MARDUK

Dark Endless

1992 - No Fashion Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
10/02/2015
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

Prosegue la nostra analisi della discografia imponente dei Marduk, band cardine del black metal scandinavo capitanata da Evil (Patrik Niclas Morgan Håkansson), chitarrista che contemporaneamente parteciperà come polistrumentista al progetto Abruptum di It (Tony Särkkä) e All (Jim Berger), caratterizzato da un suono ben più sperimentale e dai connotati dark ambient, rimanendo negli anni il suo unico titolare; grazie al demo del 1991 "Fuck Me Jesus" i nostri incominciano ad affacciarsi sulla nascente realtà del black metal scandinavo, anche se stilisticamente influenzati dal death svedese. La No Fashion Records li nota, e li mette sotto contratto, incominciando ad interessarsi alla nascente corrente con gruppi come loro, i Bestial Summoning, e in futuro i Dark Funeral; viene registrato un ulteriore EP, "Here's No Peace" il quale però rimarrà in stand-by fino al 1997, mentre poi nel 1992 uscirà il primo album sotto l’etichetta, intitolato "Dark Endless - Oscurità Eterna", l'opera qui oggi recensita. Esso non presenterà un cambiamento sostanziale rispetto a quanto sentito nella demo, anzi molti pezzi verranno ripresi da essa; la produzione sarà più curata, fatta presso gli "Hellspawn Studios" dove il lavoro verrà registrato in soli quattro giorni, ma per il resto si continua con un metal fortemente influenzato dagli stilemi del death, soprattutto nei cambi di tempi, ma dove il cantato e le chitarre dense cominciano a mostrare tratti salienti di quel suono che stava esplodendo in Norvegia. Il 1992 è infatti un anno topico per l'espansione del black nell'underground, con la pubblicazione di "A Blaze in the Northern Sky" dei Darkthrone (anch’esso debitore del death, ma più definito nei suoi tratti black e nei temi blasfemi / occulti) e dell'omonimo album di Burzum, il quale mostrerà invece la corrente più ambient, malinconica e sperimentale del genere che in futuro darà vita a derive come il depressive black metal; continuano inoltre a circolare i demo dei Mayhem, gruppo di culto alla base del così detto Inner Circle, anche se il loro capolavoro "De Mysteriis Dom Sathanas" uscirà postumo solo qualche anno dopo, a seguito dei famosi fatti di cronaca che vedranno l'omicidio del leader Euronymous (Øystein Aarseth) da parte di Varg Vikernes, titolare del progetto Burzum e bassista dei Mayhem stessi. Comunque già in quell'anno il black norvegese incominciava  a farsi conoscere più grazie a fatti di cronaca (in primis l'incendio alle chiese), piuttosto che per la musica (considerata nella maggior parte dei casi rumore anche da molti appassionati del metal), trovando il proprio apice nel famoso articolo comparso su Kerrang! dai toni sensazionalistici; quello svedese rimase invece in sordina, coinvolto per lo più solo nell'aspetto musicale, e tirato in ballo solo per la rivalità con i cugini norvegesi, espressa con dichiarazioni e minacce da entrambe le parti, ma lontana da fatti concreti. Quindi i Marduk, anche perché lontani dai radar dei nomi all'epoca più grandi, rimangono confinati nello spettro puramente sonoro, pur avendo un'immagine militante e blasfema altrettanto quanto gli altri gruppi; incominciano con il tempo a farsi conoscere sempre di più grazie ad alcuni concerti, ma bisognerà aspettare il 1994 prima che la comunità di blackster li consideri veramente. Per ora quindi una strada in salita, che vede la definizione del loro suono, il quale va sempre più adattandosi agli influssi di altre band, ma in una versione senza compromessi e feroce che diventerà il loro marchio di fabbrica; la formazione è al momento la stessa di "Fuck Me Jesus", ovvero vede Evil alle chitarre a ai testi, Dread a.k.a Andreas Axelsson alla voce, Rickard Kalm al basso e Af Gravf alla batteria, aggiungendo però il secondo chitarrista e propietario del "Endarker StudioDevo (Dan Everth Magnus Andersson), il quale durerà per due lavori, prima di tornare nella band solo nel 2004 in un'incarnazione diversa dei nostri e come bassista, dedicandosi nel frattempo alla band death Overflash  e al gruppo melodic death/black Cardinal Sin, entrambi rimasti underground durante la loro esistenza.



