalle scale taglienti e altisonanti. Un colpo di piatto al secondo minuto e due segna una nuova digressione, la quale riprende la melodia portante, evolvendo in un rifting solenne sul quale torna al doppia cassa insieme alle grida maligne di Legion; ecco poi un altro fraseggio ieratico, pieno di spettrale  e fredda melodia, il quale prosegue nelle sue note mentre la ritmica crea una pioggia costante di frecce sonore. L’effetto generale è epico ed esaltante, in un’energia esplosa in tutta la sua gloria; si arriva così al terzo minuto e diciotto, dove l’ennesima cesura da spazio ad un fraseggio squillante scolpito poi dalla doppia cassa, continuando in una tormenta ricca di atmosfera emotiva, dove le urla del cantante sono rabbiose e potenti, in uno dei pezzi più gloriosi di tutto l’album; l’improvviso finale è segnato da un triste motivo rallentato di chitarra, il quale chiude tutto su note altisonanti. Senza molte sorprese, il testo prosegue dove terminava il precedente; nuove visione sataniche di morte e distruzione, ed esaltazioni dei poteri del Male. Le nere nuvole notturne si apriranno, mentre mille occhi bruciano nella notte, mentre una figura infuocata si piega ad osservare con uno sguardo il Mondo dall’alto; la sua faccia truce osserva in basso, un pianeta dove presto regnerà la tenebra, e le persone incontreranno il loro nuovo Re, ovvero il diavolo. Sarà la notte “That will open the gates to the realm beyond – Aprirà le porte del regno dell’aldilà.”,  in cui le ali nere delle forze oscure prenderanno l’anima del discepolo che le evoca e completeranno l’eclisse del suo cuore; Il nero tormentatore satanico prenderò la vita di tutti durante l’infausta notte, portando il suo dominio come un’ombra del Re Infernale agognato dal nostro. I visi delle effigi diventeranno neri, e le croci rovesciate, mentre l’armata satanica attende un gesto di mano del loro Imperatore per rilasciare la loro nera furia, con angeli stuprati dai demoni e preti arsi vivi;  il sangue gronderà dal cielo, mentre il legame della Trinità incomincerà a spezzarsi (When blood is dripping from the sky, And the bond of the trinity cracks.”)  in un tripudio glorioso di immagini blasfeme. In tutto questo l’emissario di Satana osserverà dall’alto, tutt’uno con la tenebra, portando dannazione agli uomini; ecco quindi che tornano tutti i temi ormai familiari a chi conosce la band (o semplicemente il black metal di metà anni novanta), tra terribili e onnipotenti esseri infernali, piogge di sangue, dissacrazioni e umiliazioni degli eserciti del Bene, l’eterno nemico in un’immaginaria battaglia eterna dove i canoni della religione Cristiana vengono capovolti, usando le immagini tipiche della concezione medioevale come orgoglio del proprio “credo” satanico. Il tutto naturalmente più legato a giochi di ruolo e film piuttosto che a ricerche occulte, ma questa ingenuità esagerata fa parte del fascino primitivo della seconda ondata (non negando però i rappresentanti tematicamente più evoluti) legata spesso ad una ribellione “fai da te” che in un’epoca senza internet usava i topoi più familiari a disposizione. "Dracul Va Domni Din Nou In Transilvania - Dracula Domina Ora In Transilvania" parte solenne e sommessa con un rifting roccioso e rallentato, dall’andamento incalzante ed ipnotico ripetuto in un movimento delimitato da alcuni rulli di batteria e da giri più aperti; al trentaduesimo secondo esso viene fermato da una digressione, sulla quale si stagliano i sussurri malevoli di Legion. Ecco che al quarantunesimo secondo riprende la linea precedente, ma con un drumming ancora più incisivo e marziale, mentre le chitarre feroci e le vocals morbose del cantante avanzano in un ieratico movimento che viene sottolineato da piatti e rullanti; niente corse forsennate quindi per ora, arrivando grevi fino al minuto e quarantadue. Qui una digressione fa ad cesura, mentre compaiono inediti effetti ambient dalla matrice oscura; ecco che pian piano sale un fraseggio distorto insieme a rulli di batteria controllati e da blast cadenzati. Si continua su queste coordinate striscianti, mentre al secondo minuto e ventiquattro riparte il drumming più incalzante, ma sempre controllato, insieme alle vocals spietate di Legion; si ripropone quindi l’ammaliante motivo precedente, mentre in sottofondo un fraseggio insolitamente calmo e melodico sottolinea il cantato, che conosce esaltanti punte piene di enfasi che ci regalano un ritornello affascinate che richiama alcuni episodi del precedente “Opus Nocturne”, e i piatti continuano distribuiti a segnare l’andamento. Al terzo minuto e venti un rullo di batteria segna l’incremento dell’epicità con toni ancora più altisonanti, in un crescendo dove la melodia struggente prosegue con le sue scale “progressive” creando una parentesi insolita per l’album, dai connotati quasi doom; si prosegue così a lungo, guidati dalle vocals di Legion e dalle chitarre, arrivando al quarto minuto e diciotto. Qui una breve digressione fa nuovamente da cesura con i sussurri del cantante, dando