MANOWAR

Steel Warriors

1998 - BMG

A CURA DI
ANDREA CERASI
29/07/2017
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Il successo dell'album "Louder Than Hell" conferma i Manowar ai vertici della scena metal, nonché una delle pochissime band storiche a superare indenni più di un lustro di buio artistico che colpisce tutti i generi di rock classico, mantenendo pubblico e fedeltà al proprio credo musicale. Nel 1997 si comincia a vedere la luce fuori dal tunnel, e allora riesplodono generi che, dalla fine degli anni 80, avevano perso smalto e non facevano più presa sui metallari del mondo, concentrati più che altro su sottogeneri più freschi. Grazie alla ripresa e alla forte influenza dei classici degli anni 80 e grazie alla nascita di numerose band dedite proprio a generi fino a poco prima dimenticati, troviamo una nuova epoca d'oro per tutto ciò che riguarda l'heavy/power classico. In tutto ciò e nonostante i numerosi cambiamenti, l'epic metal sembra ritrovare nuova linfa vitale e una band come quella di DeMaio, che ne è la massima incarnazione, di certo riesce a confermare una supremazia incontrastata in tale ambito musicale. È il momento giusto per pubblicare il primo live-album in carriera, e così i Manowar decidono di rilasciare un doppio disco dal titolo di "Hell On Wheels", uscito nel novembre del 1997; trattasi non di un live comune, perché le ventitré tracce che troviamo lungo il nostro percorso non sono estrapolate dallo stesso concerto, ma sono riprese da vari live tenuti in giro per il mondo, fino a coprire quasi ogni paese in cui i Manowar hanno fatto tappa nel biennio 1996-1997. È una compilation che si pone il compito di ringraziare tutti i fans sparsi per il globo, ma non resta l'unica raccolta pubblicata in questo periodo, perché è qui che incomincia la nuova filosofia "commerciale", decisa più che altro delle varie etichette che controllano il materiale del combo americano, immettendo sul mercato una lunga serie di lavori, molti dei quali dalla discutibile utilità, saturando il mercato musicale. A seguito del rinnovato interesse per l'epic, si decide di cavalcare l'onda dell'entusiasmo pubblicando "Anthology", la seconda compilation senza però il consenso della band e che fa infuriare DeMaio per la cover scelta, una delle più discusse, criticate e pese in giro di sempre, perché mostra i nostri quattro cavalieri newyorkesi in posa, dentro un'officina, seminudi e in mutandoni di pelliccia. La foto è di vecchia data, dal momento che è presente il chitarrista Ross The Boss, dimissionario nel 1989, anche se alcuni pezzi della track-list sono estrapolati da "The Triumph Of Steel", quando lo stesso chitarrista era già stato rimpiazzato da David Shankle. Insomma, la confusione è palese e la formazione newyorkese non approva la pubblicazione del best of, tanto che, per rimediare, opta per il rilascio di un'altra raccolta: "The Kingdom Of Steel", pubblicata nel 1998; ma c'è di più, perché per sopperire alla mancanza di brani tratti dai capolavori non presenti in "Anthology", ossia "Into Glory Ride" e "Hail To England", nello stesso anno viene pubblicata l'ultima raccolta della serie, a nome "Steel Warriors", un mix tra le due opere qui scartate e con un'altra copertina sbagliata, visto che qui figura il chitarrista Karl Logan al posto di Ross The Boss, componente dei due album presi in esame. Tralasciando le questioni di "immagine", mai come ora c'è bisogno dell'epic metal dei nostri quattro cavalieri di Auburn, e allora, per non lasciare a bocca asciutta i propri adepti e soddisfare le manie di collezionismo, ecco la quarta e ultima, almeno per ora, collezione di brani totalmente inutile se non per mera pubblicità autocelebrativa atta a gonfiare il portafoglio, quello dei musicisti e, soprattutto, quello dei capi della casa di produzione. Comunque la si veda, in "Steel Warriors" fanno capolino diversi inni-capolavoro che appartengono alla fase più ispirata dei Manowar, quando, nel lontano biennio 1983-1984 la band si imponeva nell'Olimpo dell'hard rock col suo epic primordiale, costituito da riff glaciali e potentissimi e da melodie eccezionali, ormai diventate dei classici per tutti noi metallari.

