MANOWAR

The Lord Of Steel Live

2013 - Magic Circle Music

A CURA DI
ANDREA CERASI
30/05/2017
TEMPO DI LETTURA:
6

Introduzione Recensione

Undici bandiere a forma di nazione, undici stati presi ad esempio ma che rappresentano tutto il mondo unito sotto lo stesso vessillo. L'heavy metal come simbolo di identità universale, di fratellanza, di unione dello spirito e di passione ancestrale. Una virtù che soltanto poche band, nella storia, sono riuscite a cogliere e a rappresentare attraverso il culto della propria musica, prolungandola, in più, per tre decenni; tre decenni fatti di eccessi, di conquiste ma anche di severe critiche, di amori indissolubili e di cocenti delusioni. Il percorso affrontato dai re dell'acciaio, i Manowar, ha davvero dell'incredibile: dalla gloria di "Battle Hymns" che nel 1982 cambiava per sempre il corso della storia del metallo, dando inizio a un cammino lungo e faticoso, costellato da un successo dopo l'altro, alla glorificazione personale di "Kings Of Metal", attraversando poi il decennio più buio per l'heavy tradizionale nel quale la band newyorkese superava indenne e senza grosse ferite i cambiamenti e le mode che hanno decimato e stroncato la carriera di centinaia di metal band; infine, l'entrata nel nuovo millennio con "Warriors Of The World", album acclamato come una delle colonne portanti dell'epic moderno, nonostante i limiti che comportava. I Manowar hanno seguito, con religiosa fedeltà, una filosofia di vita basata sulla coerenza e sull'ortodossia a una disciplina che ha causato loro fin troppi giudizi da parte della stampa e del pubblico. Eppure, la grandezza della band è sempre stata sotto gli occhi di tutti, ma forse il sintomo di involuzione che ha iniziato a germogliare con "Louder Than Hell" si è spinto oltre, risultando sempre più evidente agli occhi dei più, per poi giungere fino ad oggi, al culmine di una favolosa carriera che ha raccolto tanto, tantissimo, ma che è stata corrotta anche da scelte discutibili e insensate, come il rilascio perenne di DVD live tutti uguali, inutili remake di album storici, singoli dislocati per fare cassa e altre amenità varie che hanno portato più parole che musica alle orecchie della gente. Ma l'attività live, quella è sempre stata un punto fisso della leggenda manowariana, tanto che, molto probabilmente, mai nessuna band al mondo è stata capace di suonare sui palchi con così tanta insistenza e continuità. I Manowar sono in marcia, nazione dopo nazione, da ormai non so più quanto tempo. Anni e anni a confrontarsi col pubblico, a spostarsi da un luogo a un altro senza riposo, incendiando migliaia di stage, dai più piccoli e sperduti nel nulla fino a quelli enormi delle arene. La lunga marcia dei quattro cavalieri americani oggi sta per concludersi, dopo ben trentacinque anni, con un tour di addio che non sembra avere termine, data la quantità di date in programma. Questo addio, però, almeno dal punto di vista qualitativo, non è dei migliori, in quanto da circa un decennio DeMaio e soci sembra abbiano fatto di tutto per distruggere la propria eredità artistica. "Gods Of War" era un lavoro ambizioso che aveva spaccato a metà gli ammiratori della band, poi la tanto sbandierata trilogia mitologica, ancora più ambiziosa, definita la "Hammer Of The Gods - The Asgard Saga" e mai progettata realmente, il timido accenno con l'ep "Thunder In The Sky", il remake di vecchi album e, infine, il ritorno con "The Lord Of Steel", un disco scarno e messo su frettolosamente, immesso sul mercato tramite una promozione disastrosa e priva di ogni logica che ne ha stroncato gli intenti commerciali. In mezzo a tutto ciò, una valanga di singoli, DVD e compilation dalla dubbia utilità. Ecco, proprio a causa delle modeste vendite dell'ultimo capitolo in studio, massacrato dalla critica e disconosciuto da molti fans, i Manowar hanno fatto parlare molto di sé, purtroppo in modo negativo e deleterio e così, per racimolare qualche denaro in più e per smorzare la sete di musica dei propri adepti, decidono di licenziare l'ennesimo live-album, questa volta un ep, a dire la verità passato totalmente inosservato. "The Lord Of Steel Live" è una compilation di sei brani live, tratti da sei concerti diversi tenuti nel 2012-2013; un'opera scarna, appunto, che sembra richiamare a gran voce l'elementarità dell'omonimo studio-album, uscito soltanto nove mesi prima. Il simbolismo delle bandiere stampate in copertina lo abbiamo accennato, adesso non resta che prendere il dischetto ottico e inserirlo nello stereo, tuffandoci in quello che sembra essere il vero habitat naturale dei Manowar, ovvero il palco.

