MARDUK

Deathmarch

2004 - Blooddawn Productions

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
23/03/2015
TEMPO DI LETTURA:
6,5

Recensione

Eccoci ancora nel 2004 dei Marduk, nuovo inizio della band black metal svedese che ora è composta da una line up rivoluzionata:  Evil (Morgan Steinmeyer Hakansson) alla chitarra, il rientrante Devo (Magnus Andersson) al basso, Emil Dragutinovic alla batteria e il nuovo acquisto Daniel Rosten (Mortuus) alla voce, personaggio chiave del black orthodox grazie al suo progetto Funeral Mist dove usa il nome Arioch. Il frutto di questo nuovo contingente è l'ottimo "Plague Angel" il quale offre un suono che unisce violenza e atmosfera, riprendendo le centrifughe di "Panzer..." e i suoi temi bellici, unendoli con passi trascinanti ed evocativi frutti delle loro ultime sperimentazioni, qui portate a compimento in una forma più matura. Troviamo inoltre per la prima volta una collaborazione martial/industrial con gli Arditi, connubio che caratterizzerà i nuovi Marduk nel susseguirsi di lavori che seguiranno d'ora in poi; un punto zero che permette ad un nuovo pubblico di avvicinarsi ai nostri, rivalutati anche da alcune persone che li avevano sempre visti come una band generica e senza sostanza. Naturalmente, come da loro abitudine, i nostri non stanno con le mani in mano e capitalizzano il momento, lanciandosi in una serie di concerti tra cui il ritorno al X-Mass Festival in Europa, e il Deathmarch tour accompagnato dall' omonimo EP limitato "Deathmarch - Marcia Della Morte" qui recensito; quella dei mini album in concomitanza con stacchi tra un disco e l'altro è ormai una tradizione, qui continuata pure con la nuova formazione. Un lavoro "minore" dunque, inizialmente distribuito solo nei loro concerti, poi riproposto nella versione del 2008 di "Plague?"  in boxset; esso però fa da perfetto complemento all'opera precedente, presentando una versione alternativa di "Steel Inferno", un inedito strumentale, e due demo dei primi due brani di "Plague?". Una sorta dunque di "diario di lavorazione" che accontenterà i fan sfegatati che desiderano l'opera omnia della band svedese; essa ci permette infatti di ascoltare una versione non edulcorata e primitiva della nuova line up grazie alle ultime due tracce,  dove Mortuus dimostra come anche senza effetti da studio la sua voce sia potente e demoniaca, cosa poi confermata nei live dove si conferma un front man di poche parole, ma autoritario ed imponente. I primi due episodi sono invece più che altro delle aggiunte, nel primo caso modificando non molto del pezzo presentato, nel secondo offrendoci una marcia bellica strumentale che non aveva trovato posto nel disco; qualcuno può parlare di "specchietto per allodole" per guadagnare altri soldi, ma è anche vero che il mini album era stato pensato e prodotto come mezzo di promozione del loro nuovo tour, importantissimo per i fattori prima elencati. Un punto della situazione quindi prima del proseguimento con i vari concerti, uno dei quali verrà immortalato poi nel successivo live "Warschau", completando le uscite preparatorie ai nuovi Marduk, che potranno così partire a piena potenza con l'intensificarsi del loro nuovo suono sempre più autoritario e solenne; naturalmente le registrazioni si sono tenute presso l' Endarker Studio, ormai nuova sede di lavorazione che grazie al mixaggio di Devo creerà uno stacco rispetto al suono "artificiale" precedente, pur mantenendo una certa pulizia del suono.    