Secret Of Steel

Secret Of Steel (Il Segreto Dell'Acciaio) è uno dei più grandi capolavori del gruppo e non solo. La batteria introduce questa traccia dal sapore doom, cadenzata e oscura. Il basso di Joey DeMaio è acutissimo, tanto da sembrare una seconda chitarra, affiancando Ross Funicello nello stesso terreno di battaglia. Trascorre poco e il ritmo cambia, accelera attraverso una raffica di batteria e un riff lisergico, per poi affievolirsi nuovamente. L'atmosfera è catartica, la prima parte è somemrsa in un mare di riff crepuscolari che fanno il filo ai Black Sabbath, poi la voce di Eric Adams svetta sugli strumenti, imponendosi con la sua versatilità e la sua innata potenza ed è subito un colpo al cuore. Le linee vocali sono struggenti, dannatamente epiche ed evocative, e mettono in risalto la tecnica del più grande vocalist della storia del metal. La strofa dura pochissimo e qui succede una cosa particolare, in breve ci troviamo di fronte al ritornello, ma non è un ritornello comune, perché è lunghissimo, lentissimo, velenoso, che si protrae con violenza fino a metà brano. L'aspetto melodico è divino ma anche la sezione strumentale è praticamente perfetta, coadiuvata persino dall'introduzione di cori vichinghi che emergono in alcune parti dando la sensazione di ritrovarsi proiettati nel film di Conan, per combattere al suo fianco, mentre Columbus improvvisa una marcia per fa il verso alla carica dei cavalli. In mente giungono le parole del padre di Conan in merito al segreto dell'acciaio, portato sulla terra dal dio Crom. Crom è un dio oscuro, che dalla cima di una montagna scruta il mondo sottostante e giudica gli esseri umani. Odia i deboli e apprezza i forti, i coraggiosi, in particolare Conan, suo protetto. Il tanto decantato segreto dell'acciaio è una speciale lavorazione del ferro per rendere indistruttibili le spade, ma sono in pochi a conoscerlo e a utilizzare quella speciale tecnica di tempra. Conan, così come suo padre, ne sono a conoscenza, per questo sono invincibili. In sottofondo, tanto per caricare il tutto, basso e chitarra emettono dei suoni strani, cavernicoli, primitivi. Questi sono i Manowar di un tempo lontano, che avevano mille idee e sapevano come costruire un brano senza risultare pacchiani o ridicoli, e un po' piange il cuore sapere che questo modo di suonare è andato perduto per sempre. Ross "The Boss" si lancia in un assolo assassino, al vetriolo tanto è ruvido e magnetico, poi torna la voce di Adams per il secondo refrain. E qui si esagera davvero, perché lo stesso spara una serie di acuti inverosimili, onnipotenti, terminando i sei minuti della composizione. Un brano spaventosamente bello, dall'impatto sonoro che spazza via ogni cosa, dalle liriche mitologiche che onorano il film con Schwarzenegger a cominciare dal titolo, riprendendo la leggenda cimmerica, tribù dello stesso Conan, inventata da Robert E. Howard nel fumetto "Conan il cimmero", apparso per la prima volta nel 1932.

Black Arrows

Black Arrows (Frecce Nere) rappresenta il tripudio strumentale di Joey DeMaio, il quale decide di appagare il proprio ego con questo particolare assolo introdotto dalla sua voce, modificata, che recita una condanna al falso metallo. Ogni nota che suona è come una freccia nera che dona la morte trafiggendo i cuori degli adepti al falso culto del metallo, asserisce. E noi ci crediamo. Dopodiché parte con un assolo della durata di tre minuti e che più che un basso sembra di sentire una chitarra. Il suono è acutissimo, sinergico e metallico, come lo sfregare di due sbarre di acciaio, evidenziando la continua sperimentazione del musicista ai danni del suo strumento preferito. Cosa che ritroviamo in molti altri brani strumentali disseminati qua e là all'interno della discografia manowariana. Però diciamolo, tali composizioni raramente colpiscono in positivo, facendo storcere il naso a molti ascoltatori, messe lì a casaccio infastidendo e spezzando il ritmo dell'opera. Anche in questo caso, l'esecuzione di "Black Arrows" stona parecchio, è tamarra e insulsa, tanto da porsi come esaltazione fine a se stessa. Ma si sa, DeMaio si compiace troppo, in studio come dal vivo, regalando perle di dubbia qualità.

Each Dawn I Die

Each Dawn I Die (Muoio Ad Ogni Alba) irrompe in modo brusco con un basso in primo piano, suonato come fosse una chitarra e che si eleva sulla batteria e sulla chitarra emettendo un suono metallico e acuto. Eric Adams intona le quartine con una voce modificata, come se provenisse dall'oltretomba e simulando il sospiro di uno spettro, per poi terminare il verso con un paio di acuti. L'andamento del brano è piuttosto particolare, siamo nuovamente di fronte a un mid-tempo dalla struttura monolitica ma che, in questo caso, riporta elementi sperimentali nel sound, risultando un pezzo coraggioso e poco orecchiabile, nel quale la melodia non è un accessorio fondamentale ma che riesce comunque a insinuarsi subdolamente in prossimità di un brevissimo refrain cantato a squarciagola e anticipato da un pre-chorus deliziosamente epico e trionfale. Questa è una canzone fantastica, le cui linee vengono messe in risalto dalla potenza e dalla versatilità del vocalist, vero numero uno di tutta la scena. Il primo cambio di tempo si ha con la sezione strumentale, i fraseggi armonici di DeMaio contrastano con l'ascia di Ross "The Boss" in una unione screziata di ruggine e di polvere, evidenziando un suono pazzesco per l'epoca, potentissimo e sulfureo, messo in risalto dall'abrasivo assolo chitarristico. Si riprende il ritmo iniziale saltando le quartine e intonando direttamente il pre-chorus, Eric Adams riempie d'aria i polmoni e si lancia in un ritornello prolungato e declamato con ferocia inaudita. Un ultimo acuto, poi un grido che fa rabbrividire e si giunge alla conclusione. "Each Dawn I Die" è una delle tracce meno considerate della discografia della band, tanto che raramente è stata eseguita dal vivo, eppure trasuda epicità da tutti i pori, tanto da risultare una delle mie preferite, proprio grazie alla sua particolarità e al suo coraggio. Il testo è un serpente che si divincola cercando di mordersi la coda e la cui morsa è velenosa, fatale. Un guerriero è condotto dai suoi demoni attraverso la tempesta che segna il confine tra il mondo degli uomini e quello degli Dei. Il suo passaggio alla vita ultraterrena si sta per compiere, dopo ed essere stato catturato in flagrante per aver ucciso alcune sacerdotesse pagane nel loro templio. Una delle sacre donne, labbra velenose e occhi di gatto, lo lega ad un albero, lo bacia maledicendolo attraverso la stregoneria e poi lo brucia. Il corpo del guerriero arde violentemente ma il suo spirito viene circondato dalle ombre dei demoni e scortato altrove, dove potrà rigenerarsi ogni giorno, all'alba, per l'orgia finale. Il suo sacrificio è obbligatorio, bisogna rendere omaggio agli Dei e le sacerdotesse, ogni mattina, gli infliggono pene differenti e lo vedono morire. È un po' come la leggenda di Prometeo, punito da Zeus per aver rubato il fuoco agli Dei dell'Olimpo e destinarlo agli uomini, legato su una scogliera in balia delle aquile che si cibano continuamente delle sue viscere poiché queste hanno il potere, ogni notte, di rigenerarsi, costringendo il titano a una sofferenza infinita, fino alla liberazione avvenuta grazie all'eroe Eracle.