Thunder In The Sky

"Thunder In The Sky" (Tuono Nel Cielo). Il momento si fa cupo e gelido, Adams introduce il pezzo e la folla è in delirio. Una leggenda di crudeltà sta per prendere forma sul palco del Gods Of Metal 2002 di Milano. Il barbaro si guarda intorno, ha le bende sugli occhi, le mani corrose dal freddo e la pelle ha assunto i toni e la consistenza del vetro. Sembra ferito. Ogni passo condotto è un'agonia e i polmoni gli dolgono a ogni respiro, un po' come quelli di Eric Adams che faticano a riempirsi di ossigeno per raccontare la sua storia. Il dolore del barbaro è lancinante, la fatica dei suoi passi incerti è sottolineata dal sofferto doppio pedale di Donnie Hamzik, in una marcia spietata che non ha limite alcuno. Ritmo serrato, andamento veloce e atmosfera dannatamente epica che riecheggia nell'arena italiana, polverosa e assediata da migliaia di fans. I fraseggi di Logan svettano nella notte milanese e fanno impallidire gli avversari tanto sono spietati e velenosi, raccontando del nostro protagonista, intento a proseguire la sua avventura, fino a quando non sente il rumore degli zoccoli dei cavalli e l'acre odore di morte e devastazione sparso nell'aria dal freddo vento. Si avvicinano cinque cavalieri, agguerriti e dall'aria malvagia, lo accerchiano, Eric Adams sottolinea questo sfinimento con voce adirata, certamente invecchiata e più sporca rispetto a qualche anno fa. È quasi senza fiato, ma sappiamo che sta per alzare i toni, pronto per la vendetta. Il vagabondo è spaesato, non sa chi sia, né da dove provenga, né il perché sia diretto lì, ma sa che presto affronterà il nemico. Il rombo del tuono squarcia la terra arida, cambio di tempo, basso in primo piano, zanzaroso svolazza nell'aria tra fischi e applausi, il drumming massiccio, all'improvviso si alza la chitarra elettrica, svettando su tutto: altro non è che un vento umido e pungente che lambisce la sua pelle. Sembra di vederlo nella notte, sul palco, che investe i nostri eroi. Ombre oscure prendono vita e si avvicinano al disperso, lentamente si evolvono in forme concrete e dopo qualche istante rivelano la loro natura: uomini con elmi e armature stringono spade al cielo e lo minacciano con sguardi crudeli, privi di emozioni. Troppo tardi per fuggire, la sezione ritmica si scatena, melodia in primo piano e potenza sonora inaudita, anche se la produzione genuina è imperfetta e un poco fiacca, dunque DeMaio e Logan incrociano le asce, fendono l'aria con vortici sonori da brividi, Adams carica e intona il ritornello, ferocissimo, minaccioso. Adesso i cinque guerrieri venuti da chissà dove accerchiano la preda e si scagliano contro il suo imponente corpo, simile a quello di un gigante, ma ancora non sanno con chi hanno a che fare. Uno di questi si avventa contro il sofferente, ma con sorpresa si accorge che questi non è un semplice uomo, nonostante gli acciacchi e gli impedimenti dovuti al lungo viaggio, poiché il gigante lo respinge con estrema facilità, dotato di una forza strepitosa tipica di un Dio. Alcuni colpi vanno a segno, altri si scontrano con l'acciaio del martello estratto dall'uomo da sotto la veste; il riflesso dell'arma illumina l'oscurità e quando uno dei predatori cerca di afferrare il martello e di rubarlo, un tuono trafigge il cielo e si schianta a terra, andando a colpire uno dei cinque farabutti facendolo inginocchiare. Karl Logan sfodera una delle sue migliori prestazioni, riffing imponente, poi si lascia a andare in un solo che sembra una danza tribale che fa ballare tutto il pubblico presente, proprio lì, nell'arena milanese che assomiglia, in questo istante, a una tundra sferzata dalla neve, lembo desolato e misero. La sezione ritmica si spegne improvvisamente, si ode il soffio di vento, condito da applausi spassionati, che imperversa sulla vallata, poi ecco che il vocalist recita la sua preghiera rivolta agli Dei di Asgard, invocando la forza divina e la protezione della natura, e nelle sue parole, intonate con voce morbida, c'è solo vendetta e odio nei confronti del nemico. «Preparati a morire!» intima il misterioso eroe incarnato da Eric Adams, riprende fiato per un istante, dunque alza il microfono e lo agita in aria come fosse un martello divino, mentre una strana carica elettrica segue dall'orizzonte e si concentra alle sue spalle, e allora, batteria scatenata e asce mefistofeliche, si ricomincia a spingere velocizzando il pezzo attraverso una serie di refrain che stremano il vocalist.

