MANOWAR

The Kingdom Of Steel - The Very Best Of

1998 - Universal

A CURA DI
ANDREA CERASI
25/07/2017
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8

Introduzione Recensione

Anni frenetici, scanditi da continue uscite discografiche, alcune utili ma molte destinate a inflazionare il mercato, ma anche lotte continue per riportare in auge un genere, o diversi generi classici, fagocitati dal buio degli anni 90, e in più un tour mondiale senza precedenti che si prende quasi un lustro e che alla fine porta alla pubblicazione di due live-album consecutivi che riscuotono un successo enorme. Insomma, in casa Manowar c'è molto movimento, tante idee bollono in pentola ma non c'è il modo né il tempo di metterle in pratica, e allora giù con singoli, contro-singoli, compilation, live e merchandising a più non posso, cercando di sfruttare il momento, ossia la riscoperta di tutto l'heavy e il power tradizionali che, specie in Europa, vivono i loro anni migliori.  Il tour dell'album "Louder Than Hell" si protrae a lungo, nel frattempo, la band di DeMaio cambia etichetta, dalla Geffen passa alla Metal Blade, e dalla Metal Blade approda alla Universal, in una girandola infinita che per tutta la carriera li accompagna, almeno fino alla fondazione, nel 2003, dell'etichetta personale del bassista, la Magic Circle. Così, inaspettatamente e dopo due compilation rilasciate senza il controllo dei diretti interessati, "The Hell Of Steel", distribuito dalla Atlantic, e "Anthology" prodotto dalla Connoirsseur Collection, la band americana decide di imporsi e di comporre una scaletta personale, concentrando il tutto in un best of finalmente approvato dai musicisti. Il titolo scelto è "The Kingdom Of Steel", non certo originale e simile ad altri mille prodotti sfornati dagli stessi negli anni, in una confusione che sfiora il ridicolo, ma che almeno ha il pregio di mettere in evidenza l'epos tipico della musica dei Manowar, in un'esaltazione personale che ha conquistato milioni di fans e che ha destinato il monicker alla gloria eterna. Mai come ora c'è bisogno dell'epic metal dei nostri quattro cavalieri di Auburn, New York, e allora, per non lasciare a bocca asciutta i propri adepti, al tempo invaghiti dalla nascita di numerose band che vedono nei Manowar un punto di riferimento e maestri assoluti in un certo campo, si opta per l'ennesima compilation, probabilmente la migliore pubblicata delle quattro, poiché raccoglie le migliori canzoni composte in carriera, estrapolate da tutti i dischi fin qui rilasciati. Quindici anni di epic metal tostissimo ma dalle melodie celestiali, partendo dagli inni barbari e arrivando alla glorificazione del popolo metallico, attraversando campi di battaglia cosparsi di sangue e di lame fino a intonare delicate ballate. Tutti gli inni qui presenti sono diventati ormai brani di culto nell'ambiente hard rock, pezzi che tutti noi conosciamo a memoria e che tutti, nel 1998, conoscevano e cantavano a squarciagola, scandendo la seconda ascesa dell'epic metal, a distanza di una quindicina di anni dalla prima. Certo, i tempi sono cambiati, il rock è stato stravolto e ha cambiato decine di volte pelle, perciò l'impatto che poteva avere un "Into Glory Ride", nei primi anni 80, era del tutto diverso. Il pubblico ormai è abituato a determinate sonorità, allenato alla sperimentazione e alle contaminazioni, ma la voglia di sano e robusto heavy classico trascende i generi e le epoche, tanto che i Manowar piazzano l'ennesimo colpo vincente in carriera, anche grazie alla nascita di una nuova schiera di fedeli che vede nelle nuove generazioni una solida fan-base da portare avanti, nei decenni a venire. Proprio alla fine degli anni 90 assistiamo, infatti, a una ennesima frattura tra gli ascoltatori, tra quelli cresciuti con certi suoni e che, ormai stanchi di queste tematiche, si allontanano per abbracciare nuovi e più freschi sottogeneri, e i discepoli che invece si approcciano al rock duro per la prima volta, vedendo in questi inni barbarici un punto di inizio e una foga mai riscontrata prima. I Manowar sono dei giganti proprio per questo motivo, hanno saputo prendere generazioni diverse, unirle tutte sotto lo stesso vessillo, superando incontrastati le decadi e i momenti più critici per il metallo.

Manowar

Manowar (Uomo Di Guerra), autocitazione della band e traccia destinata ancora oggi ad aprire tutti gli spettacoli dal vivo. Questo pezzo rappresenta il punto di inizio della formazione americana, per una marcia destinata a farsi sempre più veloce e potente tanto che, nel momento in cui il pezzo ha visto la luce per la prima volta, il mondo del rock ha subito un violento scossone, perché questa canzone ha gettato le basi per un nuovo tipo di suono. Il refrain è strepitoso, concepito per creare sfaceli dal vivo con i cori del pubblico ad accompagnare le note più alte e persino gli acuti unici e inimitabili di Adams. Il basso di DeMaio è potentissimo, così come la chitarra di Ross Funicello, il quale ci cimenta, tra l'altro, in un solo fantasmagorico, e non è un caso, visto che questa è la loro traccia, l'esaltazione delle idee dei due giovani musicisti e la dichiarazione dei loro intenti. Loro due sono gli attori principali di questo teatrino, i due leader incontrastati, non a caso quando il chitarrista lascerà per sempre la band (siamo nel 1989), la stessa perderà un pezzo importante della line-up e, di conseguenza, il perno centrale della propria musica. A detta di molti i Manowar perderanno magia, e in parte è vero. Tuttavia, non c'è niente di meglio di questa canzone per presentare la band sui palchi di tutto il mondo, poiché narra della storia di come sia stato fondato il gruppo, partendo dall'incontro del bassista col chitarrista durante il tour con i Black Sabbath, precisamente durante una data a Birmingham in Inghilterra, nel backstage, e grazie a una grande persona quale Ronnie J. Dio che li ha fatti incontrare. Dal momento in cui i due si sono abbracciati è scoccata la scintilla, guidata dalla passione per la musica, e hanno intrapreso una nuova battaglia. Nascono i Manowar, nascono per vivere in eterno, per conquistare ogni costa, fracassare il terreno e incendiare palchi. La lotta non avrà mai termine, è una missione che i quattro ragazzi si sono prefissati con orgoglio e coerenza, marciando su ogni città, abbattendo le barriere del tempo e dello spazio e generando guerrieri figli della loro musica. L'ambizione (e anche l'ego) smisurata della band gli creerà non poche critiche, i detrattori negli anni saranno tanti e tanto sarà persino l'odio del pubblico nei loro confronti, ma sarà enorme anche l'amore dei propri fedeli, sempre pronti a supportare questo fantastico gruppo. Poche band riusciranno a creare un vero e proprio credo e a essere idolatrati come loro. È anche grazie a questi ragazzi che oggi l'heavy metal non è solo musica ma un culto da venerare in eterno. "Manowar" è una canzone trascinante, metal puro e dall'andamento veloce, gli strumenti sono feroci, il basso di DeMaio è muscoloso ma anche la batteria di Hamzik è scatenata, mentre Ross "The Boss" esegue un riffing serrato e crudele, tipico dello U.S. power metal. Le strofe sono scintillanti e trascinano nella foga anche l'ascoltatore più distratto, Eric Adams da sfoggio delle sue doti canore con un'interpretazione magistrale e proprio qui nascono (come asserisce il testo) i Manowar che tutti noi conosciamo, quelli destinati alla gloria dell'epic metal

