MANOWAR

The Lord Of Steel

2012 - Magic Circle Music

A CURA DI
ANDREA CERASI
27/05/2017
TEMPO DI LETTURA:
6,5

Introduzione Recensione

Ci sono opere che vengono maledette sin dalla loro uscita, guardate con diffidenza dalla critica e con sospetto dal pubblico, destinate ad essere massacrate ancor prima del rilascio sul mercato. Opere che sorprendono per il coraggio con il quale affrontano un'epoca oppure che sorprendono per l'esatto opposto, ossia facendo un bel passo indietro, ripercorrendo terreni già sondati e, in un certo modo, involvendo la proposta espressa. Ecco, il passo indietro eseguito dai Manowar ha dell'incredibile: dal concept sinfonico "Gods OF War" il pubblico pensava che qualcosa fosse cambiato per sempre, che la scintilla dell'ispirazione fosse di nuovo stimolata, e tale concezione veniva rafforzata dall'altisonante annuncio della creazione di una trilogia nordica denominata "The Asgard Saga", composta in collaborazione con lo scrittore fantasy Wolfang Holbein e preceduta da un interessante ep, "Thunder In The Sky". Insomma, tutti pensavano a un'evoluzione "intellettuale" della band, non tanto a livello musicale quanto a quello lirico, attraverso una saga che avrebbe sicuramente portato nuova linfa tematica e maggiore impegno compositivo. E invece? Invece i Manowar vanno nella direzione opposta, misteriosamente hanno un ripensamento sull'ambizioso progetto e abbandonano tutto senza tante spiegazioni, dunque si imbarcano in un nuovo tour mondiale e la promessa della trilogia nordica si smorza nel silenzio. Trascorrono tre anni, comunicati e smentite si susseguono, infine l'annuncio di un nuovo lavoro dopo il rilascio del disastroso remake di "Battle Hymns". Ma lo studio di registrazione è lontano, sembra un miraggio, poiché i nostri quattro cavalieri sono ancora in giro, da una nazione all'altra, incendiando i palchi e i palazzetti del globo. Apprendiamo, così, che il nuovo album viene costruito pezzo dopo pezzo, on the road, nel vero senso della parola, all'interno del Manowar Bus o affittando salette durante il tour. Infine il ritorno a casa, a New York, dove il leader Joey DeMaio assembla tutto quanto creato nel suo studio privato, perfeziona quello che c'è da modificare e annuncia che la band sta per fare ritorno. "The Lord Of Steel", appunto, è il titolo del nuovo disco, ma la promozione è inspiegabile, affidata a un'operazione alquanto discutibile, scriteriata e, sinceramente, senza senso. L'album esce in anteprima, in formato digitale e in cd, con una copertina provvisoria (un martello che fuoriesce da un cratere vulcanico che sta per eruttare), come allegato alla rivista Metal Hammer, ben cinque mesi prima dell'uscita ufficiale. Cosa alquanto bizzarra, converrete, immettere sul mercato un'edizione, battezzata Hammer Edition, mesi e mesi prima della data di presentazione, soprattutto nel 2012, ovvero in un'epoca in cui la "fisicità" della musica viene fagocitata da una belva chiamata Internet. L'accoglienza è negativa, l'opera viene stroncata senza pietà un po' da tutti, accusata di essere limitata, poco ragionata, messa su in fretta e in più con una produzione scadente fatta al computer, dove il basso di DeMaio è registrato troppo alto, tanto da sembrare una zanzara che si aggira per lo studio, davanti ai microfoni, sovrastando il suono degli altri strumenti. La batteria e la chitarra sono in secondo piano e la voce di Eric Adams, per la prima volta, accusa il calo fisiologico: niente più acuti spaccatimpani, questi sono sporchi e centellinati, e ogni tanto sembra essere a corto di ossigeno. La promozione è un disastro senza precedenti, il pubblico scarica senza remore il dischetto e poi lo cestina, deluso dal clamoroso ripensamento in merito alla trilogia mitologica annunciata negli ultimi cinque anni, trovandosi tra le mani un lavoro semplicissimo, costituito da una manciata di brani heavy/epic metal contenenti i soliti testi scontati alla Manowar e scollegati tra loro dal punto di vista tematico. Niente concept, dunque, piuttosto un "Louder Than Hell" parte 2, ma melodicamente meno ispirato. Certo è che la produzione aumenta questa sensazione di disagio, tanto che per la versione definitiva, in uscita nell'autunno 2012, DeMaio decide di rimettere mano a quanto fatto modificando tutti i suoni, rendendoli più puliti, abbassando il volume del basso, inserendo cori per aggiungere pathos ai ritornelli e chiudendo con una bella ballad inedita, non presente sulla Hammer Edition, tanto per invogliare ulteriormente all'acquisto dell'edizione fisica. A questo punto, il signore dell'acciaio è pronto a fare ritorno sulle scene, per la seconda volta, ed è claudicante, invecchiato e ferito, spinto da un nuovo art-work, più mirato del precedente, disegnato dal solito Ken Kelly per un misto tra "Fighting The World" e "The Triumph Of Steel", ma la pessima e insensata operazione della versione provvisoria è stata deleteria e ne ha minato il cammino; la gente snobba l'album definitivo, la Retail Edition, come viene nominato, anche perché ormai lo conosce a memoria, lo ha già comprato/scaricato, ascoltato e assimilato, perciò l'attenzione mediatica è scemata da mesi. Eppure, "The Lord Of Steel", sebbene metta in evidenza i limiti della band americana, disilluda le attese, non presenti nemmeno ora una produzione brillante e nonostante si tratti di un album alquanto sempliciotto e scarno, non è da buttare, presentando una certa qualità che è stata fin troppo screditata e giudicata in modo frettoloso e poco generoso. Se si dimenticano i pregiudizi nei confronti di questa band, di materiale su cui discutere ce n'è, il livello non è ovviamente altissimo, l'ispirazione nemmeno, ma io credo che sia giunto il momento di fare giustizia.

