MARDUK

Glorification

1996 - Omose Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
17/02/2015
TEMPO DI LETTURA:
7

Recensione

Proseguiamo con la nostra analisi della discografia degli svedesi Marduk, e nello specifico delle loro uscite del 1996, inaugurate dal loro quarto album "Heaven Shall Burn... When We Are Gathered" il quale lancerà definitivamente la band tra il pubblico con il nuovo cantante Legion (Erik Hagstedt) ed un suono ora ancora più brutale e serrato; è un momento di grazia, e l'ambizioso leader - chitarrista Morgan Steinmeyer Hakansson non perde tempo, impegnandosi in un nuovo tour europeo, che sarà il più lungo finora effettuato dai nostri, e poi l'anno successivo in un altro più breve denominato "Legion" come il pezzo finale dell'album in studio e il nome del nuovo cantante, in una doppia celebrazione. A supporto del primo tour verrà pubblicato l'EP qui recensito "Glorification - Glorificazione" il quale offrirà una versione leggermente diversa della quarta traccia di "Heaven Shall Burn..." più quattro cover di pezzi rispettivamente dei Destruction, dei Piledriver, e dei Bathory; quella dei lavori in tributo alle proprie influenze diventerà una tradizione del black (basti pensare allo storico "Darkthrone Holy Darkthrone" del 1998 che raccoglierà divese band norvegesi in celebrazione dei Darkthrone, o a "Teach Children To Worship Satan" dei Dark Funeral uscito nel 2000, il quale vedeva rifacimenti di brani degli Slayer, King Diamond, Sodom e Mayhem), quindi ancora una volta i nostri anticipano una tendenza che per alcuni sarà simbolo di commercializzazione e decadenza del black, ma che nei fatti prenderà piede come le cascate di blast portate avanti dalla band. Esso s'inserisce in un contesto di espansione della fama del gruppo, la quale verrà celebrata nel 1997 con il loro primo disco dal vivo "Live In Germania", che immortalerà la performance del nuovo cantante, ancora all'apice delle sue capacità vocali; dando rispetto ad alcune influenze del black, a partire dal thrash oscuro e violento di Piledriver e Destruction e arrivando al proto - black/thrash dei Bathory, i nostri ribadiscono il loro legame con la nera tradizione, offrendo rielaborazioni velocizzate dei loro brani che però mantengono una certa sporcizia sonora che mostra dei Marduk meno chirurgici rispetto all'impostazione presa invece sempre più con gli album principali. Un'occasione quindi per sentire un suono meno rigido e bombardante, più vicino ai primi lavori dei nostri, ma con la formazione attuale che vede sempre oltre al cantante Legion e al chitarrista Hakansson i soliti Fredrik Andersson alla batteria e Roger Svensson al basso; una line up che ci offre qui pezzi diretti, a volte dalla durata irrisoria, dove al posto dei blast continui troviamo una versione "blackened" del thrash più primitivo e diretto, qui reso più oscuro ed inquietante dal suono caotico e tagliente della band svedese.    

