MANOWAR

Kings Of Metal MMXIV

2014 - Magic Circle Music

A CURA DI
ANDREA CERASI
03/06/2017
TEMPO DI LETTURA:
5,5

Introduzione Recensione

Imbarcarsi in certe operazioni è del tutto fuori luogo e certe scelte non andrebbero prese proprio in considerazione. Va bene cercare un modo efficace di fare cassa, ma qui si esagera e si esaspera il concetto di revival, andando a toccare composizioni che fanno parte del credo di ogni metallaro e che lì devono rimanere, immutabili e immortali, dal momento che già godono una resa sonora eccellente. Il vizio di strafare ormai ha colpito il prode DeMaio, generale della band americana e alla guida della Magic Circle Music, etichetta fondata dallo stesso, che oltre a sproloquiare sul palco ha deciso di regalare ai propri fans sempre più roba riciclata e sempre meno musica inedita. A 60 anni l'ispirazione non è più quella di un tempo, è anche normale, e non si ha più compulsivamente bisogno di rilasciare materiale inedito per affermarsi nell'agguerrito mercato musicale. Il monicker Manowar è storia, punto, e può reggersi in piedi anche solo grazie alle attività live e alla leggenda di cui si circonda. E allora perché insistere su certi meccanismi, dandosi ancora la zappa sui piedi? Perché andare a chiudere una gloriosa carriera con discutibili operazioni che non aggradano nessuno? Gli ultimi album non sono entusiasmanti, è vero, ma almeno conservano una loro decenza e una loro identità, ma il senso di questi remake qual è? Venti o trenta anni non sono certo pochi, il corpo invecchia e si degrada, tante cose cambiano e si trasformano, ogni band matura e così anche il suo pubblico, ma la coerenza deve restare per forza di cose, senza guardare nostalgicamente al passato, perciò che senso ha, oggi, riproporre antico materiale, in una forma riadattata che ha poco da condividere con l'energia indomita di un tempo, di quando si era giovani e forti e si scriveva la storia? Ce lo chiediamo in tanti e in tanti ci scateniamo contro la proposta della band newyorkese, contro l'ennesima sfida già persa in partenza, ma non per negligenza e incompetenza dei quattro musicisti coinvolti, ma perché scontrarsi col passato, nove volte su dieci, è impresa ardua, e quasi sempre se ne esce con le ossa rotte. In un'epoca in cui una belva dai denti affilati come lame di rasoio a nome Internet, che ha divorato, masticato e fagocitato il mercato musicale nell'ultimo decennio, riducendolo in un colabrodo e mandando in malora il concetto di "fisicità" della musica, l'idea generale è stata quella di ricorrere a piccoli escamotage per indurre il pubblico a comprare: pubblicare il più possibile, qualsiasi cosa, pur di riequilibrare gli introiti. L'idea, via via, si è sparsa ed è stata adottata da molti, soprattutto da quelle band che hanno anni sulle spalle e una lunga storia da raccontare, decidendo, in questo modo, di compiacere il proprio pubblico attraverso reunion improvvisate, celebrazione di anniversari di eventi o di vecchi album, di quei lavori che magari hanno contributo a rendere grande un determinato genere, proponendoli durante le esibizioni live dall'inizio alla fine, oppure pubblicando edizioni limitate degli stessi, da collezionare e venerare come fossero sacre reliquie. In un momento storico in cui l'industria musicale fatica a guadagnare, ci si dà da fare come si può, e allora i Manowar, che sono da sempre campioni nello sfornare chicche da collezione, tra singoli personalizzati, innumerevoli live Dvd, ep e remastered edition di lavori che suonavano in modo egregio anche in origine e che non avevano certo bisogno di modifiche, sfruttano il momento e si buttano nell'ennesima insensata avventura, la stessa già sperimentata malamente qualche anno prima con l'edizione trentennale dell'esordio: "Battle Hymns MMXI", accolto in maniera impietosa da tutti. Eppure, la lezione non è bastata, perché i nostri ci riprovano con la versione ri-arrangiata del loro disco più famoso, il leggendario "Kings Of Metal", album del 1988, simbolo di un'intera scena musicale e uno dei vertici artistici di fine anni 80. Così arriva "Kings Of Metal XMMIV", album celebrativo per i venticinque anni dell'opera originale, ma il fallimento è già annunciato, così come era stato per il remake precedente, e non basta la diversa disposizione dei brani, qualche piccolo ritocco ai titoli o il secondo dischetto in aggiunta, contenente le stesse tracce in versione strumentale, per far cambiare idea. La verità è che i Manowar hanno scritto le pagine più belle della storia del metal e la loro musica ha fatto parte della colonna sonora di gran parte di noi, accompagnandoci quotidianamente per affrontare le giornate e persino lunghi periodi di vita. L'epic metal di Joey, Eric, Donnie e Karl ormai fa parte di noi, del nostro credo, della nostra esistenza, ma la parabola discendente di questi eroi lascia uno strano retrogusto sul palato e l'insoddisfazione per l'ennesima inutile operazione è evidente.