"Steel Inferno - Inferno D'Acciaio" parte con un suono di chitarra solenne e distorto che si dilunga per qualche secondo; ecco quindi i versi drammatici di Mortuus, sui quali prende piede una corsa in doppia cassa violentissima, accompagnata da loop vorticanti. Parte il cantato isterico, mentre la strumentazione si da a giri sconvolgenti e blast pestati, i cui andamenti sono ripresi nelle cadenze veloci ed imperanti di Mortuus; s'inseriscono anche fraseggi oscuri, riportando alla mente alcuni episodi di "Panzer?" confermati dai piatti e dal vortice sempre più dissonante che si va creando. Quest'ultimo poi si accompagna ad un grido rauco prolungato mentre si converte in una marcia fatta di bordate squillanti e drumming diviso in colpi cadenzati ed accelerazioni; notiamo come e differenze rispetto alla versione precedente del pezzo siano poche, rilegate più che altro al mixaggio più nebbioso e alle chitarre ancora più taglienti e rozze.  Si riparte poi con la doppia cassa lanciatissima, riaprendo la corsa senza sosta e pietà, dove le chitarre si aprono in giri ariosi proseguendo poi con loop taglienti e diretti. Tornano quindi i fraseggi oscuri, mentre Mortuus assume toni sempre più sgolati, che completano il marasma sonoro ottenuto, pesante e frenetico, giocato su bombardamenti ancora più frenetici rispetto alla versione precedente;   la follia è ormai totale, e solo le minime variazioni nei riff ci danno respiro, mentre troviamo poi al secondo minuto e cinque la ripresa della marcia con bordate e blast potentissimi cadenzati. Quest'ultima prosegue dissonante fino allo stop improvviso, che questa volta non da spazio a campionamenti da guerra, mancanti in questa versione concisa e diretta. Un pezzo che come detto non stravolge quanto già sentito, tagliando alcuni campionamenti e presentando parti ancora più frastornanti, probabilmente una registrazione precedente del brano, poi aggiustato prima dell'inserimento in "Plague Angel"; niente di epocale o necessario dunque, inserito probabilmente più che altro per fare scaletta ed accompagnare gli altri brani qui presenti. Il testo riprende il tema della Seconda Guerra Mondiale riallacciandosi agli scenari di guerra di "Panzer?"; è come se i pretoriani romani fossero rinati, in una spirale di morte con lancieri in armatura. E' tempo della prova, del cerchio di fuoco, in un accerchiamento che sfocia in un'irruzione nelle città di Rostow, Charkow, Kursk, Tarnapol, con l'invasione della Russia in un terreno zuppo di sangue; momenti di gloria dunque nella cavalcata mortale dei carri armati, portando Inferno e morte in ogni parte. Dalla gioventù sotto il controllo d'acciaio, i soldati vanno pezzo per pezzo verso la vittoria, usando il Camouflage per non farsi trovare, e continuando a spillare sangue; i mitra sparano in una dose letale, mentre loro strisciano sul campo di battaglia. E' uno scontro tra "Black cross - red star - Croce nera - stella rossa", dove vi sono delle ultime lodi mentre un Sole nero splende, sotto il quale dei soldati di Dio senza un dio, la guardia nera, muoiono senza sosta; fedeli fino alla fine, si muovo in alte onde nell'est, in un diluvio rosso di sangue mentre la morte scende su ali nere. La cavalcata mortale dunque dei carri armati prosegue in un Inferno di acciaio in tutta la sua gloria che porta morte ovunque; un testo quindi che ci presenta una versione più elaborata e legata alla storia di quelli dell'album prima citato, mostrando anche in questo caso lo stile più raffinato ed epico improntato dal nuovo vocalist. "Tod Und Vernichtung - Morte E Distruzione" è l'inedito strumentale, probabilmente una traccia su cui stavano lavorando i nostri, poi lasciata incompleta, sospetto acuito dai campionamenti bellici iniziali e dalla presenza di chitarre rocciose; ecco quindi campionamenti bellici sui quali poi si staglia un rifting tagliente e strisciante, accompagnato da piatti potenti e rulli cadenzati, in una marcia solenne. Si prosegue così in un loop reiterato, dove questa volta è il drumming a presentare minime variazioni nell'andamento, assumendo in certi frangenti colpi più sentiti; lo strumento a corda è invece volutamente monotono e fissato in un loop senza tregua. L'effetto è ipnotico, anche se il sapore è più quello di una bozza piuttosto che di un brano compiuto, una sorta di studio musicale protratto; la presenza praticamente di due soli tipi di movimento non da certo varietà, e solo al secondo minuto e ventisei percepiamo una variazione nelle chitarre, che aggiungono in sottofondo una digressione tagliente. Al secondo minuto e trentaquattro parte un campionamento vocale in tedesco, che ripete il titolo del pezzo, mentre rimane solo la digressione rocciosa, che subito dopo lascia posto ai rumori bellici, che trascinano la ripetizione vocale fino al finale dove dominano la scena come all'inizio del brano. "The Hangman Of Prague - Il Boia Di Praga" è la prima delle due demo qui presenti; dopo dei colpi di bacchetta parte il rifting grezzo dal mixaggio scarno e lo - fi, che rende il tutto unito in un marasma caotico. Riusciamo comunque a percepire la melodia atonale dei giri di chitarra, mentre al diciassettesimo secondo partono le vocals furiose di Mortuus; esse si dimostrano demoniache e potenti anche in questa sede, mostrando le doti naturali dell'oscuro cantante e dei suoi toni altisonanti. La batteria si apre a blast veloci e tempestanti, mentre la chitarra si da ai suoi loop taglienti sottolineati dalle vocals cadenzate; si costituisce così il ritornello isterico che già abbiamo incontrato nella versione finale del pezzo. Riprende quindi il motivo portante con giri altisonanti e sferrate di batteria, alternato poi con i vortici stordenti e freddi in un gorgo sonoro folle e maligno; al minuto e diciotto il tutto si fa più serrato mentre torna la voce imperante di Mortuus, in una cavalcata furiosa che qui ha connotati "necro" che non sfigurerebbero in certi lavori del black metal norvegese più