L'apertura del disco è affidata alla strumentale "The Eye Of Funeral - L'occhio Funereo", una sinistra composizione di pianoforte, delineato in tasti cadenzati, e archi stridenti e dissonanti, la quale configura una sorta di  volutamente sgraziata marcia oscura e nervosa, la quale prosegue per un minuto prima di sfociare nella successiva "Still Fucking Dead (Here's No Peace) - Ancora Fottutamente Morto (Qui Non C'è  Pace)" il primo vero pezzo dell'album; ecco quindi un rifting atonale in tremolo bombardato dalla doppia cassa, in una fredda tormenta sonora che non perde tempo nell'assaltare l'ascoltatore. Essa prosegue dritta e solenne nei suoi giri taglienti mentre il drumming si lascia andare anche a rulli che ne delineano i movimenti; al diciassettesimo secondo Dread parte con un rauco grido sgolato, aumentando l'adrenalina già alta e frastornante del brano. Improvvisamente al ventottesimo secondo tutto si ferma con una digressione di chitarra, la quale evolve in un fraseggio roccioso e greve, sul quale riparte il drumming, prima cadenzato, poi lanciato in una doppia cassa; qui il cantante parte con il suo cantato grezzo e sprezzante, dai toni aspri e lanciati. Ma la composizione si ferma di nuovo al quarantottesimo secondo, dando spazio ad un motivo di chitarra tetro e solenne; esso viene intervallato da rulli di batteria e bordate distorte, stabilendo un andamento strisciante ed ieratico. Raggiunto il minuto prende velocità in una serie di bordate di chitarra ripetute e colpi martellanti di batteria, sfociando poi dopo uno stop improvviso in una ripresa della cavalcata in doppia cassa. Le grida di Dread tagliano una vera e propria tempesta di suoni, in un drumming folle e un loop di chitarre in tremolo glaciali; ma come sempre la struttura nervosa è mutevole, e al minuto e quindici abbiamo un nuovo rallentamento, dove un fraseggio incalzante viene ritmato da colpi di piatti. L’atmosfera creata è cupa e solenne, delineando un death oscuro e atmosferico pieno di suggestioni funeree; sulle distorsioni lente si staglia un cantato pulito, che recita con enfasi parte del testo creando un effetto epico e teatrale dal grande impatto. Al minuto e ventisette dopo un rullante di batteria parte un rifting serrato, ma strisciante, pieno di ieratica melodia atonale; esso prosegue mentre il drumming si organizza in colpi secchi e dilatai, e Dread ricompare con le sue grida stridenti. Ecco una serie di apocalittiche bordate, dopo le quali torna la doppia cassa, che insieme ai loop veloci di chitarre instaura una nuova corsa violenta arricchita dai versi vomitati del cantante; un suono spacca ossa che si ferma di nuovo al minuto e cinquantaquattro, lasciando spazio ad un ennesimo fraseggio tetro e solenne. Esso viene accompagnato da rulli dilatati dilungandosi nelle sue scale oscure fino al secondo minuto e sei; qui intervengono bordate incalzanti in assetto da guerra, le quali riprendono l’andamento dei giri rocciosi della chitarra distorta e controllata. Al secondo minuto e diciassette si aggiunge un effetto stridente in sottofondo, il quale aumenta la tensione atmosferica raggiunta; al secondo minuto e ventisei si riparte con la galoppata stridente e cacofonica, in un andamento esaltante e potente. Il finale parte dopo un assolo tagliente, il quale evolve in un motivo serrato, mentre la doppia cassa tempesta con i suoi colpi veloci, proseguendo fino ad uno stop improvviso che chiude il pezzo. Il testo è una sorta di oscura riflessione esistenziale maligna, delineata però non  da ragionamenti elaborati, bensì dall’immagine di un morto che non accetta la fine della sua esistenza; “The world you see around you, Is just an illusion – Il mondo che vedi intorno a te, E’ solo un illusione” avvertono i nostri, un’illusione creata dalla mente per non impazzire di fronte all’orribile realtà. Il protagonista è infatti ancora morto, e tale rimarrà senza possibilità di tornare indietro; poi lo si deride, considerando come egli sia si nato sotto l’amore divino (“You were born with the love of god – Eri nato con l’amore di Dio.”), ma ora morirà nell’odio di Satana, in una crudele ironia blasfema. La morte è solo l’inizio quindi di un viaggio poco piacevole, perché dall’altra parte lo attendono gli errori del suo passato, in un caos che non lascia spazio alla pace, ovvero probabilmente l’Inferno stesso dove il dannato soffrirà per i suoi peccati; un testo quindi evocativo che mostra connotati decisamente black, provando piacere all’idea della dannazione, deridendo ogni speranza. I Marduk  si mostrano quindi tematicamente già improntati nel genere di cui vogliono entrare a fare parte, abbracciandone totalmente l’ideologia e l’estetica. "The Sun Turns Black As Night - Il Sole Diventa Nero Come La Notte" ci accoglie con un tetro suono di chitarra, subito però spazzato via dalle grida di Dread e dal marasma caotico di muri di chitarre e doppia cassa lanciata, colpendo senza pietà i nostri sensi; il cantante si lancia nel turbine con vocals quasi abbaiate, completando il vortice serrato e tagliente qui creato. Al venticinquesimo secondo esso si ferma, mentre la composizione proietta un rifting marciante ed imponete, dai giri rocciosi e delineato da un drumming cadenzato; esso prosegue in una marcia ammaliante piena di melodia atonale solenne. Al quarantaquattresimo secondo quest’ultima si blocca, mentre parte una digressione accompagnata da batteria quasi tribale; ecco quindi un nuovo fraseggio altisonante che rafforza l’atmosfera maestosa che caratterizza il pezzo. Notiamo come sorprendentemente il suono rientra nei canoni di un death/doom ricco di pause lente e malvagie, similare a quello di band come gli Asphyx ; questo fa riflettere se pensiamo che da li a pochi anni la critica lanciata ai nostri sarà di fare album di solo rumore e attacchi costanti parossistici, dimostrando come in realtà i Marduk abbiano scelto volontariamente di “disimparare” un po’ come fecero i Darkthrone, fedeli ai futuri canoni di ottusa ferocia propagandati dal black.  