MANOWAR

The Hell Of Steel

1994 - Atlantic

A CURA DI
ANDREA CERASI
15/06/2017
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Dieci anni di gloria imperitura e di marce contro l'infedeltà al verbo dell'acciaio, scandite a suon di epic metal robusto, roboante, tritaossa, costituito da acuti lancinanti e riffs torcibudella. Dieci anni, ormai appartenenti all'età del mito, tanto sono mitologici e lontani dai nostri ricordi, ma che riecheggiano oggi grazie a una serie di canzoni e di album leggendari, entrati a pieno diritto nella storia dell'heavy metal mondiale. Siamo nei primi anni 90, un'era funesta per il rock/metal classico e destinata a spazzare via tante band, persino quelle più popolari e di successo, ridimensionandone il concetto e la vitalità, mettendo a dura prova un intero ambiente musicale. Gli anni critici intaccano tutto e tutti, ma non loro, non gli eroi dell'epos americano; i Manowar sembrano indistruttibili, continuano a suonare davanti a folle di appassionati, diffondendo il loro verbo, la loro filosofia, superando indenni il delicato momento. Fin qui, e parliamo della prima metà degli anni 90, la band newyorkese sembra davvero invulnerabile, essendo reduce da un fortunato tour lungo due anni e soddisfatta per il rilascio di un lavoro audace, imponente, che, in un periodo di cambiamenti, ha messo in chiaro le cose: "The Triumph Of Steel" è l'incarnazione stessa dell'heavy metal, ma non solo, perché ne è persino la sua diretta evoluzione, causa composizioni articolate come mai prima d'ora, spericolati cambi di tempo e furia omicida. "Se tutti gli altri ammorbidiscono il suono e semplificano le trame, noi dobbiamo fare il contrario, suonando ancora più carichi e portando la nostra musica alla sua massima espressione", deve aver pensato Joey DeMaio durante la stesura del disco, probabilmente l'ultimo capolavoro firmato Manowar e opera che fa da linea di demarcazione tra il "prima" e il "dopo", riuscendo nella folle impresa di conquistare critica e fans in tutto il globo terrestre, scontrandosi con i giganti che all'epoca vanno di moda, restando in piedi, a testa alta, senza indietreggiare nemmeno di un centimetro. Il guerriero dal volto misterioso è potente come non mai, le braccia alzate al cielo, una spada e un martello stretti in pugno a onorare gli Dei, e l'estasi dell'epic metal carica di magia e di magnetismo. Thrash metal moderno, alternative, grunge, niente è forte e glorioso come "The Triumph Of Steel", il cui messaggio è veicolato sin dall'apertura dell'opera, la suite di 30 minuti a nome "Achilles, Agony And Ecstasy", dove, a trionfare, è tutta l'ideologia manowariana. E allora come celebrare dieci anni di attività se non rilasciando sul mercato il primo best of, dal titolo emblematico e scontato di "The Hell Of Steel". L'inferno in musica, ambientazione ricreata dalle asce affilate dei guerrieri americani, dai colpi terremotanti di batteria e dall'ugola inferocita di Eric Adams, tra i migliori vocalist mai esistiti, il quale ribadisce, come se ce ne fosse bisogno, che i re sono ancora loro, anche in una decade di decadenza per l'heavy tradizionale. I Manowar se ne fregano altamente delle mode, continuano per la loro strada, con la stessa coerenza e lo stesso orgoglio che saranno causa, già dal disco seguente, di quel limite creativo che coinvolgerà tutta la seconda parte di carriera. Seguendo un'ipotetica linea retta, è nel 1994 che i Manowar raggiungono l'acme della loro disciplina, ingannando gli anni di attesa, tra un album e l'altro, proprio con questa compilation, a dire la verità non troppo riuscita e poco rappresentativa della loro grandezza, perché pesca solo dagli ultimi lavori, snobbando invece i primi indimenticabili episodi, proprio quelli che hanno reso famoso un genere e hanno consolidato un modo di intendere la musica dura. In "The Hell Of The Steel" non v'è traccia, dunque, di "Battle Hymns", né di "Into Glory Ride", tantomeno di "Hail To England" e "Sign Of The Hammer", quattro album ricchi di capolavori assoluti, entrati nell'immaginario di ogni metallaro. Vengono presi ad esempio solo già il citato "The Triumph Of Steel" (con Shankle e Rhino in sostituzione di Ross The Boss e Columbus), "Fighting The World" e l'iconico "Kings Of Metal", cioè soltanto i tre lavori realizzati sotto l'egida della Atlantic Records.

Fighting The World

Fighting The World (Combattendo Il Mondo) è un concentrato di potenza e di orecchiabilità allo stesso tempo, un pezzo dotato di un'anima ambivalente, degna di introdurci al lavoro. È presente una certa vena goliardica, anche se butta l'occhio alle classifiche cercando di accaparrarsi nuovi consensi e di conseguenza nuovi adepti grazie al piglio moderno e all'aria ruffiana che conquista nell'immediato. La forza animalesca di un batterista come Columbus è palese, il gigante picchia come un forsennato fino quasi a piegare i piatti e dona alla canzone un aspetto cattivo, interrotto però dall'arrivo dei cori glam metal ma comunque fieri e dallo spirito bellico. La chitarra di Ross "The Boss" emerge con un riff tostissimo mettendo in evidenza la scintillante produzione di cui godeva l'omonimo album, uscito nel 1987, e degna delle migliori rock band. Il brano si tramuta in una cavalcata metallica, robusta ma che non dimentica l'orecchiabilità e l'impatto melodico. La semplicità della sua struttura è sottolineata dall'immediatezza con cui giunge il refrain, appena dopo la prima quartina e dopo appena quaranta secondi, ma che sorprende grazie alla sua bellezza distesa su ben due fasi melodiche che catturano subito l'orecchio dell'ascoltatore. L'aria scanzonata e da classifica è evidentissima, qui ci troviamo davanti a un brano di heavy metal melodico e d'impatto, ma è anche da notare la classe di questi ragazzi, sempre bravi a trovare l'appeal giusto e a rendere dei pezzi semplici delle vere e proprie bombe musicali. Durante le strofe, decantate da un Eric Adams come al solito divino, va evidenziato l'ottimo lavoro di accompagnamento da parte di Joey DeMaio, il quale, per una volta, suona il basso come tale, senza imitare la chitarra elettrica attraverso modifiche e suoni ricercati, ed il suo è uno strumento che pulsa sangue e che ha cuore. L'assolo di Ross "The Boss" è sentito e feroce, fatto con gusto, e sovrasta la potenza impressionante della batteria grazie alla sua voracità. Nella fase finale gli strumenti si smorzano, resta solo Columbus a dirigere il ritmo mentre i coretti infarciscono gli ultimi ritornelli. Meno di quattro minuti che racchiudo un po' tutta la filosofia della band e che lanciano un forte attacco alla società e a tutti coloro che li criticano di essersi venduti. E qui trasudano l'orgoglio e la coerenza targati Manowar, la cui corazzata è fatta di acciaio e non di argilla, perché loro non cambiano, non c'è verso, sono fieri di essere così e di portare avanti i propri propositi. Combattono il mondo ogni singolo giorno per far valere i propri diritti, per dire ciò che gli pare e piace, per diffondere il verbo del metallo, perché l'heavy metal è vita, mentre le televisioni e le radio passano solo stronzate. Suonare questo genere musicale è terribilmente difficile, in molti si sono arresi e hanno ceduto al cosiddetto "lato oscuro", ma non certo i nostri barbari, che con la spada ben in vista continuano a mietere vittime, portando avanti le loro campagne di saccheggi e conquista. Se suonare Heavy Metal vuol significare dichiarare guerra la mondo, ebbene, i Manowar lo fanno ne migliore dei modi e con la grinta giusta. Non è difficile immaginare quanto, per un adolescente dell'epoca, questo testo significasse praticamente tutto. Dunque, liriche in grado di riportarci indietro negli anni e di farci rivivere le lotte contro gli insegnanti, i genitori a tutte le autorità.