El Gringo

Con "El Gringo" (Il Gringo) ci spostiamo sul palco svedese di Stoccolma e allora lo stadio si trasforma in un deserto polveroso e arido, così come l'ambientazione dell'omonimo thriller con Christian Slater del quale il brano è la colonna sonora. Il coro iniziale è intonato dalla platea, in aiuto a Eric Adams, e il riffing granitico e sabbioso trasmette solenne epicità, il ritornello è immediato ma meno nobile della versione in studio, buono e orecchiabile e dalla bella melodia, ma forse meno trascinante. Il pubblico si scatena decorando l'intero brano con entusiasmo, facendo da supporto non solo alla voce che fuoriesce dai mega altoparlanti posti ai lati del palco ma anche agli strumenti che risonano vigorosi, specialmente la chitarra di Karl Logan. L'aria estiva è assolata, polverosa, perfetta per il pezzo, e così Stoccolma si trasforma nel deserto del Texas; intanto, si ascoltano le parole proferite dal grande Eric Adams che, nel contesto preso in esame, incarna un pistolero solitario, proprio come nei classici western hollywoodiani. È alle prese con l'esternazione della sua filosofia di vita: l'uomo sembra un'anima che non trova pace, che vaga tra l'inferno e il paradiso, perché non possiede un'anima che lo possa far giudicare dagli Dei. Non si sa se è un buono o un cattivo, va solo dritto per la propria strada, incitato dal pubblico presente. È una persona senza identità, senza paese e non ha nessun posto dove andare. È un mortale, non un dio, ma un giustiziere che vive al di fuori della legge e che fa ciò che desidera, vive al confine, decide le proprie legge, le impone o le infrange a suo piacimento, perché egli non ha destino, né una missione precisa. Vive, e questo gli basta. Il pezzo non ha una suddivisone chiara, ma le pause sono evidenziate dallo scroscio di applausi che i metallari svedesi riserbano ai prodi eroi sul palco, i quali si dimenano davanti ai loro occhi. La narrazione sembra più che altro un continuum narrativo, una tempesta lavica che confonde refrain e strofa, in questo caso indebolite perché prive di cori preregistrati, il cui lavoro è tutto sulle spalle del vocalist. Il break centrale è ortodosso, heavy possente e tradizionale, colpi di tuono sferrati dalla chitarra elettrica e basso illuminano la notte estiva, mentre il basso del leader DeMaio, così come in studio, resta in primo piano grazie a una serie di effetti stranianti piuttosto divertenti e particolari. Si riparte all'arrembaggio e allora si continua con una coda infinita, dove il ritornello entra in testa e non ne esce più, immobile, ma condito da sferzate strumentali in sottofondo che via via si vanno intensificando grazie al popolo che viene catturato dal suo magnetismo e che inizia a ripeterlo a squarciagola.