Al minuto  e tre prosegue il movimento serpeggiante, aggiungendo però giri più taglienti e un drumming più pestato; ecco che quindi i toni si fanno più aspri, prima di una cesura con fraseggio. Esso si sviluppa malevolo e mortifero, tempestato poi dalla batteria cadenzata, e dalle grida sgolate di Dread; al minuto e cinquantadue il ritmo incomincia ad accelerare, pur rimanendo controllato, in un’impennata che sott’intende un crescendo di tensione. Raggiunto il secondo minuto si aggiungono tastiere evocative, mentre poi i motivi di chitarra si fanno ammalianti nelle loro scale malinconiche; la batteria incomincia a farsi galoppante al secondo minuto e tredici, mentre si prosegue con l’ispiratissimo andamento trascinante e tetro carico di spettrale atmosfera. Al secondo minuto e  ventisei improvvisamente il suono si tuffa in un fraseggio sommesso e distorto, il quale poi sale di tonalità in un rifting marziale accompagnato da colpi ritmati di drumming; ecco quindi l’esplosione in una serratissima cavalcata in doppia cassa, fredda e tetra, la quale sfocia nel finale in un motivo brutalmente interrotto, chiudendo così il brano di impeto senza dare il tempo all’ascoltatore di riprendersi. Le parole del testo creano un nero rituale blasfemo, durante il quale il protagonista evoca le forze oscure per sconfiggere la luce e portare la tenebra; “On my knees I prey for the darkest day – In ginocchio prego per il giorno più oscuro.” dichiara il nostro, ponderando poi come il Mondo sia pieno di sofferenza, la quale sarà liberata incrementando i poteri delle forze oscure. La sua volontà è quella di essere condotto corpo e anima nella tenebra, essendo un suo discepolo convinto; egli saluta quindi questi dispiaceri, perché la su malvagità è tale, che il dolore (“Pain my greatest joy – Il Dolore è la mia gioia più grande.”) viene da lui accolto con piacere, godendo della sua stessa sofferenza, in uno dei topoi tipici del black. Il dado è tratto, è viene minacciata la morte per chi lo deluderà, evocando sangue e canti di morte; dalla luce quindi si viene condotti al “Temple of burning night – Tempio della notte bruciante”, probabilmente un’altra prefigurazione dell’inferno. Testi quindi semplici e ricchi di immagini sinistre, i quali più che narrare, vogliono creare scenari generici di occulta malvagità esaltata, e cieca a qualsiasi ragione. Within The Abyss - Nell’Abisso parte con colpi di batteria a cui seguono un fraseggio solenne alternato a chitarre distorte e piatti improvvisi; si prosegue poi con la lenta marcia rocciosa greve e monolitica, possente nel suo andamento. Improvvisamente al ventunesimo secondo esplode una corsa in doppia cassa e muri di chitarra con grida di Dread, ma essa si ferma subito, stabilendo un movimento contratto ripetuto varie volte; si crea quindi un effetto nervoso con scosse ripetute, in un songwriting non lineare e dalla tensione costante. Al trentesimo secondo prende posto un fraseggio distorto in solitario, ed ecco che su di esso parte, stavolta in pianta stabile, la doppia cassa, mentre il cantante si lancia alle sue malevole declamazioni in riverbero, creando una corsa frenetica; anch’essa però si ferma presto dando spazio al quarantaquattresimo secondo a chitarre rocciose, lente  e grevi, piene di atmosfera ieratica e strisciante. Su di esse si delinea il drumming dilatato, organizzato in colpi secchi e precisi; ecco che ancora una volta risalta la natura death/doom dei nostri, mentre rulli di batteria delimitano l’andamento, in cui punte di fraseggi creano belle sottolineature in melodia atonale. Il cantato sgolato di Dread viene arricchito dalle chitarre, che ne seguono l’incedere funereo; al minuto e undici tutto si ferma lasciando spazio ad un vorticante fraseggio distorto, il quale si sviluppa in una in una cavalcata caotica in doppia cassa tempestante e chitarre taglienti come motoseghe. Ma anche quest’ultima si esaurisce presto, e al minuto e venticinque dopo dei piatti di batteria torna il fraseggio distorto e greve, il quale prosegue monolitico e solenne contornato poi dai colpi secchi e grida in riverbero da parte di Dread. Esso rallenta ulteriormente al minuto e cinquantadue, in un movimento pachidermico interrotto da un’ esclamazione gridata  del cantante; dopo di essa parte una nuova cavalcata veloce in doppia cassa, instaurando un muro di chitarre frenetico e lanciato che raggiunge il secondo minuto e venti. Qui si dipana un fraseggio greve di basso, dando possibilità allo strumento di Rickard Kalm di risaltare rispetto alle chitarre normalmente dominanti; su di esso si aggiunge un rifting altrettanto roccioso delineato dai colpi dilatati di drumming, in una marcia tetra sulla quale torna il cantato feroce di Dread. Essa prosegue malevola nel suo tono strisciante, configurando al secondo minuto e cinquantasei il ritorno del fraseggio solenne in melodia atonale,  creando un’atmosfera malinconica dal grande impatto; Il cantante si da ad un cantato disperato e gridato, in un’ottima esibizione carica di pathos, completando lo scenario. Il finale vede un loop distorto contornato da bordate e piatti  ripetuti, fino alla conclusione improvvisa