Hatred

Hatred (Odio) è, a mio avviso, una composizione dannatamente riuscita, oscurissima e che sfiora l'isteria, purtroppo poco conosciuta dal pubblico e poco considerata persino dagli stessi fans. Nel testo si parla di un combattimento tra due guerrieri, il sangue del nemico che bagna l'acciaio del protagonista, un eroe in preda all'odio, tanto incazzato che potrebbe persino mangiarsi il cuore dell'avversario. L'odio alimenta la sua forza, alimenta i suoi muscoli, rendendolo invincibile, quasi immortale. Questo sentimento è il fuoco che gli brucia in petto e che gli scorre nelle vene, tanto che chiunque cerchi di sfidarlo è destinato a morire, con le ossa rotte e la carne lacerata. Un brano complesso, molto particolare, composto più che altro per evidenziare le doti vocali di Eric Adams. Si apre con un riffing pesante, oscuro, cadenzato. La chitarra ringhia alle spalle della batteria e Joey DeMaio sperimenta vari effetti sonori col suo basso da combattimento. Pochi secondi e già si crea confusione nell'ascoltatore, questa non è una cavalcata epica ma una musica vertiginosa, quasi magnetica, senza una struttura ben precisa. Eric Adams intona, con fare luciferino, le prime due quartine quasi recitando, su una base doom metal che fa paura per quanto è maligna. Si giunge al secondo minuto e il tempo cambia improvvisamente, facendo partire uno strano refrain, poco melodico e molto ipnotico, decorato con urla sgraziate. Sembra di ascoltare un pezzo dei Black Sabbath per via del suo andamento così quadrato, ma ecco che il tempo cambia ancora con una breve parentesi chitarristica, una specie di cantilena fiabesca, dove Adams raggiunge vette inaudite giocando con la voce e fomentando con acuti degni della sua grandezza. Si prosegue con un riffing cadenzato e profondo, sempre accompagnato da stranissimi e futuristici effetti sonori eseguiti da DeMaio. Le grida del vocalist aumentano a dismisura in una sorta di sfogo isterico, dunque torna il ritmo principale, quello doom, e si continua a recitare la terza strofa per terminare col chorus. Non c'è che dire, una canzone coraggiosa, che ha il pregio di mettere in risalto la voglia da parte della band di sperimentare, di scovare nuovi sentieri.

Warlord

Una ragazza geme, sedotta da nostro Eric Adams, quando i genitori della stessa li colgono in flagrante. Disperata, la mamma della ragazzina afferma che sua figlia ha soltanto sedici anni e urla contro il nostro Adams, mettendolo in fuga. Il singer, messosi al sicuro dall'ira del padre che gliele vuole dare di santa ragione, si lascia andare a lunga e profonda risata. Un inizio spaccone, non c'è che dire, dunque Warlord (Il Signore Della Guerra) attacca con le chitarre sparate a mille in quella che è la traccia più veloce dell'album "Into Glory Ride", capolavoro del 1983, forse il migliore in assoluto della band. Una colata di metallo classico ci invade i timpani e, nonostante una produzione grezza, gli strumenti si sentono piuttosto bene, la batteria di Columbus è potentissima e il basso di DeMaio pompato al massimo. Il riffing portante, eseguito da un grande Ross "The Boss", copre la prima parte e si protrae facendo da colonna portante per tutto il pezzo, dopodiché Eric Adams incomincia a intonare la prima lunga strofa, che è una sestina, dando subito sfoggio del suo potenziale. L'andamento è veloce, perciò si giunge in fretta al primo chorus, dalla struttura immediata e molto orecchiabile, dall'animo rock 'n' roll, niente di melodicissimo ma che trasmette una carica temeraria. Si riprende con la seconda parte senza un attimo di respiro e quindi seconda strofa e secondo refrain, che lasciano spazio all'assolo, dal piglio 70s, di Ross "The Boss". La parentesi strumentale dura pochi secondi, perché si riattacca subito con la terza strofa. Prima di concludere assistiamo a un bel dialogo tra il vocalist e la chitarra, un giochetto della durata di qualche secondo nel quale Eric Adams si diverte e imitare le note distese dell'ascia, alternandosi ad essa con brevi acuti. Ma non è ancora tempo di lasciarsi andare, perciò il singer si trattiene non sforzandosi più di tanto. "Warlord" è un pezzo diretto, che fomenta già al primo ascolto. Il testo è il trionfo del menefreghismo e dello spirito libero. Nonostante tutti i problemi della vita, di un'esistenza misera ostacolata da un mondo crudele, basta una moto per correre in strada, annusando l'odore dell'olio e della benzina, ed essere felici. Stufi di farsi stritolare da una società corrotta nella quale contano soltanto i soldi, la vita è una e va vissuta al massimo, divertendosi con gli amici, ascoltando musica e facendo l'amore. È uno stile vita, Harley Davidson, cuoio e borchie, bastano questi elementi per essere i signori della strada. Cavalcare la sella della motocicletta, magari con una pollastra abbracciata dietro, per sentirsi re e per non invecchiare mai, scacciando le delusioni quotidiane. I Manowar sono i cantori della società, attraverso l'aspetto fantasy e mitologico si erigono a paladini della giustizia, difensori dell'uomo comune, dei proletari che lottano ogni giorno per un minimo di soddisfazione. Bisogna mantenersi giovani, non cedere ai problemi, e spassarsela.

