MANOWAR

Classics

2009 - EMI

A CURA DI
ANDREA CERASI
02/08/2017
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Il legame tra Manowar e popoli scandinavi è un qualcosa che va oltre la mera passione artistica. Si tratta di amore incondizionato da entrambe le fazioni e di un'ideologia atavica che smuove sentimenti reconditi e che ispira l'arte stessa. Sin dall'esordio della band, nel lontano 1982, Joey DeMaio e Eric Adams non hanno mai nascosto la loro profonda devozione verso il culto degli Dei del nord, gli stessi Dei che sono alla base del pantheon mitologico barbarico/vichingo delle società scandinave. E non è un caso se l'immaginario fantasy elaborato prima dal fumetto e poi dal film Conan il Barbaro, che dal quel pantheon deriva, ha influito molto sul look e soprattutto sul processo di scrittura della band americana, tanto che quasi ogni singolo pezzo composto dai musicisti newyorkesi è una lode a Odino, a Thor e a tutti quei guerrieri che hanno arricchito, nel corso dei secoli, l'immaginario e il credo nordico, alimentando leggende e superstizioni, canti di gloria e poesie, danze e festività diffuse in tutto il nord Europa. E allora non è affatto una novità se i Manowar hanno da sempre goduto di un successo enorme tra questi popoli, un successo duraturo e senza cedimenti che li ha accompagnati in quasi quarant'anni di carriera. Le canzoni della band narrano di divinità e di eroi figli di queste leggende nordiche, raccontando, a suon di metallo epico e album dopo album, le tradizioni di queste nazioni antichissime, i cui eredi, oggi, si possono rispecchiare nelle liriche di questi paladini dell'acciaio americano. Siamo alla fine del primo decennio del nuovo millennio, dopo l'ennesimo tributo al regno di Asgard e alla stirpe del dio Odino raccontato nel concept-album "Gods Of War", lavoro sinfonico altamente criticato negli anni e che ha saputo spaccare in due gli ascoltatori, i Manowar sembrano completamente assorbiti dalla mitologia norrena, tanto che un lungo tour in giro per la scandinavia, intrapreso tra il 2007 e il 2009, sembra aver illuminato il cammino, indicando loro un nuovo percorso da seguire e nuovi intenti artistici da affrontare, intenti più elaborati del solito. Ecco allora arrivare in tutti i negozi di musica prima il singolo "Die With Honor" e poi l'ep "Thunder In The Sky", principio di un'ipotetica saga in onore di Thor, scritta in collaborazione con lo scrittore fantasy Wolfgang Hohlbein, purtroppo mai sviluppata per motivi misteriosi. Proprio il mini-concept elaborato in "Thunder In The Sky", che presenta sei brani epici che raccontano la vita di Thor, le sue gesta, i suoi amori e i suoi nemici, viene prontamente affiancato dall'ennesima compilation rilasciata dal colosso EMI, ma questa volta destinata al solo mercato finnico. Nel 2009 i finlandesi vengono dunque omaggiati con "Classics", quinta e per ora ultima raccolta firmata Manowar, pubblicata, appunto, al culmine del mini tour scandinavo, in particolare quello finlandese, che ha visto la band di DeMaio esibirsi in varie città per tutta l'estate dello stesso anno. Ma si tratta di una formula già sperimentata e abusata in precedenza, e così come per la compilation di dieci anni prima, a nome "Steel Warriors", che vedeva un mix tra due album fondamentali quali "Into Glory Ride" e "Hail To England", rispettivamente secondo e terzo capitolo discografico, anche "Classics" offre la fusione tra due opere altrettanto importanti, nonché magistrali, sfornate nel pieno dell'ispirazione: parliamo del leggendario debutto "Battle Hymns", disco del 1982, affiancato dal capolavoro del 1984 "Sign Of The Hammer", quarto sigillo della band, prendendo in esame tutti o quasi i brani che compongono i due lavori e facendo una bella amalgama di epicità ortodossa che ha reso grande e immortale la formazione americana.

Metal Daze

Metal Daze (Stordimento metallico) è giostrato su un glaciale riff iniziale di una violenza inaudita. Come evidenzia il titolo della canzone, è uno un vortice di acciaio intonato da una delle più potenti voci mai esistite, quella di Eric Adams che sin da subito sbatte letteralmente in faccia all'ascoltatore una intro al cardiopalma. La sezione ritmica si invigorisce e subentrano il basso e la batteria per un ritmo ancora influenzato dall'hard rock degli anni 70 sono, dettato maggiormente dalla chitarra di Ross "The Boss", il quale riprende l'energia appartenuta alle sue due punk rock band precedenti (Dictators e Shackin' Street) e ne sviluppa i concetti attraverso distorsioni continue, legandole agli stilemi dell'hard 'n' heavy. Siamo ancora lontani dai fasti e dalle tematiche epico-fantasy, ma siamo lontani anche da un metal veloce e diretto come quello della scuola inglese. Sono i Manowar in versione hard rock, che puntano più sulla robustezza e compattezza rispetto alla velocità e alla potenza. Tutti si sentono fratelli e sono uniti dalla musica. Un musicista afferma di essere nato per suonare, un uomo con una chitarra urlante che molesta su un palco illuminato e, in breve, inonda l'ambiente con le note elettriche. È un modo di vivere, bastano uno strumento musicale, un paio di jeans e una maglietta strappata e le ragazze vengono sedotte. Vivere da selvaggi, come se non ci fosse un domani, godersi la vita al confine del perbenismo, senza ipocrisie e senza limitarsi, abbiamo tutti un cuore di metallo e nelle nostre vene scorre sangue regale perché siamo gli adepti dell'acciaio e vogliamo ascoltare musica sempre più pesante per sentirci davvero vivi. L'heavy metal diventa uno stile di vita, una religione da seguire, e il suo nome va cantato a voce alta; non a caso la band lascia molto spazio al vocalist, puntando sulla sua ugola d'oro. Il basso e la chitarra lavorano in sintonia e si incrociano in un nuovo duello facendo scintille, Funicello ha un tocco magico e una buona tecnica di fondo e mentre esegue l'assolo, DeMaio lo accompagna con continui effetti stranianti del suo strumento, ciò denota una continua sperimentazione da parte sua e una ricerca sonora quasi maniacale. Le liriche non spiccano per originalità ma la band americana non è certo campione di tematiche, il brano è ovviamente un inno alla musica dura, alla potenza degli strumenti, alle nottate trascorse a bere e a suonare in compagnia di amici e partner. L'heavy metal che fa sentire liberi, un po' come le motociclette, e l'emozione di suonare davanti un pubblico e su un palco è qualcosa di indescrivibile. Non c'è un bridge in questo pezzo, poiché dopo l'assolo si riprende la strofa e dunque il magico refrain, fino alla fine quando la quartina iniziale viene di nuovo cantata e concepita come epilogo, dando lo slancio per l'ultimo chorus.