"Glorification Of The Black God - Gloridicazione Del Dio Oscuro" ci accoglie con un campionamento di "Una Notte Sul Monte Calvo" di Mussorgsky, poema sinfonica che ispira, a grandi linee, anche il testo del pezzo dedicato alla rappresentazione di un sabba, e i cui andamenti ritorneranno nella musica, che si conferma come una sorta di sua elaborazione in chiave black metal; ecco quindi le inconfondibili linee tirate di archi, che si avvicinano minacciose mentre gli strumenti a fiato creano  un ritmo non meno solenne. Al tredicesimo secondo un colpo potente di batteria introduce il feroce giro di chitarra distorto che da il via alla parte dei nostri, sviluppandosi in un fraseggio roccioso e lento, dove i suoi toni resi più sommessi dal nuovo mixaggio, vengono ampliati dal basso greve e sferragliante; ecco poi un colpo di piatto con digressione a seguire, mentre un rullo in riverbero si dipana. Si prosegue con le bordate taglienti e con blast distribuiti, in un lento incedere carico di tensione, dove torna anche il basso a farsi sentire;  al trentottesimo secondo il ritmo si fa più incalzante con una marcia esaltante sottolineata da rullanti di pedali e dove le chitarre frastornanti proseguono in un loop strisciante, ora ancora più caotico. Il tutto si ferma al cinquantaduesimo secondo con un fraseggio veloce, sul quale presto parte la doppia cassa insieme alle grida grevi di Legion, in un assalto che è marchio di fabbrica dei nostri; scariche continue di chitarre e batteria investono quindi l'ascoltatore, in una sequenza ossessiva e stridente segaossa, che ora è ancora più fredda e vorticante nella nuova versione. Al minuto e diciassette si riprende più diretti, mentre il cantante declama sgolato il ritornello, potenziato dai continui attacchi di doppia cassa e giri in tremolo; al minuto e trentuno le chitarre si fanno più solenni e drammatiche, con aperture oscure che creano un'atmosfera trionfante ed oscura ripetuta. Si ritorna al secondo minuto al drumming spacca ossa e alle raffiche di riff assassini, completate dallo screaming gorgheggiante di Legion; tutto prosegue fino all'improvvisa cesura con digressione del secondo minuto e venti, la quale si dipana squillante in un assolo distorto e stridente. Su di esso si aggiunge una chitarra tiratissima e solenne, accompagnata dalla doppia cassa belligerante, in un tripudio serrato e ammaliante di violenza, dove s'inseriscono melodie atonali grandiose; ecco che parte un recitato dalla voce cinematografica modificata, la quale ricrea un tono sovrannaturale, mentre in sottofondo i loop di chitarra proseguono massacranti, sottolineati da alcuni giri più ariosi. Al terzo minuto e ventisei tutto si ferma con un nuovo fraseggio dalle scale struggenti, ma ha vita breve: infatti subito parte la cavalcata demoniaca di doppia cassa e muri di chitarra stridente, in un marasma sonoro glorioso dove Legion torna con le sue grida. Verso il terzo minuto e cinquanta troviamo parti più solenni ed ariose sempre però sparate, le quali creano un minimo di modulazione nell'altrimenti costante bombardamento senza respiro, alternandosi con i giri più tirati; si continua senza alleggerire il carico sonoro oppressivo fino al quarto minuto e sedici. Qui una serie di piatti di batteria e giri grevi fanno da pausa, la quale si ripete alcune volte, presentando poi dei rullanti, e una digressione con bordate rocciose, la quale nel finale lascia spazio a campane sinistre in sottofondo, che chiudono la composizione in un'atmosfera propriamente tetra. Il testo consiste in una rappresentazione blasfema e satanica di fantasie occulte e cerimoniali, in un sabba medioevale dove il protagonista è naturalmente il Maligno; la glorificazione del dio nero ha inizio dunque, con il diavolo stesso che presiede il banchetto sotto forma di un capro nero. Demoni, streghe, spiriti oscuri attendono, osservando con piacere le vergini sottomesse e le anime innocenti, pronte ad essere sacrificate; "The only light is the gleam of the torches from the inverted women wombs -  La sola luce è il bagliore delle torce proveniente dagli uteri delle donne invertite." viene detto, mentre in un calderone grasso umano viene bollito, e l'aria si riempie di risate diaboliche e grida. Gli incantesimi propagano, mentre l'odore dell'inferno si espande intorno, e appaiono spiriti delle tenebre dal cuore dell'Inferno, in una unione