in dissolvenza. Il testo delinea un oscuro rituale negromantico, che punta a resuscitare un’armata demoniaca di non morti per attaccare i mortali; le loro anime malvage vengono richiamate dallo stregone, assaporando il ritorno degli antichi e la paura dei vivi. "Kingdom of the dark, That has made our souls so strong - Il regno delle tenebre, Che ha reso le nostre anime così potenti.” viene evocato dall’adoratore del Male in estasi mistica, poiché le parole blasfeme fanno ormai parte del suo essere, scorrendo nel suo sangue; ecco quindi che sorgono i non morti dalle tombe ("Dead walks from their graves, The gathering is here - I morti escono dalle tombe, La raccolta è qui") i quali non moriranno mai più, uniti nell’abisso. Essi si organizzano in un empio esercito che si dirige poi verso una caverna, dove sarò tenuto un Sabba demoniaco ("Incense fills the cave, Where the Sabbath is held - Incenso riempie la caverna, Dove il Sabba è tenuto.") in una tipica scena dell’immaginario fantasy – satanico del black scandinavo. Il finale è segnato dall’arrivo dello stregone, figlio del diavolo, il quale darà inizio alla fine del Mondo, in un epilogo semplice legato ad immagini che vogliono essere piene di una blasfema esaltazione di tutto ciò che è visto come contrario al sentito e alla morale comune. "The Funeral Seemed To Be Endless - Il Funerale Sembrava Senza Fine" è introdotta da una scarica potente di riff taglienti ripetuti in loop ed accompagnati dal drumming ritmato; essa si lancia poi in una fredda corsa sulla quale si delinea la doppia cassa veloce e serrata. Ecco che si sviluppa nei suoi giri circolari massacranti, mentre alcuni rulli ne sottolineano l'andamento; dopo uno di essi al sedicesimo secondo la batteria torna farsi cadenzata mentre le chitarre si fanno più dilatate e rocciose. Al ventinovesimo secondo parte il cantato gridato di Dread, mentre la strumentazione riprende velocità configurando una tempesta sonora di chitarre e drumming feroce, il quale continua ad aprirsi a rullanti improvvisi; anche qui però il songwriting influenzato dal death è molto variabile, e al quarantesimo secondo tutto si ferma dando spazio ad un fraseggio solenne e distorto. Esso prosegue nella sua melodia in tremolo mentre colpi di piatti cadenzati ne delineano l’andamento controllato, con un grande atmosfera; una digressione poi allunga il movimento mentre la batteria si fa più incalzante in un’impennata in crescendo. Al primo minuto ci si stabilizza su un rifting a media velocità distorto nei suoi andamenti circolari ripetuti, dove il drumming serrato continua ossessivo; un rallentamento improvviso segnato da piatti di batteria al minuto e quattordici segna il ritorno delle vocals di Dread, qui aspre e quasi vicine al growl. Dopo una breve pausa atmosferica riprende quindi il movimento precedente, ossessivo nei suoi loop freddi e taglienti; esso è però anche ricco di una ieratica ed epica melodia atonale, stabilendo una trascinante atmosfera tetra dal grande effetto. Al minuto e trentatré un nuovo fraseggio distorto fa da cesura, dopo la quale la composizione riprende velocità in una marcia a medio andamento, alternata con i giri di chitarra e i piatti di batteria in uno sviluppo contratto ben organizzato; si arriva quindi fino al minuto e quarantasei, dove interviene una chitarra solenne dalle scale altisonanti e stridenti. Esso prosegue in un andamento lento dai connotati doom distorti, mentre Dread recita con feroce enfasi il testo, e il drumming si configura in una marcetta marziale; si continua fino al secondo minuto e ventisei, dove una digressione spettrale si dilunga creando un’atmosfera tetra, mentre la batteria si apre prima in rullanti, poi si fa più diretta e costante. Il cantante interviene con un sussurro, e poi con grida sgolate e maligne, in un loop monolitico dall’effetto maestoso; un suono di campana lo blocca al secondo minuto e cinquantanove, lasciando di nuovo spazio solo al motivo distorto. Ecco che dopo un’esclamazione rauca e gridata di Dread parte una cavalcata in doppia cassa e chitarre roboanti, ristabilendo la tempesta sonora fredda e piena di malinconia melodia in tremolo; infine il brano va a scomparire in dissolvenza, concludendosi all’improvviso. Il macabro testo preannuncia una morte inevitabile, deridendo in maniera simile a quella presentata nel primo brano, qualsiasi speranza della futura vittima; essa non sa se andrà in Paradiso o all’Infero, o addirittura se andrà nella tomba o nelle stelle (“To the grave or to the stars”), mentre si prepara sotto la Luna piena allo scontro ormai prossimo. La morte è vicina, e ora li destino conosciuto lentamente si dispiega con l’approssimarsi della battaglia; l’unica certezza prospettata, beffarda, dai nostri è la fine delle illusioni, mentre la speranza adottata, si sgretola velocemente di fronte ai fatti. Un funerale senza fine quindi, eterno, in un’immagine volutamente angosciante che esalta la Morte in un culto oscuro che cerca forza nell’abbracciarla con malvagità, rinunciando ad ogni debole compassione umana; si ripetono quindi i punti tematici dei nostri, in un mondo nero privo di speranza o pietà, mantenendo la promessa dei nostri di cercare di essere il più possibile blasfemi e crudeli. "Departure From The Mortals - Dipartita Dai Mortali" ci accoglie con un suono distorto e roccioso di chitarra, delineato da colpi di piatti di batteria serrati; improvvisamente si aggiunge un tetro fraseggio solenne, che si consuma presto lasciando di nuovo spazio all’andamento iniziale. Al sedicesimo secondo prende posto un loop tagliente in