Expendable

"Expendable" (Mercenario) viene scritto per la colonna sonora del secondo capitolo dell'omonimo film di Silvester Stallone, anche se poi, durante la post-produzione, viene scartata. Qui viene riproposta per l'esibizione tenuta ad Helsinki, Finlandia, dove la band riscuote sempre grande successo e ha una fanbase agguerrita e solida da ormai tanti anni. Il suono che esce dalle casse rimbomba un po' troppo e riecheggia creando uno strano contrasto, gli strumenti sono sporchi e sparati al massimo volume, caratteristica principale di un concerto dei Manowar, i quali, ancora oggi, godono del guinness di "Band più rumorosa al mondo", tanto che stordiscono per la potenza pronunciata. Il main riff è un tritaossa che esplode dalle casse e si snoda come una serpe tra il pubblico accalcato sotto allo stage. Ricordate la concezione del "Meno è meglio", espressa dallo stesso DeMaio negli ultimi anni? Bene, questa traccia ne è l'emblema musicale: niente rifiniture, dritti al punto della questione, Adams attacca subito con la prima strofa proiettando il palazzetto nella foga sonora, trascinandolo presto nel furioso ritornello, il tutto incentrato su un botta e risposta tra il vocalist e i colpi sferrati alla batteria da parte di Donnie Hamzik, sovrastando le incursioni della chitarra che produce effetti lisergici abbracciati calorosamente dai metallari presenti. Siamo tutti mercenari, pagati in maniera professionale, identificati con dei soprannomi, e viviamo nel mistero. Tutti mercenari al cospetto del dio denaro e alla presenza della band, che ci impone di uccidere per vivere. Siamo uomini che possiedono un lato oscuro, il mistero che aleggia intorno a noi è fitto e, molto probabilmente, gli unici amici di cui ci possiamo circondare e fidare sono una pistola e un coltello. Il tutto è suonato e decantato con irruenza, come in studio, e forse questa è la traccia meglio resa dal vivo, tanto che il brano si trascina in un unico blocco monolitico per poi esaurirsi in una manciata di minuti. La melodia viene tralasciata, la potenza scaturita dalla sezione ritmica e poi, quando sopraggiunge il fugace e libero bridge, dotato di una punta di gradevole melodia, il pubblico si scatena in una folle danza metallica, un polverone percettibile e ben delineato anche a chi non è presente ma ascolta il brano per la prima volta. Il vocalist urla al suo popolo che sopravviverà anche da solo, mentre i suoi nemici moriranno, uno per uno, e allora sì che potrà riscuotere il lauto pagamento. Il ritmo si smorza per fare spazio alla ruggente chitarra di Karl Logan, piena di ira, che si snoda per qualche secondo su note acide e assoli fulminei, ma è un periodo strumentale che dura poco, poiché si riprende subito con l'incedere terremotante e l'acuto poco ispirato e alquanto invecchiato di Adams che incita alla morte. Insieme, i mercenari combattono, attuando strategie e missioni folli, con la vendetta scolpita in volto e la speranza della retribuzione. Le parole sono di odio, la missione è quella di trascinare i nemici all'inferno, ma c'è anche la speranza di sopravvivere e di poter raccontare, un giorno, queste pericolose avventure.

The Lord Of Steel

"The Lord Of Steel" (Il Signore Dell'Acciaio) viene eseguita a Francoforte, in Germania. La scoppiettante batteria di Donnie Hamzik picchia duro dietro le pelli, attraverso un drumming possente e in doppia cassa che scuote l'arena tedesca, dove i Manowar hanno sempre avuto una roccaforte di fans senza precedenti. L'andamento epico è tipico della band di DeMaio, anche se qui appare invecchiata e claudicante ma che, bene o male, riesce ancora a pestare alla grande. Nella notte il guerriero si muove, è finalmente tornato sulla terra, giunto dal regno delle divinità, circondato da saette che creano solchi nel terreno, lì dove cammina, accompagnando i suoi passi, per incendiare il palcoscenico allestito a dovere per l'occasione. Egli ha combattuto ed è morto più volte, ma si è sempre rigenerato, come la band stessa, immortali entrambi e sempre a caccia di nemici. La spada è pungente e affilata come la voce di Adams, il quale inneggia ad impugnare le armi e ad alzarle al cielo, in quel cielo autunnale dove si sta tenendo il concerto. L'acciaio è il suo signore, è il signore di tutti gli spettatori, perciò va venerato e protetto. La voce tempestosa del singer recita al mondo la preghiera del guerriero e la sua fedeltà alla guerra; il ritmo è sporco e cattivo e le brevi strofe del testo si delineano davanti agli occhi dei presenti, tra i cori che si rincorrono nell'arena di Jahrhunderthalle. Il riffing partorito da Karl Logan aumenta di intensità come carica elettrostatica e si va a scontrare con gli altri strumenti, rallentando in prossimità del refrain, questo molto più pacato e solenne, dove, oltre al vocalist, è udibile il solito basso ingombrante che fa gracchiare gli altoparlanti. È proprio il Manowar, succeduto al microfono, a parlare e a rivelare che, ora che è tornato in vita, è assetato di sangue nemico, perciò lancia minacce affermando che la sua corsa non è ancora terminata. La vittima non può scappare, non può nascondersi, poiché è giunto il suo tempo. Il tempo del trapasso, e l'oltretomba ha i cancelli aperti per accoglierlo soavemente. Il palco si trasforma in altare sacrificale, il sangue e la carne saranno gli elementi che caratterizzeranno la missione del signore dell'acciaio e, ovunque egli andrà, porterà con sé morte e giustizia. Logan esegue un assolo ragionato, duellando con le raffiche di colpi inferti dal compagno Hamzik, sembra una cerimonia bellica, il pubblico un esercito guidato dal barbaro verso luoghi minacciosi e nemici da combattere, fino a raggiungere la gloria meritata. L'estasi epica invade gli spazi, entra in scena il buon bridge, Adams sputa parole di guerra, minacce imperiose e, quando raggiunge il nemico, gli indica di inginocchiarsi: l'uomo ha peccato e deve essere punito attraverso la morte. Gli applausi sono scroscianti, i Manowar portano a casa una buonissima performance. La lama della spada gronda sangue.