Death Tone

Death Tone (Il Tono Della Morte) è adrenalina ad alta velocità, un inno alla vita on the road e alle motociclette. I nostri quattro cavalieri sono orgogliosi motociclisti, tanto che nei concerti salgono addirittura sul palco in sella alle loro Harley Davidson. La corposa chitarra di Ross "The Boss" replica il rombo del motore con un riff violento e presto lo accompagna per tutta l'introduzione quasi a fondersi con le turbine della motocicletta. 30 secondi e si procede in un mid-tempo hard rock legato agli anni 70, allora emerge l'onnipotente voce di Eric Adams che emette grida spaventose nell'intonare le prime ipnotiche strofe che ti si appicciano addosso e ti costringono a ballare e a cantare con tutta la voce in corpo. Questo brano è un elogio ai motori e alla vita selvaggia, nel cui testo si descrivono le emozioni provate nel cavalcare una Harley Davidson, col culo sulla pelle del sellino e i piedi poggiati sull'acciaio dei pedali. È la glorificazione delle due ruote che sfrecciano nel vento, i capelli lunghi mossi dall'aria e gli occhiali da sole poggiati sul naso, senza pensare ai problemi della vita e assaporando la libertà. Due semplici quartine e in poco si giunge all'arioso ritornello, sorretto da cori glam rock che supportano l'ugola di Adams, che si divincola tra tonalità basse, ruvide, e tonalità altissime mettendo in evidenza un'estensione vocale senza precedenti e un nuovo approccio alla musica dura, fatto di acuti allucinanti mai uditi prima e che sono caratteristica principale dell'heavy e del power metal. Fase intermedia ed ecco che finalmente si rende protagonista il basso di Joey DeMaio che più che accompagnare la composizione e dirigere la sezione ritmica sembra voler sfidare la chitarra elettrica lanciandosi in pulsazioni frenetiche e ostentate che sono il marchio di fabbrica dei Manowar. Eric Adams torna protagonista con le ultime due strofe e la ripetizione del buon refrain, a dire il vero non troppo melodico ma sicuramente d'impatto. Dunque si ritorna in strada, ascoltando il tono della morte, ovvero il rombo del motore, e cercando di combattere la vita stessa. La profondità di questo testo non deve essere sottovalutata perché è una decisa critica alla società moderna, dove un uomo non ha nemmeno il tempo di dedicarsi alle proprie passioni o di rilassarsi, costretto a lavorare tutto il giorno per una paga misera, conducendo una vita onesta tanto per non finire in galera. È un mondo pieno di preoccupazioni e di difficoltà ma il rimedio esiste: prendere la moto e partire nel cuore della notte per l'avventura.

The Oath

Con The Oath (Il Giuramento) ci troviamo dinnanzi a un pezzo da novanta. Un brano che possiede una carica impressionante, il cui andamento è veloce e che possiede un'anima a dir poco cattiva. Il basso si mette in evidenza sin dall'intro bizzarra attraverso un assolo metallico che sembra una vera chitarra, l'armonia è particolare, così come il suono. Tempo dieci secondi e la furia sanguinolenta della chitarra elettrica si scatena con un riffing portentoso, mentre Columbus pesta come un dannato dettando il tempo di questa speed song. Se la sezione ritmica è furiosa, di certo Eric Adams non è da meno, intonando le due strofe con voce posseduta e maligna riuscendo persino a inserire un acuto animalesco nell'ultima frase. La tematica del "giuramento" è assai importante all'interno dell'immaginario dei Manowar, in quanto loro stessi si sono letteralmente consacrati all'Heavy Metal, giurando di non tradirne mai i principi e gli ideali. In tutto ciò, quello che colpisce è, oltre alla potenza, un innato gusto melodico che fa capolino ogni tanto, andando a braccetto con l'energia scaturita. Uno dei segreti dei Manowar è proprio quello di saper comporre melodie accattivanti, facili da assimilare e da cantare, e unirle alla potenza grandiosa della strumentazione. Insomma, va bene la potenza, ma senza dimenticare l'orecchiabilità. La seconda sezione attacca con un Adams ancora più incazzato e si giunge al breve ma intenso ritornello, stupendo, condito da cori epici che lo rendono magico. Pur essendo un pezzo spesso snobbato o dimenticato dai più (non è di certo la punta di diamante del disco dal quale è estrapolato) io ne sono profondamente innamorato. Segue un assolo caciarone del chitarrista, molto strano ed eseguito con estrema foga e così inizia la terza parte ancora più veloce e mefistofelica, nella quale il vocalist raggiunge il suo apice di espressione e Columbus gli dà giù col doppio pedale fino a chiudere questa cavalcata epica. Il tempo del giuramento è finalmente giunto, il guerriero protagonista promette di seguire il suo destino e di rendere omaggio a Odino, di combattere per lui, fino alla fine dei suoi giorni. Davanti al fuoco, nel cuore della notte, tramite il suo sangue promette di proteggere la sua tribù e di sterminare le altre, di servire il suo dio, soltanto lui, né re né uomini religiosi. È un guerriero coraggioso, pronto al trionfo, pronto alla morte, pronto a diventare un eroe e a sacrificarsi per il suo credo.