solitario, il quale poi viene bombardato da colpi di piatti e bordate circolari; la composizione accelera configurandosi in una marcia a media velocità scolpita dalla batteria cadenzata e dai giri di chitarra. Essa s’interrompe con alcuni rallentamenti, in un andamento nervoso e contratto; si continua su queste coordinate fino al trentottesimo secondo, dove parte una corsa serrata in doppia cassa e chitarre taglienti. Troviamo parti in tremolo glaciali che anticipano le venature frostbitten che caratterizzeranno sempre più il black, tempestate dalla batteria massacrante lanciata a tutta velocità; le vocals in riverbero di Dread hanno uno stile gridato che ancora conserva parte della cavernosa ferocia del death, ma che allo stesso tempo si avvicina allo screaming tipico del black metal. L’atmosfera ottenuta è dura e solenne grazie ai riff  a sega elettrica e al drumming serrato, sui quali si delinea poi il cantato sincopato e feroce al raggiungimento del primo minuto; qui le chitarre si fanno più incalzanti mentre la batteria crea un galoppo lanciato e ritmato dal grande effetto, e Dread conosce nelle sue vocals punte effettate demoniache. All’improvviso al minuto e undici interviene uno stop con piatti di batteria striscianti, a cui segue un sinistro fraseggio distorto pregno di melodia atonale ieratica; esso viene scolpito da alcuni colpi secchi di drumming, che creano un andamento martellante, ma lento, ripetuto. Presto si riprende con la corsa a media velocità, ristabilendo i loop taglienti ed ossessivi tempestai dalla batteria dritta; essa però conosce rallentamenti e rullanti che la delimitano, in un movimento contratto che ci è ormai familiare nel songwriting qui usato. Dopo una breve cesura, al minuto e quaranta si riparte con la corsa adrenalinica, mentre Dread si ripresenta con le sue grida maligne; ancora una volta la composizione vede delle punte rallentate con piatti di batteria, facendo da stop and go, i quali mantengono ancora il songwriting di stampo death dall’andamento nervoso e mutevole, un’onda sonora malevola e frastornante. Al secondo minuto tutto si ferma, dando spazio ad un fraseggio distorto e solenne dai connotati tetri; su di esso si configura un andamento cadenzato di batteria. Ancora una volta prende piede quindi l’animo doom dei nostri,  ricordando tanto i già citati Asphyx, quanto certi momenti degli Autopsy, o andando più indietro dei Celtic Frost; al minuto e venticinque riparte il fraseggio distorto, alternato a bordate taglienti e colpi di piatti. Riprende poi il movimento lento e roccioso di chitarre, in un marcia monolitica e maestosa; in sottofondo si delineano  macabre tastiere da film horror, in un’atmosfera ben congegnata. Ecco che al secondo minuto e cinquantatre le chitarre s’intensificano in un rifting struggente e tetro, mantenendosi però controllate, mentre la batteria fa da supporto ritmico con rulli ripetuti; al terzo minuto e quattro rimane solo un motivo di chitarra grezzo e ad accordatura bassa, sul quale poi dei colpi di batteria anticipano l’ultima corsa isterica in un turbine sonoro fatto di loop ossessivi, grida e doppia cassa, troncata da un ultimo verso in riverbero, a cui segue subito l’inizio del pezzo successivo senza darci tempo di capire cosa è successo.  Il testo è un classico esempio dei temi cari al black scandinavo dei primi anni novanta; un individuo malvagio arriva al giorno della sua morte, ma non vi è tristezza: egli disprezza la vita e si sente liberato dall’ora giunta, concludendo la sua esistenza terrena con visioni nere pronto a tornare sotto forma di uno spirito malevolo, rimanendo nel mondo dei vivi per tormentarli. "Departure from the mortals, As my life ends, Departure from the mortals, But I will remain  - Dipartita dai mortali, Mentre la mia vita termina, Dipartita dai mortali, Ma io rimarrò." recita uno dei versi, presentando la sua oscura volontà e la sua gioia di fronte all’idea di poter seminare crudeltà; il suo desiderio sarà esaudito, mentre in versi come "In the forest of the dead, My evil soul will dwell - Nella foresta dei morti, La mia anima malvagia dimorerà." prefigura  il suo prossimo status occulto, nel quale lo spirito infesterà una foresta (uno dei luoghi tipici dell’immaginario black metal). Poche parole, semplici e ripetute, che si rifanno a fantasie nere e blasfeme lontane da qualsiasi ideologia complicata o elaborata, ma vissute con trasporto e serietà da quelli che erano dei giovani vogliosi di scioccare e attaccare i valori della società cristiana, in un’esaltazione che ha forgiato e condizionato indissolubilmente la nascita della seconda ondata del black metal. The Black... - L’Oscurità parte con un fraseggio distorto in tremolo, sul quale intervengono bordate taglienti di chitarra e piatti di batteria in maniera ritmata e ripetuta; ecco la doppia cassa martellante accompagnata grida di Dead, la quale stabilisce una corsa vorticante piena di loop freddi e solenni, sottolineata da alcuni rullanti. Al diciassettesimo secondo però tutto si ferma in una cesura con fraseggio distorto  e roccioso, sul quale poi riparte il drumming incalzante e serrato; dopo una serie di colpi di piatti al trentaquattresimo secondo riprende la cavalcata con le grida velenose del cantante, mentre la strumentazione si lancia in cacofonie feroci, intervallate da brevi rallentamenti con bordate discordandoti, conferendo il solito effetto di stacco  e ripresa dalle onde sonore contratte. Si crea quindi una tempesta sonora fatta di muri di chitarre e drumming folle  a tutta velocità, la quale mostra tutte le caratteristiche del