Hail, Kill And Die

"Hail, Kill And Die" (Saluta, Uccidi e Muori) testimonia il ritorno della band su un palco di Madre Russia, esattamente a Mosca, dove i nostri musicisti si esibiscono in quella che forse è la traccia minore dell'album "The Lord Of Steel". Qui emerge il lato più autocelebrativo e citazionista della band, ma anche quello più povero di contenuti, fatto sta che il pubblico apprezza e canta in coro il debole ritornello, scarno per natura. In questa traccia si alternano i titoli di tutti gli album pubblicati in carriera, formando un testo tanto furioso quanto risibile. Sopra un riff roccioso e statico vengono decantate le gesta immortali della band: i musicisti cavalcano nella gloria, su inni di battaglia, omaggiando l'Inghilterra ancora una volta. Per il sacro martello divino hanno combattuto il mondo intero, al fine di diventare re del metallo, e più carichi dell'inferno sono tornati come guerrieri del mondo, uniti sotto l'immortale vessillo della musica dura. La strofa è lunga e macchinosa ma piace, e il pubblico la intona a gran voce, mentre il ritornello, troppo spompo in studio, delude anche dal vivo, seppur contornato dalla foga dei presenti che duettano con Adams. La batteria comincia a scalciare e si intensifica minuto dopo minuto, i colpi di Hamzik, batterista fresco e più preparato rispetto al compianto ex Columbus, si fanno più duri e così il ritmo accelera un pochino, mentre il basso rimbomba invadendo l'ambiente, dunque si continua a narrare: su questa terra i Manowar sono giunti per portare morte ma anche gloria, sangue e acciaio sempre insieme, connubio indissolubile, per combattere una guerra che porterà alla libertà. Uccideranno tutti coloro che si ribelleranno al loro volere e negheranno la loro legge, perché la gloria e la giustizia saranno impartite con la forza. L'assolo di Logan non desta grande attenzione e infatti nemmeno il pubblico sembra accorgersene, tanto è anonimo e privo di quella scintilla energica in grado di ipnotizzare come un magnete, invece la sezione ritmica subisce una violenta sferzata e il mid-tempo si trasforma in una cavalcata epica che conquista, lentamente, la platea. La terza parte, infatti, è quella più riuscita e che rende maggiormente dal vivo. La struttura è molto semplice, tre blocchi quadrati con pochissime variazioni, che mettono in luce uno scheletro compositivo molto elementare, tant'è che ci troviamo davanti all'ultimo assalto verbale, dove Adams, ancora più infuriato ma sempre controllato, continua a citare i titoli di vecchi brani, la gente presente conosce quei titoli a memoria e allora lo supporta, entrando in simbiosi con lui. Vendicatori oscuri, col cuore pieno di odio, si affiancano per combattere la sacra guerra in onore del martello di Thor, muniti di frecce oscure e di ali d'acciaio. Per la corona e per l'anello combatteranno, cavalcando draghi, e lotteranno fino alla morte per venerare gli Dei, perché loro sono figli di Odino; tutta l'arena si trasforma in teatro di guerra, figli di Odino, spiriti del Valhalla in cerca di gloria.