All Men Play On 10

All Men Play On 10 (Tutti Gli Uomini Puntano Sul 10) è il singolo di "Sign Of The Hammer". Si tratta di un brano piuttosto classico, dove l'epicità, in fase di scrittura, viene per un momento accantonata. L'introduzione è da brividi, Scott Columbus è possente dietro le pelli, mentre la chitarra di Ross "The Boss" scalcia in un riffing serrato, deciso a lanciarsi in una lunga e furiosa corsa, sempre sotto il vigile controllo di un Joey DeMaio dal basso potenziato che si erige al di sopra di tutti gli strumenti. L'andamento è cadenzato, ciò dona maggiore epicità al pezzo, poi il tutto si smorza e resta solo la batteria a supportare l'imponente voce di Eric Adams che divora le strofe fino a giungere allo strabiliante e lungo pre-chorus dotato di una piacevole intensità melodica e che è costruito su linee di basso davvero fenomenali. Il refrain è semplice ma dall'accattivante appeal, dove emergono cori a supportare il vocalist e a donare alla traccia una particolare forza indomita. Eppure risulta una canzone strana, basata tutta sulla versatilità di Adams e con una sezione ritmica piuttosto cauta, ed è ancora più particolare il fatto che sia stata scelta come opening track dell'album, ovvero un lavoro scatenato e formato da cavalcate epiche dalla potenza devastante. Il brano però funziona, è fresco e ben prodotto, laddove la chitarra di Ross "The Boss" si lancia di continuo in sensuali assoli che prendono quasi tutta la seconda parte della canzone, lasciare infine spazio alla coda formata da cori animaleschi, rasoiate di basso e rullate di batteria. In definitiva, una traccia molto semplice costruita su di un testo che rappresenta un omaggio all'etichetta discografica per la quale la band è sotto contratto nel 1984 e che, allo stesso tempo, è un modo per ironizzare sulla rischiosa scommessa che ha portato la stessa a firmare per la piccola 10 Records. Tutti gli uomini puntano sul numero dieci, come se si trovassero in un casinò a giocare alla roulette, sperperando migliaia di dollari. Eppure sono fomentati, i cori da stadio li incitano a rilanciare e a correre il rischio, le orecchie infuocate, gli occhi iniettati di sangue, l'adrenalina in corpo, tutto pur di vincere la scommessa. Le grida del pubblico sono pura musica per un giocatore incallito, ed a quanto sembra il detto "l'importante è partecipare" non sembra neanche lontanamente contemplabile. Bisogna scendere in campo per vincere, ad ogni costo. Se combattiamo, dobbiamo combattere unicamente per uscirne vittoriosi.

Sign Of The Hammer

Sign Of The Hammer (Il Segno Del Martello) è una cavalcata epica dove la chitarra emette un grido quasi all'unisono con la voce di Eric Adams che irrompe ruggendo e declamando la prima strofa, serrata e quadrata, per poi lanciarsi, senza perdere tempo, nel famoso ritornello, espressione del genio epico di Joey DeMaio. La melodia è incredibile, baciata da qualche divinità scesa in terra, dove il cantante accarezza le note per poi salire di qualche tono ed emettere acuti pazzeschi, già accennati alla fine della quartina. Non è un brano semplice da interpretare ma con un vocalist del genere tutto è possibile. Il vento soffia forte, le nuvole diventano nere, l'incanto è spezzato e il maleficio scagliato. I nemici hanno paura e subiranno la vendetta del dio e dei suoi uomini, pronti a seguire le sue indicazioni. Il martello viene scagliato, è il segnale che tutti aspettano per dare inizio all'assalto ed è il putiferio sul campo di battaglia. Odio, vendetta, sangue, onore, trionfo e sconfitta, il tutto fuso in un breve istante, destinato a portare alla vittoria le forze del bene guidate proprio da Thor, pronto a schiacciare tutti col suo martello. Il chorus prosegue, ha una doppia anima visto che è suddiviso in due parti perfettamente sovrapponibili, ed è decorato con cori vichinghi e dalla galoppata di Columbus che utilizza i piatti come fossero tamburi da guerra e spingendo col doppio pedale. Il passaggio dalla prima fase alla seconda è interessante, la chitarra si sovrappone al basso metallico e danzano creando fraseggi davvero toccanti che portano dritto alla seconda quartina e al secondo refrain. L'assolo di Ross "The Boss" è abrasivo, la sua ascia fende l'aria e crea l'inferno per poi stopparsi improvvisamente sulle bordate di batteria che danno inizio a una nuova sezione. Il break è inquietante, Adams intona il bridge con voce modificata e che lo trasforma in un demone declamando le stesse parole della prima strofa, dunque si libera dalle catene e svetta in cielo attraverso un acuto spacca-timpani che fomenta non poco prima di dirigersi verso l'ultimo ritornello. La coda è particolare, viene ripetuto il titolo del pezzo, aumentandone la potenza attraverso i cori, inoltre si accentua la vena epica dovuta dalla batteria e dal basso. Un lunghissimo acuto, l'ennesimo, pone termine alla battaglia. Una delle migliori tracce mai composte, un inno epico supportato da un testo che è, ancora una volta, un omaggio a Thor e al suo martello, ben rappresentato dalla iconica e stilizzata cover-art dell'omonimo disco del 1984. Thor è il bene, è la luce, la forza, l'onore, elementi declamati quasi sempre e in ogni singolo pezzo sfornato dai Manowar.