Kings Of Metal

Kings Of Metal (Re Del Metallo) è sinonimo di corsa furiosa, un po' come quando si corre nell'arena, per arrivare alle transenne, sotto al palco e godersi i propri beniamini. Qui troviamo tutta la potenza e l'energia dei Manowar, in un'autoesaltazione senza precedenti. Le coordinate stilistiche che vengono in mente sono heavy metal puro e brutale, anche se vengono contaminate dalla patina epica dei primi lavori, creando un mix letale che riconsegna la band sul podio degli eroi dell'epic metal americano. Qui ritorna tutta la potenza dell'heavy metal classico, per un singolo che, nel 1988, è entrato di diritto nella storia del genere, diventando uno dei cavalli di battaglia del combo newyorkese. Scott Columbus scalpita dietro le pelli e, all'unisono, esplodono la chitarra di Ross "The Boss" e il basso di Joey DeMaio. L'andamento è medio, non si eccede mai in velocità ma si punta su un muro sonoro compatto e solido come un macigno. Eric Adams interviene di lì a poco, la sua voce è cattiva e pronta a sfogarsi in una trionfale autocelebrazione in grado di superare in presunzione persino la celeberrima "Manowar", traccia auto intitolata appartenente al debut. Ideali e proclami altisonanti sono qui uniti per celebrare il ritorno dei Re del Metallo, una delle pochissime band capaci di creare un vero e proprio culto musicale e pseudo-religioso dove osannare la sacralità della musica dura e gli ideali di fedeltà e di libertà.  Il vocalist narra ancora una volta le gesta della band, un progetto artistico nato per girare per il mondo e calcare palchi, mandando in subbuglio intere città, allontanando i fighetti con la loro musica suonata a tutto volume e radunando soltanto i veri adepti al culto dell'heavy metal. Il refrain, posizionato subito dopo la prima strofa tanto per non perdere tempo, è pura adrenalina che si diffonde nel corpo, fomentando gli animi grazie alla suddivisione di due corpi ben amalgamati, il primo poggiato su una linea melodica fantastica, nella quale Adams accenna un paio di acuti, e il secondo più diretto e incentrato sull'esaltazione stessa della band supportata da epici cori. Mentre la sezione ritmica pesta che è una bellezza si prosegue imperterriti, e in questo caso si parla della musica stessa, di come deve essere suonata e soprattutto ascoltata, ossia a un volume assordante e sparata alla velocità della luce. Gli amplificatori più pompati al mondo fanno saltare e scatenare la folla, una folla vestita con jeans, pelle e borchie, che non segue le mode da perdenti e che non vuole pose o esibizioni, ma solo rock n' roll. Dopo il secondo chorus, Ross "The Boss" si lancia in un interessante assolo, davvero energico, dialogando con la batteria di un Columbus come al solito statico ma dalla potenza devastante. Terza quartina nella quale si evidenzia il trionfo manowariano, si autonominano Re e sono pronti a suonare in tutte le città, pronti ad esaltare i cuori dei propri fedeli, dei fratelli radunati ai loro concerti, senza piegarsi a niente e nessuno, ubbidienti soltanto al sacro vincolo dell'acciaio. Un testo che trascende lo stesso concetto di autocelebrazione, mostrando in pompa magna l'atteggiamento che in tanti hanno amato criticare, del combo americano: una "spocchia" fuori dal normale. Il testo è ovviamente ironico e tamarro, come intuibile, ma tant'è, questo è lo spirito dei Manowar, uno spirito che sa esaltare, nel quale qualsiasi metalhead di ieri e di oggi può vedersi e ritrovarsi. Basta voler vedere quel che effettivamente si cela, dietro certe frasi: voglia di divertirsi e di far parte di un qualcosa di speciale, di particolare, di una famiglia unita e allegra. "Kings of Metal" rappresenta in pieno quel che i Manowar hanno sempre dichiarato di essere, un miscuglio di potenza ed orgoglio. Musica da ascoltare a volumi altissimi, attitudine incorruttibile, poca pietà per chi si vende.

The Demon's Whip

The Demon's Whip (La Frusta del Demonio) è un pezzo violento e con un testo infernale. Alcune voci sovrapposte sussurrano al vento, o forse è la voce del Demonio che introduce questo mid-tempo in grado di riservare grandissime sorprese lungo il proseguo. All'unisono esplodono tutti gli strumenti e subito Adams comincia a cantare questo brano, a dire la verità, poco amato dai fans e spesso snobbato, ma di assoluto valore. Le tre quartine iniziali sono imponenti masse che procedono con lentezza e potenza, molto compatte, nella quali Adams ci descrive un regno infernale. Delle candele bruciano nella notte, zanne bianche e occhi lucenti emergono dal buio, dei fuochi si accendono intorno, indicando che si sta svolgendo un rituale sacro. I rintocchi di campane si odono nella valle degli inferi, dunque dei simboli mistici appaiono sul terreno, sono i simboli dell'ordine degli angeli neri e che stanno invocando il loro re. I toni trionfali vengono a galla quando giunge il sottile ritornello, sicuramente d'impatto, molto evocativo, che termina con uno schiocco di frusta dopo che i demoni hanno bevuto sangue e veleno, mangiato cuori ancora palpitanti offerti in sacrificio alla Bestia; e qui, ecco la prima sorpresa, perché questo brano è una massa in movimento che muta forma di continuo, dato che le strofe che seguono accelerano sempre di più fino a protendersi verso un nuovo ritornello che resta uguale musicalmente al primo ma con un testo diverso. Qui le divinità infernali lanciano maledizioni di distruzione sulla terra e contro i poveri mortali nati per ingannare e per farsi ingannare. All'inferno la morte vive e la vita muore, lì le sacre scritture, i sermoni, le prediche religiose non hanno significato perché l'unico stimolo che si ha è quello di peccare e le punizioni inflitte sono peccati più grandi ancora. Appare il re dell'inferno, il Demonio in persona, e si alza un vento gelido che contrasta con il calore dei fuochi che illuminano la notte eterna. Il tempo rallenta di nuovo e parte l'assolo lunghissimo di David Shankle, sovrapposto a quello di basso, creando così un momento quasi confusionario che rende bene l'idea del caos che regna in questi luoghi oscuri. Ma non finisce qui, quindi ecco che arriva la terza parte del brano, il Demonio si è risvegliato, farfuglia qualcosa di indecifrabile e dà il via alla coda dominata dalla velocità degli strumenti. Le ultime due quartine sono portentose, sparate a mille, Adams le divora quasi vomitando le parole del testo e sparando ogni tanto degli acuti, le asce sono impennate e Rhino, dietro le pelli, è un demonio che ci mette cuore e anima. Così abbiamo il terzo cambio di tempo per una canzone suddivisa in tre parti distinte e ognuna delle quali costruita su tempi diversi. Questa traccia subisce tre brusche accelerazioni, diventando sempre più irrequieta. Insomma, fantastica nella sua mutabile trasformazione.