The Lord Of Steel

"The Lord Of Steel" (Il Singore Dell'Acciaio), brano dedicato allo scomparso Scott Columbus, ex batterista della band, mette subito in chiaro le cose: il Manowar, il guerriero dallo sguardo scuro e dal corpo scolpito presente in tutte le copertine degli album e in moltissime liriche, è tornato come un fulmine, a cavallo del martello del dio Thor, scagliato dall'alto dei cieli, per punire gli infedeli. Lo sottintende la scoppiettante batteria di Donnie Hamzik che picchia duro dietro le pelli, attraverso un drumming possente e in doppia cassa. L'andamento epico è tipicamente manowariano, la band è invecchiata ma sa ancora pestare alla grande. Nella notte il guerriero si muove, è finalmente tornato sulla terra, giunto dal regno delle divinità, circondato da saette che creano solchi nel terreno, lì dove cammina, accompagnando i suoi passi. Egli ha combattuto ed è morto più volte, ma si è sempre rigenerato, avendo vissuto molte vite, perché egli è immortale proprio come la sua spada, questa sempre al suo servizio, sempre fedele e a portata di mano. L'acciaio è il suo signore e va venerato e protetto. Eric Adams esordisce con voce tempestosa, gridando al mondo la preghiera del guerriero e la sua fedeltà alla guerra; la sua voce è sporca, cattiva, e ingurgita le brevi strofe del testo sovrastando il roccioso riffing partorito da Karl Logan che aumenta di intensità fino a scontrarsi con gli altri strumenti, rallentando in prossimità del refrain, questo molto più pacato e solenne, dove, oltre al vocalist, è udibile un basso quasi ingombrante, meno invadente rispetto alla prima versione, quella provvisoria, ma ancora potente e muscoloso, capace, col suo suono, di rafforzare il momento. È proprio il Manowar a parlare e a rivelare che, ora che è tornato in vita, è assetato di sangue nemico, e allora lo minaccia prima di rincorrerlo nella steppa; lo minaccia, la vittima non può scappare, non può nascondersi, poiché è giunto il suo tempo. Il tempo del trapasso, e l'oltretomba ha i cancelli aperti per accoglierlo soavemente. Sangue e carne sono gli elementi che caratterizzano il signore dell'acciaio e, ovunque lui vada, porta con sé morte e giustizia, perché la guerra è la sua missione. Logan esegue un assolo ragionato, duellando con le raffiche di colpi inferti dal compagno Hamzik e, paradossalmente, è proprio qui, in questo album dalla struttura semplicistica, che la performance del chitarrista risalta maggiormente attraverso assoli gradevoli e non sparati a 200 all'ora come è solito fare. L'estasi epica riprende subito dopo, quando entra in scena il buon bridge. Adams sputa parole di guerra, minacce imperiose, e quando raggiunge il nemico gli indica di inginocchiarsi: l'uomo ha peccato e deve essere punito attraverso la morte, ma non sarà il solo, poiché molti dovranno perire, persino il signore dell'acciaio è destinato a farlo, per poi rinascere aquila, libero in volo. Le ruote del tempo scorrono veloci, le candele bruciano dai due lati, il guerriero alza al cielo la spada e colpisce il nemico, trafiggendolo in un'orgia di sangue che non contempla pietà alcuna.

Manowariorrs

"Manowarriors" (Guerrieri Manowar) è l'inno autocelebrativo, non solo destinato ad esaltare le gesta della band, ma anche e soprattutto ha il compito di lodare la fedeltà dei fans. L'ombra della leggendaria "Manowar" è ovviamente presente, tanto che il brano la richiama a gran voce grazie a una linea melodica molto simile al pezzo scritto nel 1982 e diventato un classico dell'heavy metal. Il riffing portante è molto simile, e non può essere altrimenti, tanto che questa seconda parte risulta apprezzabile nella sua faciloneria, nell'intento di rinfrescare un concetto vecchio ma sempre attuale: la fratellanza degli ascoltatori, in particolare quelli dei Manowar. Un acuto introduce il pezzo, Adams fa quello che può ma si sente che ormai la pulizia e l'infernale potenza delle sue corde vocali hanno subito l'incedere del tempo, ma niente di così preoccupante, perché dal lato interpretativo e sulle tonalità medie è ancora divino. Logan esegue un riff elementare quanto viscerale, incarnazione stessa di metallo, Joey DeMaio torna protagonista suonando il suo strumento come fosse una seconda chitarra, duellando con il compagno d'asce. La melodia è semplice tanto quanto la struttura della canzone, eppure si appiccica addosso e non va più via, tanto è tirata e orecchiabile, capace di incitare e fomentare al primo ascolto. Il tuono, sempre il tuono, elemento rappresentativo della musica e delle liriche manowariane, torna a scagliarsi sulla terra. Questa volta indica che la band è giunta in città per un concerto, per suonare fottuto epic metal, per far tremare le colline a causa della musica sparata al massimo volume. Ad attendere i quattro cavalieri, i re del metallo, c'è una folla di metallari incalliti, chiamati figli del tuono, appartenenti quindi alla stirpe di Odino. Sono tutti guerrieri, impassibili di fronte alle mode, con uno stile ben preciso da decenni, e attendono con foga l'arrivo dei Manowar, la band più caciarona al mondo. La sezione ritmica aumenta passo dopo passo, attraversano un strofa, un pre-chorus, e arrivando ad appoggiare un ritornello simpatico e glorificatore in cui i manowarriors alzano in alto le mani, decisi a combattere per il metallo. Sembra già di vederli, in posa solenne come i personaggi ritratti sull'art-work dell'album, pregando gli Dei per la loro musica. Perché l'heavy metal è più di una religione, è uno stile di vita, è un credo, un culto da venerare in eterno. Eric Adams viene accompagnato da cori, che rappresenterebbero appunto il pubblico, ma sono cori spompi e non danno la giusta potenza al refrain, tant'è che il brano procede regalando, nonostante la palese pecca, un certo gusto, divertendo abbastanza. La band è giunta lì attraversando i vari continenti, passando da una nazione all'altra, con i corpi pieni di birra e col la voglia di spaccare tutto, col cuore gonfio d'amore per l'heavy e per gli adepti. Suonerà epic metal la sera stessa, perciò è bella carica, sventola la bandiera del rock, orgogliosa e simbolica per tutti noi fratelli uniti sotto questo vessillo, e ricordano a tutti che i metallari sono un popolo unito, fraterno, solidale. Tutti noi crediamo nel potere benefico della musica, tutti noi viviamo per la musica; alziamo le braccia al cielo e contempliamo gli Dei dell'acciaio.