Hail And Kill MMXIV

"Hail And Kill MMXIV" (Saluta E Uccidi) è uno di quei brani che ha scritto la storia di un genere, facile capire perché i Manowar abbiano messo questa traccia in apertura: questa è la rappresentazione musicale del loro credo, l'esternazione dei loro ideali, l'incarnazione sonora della filosofia proclamata da ormai trentacinque anni. Siamo al centro della battaglia e basta soltanto l'introduzione con tutta la sezione ritmica impennata per trasmettere ferocia e per liberare gli istinti più animaleschi. Il fraseggio iniziale è la massima espressione di epicità, e mette in chiaro una cosa: la produzione è brillante, ma lo era anche nella versione originale. In questo contesto, però, c'è qualcosa che non va, come se non ci fosse giusta potenza, come se mancasse qualcosa per rendere perfetta l'ambientazione. La batteria interviene per ricordarci che i toni sono solenni ma oscuri e perciò si crea la giusta atmosfera apocalittica raccontata dal prode Adams. È la quiete prima della tempesta, perché Eric Adams inizia a cantare con tono deciso ma delicato sopra un arpeggio emozionante e intimo, attraverso il quale i guerrieri, pronti alla lotta, si stanno radunando sulla cima di una collina. Quello che si va a formare è un esercito di uomini, in sella ai cavalli, decisi a gettarsi nella mischia, scendendo dal colle con passo svelto e facendo tremare la terra riproducendo lo scoppio di un tuono in cielo, le spade strette in mano e assetate di sangue e i martelli alzati in aria in onore degli Dei. Tutto è pronto per sfociare nell'ira funesta guidata da un Adams, invecchiato certo, ma sempre infernale e che subito mette in mostra le sue innate doti canore attraverso acuti pazzeschi, ovviamente più sporchi rispetto a quelli sparati venticinque anni orsono. Il tutto però sa di forzato, c'è una strana sensazione nell'aria, come se qualcosa non quadrasse perfettamente, tant'è che si prosegue nel racconto epico. La morte e il sangue stanno aspettando in cielo come corvi dallo sguardo attento, in cerca di cadaveri da prosciugare, la vita e la morte sono impresse negli occhi dei combattenti, eroi che si sacrificano per la volontà divina. La cattiveria vocale è ben supportata da una sezione ritmica spaventosa, il riffing di Karl Logan è tagliente quanto pesante, un poco diverso rispetto all'originale inventato da Ross The Boss, invece il basso pulsa febbrilmente, molto più in primo piano rispetto a un tempo. Il refrain è come lo conosciamo: spietato, velenoso come un serpente, adrenalinico. Il nostro protagonista, il valoroso guerriero capo dell'esercito, è un uomo cresciuto nei boschi, che si considera figlio dei lupi, abituato a tutto, perciò non ha paura della guerra che imperversa anzi, non esita a gettarsi nella mischia, spada in posizione e sguardo spietato. Sa che sta per morire, è il suo destino, ma prima di abbandonare la terra reca con sé odio, disprezzo per i deboli e vendetta, ma anche salvezza per coloro che difende. Ormai è giunta la sua fine, il suo Dio ha deciso così, non gli resta che salutare e uccidere. La fase strumentale, decorata con assoli di chitarra e di basso che si inseguono all'unisono, appare più spompa rispetto alla versione del 1988, nonostante la grande produzione, e ciò è sintomo che si può avere a disposizione anche la migliore tecnologia e una  strumentazione modernissima, ma se manca l'anima il tutto suona vuoto. Un urlo disumano squarcia le casse dello stereo e Adams si lancia nel mitico acuto per intonare la parte finale trascinandoci direttamente in guerra, dove assistiamo a corpi lacerati, schizzi di sangue, cuori in fermento, stupri delle donne sottomesse, rapite ai nemici morti, e lamenti dei vinti. Finale apocalittico per un'orgia di sangue e di violenza che va in crescendo.