Fast Taker

Fast Taker (Colui che ne approfitta) è un brano dal piglio rock 'n' roll che vede un'ottima prova dietro le pelli da parte di Hamzik. Il ritmo è scanzonato e veloce, questa volta molto vicino alla N.W.O.B.H.M. e a band quali Vardis o Tank, insomma le formazioni più punk 'n' roll della scena, e cioè si tratta di una versione dei Manowar che non troveremo più nei vari album. I versi sono veloci e d'effetto, Eric Adams non si lancia in acuti inverosimili e controlla la voce senza eccedere, almeno fino al brillante ritornello, uno dei migliori dell'album di debutto, nel quale si arrampica su cime altissime con un timbro tanto potente quanto limpido. La melodia del refrain è eccellente e solare, a dispetto di un andamento di base non proprio entusiasmante, certamente non brutto ma nemmeno memorabile, dove l'intero pezzo viene salvato dal chorus appunto, interpretato con maestria dal vocalist. Ci troviamo di fronte a un brano semplice e piacevole, con un testo sempre attuale incentrato sui problemi in famiglia, ovvero i litigi tra genitori e figli. La mamma che si lamenta per ogni minima cosa e il papà, alcolista da tanti anni, che considera il proprio pargolo un fallito soltanto perché al ragazzo piace essere libero e non seguire le regole imposte dalla società moralista e bigotta. Nemmeno l'aspetto strumentale è eclatante, i membri del gruppo si limitano a svolgere il compito senza guizzi ulteriori, anche se la simbiosi tra chitarra e basso è esaltante e, mentre l'assolo di Ross "The Boss" è elementare seppur buono, quello di DeMaio è particolare e ambizioso, tanto che il suo strumento sembra essere una seconda chitarra che emette una specie di ronzio interessante che sorprende l'ascoltatore. La traccia ha due ottimi spunti, uno è il ritornello ispirato e di difficilissima esecuzione e il secondo è la prova di Joey DeMaio al basso, tanto che il suo strumento pulsa che è una bellezza, è sempre protagonista e si lancia persino in uno pseudo assolo. Nel frattempo i genitori del testo pregano affinché il proprio figlio segua la retta via ma egli è pronto a fuggire, portandosi dietro la fidanzatina di 16 anni dopo averla prelevata sotto casa, di notte per non essere visto dal padre che lo odia, e con la quale appartarsi per fare l'amore a ritmo di musica. È un'innocente fuga d'amore da parte di due adolescenti, i quali vogliono soltanto divertirsi prima di entrare nel noioso mondo degli adulti.

Battle Hymn

Battle Hymn (Inno Di Battaglia) rappresenta la summa filosofica della band, distesa su sette inredibili minuti dal fascino immutato nel tempo. Un delicato arpeggio suonato col basso a otto corde da DeMaio e che sembra una vera chitarra ci introduce nel regno epico degli eroi, la batteria è in attesa di scalciare per prepararsi alla battaglia, Hamzik colpisce i piatti prima con tocco leggero e poi irrobustendo i colpi. Dopo pochi secondi tutto è pronto per la rullata che dà inizio alla guerra, la chitarra di Ross "The Boss" è un'aquila che sorvola libera il campo di battaglia e che è in cerca del nemico da distruggere, i toni trionfali degli strumenti sono evidenti e fomentano al primo ascolto, subentra il basso a infoltire il suono della composizione e infine arriva come un guerriero a cavallo un Eric Adams solenne e impavido che svetta sulle note con la sua voce divina. Dopo la prima strofa ecco il cambio di tempo e i cori che sembrano usciti dalla colonna sonora di Conan Il Barbaro incitano alla guerra e all'uccisione del nemico; Adams è un generale che guida l'esercito e Hamzik è il fante che ne detta l'andamento a ritmo di tamburi e gettandosi nella mischia. Si narra di una battaglia epica, fatta si spade, scudi e lance. Diecimila soldati che marciano sotto la pallida luna da parte a parte, con le spade sguainate al cielo e le armature scintillanti, pronti a uccidere le truppe nemiche. I giorni della libertà sono terminati e adesso il tempo è scandito dai colpi di armi da taglio, perciò i soldati si fanno strada con le catene nelle mani e l'orgoglio nel cuore, il suono della gloria è vicino ed emerge sopra i corpi dei vinti per incoronare i vincitori. Sul campo di battaglia gli uomini attraversano il tempo e lo spazio per restare immortali. Immortali. Seconda straordinaria strofa e ancora una breve parentesi bellicosa in cui si incita alla vittoria. I cori, come accennato pocanzi, riprendono vagamente quelli appartenenti alla colonna sonora del film "Conan Il Barbaro", uscito guarda caso lo stesso anno, nel 1982, e che influenzerà talmente tanto la band che dal seguente capitolo, "Into Glory Ride", vestirà come i barbari del film fantasy diretto da John Milius e tratto dal fumetto ideato nel 1932 da Robert Ervin Howard. Siamo a metà brano, i toni si placano, gli strumenti si quietano, il ritmo viene spezzato e cambia il tempo. Viene a crearsi una parentesi melodica di grande intensità, un bridge centrale da pelle d'oca incentrato tutto sulla voce di Eric Adams e sull'arpeggio nostalgico di Ross "The Boss". Il momento è mistico e passionale, cori angelici cullano l'ascoltatore prima che il singer squarci l'atmosfera con un acuto limpido e la batteria riprenda a correre come un cavallo impazzito. Giunge il tempo dell'antologico assolo di chitarra che si incrocia con quello di basso raggiungendo un pathos incredibilmente epico. Di nuovo torna la parentesi corale che può essere intesa come una sorta di ritornello, ma questa volta è ancora più potente, e Eric Adams si lancia nella quartina più difficile cantata quasi tutta su acuti pazzeschi che solo lui è in grado di eseguire. I cori accrescono per un finale pirotecnico, con fuochi d'artificio, rullate a non finire, impennate di basso e invocazione all'uccisione e alla morte del nemico.