Manowarriors

"Manowarriors" (Guerrieri Manowar) è l'inno autocelebrativo tenutosi in Repubblica Ceca, nella bellissima Praga, destinato non solo ad esaltare le gesta della band, ma anche e soprattutto la fedeltà dei fans di tutto il mondo, in questo caso quelli cechi. Se la leggendaria "Manowar" è da sempre utilizzata come apripista ad ogni concerto, questa traccia, che ne rappresenta la seconda parte, va a chiudere l'ep che stiamo trattando. Il riffing portante indica che è giunto il momento di innalzare e di intonare il credo principale del gruppo newyorkese: la fratellanza degli ascoltatori, in particolare dei loro ascoltatori, che li seguono ormai da più di tre decenni. Adams non esegue l'acuto come nella versione in studio, fa quello che può ma si sente che ormai la pulizia e l'infernale potenza delle sue corde vocali hanno subito l'incedere del tempo, eppure c'è ancora da gioire sul lato interpretativo e sulle tonalità medie che sono ancora ottimi. Logan esegue un riff elementare quanto viscerale, incarnazione stessa di metallo, e il pubblico si eccita, lanciando grida di giubilo. Joey DeMaio torna protagonista suonando il suo strumento come fosse una seconda chitarra, duellando con il compagno d'asce e facendo vibrare le corde zanzarose per tutto l'ambiente. La melodia è semplice tanto quanto la struttura della canzone, eppure si appiccica addosso e non va più via, tanto è tirata e orecchiabile, capace di incitare e fomentare al primo ascolto. Il tuono, elemento rappresentativo della musica e delle liriche manowariane, torna a scagliarsi sulla terra. Questa volta indica che la band è giunta in città per un concerto, per suonare il suo epic metal, per far tremare le colline a causa della musica sparata al massimo volume. Ad attendere i quattro cavalieri, i re del metallo, c'è una folla di metallari incalliti, chiamati figli del tuono, appartenenti quindi alla stirpe di Odino. Sono tutti guerrieri, impassibili di fronte alle mode, con uno stile ben preciso da decenni, e attendono con foga l'arrivo dei Manowar, la band più caciarona al mondo. La sezione ritmica aumenta passo dopo passo e la folla viene inghiottita dalle note, specie nel ritornello glorificatore in cui i manowarriors cechi alzano in alto le mani, decisi a combattere per il metallo. Immagino di vederli in posa, con i polsi serrati nella classica posa della band, con la mente che pensa, che grida, che prova emozioni profonde, perché l'heavy metal è più di una religione, è uno stile di vita, è un credo, un culto da venerare in eterno, che non si abbassa alle mode, così come il gruppo non ha mai rinunciato ai propri ideali e alla propria coerenza professata del corso dei decenni. Eric Adams accompagna per mano i cori di tutti i suoi fedeli e urla che la sua band è giunta lì attraversando i vari continenti, passando da una nazione all'altra, con i corpi pieni di birra e col la voglia di spaccare tutto, col cuore gonfio d'amore per l'heavy e per i suoi adepti. La bandiera del metallo sventola orgogliosa e resta un simbolo per tutti noi fratelli uniti sotto la sua luce. Il popolo esulta venerando gli Dei.