Kings Of Metal MMXIV

"Kings Of Metal MMXIV" (Re Del Metallo) prosegue la corsa furiosa, da una battaglia all'altra, dalla guerra in un tempo lontano a una più attuale e autocelebrativa. Qui ritroviamo tutta la potenza e l'energia targata Manowar, dove l'heavy metal puro e brutale incornicia uno dei brani più famosi di tutto il genere, inno non solo della band ma anche dei suoi discepoli sparsi per il mondo. Donnie Hamzik scalpita dietro le pelli, anche se si limita a seguire le direttive dettate dal compianto Scott Columbus senza metterci troppa personalità, poi, all'unisono, esplodono la chitarra di Logan e il basso di Joey DeMaio, illuminati da una produzione stupefacente. L'andamento è medio, non si eccede in velocità ma si punta tutto su un muro sonoro compatto e solido come un macigno, ancora più spesso rispetto a prima, ma anche meno caloroso, tanto che il pezzo suona freddo. Eric Adams interviene di lì a poco, la sua voce è cattiva e pronta a sfogarsi in una trionfale autocelebrazione senza precedenti, aiutato anche dal fatto che il brano resta uno dei più semplici da cantare, semplici rispetto a tutti gli altri, ovviamente, perciò il vocalist fa una prestazione fenomenale, oggi come ieri. Quante volte abbiamo sentito la band declamare i propri intenti, autocelebrandosi all'infinito? Milioni di volte, e allora tocca sorbirci l'ennesima esternazione di ideali e di proclami altisonanti per celebrare il ritorno dei Re del Metallo, una delle pochissime band capaci di creare un vero e proprio culto musicale pseudo-religioso dove osannare la sacralità della musica e i concetti di fedeltà e di libertà. Il vocalist narra ancora una volta le gesta della band, un progetto artistico nato per girare per il mondo e calcare palchi, mandando in subbuglio intere città, allontanando i fighetti con la loro musica suonata a tutto volume e radunando soltanto i veri adepti al culto dell'heavy metal. Il refrain, posizionato subito dopo la prima strofa, è istintivo e animalesco, e l'adrenalina si diffonde nel corpo, fomentando gli animi grazie a un ritornello epico e ben strutturato, che ormai conosciamo tutti a memoria ma che invasa sempre. Mentre la sezione ritmica pesta che è una bellezza, parliamo di musica stessa, di come deve essere suonata e soprattutto ascoltata, ossia a un volume assordante e sparata alla velocità della luce. Gli amplificatori più pompati al mondo fanno saltare e scatenare la folla, una folla vestita con jeans, pelle e borchie, che non segue le mode da perdenti e che non vuole pose o esibizioni, ma solo rock n' roll. Insomma, tra le righe di questo testo c'è la rappresentazione iconografica non solo del metal ma anche del metallaro. Il trionfo manowariano è dietro l'angolo, i nostri si autonominano Re e sono pronti a suonare in tutte le città, pronti ad esaltare i cuori dei propri fedeli, dei fratelli radunati ai loro concerti, senza piegarsi a niente e nessuno, ubbidienti soltanto al sacro vincolo dell'acciaio. Un testo che trascende il concetto stesso di autocelebrazione, mostrando in pompa magna l'atteggiamento che in tanti hanno amato criticare, del combo americano, per tutta la loro carriera: una spocchia fuori dal comune, se vogliamo, eppure tipica di chi non racconta bugie ma è dedito ai fatti. Questo è lo spirito dei Manowar. Uno spirito che sa esaltare, nel quale qualsiasi metalhead di ieri e di oggi può vedersi e ritrovarsi. Basta voler vedere quel che effettivamente si cela, dietro certe frasi: voglia di divertirsi e di far parte di un qualcosa di speciale, tutto qui, e infatti, "Kings of Metal" rappresenta in pieno quel che i quattro barbari del metallo hanno sempre dichiarato di essere, un miscuglio di potenza ed egocentrismo, da ascoltare sempre con un certo orgoglio nel cuore.

The Heart Of Steel MMXIV

"The Heart Of Steel MMXIV" (Il Cuore D'Acciaio) è espressione di tutto ciò che i Manowar rappresentano: onore, trionfo, goliardia, ma anche passione, sacrificio, solitudine, combattimento per esprimere se stessi e le emozioni provate, perciò questo è un pezzo molto importante all'interno della loro discografia. Un brano di cuore, passionale, intimo e struggente, dove il lato drammatico, in questo caso, è aumentato grazie all'introduzione della chitarra acustica al posto del pianoforte originale, e ai cori sacri che, di sicuro, toccano le corde dell'anima potenziando il pathos. È uno di quei rari casi in cui si può parlare di remake riuscito, bello quanto l'originale, condotto da un Adams che sulle tonalità medio-basse è ancora un mito come quando era giovane e perciò non soffre il confronto con l'interpretazione del 1988. Proprio il sentiero della solitudine viene illustrato dalla voce poetica di Eric Adams, il quale decanta di una meta da raggiungere, di un posto oltre la sfera celeste, nell'universo dominato da comete incandescenti. Proprio una di esse brilla più di tutte, illuminando il lunghissimo cammino che il nostro eroe deve percorrere per tornare a casa, quasi fosse un alieno che deve lasciare la terra verso un mondo ignoto. Qualcuno lassù grida il suo nome, lo implora di tornare a casa, di combattere coloro che cercano di trattenerlo, evadere dal mondo e sfidare il vento gelido che ora soffia sul suo viso. La strada è lunga e pericolosa ma egli sa come comportarsi, deve lottare da solo contro il mondo, anche se una fitta gli penetra nel cuore e lo atterrisce. Il ritornello è sempre quello, giostrato su una melodia bella da togliere il fiato e in grado di colpire l'ascoltatore dritto al cuore e nella mente, inoltre ci sono i cori, intuizione di DeMaio, che donano maggiore sacralità. Non solo l'aspetto melodico è strepitoso ma anche le liriche proseguono su questa scia barbarico-romantica dove il protagonista decide di restare e di combattere, di vivere secondo quanto suggeritogli dall'animo, di esprimere le proprie sensazioni; capisce quindi che è inutile sognare di fuggire da questo mondo, bisogna lottare con tutto se stessi per farsi valere e per cambiare le regole. Bisogna essere eroi, puri, onesti, dal cuore d'acciaio. DeMaio, a differenza del brano originale, dove faticava ad emergere in mezzo a tutti gli altri strumenti, qui si ritaglia un bello spazio, come a dire "sono io il leader", perché gli arpeggi sono eseguiti tutti da lui e dal suo basso "suonato come fosse una chitarra". Gli animi si infiammano ed Eric Adams lancia il suo primo acuto prima di intonare il secondo refrain, questa volta potenziato sia dalla sezione ritmica che da cori guerreschi sempre più invasivi a far da cornice. La battaglia è scoppiata, c'è solo un modo per tornare a casa, bisogna combattere i meschini, i bastardi che si divertono a tagliare gole, ma questi pagheranno con la vita, moriranno e spariranno come neve al sole. Il nostro eroe non ha paura di morire, il fuoco gli illumina gli occhi e si getta nella mischia, sottomettendo il nemico, facendolo inginocchiare e gridandogli in faccia che il suo è un cuore d'acciaio, impossibile da spezzare, troppo difficile da convertire. Un cuore puro che si batte per degli ideali di libertà. Il trionfo di romanticismo misto a tragedia, in questo remake, non sfigura affatto; sarà per via dei cori, sarà per la struggente interpretazione di Eric Adams, ma la nuova "Heart Of Steel" conserva la stessa magia dell'originale.