Manowar

Uno dei pezzi più importanti e famosi della band è l'omonima traccia: Manowar (Uomo Di Guerra), autocitazione della band stessa e traccia destinata ancora oggi ad aprire tutti gli spettacoli dal vivo. Qui si narra della storia di come sia stato fondato il gruppo, partendo dall'incontro del bassista col chitarrista durante il tour con i Black Sabbath, grazie al compianto Ronnie James Dio che li ha presentati. Da quel momento sono nati i Manowar, per conquistare ogni costa, fracassare il terreno e incendiare palchi. La lotta non avrà mai termine, è una missione che i quattro ragazzi si sono prefissati con orgoglio e coerenza, marciando su ogni città, abbattendo le barriere del tempo e dello spazio e generando guerrieri figli della loro musica. Poche band sono riuscite a creare un vero e proprio credo e a essere idolatrati come loro. È anche grazie a questi ragazzi che oggi l'heavy metal non è solo musica ma un culto da venerare in eterno. "Manowar" è una canzone trascinante, metal puro e dall'andamento veloce. Gli strumenti sono feroci, il basso di DeMaio è muscoloso ma anche la batteria di Hamzik è scatenata, mentre Ross "The Boss" esegue un riffing serrato e crudele, che è tipico dello U.S. power metal. Le strofe sono scintillanti e trascinano nella foga anche l'ascoltatore più distratto, Eric Adams da sfoggio delle sue doti canore con un'interpretazione magistrale e proprio qui nascono (come asserisce il testo) i Manowar che tutti noi conosciamo, quelli destinati alla gloria dell'epic metal. Questo pezzo è il punto di inizio, una marcia destinata a farsi sempre più veloce e potente e da questo momento il mondo del rock non sarà più lo stesso. Il refrain è strepitoso, concepito per creare sfaceli dal vivo con i cori del pubblico ad accompagnare le note più alte e persino gli acuti unici e inimitabili di Adams. Il basso di DeMaio è potentissimo, così come la chitarra di Ross Funicello, il quale ci cimenta, tra l'altro, in un solo fantasmagorico e non è un caso, visto che questa è la loro traccia, l'esaltazione delle idee dei due giovani musicisti e la dichiarazione dei loro intenti. Loro due sono gli attori principali di questo teatrino, i due leader incontrastati, capaci di trasmettere magia ai propri fedeli.

Mountains

Il capolavoro intimista e lento ha il sapore di una ballata dal titolo di Mountains (Montagne), introdotta da accordi di basso, un basso metallico che somiglia molto a una chitarra elettrica e che potrebbe confondere l'ascoltatore. Joey DeMaio sperimenta un uovo suono, costruendosi addirittura un basso dalle corde ravvicinate per simulare il suono di una chitarra e avere così maggiore agilità. Sovrastando appunto le linee di basso, arriva Eric Adams carico di pathos che intona la prima eterea quartina, dal sentimento profondo e carica di romanticismo, pronta ad esplodere dopo un minuto e mezzo di estasi, quando la sezione ritmica si potenzia con Columbus in prima linea a Ross "The Boss" che impenna il suo strumento con rasoiate affilate ma controllate, poiché la velocità è sempre cadenzata, incentrata soprattutto sull'atmosfera. Si giunge subito al ritornello, ed è un ritornello complesso, abbastanza lungo e articolato, dotato di una melodia sublime ed evocativa sostenuta da cori battaglieri. La traccia è un anthem dedicato alla volta celeste, alle nuvole, alle cime delle montagne, dove l'altezza è sinonimo di fierezza ed i libertà. Un aldilà che accoglie i guerrieri deceduti in battaglia, gli eroi caduti sul campo e accolti tra le braccia degli Dei del cielo. Il cielo viene sorvolato soltanto dagli uomini liberi, coloro che sono in grado di scalare le montagne e di volare come aquile al fine di raggiungere la grandezza e l'immortalità. Per diventare eroi bisogna essere come montagne, cioè erigersi a giganti di pietra, svettare sulla folla e sulla mediocrità, ed essere irremovibili, insuperabili, toccando vette che soltanto pochi raggiungono. Si ritorna su ritmi quieti, Adams declama la seconda strofa sulle note di bassi di DeMaio che effettua particolari suoni e arpeggi effettati mai uditi prima, per poi giungere al secondo refrain, dove il singer alza ancora di più il tiro fino a sfumare nel break centrale dove assistiamo all'incantevole dialogo tra chitarra e basso strutturato da ritmi sopiti dove il bassista si cimenta in brevi e strani assoli che cullano il pubblico e dunque lasciare spazio al solo di chitarra, che altro non è che un preludio alla tempesta che si abbatte poco dopo con gli immancabili acuti indemoniati di un Adams incredibilmente eroico. "Mountains" è uno dei migliori brani mai composti dalla band, un tripudio di acciaio che si tinge di poesia e di delicatezza, intriso di mitologia e di malinconia. È una sfida con sé stessi ma il premio è alto e vale la pena tentare.