The Warrios's Prayer

L'esagerazione raggiunge uno dei punti cardine in casa Manowar, il momento fiabesco porta il nome di The Warrior's Prayer (La Preghiera Del Guerriero), che altro non è che una traccia completamente narrata, nella quale troviamo gli attori Arthur Pendragon Wilshire e Grant Williams che vestono i panni rispettivamente di nonno e di nipotino. Come in tutte le fiabe, il piccolo deve andare a letto e prima di addormentarsi desidera ascoltare racconti leggendari, gesta di eroi, e così il nonno lo accontenta narrando di quando era giovane. Inizia un racconto lungo quattro minuti, nel quale ascoltiamo il nitrire di cavalli, la loro corsa nei boschi del nord e immaginiamo un esercito riunito in una vallata in attesa dell'arrivo di quattro cavalieri, ognuno con un'arma letale stretta in mano: una spada, una mazza chiodata, un'ascia bipenne e un martello da guerra. Negli occhi dell'esercito non sembra esserci paura ma solo consapevolezza, è il loro destino perciò tutti sanno che se non dovessero vincere moriranno onorando gli Dei. Poi cala il silenzio, un vento gelido comincia ad alzarsi e a sferzare tra gli alberi, un tuono rimbomba in cielo lanciando saette e grandine, dunque i quattro cavalieri incitano il proprio esercito alla lotta e li guidano in battaglia. Nella vallata si scontrano le due fazioni, le armi impattano producendo rumori metallici, grida, lamenti, gli zoccoli dei nobili destrieri sollevano la terra e la polvere e in breve il campo è pieno di cadaveri e di sangue fresco. Quando il polverone della mischia svanisce, la visuale si fa più chiara, c'è sangue ovunque, i corpi degli uomini uccisi restano in balia del vento. Al centro, quattro cavalieri radunano i propri soldati, sono quasi tutti sopravvissuti e hanno vinto la battaglia, li fanno inginocchiare e insieme recitano una preghiera verso gli Dei della guerra. Al termine della preghiera, l'esercito degli immortali si lancia in un grido di vittoria che riecheggia in tutto il bosco. A questo punto la narrazione ha termine, il nonno afferma che questo è quanto accaduto molto tempo prima e chiede al nipote se è rimasto colpito, il piccolo sembra entusiasta, è colpito dal fantastico racconto ma ha ancora un dubbio e allora chiede al nonno chi siano quei quattro eroi misteriosi venuti dal nulla. Il vecchio, con voce piena di orgoglio, urla "I Re del Metallo!". "The Warrior's Prayer" è sicuramente una traccia simpatica, diventata famosissima e molto apprezzata dai fans dei Manowar; altrettanto certo, però, è che sì, è autocelebrativa, divertente e tamarra, ma per certi versi proprio inutile.

Defender

Defender (Difensore) è traccia molto conosciuta, apparsa nella sua versione originale, a inizio carriera, soltanto come singolo. È l'inno all'epic metal, diventato leggendario col tempo, soprattutto nella sua versione riarrangiata che troviamo nel disco "Fighting The World", ovvero quella qui presente. Una delle composizioni più affascinanti della storia del genere, in grado di conquistare sin dal mistico arpeggio iniziale. Dopo qualche secondo Columbus irrompe con la sua potenza accompagnando la chitarra di Ross "The Boss" e poi, giunti allo scoccare del primo minuto, subentra la profonda voce di Orson Welles, uno dei registi/attori più grandi e importanti della storia del cinema, uno di quelli che ha dato al mondo quello che, da alcuni, è considerato il più grande film di sempre, ossia "Quarto Potere" (1940), ma non solo, basta citare anche "Storia Immortale", "L'infernale Quinlan" o "La Signora di Shanghai" per capire di chi stiamo parlando. Il leggendario regista culla l'ascoltatore con voce impostata, identificandosi in un vecchio guerriero, suddito di divinità nordiche sulle cui gesta i Manowar baseranno la propria filosofia, dedicando a Odino e a tutto il pantheon della mitologia nordica numerosi brani che contribuiranno a identificare meglio un sottogenere come quello dell'epic metal. Praticamente tutta la prima parte della canzone è un lento recitato, la batteria è quieta, la chitarra sognante, mentre emerge prepotente l'indole graffinate del basso di Joey DeMaio, sempre pompato a dovere. Al secondo minuto c'è il primo cambio di tempo, gli strumenti si smorzano, seppur per un breve istante, e Orson Welles tuona impartendo ordini, sovrastando la sezione strumentale che incomincia a prendere quota fino a dare il via alla prima parte cantata, dove entra in scena il mitico Eric Adams. Sono trascorsi ben tre minuti e il vocalist esordisce facendo delle scale e mettendo in mostra le impareggiabili doti tecniche. I versi sono intonati alternando toni gravi ad acuti pazzeschi, la prima strofa se ne va via così, ed ecco che i riflettori si spostano sul magnetico assolo di Ross "The Boss", di grande gusto e precisione, che si protrae a lungo per più di un minuto. Nella terza parte troviamo un duetto inaspettato, Eric Adams e Orson Welles che intonano lo splendido ed epicissimo refrain, l'uno canta l'altro recita, ed è una sensazione incredibilmente bellicosa, feroce, istintiva, come una chiamata alle armi. In definitiva abbiamo un pezzo, che oserei etichettare come un capolavoro, della durata di sei minuti e con una struttura tripartita. L'andamento è un mid-tempo di rara bellezza nel quale troviamo una parte recitativa, una fase centrale cantata e con un evocativo assolo, e infine una parte conclusiva nella quale esplode l'atipico ritornello duettato. Questi sono i Manowar che vorremmo tutti sentire, quelli più coraggiosi ed epici, in grado di infrangere gli schemi tradizionali e proiettare la propria musica verso lidi inediti, complessi, inaspettati, senza risultare pacchiani. Questo è uno dei brani più belli dei Kings, qui ripreso in una versione differente e velocizzata di poco rispetto all'originale del 1983. Praticamente quasi tutto il testo è scandito dalle parole di Welles, mentre al singer è riservato solo un piccolo spazio canoro. Le liriche sono di stampo mitologico, nelle quali il vecchio guerriero scrive una lettera a suo figlio ancora non nato prima di partire per l'ultima battaglia dove sa già che perderà la vita. Le parole sulla carta solo il lascito di un padre nei confronti di un pargolo che mai vedrà crescere, perché la guerra chiama e lui deve rispondere alla chiamata. Impartisce soltanto un ordine, quello di diventare un grande guerriero, di combattere per la giustizia, di difendere i bisognosi fino alla fine, così come ha fatto lui in tutta la sua lunga vita. Odino ha sentenziato, il piccolo sarà un grande combattente, un difensore del regno e del popolo, adesso il vecchio alza lo sguardo in cielo e invoca la divinità, preparandosi al destino che Egli ha scelto per lui. La lettera termina proprio quando le tenebre incontrano l'aurora e le stelle spariscono alla luce del giorno, così come svaniscono i sogni.