Blood Of My Enemies

Blood Of My Enemies (Il Sangue Dei Miei Nemici) è uno di quei capolavori entrato di diritto nell'immaginario collettivo, dotato di una forza indomita e di una melodia accattivante tanto da scuotere al primo ascolto. Trenta secondi di arpeggio, l'aria è carica di polvere e la battaglia sta per iniziare, la chitarra di Ross "The Boss" e il basso di Joey DeMaio ci introducono nel mondo Manowar, caricando l'ascoltatore, mentre la batteria di Scott Columbus è cadenzata ma di una potenza inaudita. Si sente già l'odore del sangue e della carne trafitta e tutto è pronto per esplodere e per narrare le gesta degli eroi. Eric Adams esordisce con un acuto animalesco e la sezione ritmica ci proietta nella guerra. Il tempo è medio, piuttosto cadenzato, calcolato per ricreare il giusto clima epico, dove le asce dei musicisti sembrano spade innalzate al cielo e pronte a infierire e la batteria del gigante Columbus equivale a un carro armato trainato da cavalli scalcianti. Due quartine implorate con estrema cattiveria, la voce di Adams si fa dura, un poco sporca, quasi minacciosa, per poi spezzare le catene e librarsi in aria con passione e spirito bellico. Si narra di un guerriero chiamato a combattere per volere di Odino, suo dio. Ma egli non è solo, poiché può contare sull'aiuto di tre poteri: la ferocia, la malvagità e la fierezza, che lottano al suo fianco. L'ira pagana si scontra con i nemici, gli Dei sono con i guerrieri coraggiosi, il nostro protagonista solca l'aria con la lama bene in vista e pronta a squartare. Il sangue lo attira e lo eccita e lui sa che questo è il lasciapassare per Asgard. In cielo già riesce vedere una densa foschia che scende sulla terra e dalla quale fuoriescono le valchirie che raccolgono i corpi dei morti e li scortano nell'al di là, dove riposano i suoi compagni e anche i suoi nemici, tutti uniti per onorare gli Dei del nord. Il ritornello esplode in un tripudio di melodia e di cori angelici (quasi da colonna sonora di un film fantasy) e catturano subito l'attenzione del pubblico, il refrain è trascinante, un vero capolavoro di intensità emotiva, dove le parole si tingono di atavica solennità. Il ritmo goliardico prosegue nella seconda sezione, approdando, come una nave da guerra approda nel porto, al brillante assolo di chitarra sostenuto dall'onnipresente e pompatissimo basso del collega DeMaio. Adams si lancia nel terzo chorus tempestandolo il finale di brutali acuti impossibili da imitare, terminando il pezzo nel più classico stile Manowar, ossia con una foga esasperata in grado di strapparci dalle viscere i nostri istinti più perversi. Un brano quadrato, epico all'ennesima potenza, sorretto da strofe muscolose e da un testo vichingo che coinvolge ferocemente.

Kill With Power

Kill With Power (Uccidi Con Forza) è uno dei cavalli di battaglia della band americana. Un pezzo veloce e quasi isterico, potentissimo, dall'attitudine classica, che si incolla sulla pelle e non ti lascia più. Columbus si scatena dietro le pelli, è il suo momento, un tornado pronto a infrangere ogni cosa al suo passaggio, ma anche la chitarra e il basso sono sparati a una velocità incredibile, anticipando quasi il power metal europeo (che nascerà di lì a poco con gli Helloween in prima fila) grazie una sezione ritmica indemoniata e grazie alla doppia cassa usata per tutta la durata del pezzo. Siamo proiettati sul campo di battaglia, in mezzo a un esercito assetato di sangue. Il destino di questi soldati è scritto nel vento, le loro frecce oscurano il cielo e cadono sui nemici calpestandoli e mandandoli all'altro mondo. La paura e il dolore si diffondono nell'aria, poiché nessun nemico è in grado di battersi degnamente, nessuna delle loro armi o delle loro tattiche funziona a dovere, perché si scontrano con uomini maledetti, provenienti dagli inferi e protetti da Odino. Quasi un esercito di spettri, immortale e invincibile. E la loro maledizione, passata da generazione in generazione, si abbatterà anche sui loro figli. Nessuno avrà scampo e gli impuri moriranno. In un contesto del genere, apocalittico e spietato, ogni musicista si ritaglia uno spazio nel quale può dare sfogo alle proprie capacità, Joey DeMaio le prova tutte col suo basso, riuscendo a emergere in più occasioni e suonando più forte di Ross "The Boss", dall'altra parte il chitarrista continua su una serie di lisergici fraseggi che sembrano un terremoto, raggiungendo l'acme nel prezioso assolo che evidenzia le sue doti tecniche e la sua velocità di esecuzione. Il ritmo è sinuoso, energico, delirante anche, e Eric Adams è mefistofelico, sia nei versi che nel ritornello, crogiolo di emozioni intense e di istinti barbarici, sparando acuti inverosimili alternati a risate isteriche, soprattutto in prossimità del ritornello, dove troviamo un importante dialogo tra voce e batteria, che cresce attraverso una serie di intervalli stoppati nei quali Adams canta a cappella le ultime parole del refrain. Insomma, questo brano è un vero gioiello di metallo, che fa della semplicità e dell'energia il suo punto di forza, riuscendo davvero a scuotere gli animi grazie alle sue turbolenze vocali e strumentali.

Sign Of The Hammer

Sign Of The Hammer (Il Segno Del Martello) è una cavalcata epica di grande intensità emotiva, la chitarra emette un grido quasi all'unisono con la voce di Eric Adams che irrompe ruggendo e declamando la prima strofa, serrata e quadrata, per poi lanciarsi, senza perdere tempo, nel popolare ritornello, espressione del genio epico di Joey DeMaio, maggiore compositore e songwriter del combo americano. La melodia è incredibile, baciata da qualche divinità scesa in terra, dove il cantante accarezza le note per poi salire di qualche tono ed emettere acuti pazzeschi, già accennati alla fine della quartina. Non è un brano semplice da interpretare ma con un vocalist del genere tutto è possibile. Il vento soffia forte, le nuvole diventano nere, l'incanto è spezzato e il maleficio scagliato. I nemici hanno paura e subiranno la vendetta del dio e dei suoi uomini, pronti a seguire le sue indicazioni. Il martello viene scagliato, è il segnale che tutti aspettano per dare inizio all'assalto ed è il putiferio sul campo di battaglia. Odio, vendetta, sangue, onore, trionfo e sconfitta, il tutto fuso in un breve istante, destinato a portare alla vittoria le forze del bene guidate proprio da Thor, il quale schiaccerà col suo martello il serpente velenoso simbolo del male. Thor è il bene, è la luce, la forza, l'onore, il Dio patrono dell'umanità, la perfetta incarnazione dei valori del guerriero. Valori nei quali i Manowar si riconoscono pienamente, valori che i nostri cercano di immettere nella loro musica e nel loro stile di vita sempre dedicato alla nobile causa del metallo. Il chorus prosegue, ha una doppia anima visto che è suddiviso in due parti perfettamente sovrapponibili, ed è decorato con cori vichinghi e dalla galoppata di Columbus che utilizza i piatti come fossero tamburi da guerra e spingendo col doppio pedale. Il passaggio dalla prima fase alla seconda è interessante, la chitarra si sovrappone al basso metallico e danzano creando fraseggi davvero toccanti che portano dritto alla seconda quartina e al secondo refrain. L'assolo di Ross The Boss è abrasivo, la sua ascia fende l'aria e crea l'inferno per poi stopparsi improvvisamente sulle bordate di batteria che danno inizio a una nuova sezione. Il break è inquietante, Adams intona il bridge con voce modificata e che lo trasforma in un demone declamando le stesse parole della prima strofa, dunque si libera dalle catene e svetta in cielo attraverso un acuto spacca-timpani che fomenta non poco prima di dirigersi verso l'ultimo ritornello. La coda è particolare, viene ripetuto il titolo del pezzo, aumentandone la potenza attraverso i cori, inoltre si accentua la vena epica dovuta dalla batteria e dal basso. Un lunghissimo acuto, l'ennesimo, pone termine alla battaglia. Una delle migliori tracce mai composte, un inno epico supportato da un testo che è, ancora una volta, un omaggio a Thor e al suo martello, ben rappresentato dalla iconica e stilizzata cover-art dell'omonimo disco.