Dark Avenger

Dark Avenger (Vendicatore Oscuro) si avvale della collaborazione di uno dei più grandi geni del cinema, il mito Orson Welles, (regista e attore di capolavori quali "Quarto Potere", "La Signora Di Shangai", "L'infernale Quinlan" e "Storia Immortale"), già abituato a bizzarrie del genere, basti ricordare la sua partecipazione nel 1938 al programma radio "La Guerra Dei Mondi" attraverso quale terrorizzò l'America raccontando lo sbarco degli alieni sulla terra che molti spettatori presero sul serio. Un arpeggio cupo e metallico apre il brano, la cadenza è lenta e cruda, il basso e la chitarra si snodano in un andamento doom e dal sapore epico, Eric Adams emerge cantando in tonalità grave, la sua voce è profonda e malvagia per poi alzarsi nella seconda parte della strofa e continuando su questo registro per la seconda quartina. Poi altre due strofe, lente e mefistofeliche, dall'antico sapore. Dunque un'impennata di tutti gli strumenti ed ecco che la calda e impostata voce di Welles comincia a narrare, come fosse alla radio, di eventi mitologici, sovrastando un dolce arpeggio di chitarra. La narrazione è lunga, dura parecchi secondi e cresce di pathos, e quando termina un acuto impressionante di Eric Adams introduce la seconda parte del pezzo. Qui apprendiamo di questo vendicatore misterioso che ha osato infrangere le leggi degli anziani e loro lo hanno catturato, accecato, hanno preso la sua terra e infine lo hanno lasciato affogare sul litorale, legato a testa in giù e con gli avvoltoi a cibarsi del corpo. Le carni muoiono ma lo spirito resta e gli Dei, sconvolti dalle sue agonie, gli giungono incontro, lo trasportano nel proprio regno e lo preparano per la vendetta. Dall'alto la sua anima osserva la terra, il suo paese guidato dagli anziani, gli stessi che lo hanno ucciso, e che ora intonano canti di gioia e pregano. Lo spirito della vittima raggiunge i cancelli dell'Ade, lì il guardiano gli dice di vendicare non solo lui ma tutti gli innocenti perseguitati e uccisi. Gli dona una spada forgia nello zolfo e temprata nelle disgrazie, gli sella un cavallo chiamato Morte Nera e lo spedisce dritto sulla terra dalle tenebre. Il tempo accelera inaspettatamente e gli strumenti si impennano passando da un andamento lento e oscuro a una cavalcata heavy metal infarcita di assoli e controtempi. Gli ultimi secondi sono dominati dalla chitarra di Ross "The Boss" che si cimenta nell'ennesimo assolo strabiliante mettendo fine a un capolavoro di epicità.

Animals

Animals (Animali) presenta una nascosta vena epica, qui trascurata in favore della classicità: le liriche riguardano il sesso, una notte di sesso sfrenato, dove l'uomo è paragonabile a un animale in preda agli istinti più primitivi e pronto a far divertire la fanciulla di turno, per poi lasciarla al mattino col sorriso stampato in volto. Qui ogni singolo strumento è potenziato al massimo proprio per colpire l'ascoltatore; Eric Adams emette delle urla e fa partire il pezzo subito in quarta, dove si evidenzia il protagonismo di DeMaio che si mette in luce grazie a riffs si basso molto veloci e alquanto muscolosi, ma anche la batteria e soprattutto la chitarra di "Ross "The Boss" sono ben presenti, in particolare quest'ultima, davvero portentosa. Il riffing portante è semplice ma trascinante, Adams intona le strofe con istinto battagliero, si tratta di un'unica quartina che anticipa il pre-chorus e che poi si evolve in un micidiale ritornello decorato con cori quasi in stile glam. In effetti, si tratta di una traccia piuttosto solare, veloce e scanzonata, composta proprio per scatenare i più beceri istinti. Insomma, una sessualità espressa in modo assai carnale e fisico, nella quale non vi sono spazi per sentimenti o comunque accortezze di sorta. I guerrieri stanno avendo i loro momenti di intimità con le proprie compagne e concubine, non gli interessa altro che giacere assieme a loro per poter sfogare gli istinti repressi durante mesi di battaglie e conflitti sanguinosi. Di breve durata, ci dirigiamo subito alla seconda sezione, parallela alla prima, e si prosegue senza cambiare una virgola, fino a giungere al finale, saltando direttamente il solo di chitarra che in questo caso non è presente e al cui posto troviamo uno scambio tra gli strumenti, con la batteria in prima linea, che si smorzano e si impennano per qualche secondo creando una sensazione di vertigine e sulla quale si impongono la voce acuta di Adams e i coretti di supporto per ripetere diverse volte il buon refrain. Tutto sommato, una canzone divertente, potente e fresca, ma di certo una delle minori del lotto, poco articolata e dalla struttura semplice. Il testo è ripetitivo e molto banale, un tripudio di sentimenti animaleschi e grotteschi che collidono con il leitmotiv generale manowariano. In sostanza, qui di epicità c'è poco e niente, ma trattasi comunque di un piacevole momento musicale.

Thor (The Powerhead)