Born In A Grave

"Born In A Grave" (Nato In Una Fossa) mostra un lato inedito nel songwriting della band americana, trattando di vampiri. Eric Adams sospira, a cappella, di un dono che ha ricevuto, cioè il dono dell'immortalità, ma, al contempo, decanta la perdita della sua anima, dannata tra le fiamme dell'inferno, perché egli è una creatura che vive nelle tenebre. Donnie Hamzik irrompe con forza all'unisono con Logan, dando vita a un mid-tempo orgoglioso e oscuro. Il basso risalta nel buio con solenni tintinnii metallici, creando un'atmosfera horror che resta sospesa per tutta la strofa, compatta ma quieta, che descrive un mondo notturno, dominato dal volo di strane creature che aspettano il calare del sole, appunto, per uscire dalle loro tane e spezzare il loro silenzio, al fine di procacciarsi sangue fresco. La vita inizia quando il sole tramonta. Gli strumenti si impennano in una lotta primordiale, il buio divora l'ambiente, le nuvole sovrastano la volta celeste, e allora, con un passaggio evidenziato dal brulicare delle note di basso e le sferzate della sei-corde, i vampiri escono per la caccia. Il ritornello è memorabile, corposo e ben arrangiato, con un Adams indomito che guida la ciurma all'attacco. Nella Hammer Edition era diverso, più sottile e meno coinvolgente, seppur la melodia, molto bella, risaltava comunque. Innocenza perduta, il vuoto nell'anima, la creatura sa di essere peccatrice, si rivolge così al padre, chiedendo perdono per la sua natura, ma sa che non sarà mai perdonata e niente e nessuno potrà mai salvarla dalle fiamme degli inferi, perché è nata in una fossa, dannata per l'eternità. Il basso, che sembra riprodurre i rintocchi di una campana da chiesa, richiamando dunque il tema religioso della dannazione, spezza in due il brano, evidenziando il passaggio dalla prima alla seconda parte. E allora si ricomincia dal mid-tempo di oscura natura, dall'animo marcio e maledetto, dove, al chiaro di luna, i lupi ululano e i pipistrelli svolazzano, cullando, con i loro versi, i leggiadri passi vampireschi che vanno alla ricerca di sangue, per poter vivere. Questo è il dono della notte, il sangue come elisir dell'immortalità, ma anche come punizione per una vita di lacrime, lontana dalla luce, un po' malinconica. Un corpo privo di anima, senza vita, senza sole, senza calore. Il break centrale è ipnotico, DeMaio accompagna l'assolo di Logan con una serie di effetti stranianti che creano claustrofobia e trasmettono sentimenti cupi. Il suono è davvero efficace, sintomo che qualcosa si è sperimentato, ma forse è troppo poco, perché subito dopo si riattacca col ritornello, ripetuto più volte, descrivendo ancora la dannazione eterna del vampiro.