Courage

È il momento della meravigliosa ballad Courage (Coraggio), profonda canzone scritta nel 1986 e tenuta per un decennio nel cassetto, che rievoca lo spettro della brillante "Heart Of Steel" attraverso l'utilizzo delle tastiere suonate dallo stesso bassista. Qui, i Manowar si fanno delicati, profondi, emozionali e intimisti, mettendo in luce l'innata classe che li contraddistingue e puntando tutto sulla melodia e sulle doti canore del vocalist. La potenza si smorza per fare spazio al lato umano, alla fragilità dell'uomo, all'intimità di un animo scoraggiato dalle difficoltà della vita. La strofa è alquanto breve ma decisamente toccante, voce e piano che infondono coraggio alla persona smarrita, in difficoltà, depressa e che non vede una via d'uscita dai problemi che la affliggono. Il ritornello giunge quasi subito, dotato di una melodia sublime in grado di far scendere qualche lacrima tanto è disperata e sognante. Adams alza la voce per farsi udire meglio e mette in mostra una versatilità unica al mondo, capace di essere demoniaca e angelica allo stesso tempo. Quello che il vocalist infonde è il coraggio di continuare, di non abbattersi mai e di tenere duro. Le tastiere crescono di intensità e poi sfociano nell'intrusione di tutti gli strumenti musicali, potenziando così questo etereo brano. Intanto Adams prosegue a incitare il disperato, il disilluso, dicendo che c'è sempre una speranza, consigliando di asciugare le lacrime dal viso e di rialzare la testa. La fase strumentale è ottima, in pieno stile ballata anni 80, ma dura poco, ed ecco che arriva il bridge a infondere profondità ed eleganza e a ribadire il concetto di salvezza. Le battaglie sono vinte solo da coloro che hanno il coraggio di combattere e di credere nella propria forza e nella propria purezza di cuore. Se c'è una lotta allora bisogna armarsi di pazienza, affilare le unghie e gettarsi nella mischia per non soccombere, soltanto così si diventerà dei vincenti. Serve coraggio, da infondere nel cuore e nell'animo. L'ultima strofa è forse quella più evocativa, con l'inserimento di cori epici a fare da contorno a questo splendido pezzo, donando magia e riportando alla mente le composizioni più epiche della band. Insomma, una delle migliori ballate firmate Manowar, tra le più celebrate, tra le più adorate dai fans, tanto breve quanto fenomenale.

Fighting The World

Fighting The World (Combattendo Il Mondo) è un concentrato di potenza e di orecchiabilità allo stesso tempo, un pezzo dotato di un'anima ambivalente. E qui trasudano l'orgoglio e la coerenza targati Manowar, la cui corazzata è fatta di acciaio e non di argilla, perché loro non cambiano, non c'è verso, sono fieri di essere così e di portare avanti i propri propositi. Combattono il mondo ogni singolo giorno per far valere i propri diritti, per dire ciò che gli pare e piace, per diffondere il verbo del metallo, perché l'heavy metal è vita, mentre le televisioni e le radio passano solo stronzate. Suonare questo genere musicale è terribilmente difficile, in molti si sono arresi e hanno ceduto al cosiddetto "lato oscuro", ma non certo i nostri barbari, che con la spada ben in vista continuano a mietere vittime, portando avanti le loro campagne di saccheggi e conquista. Se suonare Heavy Metal vuol significare dichiarare guerra la mondo, ebbene, i Manowar lo fanno ne migliore dei modi e con la grinta giusta. Non è difficile immaginare quanto, per un adolescente dell'epoca, questo testo significasse praticamente tutto. Dunque, liriche in grado di riportarci indietro negli anni e di farci rivivere le lotte contro gli insegnanti, i genitori a tutte le autorità. Qui è presente una certa vena goliardica, anche se buttava l'occhio alle classifiche cercando, all'epoca, nel 1987, di accaparrarsi nuovi consensi e di conseguenza nuovi adepti grazie al piglio moderno e all'aria ruffiana che conquistava nell'immediato. La forza animalesca di un batterista come Columbus è palese, il gigante picchia come un forsennato fino quasi a piegare i piatti e dona alla canzone un aspetto cattivo, interrotto però dall'arrivo dei cori glam metal ma comunque fieri e dallo spirito bellico. La chitarra di Ross The Boss emerge con un riff tostissimo mettendo in evidenza la scintillante produzione di cui godeva l'omonimo album e degna delle migliori rock band. Il brano si tramuta in una cavalcata metallica, robusta ma che non dimentica l'orecchiabilità e l'impatto melodico. La semplicità della sua struttura è sottolineata dall'immediatezza con cui giunge il refrain, appena dopo la prima quartina e dopo appena quaranta secondi, ma che sorprende grazie alla sua bellezza distesa su ben due fasi melodiche che catturano subito l'orecchio dell'ascoltatore. L'aria scanzonata e da classifica è evidentissima, qui ci troviamo davanti a un brano di heavy metal melodico e d'impatto, ma è anche da notare la classe di questi ragazzi, sempre bravi a trovare l'appeal giusto e a rendere dei pezzi semplici delle vere e proprie bombe musicali. Durante le strofe, decantate da un Eric Adams come al solito divino, va evidenziato l'ottimo il lavoro di accompagnamento da parte di Joey DeMaio, il quale, per una volta, suona il basso come tale, senza imitare la chitarra elettrica attraverso modifiche e suoni ricercati, ed il suo è uno strumento che pulsa sangue e che ha cuore. L'assolo di Ross The Boss è sentito e feroce, fatto con gusto, e sovrasta la potenza impressionante della batteria grazie alla sua voracità. Nella fase finale gli strumenti si smorzano, resta solo Columbus a dirigere il ritmo mentre i coretti infarciscono gli ultimi ritornelli. Meno di quattro minuti che racchiudo un po' tutta la filosofia della band e che lanciano un forte attacco alla società e a tutti coloro che li criticano di essersi venduti.