Conclusioni

Il signore dell'acciaio è instancabile, conquista nazione dopo nazione, la sua corsa sembra infinita, il palco il suo ambiente. In "The Lord Of Steel Live" troviamo soltanto un piccolo e breve assaggio del suo cammino, un'operazione dal dubbio valore e dalla discutibile utilità che nulla aggiunge alla sua carriera, costellata da eventi sbalorditivi e fatta di acciaio, di sangue, di sudore, di lacrime, di gesta immortali e di gloria imperitura. Poco per saziare la fame sempre accesa dei metalheads sparsi per il mondo, e poco per mettere in luce la sensazionale pretesa dei quattro musicisti, incarnazione stessa del guerriero dal volto misterioso e dai muscoli iperpompati, veri eroi dell'epic metal, costanti nel calcare palchi e a stare contatto con i propri fedeli, quasi fossero un'unica famiglia. La voglia di sorprendere non c'è più, "essenza" è la parola chiave e il sentore di una superficialità che aleggia soavemente sulle nostre teste e fuoriesce dalle casse dello stereo. A 60 anni, i nostri ragazzi non hanno più nulla da aggiungere e nulla da dimostrare rispetto a quanto fatto in precedenza, per tre lunghi decenni; oggi, i Manowar fanno ciò che desiderano, le grosse pretese vengono lasciate alle spalle, anche se il loro credo resta immutato nel tempo e quel vessillo, icona di metallo e di fedeltà e di sacralità, continua ad essere sbandierato con coraggio e orgoglio. La resa sonora è vera, genuina, la scelta di non modificare nulla in fase di post-produzione ricalca la filosofia della band, da sempre sincera nei confronti del pubblico. La sincerità come tratto distintivo di una formazione che ha scelto un percorso unico nella storia, ossia la stasi tematica scandita dall'utilizzo di un vocabolario estremamente ridotto e ripetuto che, molto probabilmente, potrebbe risultare dannatamente anacronistico, seppur apprezzabile da un lato. La verità è che dal vivo i Manowar sono ancora macchine da guerra, ma forse le estenuanti esibizioni, oggi come non mai, andrebbero dosate, alternate da lunghi periodi di riposo, tanto per ricaricare le pile. Eric Adams non ha più trent'anni e, spesso, fatica tantissimo restando a corto di ossigeno, non solo sui classici ma anche sui pezzi più recenti, quindi vocalmente meno impegnativi, inoltre il coinvolgimento delle composizioni ultime è sicuramente minore rispetto a brani che sono entrati nell'immaginario collettivo. Il tempo passa inesorabile, che sia maledetto, e affievolisce ogni cosa, dalle corde vocali alla mobilità sul palcoscenico, per poi andare a intaccare idee e ispirazione, perciò da un album molto piacevole ma contenente brani piuttosto deboli e scheletrici, non si possono aspettare miracoli quando questi vengono riproposti dal vivo, tra l'altro tali e quali alla loro versione in studio. Cinque pezzi tratti da "The Lord Of Steel" e uno, suonato al Gods Of Metal italiano, tratto dal precedente ep del 2009. Un po' poco per testimoniare la forma fisica odierna, ma una manciata di minuti per renderci conto di quanto la band sia ancora capace di emozionare nonostante i limiti tecnici e la semplicità di fondo. Un piccolo ma fulgido esempio destinato ai collezionisti e ai fans irriducibili, a tutti coloro ancora fedeli al sacro verbo espresso sotto il leggendario monicker e dietro al misterioso combattente che, spada in mano e capelli al vento, compare su tutti gli art-work della band, in un tripudio di bandiere e di simboli che tendono a unire la vasta e nutrita cerchia di ascoltatori. "The Lord Of Steel Live" è un mondo ridotto a una sola bandiera e unito per amore della musica, un microcosmo nel quale riecheggiano le grida di un popolo in preghiera, il clangore delle lame che vengono a contatto, lo sfrego delle armature, lo schioppo dei tuoni scagliati sulla terra, il sibilo del gelido vento del nord; in mente emerge l'immagine dei quattro eroi dell'epic metal: Joey, Eric, Donnie, Karl, pieni di acciacchi, dai fisici corrosi dal tempo, in ginocchio e con le armi che puntano in alto a rendere omaggio a Odino e a tutti gli spiriti del Valhalla, e infine appare il Manowar, la muscolosa divinità che si erge tra la folla e che benedice i suoi discepoli con fare imperioso. Sì, questo ep è, molto probabilmente e salvo ripensamenti, l'epitaffio dei Manowar, l'ultima fatica prima di lasciare il testimone, e perciò si colloca nella storia del combo americano come allegoria di un'epoca ormai giunta al termine, un'epoca che sta per tramontare, portando con sé fantasmi e leggende, ma anche un fantastico racconto lungo trentacinque anni.

1) Thunder In The Sky
2) El Gringo
3) Expendable
4) The Lord Of Steel
5) Hail, Kill And Die
6) Manowarriors
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