black feroce che caratterizzerà sempre più nel tempo il suono dei nostri; al cinquantottesimo secondo partono una serie di bordate, dopo le quali abbiamo un fraseggio tetro che si sviluppa supportato da rullanti cadenzati. Riparte quindi la doppia cassa, mentre il loop tagliente prosegue come una motosega lasciata accesa tutto il tempo; la nuova corsa s’interrompe presto al minuto e diciassette, lasciando posto ad un motivo oscuro e solenne dai giri lenti e dal drumming controllato nei suoi colpi dilatati. Otteniamo quindi una solenne sezione doom dove Dread si da a grida sgolate piene di enfasi intervallate con sussurri altrettanto maligni, mentre la strumentazione striscia greve e rocciosa, creando un’atmosfera mortifera; improvvisamente al minuto e quarantaquattro riesplode la cavalcata isterica, dove la doppia cassa diventa un martello pneumatico impazzito, e le chitarre una tormenta sonora costante onnipresente. Intervengono poi brevi ed improvvisi rallentamenti stridenti, in un andamento sempre contratto e irrequieto, che mantiene i connotati death ancora presenti nel suono dei nostri; esso si dilunga al secondo minuto e sei  in una serie di colpi e grida dilungate, creando una marcia ritmica incalzante. Partono quindi giri di chitarra distorti accompagnati da una batteria solenne dai rulli dilatati, i quali poi accelerano in loop taglienti; il drumming in contemporanea si apre alla doppia cassa, stabilendo una corsa frenetica e ossessiva. Al secondo minuto e ventisei tutto rallenta, lasciando posto ad un motivo lento e solenne, il quale si sviluppa nella sua melodia tetra e struggente in tremolo; esso si dilunga riproponendo le grida con sussurri e i colpi controllati, in una sezione doom dal grande effetto che ricalca quella già sentita in precedenza. Al secondo minuto e cinquantasei essa è interrotta da un fraseggio roccioso, dopo il quale la batteria torna a farsi incalzante in un galoppo serrato; esso collima nel terzo minuto e dieci, dove una digressione di chitarra si dilata mentre partono colpi di piatti cadenzati. S’introduce un rifting solenne, mentre la ritmica si mantiene controllata in rullanti improvvisi che trattengono la tensione; esso prosegue nelle sue scale altisonanti, facendosi ancora più imponente e monolitico al terzo minuto e trentasei. Il finale vede ora il proseguo dritto di questo andamento in un loop ammaliante, interrotto all’improvviso da un feedback di chitarra. Le parole del testo raccontano di una riunione infernale, durante la quale si glorifica il Male, e si preannuncia la caduta dell’odiata Cristianità, nemico giurato di sempre;  "Thou who rejoice and bring terror to mortals - Tu che provi gioia nel portare terrore ai mortali" mostra il capo della cerimonia che si rivolge ai compagni (in un errore grammaticale viene usato il thou per dare un’enfasi epica, non sapendo che si usa solo con la seconda persona singolare) apostrofandoli con le loro doti malvage, naturalmente qui viste come aspetti positivi. Non abbiamo un vero e proprio racconto di eventi, bensì una sorta di evocazione durante al quale si parla del "The black goat of the woods with a thousand young - Il nero capro della foresta con mille cuccioli."; notiamo come i nostri, in maniera comune agli altri rappresentanti del genere all’epoca, traggono più dall’immaginario fantasy, piuttosto che da serie conoscenze occulte, il riferimento a Lovecraft e alla sua divinità immaginaria Shub-Niggurath è lampante. Una sorta quindi di “satanismo fai-da-te” che oggi fa sorridere, ma che in un’epoca senza internet e dove certi argomenti non erano certo alla portata delle masse, creava un’atmosfera oscura convincente per molti appassionati del nuovo metal oscuro, esaltati dalla promessa della distruzione del nemico cristiano, per loro simbolo di ogni oppressione e ipocrisia sociale, qui preannunciata in immagini di un Paradiso dannato e di una fede totalmente distrutta. "Dark Endless - Oscurità Eterna" è introdotta da un arpeggio spettrale e delicato, il quale crea un’atmosfera nebbiosa piena di melodia tetra; la sua linea viene ripresa dopo un colpo di bacchette da un riff incalzante, mentre la batteria  si dipana in colpi ben organizzati, alternati  a rulli che delimitano la composizione e i giri distorti delle chitarre. Al primo minuto, in concomitanza con un rullo di batteria, parte un fraseggio tagliente e sgraziato alternato da digressioni squillanti e battiti solenni di batteria; esso evolve in un rifting devastante sul quale prendono piede le vocals sgolate di Dread, stabilendo un movimento serrato dai giri circolari ripetuti, delineati dai colpi di piatti di batteria e dalla ritmica serpeggiante. Al minuto e trenta il movimento si ferma dando spazio ad un fraseggio tagliente; esso si trasforma presto in una cavalcata in doppia cassa turbinante e potente, lanciatissima nei suoi loop di chitarre a sega elettrica, sulla quale il cantante prosegue con le sue blasfeme declamazioni. S’instaura quindi una tormenta sonora diretta e satura di muri di chitarra in tremolo, con un raggelante effetto frostbitten ossessivo; al minuto e cinquantasette l’andamento si da ad un galoppo cadenzato di drumming ritmato e loop solenni ed altisonanti in tremolo , mentre Dread continua con le sue urla rauche. Al secondo minuto e diciotto riprende il vortice sonoro in doppia cassa e dalle seghe elettriche massacranti lanciate; dopo una cesura con giro distorto di chitarra al secondo minuto e ventinove esso s’intensifica in una tempesta costante ed ossessiva dai vortici veloci, delimitata dai piatti di batteria. Si prosegue poi