Righteous Glory

"Righteous Glory" (La Giusta Gloria) è una ballata dall'incedere maestoso, sintomo di un gusto melodico sempre acceso e di un'interpretazione magica. L'arpeggio di Logan è sentito e profondo, la voce di Adams sussurrata per dare sentimento: la gloria è un'allegoria, una divinità che, dall'alto, guarda tutto ciò che accade sulla terra, sa chi vivrà e chi dovrà morire, perché assiste alla battaglia che infuria, proteggendo i guerrieri più coraggiosi, gli animi più puri. I toni aumentano d'intensità, il vocalist adesso è più deciso, invoca la presenza della dea, la sua protezione, la sua promessa di una buona morte, affrontata con coraggio e lucidità. In guerra gli eroi muoiono, e allora perché sottrarsi a tale destino? Bisogna avere rispetto per la giusta gloria, poiché essa governa il mondo. Donnie Hamzik fa sibilare i piatti, li tocca con delicatezza, quasi a non spezzare l'incantesimo, la maestosità del momento, ma la chitarra elettrica lancia una scarica di adrenalina, e allora ecco che arriva nell'immediato il bel ritornello, forse un po' troppo anticipato, data la lunghezza del brano in questione, anche se dotato di una struttura tanto semplice quanto evocativa. Il chorus è spaziale, delicato ma comunque potente, capace di rendere orgoglioso ogni ascoltatore e di costringerlo a intonarlo a squarciagola. La Giusta Gloria giunge leggiadra nella notte, si affianca al guerriero mentre è intento a lottare sul campo, gli sussurra che sta per lasciare il mondo terreno per recarsi in un posto migliore, dove riposerà e dove sarà venerato come un dio. I suoi fratelli già caduti lo stanno aspettando per brindare, nella sala del Valhalla, dove Odino li benedirà uno ad uno. Il basso di DeMaio emette uno strano effetto che risalta nella pausa dopo il ritornello, riempiendo ogni spazio, caricando il pezzo e dando il via alla seconda parte. È ancora la divinità a farsi largo tra le nuvole, attraversando lo spazio e il tempo, da una dimensione all'altra, per prendere per mano il guerriero trafitto dalla lama. L'immortalità lo sta aspettando, perciò l'uomo sale sul dorso di un cavallo bianco e ascende alla volta celeste, circondato da un'aurea magica, sinonimo di regalità. È pronto per recarsi al cospetto di Odino, accompagnato dalla Gloria, qui immaginata con le fattezze di una sensuale valchiria. La parentesi strumentale non è impetuosa, anzi, sembra molto ragionata e quieta, poiché serve a mettere in mostra l'animo ormai sereno del guerriero deceduto, come se la morte portasse felicità e riposo dopo una vita di inferno e di fatiche indicibili. Gli strumenti sono delicati, si schiudono lentamente in questo passaggio intimista, illuminando il cammino dell'uomo, dalla terra all'oltretomba, dunque si ricomincia col ritornello, ripetuto più volte, forse anche troppo, fino a quando i cori (presenti solo nella versione definitiva e non in quella provvisoria, rendendo il pezzo decisamente più aulico) che accompagnano il cantante si smorzano, lasciandolo solo per gli ultimi secondi. Quelli che suggellano questa meravigliosa ballata.

Touch The Sky

"Touch The Sky" (Tocca Il Cielo) attacca come una furia, riffing potente e drumming massiccio, anche se ad emergere su tutto è sempre il basso impressionante, vera guida della sezione ritmica. La melodia è già accennata e si capisce subito che, nonostante la grinta, il brano sarà dotato di grande gusto melodico. Qui non si perde tempo, la struttura è ridotta all'osso e così, da un verso piuttosto veloce si passa immediatamente al chorus, uno dei più azzeccati dell'album, dove, in linea con la tradizione manowariana, si trattano questioni di vita e di morte. Un tuono nel cielo scombussola l'anima di un uomo, a questo punto egli sente una chiamata, sa che qualcuno lo sta chiamando dall'alto dei cieli. È giunto il suo tempo, ma egli è ancora vivo, destinato a fare qualcosa di grande prima di eclissarsi nel nulla. La vita è fatta così, c'è chi muore senza aver concluso nulla e c'è chi vive stancamente, ma ci sono persone speciali che hanno il compito di cambiare il mondo. Una di queste è il nostro protagonista, perché la grandezza vive e brucia dentro il suo corpo. Non importa ciò che la gente dice, la sua volontà è forte e irremovibile come una montagna, il suo ego così alto e orgoglioso, tanto che alzando un braccio potrebbe arrivare a toccare il cielo. Trattasi di una parabola sull'animo umano, sullo spirito di iniziativa che i Manowar hanno sempre appoggiato e promosso, per infondere coraggio ai disillusi, agli sconfortati, ai frustrati dalla misera vita che vivono. La musica di questa band è anche questo: aiuto e sostegno ad affrontare le sfide quotidiane. Logan esegue un giro dall'animo blues, poi riprende a scalciare, il basso rimbomba come un tuono, Adams incita a non demordere, sprona a fare di testa propria, di vivere una vita secondo i propri schemi, senza ascoltare consigli da chi, in realtà, non sa vivere e si accontenta di tutto. È una guerra, questa volta interiore, contro il sistema, contro la società, contro l'ipocrisia che divora il mondo occidentale. Sogni e speranze devono essere alla base di ogni credo, di ogni uomo, gli schemi sono per gli sciocchi. Il nostro protagonista è nato con l'animo di un eroe e, come spesso decantato dai testi della formazione americana, l'eroe in questione è colui che combatte per la propria quotidianità, contro le ingiustizie, contro il malcostume, contro i soprusi dei potenti. I Manowar sono la voce del popolo, i manowarriors siamo noi tutti. Torna la metafora dell'aquila come sinonimo di libertà e spensieratezza, quindi un break frena la corsa e il polverone si abbassa, almeno per qualche secondo, e ad emergere ora sono i cori epici, intensificati nella Retail edition e prima quasi totalmente assenti, avvolgendo il brano di un calore molto intenso e di spirito battagliero. Resta Eric Adams, sempre lui, il nostro eroe, a protrarre, con aria angelica, il delizioso ritornello solo col supporto dei cori, per una dimensione celestiale, dunque la sezione ritmica si ridesta, entrano prima i tamburi, poi il basso e, infine, la chitarra che si allunga in un solo che porta dritto alla sezione finale.