Kings Of Metal

Kings Of Metal (Re Del Metallo) è sinonimo di corsa furiosa, un po' come quando si corre nell'arena, per arrivare alle transenne, sotto al palco e godersi i propri beniamini. Qui troviamo tutta la potenza e l'energia dei Manowar, in un'autoesaltazione senza precedenti. Il testo è ovviamente ironico e tamarro, come intuibile, ma tant'è, questo è lo spirito dei Manowar, uno spirito che sa esaltare, nel quale qualsiasi metalhead di ieri e di oggi può vedersi e ritrovarsi. Basta voler vedere quel che effettivamente si cela, dietro certe frasi: voglia di divertirsi e di far parte di un qualcosa di speciale, di particolare, di una famiglia unita e allegra. "Kings of Metal" rappresenta in pieno quel che i Manowar hanno sempre dichiarato di essere, un miscuglio di potenza ed orgoglio. Musica da ascoltare a volumi altissimi, attitudine incorruttibile, poca pietà per chi si vende. Le coordinate stilistiche che vengono in mente sono heavy metal puro e brutale, anche se vengono contaminate dalla patina epica dei primi lavori, creando un mix letale che riconsegna la band sul podio degli eroi dell'epic metal americano. Qui ritorna tutta la potenza dell'heavy metal classico, per un singolo che, nel 1988, è entrato di diritto nella storia del genere, diventando uno dei cavalli di battaglia del combo newyorkese. Scott Columbus scalpita dietro le pelli e, all'unisono, esplodono la chitarra di Ross "The Boss" e il basso di Joey DeMaio. L'andamento è medio, non si eccede mai in velocità ma si punta su un muro sonoro compatto e solido come un macigno. Eric Adams interviene di lì a poco, la sua voce è cattiva e pronta a sfogarsi in una trionfale autocelebrazione in grado di superare in presunzione persino la celeberrima "Manowar", traccia auto intitolata appartenente al debut. Ideali e proclami altisonanti sono qui uniti per celebrare il ritorno dei Re del Metallo, una delle pochissime band capaci di creare un vero e proprio culto musicale e pseudo-religioso dove osannare la sacralità della musica dura e gli ideali di fedeltà e di libertà.  Il vocalist narra ancora una volta le gesta della band, un progetto artistico nato per girare per il mondo e calcare palchi, mandando in subbuglio intere città, allontanando i fighetti con la loro musica suonata a tutto volume e radunando soltanto i veri adepti al culto dell'heavy metal. Il refrain, posizionato subito dopo la prima strofa tanto per non perdere tempo, è pura adrenalina che si diffonde nel corpo, fomentando gli animi grazie alla suddivisione di due corpi ben amalgamati, il primo poggiato su una linea melodica fantastica, nella quale Adams accenna un paio di acuti, e il secondo più diretto e incentrato sull'esaltazione stessa della band supportata da epici cori. Mentre la sezione ritmica pesta che è una bellezza si prosegue imperterriti, e in questo caso si parla della musica stessa, di come deve essere suonata e soprattutto ascoltata, ossia a un volume assordante e sparata alla velocità della luce. Gli amplificatori più pompati al mondo fanno saltare e scatenare la folla, una folla vestita con jeans, pelle e borchie, che non segue le mode da perdenti e che non vuole pose o esibizioni, ma solo rock n' roll. Dopo il secondo chorus, Ross "The Boss" si lancia in un interessante assolo, davvero energico, dialogando con la batteria di un Columbus come al solito statico ma dalla potenza devastante. Terza quartina nella quale si evidenzia il trionfo manowariano, si autonominano Re e sono pronti a suonare in tutte le città, pronti ad esaltare i cuori dei propri fedeli, dei fratelli radunati ai loro concerti, senza piegarsi a niente e nessuno, ubbidienti soltanto al sacro vincolo dell'acciaio. Un testo che trascende lo stesso concetto di autocelebrazione, mostrando in pompa magna l'atteggiamento che in tanti hanno amato criticare, del combo americano: una "spocchia" fuori dal normale.

Metal Warriors

Metal Warriors (Guerrieri Del Metallo) è un brano spaccone, sicuramente non eccelso liricamente ed anzi, molto basilare, ma sempre in grado di trasmettere una buona dose di energia, potente e da cantare a squarciagola, specie in sede live. Certo è che l'espressione di pochezza concettuale qui risalta, ma può valere anche come simbolo, perché è il classico titolo alla Manowar, la band del popolo, una delle poche in grado di radunare intorno a sé folle di metallari incalliti tutti uniti sotto il vessillo dell'acciaio, per urlare al mondo che l'Heavy Metal non è solo musica ma anzi, una vera e propria religione, da venerare fino alla morte. Dal silenzio, Eric Adams emerge con ghigno famelico, il timbro è pieno e cattivo, a tratti anche sporco, ma è sempre lui, il migliore di tutti, che ci accompagna in questa battaglia sonora. La batteria di Rhino fa la differenza nonostante la semplicità che appartiene a un pezzo come questo, ma tanto basta che capire che il musicista in questione è un mostro di tecnica, sicuramente meno statico del suo illustre predecessore Columbus. Mentre Adams intona le prime strofe, emerge anche la virtuosa chitarra del giovane David Shankle, musicista scovato tra più di centocinquanta candidati accorsi per sostituire un gigante come Ross "The Boss", qui alle prese con un semplice ma efficace riffing. Ovviamente si parla di un raduno di metallari, tutti coloro che hanno udito la chiamata sono invitati a partecipare e così, come fratelli uniti nel sacro vincolo del metallo, si divertono creando un'atmosfera magica dove ognuno fa la sua parte, perché c'è magia nella musica ma c'è anche magia in ognuno di noi, per un'energia devastante quanto si è uniti. A questo punto parte l'ormai leggendario ritornello, orecchiabile, che si memorizza all'istante, ultra melodico, capace di fomentare non poco grazie a un Adams spaventoso che inneggia all'Heavy Metal e caccia via chi non lo apprezza, invitando delicatamente sfigati e fighetti a togliersi dalle palle lasciando la sacra aula del metallo. Impossibile non ridere di fronte a tanta veemenza, ma anche impossibile restare fermi all'ascolto di tanta potenza sonora, irrobustita dall'entrata in scena del basso di Joey DeMaio, sempre protagonista. Non si prende fiato perché si prosegue subito con la seconda quartina, dove il mondo deve conoscere il decreto finale del popolo metallaro, ossia quello di suonare sempre più potenti, di farlo con piacere e, soprattutto, di prendere a calci chi non ascolta rock duro. Tale arroganza raggiunge il culmine nella frase "If you're not into metal, you are not my friend", attraverso la quale i Manowar esprimono la loro filosofia e la loro appartenenza a un determinato mondo. Subito dopo il secondo refrain parte l'assolo e Shankle mette in evidenza la sua tecnica, incrociando poi l'ascia con quella di DeMaio, lasciando di nuovo spazio alla voce impetuosa di Adams, il quale si lancia negli immancabili acuti che lo hanno reso immortale nella terza strofa, praticamente tutta cantata in questo modo, spingendo al massimo e alternandosi con un altro brillante assolo di chitarra. Ma non finisce qui, perché inizia il bridge, dalla velocità media e proprio su questo mid tempo, a mò di cavalcata epica, la band ci costruirà metà dei brani che verranno, intanto il vocalist torna calmo, ma qui, a premere, è Rhino che pesta come un dannato dietro le pelli; nell'aria c'è profumo di musica, il rock conquista lentamente la notte, e se non si hanno le palle per questo genere è meglio lasciare la sala all'istante. Questo è l'ordine perentorio del singer, il quale si lancia in un finale da brividi, ripetendo il chorus, ma questa volta accompagnato, in sottofondo, da urla e acuti pazzeschi.