A Warrior's Prayer MMXIV

"A Warrior's Prayer MMXIV" (La Preghiera Di Un Guerriero) è esagerazione pura, laddove si estremizza, appunto, il racconto narrato nella prima versione. Per interpretare questo simpatico momento fiabesco viene chiamato in causa l'attore Brian Blessed, che sostituisce quindi Arthur Pendragon Wilshire nei panni del nonno che narra la vicenda dei cavalieri al suo nipotino. Come in tutte le fiabe, il piccolo deve andare a letto e prima di addormentarsi desidera ascoltare racconti leggendari, gesta di eroi, e così il nonno lo accontenta narrando di quando era giovane. Le parole, in questo caso, vengono un po' cambiate rispetto alla vecchia composizione, e il testo allungato, ma il concetto resta quello: inizia così un racconto lungo quasi sei minuti, quasi due in più, nel quale ascoltiamo il crepitio del fuoco e la voce del bambino che chiede al nonno di ascoltare una storia. Una storia magica, antica, di quando lui era ragazzo e andava in guerra come soldato. Ecco allora che delle immagini prendono vita: il nitrire di cavalli, la loro corsa nei boschi del nord, l'esercito riunito in una vallata in attesa dell'arrivo di quattro cavalieri, ognuno con un'arma letale stretta in mano: una spada, una mazza chiodata, un'ascia bipenne e un martello da guerra. Negli occhi dell'esercito non sembra esserci paura ma solo consapevolezza, è il loro destino perciò tutti sanno che se non dovessero vincere moriranno onorando gli Dei. Poi cala il silenzio, un vento gelido comincia ad alzarsi e a sferzare tra gli alberi, un tuono rimbomba in cielo lanciando saette e grandine, dunque i quattro cavalieri incitano il proprio esercito alla lotta e li guidano in battaglia. Nella vallata si scontrano le due fazioni, le armi impattano producendo rumori metallici, grida, lamenti, gli zoccoli dei nobili destrieri sollevano la terra e la polvere e in breve il campo è pieno di cadaveri e di sangue fresco. Quando il polverone della mischia svanisce, la visuale si fa più chiara, c'è sangue ovunque, i corpi degli uomini uccisi restano in balia del vento. Al centro, quattro cavalieri radunano i propri soldati, sono quasi tutti sopravvissuti e hanno vinto la battaglia, li fanno inginocchiare e insieme recitano una preghiera verso gli Dei della guerra. Al termine della preghiera, l'esercito degli immortali si lancia in un grido di vittoria che riecheggia in tutto il bosco. A questo punto la narrazione ha termine, il nonno afferma che questo è quanto accaduto molto tempo prima e chiede al nipote se è rimasto colpito, il piccolo sembra entusiasta, è colpito dal fantastico racconto ma ha ancora un dubbio e allora chiede al nonno chi siano quei quattro eroi misteriosi venuti dal nulla. Il vecchio, con voce piena di orgoglio, urla "I Re del Metallo!". "A Warrior's Prayer" è sicuramente una traccia simpatica, diventata famosissima e molto apprezzata tra i fans dei Manowar, però qui si esagera, finché si tratta di una va bene, ma la band ha infarcito l'ultima parte di carriera con inutili brani narrati, basta ricordare le prolisse sezioni del concept "Gods Of War", dove proprio questo racconto veniva riciclato col titolo di "Glory, Majesty, Unity", ma anche in "The Blood Of Odin". Insomma, i titoli cambiano ma le parole sono sempre quelle. Troppo poco per impressionare.