poi spazio alla ripresa controllata ed avvolgente della bella melodia portante; un pezzo dunque emozionale, dove ancora una volta poi la tensione emotiva sale grazie ad un intensificarsi dei toni sottolineato dai rullanti di pedale. La conclusione vede un’ultima digressione sulla quale si stagliano rullanti in riverbero, i quali poi creano un effetto come di tuono in lontananza, il quale poi scema in dissolvenza. Il testo si allontana momentaneamente dai territori puramente satanici, anche se sangue e morte rimangono cari ai nostri, mentre torna la nuova ossessione del leader dei Marduk, espressa però tramite un'altra stesura dell’ospite It, ovvero la vita di  Dracula, soprannome di Vlad III di Valacchia, nobile e tiranno transilvano passato nella leggenda come vampiro grazie al libro di Bram Stoker, ma che nella realtà storica era forse ancora più terribile e mostruoso; si parte con la sua nascita, immaginando che nella notte i demoni sorvolano il cielo, disturbati dal pianto doloroso del neonato, il figlio del Grande Drago (si può interpretare sia come figlio del diavolo, sia come riferimento alla sua casata dato che il padre Vlad II era definito appunto Dracul, ovvero Drago), che in tutta la sua gloria sarà più crudele di ogni uomo o bestia. “All the angels and the puny men of god looked away - Tutti gli angeli e I deboli uomini di dio distolsero lo sguardo.” spaventati nel giorno della sua nascita dal male percepito; suo padre si fa avanti, sentendo che l’anima del figlio è potente, e lo tiene trionfante, in una delizia malvagia. S’immagina poi un discorso del padre, che lo accoglie nell’Ordine del Drago da lui guidato, in cui dovrà massacrare almeno mille turchi musulmani, per mostrare loro la sua furia tramite la spada, uccidendoli uno per uno in nome di Dio (curiosamente facendo propria la prospettiva cristiana estrema). La voce narrante poi incalza, dichiarando che essi devono essere presto distrutti, e che il figlio deve essere ben educato al riguardo; dovranno bagnarsi nel sangue dei turchi, definiti ratti, da uccidere perché non credenti e quindi rappresentanti del peccato.  Si passa poi avanti negli anni, in uno scenario diverso: ora Vlad II cerca alleanza con il nemico stesso, il sultano turco Murad, pur di sconfiggere il suo rivale Janos Hunyadi, e nella sua natura malvagia non ha problemi a voltare le spalle ai suoi alleati e al suo credo, poiché il Male è nel suo sangue, come poi dimostrerà il figlio, inconsapevoli servi di esso. L’imperatore Sigismondo sarebbe andato su tutte le furie se lo avesse scoperto, ma Vlad deve proteggere i suoi interessi, e in quel periodo il primo muore, spronando ancora di più il subdolo guerriero a ricercare l’alleanza dei turchi; nel 1438 Vlad III ha sette anni, e già partecipa alla guerra sanguinolenta, osservando la morte e l’orrore senza remore. In una visione alquanto romanzata s’immaginano il padre e la madre che cavalcano al suo fianco, mentre il giovane a discapito del tradimento ammira il padre, mentre insieme ai turchi saccheggiano il territorio; “Dragon and beast, devils and demons fighting hand-in-hand - Drago e bestia, diavoli e demoni combattono mano nella mano.” celebra questa alleanza cementificata dalla sete di potere, dove la Transilvania verrà schiacciata nella lotta, senza speranza per i suoi abitanti. Ci si chiede cosa riempie una mente malvagia, cosa rende un uomo tale, e la risposta è le opere della Morte, facendo poi riferimento al fatto che storie più grandi verranno, in una sorta di “to be continued” che anticipa il fatto che i Marduk orneranno a dedicarsi più ampliamente del crudele tiranno. "Legion - Legione" è il brano conclusivo dell’opera, il quale subentra dopo quattro colpi di piatti con un torrente di chitarre e doppia cassa, sul quale viene vomitata la folle voce di Legion, in un turbine caotico che chiarisce subito le coordinate del songwriting; ecco allora i giri taglienti, i colpi serrati, e i ritornelli sincopati in un nero vortice che ci è ormai familiare. Le chitarre si lanciano in fraseggi sega ossa, per poi aprirsi in solenni arie tempestose, creando anche questa volta la variazione di andamento, mentre il drumming ossessivo prosegue dritto calpestando ogni cosa sul suo cammino; al quarantunesimo secondo un grido feroce segna l’innalzamento ulteriore dei toni, in un loop greve a motosega, sul quale poi si staglia al voce modificata di Legion, in un effetto demoniaco da film.  