Heart Of Steel

Heart Of Steel (Cuore D'Acciaio), lanciata come singolo nel 1998, è la ballad più famosa della band americana, nella quale i Manowar rappresentano l'onore, il trionfo, la goliardia, ma anche la passione, il sacrificio, la solitudine, il combattimento, la volontà di esprimere sé stessi e le emozioni provate. Proprio il sentiero della solitudine viene illustrato dal malinconico tocco del piano, accompagnato dal vento, e dunque emerge poetica la voce di un Eric Adams che intona il primo bellissimo verso nel quale decanta di una meta da raggiungere, un posto oltre la sfera celeste, nell'universo dominato da comete incandescenti. Proprio una di esse brilla più di tutte, illuminando il lunghissimo cammino che il nostro eroe deve percorrere per tornare a casa, quasi fosse un alieno che deve lasciare la terra verso un mondo ignoto. Qualcuno lassù grida il suo nome, lo implora di tornare a casa, di combattere coloro che cercano di trattenerlo, evadere dal mondo e sfidare il vento gelido che ora soffia sul suo viso. La strada è lunga e pericolosa ma egli sa come comportarsi, deve lottare da solo contro il mondo, anche se una fitta gli penetra nel cuore e lo atterrisce. Parte il primo ritornello, costruito ancora sulle note del pianoforte, perciò abbiamo piano e voce come fosse un lied (parola tedesca dal significato di "canzone" e che indica, nella musica classica, l'esecuzione di una voce solista accompagnata solo dal piano) attraverso il quale Adams sfoggia la sua mostruosa tecnica in una melodia bella da togliere il fiato e in grado di colpire l'ascoltatore dritto al cuore e nella mente. Non solo l'aspetto melodico è strepitoso ma anche le liriche proseguono su questa scia barbarico-romantica dove il protagonista decide di restare e di combattere, di vivere secondo quanto suggeritogli dall'animo, di esprimere le proprie sensazioni; capisce quindi che è inutile sognare di fuggire da questo mondo, bisogna lottare con tutto sé stessi per farsi valere e per cambiare le regole. Bisogna essere eroi, puri, onesti, dal cuore d'acciaio. Senza perdere tempo riparte la seconda strofa e qui abbiamo l'esplosione di tutti gli strumenti, il pianoforte viene sommerso dalla potenza della batteria di Columbus e dalla chitarra elettrica anche se resta udibile per tutto il brano, mentre DeMaio riesce ad emergere soltanto nella seconda sezione di questo verso e irrobustendo tutta la base. Gli animi si infiammano ed Eric Adams lancia il suo primo acuto prima di intonare il secondo refrain, questa volta potenziato sia dalla sezione ritmica che da corri guerreschi a far da cornice. La battaglia è scoppiata, c'è solo un modo per tornare a casa, bisogna combattere i meschini, i bastardi che si divertono a tagliare gole, ma questi pagheranno con la vita, moriranno e spariranno come neve al sole. Il nostro eroe non ha paura di morire, il fuoco gli illumina gli occhi e si getta nella mischia, sottomettendo il nemico, facendolo inginocchiare e gridandogli in faccia che il suo è un cuore d'acciaio, impossibile da spezzare, troppo difficile da convertire. Un cuore puro che si batte per degli ideali di libertà. Adams spara un acuto pazzesco al termine del ritornello, evidenziando le sue enormi doti vocali, e poi prosegue imperterrito la coda finale, accompagnato da cori sempre più invasivi ed epici, fino alla conclusione del pezzo, in un trionfo di romanticismo e di epicità che mette i brividi sulla pelle.

Number 1

Number 1 (Numero 1) poggia su un riff sinistro, alquanto infernale a causa delle distorsioni che le asce emettono e così Adams, solenne e liturgico come un prete che recita messa, declama parole altisonanti per questo quinto brano del disco. L'apparente quiete è destinata a infrangersi quando subentra il metallico basso di DeMaio a contrastare la potenza della chitarra di Logan e così la canzone si plasma e prende forma, una forma piuttosto concisa e quadrata. Il testo è esaltazione non solo della band ma anche del suo seguito, le orde di fans che si porta dietro da quindici anni, e più generalmente parla del fedele appassionato di musica e del coraggioso che affronta le difficoltà della quotidianità. Come accade spesso nelle liriche dei Manowar, anche in questo caso troviamo l'elogio all'uomo comune che ogni giorno lotta per sopravvivere, e tutto ciò infonde forza e speranza nell'ascoltatore. La musica dei Manowar non è solo motociclette, birra, sesso, sangue e preghiere agli Dei del nord, ma è anche simbolo di collettività, di speranza, di libertà dello spirito umano, di realizzazione personale; magari la forma utilizzata è quasi sempre semplice e diretta ma il senso generale comporta un messaggio più profondo. La strofa trascorre così, procedendo per gradi e formandosi lentamente, quindi arriviamo alla seconda quartina che vede il potenziamento della sezione ritmica grazie alla maggiore pressione di Scott Columbus dietro le pelli e allora i nostri musicisti lanciano una sfida al pubblico: li sfidano a prendere coraggio e ad accettare la lotta. Tutti uniti per vincere, per dimostrare che gli anni hanno forgiato la nostra anima e il nostro corpo rendendoli infrangibili. Gli arrangiamenti sono un po' statici e si evolvono in maniera lenta e prevedibile, inoltre la produzione non aiuta molto, i suoni sono bilanciati male e la voce resta perennemente in secondo piano per via di alcune discuibili scelte in fase di produzione, ma il ritmo conquista e trascina comunque, impreziosito dalla forsennata melodia che si divincola tra strofe, pre-chorus e ritornello crescendo di intensità. Il ritornello vede un maggiore psessore melodico, con Eric Adams che alza la voce e ci racconta dell'inizio del gioco, sottolineato dallo sparo di una pistola come fosse una gara di corsa, per poi proseguire in una sfida che verrà affrontata con tutto il cuore. Muscoli, sangue e passione che smuovo l'essenza dell'uomo saranno il punto di forza e, qualora si dovessero possedere tali elementi, la vittoria sarà assicurata. Gli eroi sono nati per essere numero uno e la morale della favola è che noi tutti, seguendo la disciplina dello spirito, del cuore e della dedizione, possiamo essere eroi, i primi in tutto. La seconda parte della canzone poco cambia rispetto alla prima, la forma quadrata facilita l'ascolto e rende semplice l'assorbimento delle atmosfere generate dagli strumenti e dalla magnifica voce che incita a buttarsi nel duello. Il gran giorno è dunque giunto, il giorno della competizione, e allora si punta dritti al primo posto perché il secondo è inaccettabile, solo al numero uno spetteranno fama, gloria e immortalità; intanto i muscoli sono allentati e pronti all'uso, il sangue scorre frenetico nelle vene e tutto è pronto per il conteggio finale che ci vedrà vincitori. Il ritornello termina con una serie di acuti, in questo album quasi centellinati dal cantante rispetto agli altri dischi della band, dunque Karl Logan si lancia in un vorace assolo accompagnato dal calmo drumming di Columbus, creando un particolare effetto e una bella e quasi apocalittica atmosfera che si protrae poco più di un minuto, fino alla ripetizione del bellissimo chorus.