Black List

"Black List" (Lista Nera) è il pezzo più potente di tutti, poggiato su una base monolitica e terremotante. Gli echi di "Warriors Of The World", ossia una delle canzoni più amate dai metallari, si palesano sin dall'attacco per assecondare un incedere letale e velenoso, che si protrae a lungo prima di entrare nel vivo della vicenda. L'andamento doom, crudele, cupo, terrificante, ci dice che i Manowar fanno sul serio, sono cattivi come non mai. Il basso crea una serie di effetti particolari che contrastano con le sferzate chitarristiche dell'axe-man, mentre Hamzik è davvero solido e potentissimo. Stop and go dopo l'incipit, ecco che il singer tuona con voce demoniaca: sono tutti sulla sua lista nera, i nomi sono incisi sul muro e tutti possono leggerli; tutto coloro che sono nominati devono tremare davanti alla minaccia dell'uomo, furioso e combattivo. Il primo blocco se ne va, celere e furioso, Logan molesta la sua sei-corde e altrettanto fa DeMaio, quindi si procede con il secondo blocco, ancora più funesto del precedente. C'è la vita in gioco, non è uno scherzo, chi non lo capisce è destinato a morire. Bisogna vivere da uomini liberi, senza catene fisiche o mentali, senza religioni, senza schemi. Liberi di affrontare ciò che si vuole, liberi di essere se stessi. Insomma, il consiglio è chiaro, così come è chiara la struttura di questa traccia, molto esile dal punto di vista lirico o tecnico ma sicuramente riuscita dal punto di vista emotivo. Una marcia spaccaossa allungata rispetto alla versione provvisoria, dotata appunto di un'aggiunta nella coda finale, quando terminava subito dopo l'esaurimento del testo, mentre qui si dilunga a dismisura, farcita da assoli fulminei, effetti sonori e rullate catacombali, tanto che gli ultimi minuti sono persino i più interessanti, e sapete perché? Perché è azzeccato il riffing portante, perché quel riffing è sinonimo di heavy metal purissimo, di energia sonora, di muro solido come cemento. In questo, i Manowar sono stati sempre campioni, pur non essendo dei virtuosi, e allora ti fanno sentire vivo, potente, in grado di fare qualunque cosa tu voglia. I fans della band sono fuori dalla lista nera, perché sono liberi, fedeli a un credo che travalica generi, mode e tempi.

Expandable

"Expendable" (Mercenario) viene scritto per la colonna sonora del secondo capitolo dell'omonimo film di Silvester Stallone, anche se poi, durante la post-produzione, viene scartata. La versione qui presente è esattamente la stessa che troviamo nella Hammer Edition, i suoni sono sporchi e sparati al massimo volume, a cominciare dal main riff tritaossa che esplode dalle casse dello stereo. "Meno è meglio", è questa la convinzione di DeMaio e soci, e allora niente rifiniture, dritti al punto della questione, tanto che Adams attacca subito con la prima strofa proiettando l'ascoltatore nella foga sonora, trascinandolo presto nel furioso ritornello, il tutto incentrato su un botta e risposta tra il vocalist e i colpi sferrati alla batteria da parte di Donnie Hamzik, sovrastando le incursioni della chitarra che produce effetti stranianti e lisergici. Il tema trattato ovviamente è quello dei mercenari, pagati in maniera professionale, identificati con dei soprannomi, dato che quello vero deve restare nascosto. Questi uomini possiedono un lato oscuro, il mistero che aleggia intorno a loro è fitto e, molto probabilmente, gli unici amici di cui si possono circondare e fidare sono una pistola e un coltello. Il tutto è suonato e decantato con irruenza, tanto che il brano si trascina in un unico blocco monolitico per poi esaurirsi in soli tre minuti. La melodia viene tralasciata, "potenza" è la parola chiave, tranne quando sopraggiunge il fugace e libero bridge, dotato di una punta di gradevole melodia, nel quale il vocalist afferma che sopravviverà da solo, mentre i suoi nemici moriranno, uno per uno, e allora sì che potrà riscuotere il lauto pagamento. Il ritmo si smorza quando la chitarra di Karl Logan ruggisce, in piena ira musicale, danzando per qualche secondo su note acide e assoli fulminei, ma è un periodo strumentale che dura poco, poiché si riprende subito con l'incedere terremotante e l'acuto di Adams che incita alla morte. Insieme, i mercenari combattono, attuando strategie e missioni folli, con la vendetta scolpita in volto e la speranza della retribuzione. Le parole sono di odio, la missione è quella di trascinare i nemici all'inferno, ma c'è anche la speranza di sopravvivere e di poter raccontare, un giorno, queste pericolose avventure. Praticamente, i Manowar hanno attualizzato la loro filosofia, ma il testo e il suo messaggio sono sempre gli stessi, solo che al posto dei barbari di un'epoca passata qui ci sono i mercenari, guerrieri spietati e moderni?.