con l’andamento precedente, epico, veloce ed ieratico, mentre Dread si sgola come sempre in grida sulfuree; al terzo minuto parte un galoppo di drumming, mentre le chitarre si fanno più dilatate e taglienti. Al terzo minuto e venti s’instaurano giri rocciosi delineati dai colpi secchi di batteria, in un movimento esaltante che avanza mentre il cantante inserisce nel suo screaming anche un grido più cavernoso in una sorta di growl umano; ecco quindi una serie di rulli di batteria e bordate discordanti di chitarra, in una coda solenne. Essa si apre nel finale in un ultimo fraseggio roccioso dall’andamento ad intermittenza, dove compare anche un effetto squillante di chitarra; la conclusione vede quindi un ultimo urlo prolungato di Dread, e un suono in feedback che chiude definitivamente il pezzo. Il testo ripresenta molti dei temi già incrociati in precedenza:  l’unione con l’oscurità e il Male, delineata in una foresta oscura e antica, piena di orrori altrettanto atavici; il protagonista affronta una bruciante tenebra, la quale avvelena il suo sangue penetrandolo. "Overshadowed by ancient evil, My bones are black from sadness. – Adombrato da un male antico, Le mie ossa sono nere di tristezza. " narra poi egli, in un’esaltazione della tristezza  e della propria sofferenza tipica del black, dove si vuole essere così malvagi da godere della propria distruzione, con un’anima glaciale mantenuta mentre si sprofonda all’Inferno. Egli sta quindi morendo in questo luogo selvaggio,  dove regna la tenebra ("Darkness it shall be, Not a sign of light - La tenebra verrà, senza un filo di luce."), ma l’evento è visto con perversa esaltazione, e addirittura è contento del fatto che non sia la luce del Paradiso ad accoglierlo, bensì il chiarore infuocato dell’inferno con le sue grida dei dannati; pronto quindi egli si lascia morire, evocando ancora una volta la foresta oscura senza fine; stelle oscure cadono dal cielo in un’immagine oscura ed apocalittica, le quali segneranno il regno di Satana in terra. Il nostro quindi diventerà un nero seme che nutrirà il suo “Father - Padre”, ovvero il maligno stesso, felice del suo sacrificio per la causa satanica. Altro testo quindi semplice che gioca più su suggestioni terribili, piuttosto che su un racconto complicato dai vari eventi, con diverse ripetizioni che vogliono creare toni sacrali da evocazione blasfema, dove l’Inferno è preferito al Paradiso, in una negazione oltranzista di tutto ciò che è sacro e “buono”. "Holy Inquisition - Santa Inquisizione" è il brano finale dell’album, il quale ci accoglie con fraseggio ispirato e melodico accompagnato dal drumming cadenzato; esso si sviluppa in scale conturbante  e piene di pathos in un’atmosfera epica e toccante. Al ventottesimo secondo interviene un’ esclamazione gridata di Dread, dopo al quale le chitarre si configurano rocciose in un rifting lento che avanza spingendo la composizione in avanti; ecco quindi una sezione doom strisciante e solenne, dai toni grevi e distorti, delineata da alcuni rullanti di batteria. Il loop ottenuto e protratto a lungo fino al minuto e nove, dove prende spazio un nuovo fraseggio tagliente; su di esso si organizzano colpi di piatti, mentre poi chitarre e batteria prendono velocità in una corsa ritmata. Essa si stabilizza in una cavalcata a media velocità, dove il drumming si apre alla doppia cassa e Dread parte con il suo cantato gridato ed aggressivo; otteniamo una serie di onde corrosive create dall’andamento ossessivo dello strumento a corda. Il tutto si ferma al minuto e trentaquattro seguito da piatti cadenzati e bordate circolari; si riprende poi velocità in un movimento schizzato e nervoso fatto di stop e riprese. Al minuto e quarantotto esso riprende la cavalcata diretta con muri di chitarre in tremolo e doppia cassa, mentre Dread si lancia in esclamazioni maligne in screaming;  ritorna poi al secondo minuto la sezione rallentata con piatti cadenzati e bordate circolari, che fa da cesura. All’improvviso al secondo minuto e tre parte un rifting incalzante e distorto accompagnato da batteria ritmata, pieno di tetra e solenne melodia atonale ripetuta e delineato da colpi di piatti; subentra poi un movimento ancora più scordato e stridente, mentre proseguono i piatti tempestanti che sottolineano i giri solenni della chitarra.  Il drumming si fa poi più serrato, ma sempre controllato, definendo quello che è probabilmente il pezzo più “tecnico” ed elaborato di tutta l’opera; al secondo minuto e trenta parte la doppia cassa mentre il cantante torna con le sue grida  feroci, in una nuova corsa travolgente e lanciata. Essa si ferma presto, lasciando posto ad un fraseggio distorto, il quale evolve in un rifting altisonante delineato dal drumming cadenzato e dai colpi di piatti dilatati;  ma la variabilità del songwriting è costante, e già al  secondo minuto e cinquantuno abbiamo un nuovo movimento, il quale prosegue tagliente e veloce bombardato dalla batteria secca e serrata. Ecco quindi una cavalcata martellante, accompagnata dalle grida rauche di Dread; ma anch’essa ha vita breve, e al terzo minuto e sette un tetro fraseggio viene accompagnato da piatti cadenzati. Ecco quindi una bordata con colpi di batteria, dopo al quale si prosegue con un andamento doom strisciante, sul quale si staglia un assolo vorticante e struggente nelle sue scale melodiche, confermando la natura “progressiva” del brano, vicino più a certo death tecnico, piuttosto che al black con il quale poi i nostri saranno associati indissolubilmente; si continua su queste coordinate in un movimento dal grande impatto e