The Blood Of The Kings MMXIV

Tanto per rimanere a tema di autocitazionismo, ecco che giunge "The Blood Of The Kings MMXIV" (Il Sangue Dei Re). DeMaio ha la bella idea di prendere i titoli di quasi tutte le canzoni composte in passato e che troviamo negli album degli anni 80 e di fare il collage che andrà a strutturare il testo di questo pezzo. Parliamoci chiaro, i Manowar hanno un vocabolario di appena trenta parole, perciò non risulta troppo difficile assemblare i vari titoli e le varie frasi per dare un senso logico alle frasi. Qui, però, molte parole cambiano e vengono sostituite con il nome di tantissime nazioni, non citate sul pezzo originale; dunque, soprattutto nella fase centrale, Adams chiama all'appello tutti gli stati europei, qualcuno sudamericano e il Giappone. Il risultato è risibile ma può essere letto come un ringraziamento a tutti quei popoli che hanno accompagnato la band per oltre trenta anni. Donnie Hamzik picchia duro sulle pelli e sui piatti, Adams lancia una serie di acuti infernali che mettono i brividi, mentre le campane presenti nel 1988 vengono sostituite dai cori epici, che donano quell'aria solenne ed epica tanto ricercata dalla band. DeMaio si improvvisa nuovamente chitarrista, visto che è proprio lui ad eseguire i riffs portanti col suo basso modificato, creando un effetto interessante che va a sovrastare la sezione ritmica, tra l'altro, ritagliandosi un cospicuo spazio durante la coda finale, questa allungata attraverso strani effetti sonori creati dalle corde dello strumento. Come accennato pocanzi, la strofa riporta numerosi titoli del catalogo Manowar, Eric Adams si destreggia egregiamente su una linea vocale perfetta e molto melodica incitando tutti i fratelli del metallo a prendere parte alla rivolta, cantando tutti insieme inni di battaglia per poi cavalcare nella gloria guidati dal martello di Thor e sfidando il mondo intero. Il cambio di tempo, questa volta, è più incisivo, perché non solo gli strumenti, grazie alla produzione, si potenziano, ma perché la batteria di Hamzik accelera sempre più fino a scatenarsi col doppio pedale, sostenendo così il bellissimo e corale ritornello dove il vocalist alterna acuti e timbro pulito, fomentando non poco gli ascoltatori come faceva un tempo. La melodia è vincente, altamente epica, e per l'ennesima volta troviamo la celebrazione del mito manowariano, con i quattro cavalieri del metallo pronti a sovvertire le leggi che governano il mondo, a organizzare una crociata per la libertà individuale, massacrando i nemici, i falsi, e tingendo di rosso le spade e le mani col sangue dei perdenti. Si chiamano in causa Russia, Estonia, Turchia, Germania, Italia, Polonia, Francia, Irlanda, Svizzera, e tanti altri paesi, tutti uniti sotto quei vessilli sfoggiati in copertina, tutti legati dalla passione per l'heavy metal. Strofa/ritornello e ancora strofa/ritornello dove le liriche inneggiano a prendere parte a questa marcia per la vendetta, al ritmo di un suono funebre, spargendo il sangue nemico, facendo giuramenti di fedeltà e amicizia, tutto per combattere questa guerra sacra a suon di metallo. Le due asce si intrecciano per eseguire due buonissimi assoli, uno di chitarra e l'altro di basso, dove la sinergia tra DeMaio e Logan è ormai cementata. In sostanza, un brano che celebra non solo la band ma anche tutti i seguaci conquistati nel corso degli anni, nel corso di una lunga carriera onorata proprio con questo disco-anniversario. Una schiera di fans resa numerosissima e compatta, che come abbiamo visto affonda le sue radici in ogni parte del mondo. Dall'America all'Europa, per arrivare all'Asia, senza problemi di barriere o distanze, perché tutti noi siamo fratelli, uniti sotto il verbo dell'acciaio professato da decenni da DeMaio e company.

Thy Kingdom Come MMXIV

"Thy Kindom Come MMXIV" (Il Tuo Regno Verrà) attacca con una rullata di batteria e con il vocalist che introduce questa magnifica perla di epic metal, tra le migliori mai partorite dalla band. I vocalizzi iniziali però non sono certo come quelli di tanto tempo fa, appaiono più sporchi e meno incisivi, seppur impressionanti, ma parliamo sempre di un certo Eric Adams, mica uno qualunque. Il riffing spietato va ad incrociarsi col muscoloso basso di DeMaio, che pulsa compulsivamente grazie alla bella produzione sulla quale si appoggia, eppure manca qualcosa, la sezione ritmica appare più spoglia del solito, come se mancasse di potenza, tanto che nemmeno i colpi della batteria feriscono l'ascoltatore. Si narra di una luce bianca e sacra che giunge dal cielo e che va a illuminare il corpo di un uomo, fino ad insinuarsi dentro di lui: è la luce della conoscenza, che indica la via da seguire e che fa da guida per la sapienza. È una sorta di preveggenza, consapevolezza di un regno destinato ad arrivare. Il ritornello è tanto scarno quanto affascinante, incentrato solo sulle parole del titolo e accompagnato dai cori che si infrangono sulla mastodontica performance di Eric Adams che spara acuti a destra e a manca sovrastando i piatti di Hamzik, qui poco tonanti rispetto all'originale, cosa del tutto inspiegabile. Si prosegue così, parlando sempre del lume della conoscenza e della speranza, preambolo di vittoria per tutti gli adepti, alternando strofe e ritornelli, conditi con acuti, tamburi e cori fino alla sezione strumentale che vede Karl Logan dettare legge con uno splendido assolo, dal sapore apocalittico ma sempre regale, molto simile a quello partorito da Ross The Boss tanto tempo prima, che va spegnersi contro l'ennesimo acuto che dà inizio alla coda finale dove si sta erigendo il nuovo regno mentre tutti gli altri sono destinati a cadere miseramente. Il nuovo luogo sacro sorgerà tra le rovine e gli adepti saranno ricompensati per la lunga attesa a cui sono stati sottoposti. Ma la vera magia è nella parte finale, dove, per più di un minuto, Adams si lancia in lunghi acuti, contornati da cori e da una sezione ritmica quieta ma gloriosa, dove emerge un basso cadenzato a fare da supporto al coro epico. Certo, gli anni trascorsi sono molti, il singer fatica non poco ad eguagliare la performance originaria e non ci si avvicina nemmeno, ma resta comunque un mostro di bravura, a 60 anni sembra quasi impossibile che riesca ad arrivare a intonare certe note. Dunque, abbiamo un finale altamente epico, sublime, trionfale, testimonianza di un regno tanto atteso e che finalmente è giunto per illuminare un cammino fatto di speranza e di sogni, costruito proprio sulle macerie di un mondo allo sbando, misero e buio. Una speranza di luce, dove la musica gioca un ruolo fondamentale. I cavalli sono ben sellati, scalpitanti: i guerrieri sono pronti a partire alla volta della conquista, fiancheggiando i loro quattro generali in quest'epica impresa. Il protagonista è indubbiamente anch'egli abbagliato dal profilarsi di un futuro radioso, ed accoglie tutto questo con gioia e fervore.