di magia nera che infesta la notte; i cristiani fuggono, paragonati a maiali, pieni di terrore, mentre le nuvole bloccano al luce permettendo solo a bagliori lunari di passare, e la terra trema sotto i passi degli zoccoli accompagnati dai colpi dati su pelli umane, il tutto sotto il nero cielo. "Noone dares to tread the mountain on this night - Nessuno osa passare nella montagna in questa note." annunciano i discepoli trionfanti, mentre da lontano i fuggiti osservano con occhi sgranati pieni di terrore, mentre i lampi si aggiungono alla perversa danza demoniaca sulla spoglia montagna. Un testo quindi che riprende come abitudine del black dell'epoca gli stereotipi cristiani delle cerimonie sataniche e le fa proprie, in un processo dove si diventa il nemico così come è sempre stato presentato, in una ricerca di ribellione e blasfemia che ha come riferimento la cultura popolare; immagini che possono sembrare grossolane ed ingenue, e non senza ragione, ma che donano una semplicità nera e maligna ben adatta per la musica diretta e violenta dei nostri. "Total Desaster - Disastro Totale" è la prima cover del lotto: trattasi di un omaggio reso ai thrasher teutonici Destruction, alfieri a metà anni ottanta di uno speed/thrash violento e veloce che avrebbe in parte ispirato i risvolti più adrenalinici del black metal. Il brano originale è contenuto nella demo "Bestial Invasion of Hell" del 1984, ed in seguito è stato riproposto nell'EP (uscito nel medesimo anno) "Sentence of Death". Curiosità, una versione di "Total Desaster", riveduta e corretta a livello di produzione e pulizia sonora, venne inserita dai Destruction nel loro album "All Hell Breaks Loose" ed intitolata "Total Desaster 2000", per via dell'anno di uscita dello stesso disco. Operazione ripetuta anche nel 2007, con l'uscita dell'album "Thrash Anthems", ri-registrazione dei vecchi classici della band. Compariamo ora la versione dei Marduk con l'archetipo di "Total Desaster", ovvero la prima versione di quest'ultima: se nell'originale si partiva con un rumore come di vento, sul quale si stagliava una voce modificata dai toni imperanti e cinematografici, qui invece troviamo un rifting ferroso in salire, distorto in una dissonanza nebulosa. Quest'ultimo esplode poi al ventottesimo secondo in una corsa diretta dal loop roccioso saltando tutta una lunga parte di assoli ed evoluzioni di chitarra presente nel pezzo del Destruction; il drumming in doppia cassa è ossessivo come sempre, tempestando i giri circolari di chitarra, e il cantato di Legion, distorto e maligno come sempre.  Lo strumento a corda si apre ad onde taglienti, mentre colpi di piatto ben distribuiti scandiscono l'avanzare potente della composizione; notiamo come ora il movimento dell'originale venga rispettato, presentando però una strumentazione ben più serrata e delle vocals naturalmente diverse dai toni disprezzanti, ma ben più puliti, di Schmier. Si prosegue su queste coordinate, alternando parti più dirette ed evoluzioni in riff più elaborati a sega elettrica, in un andamento ipnotico dalla natura totalmente black, riprendendone però i connotati più thrash ricchi di "groove" roccioso; al minuto e dieci il cantato si fa sdoppiato, come avveniva anche nell'originale, ottenendo un effetto da possessione demoniaca, ampliato dalla cacofonia altisonante raggiunto dalla strumentazione. Al minuto  e trentanove troviamo punte di chitarra più dissonanti, in un ritmo sempre più aggressivo e lanciato; su di esso si organizzano le sommesse e rauche urla prolungate di Legion, in un verso di disgusto che riprende quello più squillante del cantante dei Destruction. Esso compare diverse volte, mentre la chitarra si apre in giri solenni e i blast delineano l'andamento costante; a secondo minuto e diciassette un assolo stridente dalle scale  pronunciate riprende quello più melodico del pezzo originale, dilungandosi in evoluzioni mentre il resto della strumentazione prosegue con il suo muro di chitarre, le quali poi in solitario con la batteria tornano ai loro riff a motosega. Come spesso accade con i Marduk, la varietà dell'andamento è data dalle leggere inflessioni di chitarra, mentre la ritmica è ossessivamente tenuta su un movimento lineare; è praticamente assente in questo caso il basso, rispettando la natura "in your face" e giocata sul rifting di chitarra, del pezzo originale. Si ripropone il ritornello