oltranzista. Ecco quindi ancora una volta gli attacchi di riff circolari freddi e doppia cassa battagliera, in un andamento familiare e trascinante; al ritornello ci si apre in loop ricchi di melodia atonale solenne, alternati a tirate più massacranti. Si prosegue quindi così, accompagnati dalle grida del cantante, fino all'improvviso finale che chiude come un fulmine il veloce brano; una versione quindi grezza che ci mostra il gruppo durante le prove, ma allo stesso tempo possente e furiosa, mostrando la genuina bontà della formazione e del songwriting. Il testo verte sulla figura di Reinhard Heydrich, gerarca nazista protagonista dell'invasione e repressione sanguinosa della Cecoslovacchia, instaurando il così detto Protettorato Della Boemia E Della Moldavia nella parte occidentale del paese; in particolare si tratta del suo ultimo giorno di vita, ucciso nel 1942 in un attentato da parte dei partigiani cecoslovacchi che poi furono uccisi dai suoi soldati presso la Chiesa Di San Cirillo e Metodio. Nello splendore gotico della Cappella Di San Venceslao I si trova una porta dorata con sette lucchetti, mentre sette chiavi stanno nelle mani del protagonista (indicandolo come Angelo Dell'Apocalisse); l'antica corona della Boemia è ora sulla sua testa (facendo riferimento al suo ruolo di governatore), ed egli affila la sua lancia pronto a portare la morte con la sua disciplina da boia. Un potere assassino il suo, che irradia odio e porta sofferenza, mentre la malignità supera la benevolenza; colpisce i suoi nemici per ucciderli, spargendo sangue nei cieli, un vero è proprio architetto del genocidio, che prende orgoglio nella morte. "The shape of things to come - Allegoria di ciò che verrà" annuncia il testo varie volte, mentre poi si continua nella mitizzazione della figura come un angelo della morte dai mille occhi e dalla spada fiammeggiante, che annuncia il massacro aprendo le sue ali; ma ecco che il cacciatore diventa preda, perché anche i boia muoiono, e la rossa mattinata splende annunciando la sua imminente morte. Un nuovo spargimento di sangue quindi con risposte violente, in un massacro dove si immagina un mare di sangue rosso come il cielo; viene ripetuto poi ancora il testo qui incontrato, ripresentando il paragone con l'Angelo Dell'Apocalisse e ritoccando il giorno del suo omicidio. Un testo decisamente evocativo e dalle immagini grandiose e solenni, che segnano l'abilità del nuovo arrivato nell'andare oltre blasfemie o banalità e di creare affreschi oscuri con versi ben congegnati; parte anche il filone che commenterà le gesta di personaggi oscuri della storia, esaltandone la potenza, ma anche la loro inevitabile caduta nel trionfo della morte su ogni cosa. "Throne Of Rats - Trono Dei Ratti" è la seconda demo; dopo i soliti battiti di bacchette troviamo un fraseggio roccioso e strisciante, sempre naturalmente con un mixaggio lo - fi. Esso poi si accompagna  a rulli di batteria, convertendosi presto ad una corsa in doppia cassa; qui prendono posto le urla di Mortuus, accompagnate dal loop ossessivo. Al ventesimo secondo i toni s'inaspriscono ancora di più con scale altisonanti e stridenti dal crescendo solenne, in un marasma caotico che anche in questa occasione richiama il black più grezzo e diretto; ecco poi il ritornello massacrante fatto di giri a motosega continui e urla possenti, mentre il drumming si divide tra doppia cassa e blast decisi. Si continua quindi diretti su questa direzione, con dei rullanti che fanno da delineazione al movimento; al minuto e undici prende posto invece un fraseggio vorticante dai connotati ieratici, il quale avanza con piatti cadenzati e colpi secchi. Il suo andamento è quasi rituale, ipnotico ed ammaliante; ecco che dopo un grido di Mortuus partono scale altisonanti e spezzate, così come i beat della batteria. Bisogna aspettare il secondo minuto e uno affinché riprenda dopo un feedback stridente la corsa violenta con doppia cassa, blast e giri a motosega; naturalmente non mancano le vocals esaltate del cantante, che vanno a costituire il ritornello vorticante per l'ennesima volta. La parte finale è dedita quindi alla velocità senza compromessi, lanciata come un treno verso la conclusione improvvisa; troviamo anche questa volta tutti gli elementi principali della versione finale, solo qui con un suono rozzo e diretto che cattura la band nella loro forma più primitiva. Il testo è una lugubre esaltazione delle piaghe e della peste nera, immaginando un trono dei ratti simbolo della malattia; piaga su piaga, la redenzione bolle di nero, e in un mare di ratti il protagonista siederà sul suo trono con un'aureola di mosche, annunciando una sardonica salvezza tramite la morte per vomito. Solo il fuoco è pulito abbastanza per poter toccare ora le anime degli appestati, mentre si prefigura una spada che porta malattie, mentre i corpi si contorcono e gli arti diventano un cappio di follia (notiamo le vivide figure create abilmente da Mortuus, capace di raggiungere immagini pregne di una malevola poetica), e allo stesso tempo un cappio del pentimento; "Older than time am I, and yes I am for evermore - Più vecchio  del tempo sono, e si sarò in eterno" dichiara la personificazione della piaga, la quale cambia se stessa continuamente per adattarsi ai peccati altrui, in una morte su morte, una redenzione della Peste Nera, dove in un mare di morte essa reclamerà la sua corona. La giustizia è fatta, e solo la morte è ora così pura da poter perdonare, sarcasticamente, i peccati dell'uomo, osservato dal trono della morte fatto di ratti e contornato da un'aureola pestilenziale. Un testo dai toni gotici che mostra un altro nuovo lato legato ad atmosfere medioevali apocalittiche ed oscure, severe e piene di disprezzo nei toni in una sorta di sermone inverso, dove la redenzione è data dall'annientamento e dalla sofferenza; iniziano quindi ad entrare temi orthodox più seriosi che esprimono meglio quanto sviluppato nei testi degli ultimi album dei nostri.