The Sting Of The Bumblebee MMXIV

Si salta allegramente un brano molto discusso ma di sicuro fascino, la cadenzata e provocatoria "Pleasure Slave", evitata proprio come nella primissima edizione di "Kings Of Metal" e inserita soltanto nella seconda edizione, quella in cd, perciò si riprende con la brevissima strumentale "The Sting Of The Bumblebee MMXIV" (Il Pungiglione Del Calabrone), elaborata e riadattata per l'occasione dal solito Joey DeMaio, qui intento a cambiare i connotati del pezzo, rendendolo quasi irriconoscibile. Così come già abbiamo avuto modo di ascoltare in tanti lavori firmati Manowar e, in particolare, in brani quali "Black Arrows", "Willem's Tale" o "Thunderpick", ci troviamo di fronte all'ennesimo brano inutile e bruttino partorito dall'egocentrico leader, il quale, nello specifico, si cimenta nel rifacimento dello storico terzo episodio dell'opera "La Favola Dello Zar Santan" (composta dal musicista russo Nikolaj Andreevi Rimskij-Korsakov nel 1900) battezzato "Il Volo Del Calabrone". Il brano, accompagnato dalla batteria di Donnie Hamzik nella parte finale, è caratterizzato da una veloce e continua serie di note cromatiche, dove troviamo un andamento molto veloce e confusionario nel quale si tenta di ricostruire, in chiave musicale, il ronzio di un insetto. Inoltre, le note che compongono le singole sezioni della composizione, oscillano velocemente in diverse gamma di altezze, riproducendo il movimento fluttuante, ma regolare, di un grosso insetto. Il basso modificato fa il resto, aumentando la sensazione di confusione, di stordimento, di capogiro che potrebbe provare un insetto durante il volo. A mio avviso, un breve episodio non proprio da buttare (anche se da qualche rivista specializzata dell'epoca era stato definito come uno degli assoli più brutti della storia del rock) ma decisamente inutile; in più, questa volta la melodia portante, quella ripresa dall'opera di Korsakov, viene totalmente stravolta, risultando un esercizio poco delineato e molto astratto. Evidentemente, DeMaio ha improvvisato alla grande, regalando al mondo poco più di un minuto di suoni confusi dove emerge soltanto la buona produzione che mette in evidenza ogni singola sfumatura delle corde metalliche dello strumento.

Thy Crown And Thy Ring MMXIV

"Thy Crown And Thy Ring MMXIV" (La Tua Corona E Il Tuo Anello) resta una delle tracce più belle e imponenti dell'heavy metal, dove torna con prepotenza tutto lo spirito epico della band americana, e anche in questo caso il risultato è eccellente. Il pathos evocato dalla band ha dell'incredibile, perciò non resta che inginocchiarsi davanti a cotanta maestria e sacralità compositiva. Però, diciamo la verità: quante volte l'abbiamo ascoltata negli anni? Quante volte, i nostri, ci hanno propinato questo brano, in tutte le versioni, in tutte le salse, partendo dall'originale e passando per la metal version contenuta nell'ep "Thunder In The Sky" e che ritroviamo tra le bonus tracks di questo album, poi l'orchestral version, prima eseguita dal vivo durante gli ultimi concerti con una vera orchestra alle spalle e poi riregistrata in studio, infine la remake version qui presente. Ma basta! Tant'è che il brano c'è e bisogna ascoltarlo. DeMaio suona l'organo che dona quel tocco mitico in più, e subito entra in scena il coro vichingo a proiettarci in un'epoca lontana. Campane e tamburi fanno da contorno, crescendo di intensità insieme alle voci, poi attacca Eric Adams, evocativo come non mai, perfetto interprete, ancora oggi, di questo racconto mitologico. Sulle tonalità pulite è ancora il numero uno. Il verso è intenso, solenne, e ci racconta di un guerriero tornato dalla battaglia con l'animo triste perché ha perduto molti amici e fratelli, ma è pronto lo stesso a partire per un'altra guerra, dopotutto è il suo destino e lui non può sottrarsi ed esso. Intervengono i cori, completamente ricantati, per battezzare il primo sacro refrain, la melodia è pazzesca, colpisce dritta al cuore, e molte immagini si stagliano davanti agli occhi dell'ascoltatore, a cominciare da una corona e un anello coperti di sangue e offerti in dono a dei re orgogliosi ma stanchi di combattere. Adams riprende a cantare, adesso è di nuovo sul campo di battaglia, sa che rischia di morire, i nemici gli girano intorno ma non sanno che questa è la loro ultima corsa, così sella il suo cavallo, prende la spada, butta giù l'ultimo sorso di birra e si getta nella mischia. Nel secondo ritornello, le tastiere si potenziano e danno il via per la terza parte del pezzo, nella quale Adams finalmente si scatena con un acuto inverosimile dopo che ha rivolto una preghiera a Odino; è giunto il tempo di lasciare questo mondo, i nemici avanzano e sono troppi ma lui di fronte a nessun uomo è pronto a inginocchiarsi, così sfodera l'acciaio e va incontro alla morte. La sofferenza è palpabile, Adams è un divino interprete, poi il coro cresce intonando ancora una volta lo splendido e toccante ritornello. Un brano evocativo, un capolavoro epico da pelle d'oca, poco metal ma tanta emozione. Ancora una volta un brano che presenta un eroe consapevole della sua forza ma anche delle difficoltà donategli dalla sua posizione. Una corona ed un anello, simbolo di potere e regalità: ma anche di sacrificio, di sangue innocente riversato sulle proprie mani. In definitiva, un bel remake, ma anche inutile, dato che è esattamente uguale alla prima versione, quella che venticinque anni prima scriveva la storia ed entrava nella leggenda. Ma almeno questa qui testimonia che i Manowar, quando si tratta di creare pathos, sono ancora grandi maestri.