The Gods Made Heavy Metal

The Gods Made Heavy Metal (Gli Dei Crearono L'Heavy Metal) è una parabola mitologia sulla nascita del nostro amato genere e si palesa come un'altra traccia tritasassi costruita su una sezione ritmica che fagocita tutto quello che si para davanti. Eric Adams è solenne nel raccontare le vicende che hanno portato gli Dei a inventare il metallo, qui inteso non come materiale ma come genere musicale. Nel silenzio e nell'oscurità della terra un buco si è generato in cielo, poi un vento gelido si è alzato d'improvviso e un lampo ha illuminato la volta celeste schiantandosi al suolo e incendiando il terreno. Dalla strofa si apre un margine di melodia ed ecco il fantastico pre-chorus nel quali i ritmi rallentano e la chitarra prepara la carica per inaugurare il bel ritornello di natura epica, dove gli Dei hanno creato il metallo e hanno visto che era cosa buona, lo hanno consegnato agli uomini e hanno detto loro di suonarlo al massimo volume, più carico dell'inferno (citando appunto la strofa che dà il titolo all'album), e gli umani hanno promesso di conservarlo con gelosia e di rispettare le regole impartite dall'alto, sapendo che il nemico non potrà mai fermare la vittoriosa marcia del fedele. L'heavy metal non morirà mai e tutti i maniaci di questa musica lo posso giurare; niente e nessuno potrà mai contrastare tale realtà. I pesanti colpi inferti da Columbus alla batteria sembrano tuoni che si scagliano a terra facendo da monito, mentre il basso di DeMaio è suadente e sacro nel suo andamento. La seconda quartina si basa sullo stesso basso, suonato a mò di chitarra, così Logan ha modo di tessere riffs continui che fanno da contorno alla scena, durante la quale si consacra la fedeltà dell'ascoltatore, un vero credente che mostra al mondo intero di che pasta è fatto e che dedica la sua vita per la causa del metallo, come fosse una religione, anzi più importante, poiché questa musica rappresenta un modo di vivere, uno stile di vita. Le divinità che hanno concepito la musica sono riunite davanti a noi stanotte e perciò dobbiamo celebrarle suonando la nostra più bella canzone. Giunge così il secondo martellante refrain, per una notte di conquiste, di gesta eroiche, di canti gloriosi e di divertimento assicurato. L'acuto del singer suggella il tutto e così Karl Logan si lascia andare a un brillante e veloce assolo che rende onore al pubblico e soprattutto ai miti che assistono ai festeggiamenti. Adams, a questo punto, è scatenato, con una serie di acuti e giochetti vocali procede nel canto intonando il bridge, sovrastando l'inferno creato dagli strumenti dove chitarra e basso duellano e si intrecciano in una simbiosi perfetta. Quando non c'è più nulla da aggiungere, Eric Adams, nelle vesti del sacerdote, ci congeda sparando l'ultimo acuto tra lo stridio delle asce che alzano un polverone soffocante.

Hail And Kill

Hail And Kill (Acclama E Uccidi) ci porta per mano al centro della battaglia, dove i nostri quattro cavalieri sono ispirati più che mai, tanto che basta soltanto l'introduzione con tutta la sezione ritmica impennata per trasmettere ferocia e per liberare gli istinti più animaleschi. Il fraseggio iniziale è la massima espressione di epicità, mentre la batteria, che scalcia ogni tanto, interviene a ricordarci che i toni sono solenni ma oscuri e perciò crea la giusta atmosfera apocalittica. È la quiete prima della tempesta, perché Eric Adams inizia a cantare con tono deciso ma delicato sopra un arpeggio emozionante e intimo, attraverso il quale i guerrieri pronti alla lotta si stanno radunando sulla cima di una collina. Quello che si va a formare è un esercito di uomini, in sella ai cavalli, decisi a gettarsi nella mischia, scendendo dal colle con passo svelto facendo tremare la terra e riproducendo lo scoppio di un tuono in cielo, le spade strette in mano e assetate di sangue e i martelli alzati in aria in onore degli Dei. Il lungo verso si stoppa improvvisamente, si sente solo il sibilo del vento per qualche istante e tutto si carica per poi sfociare nell'ira funesta guidata da un Adams infernale che intona la seconda strofa con quanta più energia in corpo. La morte e il sangue stanno aspettando in cielo come corvi dallo sguardo attento, in cerca di cadaveri da prosciugare, la vita e la morte sono impresse negli occhi dei combattenti, eroi che si sacrificano per la volontà divina. La cattiveria vocale è ben supportata da una sezione ritmica spaventosa, il riffing di Ross "The Boss" è tagliente quanto pesante, il basso pulsa febbrilmente e Columbus è monolitico. Si giunge allo spietato refrain, velenoso come un serpente, adrenalinico al punto giusto, costruito sulle parole del titolo, semplici ma di sicuro impatto, potenziate da cori guerreschi. L'ennesimo acuto del vocalist, vero marchio di fabbrica della musica dei Manowar, e si riparte con la stessa velocità e foga. Il terzo verso parla del nostro protagonista, il capo dell'esercito, un uomo cresciuto nei boschi, che si considera figlio dei lupi, abituato a tutto. Questi sa che sta per morire, ma prima di abbandonare la terra reca con sé odio, disprezzo per i deboli e vendetta, ma anche salvezza per coloro che difende. È ormai giunta la sua fine, il suo Dio ha deciso così, non gli resta che salutare e uccidere. Si passa a una meravigliosa e incisiva fase strumentale, assoli di chitarra e di basso all'unisono e poi il fraseggio iniziale viene riproposto con l'aggiunta di cori da stadio che incitano all'uccisione. Un urlo disumano e Adams si lancia in falsetto per la parte finale, trascinandoci direttamente in guerra, dove assistiamo a corpi lacerati, schizzi di sangue, cuori in fermento, stupri delle donne sottomesse, rapite ai nemici morti, e lamenti dei vinti. Finale apocalittico, un'orgia di sangue e di violenza che va in crescendo fino a ripartire col refrain.

Warlord

Warlord (Il Signore Della Guerra) attacca con le chitarre sparate a mille dopo un'introduzione che vede una ragazza gemere, sedotta da nostro Eric Adams. Ma i genitori della stessa li colgono in flagrante e, disperata, la mamma della ragazzina urla che sua figlia ha soltanto sedici anni; a questo punto, Adams, si mette in fuga. Il singer, messosi al sicuro dall'ira del padre che gliele vuole dare di santa ragione, si lascia andare a lunga e profonda risata. Un inizio spaccone, non c'è che dire, dunque si prosegue con una colata di metallo classico che ci invade i timpani, con la batteria di Columbus potentissima e il basso di DeMaio pompato al massimo. Il riffing portante, eseguito da un grande Ross "The Boss", copre la prima parte e si protrae facendo da colonna portante per tutto il pezzo, dopodiché Eric Adams incomincia a intonare la prima lunga strofa, che è una sestina, dando subito sfoggio del suo potenziale. L'andamento è veloce, perciò si giunge in fretta al primo chorus, dalla struttura immediata e molto orecchiabile, dall'animo rock 'n' roll, niente di melodicissimo ma che trasmette una carica temeraria. Si riprende con la seconda parte senza un attimo di respiro e quindi seconda strofa e secondo refrain, che lasciano spazio all'assolo, dal piglio 70s, di Ross "The Boss". La parentesi strumentale dura pochi secondi, perché si riattacca subito con la terza strofa. Prima di concludere assistiamo a un bel dialogo tra il vocalist e la chitarra, un giochetto della durata di qualche secondo nel quale Eric Adams si diverte e imitare le note distese dell'ascia, alternandosi ad essa con brevi acuti. Ma non è ancora tempo di lasciarsi andare, perciò il singer si trattiene non sforzandosi più di tanto. Il testo è il trionfo del menefreghismo e dello spirito libero. Nonostante tutti i problemi della vita, di un'esistenza misera ostacolata da un mondo crudele, basta una moto per correre in strada, annusando l'odore dell'olio e della benzina, ed essere felici. Stufi di farsi stritolare da una società corrotta nella quale contano soltanto i soldi, la vita è una e va vissuta al massimo, divertendosi con gli amici, ascoltando musica e facendo l'amore. È uno stile vita, Harley Davidson, cuoio e borchie, bastano questi elementi per essere i signori della strada. Cavalcare la sella della motocicletta, magari con una pollastra abbracciata dietro, per sentirsi re e per non invecchiare mai, scacciando le delusioni quotidiane. I Manowar sono i cantori della società, attraverso l'aspetto fantasy e mitologico si erigono a paladini della giustizia, difensori dell'uomo comune, dei proletari che lottano ogni giorno per un minimo di soddisfazione. Bisogna mantenersi giovani, non cedere ai problemi, e spassarsela.