The Crown And The Ring

The Crown And The Ring - Lament Of The Kings (La Corona E L'Anello - Il Lamento Dei Re) è una delle tracce più belle e imponenti dell'heavy metal, dove torna con prepotenza tutto lo spirito epico della band americana, supportata dal Coro Maschile della Cattedrale di St. Paul di Birmingham che ne aumenta inevitabilmente il pathos. Ross "The Boss" suona l'organo per dare quel tocco mitico in più, e subito entra in scena il coro inglese proiettandoci in un'epoca lontana. Campane e tamburi fanno da contorno, crescendo di intensità insieme alle voci, poi attacca Eric Adams, evocativo come non mai, perfetto interprete di questo racconto mitologico. Il verso è intenso, solenne, e ci racconta di un guerriero tornato dalla battaglia con l'animo triste perché ha perduto molti amici e fratelli, ma è pronto lo stesso a partire per un'altra guerra, dopotutto è il suo destino e lui non può sottrarsi ed esso. Intervengono i cori della cattedrale per battezzare il primo sacro refrain, la melodia è pazzesca, colpisce dritta al cuore, e molte immagini si stagliano davanti agli occhi dell'ascoltatore, a cominciare da una corona e un anello coperti di sangue e offerti in dono a dei re orgogliosi ma stanchi di combattere. Adams riprende a cantare, adesso è di nuovo sul campo di battaglia, sa che rischia di morire, i nemici gli girano intorno ma non sanno che questa è la loro ultima corsa, così sella il suo cavallo, prende la spada, butta giù l'ultimo sorso di birra e si getta nella mischia. Secondo ritornello, le tastiere si potenziano e danno il via per la terza parte del pezzo, nella quale Adams finalmente si scatena con un acuto inverosimile dopo che ha rivolto una preghiera a Odino, è giunto il tempo di lasciare questo mondo, i nemici avanzano e sono troppi ma lui di fronte a nessun uomo è pronto a inginocchiarsi, così sfodera l'acciaio e va incontro alla morte. La sofferenza è palpabile, Adams è un divino interprete, poi il coro cresce intonando ancora una volta lo splendido e toccante ritornello. Un brano evocativo, un capolavoro epico da pelle d'oca, poco metal ma tanta emozione. In maniera certamente più "fine", possiamo in queste liriche rivedere un immaginario epic-fantasy molto caro ai nostri Manowar, i quali sembrano quasi farci rivedere Conan il Barbaro votarsi al dio Crom, nell'atto di intraprendere l'ultima e sanguinosa battaglia contro il dispotico Thulsa Doom. Ancora una volta un brano che presenta un eroe consapevole della sua forza ma anche delle difficoltà donategli dalla sua posizione. Una corona ed un anello, simbolo di potere e regalità: ma anche di sacrificio, di sangue innocente riversato sulle proprie mani.

Blow Your Speakers

Blow Your Speakers (Fate Saltare Gli Amplificatori) comporta la strana sensazione che qualcosa, nell'approccio metallico, sia cambiato. Le atmosfere epiche tipiche della musica dei nostri quattro eroi americani si disperdono come fumo e l'aspetto primitivo che tanti fans ha fatto innamorare viene tralasciato in favore di un suono più orecchiabile e da classifica. La cavalcata di stampo mitologico, con cori da film fantasy e cadenze suggestive, lascia spazio a una struttura semplificata e radiofonica improntata più che altro su un ritornello solare e melodico che strizza l'occhio alle produzioni glam metal tanto in voga negli anni 80. L'intro è breve, a differenza di quanto ascoltato fino al momento (secondo cui i Manowar erano soliti aprire con arpeggi ricreando un'atmosfera bellica e remota), e diretta, recuperando l'attitudine sempliciotta. Columbus scandisce il tempo, evidenziando un'andatura più hard rock che epic metal, e Ross "The Boss" infarcisce il brano con una serie di riffs crudi ma decisamente poco oscuri. I ritmi non sono vorticosi e non si respira un clima post-apocalittico, Eric Adams esordisce dopo pochi secondi con un grido isterico e incomincia a intonare il primo verso, molto semplice e trascinante per poi giungere brevemente al bel ritornello, contornato da cori hair metal, sul quale svetta la sua ugola onnipotente e che alza il tiro in prossimità dell'ultima frase quando pronuncia un Rock 'n' Roll sempre più acuto e in grado di accendere gli animi. La seconda strofa ha un piccolo cambiamento, poiché la chitarra viene sostituita dal basso di Joey DeMaio, il quale esegue una serie di accordi simulando il muscoloso riffing dell'ascia e donando al pezzo un aspetto alquanto originale. Il ritmo è medio, improntato su un hard rock che ricorda molto lo stile dei Kiss, persino nel divertente e colorato videoclip, laddove la batteria di Scott Columbus è decisamente protagonista, anche se molto statica e tenuta a freno, ma comunque in evidenza rispetto agli altri strumenti. Infatti si ha la sensazione che non si voglia pestare troppo, proprio per rientarre in classifica e mandare a segno una hit radiofonica. Ross "The Boss" si mette in luce in un breve assolo, a dire il vero poco incisivo, per poi lasciare spazio alla terza fase nella quale troviamo un'altra strofa cui segue il refrain che vede un Adams sempre più indemoniato. Come accennato pocanzi, questi sono i Manowar più sempliciotti e divertenti, i proclami di guerra, gli inni agli Dei del Valhalla e la fede nell'acciaio, al sangue e alla gloria in battaglia, sono sostituiti da un testo moderno ma che trasuda comunque orgoglio e che è in grado di destare attenzione. È un attacco a tutto il sistema americano, ai benpensanti, alla finta arte, alla musica mediocre. A questo punto, come suggerisce il videoclip, lanciato in rotazione nel 1987, entriamo nei panni di tre giovani ragazzi appassionati di musica pesante, chiusi in cantina a guardare la tv. Il canale è sintonizzato su Mtv ma loro non sembrano apprezzare, così, dopo l'ennesimo inutile video, decidono di spegnere e di mettere su un disco. Ovviamente è heavy metal, ovviamente sono i Manowar, e le note dei nostri eroi li cullano mentre scrivono una lettera di rimprovero proprio all'emittente musicale, accusandola di mandare in onda sempre la solita merda. Loro vogliono la potenza del Rock 'n' roll, perché è il genere giusto per sfogarsi, per ballare, bere birra e fare sesso. A loro non importa nulla delle Label, dei soldi che girano nel mondo musicale, della robaccia commerciale. I giovani hanno bisogno di musica vera.