On Wheels Of Fire MMXIV

"On Wheels Of Fire MMXIV" (Su Ruote Di Fuoco). Il motore di una Harley Davidson romba, gli pneumatici stridono sull'asfalto, e allora ci troviamo davanti a un evidente omaggio alle motociclette e alla libertà cherappresentano. Moto e aquile, questi sono, di solito, gli elementi citati dalla band per indicare la libertà e i sentimenti che questa scaturisce. Il viaggio rappresenta una corsa nell'epos ma anche nel divertimento fatto di moto, donne, birra e tanta musica metal, in un connubio stilistico che fonde perfettamente passato, presente e futuro. Hamzik devasta la batteria con possenti rullate, non come quelle del gigante Columbus ma lì vicino, tra l'altro eseguite molto più veloci e dinamiche, grazie all'utilizzo del doppio pedale in alcuni frangenti sparato a raffica in stile power metal, e l'ascia di Logan, pronta alla guerra, fende l'aria riproponendo un suono molto simile al rombo della Harley. Un giro di basso sovrasta il tutto e infine emerge la demoniaca voce di Eric Adams, grande interprete di questo caos infernale, a suo agio nelle tonalità aspre e mefistofeliche. Il ritmo è al cardiopalma, cantato velocemente, praticamente divorato da un vocalist ispirato e che narra di un diavolo in sella alla sua motocicletta, assetato di catrame e di benzina, intento ad alzare un polverone, a evitare semafori rossi e ad aprire le turbine della sua creatura dalle curve cromate. Un acuto spacca timpani ed entra in scena il ritornello, dalla melodia accentuata che si stampa subito in mente, e ci troviamo davanti a un inno biker nel quale le due ruote sfrecciano per le strade della città, illuminando il cielo notturno con le loro scintille. È interessante notare come sia Joey DeMaio che Karl Logan utilizzino i propri strumenti riproducendo i tipici suoni dei motori, perciò si ha la sensazione di viaggiare su uno di quei bolidi, con sfuriate chitarristiche che sembrano accelerazioni e un basso travolgente che riprende il rumore degli ammortizzatori. Sembra di stare col culo sulla sella di uno di quei bolidi succhia-benzina. L'adrenalina sale in corpo, il cuore pompa sangue fino quasi a incendiare le vene, la carne diventa fuoco che illumina la notte, e intanto la strada continua ad essere divorata. L'intensa sezione strumentale è tale e quale a quella del 1988, anticipata da un furioso break centrale che lega il tutto al veloce e metallico assolo di chitarra costruito su una solidissima performance di tutti. Adams torna dietro al microfono per intonare il bridge prima di riprendere l'ultimo spietato chorus, la sua voce ridiventa acida, cattiva, ancora più del solito, e osanna lo spirito indomito di queste ruote di fuoco, il vento tra i capelli, le grida degli pneumatici e il suo stile di vita selvaggio dedito alle corse e ai motori. Un inno alle Harley Davidson ed in generale alle moto di grossa cilindrata, viste come degli odierni destrieri. Nell'epoca moderna, la motocicletta rappresenta dunque il fiero destriero dell'eroe, il quale deve necessariamente montare su di una belva del genere, per poter essere definito tale. La resa finale è perfetta ma c'è sempre la stessa sensazione riscontrata in tutti i pezzi, e cioè che manca qualcosa, tanto che aleggia, tra le note, un sentore di estrema forzatura.