El Gringo

"El Gringo" (Il Gringo) è la colonna sonora dell'omonimo thriller con Christian Slater, una pellicola che non è mai arrivata al cinema e che ha persino fatto fatica per la distribuzione in DVD. Il budget inziale, che a dire la verità non era molto, ne ha abbassato di molto il livello qualitativo, ma sono state le critiche impietose ad affossare il progetto. Il coro iniziale e il riffing glaciale trasmettono epicità, così si comincia immediatamente col ritornello, molto buono e orecchiabile, dalla bella melodia, così molto interessanti sono le strofe che compongono questa traccia, affascinante, certo, ma forse un po' troppo statica, non solo per la struttura ripetitiva ma anche per un testo ripetuto fino alla nausea. L'ambientazione è assolata, polverosa, il deserto del Texas potrebbe venire in mente mentre si ascoltano le parole proferite dal grande Eric Adams, che in questo contesto incarna un pistolero solitario, come nei classici western hollywoodiani. L'uomo sembra un'anima che non trova pace, che vaga tra l'inferno e il paradiso, perché non possiede un'anima che lo possa far giudicare dagli Dei. Non si sa se è un buono o un cattivo, va solo dritto per la propria strada. È un uomo senza identità, senza paese e non ha nessun posto dove andare. È un uomo, un giustiziere che vive al di fuori della legge e che fa ciò che desidera, vive al confine, decide le proprie legge, le impone o le infrange a suo piacimento, perché egli non ha destino, né una missione precisa. Vive, e questo gli basta. Il pezzo non ha una suddivisone chiara, sembra più che altro un continuum narrativo, una tempesta lavica che confonde refrain e strofa, perché tutto è consequenziale e senza pause. Il break centrale è ortodosso, heavy possente e tradizionale, colpi di tuono sferrati dalla chitarra elettrica e basso in primo piano che sembra produrre un suono, divertente e particolare, simile a quello di molti videogiochi anni 80. Si riprende con una coda infinita, dove il ritornello entra in testa e non ne esce più, immobile, ma condito da sferzate strumentali in sottofondo che via via si vanno intensificando assieme all'apparizione dei cori epici. Se, ogni tanto, avessero cambiato un po' le parole, sarebbe stato meglio. Poco ma sicuro. Comunque discreto pezzo.

Annihilation

Con "Annihilation" (Annientamento) troviamo quella che è la composizione più potente del lotto ma anche quella più lineare, giostrata su riffing muscoloso e sugli acuti del singer. Non si respira, l'aria è claustrofobica, si procede subito con le intimidazioni di Adams: un'altra vita, è tempo di morire, fare spazio ad un altro giorno, per poi essere spazzati via. Un'altra truffa, un'altra giornata di calvario senza senso. L'ottimismo non è di casa, questa volta, poiché si narra di morte e distruzione; di annientamento, sottolineato dall'urlo imponente alla fine del chorus. Le mani della giustizia cadranno sotto i colpi di una vendetta sottile, il signore dell'acciaio svolgerà il suo compito, annienterà tutti noi mortali. Il ritmo accelera clamorosamente, aumentando d'intensità minuto dopo minuto, sezione dopo sezione, non c'è un attimo di tregua. I Manowar vogliono la guerra, intorno solo distruzione e annientamento. Ci troviamo in mondo post-apocalittico, la giustizia ha fatto il suo corso, i nemici sono tutti sterminati, ma sono tanti, e allora il signore dell'acciaio avrà tanto ancora da fare per eliminare la feccia. Noi, inteso come i pochi buoni e dall'animo retto, abbiamo il potere dalla nostra parte, la sacralità dalla nostra parte, le mani del signore del tuono poggiate sulle nostre spalle. Doppio pedale a manetta, Hamzik ci va di giù di forza, e sembra fare a gara con l'ascia di Logan a chi spinge di più, alzando un polverone che ben si addice al mondo crudele che stiamo descrivendo. Ma non finisce mica qui, perché, a un certo punto, la chitarra lascia spazio al basso, così troviamo il duello tra i tre strumenti, in modo alternato, per poi riprendere da dove avevamo lasciato, con un Adams indemoniato che urla al vento le sue parole di vendetta, ma questa volta sono parole più quiete, più speranzose: dobbiamo vivere la vita che abbiamo scelto, combattere per il signore dell'acciaio, nostro dio, lottare per l'heavy metal che è più di una religione e morire per esso, se necessario. L'acuto finale spezza le catene della quotidianità e ci regala una forza indomita, mani al cielo e musica a palla. Questo è il trionfo della tamarraggine manowariana, l'esaltazione degli ideali del metal, della fratellanza metallica, della goliardia liberatoria. Più Manowar di così si muore. Certo, il testo lascia spiazzati per la sua pochezza narrativa, ma la canzone gasa, basta questo.

Hail, Kill And Die

"Hail, Kill And Die" (Saluta, Uccidi e Muori) testimonia, forse, il lato più autocelebrativo e citazionista della band, ma anche quello più povero di contenuti. Il brano non è male, sia chiaro, a tratti è persino buono, ma a lasciare a bocca aperta è la riproposizione dei titoli di tutti gli album in carriera e che formano il testo, allo stesso modo di quanto accadeva nel 1988 con la bella "Blood Of The Kings", e ovviamente la riproposizione palese del titolo di uno dei loro cavalli di battaglia, il capolavoro "Hail And Kill", presente sullo stesso album. Perciò, non solo abbiamo una "Manowar" parte seconda all'interno dell'album, ma persino un miscuglio di idee direttamente prelevate dall'album "Kings Of Metal". Ma i Manowar hanno sempre citato se stessi; un esempio a caso: "Glory, Majesty, Unity", traccia parlata tratta da "Gods Of War", che ripropone quasi lo stesso testo, a mò di preghiera, della storica "The Warriors Prayer". Certo, è difficile non ripetersi utilizzando gli stessi trenta vocaboli per più di trenta anni, ma bisogna accettarlo come filosofia di integrità e disciplina targata Manowar. Sopra un riff roccioso e statico, si decantano le gesta immortali della band: i quattro eroi dell'epic metal cavalcano nella gloria, su inni di battaglia, omaggiando l'Inghilterra ancora una volta. Per il sacro martello divino hanno combattuto il mondo intero, al fine di diventare re del metallo, e più carichi dell'inferno sono tornati come guerrieri del mondo, uniti sotto l'immortale vessillo della musica dura. La strofa è lunga e macchinosa, ma piace, mentre il ritornello sembra un po' troppo spompo, perché non sostenuto da cori decisi, almeno in questa prima parte, perché con il procedere dei minuti, questo assumerà toni più solenni e i cori bellici si intensificheranno, chiudendo in bellezza un pezzo non proprio originale, né memorabile, ma comunque gradevole e anche, spesso e volentieri, perisno risibile. La batteria comincia a scalciare, i colpi di Hamzik si fanno più duri, il ritmo accelera un pochino, il basso rimbomba invadendo l'ambiente e si continua a narrare: su questa terra i Manowar sono giunti per portare morte ma anche gloria, sangue e acciaio sempre insieme, connubio indissolubile, per combattere una guerra che porterà alla libertà. Uccideranno tutti coloro che si ribelleranno al loro volere e negheranno la loro legge, perché la gloria e la giustizia saranno impartite con la forza. L'assolo di Logan non desta grande attenzione, invece la sezione ritmica subisce una violenta sferzata e il mid-tempo si trasforma in una cavalcata epica che riprende un po' troppo le recenti composizioni della band americana, assomigliando a vari pezzi sfornati ultimamente. La terza parte però colpisce, ed è quella più mirata, grazie anche all'aumento dei cori, qui dosati bene, che potenziano non solo l'ultimo verso ma anche gli ultimi chorus, adesso davvero epici. La struttura è molto semplice, tre blocchi quadrati con pochissime variazioni, che mettono in luce uno scheletro compositivo molto elementare, tant'è che ci troviamo davanti all'ultimo assalto verbale, dove Adams, ancora più infuriato ma sempre controllato (i tempi della brutalità vocale, con scale, acuti, fragorose risate e tonalità al limite dell'impossibile sono finiti), continua a citare i titoli di vecchi brani. Vendicatori oscuri, col cuore pieno di odio, si affiancano per combattere la sacra guerra in onore del martello di Thor, muniti di frecce oscure e di ali d'acciaio. Per la corona e per l'anello combatteranno, cavalcando draghi, e lotteranno fino alla morte per venerare gli Dei, perché loro sono figli di Odino.