Metal Warriors

Metal Warriors (Guerrieri del Metallo) è espressione di pochezza concettuale ma è anche un simbolo, perché è il classico titolo alla Manowar, la band del popolo, una delle poche in grado di radunare intorno a sé folle di metallari incalliti tutti uniti sotto il vessillo dell'acciaio, per urlare al mondo che l'Heavy Metal non è solo musica ma anzi, una vera e propria religione, da venerare fino alla morte. Dal silenzio, Eric Adams emerge con ghigno famelico, il timbro è pieno e cattivo, a tratti anche sporco, ma è sempre lui, il migliore di tutti, che ci accompagna in questa battaglia sonora. La batteria di Rhino fa la differenza nonostante la semplicità che appartiene a un pezzo come questo, ma tanto basta che capire che il musicista in questione è un mostro di tecnica, sicuramente meno statico del suo illustre predecessore Columbus. Mentre Adams intona le prime strofe, emerge anche la virtuosa chitarra del giovane David Shankle, musicista scovato tra più di centocinquanta candidati accorsi per sostituire un gigante come Ross "The Boss", qui alle prese con un semplice ma efficace riffing. Ovviamente si parla di un raduno di metallari, tutti coloro che hanno udito la chiamata sono invitati a partecipare e così, come fratelli uniti nel sacro vincolo del metallo, si divertono creando un'atmosfera magica dove ognuno fa la sua parte, perché c'è magia nella musica ma c'è anche magia in ognuno di noi, per un'energia devastante quanto si è uniti. A questo punto parte l'ormai leggendario ritornello, orecchiabile, che si memorizza all'istante, ultra melodico, capace di fomentare non poco grazie a un Adams spaventoso che inneggia all'Heavy Metal e caccia via chi non lo apprezza, invitando delicatamente sfigati e fighetti a togliersi dalle palle lasciando la sacra aula del metallo. Impossibile non ridere di fronte a tanta veemenza, ma anche impossibile restare fermi all'ascolto di tanta potenza sonora, irrobustita dall'entrata in scena del basso di Joey DeMaio, sempre protagonista. Non si prende fiato perché si prosegue subito con la seconda quartina, dove il mondo deve conoscere il decreto finale del popolo metallaro, ossia quello di suonare sempre più potenti, di farlo con piacere e, soprattutto, di prendere a calci chi non ascolta rock duro. Tale arroganza raggiunge il culmine nella frase "If you're not into metal, you are not my friend", attraverso la quale i Manowar esprimono la loro filosofia e la loro appartenenza a un determinato mondo. Subito dopo il secondo refrain parte l'assolo e Shankle mette in evidenza la sua tecnica, incrociando poi l'ascia con quella di DeMaio, lasciando di nuovo spazio alla voce impetuosa di Adams, il quale si lancia negli immancabili acuti che lo hanno reso immortale nella terza strofa, praticamente tutta cantata in questo modo, spingendo al massimo e alternandosi con un altro brillante assolo di chitarra. Ma non finisce qui, perché inizia il bridge, dalla velocità media e proprio su questo mid tempo, a mò di cavalcata epica, la band ci costruirà metà dei brani che verranno, intanto il vocalist torna calmo, ma qui, a premere, è Rhino che pesta come un dannato dietro le pelli; nell'aria c'è profumo di musica, il rock conquista lentamente la notte, e se non si hanno le palle per questo genere è meglio lasciare la sala all'istante. Questo è l'ordine perentorio del singer, il quale si lancia in un finale da brividi, ripetendo il chorus, ma questa volta accompagnato, in sottofondo, da urla e acuti pazzeschi. Un brano spaccone, sicuramente non eccelso liricamente ed anzi, molto basilare, ma sempre in grado di trasmettere una buona dose di energia, potente e da cantare a squarciagola, specie in sede live.

Black Wind, Fire And Steel

Black Wind, Fire And Steel (Vento Nero, Fuoco E Acciaio). Basterebbe solo il titolo per far tremare le ginocchia, poiché il contenuto, musicale e lirico, è la summa di tutta la carriera dei Manowar. Joey DeMaio plettra col suo basso modificato, emettendo uno strano suono zanzaresco già sperimentato in passato e che resta tale per tutta la durata della strofa, accompagnando la voce isterica di Adams, ogni tanto frammentata da un colpo tonante di Columbus per dare maggior impeto. Questo è un brano frenetico, nervoso, che non lascia scampo, il ritornello è dietro l'angolo, tanto che giunge appena dopo venti secondo, ed è dotato di un gusto melodico che si memorizza all'istante, supportato dall'esplosione di tutta la sezione ritmica in un crescendo che mette i brividi, dove risalta la potenza della batteria e l'istintivo fraseggio di Ross "The Boss". È il momento giusto per far scatenare un mostro di bravura come Eric Adams, dopo che per quasi tutto l'album si è trattenuto, almeno rispetto ai dischi precedenti, e la sua performance è celestiale, prima divora le strofe e poi si lancia nel famosissimo refrain, in una struttura alternata molto classica, concludendo con l'immancabile acuto finale divenuto un marchio di fabbrica. La cosa interessante da notare è che il testo termina prima di metà canzone, dopodiché abbiamo un grande assolo di chitarra che fa scintille, dunque torna il chorus, ripetuto decine di volte con tutta la sezione ritmica a supporto fino sorprendere tutti con un colpo di scena, il ritmo rallenta, il vocalist segue gli strumenti e riprende fiato perché sta per emettere l'acuto più lungo di sempre, entrato nei guinness con i suoi trenta secondi di durata. Seguono dei rumori alienanti suonati da DeMaio che allungano il pezzo di due minuti e chiudono l'intero lavoro nel caos generale. Il testo è in perfetto stile Manowar: sangue, acciaio, sacrificio in battaglia; ecco i temi affrontati, dove un soldato figlio del Nord, nato dalla polvere e dal fuoco, si scaglia contro i nemici in groppa al suo cavallo infernale. È protetto dagli Dei e sa che, comunque vada, sarà lui a trionfare, la spada è al suo fianco e l'estasi della guerra lo fomenta. L'attende il regno promesso dove potrà divertirsi nella sala dagli immortali e banchettare tutte le notti. La tematica epica è fortemente presente, riprendendo un discorso interrotto quasi totalmente in un album come "Fighting The World", opera dal quale è tratta questa perla, e recuperando direttamente la oramai mitologica trilogia epica di inizio carriera, a testimonianza che i Manowar sono ancora gli stessi, nonostante il cambio di direzione intrapreso dalla seconda metà degli anni 80. Conan il Barbaro rimane il loro riferimento favorito, il cimmero dell'era iboriana continua con la sua virile ostentazione di potere a dominare l'immaginario guerresco di una band che ha basato la sua fortuna su determinate atmosfere e determinati sfondi. Eroismo, valore, vendetta, fede, tutto è meravigliosamente compendiato in questi versi al fulmicotone, i quali suonano esattamente come una dichiarazione di guerra.