The Power

The Power (Il Potere) è una delle poche canzoni epiche presenti nell'album "Louder Than Hell", lavoro piuttosto incentrato sull'heavy classico e su inni motociclistici. Costruita su tre identici blocchi di granito, questa speed-song lascia l'ascoltatore con un ghigno sorridente in volto: potenza devastante, melodia azzeccata, resa sonora spettacolare. La forza già riscontrata in "Outlaw" qui viene amplificata, e così il muscoloso basso è sempre in prima linea, costruito su una batteria imponente e su un riffing affilato e davvero metallico. Tutta la potenza della band viene concentrata negli ultimi minuti del disco e il risultato è fantastico; quando gli Dei dell'acciaio chiamano, i Manowar rispondono! Testo ridotto ai minimi termini, termine Power ripetuto milioni di volte ma grinta e aggressività alle stelle, e poco importa di tutto il resto e dei piccoli difetti quando Eric Adams intona strofe che fanno esplodere gli ormoni. Il potere di volare, il potere di essere liberi, il potere di morire per poi rigenerarsi dalle proprie ceneri. Questa è una canzone di esaltazione spirituale, dal concetto tanto chiaro e quasi banale quanto importante sia per i fans dell'heavy metal che per la band stessa. Il potere che è sinonimo di fuoco che tutto brucia, che illumina il buio cammino dell'individuo, il potere di poter sbagliare per poi ricominciare dagli errori fatti, il potere di governare all'inferno e non servire in paradiso, parafrasando così persino John Milton e il suo "Paradiso Perduto". Dalla furia incendiaria del primo verso nasce uno dei ritornelli più violenti che possano esistere, con un vocalist indemoniato che si lancia in ripetuti acuti selvaggi, acuiti dalla doppia cassa di Columbus e dalle asce impennate in un vortice sonoro che fa tremare la terra. Secondo blocco, identico al primo, e si continuare a esaltare il potere che risiede in ognuno di noi, il potere che è più grande dell'amore e dell'odio messi insieme, il potere di sentire, emozionarsi, di combattere per il giusto e per i valori importanti della vita. A questo punto, dopo il secondo refrain, parte l'assolo di basso che crea un effetto estraniante ma che è decisamente efficace, lasciando poi la scena alla chitarra e infine ritornare nel break centrale e dannatamente epico decorato con i cori dei guerrieri. Ecco che giunge il terzo blocco, una colata di acciaio musicale senza precedenti per ribadire il concetto: il segreto della vita e della morte, le tenebre e la luce, il sangue e la carne, tutti questi binomi sono racchiusi nella magia della forza, vero motore dell'animo umano. Allora, una volta terminata la nostra esistenza, una volta giunto il nostro destino, saremo pronti per festeggiare all'inferno, assieme agli altri demoni, alzando in alto i calici e brindando alla vita vissuta davvero. Si chiude in velocità, tra ritmiche pazzesche e tra vocalizzi impossibili questo grande album del 1996, dalla struttura compatta e dagli intenti precisi: affermare che l'heavy metal non è affatto morto e che il suo sacro verbo non trova limiti temporali sapendo, anche nei momenti più difficili, rigenerarsi come l'araba fenice per poi conquistare nuovi adepti, nuove generazioni di ascoltatori, nuovi fedeli al verbo degli Dei. E in questa forza divulgatrice e dominante, i Manowar sono sempre stati maestri assoluti.

Battle Hymn

Battle Hymn (Inno Di Battaglia) è la canzone epic per eccellenza, non a caso title-trak del primo invincibile album dei Manowar, e rappresenta perciò la summa della filosofia della band. Un capolavoro di sette minuti dal fascino immutato nel tempo. Un delicato arpeggio suonato col basso a otto corde da DeMaio e che sembra una vera chitarra ci introduce nel regno epico degli eroi, la batteria è in attesa di scalciare per prepararsi alla battaglia, Hamzik colpisce i piatti prima con tocco leggero e poi irrobustendo i colpi. Dopo 50 secondi tutto è pronto per la rullata che dà inizio alla guerra, la chitarra di Ross "The Boss" è un'aquila che sorvola libera il campo di battaglia e che è in cerca del nemico da distruggere, i toni trionfali degli strumenti sono evidenti e fomentano al primo ascolto, subentra il basso a infoltire il suono della composizione e infine arriva come un guerriero a cavallo un Eric Adams solenne e impavido che svetta sulle note con la sua voce divina. Ovviamente il testo narra di una battaglia epica, fatta si spade, scudi e lance. Diecimila soldati che marciano sotto la pallida luna da parte a parte, con le spade sguainate al cielo e le armature scintillanti, pronti a uccidere le truppe nemiche. Dopo la prima strofa ecco il cambio di tempo e i cori da Conan Il Barbaro che incitano alla guerra e all'uccisione del nemico, Adams è un generale che guida l'esercito e Hamzik è il fante che ne detta l'andamento a ritmo di tamburi e gettandosi nella mischia. Seconda straordinaria strofa e ancora una breve parentesi bellicosa in cui si incita alla vittoria. I cori riprendono vagamente quelli appartenenti alla colonna sonora del film "Conan Il Barbaro", uscito, guarda caso, lo stesso anno; un film che influenzerà moltissimo l'iconografia della band. I giorni della libertà sono terminati e adesso il tempo è scandito dai colpi di armi da taglio, perciò i soldati si fanno strada con le catene nelle mani e l'orgoglio nel cuore, il suono della gloria è vicino ed emerge sopra i corpi dei vinti per incoronare i vincitori. Sul campo di battaglia gli uomini attraversano il tempo e lo spazio per restare immortali. Immortali come questo brano. Siamo a metà brano, i toni si placano, gli strumenti si quietano, il ritmo viene spezzato e cambia il tempo. Viene a crearsi una parentesi melodica di grande intensità, un bridge centrale da pelle d'oca incentrato tutto sulla voce di Eric Adams e sull'arpeggio nostalgico di Ross "The Boss". Il momento è mistico e passionale, cori angelici cullano l'ascoltatore prima che il singer squarci l'atmosfera con un acuto limpido e la batteria riprenda a correre come un cavallo impazzito. Giunge il tempo dell'antologico assolo di chitarra che si incrocia con quello di basso raggiungendo un pathos incredibilmente epico. Di nuovo torna la parentesi corale che può essere intesa come una sorta di ritornello, ma questa volta è ancora più potente, e Eric Adams si lancia nella quartina più difficile cantata quasi tutta su acuti pazzeschi che solo lui è in grado di eseguire. I cori accrescono per un finale pirotecnico, con fuochi d'artificio, rullate a non finire, impennate di basso e invocazione all'uccisione e alla morte del nemico. Il tutto termina con un coro epico e trionfale per una delle canzoni metal più belle e famose di tutti i tempi.