Conclusioni

Venticinque anni passati a celebrare il mito e un disco leggendario, tra i più popolari della storia del metal. Venticinque anni durante i quali, per crudeltà di natura, sono accadute troppe cose, durante i quali il mondo è cambiato, e con esso il pubblico e, ovviamente, la band. Joey DeMaio ha cercato in tutti i modi di arginare una crisi d'identità che ultimamente era venuta a scontrarsi con quella d'ispirazione, ma non ha potuto fare nulla, né lui né la sua armata, per sottrarsi all'incedere del tempo. Già, il Tempo, sempre lui, mai troppo clemente col mortale, sempre severo con l'arte, che tutto sbiadisce e che tutto trascina con sé nei meandri più oscuri della memoria. Eppure, un disco come "Kings Of Metal", che si è sottratto a tale infausto destino, riuscendo a colpire e ad affascinare diverse generazioni di ascoltatori senza mai eclissarsi nel nulla e anzi, restando lì, immortale, come un punto fisso sopra le nostre teste, consacrando la grandezza dei Manowar e della loro viscerale musica epica, non aveva affatto bisogno di questo restauro. Perché si tratta di un triste restauro, diciamolo, un modo quasi becero di riconfermare se stessi, se mai ce ne fosse stato bisogno, e di fare cassa, per l'ennesima volta e sulle spalle dei propri fedeli, che devono sorbirsi l'ennesimo autoelogio senza anima firmato da una band che l'anima, invece, l'ha sempre messa, e anche il cuore, in tutto ciò che ha combinato in trentacinque anni di carriera. Se l'aquila del remake di "Battle Hymns" era stata lustrata e pompata di anabolizzanti per risaltare nel buio del fondale sul quale si ergeva, non riuscendo poi a spiccare definitivamente il volo e librare in aria per la troppa polvere accumulata sulle ali, stessa sorte la troviamo in questa seconda prova di restauro. In "Kings Of Metal MMXIV" il barbaro dal volto misterioso è ritratto nella stessa posa della cover originale, pugno alzato al cielo che stringe un anello dorato e spada impugnata da basso, a riposo, stanca e grondante sangue dopo l'atroce battaglia. La divinità, dai muscoli d'acciaio e dagli occhi lucenti, ha portato a termine la sua missione e la sua posa trionfale è accompagnata da una serie di bandiere, di varie nazioni, conficcate nel terreno, issate alle sue spalle. Il messaggio è chiaro: il mondo è finalmente unito, i popoli hanno combattuto fianco a fianco e la missione è giunta al termine una volta per tutte. Questa volta, le bandiere sono state erette, a differenza della cover originari, e sventolano con orgoglio stagliandosi su un cielo rosso fuoco. I Manowar, incarnazione stessa del guerriero nordico, ci provano ancora e forse per l'ultima volta in carriera, ma il messaggio non fa presa sulla gente, perché è un messaggio anacronistico e annacquato, come i brani che abbiamo analizzato, tutti o quasi privi di quella scintilla selvaggia ben presente in origine, quando il mito era stato consacrato. Dispiace stroncare un lavoro dei Re dell'acciaio, ma se la vanno a cercare; se un album suona già perfetto, perché andarlo a insozzare con suoni che non appaiono naturali, seppur appartenenti a questa epoca e quindi brillanti e potenti? Gli anni 80, purtroppo, sono solo un pallido ricordo. Ma ve lo ricordate il 1988? Tutto ciò che è accaduto in quell'anno? Le cose che avete fatto in quel periodo? Sì? Ecco, se all'epoca "Kings Of Metal" esprimeva un certo messaggio e aveva una missione precisa, oggi la sua missione non funziona più; non funziona più non perché sia priva di messaggi o di ideali, seppur vecchi e fin troppo inflazionati, ma perché il mondo è cambiato, stravolto, siamo tutti invecchiati, siamo cresciuti, e allora ci approcciamo al mondo in altro modo, tramite una visione delle cose differente rispetto a tanto tempo fa. Parliamoci chiaramente, questo tipo di celebrazioni non ha nulla da dire, costa tanto e fa male al cuore, perché inevitabilmente sorgerà spontaneo il confronto con l'opera originale. Non c'è storia, a 60 anni non si riuscirà mai ad eguagliare, ma neanche ad avvicinarsi, a un prodotto composto e studiato a 30, per un mercato e un pubblico diverso da quello attuale. Il passato deve rimanere tale, con tutti i suoi pregi e anche i suoi difetti, con i suoi fantasmi e le sue atmosfere. Inutile aprire lo scrigno dei ricordi e provare a rievocarli, non se ne ha la forza, gli strumenti posso anche suonare più forti di prima, più puliti, si possono persino cambiare quasi impercettibilmente i titoli dei pezzi a disposizione, tanto per dagli l'illusione di una nuova veste, ma resta il fatto che il corpo, il nostro corpo, perché siamo mortali, fatti di carne e sangue, quindi deboli per natura, non possiede più quella scintilla che germoglia in giovane età. Impossibile trasmettere oggi le stesse emozioni di una volta, DeMaio e soci lo dovevano capire prima di imbarcarsi in tale progetto e resta l'amaro in bocca, ancor di più, visto che questo remake resta l'ultimo lavoro in studio prima del ritiro dalle scene. Un addio non proprio memorabile, da parte di una band che, invece, ha reso memorabile il proprio camino, illuminando la scena heavy metal per trentacinque anni e contribuendo fortemente al nostro immaginario. Comunque sia, il Manowar rimane icona immortale della formazione americana e di tutti noi, idolo da venerare e incarnazione di un modo di intendere la musica; e persino la vita. Grazie Manowar.

1) Hail And Kill MMXIV
2) Kings Of Metal MMXIV
3) The Heart Of Steel MMXIV
4) A Warrior's Prayer MMXIV
5) The Blood Of The Kings MMXIV
6) Thy Kingdom Come MMXIV
7) The Sting Of The Bumblebee MMXIV
8) Thy Crown And Thy Ring MMXIV
9) On Wheels Of Fire MMXIV
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