Gloves Of Metal

Gloves Of Metal (Guanti Di Metallo) è introdotta dalle potentissime chitarre di Ross "The Boss", mai così ruvide, poi tutta la sezione ritmica esplode in un mid-tempo bellicoso, nella quale svetta la favolosa voce di Eric Adams che intona dei versi aspri, precisamente due quartine che si erigono su una base vorticosa guidata dalla batteria di Scott Columbus ma nella quale è prezioso l'apporto di DeMaio al basso, suonato quasi all'unisono con la chitarra elettrica aumentandone l'energia. Il testo è più profondo di quanto possa sembrare, perché è un vero e proprio inno generazionale che riunisce il pubblico di tutto il mondo sotto lo stesso vessillo, quello dell'heavy metal, della passione per la musica, per i vestiti di pelle borchiata, per la birra. In una parola: Manowar, nome definito dallo stesso leader Joey DeMaio come l'uomo-guerriero che ogni mattina si sveglia per andare a lavoro e combatte contro una società corrotta e vigliacca che lo vuole rendere schiavo-burattino. Si giunge al pre-chorus melodico per poi entrare nel ritornello intensamente epico nel quale il vocalist si sfoga con una serie di acuti, accompagnato da cori guerreschi di grande impatto. Trascorsi i due minuti iniziali Ross Funicello si lancia in un brillante solo mentre DeMaio lo segue facendo la parte della seconda chitarra. Ritorna il refrain e poi c'è uno stupendo bridge nel quale gli strumenti si impennano rendendo il suono ancora più vorticoso tramite una serie di ritmi sincopati, protratti a singhiozzo. Infine si procede con gli ultimi chorus e con un Eric Adams che spara un acuto impossibile da riprodurre. "Gloves Of Metal" è in realtà il singolo dell'album "Into Glory Ride", dotato persino di un gustoso videoclip che vede i nostri quattro cavalieri, vestiti con pellicce stile Conan, andare a cavallo brandendo spade e catene per poi esibirsi su un palcoscenico davanti ai propri fans in delirio. Questo sì che è pacchiano, eppure le pose da macho e le vesti da barbari (le stesse che troveremo sulla copertina del disco) non fanno altro che identificare il nuovo genere di musica, portato al successo dai Manowar stessi e tramite la loro iconografia. Il testo è ovviamente un inno alla battaglia, alle notti in cui le armi scintillano. Il richiamo dell'acciaio è troppo forte ed è impossibile rifiutarlo, perciò i cavalieri si riuniscono per portare il potere e la forza, vestiti di borchie e di cuoio. Alle prime luci dell'alba si sentono le grida di coloro che si sono svegliati dai loro sogni ma il suono carico del metallo ancora riecheggia in aria spezzando i tiepidi raggi di sole. La musica dei Re del Metallo (appellativo con il quale la band si autodefinisce e con il quale saranno presto identificati da tutti) è giunta per scuotere l'uomo dal suo torpore. L'uomo comune perciò diventa un eroe che lotta ogni giorno contro la quotidianità, ma non solo perché trova persino dei compagni con i quali condividere gli stessi ideali. Non è solo e quindi si crea una nuova legione di disillusi che combattono contro il mondo per far valere i propri ideali. I guanti di metallo sono quelli indossati dai metallari del mondo e che vengono sventolati durante i concerti con dita strette e concentrate nel pugno. È il pugno della resistenza, della foga notturna, del divertimento, della fratellanza, della lotta alla società.