Hail And Kill

Hail And Kill (Acclama E Uccidi) è uno dei massimi capolavori dell'epic metal, tanto che è impossibile non amarlo, quantomeno criticarlo. Ci troviamo al centro della battaglia e i nostri quattro cavalieri sono ispirati più che mai, basta soltanto l'introduzione con tutta la sezione ritmica impennata per trasmettere ferocia e per liberare gli istinti più animaleschi. Il fraseggio iniziale è la massima espressione di epicità, mentre la batteria, che scalcia ogni tanto, interviene a ricordarci che i toni sono solenni ma oscuri e perciò crea la giusta atmosfera apocalittica. È la quiete prima della tempesta, perché Eric Adams inizia a cantare con tono deciso ma delicato sopra un arpeggio emozionante e intimo, attraverso il quale i guerrieri pronti alla lotta si stanno radunando sulla cima di una collina. Quello che si va a formare è un esercito di uomini, in sella ai cavalli, decisi a gettarsi nella mischia, scendendo dal colle con passo svelto facendo tremare la terra e riproducendo lo scoppio di un tuono in cielo, le spade strette in mano e assetate di sangue e i martelli alzati in aria in onore degli Dei. Il lungo verso si stoppa improvvisamente, si sente solo il sibilo del vento per qualche istante e tutto si carica per poi sfociare nell'ira funesta guidata da un Adams infernale che intona la seconda strofa con quanta più energia in corpo. La morte e il sangue stanno aspettando in cielo come corvi dallo sguardo attento, in cerca di cadaveri da prosciugare, la vita e la morte sono impresse negli occhi dei combattenti, eroi che si sacrificano per la volontà divina. La cattiveria vocale è ben supportata da una sezione ritmica spaventosa, il riffing di Ross "The Boss" è tagliente quanto pesante, il basso pulsa febbrilmente e Columbus è monolitico. Si giunge allo spietato refrain, velenoso come un serpente, adrenalinico al punto giusto, costruito sulle parole del titolo, semplici ma di sicuro impatto, potenziate da cori guerreschi. L'ennesimo acuto del vocalist, vero marchio di fabbrica della musica dei Manowar, e si riparte con la stessa velocità e foga. Il terzo verso parla del nostro protagonista, il capo dell'esercito, un uomo cresciuto nei boschi, che si considera figlio dei lupi, abituato a tutto. Questi sa che sta per morire, ma prima di abbandonare la terra reca con sé odio, disprezzo per i deboli e vendetta, ma anche salvezza per coloro che difende. È ormai giunta la sua fine, il suo Dio ha deciso così, non gli resta che salutare e uccidere. Si passa a una meravigliosa e incisiva fase strumentale, assoli di chitarra e di basso all'unisono e poi il fraseggio iniziale viene riproposto con l'aggiunta di cori da stadio che incitano all'uccisione. Un urlo disumano e Adams si lancia in falsetto per la parte finale, trascinandoci direttamente in guerra, dove assistiamo a corpi lacerati, schizzi di sangue, cuori in fermento, stupri delle donne sottomesse, rapite ai nemici morti, e lamenti dei vinti. Finale apocalittico, un'orgia di sangue e di violenza che va in crescendo fino a ripartire col refrain.

The Power Of Thy Sword

The Power of Thy Sword (Il Potere Della Tua Spada) è una delle migliori canzoni della band. L'acciaio sfrega, probabilmente si sta affilando una spada, pronta a lacerare carni e a bagnarsi di sangue, dunque l'affilata (proprio come la spada) chitarra di Shankle e il granitico basso di DeMaio si lanciano in una lunga corsa introduttiva e a dir poco spettacolare, un viaggio nell'epos, decorato da cori barbarici e da duelli con le armi. La batteria di Rhino entra in gioco e sembra scoccare colpi di frusta, poi il ritmo accelera, doppio pedale e sezione ritmica sparata a mille. Eric Adams intona ben tre strofe prima di giungere al refrain, praticamente le divora con voce arcigna e poi si sfoga in tutta la sua potenza con la melodia incredibile di un chorus trionfale e liberatorio che conquista al primo ascolto. Ancora il rumore di due spade che scontrano in duello e riparte senza sosta la nuova strofa. Intanto i nostri eroi ci stanno narrando della preparazione per l'imminente battaglia, i guerrieri affilano le armi e pregano gli Dei di non cadere. Su tutti spicca il capo, colui che è benedetto dalle divinità, l'impavido che affronta uomini e belve senza paura alcuna e che comanda il suo esercito in guerra, per celebrare il dolore e la distruzione per cui sono nati. Così gli eserciti finalmente si scontrano, ed è una lotta nel cuore della notte, dove gli unici bagliori provengono dall'acciaio che si riflette sotto la tiepida luce della luna. L'ordine impartito è quello di rimanere in piedi e combattere, mentre gli altri cadono, mentre gli Dei del nord infondono potere indomito alla spada dell'eroe. Intanto proseguono altre due quartine, nelle quali il guerriero è assetato di sangue, feroce come la sua spada e spietato come il suo odio, poiché è nato per morire in battaglia. Egli sorride al suo fato e ne accetta le conseguenze con coraggio. Ecco il secondo meraviglioso ritornello che si infrange con il forsennato solo di chitarra elettrica, mentre DeMaio esegue degli effetti metallici che replicano il duello in atto. Ma tutto finisce presto, perché la sezione ritmica si smorza concedendo una piccola e improvvisa pausa. Qualche secondo di silenzio ed ecco giungere un bridge davvero geniale e toccante, ricco di sentimento e di profondità, costruito sulle tastiere e sulla grande interpretazione di Adams. Sull'acuto si riprende a spingere sull'acceleratore, le spade vengono nuovamente affilate e ci si prepara per la conclusione. Il vocalist prosegue con altre due strofe, ma questa volta intonate con una grinta immane, studiate per risaltare la sua potentissima voce e per dargli modo di sfogarsi con acuti pazzeschi, mentre si narra che l'eroe è pronto a morire dopo aver spillato l'ultima goccia di sangue dal nemico.