The Crown And The Ring

The Crown And The Ring - Lament Of The Kings (La Corona E L'Anello - Il Lamento Dei Re) è una delle tracce più belle e imponenti dell'heavy metal, dove torna con prepotenza tutto lo spirito epico della band americana, supportata dal Coro Maschile della Cattedrale di St. Paul di Birmingham che ne aumenta inevitabilmente il pathos. In queste liriche possiamo rivedere un immaginario epic-fantasy molto caro ai nostri Manowar, i quali sembrano quasi farci rivedere Conan il Barbaro votarsi al dio Crom, nell'atto di intraprendere l'ultima e sanguinosa battaglia contro il dispotico Thulsa Doom. Ancora una volta un brano che presenta un eroe consapevole della sua forza ma anche delle difficoltà donategli dalla sua posizione. Una corona ed un anello, simbolo di potere e regalità: ma anche di sacrificio, di sangue innocente riversato sulle proprie mani. Ross "The Boss" suona l'organo per dare quel tocco mitico in più, e subito entra in scena il coro inglese proiettandoci in un'epoca lontana. Campane e tamburi fanno da contorno, crescendo di intensità insieme alle voci, poi attacca Eric Adams, evocativo come non mai, perfetto interprete di questo racconto mitologico. Il verso è intenso, solenne, e ci racconta di un guerriero tornato dalla battaglia con l'animo triste perché ha perduto molti amici e fratelli, ma è pronto lo stesso a partire per un'altra guerra, dopotutto è il suo destino e lui non può sottrarsi ed esso. Intervengono i cori della cattedrale per battezzare il primo sacro refrain, la melodia è pazzesca, colpisce dritta al cuore, e molte immagini si stagliano davanti agli occhi dell'ascoltatore, a cominciare da una corona e un anello coperti di sangue e offerti in dono a dei re orgogliosi ma stanchi di combattere. Adams riprende a cantare, adesso è di nuovo sul campo di battaglia, sa che rischia di morire, i nemici gli girano intorno ma non sanno che questa è la loro ultima corsa, così sella il suo cavallo, prende la spada, butta giù l'ultimo sorso di birra e si getta nella mischia. Secondo ritornello, le tastiere si potenziano e danno il via per la terza parte del pezzo, nella quale Adams finalmente si scatena con un acuto inverosimile dopo che ha rivolto una preghiera a Odino, è giunto il tempo di lasciare questo mondo, i nemici avanzano e sono troppi ma lui di fronte a nessun uomo è pronto a inginocchiarsi, così sfodera l'acciaio e va incontro alla morte. La sofferenza è palpabile, Adams è un divino interprete, poi il coro cresce intonando ancora una volta lo splendido e toccante ritornello. Un brano evocativo, un capolavoro epico da pelle d'oca, poco metal ma tanta emozione.

Conclusioni

Copertina tutta nera, dove sfoggia il monicker in argento del combo americano, icona di un certo tipo di metallo e di coerenza fin troppo celebrata e sventolata ai quattro venti e che più volte si è scontrata col pubblico e con la critica, garantendo comunque un percorso privo di sorprese e basato su un'ideologia ancorata all'heavy metal primordiale, ovvero quando tutto era genuino e squisitamente classico. D'altronde i Manowar li conosciamo, sappiamo tutti quanto questo nome sia sinonimo di coesione e di compattezza, sempre poggiati su una base di effettiva qualità musicale. Non a caso, le cose che fanno questi signori non sono replicabili, molti ci hanno provato e molti altri ci provano oggi, buttando giù una manciata di brani epic tamarri e diretti, ma quasi nessuno riesce nell'impresa di eguagliare la finezza e bontà degli originali. Ci vuole una certa dose di talento e di intelligenza per comporre pezzi basati su una potenza inesauribile, che risultino di facile intesa e che abbiano un testo semplice, ma che al contempo siano trascinanti grazie a melodie celestiali, guidate da un vocalist che è un vero animale, un mostro sacro inavvicinabile e unico al mondo. Be', nonostante certe scelte azzardate o risibili, in tutto ciò la band di DeMaio garantisce qualità, mestiere e grandezza, elementi portanti di una certa professionalità. In "The Kingdom Of Steel", vi è racchiusa più di un'ora di acciaio portentoso, fatto di inni che tutto il popolo rock conosce a memoria, ritornelli entrati di diritto nella storia del metal e riff tanto basilari quanto immortali che hanno consegnato ai posteri dischi di successo e che hanno condizionato generazioni di ascoltatori. Questa compilation è la migliore sfornata dal gruppo, l'unica che ripercorre degnamente quindici anni di carriera, prendendo esempi da ogni disco pubblicato dal 1982 al 1996, illuminando tutta la prima parte di carriera prima del cosiddetto "tracollo artistico", anche se non tremendo come molti pensano, che li coinvolgerà a partire dal nuovo millennio, per una seconda parte di carriera dagli intenti meno ambiziosi e di spessore meno rilevante. Il best of testimonia la grandezza di una band leggendaria che fin qui non ha sbagliato nulla, imponendosi come un faro per indicare la via da seguire per gli avventati discepoli che dai Manowar traggono ispirazione e che dai Manowar partono come punto di inizio. Non a caso siamo alla fine degli anni 90, un periodo felice per i generi classici, riscoperti, ripresi e riadattati per le nuove generazioni, creando terreno fertile per l'ascesa di nuovi idoli. In questo periodo, l'epic metal, pubblicizzato grazie alla riscoperta dell'heavy classico, ribattezzato New N.W.O.H.M., ossia nuova ondata di heavy metal, e del power metal europeo a tematiche mitologiche/storiche/fantasy, gode di un momento di rinnovato interesse, guidato dai Manowar stessi, che continuano a macinare successi e a incendiare i palchi di tutto il mondo, ma anche dagli anni più fecondi e ispirati dei cugini Virgin Steele, che sfornano un capolavoro dietro l'altro, guidando, insieme, l'intera scena epica. Certo è che, specie nel 1998, non si sentiva affatto il bisogno di questa compilation: primo perché i best of, in ambito metal, non godono di grande considerazione, e secondo perché questa è la terza raccolta consecutiva, per di più sparsa in mezzo a due live-compilation e a una serie futile di singoli. Va da sé che l'utilità di un prodotto del genere è destinato soltanto ai collezionisti più incalliti o ai neofiti che intendono farsi un'idea di chi sia questa enorme band. Ma non è tutto, poiché da questo momento in poi per i Manowar inizia una serie sterminata di iniziative che lasceranno grandi dubbi sul loro valore effettivo e saranno causa di feroci critiche da parte di tutti; parliamo del rilascio del primo DVD "Hell On Earth", cui ne seguiranno tanti altri, tutti identici tra loro, ma anche del lancio di una nuova campagna di merchandising con il logo della band, oggettistica varia, tra cui preservativi e barrette di cioccolata, in più singoli distaccati dall'album al quale dovrebbero far riferimento, tanto per spennare ulteriormente i propri fans, e poi c'è l'ennesima raccolta, uscita pure questa nel 1998, dal titolo di "Steel Warriors". Insomma, tanta roba che va a inflazionare il mercato a scapito di materiale inedito, che sempre più latita, ma il successo e la popolarità alimentano un certo business, e allora non posiamo far altro che accettarlo.

1) Manowar
2) Blood Of My Enemies
3) Kill With Power
4) Sign Of The Hammer
5) Courage
6) Fighting The World
7) Kings Of Metal
8) Metal Warriors
9) Heart Of Steel
10) Number 1
11) The Gods Made Heavy Metal
12) Hail And Kill
13) Warlord
14) The Power
15) Battle Hymn
16) The Crown And The Ring
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