Bridge Of Death

Un vero capolavoro di epicità è l'intensa Bridge Of Death (Il Ponte Della Morte), lunga ballata che si evolve in tutti i suoi otto minuti, riuscendo a cambiare pelle e a trascinare nel dramma anche l'ascoltatore più disattento. Le liriche sono molto profonde, ricercate e intimiste. Il passaggio tra la vita e la morte è un ponte sospeso nel vuoto, sotto, in lontananza, scorre un fiume nero. Oltre il ponte si intravede la casa degli spiriti, qualcuno chiama il nome del guerriero caduto, lo sta aspettando e accende un fuoco che lui dovrà seguire per non perdersi. La vita che egli ha avuto è stata ricca e piena di successi, ma prima o poi, tutto ha un prezzo e l'uomo ha pagato col sangue, morendo in battaglia. Basso (DeMaio ed il suo leggendario "8 strings" tornano a colpire, dandoci quasi l'illusione di ascoltare ben due sei corde all'opera, viste le pesanti modifiche alle quali è solito sottoporre i suoi strumenti) e chitarra si divincolano in un arpeggio struggente, dannatamente malinconico e che apre le porte a un paesaggio oscuro, sofferente, dominato da un antico misticismo. Trascorre il primo minuto, DeMaio abbandona il basso e si posiziona dietro le tastiere, intanto che Eric Adams, sovrastando l'arpeggio di Ross "The Boss", intona una cantilena dimostrando la sua mostruosa tecnica vocale, passando dal sussurrato ai toni gravi e arrivando ai toni alti attraverso una serie di scale che culminano con grida lancinanti in prossimità del primo cambio di tempo, quando emergono sia le chitarre che la batteria di Columbus. Ma non è finita qui, perché è solo un intermezzo che si evolve nella seconda strofa, questa volta più potente e veloce rispetto al prima, anche se il ritmo resta cadenzato e fottutamente epico, facendo il filo al doom metal. Il passaggio da una sezione all'altra è repentino, comandato dagli acuti del vocalist e dall'ascia di Ross Funicello che stride il suo strumento, molestandolo a dovere. A metà brano, ecco l'ennesimo cambio di tempo, Joey DeMaio ripropone un recitato modificato, mentre Columbus tempesta di colpi le pelli e mentre le chitarre si impennano in sonorità acuti che fanno sanguinare i timpani. Gli anni trascorsi nel piacere sono terminati e adesso, al guerriero, non rimane che attraversare il ponte della morte, vendendo l'anima al proprio dio. Le porte dell'inferno sono lì di fronte e il signore delle tenebre, Satana, lo accoglie a braccia aperte per gustare la sua lussuriosa anima, bere il suo sangue e lucidare le sue ossa, per poi trasformarlo in un suo messaggero alato. Un demone da rigettare sulla terra. Bridge solenne costruito su un'apertura melodica bella da morire e che in realtà si rivela essere il chorus, l'unico in tutto il pezzo e che dà inizio all'ultima sezione, nella quale viene ripresa l'andatura già riscontrata nella seconda porzione, quella cadenzata e doomish nella quale Adams declama le strofe finali. La canzone termina tra lo stridere della chitarra e del basso e i rintocchi di campane, mentre il singer ride di gusto. Insomma, una conclusione epocale, una ballad capolavoro dotata di magia e diventata leggendaria.

Hail To England

Hail To England (Ave All'Inghilterra) è il titolo-omaggio a tutti i fans delusi della cancellazione del tour in terra d'Albione, ma è anche una sfida a tutte le band inglesi, fino ad allora padrone incontrastate del metallo classico. I Manowar sanno che è il loro momento, il momento di colpire provando la scalata all'immortalità, e proprio in Inghilterra (almeno per quanto riguarda i primi anni 80) i nostri ottengono i maggiori successi commerciali. Il pezzo possiede un andamento frizzante ma che non dimentica ferocia ed eclettismo, sapendo destreggiarsi tra passaggi cadenzati ad altri solenni e trionfali. Il testo è ovviamente un inno all'Inghilterra e un ringraziamento ai fans. Tutto nasce da lì, non solo la musica pesante ma anche la società statunitense, perciò è una specie di ritorno alle origini, dove gli americani sono nati. Il ritorno in Inghilterra è una grande emozione che riempie i cuori, li carica di speranza e di passione. La nave vichinga salpa da un continente e approda sulle coste inglesi, la marcia è lunga e prosegue attraverso il territorio collinoso, fino a giungere nella città di Londra. Le strofe sono veloci e molto brevi, infatti, dopo appena due versetti, senza perdere tempo si passa subito al pre-chorus, esaltando la terra e il popolo inglesi, per poi approdare a un ritornello epico, corale, sicuramente trascinante, poggiato sui tamburi (che imitano una sorta di parata) di Columbus e sul basso modificato di DeMaio ed eseguito dal coro della chiesa di St. Mary di New York in uno sposalizio metal-musica sacra riuscito alla perfezione. DeMaio è sempre in primo piano e dona potenza e anche particolarità alla composizione, mentre Ross "The Boss" si mette in evidenza durante i fraseggi e nel dirompente assolo, che ha il pregio di aumentare l'intensità della canzone. Ottimi sono i cambi di tempo, i rallentamenti inaspettati dopo la furia sonora, specie nella seconda parte della traccia, dove un Eric Adams spietato si lancia in acuti e scale. "Hail To England" è una canzone perfetta, dalla struttura compatta e dai toni rallentati, in un'intervista dell'epoca i membri della band affermano che la prerogativa del sound Manowar è quella di rallentare i ritmi e di accrescere così le atmosfere, contrastando la moda nell'heavy metal (ricordiamo che siamo nel 1984, un periodo altamente influenzato dal thrash) di suonare sempre più veloce e a ritmi assurdi. Perciò si può dire che la potenza della musica epica non è scaturita dalla velocità ma dall'attitudine, dal clima mitologico/apocalittico e dall'emotività intrinseca, tanto che l'epic metal, negli anni, subisce le influenze più disparate, mescolando elementi tipici dell'heavy, del power, del doom, del folk e molte altre ancora. Dunque, è un sottogenere che si alimenta di altri generi.