sdoppiato e veloce, dopo il quale continua il loop tagliente prolungato; ma al terzo minuto e ventinove ecco che le chitarre si lasciano ad una digressione sferragliante cpn giri scordati in sottofondo, sulla quale la batteria si da a rulli e Legion si lancia in urla, in un finale ieratico dove la conclusione è lasciata ad un effetto in sottotono. Il testo è un inno thrasher - pseudo satanico fatto apposta per scioccare i benpensanti e avvalorare lo scenario violento e blasfemo dei Destruction, che di riflesso si adatta al modus operandi dei Marduk; il protagonista è nato in un'oscura notte invernale, mentre tuoni e lampi lo accolgono, e ora è pronto a lottare contro il Paradiso, che egli non considera nemmeno. "My home is the bloody hell - La mia casa è il maledetto Inferno." ci informa, il luogo dove Satana domina, e il Mondo è ora un guscio vuoto, che sarà distrutto dal fuoco degli inferi; egli non ha mai creduto in Cristo e non si è mai fidato dei preti, il suo maestro è il diavolo, e quando le persone vedono arrivare lui e le truppe infernali, si nascondono dalla paura. Lui comanda, e gli altri s'inginocchiano, mentre sacrifica con i suoi discepoli infanti a Satana, in un tipico immaginario blasfemo con tutti gli stereotipi del caso; alla fine minaccia di venire ad assaporare il sangue, e che una delle vittime decapitate sarà l'eventuale figlia di uno degli ascoltatori. Un testo duretto, semplice, fatto per scioccare e tenere una certa immagine, non certo con volontà seriose, ma si sa che una delle caratteristiche del black scandinavo è quella di "aver preso sul serio" l'immaginario di Venom, Destruction, Slayer, etc., quindi troviamo le radici anche tematiche di quello che verrà in seguito. La traccia successiva, "Sex with Satan - Sesso Con Satana", è sempre una cover e questa volta di un brano dei Piledriver, gruppo canadese attivo lungo tutta la scena deli '80 in maniera altalenante ma sempre sfornando dischi di ottima qualità e tornati ufficialmente a calcare i palchi con il nome di The Exalted Piledriver dal 2004. Come nel caso della seconda traccia di questo EP, il brano è tratto dagli esordi della band tributata, in particolare il brano qui proposto è tratto proprio da "Metal Inquisition", debutto in Full Length della band canadese. La versione dei Marduk sostituisce il rifting incalzante dell'originale con una digressione più trattenuta e solenne, che avanza strisciante bombardata poi da blast controllati; ecco poi che parte una batteria ritmata con il loop rumoroso in sottofondo, aumentando la tensione tagliente rispetto all'originale, più lanciata in uno stile thrash diretto. Al ventesimo  secondo interviene il cantato gridato di Legion, mentre le chitarre si aprono a giri monolitici e oscuri, pregni di un'epica atonalità che da una versione ben più tetra delle melodie distorte usate dai  thrasher canadesi; il cantante dei Marduk è più morboso nella sua performance, ma mantiene nell'andamento vocale il groove dell'originale, inasprito però nei toni distorto e taglienti. Al quarantesimo secondo l'andamento si fa ancora più ferroso e caotico, mentre poi punte più altisonanti sottolineano i ritornelli malvagi di Legion, in un procedere esaltante ed incalzante; per molti versi una specie di ritorno agli inizi dei nostri, dove però questa volta il black è mischiato non con il death, ma con il thrash più sporco e inquieto, rinunciando al blast facile per sonorità più tradizionalmente metal. Le vocals più elaborate del front man dei canadesi vengono rese qui come ringhi rabbiosi, supportati da bordate di chitarra pesanti come mazzate; ecco che al minuto e trentatré parte una cesura con un fraseggio distorto e alcuni giri squillanti supportato dai piatti di batteria. Dopo di essa riprende l'andamento galoppante iniziale, riproponendo lo stesso sviluppo solenne e oscuro precedente, tra giri maligni e blast cadenzati; sale quindi ancora la tensione in concomitanza del ritornello, con colpi cacofonici e chitarre come seghe elettriche, a supporto del cantato  feroce di Legion, totalmente diverso da quello scandito e ben più umano dell'originale. Al secondo minuto e trentacinque abbiamo un altro stop uguale al precedente, ma sottolineato da grevi giri di basso, dopo il quale si riparte con un assolo stridente; esso si dipana in scale taglienti ed assordanti, mentre la batteria prosegue con i suoi blast