Tirando le somme un mini album dalla durata brevissima che si dimostra interessante per i collezionisti della band e per chi ama particolarmente "Plague Angel" e desidera ogni prodotto della sua lavorazione; per tutti gli altri non certo una prima scelta, specie per avvicinarsi ai Marduk, anche se il consiglio migliore è probabilmente quello di prendere due piccioni con una fava e fare proprio il boxset che oltre l'album precedente e l'Ep contiene anche un DVD con l'esibizione dei nostri presso il "Party San Festival" del 2006. Intanto all'epoca la band deve momentaneamente interrompere il tour in questione a causa di un infortunio del batterista al braccio subiti durante una rissa; ma non significa che i nostri staranno con le mani in mano a lungo, ripresentandosi poi al "Wacken Open Air" e riprendendo il tour che li porterà in varie tappe dell'Europa, in Turchia, e poi in Sud America. Questi concerti sono importanti, mostrando al pubblico il positivo cambio di formazione che offre dei live rinvigoriti dove brani vecchi e nuovi vengono magistralmente interpretati dai componenti che hanno confidenza totale nei propri mezzi; siamo ormai nel 2005, i quale verrà coronato da un inevitabile live, il già citato "Warschau", il terzo e momentaneamente ultimo della storia del gruppo, immortalato nella capitale polacca con diciassette pezzi che danno priorità agli ultimi due lavori, ma offrono anche qualche episodio del passato. Qui Mortuus si dimostra capace di reinterpretare anche il catalogo anteriore secondo i suoi modi, spesso potenziandolo dandogli particolari nuovi, pur rispettando il songwriting usato; ancora una volta le sue capacità vocali dimostrano il loro saper essere uno strumento tanto quanto chitarra, basso e batteria. Continua quindi la carriera dei nostri, segnata da diversi live senza sosta e da un DVD "Blood Puke Salvation" che permette anche in sede casalinga di godere della furia dei Marduk; ormai i nostri sono una band di punta del black, "commerciali", ma allo stesso tempo privi di compromessi, uno dei pochi gruppi storici che riesce ad essere rilevante e ad aggiungere qualcosa di nuovo senza snaturarsi. Proseguiamo quindi le nostre recensioni con il live conclusivo prima dell'addentrarci più a fondo nel morboso e decadente suono dei nuovi Marduk; Varsavia viene messa ancora una volta a ferro e fuoco, anche se per fortuna questa volta musicalmente in un concerto epocale che rimane a testimonianza del periodo di grazia  raggiunto. La guerra continua!

1) Steel Inferno
(alternative version)        
2) Tod Und Vernichtung     
3) The Hangman Of Prague
4) Throne Of Rats 

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