Kill With Power

Kill With Power (Uccidi Con Forza) è uno dei cavalli di battaglia della band americana, suonata sempre dal vivo e intonata da tutto il pubblico, scandita da una foga corale senza precedenti. Un pezzo veloce e quasi isterico, potentissimo, dall'attitudine classica, che si incolla sulla pelle e non ti lascia più. Columbus si scatena dietro le pelli, è il suo momento, un tornado pronto a infrangere ogni cosa al suo passaggio, ma anche la chitarra e il basso sono sparati a una velocità incredibile, anticipando quasi il power metal europeo grazie una sezione ritmica indemoniata e grazie alla doppia cassa usata per tutta la durata del pezzo. Siamo proiettati sul campo di battaglia, in mezzo a un esercito assetato di sangue. Il destino di questi soldati è scritto nel vento, le loro frecce oscurano il cielo e cadono sui nemici calpestandoli e mandandoli all'altro mondo. La paura e il dolore si diffondono nell'aria, poiché nessun nemico è in grado di battersi degnamente, nessuna delle loro armi o delle loro tattiche funziona a dovere, perché si scontrano con uomini maledetti, provenienti dagli inferi e protetti da Odino. Quasi un esercito di spettri, immortale e invincibile. E la loro maledizione, passata da generazione in generazione, si abbatterà anche sui loro figli. Nessuno avrà scampo e gli impuri moriranno. In un contesto del genere, ogni musicista si ritaglia uno spazio nel quale può dare sfogo alle proprie capacità, Joey DeMaio le prova tutte col suo basso, riuscendo a emergere in più occasioni e suonando più forte di Ross "The Boss", dall'altra parte il chitarrista continua su una serie di lisergici fraseggi che sembrano un terremoto, raggiungendo l'acme nel prezioso assolo che evidenzia le sue doti tecniche e la sua velocità di esecuzione. Il ritmo è sinuoso, energico, delirante anche, e Eric Adams è mefistofelico, sia nei versi che nel ritornello, crogiolo di emozioni intense e di istinti barbarici, sparando acuti inverosimili alternati a risate isteriche, soprattutto in prossimità del ritornello, dove troviamo un importante dialogo tra voce e batteria, che cresce attraverso una serie di intervalli stoppati nei quali Adams canta a cappella le ultime parole del refrain. Insomma, questo brano è un vero gioiello di metallo, che fa della semplicità e dell'energia il suo punto di forza, riuscendo davvero a scuotere gli animi grazie alle sue turbolenze vocali e strumentali.

March For Revenge (By The Soldiers Of Death)

In March For Revenge (By The Soldiers Of Death) - Marcia Per La Vendetta (Dei Soldati Della Morte) Columbus è protagonista indiscusso di questa perla, la sua batteria è impetuosa, grazie a rullate d'effetto che riproducono una vera marcia bellicosa. Eric Adams incita alla foga mentre il basso esegue dei giri particolari, contornato da effetti sonori stranianti. Emerge la chitarra di Ross "The Boss" e si snoda in un riffing graffiante, dall'andamento epico e piuttosto cadenzato. Probabilmente si tratta della traccia più solenne del secondo album della band americana, meno oscura rispetto alle altre e dal sapore trionfale. Le liriche puntano tutto sull'effetto e ci ritroviamo, ancora una volta, proiettati nel Valhalla, dove riposano i guerrieri defunti. Questi soldati tornano dall'inferno, metà uomini e metà demoni, per vendicarsi. I nemici devono tremare dalla paura, per loro non ci sarà scampo, i loro figli e le loro mogli saranno rapiti. Questa canzone è un inno alla morte, alla fratellanza, alla vendetta dei compagni caduti. La terra si nutre del sangue degli eroi, ma il sacrificio non sarà vano, poiché la loro forza e il loro acciaio cavalcherà al fianco dei vivi, per proteggerli, e spiriti demoniaci e guerrieri mortali si uniranno per combattere il nemico in una leggendaria unione. La melodia fa capolino alla fine di ogni strofa, quando la voce di Adam si addolcisce e declama un breve chorus accompagnato da sonagli che donano al momento una sensazione mistica, quasi surreale, come se si stesse sognando. La prima sezione si chiude così, secondo una struttura compatta e dura come un macigno, poi si ha una pausa silenziosa e il tempo cambia drasticamente una volta giunti a metà. Arpeggio intimista da parte di DeMaio al basso e la scena è tutta di Adams che può dare sfoggio delle sue doti interpretative. Quello che ascoltiamo è un intermezzo drammatico, soave, che ricorda un po' lo stesso della canzone "Battle Hymn", dopodiché gli viene incollato un bridge ripetuto dove esplodono all'unisono tutti gli strumenti e Eric Adams risale con la voce per poi arrivare all'atteso acuto spaccatimpani. Inizia la terza sezione, evidenziando un brano che cambia pelle e dalla composizione ardita, di una giovane band che osa e che sa mescolare tante idee. L'assolo di chitarra si erge sugli altri strumenti, seguito a ruota dalla marcia cadenzata protratta dalla batteria e dal basso, ed ecco un secondo bridge prima dell'ultima strofa. Tornano i cori stile colonna sonora di Conan che fanno del pezzo un'opera di epicità assoluta dove svetta l'acuto mostruoso del mitico singer. In definitiva, abbiamo più di otto minuti di epicità assoluti, ricchi di sfumature e di genialità compositiva. Non c'è una grande tecnica alla base ma poco conta, qui siamo di fronte a una delle più grandi e entusiasmanti band della storia del metal.