organizzati, che poi accompagnano il roccioso andamento oscuro di chitarre e voce. Al terzo minuto e ventiquattro si riparte con il ritornello, in un fragore potente che non può non colpire, ripetuto con ossessione violenta dove le grida di Legion si fanno sempre più intense, fino alla conclusione improvvisa con bordate squillanti e colpi cadenzati. Il testo dei Piledriver si mantiene su coordinate blasfeme, ma ancora più goliardiche e legate ad un volgare gioco tematico che mischia il satanismo e il sesso; l'Inferno è a fuoco, desiderio e lussuria dominano, il Diavolo vuole infilzare (nel senso più perverso possibile) l'ascoltatore e leccarlo, vuole la sua anima e il suo corpo, verrà di notte a  prendere un assaggio. "Naked, twisting, bodies sweating - Nudi, agitati, corpi sudano." ci viene illustrato, non si può fuggire alla fame del diavolo, e si sentono grida come tuoni; il Principe delle Tenebre e del male aprirà le gambe della sua vittima, in un incubo che è realtà. Seguono degradazioni e umiliazioni varie, arrivando al coinvolgimento di animali, in toni palesemente sempre più esagerati; Stana emette versi vari, è in calore, e per lui la sventurata vittima è solo un pezzo di gambe. "Cursed hellhound, craving demon - Maledetto segugio infernale, demone desideroso."  viene apostrofato, riempie di dolore la vittima, sanguinolenta e sporca, picchiata e ferita, derisa perché umiliata e debole; non c'è scampo, lui possiederà e molesterà a suo piacimento. Un testo ancora una volta fatto per scioccare e disgustare i ben pensanti, presentando un diavolo eccitato che sfoga le sue malsane voglie rappresentando la paura per tutto ciò che è proibito e perverso; un messaggio che può solo far piacere ai Marduk, che più avanti nella loro carriera toccheranno queste tematiche in maniera più "seriosa" e violenta. "Sodomize the Dead - Sodomizza I Morti" è la seconda cover dedicata al gruppo canadese (brano sempre tratto da "Metal Inquisition"), un pezzo veloce di pochi minuti come l'originale, ma reso più feroce e combattivo; ecco il fraseggio iniziale viene riproposto in chiave più allucinata, mentre piatti di batteria anticipano lo scoppio del rifting al quinto secondo (diversamente dal nono del brano originario) il quale è ora decisamente più roccioso e tagliente, accompagnato da un galoppo di drumming incalzante. Se nel pezzo dei Piledriver abbiamo chitarre più dissonanti e una registrazione più bassa, qui vengono presentate seghe elettriche ad alta definizione, le quali proseguono nel loro loop violento; al sedicesimo secondo i toni si fanno ancora più serrati, mentre nell'originale verso il ventitreesimo secondo interveniva un esaltante fraseggio, sul quale poi intervenivano i versi mugolanti dell'omonimo front man. Essi sono invece qui trasformati da Legion in versi rauchi e ben più demoniaci, che poi lasciano spazio ad uno screaming indiavolato la dove invece vi era un cantato più "sleazy" e tipicamente heavy/thrash, confermando la trasformazione del brano su connotati più black; al cinquantesimo secondo un assolo stridente si sviluppa in scale prolungate e vorticanti, presentando una versione ben più estraniante di quello epico che partiva al cinquantaseiesimo secondo dell'originale. Ecco quindi che riprende la marcia massacrante con i versi di Legion, riprendendo il songwriting usato dai Piledriver; riesplode il ritornello osceno, mentre il muro di suono di chitarre e drumming pestato prosegue caotico, andando poi a scemare man mano che ci si avvicina al finale del secondo minuto e otto, la dove nell'originale si proseguiva per qualche secondo in più con versi vari. Il brevissimo testo dei Piledriver è senza fronzoli e in poche righe esplicita il suo significato necrofilo: "Grida, grida, vomita e grida" viene intimato, altre e grida e poi, in un tripudio di volgarità goliardica, una scorreggia, alla quale seguono altre grida. Il messaggio è limpido, "sodomizza il morto" in un confuso inno alla necrofilia non certo da prendere sul serio, in un non - testo che si adatta alla natura semplice e punk del pezzo; poco da dire, se non l'ennesima espressione sui generis  fatta apposta per scioccare qualsiasi "esterno" che fosse venuto a contatto con i nostri, in un'immagine thrash che all'epoca rappresentava il massimo delle estremo per molti, canoni che i gruppi death, black, e grind s'impegneranno a superare largamente, rendendo