Con Thor - The Powerhead (Thor - Il Possente) ci troviamo di fronte ad uno dei pezzi più importanti della discografia Manowar. La batteria impetuosa di Columbus assomiglia a un tuono che si scaglia a terra e devasta ogni cosa, il basso di DeMaio impenna e dà il via a una sinuosa ed epica danza portata avanti dalla grinta indomita di un Adams scatenato e inimitabile. Il fraseggio di chitarra di Ross Funicello è sinuoso, evocativo e bramoso di potenza. Le strofe sono mistiche, magiche, evocative, dove Eric Adams alterna tonalità gravi ad altre altissime per poi giungere agli immancabili acuti. "Thor" è l'apoteosi dell'epic metal, un inno generazionale diventato immortale. Il testo ci parla di Thor, figlio di Odino e dio del tuono e della pioggia, che combatte assieme ai suoi adepti contro i giganti, trascinato dal suo magico carro che scende dal cielo lasciando alle spalle una scia nera. Il suo martello alato, chiamato Mjollnir (in norreno significa Frantumare), che solo lui è in grado di sollevare, fracassa le ossa dei giganti e li spazza via con un colpo. I cori che anticipano il chorus sono incredibilmente epici e sono il preludio di uno dei ritornelli più belli mai ascoltati, dove le chitarre rallentano per poi caricare nel momento più aulico del refrain, coinvolgendo tutti i sensi e proiettando il pubblico sul campo di battaglia o alla corte degli Dei del nord. Ancora un urlo agghiacciante ed ecco il bellissimo assolo che si protrae a lungo e che finalmente mette in primo piano la classe di Ross "The Boss". C'è il primo cambio di tempo e succede qualcosa di inedito, infatti viene ripreso l'intro di batteria e di basso, la sezione ritmica rallenta di botto per poi dare spazio all'acuto più lungo mai sentito nella storia della musica, dove il vocalist raggiunge trenta secondi esatti di durata (superato soltanto da se stesso in "Black, Wind, Fire And Steel") e sotto la sua voce, timidamente, il basso e la chitarra emettono dei suoni effettati e spiazzanti, come se si sfidassero a duello facendo collidere le corde e producendo suoni strani e futuristici. In realtà, la struttura del pezzo è molto semplice, ma la melodia cattura nell'immediato e trascina grazie alla sua bellezza, inoltre l'ispirazione dei musicisti è al massimo delle proprie facoltà. Thor è il coraggioso, Thor il potente, combatte uccidendo gli infedeli, calpestandoli, il suo martello spacca il cielo e crea i tuoni che scaglia sulla terra. Mentre torna da suo padre Odino, pensa con intensità al giorno del giudizio (quello che in lingua nordica è il Ragnarok), dove divinità, mostri ed umani moriranno insieme e partiranno per l'oltretomba, a seguito di una violenta battaglia fra le forze del bene e del male.

Guyana (Cult Of The Damned)

Un altro capolavoro assoluto è Guyana - Cult Of The Damned (Guyana - Il Culto Dei Dannati), uno dei brani più ambiziosi dei nostri, ispirato da un terribile fatto realmente accaduto nel 1978, nella Guyana centrale, una piccola regione del sud America, dove il pastore Jim Jones fondò, nel cuore della giungla, un piccolo villaggio chiamato Jonestown nel quale radunò una congregazione religiosa, denominata Il Tempio del Popolo, con l'intento di dare inizio alla prima città utopica senza leggi definite ma governata soltanto dalla pace e dell'armonia. Ben presto però, i 1100 seguaci trasferitisi lì assieme al pastore, si accorsero che quello che doveva essere un progetto di liberazione dalle miserie della società moderna, in realtà si era rivelato una sorta di prigionia mascherata nella quale i disertori venivano puniti severamente e dove Jim Jones, più che un uomo di chiesa, assomigliava a un tiranno. Alcuni cittadini riuscirono ad inviare una lettera al deputato Leo Ryan, incaricato dal governo degli U.S.A. di recarsi sul posto per controllare se a Jonestown fosse tutto in ordine, ma appena atterrato all'aeroporto nella Guyana, lui e le sue guardie vennero uccisi con dei colpi di pistola. La situazione si fece subito tragica e il reverendo Jones, a quel punto, si accorse di aver commesso un grave errore; così la sua folle mente partorì l'idea di un suicidio collettivo. Con la scusa di combattere il male che "avanzava verso le porte del villaggio", costrinse tutti gli adepti a prendere un cocktail, preparato dai discepoli stessi, a base di cianuro. Qualche giorno dopo, l'esercito mandato sul posto scoprì ben 909 cadaveri, tra cui quello del pastore, suicidatosi con un proiettile nella testa. I superstiti affermarono che quasi tutti i deceduti avevano accettato di buon grado il suicidio di massa, avvelenando persino i propri bambini, credendo nella promessa di una vita ultraterrena fatta di pace e amore. Probabilmente il più grande e drammatico suicidio collettivo mai avvenuto nella storia, e il testo dei Manowar è fedele ai fatti accaduti, dove viene messo in luce il folle e disperato progetto del pastore Jim Jones e dove la Guyana è metafora di divinità malefica, madre dei dannati verso la quale i discepoli venerano il culto della morte col fine di liberarsi dai peccati terrestri. Non solo il testo è molto ambizioso, ma anche dal punto di vista musicale ci troviamo di fronte a un brano con numerosi cambi di tempo, abbastanza lungo. Un fraseggio cupo e nostalgico introduce il pezzo, il basso ci introduce in un mondo oscuro, dominato dalla pazzia, dal veleno, dalla morte e dalla disperazione. Dopo poco vi è il primo cambio di tempo, il ritmo si velocizza attraverso un solo di basso, molto acuto, che poco dopo rallenta in un arpeggio malinconico. Sull'arpeggio svetta la voce di Eric Adams, sembra declamare una preghiera in favore del reverendo Jim Jones, lo cita anche nel testo, così Columbus fa il suo ingresso con una digressione trionfale che prepara il terreno per la galoppata. La prima strofa è quieta, la seconda, invece, cambia ritmo e si trasforma in ballad, riprendendo un motivetto squisitamente melodico e armonioso, ma ecco che giunge l'inarrestabile refrain, dove la chitarra di Ross "The Boss" esplode come dinamite ed Eric Adams alza la voce in un grido di disperazione, supportato da cori angelici che danno al pezzo quell'aurea epica tanto ricercata. Ancora un cambio di tempo, questa volta la sezione ritmica è scatenata, il ritmo si velocizza per la strofa seguente, sostenuta, questa volta, dalla chitarra elettrica e non dal basso, poi torna lo splendido ritornello che culmina nell'acuto del vocalist. Parte l'assolo di Ross "The Boss", pungente ma anche passionale, e così inizia la coda finale dove tutti gli strumenti, compresa la voce, si impennano e corrono liberi per chiudere una perla senza tempo.