Gates Of Valhalla

Gates Of Valhalla (I Cancelli Del Valhalla) è una traccia famosissima, eseguita in ogni concerto per la gioia dei fans, e capolavoro immortale, massima espressione di epicità. Trattasi di una canzone particolare, dalla struttura atipica suddivisa in tre parti quasi fosse una piccola opera: intro, strofe e chorus, outro. Joey DeMaio esegue un delicato arpeggio col suo basso a otto corde, che da un effetto simile a quello di una chitarra, e poi irrompe la potentissima voce di Adams a fare da introduzione. Una lunga ed evocativa intro prima dell'esplosione, dove il cantante mostra tutta la sua estensione vocale e la sua tecnica, passando da tonalità basse ad acuti pazzeschi, ma mettendo anche in evidenza falsetti e giochetti vocali non proprio semplici da imitare. Le parole sono un omaggio allo spirito e al coraggio dei guerrieri del nord, ai vichinghi adoratori di Odino. Il Valhalla è, infatti, l'enorme sala del castello di Asgard, una delle dimore di Odino, tanto vasta da sembrare una città ultraterrena. Nel Valhalla (che in norreno significa appunto Sala dei morti) riposano i caduti in battaglia, uomini valorosi scortati lì dalle valchirie. In quel luogo li attende, ogni sera, un grande festino a base di birra e di carne, mentre, durante il giorno, i guerrieri si allenano per poi, in futuro, assistere il dio Odino per la battaglia finale, il Ragnarok, ossia lo scontro supremo contro i giganti per il dominio eterno del mondo. La sezione ritmica esplode dopo due minuti intensissimi e partono le prime strofe, due quartine declamate con solennità e indomita energia. Columbus scalcia dietro le pelli e ci proietta sul campo di battaglia, mentre chitarra e basso si incrociano creando un vortice metallico e facendo scintille come due guerrieri che si sfidano a spadate. Infine, dopo uno spaventoso acuto di Eric Adams, giunge il portentoso ritornello (ripetuto solo una volta in tutta la canzone) che riprende le stesse parole dell'introduzione, ma questa volta viene accompagnato dagli strumenti e dalla loro irruenza stagliandosi sopra una solida base. I cancelli del Valhalla si spalancano per l'ingresso dei caduti, con le spade in mano e ancora grondanti sangue nemico. Adesso i valorosi sono immortali, pronti a sedere accanto al proprio dio in vista della battaglia delle battaglie. Gli Dei li accolgono a braccia aperte e brindano con loro. Il regno dei morti è ornato a festa. Ross "The Boss" si lancia in un assolo furioso e davvero robusto che dura a lungo e che prepara il via alla terza parte del brano. Il bridge mette i brividi tanto è bello ed epico (sicuramente l'acme della traccia), e sfido chiunque a interpretarlo con la stessa intensità di Adams, il quale, non contento della prestazione, comincia a sfidare la sezione strumentale giocando con la voce e sparando acuti non replicabili da nessun altro vocalist, sovrastando addirittura la potentissima batteria di Columbus che sembra frantumarsi sotto i suoi colpi. "Gates Of Valhalla" è un pezzo leggendario, uno dei migliori in ambito epic e non solo, e probabilmente uno dei più amati dal pubblico.

Army Of The Immortals

Army Of The Immortals (L'Esercito Degli Immortali) si apre con la chitarra di Ross "The Boss" che emette un suono pungente, un riffing crudele e che non lascia scampo; dopo pochi secondi interviene il singer per la prima strofa e, in contemporanea, esplode la batteria di Columbus. Il basso di DeMaio si sovrappone ai riffs della chitarra elettrica risultando una seconda ascia e aumentando la potenza scaturita. I colpi inferti da Columbus alla batteria sono un po' statici ma dalla violenza inaudita, mente Eric Adams alza la voce e intona le strofe a pieni polmoni giungendo, quasi inaspettatamente, al velato ritornello che si mischia ai versi data la struttura in forma di quartina ma che risalta grazie al piglio melodico facile da memorizzare. Le liriche sono esaltazione della band stessa, paragonata all'incarnazione dei desideri di ogni appassionato di musica dura, nata dai sogni del popolo per suonare più forte di tutti. L'heavy metal rende forti e liberi, ma rende anche fratelli, tutti unito sotto lo stesso vessillo. Nella sua semplicità, il messaggio è funzionale, bello da ascoltare, magari a molti potrà sembrare infantile e banale, ma i Manowar sono così, lo sono sempre stati. Prendere o lasciare. La particolarità di un brano del genere è la sua costruzione, suddivisa in tre anime frammentate, ognuna di esse basata su una strofa, un refrain e un assolo. Più quadrato e circolare di così si muore, ma è proprio questo l'intento della composizione, quello di risultare roccioso e quindi erigersi come un monumento all'immobilità e alla resistenza, ricordando appunto un esercito in assetto da guerra. La terza fase si arricchisce di una coda ripetuta da Adams e all'interno della quale vengono inseriti gli immancabili acuti finali. In questo caso, il basso si fa da parte, limitandosi a replicare gli accordi della chitarra, eppure avrei preferito sentirlo di più, per dare maggiore compattezza all'intero brano, tuttavia il risultato è eccellente e "Army Of The Immortals" si conferma un classico della band. Questo è un vero e proprio inno ai metallari del mondo e esaltazione della musica metal. La band sputa sangue per deliziare i propri fans e gli piace stringere un contatto così intimo con loro, quasi fossero tutti fratelli, e ai loro occhi il popolo è un esercito di immortali che vivrà per sempre attraverso le loro canzoni.