Herz Aus Stahl

Herz Aus Stahl (Cuore D'Acciaio) è la versione in lingua tedesca della celeberrima "Heart Of Steel", già ascoltata come B-side del singolo del 1988 e qui inserita a omaggiare il popolo tedesco, dove la band ha la sua fanbase maggiore al mondo. In questa ballad, i Manowar rappresentano l'onore, il trionfo, la goliardia, ma anche la passione, il sacrificio, la solitudine, il combattimento, la volontà di esprimere sé stessi e le emozioni provate. Proprio il sentiero della solitudine viene illustrato dal malinconico tocco del piano, accompagnato dal vento, e dunque emerge poetica la voce di un Eric Adams che intona il primo bellissimo verso nel quale decanta di una meta da raggiungere, un posto oltre la sfera celeste, nell'universo dominato da comete incandescenti. Proprio una di esse brilla più di tutte, illuminando il lunghissimo cammino che il nostro eroe deve percorrere per tornare a casa, quasi fosse un alieno che deve lasciare la terra verso un mondo ignoto. Qualcuno lassù grida il suo nome, lo implora di tornare a casa, di combattere coloro che cercano di trattenerlo, evadere dal mondo e sfidare il vento gelido che ora soffia sul suo viso. La strada è lunga e pericolosa ma egli sa come comportarsi, deve lottare da solo contro il mondo, anche se una fitta gli penetra nel cuore e lo atterrisce. Parte il primo ritornello, costruito ancora sulle note del pianoforte, perciò abbiamo piano e voce come fosse un lied (parola tedesca dal significato di "canzone" e che indica, nella musica classica, l'esecuzione di una voce solista accompagnata solo dal piano) attraverso il quale Adams sfoggia la sua mostruosa tecnica in una melodia bella da togliere il fiato e in grado di colpire l'ascoltatore dritto al cuore e nella mente. Non solo l'aspetto melodico è strepitoso ma anche le liriche proseguono su questa scia barbarico-romantica dove il protagonista decide di restare e di combattere, di vivere secondo quanto suggeritogli dall'animo, di esprimere le proprie sensazioni; capisce quindi che è inutile sognare di fuggire da questo mondo, bisogna lottare con tutto sé stessi per farsi valere e per cambiare le regole. Bisogna essere eroi, puri, onesti, dal cuore d'acciaio. Senza perdere tempo riparte la seconda strofa e qui abbiamo l'esplosione di tutti gli strumenti, il pianoforte viene sommerso dalla potenza della batteria di Columbus e dalla chitarra elettrica anche se resta udibile per tutto il brano, mentre DeMaio riesce ad emergere soltanto nella seconda sezione di questo verso e irrobustendo tutta la base. Gli animi si infiammano ed Eric Adams lancia il suo primo acuto prima di intonare il secondo refrain, questa volta potenziato sia dalla sezione ritmica che da corri guerreschi a far da cornice. La battaglia è scoppiata, c'è solo un modo per tornare a casa, bisogna combattere i meschini, i bastardi che si divertono a tagliare gole, ma questi pagheranno con la vita, moriranno e spariranno come neve al sole. Il nostro eroe non ha paura di morire, il fuoco gli illumina gli occhi e si getta nella mischia, sottomettendo il nemico, facendolo inginocchiare e gridandogli in faccia che il suo è un cuore d'acciaio, impossibile da spezzare, troppo difficile da convertire. Un cuore puro che si batte per degli ideali di libertà. Adams spara un acuto pazzesco al termine del ritornello, evidenziando le sue enormi doti vocali, e poi prosegue imperterrito la coda finale, accompagnato da cori sempre più invasivi ed epici, fino alla conclusione del pezzo, in un trionfo di romanticismo e di epicità che mette i brividi sulla pelle.

Kingdom Come

È la volta della potente Kingdom Come (Il Regno Che Verrà), dove il prode Adams tocca vette mai udite prima. Una rullata di batteria e il vocalist, con voce effettata, introduce questa magnifica perla di epic metal, declamando due quartine molto melodiche ma che non perdono un briciolo di potenza perché costruite su un riffing spietato che va ad incrociarsi col muscoloso basso di DeMaio, in questo caso molto simile a una seconda chitarra. Qui si narra di una luce bianca e sacra che giunge dal cielo e che va a illuminare il corpo di un uomo, fino ad insinuarsi dentro di lui: è la luce della conoscenza, che indica la via da seguire e che da guida per la sapienza. È una sorta di preveggenza, consapevolezza di un regno destinato ad arrivare. Segue un ritornello tanto scarno quanto affascinante, incentrato solo sulle parole del titolo e accompagnato dai cori che si infrangono sulla mastodontica performance di Eric Adams che spara acuti a destra e a manca sovrastando i piatti di Columbus, qui davvero tonanti. Si prosegue così, parlando sempre del lume della conoscenza e della speranza, preambolo di vittoria per tutti gli adepti, alternando strofe e ritornelli, conditi con acuti, tamburi e cori fino alla sezione strumentale che vede Ross "The Boss" dettare legge con uno splendido assolo, dal sapore apocalittico ma sempre regale, che va spegnersi contro l'ennesimo acuto che dà inizio alla coda finale dove si sta erigendo il nuovo regno mentre tutti gli altri sono destinati a cadere miseramente. Il nuovo luogo sacro sorgerà tra le rovine e gli adepti saranno ricompensati per la lunga attesa a cui sono stati sottoposti. Ma la vera magia è nella parte finale, per più di un minuto Adams si lancia in lunghi acuti, contornati da cori e da una sezione ritmica quieta ma gloriosa, dove emerge un basso cadenzato a fare da supporto al coro epico che sembra riprendere quello della precedente traccia. Un finale epico, sublime, trionfale, testimonianza di un regno tanto atteso e che finalmente è giunto per illuminarci un cammino fatto di speranza e di sogni, costruito proprio sulle macerie di un mondo allo sbando, misero e buio. Una speranza di luce, dove la musica gioca un ruolo fondamentale. Insomma, "Kingdom Come" è Manowar al 100%. Un pezzo che nel suo incedere dipinge questa nuova era, questo mondo che avanza, sorretto da inni guerreschi e sferragliate di spade. I cavalli sono ben sellati, scalpitanti: i guerrieri sono pronti a partire alla volta della conquista, fiancheggiando i loro quattro generali in quest'epica impresa. Perché si è quasi "leggendari" anche solo ascoltando un brano del genere. Il protagonista è indubbiamente anch'egli abbagliato dal profilarsi di un futuro radioso, e accoglie tutto questo con gioia e fervore. I Nostri sanno sempre come far centro nell'animo di chiunque, pur presentando topoi assai utilizzati e sfruttati in tutto il loro repertorio.