The Kingdom Of Steel

"The Kingdom Of Steel" (Il Regno Dell'Acciaio) è una preziosa e sublime ballata, presente solo nella final cut edition, composta durante l'estate 2012 per invogliare maggiormente il pubblico all'acquisto del cd. L'atmosfera è intima, mitizzata dall'arpeggio nostalgico e sofferto della chitarra, dunque la batteria infierisce aumentando la sensazione di disagio e disperazione. Eric Adams è soave, liturgico, e parla a cuore aperto dei regali sentimenti che lo travolgono. La sua anima è sacra, le sue mani la elogiano e attendono servili la prossima mossa. Giustizia e verità vivono nei cuori di chi difende il mondo, nei corpi degli eroi che si sacrificano per la libertà. Ora, è giunto il momento di schierarsi, di impugnare la spada e combattere per migliorare le cose. Vivere secondo la legge divina, vivere per la gloria. Il pre-chorus è da brividi, la melodia eccelsa, i sottili cori a supporto del vocalist ben studiati e donano una sensazione di pura magia, ma è con il ritornello che si raggiunge la pura estasi divina. Hamzik picchia forte dietro le pelli e DeMaio parte alla carica per potenziare il tutto. Il guerriero, spada in mano e cuore puro, è pronto a scontrarsi col nemico, sente i cori angelici dei coraggiosi che già sono caduti e che lo incoraggiano dall'oltretomba, dunque si getta nella mischia, senza paura, pieno di orgoglio. Nel regno dell'acciaio il suo spirito è atteso, il suo animo che brucia nella notte, assieme alla sua fedele spada; è un buon giorno per vivere, è un buon giorno per morire, in quel regno troverà la pace eterna. La musica, sofferta e struggente, prosegue imperterrita e allora Adams alza la voce e si fa sentire più forte, è lui il vero protagonista, perciò prende le redini del gioco e continua a narrare, sopra un tappeto sonoro delicato e poetico, dalla natura selvaggia e oscura. Odino ascolta le preghiere, che cavalcano il vento e giungono alle sue orecchie, del guerriero, e si librano in aria come le coraggiose aquile, protagoniste di tante liriche della band. La vita di un guerriero è destinata alla gloria e la sua anima richiamata alla gloria del Valhalla. Le tastiere si innalzano in volo proprio come le aquile, donando maggiore sacralità alle ultime parole espresse, ma richiamando anche una veglia funebre, probabilmente quella che si terrà per il guerriero, una volta perito in battaglia.