certi testi a posteriori molto meno inquietanti rispetto a ciò che oggi qualsiasi ascoltatore di metal estremo è abituato. "The Return of Darkness & Evil - Il Ritorno Della Tenebra & Del Male", ultimo brano del lotto, è l'omaggio che i Marduk rendono ai conterranei Bathory ed in particolare alla figura del mastermind Quorthon, nume tutelare di tutta la scena svedese. Il brano coverizzato è in origine contenuto nel secondo album dei Bathory"The Return.." (1985), uno dei loro dischi maggiormente apprezzati, facente parte della leggendaria triade del periodo Black - Thrash della band scandinava, assieme all'omonimo debutto ed al leggendario "Under The Sign of the Black Mark". Questa versione dei Marduk parte come nel brano di Quorthon con un effetto di chitarra sommesso, ma in salire, il quale sfocia al diciassettesimo secondo (invece che al ventesimo come nell'originale) in un rifting roccioso, più contenuto rispetto a quello roboante usato dai Bathory; ecco che parte una batteria in galoppo, più pestata e presente nel mixaggio qui, la quale colpisce la cascata continua di muri di chitarra e giri scordati di basso. Legion parte con il suo cupo cantato, più profondo e meno gracchiante rispetto a quello usato da Quorthon nella sua interpretazione; se l'originale è più monolitica e dura, la versione dei Marduk è più veloce ed adrenalinica, creando un senso di folle tensione lanciata a tutto spiano. Verso il cinquantesimo secondo la doppia cassa si fa ancora più serrata, avvicinandosi alle ritmiche usate normalmente dei nostri, pur non raggiungendone del tutto il parossismo; intanto in sottofondo le chitarre continuano con i loro fraseggi sferraglianti, i quali al minuto e due si aprono in giri più solenni ed incalzanti. Non abbiamo qui gli stessi andamenti epici dei Bathory in sottofondo, preferendo dare spazio ad una glaciale e tagliente cacofonia uniforme che crea getti continui di riff e drumming martellante; Legion assume toni vocali decisamente feroci e grevi, completando perfettamente l'atmosfera demoniaca e su di giri qui instaurata. Al minuto e cinquantatre mentre la ritmica prosegue dritta le chitarre si fanno più ariose e solenni nei loro giri, riesplodendo poi al secondo minuto e dodici; qui si aggiungono assoli ultra stridenti, che aumentano il folle rumore raggiunto, in una sezione noise dove le grida prolungate in riverbero di Legion sono sepolte sotto l'infernale rumore continuo. Il marasma assassino prosegue imperterrito, in una bolgia sonora frastornante; essa collassa al terzo minuto e venti con un effetto come di chiusura di un cancello, uguale a quello usato nel finale dell'originale, a anch'esso segnato da un andamento confusionario, ma non come quello qui instaurato, al pari di certi gruppi blackened death/war metal odierni. Una riproposizione quindi questa volta più lineare che non mantiene tutti gli elementi dell'originale, al contrario delle due precedenti cover dei Bathory comparse nella ristampa di "Fuck Me Jesus" più fedeli; una scelta che da un'identità propria al pezzo qui presente, pur riconoscibile come riproposizione del brano delle leggende svedesi alla base insieme ai Venom e ai primi Mayhem del substrato musicale che ha influenzato il black scandinavo. Il testo di Quorthon è più serio nel suo immaginario occulto, stabilendo molti dei canoni esoterici del black che verrà; All'alba una strega sussurra una magia scritta nel sangue, che invoca le tenebre, la Morte e il puro male, raccogliendole truppe del disprezzo. "The darkness possesses you your soul scream in vain - L'oscurità ti possiede mentre gridi in vano." viene esultato, il fuoco infernale brucerà in questa notte, mentre tuoni e lampi annunciano la realizzazione di un'antica profezia sul ritorno di Satana; è il ritorno della tenebra e del male, del fuoco e delle fiamme, del desiderio e del dolore. La bella strega nera sacrifica una vergine alle fiamme infernali, e pronuncia le parole dell'incantesimo, mentre le masse raccolte corrono in circolo, gridando pietà dal dolore; ma non c'è nessuna pietà per i "benedetti" dell'inferno, destinati a bruciare in nome di Satana. Quest'ultimo discende dal cielo bruciante, tenendo le redini egli cavalca nella notte, apparendo nel pieno della sua gloria e orgoglio, mentre le anime strappate al Paradiso piangono; ecco quindi blasfemia, vittoria, dissacrazione, fuoco e dannazione. 