Master Of The Wind

Si conclude con la struggente Master Of The Wind (Il Signore Del Vento), che a sua volta chiudeva il grande "The Triumph Of Steel". Questa ballata, diventata ormai leggendaria tra i metallari, è molto semplice nella sua composizione, nonché nella sua esecuzione, essendo povera a livello strumentale e giocata tutta sull'atmosfera e sulla profondità del testo. Le strofe si poggiano su timidi arpeggi di chitarra e su suoni sibillini prodotti da sonagli, flauti e tastiere, ma che mai sono invadenti o protagonisti della scena. Infatti, la riuscita del brano è affidata completamente all'interpretazione di un Eric Adams, come al solito, unico e magnifico interprete anche nelle tonalità più delicate. La composizione è molto classica, doppia strofa/ritornello, senza intermezzi strumentali, dunque è davvero essenziale, ma di certo non perde in emozioni, dato che possiede una melodia stupenda, molto melodica e raffinata, ogni tanto esaltata da un colpo di tamburo da parte di Rhino. Cinque minuti che sembrano una ninna nanna e che volano via come il vento, appunto! Nel silenzio delle tenebre un uomo dorme e sogna, nel sogno chiama lo spirito del Vento, allegoria per indicare il viaggio della vita, l'avventura e l'esperienza dell'uomo mortale. Gli angeli cantano e lo cullano in questa dolce illusione, mentre il sole sta per sorgere dal cielo dell'est, illuminando con i tiepidi raggi mattutini le tenebre. La luce della candela, servita per illuminare la stanza durante la notte si spegne per il soffio del vento che si alzato all'improvviso, accompagnando il nuovo giorno, ed è il vento del cambiamento che dona fortuna al dormiente, al sognatore. Il ritornello, sublime nel suo aspetto melodico, ha anche un grande valore a livello lirico, perché contiene un messaggio fantastico, cioè quello di proseguire la ricerca interiore per migliorare se stessi, laddove una strada finisce ne inizia un'altra che porta a una meta diversa, e così all'infinito; proprio come un arcobaleno in cielo che non ha confini. Le nostre lacrime, i nostri sogni, i nostri pensieri e obiettivi sono affidati al vento e portati lontano come sussurri sparsi nel mondo. Ben poche volte i Manowar sono stati così poetici, a testimonianza che quando vogliono fare sul serio, al di là dei proclami al sesso, alle birre, alle moto e agli inni di guerra, riescono a rivelare persino una sensibilità fuori dal comune. Il Vento è una divinità che tutto conosce e che segna il destino degli uomini, indica loro la via e illumina i loro sogni, ma la tematica della realizzazione personale non è la prima volta che viene affrontata dalla band, basta ricordare i testi di "Heart Of Steel" ma anche quello di "Courage", anche se un po' tutti i loro testi sono disseminati di proclami a favore della libertà individuale, della realizzazione dei proprio sogni, al coraggio di combattere quotidianamente.

Conclusioni

Quattordici brani che testimoniano la qualità musicale di una delle band più importanti del metal, un'ora e dieci minuti di epic metal comprendente le ultime composizioni targate Manowar, quelle che si snodano su un arco di tempo che va dal 1987 al 1992, solo i cinque anni durante i quali sono stati vincolati alla label Atlantic. Il fedele illustratore Ken Kelly, autore di tutte le copertine della band, questa volta salta, anche perché si tratta di un prodotto non riconosciuto dalla band, lasciando il lavoro sporco a un certo Norbert Iten, che, francamente, combina un bel pasticcio, disegnando un art-work piuttosto brutto, dai tratti grossolani e dagli intenti grotteschi; magari una scelta mirata, ma poco per soddisfare il mero gusto visivo, rendendo più fumettosi i tratti del vichingo dai muscoli d'acciaio che solitamente campeggia sulle cover dei re del metallo. Questa volta, il guerriero dagli occhi luminosi è defilato e, sotto una scarica di fulmini, alza in alto una maschera demoniaca, strappata direttamente dal muro di cemento alle sue spalle. Il tutto sa molto di cartone animato giapponese, di anime, come vengono definiti, perciò abbastanza distanti dall'iconografia "ufficiale" dei Manowar. Ma l'aria di superficialità è visibile non solo dalla copertina di questa compilation, ma dal contenuto stesso del disco, il quale illumina soltanto pochi anni della carriera del gruppo americano. La superficialità ovviamente non intacca il contenuto, perché qui parliamo di Manowar, e di Manowar al massimo livello, quando ancora erano ispirati, perciò le varie canzoni presenti sono tutte di ottima fattura, ma la superficialità fuoriesce dal momento in cui non c'era affatto bisogno di creare un best of ad hoc per soli tre dischi. Va bene coronare il periodo sotto il controllo della major Atlantic, prima di approdare all'altrettanto famosa Geffen e dare alle stampe "Louder Than Hell", ma certe operazioni sanno tanto di presa per i fondelli, anche se, come già accennato, la band stessa era contro tale operazione. Proprio da questo periodo in poi, la band guidata dal bassista DeMaio, viene costretta dalle varie case di produzione a intasare letteralmente il mercato con una serie infinita di live-album, singoli, ep e gadjet che non fanno altro che aumentare le critiche da parte di un certo tipo di stampa e di pubblico, contaminando la propria attività regalando sempre più robaccia inutile e sempre meno musica inedita. Insomma, i dischi presi ad esame sono tre grandissime opere, lo schietto "Fighting The World", il leggendario e rappresentativo "Kings Of Metal", tra l'altro, best seller della band, e il possente "The Triumph Of Steel", tre lavori fusi e di cui possiamo trovare alcuni estratti nella compilation. Eppure, mancano pezzi meravigliosi, lasciando spazio, più che altro, a quelli più diretti, utilizzati come singoli. Sia chiaro, l'utilità di un best of è praticamente nulla, specie in ambito hard rock, e qui è ancora più nulla visto che tratta solo un breve periodo. Maledette costrizioni contrattuali, i Manowar dovevano ancora un'opera alla Atlantic, ma la scelta di proseguire il tour ha prevalso, costringendo la formazione a sfornare, bello e pronto, questo discutibile dischetto, prima di poter proseguire la propria marcia battagliera nel nome di Odino e di tutti gli dei del Valhalla. Fa piacere, comunque, trovare in scaletta brani fin troppo screditati dalla stessa band, splendide canzoni quali "The Power Of Thy Sword", "The Demon's Whip" o la superba "Kingdom Come", anche se fa irritare l'inserimento del brano narrativo "The Warrior's Prayer", che sarebbe potuto essere sostituito da altri più meritevoli. Dunque, "The Hell Of Steel" è una compilation poco convincente, di buona qualità per ovvie cose, ma destinata soprattutto ai neofiti della band, coloro i quali vogliono farsi un'idea di chi siano questi signori e di che cosa abbiano combinato nel lasso di tempo a cavallo tra i mitici anni '80 e i più crudeli, almeno per quanto riguarda il genere trattato, '90. Un'introduzione alla musica della band non proprio di grande interesse, ma tant'è che questa rappresenta la prima raccolta di una lunga serie. Basti pensare che, soltanto tre anni dopo, i Manowar ci faranno dono di un'altra compilation, proseguendo così fino alla soglia del nuovo millennio, licenziando altre due compilation, l'una di seguito all'altra, in un tripudio di Steel, Kingdom e Warriors nei titoli, mai riconosciute e approvare ufficialmente dai musicisti coinvolti.

1) Fighting The World
2) Kings Of Metal
3) The Demon's Whip
4) The Warrios's Prayer
5) Defender
6) The Crown And The Ring
7) Blow Your Speakers
8) Metal Warriors
9) Black Wind, Fire And Steel
10) Hail And Kill
11) The Power Of Thy Sword
12) Herz Aus Stahl
13) Kingdom Come
14) Master Of The Wind
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