William's Tale

William's Tale (Il Racconto di William) è un esperimento strumentale di Joey DeMaio, eseguito con il suo basso tritasassi grazie al quale riproduce il "Guglielmo Tell" del compositore italiano Gioachino Rossini, un'opera che narra di un leggendario eroe svizzero che sarebbe vissuto nel XIV secolo e che avrebbe, secondo la leggenda medievale, liberato il suo popolo e il suo paese dalla tirannia del monarca. L'esecuzione del pezzo è particolare, meno di due minuti di accordi velocissimi e metallici senza una base sotto, soltanto il suono del basso dettato dall'abilità del musicista che riproduce la famosa aria in questo assolo ben riuscito ma un po' confuso, riprodotto, tra l'altro, abbastanza spesso dal vivo e in improbabili performance soliste allungate all'inverosimile, noiose, tamarre e inutili. In questo caso, tuttavia, l'assolo in studio è breve e si ascolta senza infastidire, e rappresenta l'ideologia dello stesso DeMaio, che non ha mai nascosto la sua passione per la musica classica e per la lirica, e secondo il quale, come dichiarato in più interviste, il compositore Richard Wagner è il precursore stesso dell'heavy metal, grazie alla vena drammatica e epica delle sue opere che hanno ispirato decine e decine di artisti rock.

Conclusioni

La quinta raccolta dei Manowar è destinata, come sottolineato nell'introduzione della recensione, ai soli finlandesi, che con "Classics" possono appunto festeggiare il tour estivo intrapreso nell'estate del 2009 e che ha fatto tappa in varie città, mettendo a ferro e fuoco i palchi della "terra del ghiaccio e della neve" e riscaldando i cuori di tutti i metallari nordici. Inni all'acciaio, alla libertà, alla lotta quotidiana, e soprattutto l'elogio del sangue vichingo, delle gesta degli eroi di quelle terre e delle varie divinità nordiche trovano terreno fertile in Finlandia, da sempre paese molto legato al culto manowariano, il cui popolo si rispecchia fedelmente nei testi elaborati da DeMaio e company. Questa compilation va intesa come un omaggio ai fans, un ringraziamento alla loro fedeltà e alla loro passione, e così, dopo svariati singoli personalizzati come quelli rilasciati negli anni 90 per nazioni quali Germania, Spagna, Francia e Portogallo, cover dedicate a noi italiani e il brano "Father", tratto dal dischetto aggiuntivo dell'ep "Thunder In The Sky" e cantato in ben sedici lingue, questa è l'ennesima opera "commerciale" e di dubbia qualità sfornata dalla band, o almeno da chi ne gestisce i diritti d'autore. "Sign Of The Hammer" e "Battle Hymns" vengono fusi in un tripudio di metallo epico che ha travalicato i tempi e le generazioni, scandendo l'ascesa di una delle band più importanti della storia dell'heavy metal. Praticamente ci sono tutte le canzoni presenti nei due mitologici album tranne la discreta "Shell Shock", presente sul debutto, e la strumentale "Thunderpick", contenuta nel quarto capitolo discografico. A questo punto avrebbero potuto anche inserirle, visto che c'era spazio sul disco ottico, tanto per non lasciare monca la già discutibile operazione. Discutibile come la copertina, formata dalle foto del combo newyorkese, ma solo nella prima formazione, ovvero quella di "Battle Hymns" (con il batterista Donnie Hamzik e quindi non con Scott Columbus) e le cover-art di altri album dei Manowar, come quelle di "Kings Of Metal" e "The Triumph Of Steel", che non c'entrano assolutamente nulla con la musica contenuta in "Classics". Insomma, la EMI licenzia l'ennesimo prodotto collezionistico, e lo fa senza interpellare i diretti interessati, col solo scopo di fare cassa con la scusa del tour scandinavo del biennio 2007-2009. Joey DeMaio è costretto ancora una volta a mandare giù il boccone amaro, e a combattere, anche quando non ne è l'artefice, con le solite critiche da parte del pubblico secondo cui quando l'ispirazione latita, sempre più prodotti riciclati vengono immessi sul mercato. D'altronde il periodo è particolare e questa tesi non è del tutto sbagliata, tanto che i Manowar, sempre nel 2009, rilasciano "Hell On Earth - Part V", quinto dvd della saga inaugurata nel 1999, andandosi ad affiancare al già citato ep "Thunder In The Sky", lavoro che avrebbe dovuto anticipare la trilogia della "Asgard Saga", tanto annunciata al periodo e subito dopo abbandonata, per poi passare alle reincisioni dei due album più famosi dei Manowar: "Battle Hymns" e "Kings Of Metal", risuonati in versione remake per celebrarne gli anniversari e impietosamente stroncati da tutti. C'è poco da aggiungere sull'ennesima compilation della band, voluta o non voluta, prodotta per finalità collezionistiche o non, poco importa: questo è l'ennesimo sfruttamento del monicker Manowar che poco aggiunge alla carriera dei quattro musicisti e che satura vergognosamente il mercato. Questa è l'ultima raccolta della band, almeno per ora.

1) Metal Daze
2) Death Tone
3) The Oath
4) All Men Play On 10
5) Sign Of The Hammer
6) Fast Taker
7) Battle Hymn
8) Manowar
9) Mountains
10) Dark Avenger
11) Animals
12) Thor (The Powerhead)
13) Guyana (Cult Of The Damned)
14) William's Tale
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