Al minuto e dieci la batteria si fa più incalzante in un galoppo solenne coadiuvato dalle chitarre circolari e dal cantato trascinante, in una sezione più controllata che dona un attimo di respiro, pur nella sua nervosa tensione promulgata; essa prosegue aggiungendo poi chitarre ancora più ariose e ieratiche fino al minuto e ventotto. Qui alcuni colpi di bacchetta e un riff segnano una brevissima cesura, dopo la quale torna la cavalcata in doppia cassa e loop massacranti, ristabilendo un’accelerazione folle e caotica; qui le chitarre si danno a scale sempre più stridenti, in un drammatico incedere altisonante; una tormenta che ci investe squillante ed esaltante. Il tripudio è raggiunto al secondo minuto, dove un suono di esplosione e un grido rauco ci sorprendono, mentre il resto della strumentazione prosegue fuori controllo; al secondo minuto e undici partono riff dissonanti, i quali si delineano come tagliole, bombardati come sempre dal drumming prorompente. Ecco che torna lo screaming greve di Legion, mentre le raffiche di chitarre instaurano venti neri, a cui seguono i loop dissonanti e stridenti; al secondo minuto e quaranta un’improvvisa digressione ferma tutto, insieme a rulli in riverbero e ad un colpo di piatto. Dopo di essa prende piede un sinistro fraseggio sommesso, il quale viene colpito da bordate con feedback e colpi di piatti, dilatati nella composizione; si susseguono una serie di giri ieratici, mentre poi riprende la doppia cassa tempestante. Legion si lancia veloce in un cantato sincopato, mentre le chitarre si prodigano in loop serrati; al terzo minuto e ventidue ritorna l’andamento galoppante, supportato dai giri circolari a motosega e da sezioni con rullanti di pedale alternate. In sottofondo ad un ascolto attento possiamo anche individuare greve e appena percepibile il basso, il quale è pero sepolto nel marasma continuo; al terzo minuto e quarantacinque il drumming si fa ancora una volta più incisivo bei suoi colpi, scolpendo il movimento e l’enfasi del cantato rauco di Legion. Ecco che improvvisamente al terzo minuto e cinquantadue torna al doppia cassa, in un’ennesima corsa dove anche le vocals e le chitarre accelerano; ma con sorpresa s’inserisce al quarto minuto e tre un assolo ammaliante dalle scale vorticanti accompagnato da un giro di basso ben udibile, il quale crea un’atmosfera fredda e struggente dai connotati più tradizionalmente frostbitten. Ecco che una sorta di verso gutturale pieno di effetti si staglia in sottofondo, mentre al quarto minuto e ventidue si passa ancora una volta all’andamento più cadenzato con galoppi di batteria e maestose chitarre in tremolo; ancora una volta rullanti di pedale si alternano, mentre  le grida di Legion sono malvagie e distorte come non mai. I loop proseguono dissonanti, mentre al quarto minuto e quarantasei partono dei blast tempestivi e ritmati che incalzano l’andamento in una marcia feroce; su di essa il cantante si da ad un effetto sdoppiato dove interviene un inedito growl dai connotati cavernosi e brutali. Ci fermiamo al quinto minuto con un giro di chitarra delineato da piatti di batteria, il quale va scemando come un meccanismo che rallenta, mentre poi parte un rullo continuo di pedale; esso prosegue con i toni stridenti che man mano si consumano, rimanendo poi con una cacofonia atonale che segna la chiusura del pezzo e dell’opera con un rullante in riverbero. Il testo finale ritorna sulle tematiche sataniche predominanti nell’album, con una nuova glorificazione maligna delle forze oscure; il solito protagonista demoniaco osserva con occhi pallidi e con delizia oltre l’orizzonte, nella notte eterna. Il suo cuore è nero e  freddo come il ghiaccio, e la sua anima forgiata e battezzata nelle fiamme infernali, ed egli esulta ricordando che Lucifero è il decaduto portatore di luce, e che per la sua gloria tutti devono bruciare, lui compreso; si riferisce poi ai figli dell’oscurità, altri discepoli, intimando “Raise your blood-filled cups to our father with horns – Innalzate le vostre coppe piene di sangue verso il nostro padre cornuto.” in una cerimonia blasfema dove si denigra Gesù, definito colui tormentato dalle spine. Una nuova era sorgerà mentre gli angeli neri dell’abisso volano, e i demoni giungono in un cielo tempestoso e senza nuvole con occhi brucianti di malvagità squarciante; “I am given strength from a thousand sinners - Ho forza ottenuta da mille peccatori.” esulta il nostro, ricordando come essi dimorano nelle eterne, brucianti e rumorose profondità dell’Inferno. Con i demoni che hanno il suo cuore e anima, egli combatterà per il trionfo di Satana e per raggiungere gli obiettivi infernali, anticipa con esaltazione, mentre poi ripete il ritornello rivolto ai suoi confratelli; ecco che si dichiara come Legione, intimando di sentire la tenebra mentre lui e i discepoli si avvicinano, formando un gruppo di molti che diventa una sola cosa, grazie al quale Il paradiso brucerà accompagnato dalle grida degli angeli, invertendolo mentre trionfanti gridano “DEATH TO PEACE - MORTE ALLA PACE.” completando la visione blasfema che sintetizza il tema di tutto l’album, ovvero l’assalto tematico e musicale alle forze del bene in un assedio demoniaco ben rappresentato nella copertina originale dai connotati decisamente fantasy. Nessuna raffinatezza o ragione quindi con i Marduk, ma una cieca blasfemia che non trova quiete, e si prolunga sempre più in ogni lavoro, caratterizzandoli sempre di più in una mancanza di compromessi che li renderanno una delle band, nel bene e nel male, più ostinate e fedeli ai canoni del black metal più feroce e massacrante.