Conclusioni

La seconda raccolta sfornata dai Manowar, "Anthology", mostrava il percorso musicale affrontato dalla band newyorkese, partendo dal primo storico album, "Battle Hymns", per arrivare al nuovo lavoro, pubblicato nel 1996 col titolo di "Louder Than Hell". Bene, in quella compilation, tra l'altro mai ufficializzata dalla band e che ha scatenato diverse controversie, mancavano all'appello pezzi estrapolati da due opere fondamentali per il cammino manowariano: "Into Glory Ride" e "Hail To England". Non due semplici album, ma le due opere maggiori, quelle più venerate dal pubblico e osannate dalla stampa; insomma, due lavori che hanno contribuito fortemente alla nascita e alla consacrazione dell'epic metal. Per recuperare alla grave omissione, la BMG Entertainment, tra l'altro senza contattare i diretti interessati, acquisisce i diritti e sforna l'ennesima raccolta consecutiva, seguendo così "The Kingdom Of Steel", l'unica approvata dai Manowar e uscita solo due mesi prima. "Steel Warriors" è l'altisonante nome scelto per questa fusione tra il secondo e terzo capitolo discografico, e mostra la formazione americana all'apice dell'ispirazione, condensando dodici tracce di purissimo heavy metal barbarico, dalle atmosfere apocalittiche e dalle tematiche sanguinolente. Dodici brani, molti dei quali diventati dei classici non solo del combo ma di tutto il metal tradizionale, capaci di conquistare milioni di fedeli sparsi per il mondo. Anche questa volta, Joey DeMaio non approva l'operazione, ma così come per le altre raccolte, è costretto ad accettarla, e così, a partire già dal 1996 il mercato musicale si trova una miriade sterminata di prodotti firmati Manowar, lanciati per saturare il mercato e per offrire, ogni anno, un qualcosa da collezionare. Ma non è neanche quello il problema principale, più che altro le critiche ironiche di tutti i detrattori che, per tutti gli anni 90, cominciano ad accanirsi nei confronti della filosofia "elementare" e "anacronistica" della formazione americana, trascinando gli immancabili commenti sarcastici fino ad oggi e tacciando la band di pensare più ai soldi che all'arte. Ma l'immagine, l'iconografia e il messaggio primitivo e barbarico del culto manowariano e dell'epic metal a tematiche nordiche, in qualche modo rafforza il contatto con i propri fans, travalicando le epoche e le generazioni di ascoltatori, diffondendosi tra i metallari di tutte le età. L'epic metal è anche questo e l'immagine è importante tanto quanto le canzoni, perciò poche storie, la storia dell'heavy passa anche da qui, per questa manciata di pezzi straordinari che hanno fatto scuola. Forti del successo di vendite dell'album "Louder Than Hell" e del primo live "Hell On Wheels", i quattro cavalieri contribuiscono fortemente alla rinascita dell'heavy/power tradizionale, tanto che, come se ce ne fosse ancora bisogno, da questo momento in poi per i Manowar inizia una serie sterminata di iniziative che lasceranno grandi dubbi sul loro valore effettivo e saranno causa di feroci critiche da parte di tutti; parliamo del rilascio del primo DVD "Hell On Earth", cui ne seguiranno tanti altri, ma anche del lancio di una nuova campagna di merchandising con il logo della band, oggettistica varia, in più singoli distaccati dall'album al quale dovrebbero far riferimento, tanto per spennare ulteriormente i propri fans. Ma va detto che, proprio in quegli anni, molti altri si accoderanno ai Manowar, rilasciando best of, live-compilation e raccolte di demo e B-sides per sancire la riscoperta di tutti questi generi di hard rock classico che erano andati perduti all'inizio degli anni 90, spazzati via dalla nascita di tanti nuovi sottogeneri o dalle evoluzioni degli stessi verso lidi, fin ad allora, ignoti e ignorati dal pubblico. Alla fine del decennio, l'epic metal gode di un momento di rinnovato interesse, guidato dai Manowar stessi, che continuano a macinare successi e a incendiare i palchi di tutto il mondo. Va da sé che l'utilità di prodotti del genere è dubbia e destinata soltanto ai collezionisti più incalliti o ai neofiti che intendono farsi un'idea su chi sia una determinata band. Ognuno deve obbedire alle leggi che governano il mercato artistico e commerciale, e più sei grande, più sei importante per l'industria, e più ti devi piegare a determinate regole. La fortuna di una band è data anche dalla produzione extramusicale, prettamente collezionistica.

1) Secret Of Steel
2) Black Arrows
3) Each Dawn I Die
4) Hatred
5) Warlord
6) Gloves Of Metal
7) Bridge Of Death
8) Hail To England
9) Kill With Power
10) March For Revenge (By The Soldiers Of Death)
11) Gates Of Valhalla
12) Army Of The Immortals
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