dall’atmosfera ammaliante. Al terzo minuto e quarantacinque tutto si ferma con una digressione di chitarra, dopo al quale partono tastiere tenebrose; esse avanzano in un crescendo da film horror, mentre le vocals effettate di Dread recitano inumane l’empio testo. Ecco quindi toni sempre più acidi e onirici, in una conclusione spettrale dai connotati dark ambient che si ferma all’improvviso, chiudendo il brano e l’opera nella sua interezza. Il testo illustra gli orrori dell’Inquisizione, cambiando curiosamente la prospettiva, non più legata all’esaltazione della malvagità satanica, bensì mettendo in scena un’accusa verso la Cristianità; questo viene fatto assumendone il ruolo in prima persona, dettagliando il trattamento riservato agli eretici e in generale a coloro accusati di essersi allontanati da Dio. Essi hanno confessato (sotto tortura) i loro peccati, e ora vengono illustrati i modi in cui saranno uccisi; “Your hearts are imprisoned by sin – I vostri cuori sono prigionieri del peccato.” viene detto loro, e se non accetteranno questo fatto, ci penserà l’Inquisizione tramite l’ordalia dell’acqua a mostrare questo fatto. S’incalza parlando di cuori neri dal peccato, e di come sia il loro compito (“It's our task to free them - E’ il nostro compito liberarli.”) purificarli; morte quindi come pietà, in un nero sarcasmo che mette in luce la cieca e fanatica fede cristiana in uno dei suoi aspetti più tetri che ha scritto pagine nere nella storia umana. Dopo la confessione ottenuta dalle torture, si viene bruciati al rogo, il tutto in nome di quel Cristo che, in teoria, rappresenta un messaggio d’amore e pace; si conclude poi con una frase ambigua che indica come a questo punto bisognerebbe essere tra i morti, mentre si è ancora vivi: probabilmente una derisione del concetto di vita eterna e di salvezza tramite il processo qui subito. Un testo quindi dallo scenario medioevale che vuole mettere  a nudo l’ipocrisia  egli orrori dell’avversario, che alla fine non è dissimile dalla crudeltà esaltata dai seguaci del Male, costituendo quindi già in partenza per loro una vittoria.



Tirando le somme, “Dark Endless” prosegue il discorso di “Fuck Me Jesus” ampliandolo nel formato del LP, riprendendo i brani del secondo, leggermente rielaborati e con una produzione migliore, aggiungendo dei nuovi pezzi che ne mantengono i modi e le atmosfere; un suono quindi ancora legato al death, e con molte parti doom tetre ed atmosferiche, giocato su velocità variabili e staccati e riprese. Esso però incomincia a discostarsi dal classico death, implementando lo screaming nel cantato e i freddi muri di chitarre frostbitten nelle corse in doppia cassa; inoltre le atmosfere gelide e cerimoniali sono inconfondibilmente black, stabilendo già una certa immagine che inserisce i Marduk nei canoni del genere. Molti di coloro familiari solo con gli album successivi della band potrebbero rimanere sorpresi di fronte a brani decisamente più controllati e monolitici, e qualche purista del black potrebbe storcere il naso per le molte tendenze death (cosa che fecero di sicuro i norvegesi, molto critici con la variante svedese proprio per il suo essere concentrato sulla ferocità e, secondo loro, non abbastanza sull’essenza grim e morbosa); ma la realtà è che ci troviamo di fronte ad un buonissimo lavoro figlio del suo tempo, ultima espressione della gestazione e mutazione del suono dei nostri. Esaurite qui le tendenze puramente death, in seguito i Marduk presentano sempre più una versione violenta ed energica del black che si stava configurando in Scandinavia, offrendo la propria interpretazione; essa influenzerà poi molte band a venire, stabilendo i canoni del black svedese in molti suoi aspetti. Questo processo prenderà forma a partire con “Those Of The Unlight”, dove Af Gravf diventerà il cantante della band, offrendo uno stile vocale ancora più legato ai canoni del black, e in generale il suono si farà più semplice e diretto nelle sue scariche oscure. La No Fashion Records  non crederà però nello sviluppo del gruppo, il quale segnerà invece un nuovo contratto con la Osmose Productions, etichetta francese che li accompagnerà per diverso tempo e che pubblicherà il secondo lavoro qui anticipato; dopo di esso i nostri cominceranno a suonare in compagnia di altri grandi gruppi del nascente black metal, trovando sempre più legittimazione  agli occhi della scena mentre altri suoi rappresentanti vivranno vicissitudini extra musicali che influenzeranno in vario modo i loro output. Concludendo, possiamo seriamente valutare il primo EP e quest’album come entità legate che costituiscono “la bozza”, un’ottima bozza, dei Marduk, che ora sono pronti a dipingere neri quadri di violenza e ferocia black, iniziando uno dei capitoli più emblematici e costanti del movimento; esso imperterrito è proseguito negli anni senza cedere a molte tendenze e innovazioni che invece saranno provate da altri (ma al contrario di quanto sostengono i detrattori, senza mai ripetere lo stesso album), contribuendo con diverse opere alla storia del black metal della seconda ondata. Il gruppo “più blasfemo di sempre” prosegue quindi la sua marcia oscura!         


1) The Eye Of Funeral (Intro)          
2) Still Fucking Dead
(Here's No Peace)                
3) The Sun Turns Black As Night    
4) Within The Abyss            
5) The Funeral Seemed To Be Endless                   
6) Departure From The Mortals                 
7) The Black...                       
8) Dark Endless                    
9) Holy Inquisition       

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