Un disco che sancisce dunque il nuovo corso dei Marduk, votato ad un suono sempre più veloce e violento, amplificato dalla produzione di Tagtgren lontana dal lo - fi  nebbioso e grim e dalla fredda pulizia che mette in risalto i bombardamenti di doppia cassa, blast, e grida morbose di Legion; quest’ultimo si presenta come un cantante rabbioso che forse manca dell’apertura vocale di Af Gravf e della sua enfasi teatrale, ma che completa propriamente lo stile iper - adrenalinico dei nostri con il suo screaming greve e gracchiante, dai connotati più taglienti e feroci. Si perde l’atmosfera occulta e decadente del lavoro precedente, e si guadagna un’inumana violenza dove i muri di suono creano un caos nero e opprimente; il dado è tratto, e da ora i nostri continueranno con un assalto sempre più rabbioso e senza freni, simbolo del modo svedese di intendere la materia black metal, almeno prima della svolta orthodox che interesserà la scena nel nuovo millennio. Le ambizioni di Hakansson sono molte, e ora grazie a questo lavoro si realizzeranno ancora di più, permettendo loro di imbarcarsi in un altro lungo tour in Europa, il quale l'anno successivo sarà seguito da un altro più breve denominato “Legion”, e che verrà poi immortalato nel live “Live In Germania”, prima celebrazione su disco dei loro concerti aggressivi che amplificheranno la loro fama tra i fan amanti del black più estremo e senza limiti; viene anche pubblicato un EP con un versione leggermente diversa del secondo brano dell'album qui recensito, e ben quattro cover di gruppi thrash tra i più violenti, chiamato appunto “Glorification”, dando nuove materiale in attesa di un album, seguito poi dal postumo “Here’s No Peace” che raccoglie versioni demo di alcuni pezzi comparsi poi in “Dark Endless”. Ora che sia lo stile musicale, sia il mondo tematico dei nostri sono ben definiti, il chitarrista a capo del gruppo può dare vita ad un progetto ambizioso: la creazione di una trilogia satanica divisa in Sangue, Guerra, Morte, dove i primi due saranno rispettivamente rappresentati da “Nightwing” e “Panzer Division Marduk”, i due lavori più polarizzanti e apprezzati del periodo con Legion da parte di molti, e disprezzati da qualcuno per l’ulteriore inasprimento dei toni, e l’ultima dal sottovalutato “La Grande Danse Macabre” il quale presenterà toni tendenzialmente più contenuti e macabri, deludendo chi voleva un altro assalto al fulmicotone. Nel frattempo verrà pubblicato un altro, lunghissimo e monolitico, live su due dischi, “Infernal Eternal” che celebrerà i dieci anni di attività dei nostri, coronando quello che sarà il loro periodo più caratteristico e ricordato da molti, amato da certi, villeggiato da altri, ma sinonimo di Marduk  nel pensiero collettivo del pubblico black. Il punto di partenza di tutto questo è qui: il primo assalto alle porte del paradiso, dai toni di guerra e dai colpi cacofonici, supportati dalla voce grottesca e demoniaca di Legion, nuovo emissario della nera lezione dei nostri; un ottimo album per gli amanti del black più tirato, pregno di un’atmosfera ossessiva e asfissiante che distrugge i sensi. La macchina da guerra del gruppo prosegue, mietendo sempre più vittime. 


1)  Summon the Darkness   
2) Beyond the Grace of God           
3) Infernal Eternal    
4) Glorification of the Black God   
5) Darkness It Shall Be         
6)  The Black Tormentor of Satan  
7) Dracul Va Domni Din Nou In Transilvania        
8) Legion       

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