Conclusioni

Il guerriero immortalato in copertina, tra saette che sferzano cieli e illustrato in posa vincente davanti al suo popolo, che lo venera come un dio, conferma che i Manowar sono ancora tra noi, indomiti e orgogliosi, affamati di acciaio come non mai. A dire la verità un po' poco per soddisfare tutti i palati, ma forse abbastanza da rendere contenti i propri fans, quelli più irriducibili e che seguono la band da tanti anni. "The Lord Of Steel" è sicuramente l'album meno ispirato dei nostri e, assieme a "Warriors Of The World", si va a contendere lo scettro di disco peggiore in carriera. Tutto vero, ma qui, a differenza del lavoro del 2002, si ha maggiore compattezza, non ci sono momenti morti e si ha una scaletta più mirata e diretta, anche se va detto che manca una produzione eccellente che fino a poco prima sembrava dovesse essere la regola in casa Manowar. Sono dell'idea che con una produzione più accurata, in grado di vitalizzare ogni singolo strumento, pompandolo a dovere, sarebbe stato un album più competitivo, soprattutto oggi e con la tecnologia che abbiamo a disposizione. Va bene, è un disco povero, di contenuti e di rifiniture in fase di post-produzione, inoltre non ci sono brani da capogiro, sebbene le due ballad e un altro paio di pezzi siano ottimi, e Eric Adams, per la prima volta, accusa il peso dell'età apparendo stanco e lanciando pochissimi acuti, di solito marchio di fabbrica della band, ma non ci sono nemmeno grossi scivoloni. Probabilmente la cosa che fa storcere il naso è la regola del "meno è meglio", dettata dallo stesso DeMaio e che sembra vigere in ogni particolare, ma forse qui si è esagerato, spogliando ogni singolo pezzo fino allo scheletro, lasciandolo adagiato su una struttura minimalista e fin troppo elementare. Sembrerà folle, ma nonostante tutto il dischetto suona bene, la scarna resa fa sì che il tutto sia immediatamente assimilabile, il riffing è buono, gli assoli pure, le melodie sono apprezzabili e si memorizzano all'istante, inoltre la Retail Edition ha corretto molti problemi presenti sul disco promozionale, non solo modificando e ripulendo il suono ma anche allungando certi passaggi e perfezionando i ritornelli. Quindi, dal punto di visto strumentale forse ci siamo, ma il maggior difetto dell'opera è il songwriting, lo stesso che i Manowar si portano dietro da una vita e che, se una volta passava in secondo piano per via della grande ispirazione, oggi scontenta e risulta persino risibile, portando la formazione newyorkese al tanto sbandierato status involutivo. A deludere molto, infatti, non sono le canzoni di per sé, ma i soliti trenta vocaboli utilizzati per comporre i testi e che danno un'aria troppo infantile a un album del genere, che fa della lotta per l'acciaio e del credo musicale la sua filosofia di vita, roba magari anacronistica nel 2012. Insomma, niente di nuovo sotto il sole, i testi sono sempre quelli, sempliciotti e tamarri, seppur resta lodevole la variante a tema vampiresco di "Born In A Grave", che almeno mostra un lato diverso dell'animo manowariano. Il resto no, il resto è lo stesso proclamato da tre decenni: sangue, acciaio, spade, fuoco, nemici da uccidere e fratellanza metallica. Okay, ci può stare, i Manowar sono amati/odiati anche per questo, per la loro immobilità concettuale e filosofica, anche se non ho mai capito le atroci accuse da parte dei detrattori a quella che tuttora resta l'ultima fatica firmata dalla band americana. Un album bocciato e condannato ancor prima di uscire, massacrato dalla critica e da molti ascoltatori, salvo poi essere ripreso in considerazione da parecchi. Parliamoci chiaramente: "The Lord Of Steel" non è affatto un album mediocre, magari ha poco da dire, certamente, ma è e resta un album piacevole, composto da undici brani gradevoli, alcuni persino molto buoni e che con una produzione più calda e un songwriting più accurato sarebbero potuti essere anche eccellenti, ma tutti decisamente godibili. Probabilmente è quanto di meglio possono offrirci oggi DeMaio e soci; certo, non è molto, tanto che si tratta di un album sicuramente trascurabile agli occhi dei più, ma almeno non presenta vistosi cali narrativi che possono tediare o irritare l'ascoltatore. A 60 anni i Manowar sono questi, chi si aspetta innovazione o un colpo di coda da questi eroi dell'epic metal dovrebbe mettersi l'anima in pace, l'ispirazione è esaurita da tanti anni e allora si prosegue col cuore e con tanto mestiere, come d'altronde fa la maggior parte delle band storiche. I Manowar non sono più in grado di concepire capolavori, bisogna capirlo, ma la qualità resta un punto fisso e così i loro dischi, pur presentando tante pecche, mostrano anche diverse note positive; e allora sta al fan saperle accettare, senza esigere chissà cosa da chi, per un motivo e per l'altro, ha scritto pagine di storia ma che ora è giunto, quasi con le ossa rotte, alla fine del proprio cammino artistico. Il guerriero dal volto misterioso e dalla spada affilata è tornato tra noi mortali, le ferite riportate a seguito dei numerosi combattimenti cominciano a farsi sentire, così come gli acciacchi dovuti all'età, ma il fascino è sempre quello di un tempo, appannato magari dagli anni sulle spalle e dalla ruggine accumulata sulla lama, e allora va preso per quello che rappresenta, rispettando ciò che ha fatto in tre decenni, gli adepti che ha conquistato, i nemici che ha ucciso e i popoli che ha sottomesso con la sua forza e col potere delle sue parole. Il rispetto è dovuto, e oggi questo è ciò che si può permettere un vecchio e stanco guerriero. Sta all'ascoltatore fare una scelta, capire le motivazioni che hanno spinto la band a pubblicare un lavoro del genere e accettare la proposta. I limiti ci sono, l'aria di superficialità pure, ma tutto sommato ammetto di aver ascoltato numerosissime volte e con un certo gusto questo "The Lord Of Steel", e il piacere non è mai scemato, nemmeno col tempo. E se, ogni tanto, ancora adesso mi ritrovo a reinserire il cd nello stereo e a spararlo a tutto volume, ci deve essere un motivo, no? Per quanto mi riguarda l'album è buono, in linea con quanto proposto da venti anni, niente di più, niente di meno. Niente di sofisticato, ovvio, ma i Manowar, sofisticati, non lo sono mai stati e questo è il massimo che, arrivati fin qui, possono proporre. A me ancora sta bene, e a voi?

1) The Lord Of Steel
2) Manowariorrs
3) Born In A Grave
4) Righteous Glory
5) Touch The Sky
6) Black List
7) Expandable
8) El Gringo
9) Annihilation
10) Hail, Kill And Die
11) The Kingdom Of Steel
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