Concludendo la nostra analisi, "Glorification" è un EP pensato e realizzato in funzione del crescente successo dei nostri, e in previsione dei loro tour dell'epoca; non è certo un lavoro fondamentale al pari dei dischi in studio, e la sua funzione è più che altro quella di identificare i Marduk come appartenenti alla tradizione del metal estremo, omaggiando alcuni gruppi che hanno ispirato la nascita del black, presentando un suono più sporco e feroce rispetto ad altri contemporanei. Ci da comunque modo di ascoltarli in versione meno sostenuta, dove si divertono a risuonare alla loro maniera brani che hanno ascoltato da giovani, rispettandone la natura e calcando meno la mano sui blast e la velocità delle corse, ma mantenendosi comunque malvagi ed adrenalinici; in particolare si nota in particolare la cover dei Bathory dove addirittura si cerca di essere meno melodici dell'originale, eliminando alcuni fraseggi e aumentando la cacofonia rendendola delirante. Per il resto i ritornelli vengono ripresi nei vari pezzi, ma interpretati secondo lo screaming rabbioso di Legion, accentuandone la malvagità insita negli originali; insomma, un aggiunta alla discografia dei nostri che non ha la priorità sui lavori principali, ma che è degna di appartenere ai fan della band che vogliono completare la loro collezione con tutto lo spettro sonoro prodotto dai nostri. Inoltre, anche chi magari normalmente non è attratto dai dischi di quel periodo, bombardati continuamente da blast e muri di chitarra, potrebbe apprezzare lo stile più contenuto e "tradizionale" qui usato, vicino al black più legato al ritmo e alle radici thrash/heavy metal; in definitiva un omaggio alle proprie ispirazioni, che si aggiunge ad una serie di cover sparse tra singoli ed edizioni speciali che i Marduk produrranno negli anni. Intanto sulla cresta del successo di "Heaven Shall Burn.." i nostri battono i ferro finche è caldo, e nel giro di due anni come detto in precedenza si danno a ben due tour, di cui uno poi immortalato nel loro primo live "Live In Germania", ennesima celebrazione del trovato successo, mentre l'altro li porterà ancora in Europa, dove poi avranno l'onore di suonare insieme ai riformati Mayhem; l'interesse verso di loro sarà ampliamente dimostrato nello stesso anno nella pubblicazione da parte della svedese Shadow Records dell'EP "Here's No Peace", sezione della registrazione di "Dark Endless" che doveva uscire prima di questo disco, circolata invece per anni come bootleg sotterraneo nei circoli del tape - trading. Cementificato il proprio nome in questo assalto di pubblicazioni, i Marduk  sono pronti a tornare in studio, creando il primo episodio della trilogia satanica: "Nightwing" sarà un lavoro che amplificherà il percorso iniziato, aggiustando il tiro e concludendo il filo tematico su Dracula instaurato nei lavori precedenti. Inizia quindi il periodo più celebre, osannato da alcuni, odiato da altri, dei nostri, che li poterà ad essere tra i gruppi black metal più conosciuti e caratteristici delle varianti più dirette e meno mediate del genere; ma prima analizzeremo l'annunciato live, che darà modo di vivere su disco la prova dal vivo della nuova formazione con Legion come vocalist, il quale si dimostra nel pieno delle forze reinterpretando sia i classici, sia i pezzi partoriti con lui, e tenendo in scacco il pubblico con la sua natura da performer da palco, tutto tranne che introverso come latri rappresentanti del black.        

1) Glorification of the Black God 
(Remixed version)       
2) Total Desaster 
(Destruction cover)       
3) Sex with Satan (Piledriver cover)          
4) Sodomize the Dead 
(Piledriver cover)  
5) The Return of Darkness & Evil 
(Bathory cover)     

correlati